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Dino Buzzati
Dino Buzzati e il mistero

Dino Buzzati, narratore di solitudini

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e,
stretti insieme dietro i vetri,
guardando la solitudine delle strade buie e gelate,
ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo”. (Dino Buzzati, “Inverni superflui”)

Il 16 ottobre 1906 nasce lo scrittore Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) a San Pellegrino di Belluno. Nasce Dino, non l’autore. Si sa, infatti che un autore si vede la luce alla pubblicazione della prima opera e Buzzati esordisce nel 1942 con una raccolta I sette messaggeri. La sua immagine è spesso “bollata”, associata (e criticato duramente), non senza un piglio riduttivo, all’opera Il deserto dei tartari (e Il segreto del bosco vecchio, il secondo pubblicato per la prima volta nel 1935). Una fiaba, quella de Il segreto che di primo impatto potrebbe sembrare ideata per un pubblico in età scolare. E invece, riesce a stupire specialmente il lettore adulto. Elementi didascalici sono rintracciabili, certo. Ma non solo. Non si limita a questo la tensione fantastica dell’autore, né la morale del romanzo; inevitabile il rinvio a Il piccolo principe, di Antoine de Saint-Exupery. Viene in mente perché, si sa, il piccolo avventuroso principe delle galassie è stato da molti considerato l’amico invisibile di tutti i bimbi. Come a dire, non si tratta di un libro per adulti. Nulla di più errato. E lo stesso sterile pregiudizio attanaglia il gioiello narrativo che rappresenta, per l’appunto, Il segreto del bosco vecchio. Non è la prima  opera posta sotto il banco degli accusati da critica e pubblico. Nel 1933 dopo aver conseguito una laurea in Legge, e l’inizio dell’attività di cronista per “Il Corriere della Sera”, Buzzati pubblica il suo primo romanzo: Bàrnabo delle montagne.

Nel ’39 esce invece sforna il manoscritto de Il deserto dei tartari, che verrà pubblicato da Leo Longanesi. A questa opera è associato il nome dell’autore e tutta la sua fortuna/sfortuna. Un uomo, un soldato, narra Buzzati, che è incapace a vivere, a compiere una scelta metaforizza la sua condizione di giornalista impotente e sottomesso alle angherie della sua redazione. Il deserto, metafora naturalistica di rilievo, così come i tartari, i mongoli che non arrivano mai dalle montagne, simboleggiano la paura di vivere e confrontarsi con l’altro, con lo sconosciuto, ma al tempo stesso incarna il timore di una mancato confronto, di una esistenza spoglia e negletta. Il nemico atteso, chiunque esso sia, spaventa, ma intimorisce al protagonista la possibilità che questo nemico non arrivi mai. Apatia, atonia, il deserto è assenza, immeritata vuoto d’azione, scoperta, sana frenesia. Corretto il titolo originario del romanzo, La fortezza infatti non piaceva per niente all’editore, Buzzati può finalmente vedere edita la sua opera. Porta avanti la sua collaborazione con “Il Corriere” prendendo parte, tra le altre iniziative, alla presa di Fiume come corrispondente. Escono lo stesso anno La famosa invasione degli orsi in Sicilia e Il libro delle pipe (operetta umoristica di genere fantastico).

Tra le ultime opere ricordiamo, invece, Paura alla scala (1949), storia di una Milano borghese, affettata da un dopoguerra di estenuanti frivolezze, è la storia degli uomini imprigionati, questa volta, in una fortezza morale e spirituali e Sessanta racconti (1958). Ritorna perciò, in una narrazione rivestita di modernità e accessori nuovi, l’inettitudine degli uomini. Tutte le opere di Dino Buzzati, a seguire Il grande ritratto, Un amore, La boutique del mistero, per citarne alcune tra le ultime, seguono un disegno preciso del proposito autoriale. Egli infatti ricostruisce in ogni romanzo le tappe dell’esistenza, le sue stagioni, dall’infanzia alla senilità. Ciò avviene già nel già citato Il segreto del bosco vecchio, nonostante in quel caso la vena dello scrittore sia favolistica e spensierata, leggera, ma comunque portatrice di una morale. Altro elemento fisso della sua narrativa è senza subbio la montagna, un luogo quasi adamitico, ancestrale e sede della solitudine umana. Ogni uomo è solo, condannato ad affrontare ostacoli, esperienze ingannevoli. Alla fine, ogni protagonista è trasportato verso il baratro della morte, della sconfitta, della solitudine. Anche in Un amore (1963), dove si racconta di un amore biologico, viscerale senza veli e senza timore di raccontare scomode verità sulla natura umana; il protagonista è costretto ad abbattere barriere, ma in tal caso queste si incarnano nel prestigio sociale, nel denaro, fino a desiderio di conquistare la donna amata, anche se quest’ultima è una prostituta ai margini del mondo dabbene. Anche l’amore viene trattato in tutta la sua imperscrutabilità. Una narrativa, perciò quella di Dino Buzzati, segnata dalle tappe fondamentali del vivere, quelle stagioni dell’esistenza che vedono l’uomo protagonista assoluto della propria storia.

Dino Buzzati ha sfruttato spesso in maniera geniale la presenza del mistero e del fantastico all’interno delle sue opere, toccando zone profonde, il cui lerciume va oltre il dato fisiologico della passione sensuale, regalandoci pagine dense di inquietudini, tensione, solitudini, smarrimenti, suggestioni, svelte descrizioni. La chiave di lettura da adottare in relazione alla narrativa dello scrittore è prevalentemente di tipo esistenzialistico-filosofico, in quanto l’attenzione dello scrittore appare rivolta soprattutto alla concreta realtà dell’esistere, all’uomo (illuso e che dovrà arrendersi di fronte all’ineluttabilità del destino), raffigurato sia nella sua ansiosa ricerca di rivelazione dell’Essere, che nella sua angoscia per l’impossibilità di una qualsivoglia rivelazione come si evince da questo passo de Il deserto dei Tartari:

“Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande, Drogo si ostina nella illusione che l’importante sia ancora da incominciare”.

 

 

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