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Gianni Celati

Gianni Celati, l’outsider della letteratura italiana che è diventato un classico

Nessuno sarà più incredulo di Gianni Celati nell’accogliere il corposo Meridiano che raccoglie la sua narrativa (Celati. Romanzi, cronache e racconti, Mondadori, pagg. 1854). La preziosa collana dà sistematicità a classici anche contemporanei, ma una sistematica di Celati ha l’aria di una fantasticheria editoriale. I curatori non potevano che essere quei due. Marco Belpoliti, critico e studioso di letteratura e da decenni seguace di Celati, gli ha dedicato corsi di laurea, convegni, studi e, nel 2008, un ricco numero della rivista-libro Riga che Belpoliti dirige assieme a Elio Grazioli, per Marcos y Marcos (più un altro numero che ricostruisce le vicende progettuali della rivista Ali Babà, che Celati aveva pensato insieme a Italo Calvino e altri alla fine degli anni 1960).

Per il Meridiano Belpoliti ha scritto un saggio introduttivo di 60 pagine («La letteratura in bilico sull’abisso»), quasi un libro nel libro. Nunzia Palmieri è, come Belpoliti, docente di letteratura all’Università di Bergamo (ha pubblicato per Quodlibet una monografia su città e letteratura dal titolo fortemente celatiano: Visioni in dissolvenza), ha curato alcune opere recenti di Celati e occasionalmente è stata anche in scena con lui, nella parte della moglie dell’attore Vecchiatto. Con la «cronologia» del Meridiano, Palmieri ha scritto la biografia più completa dell’autore; con le «notizie sui testi», ha dipanato la matassa di edizioni, varianti, riscritture che fanno di quasi ogni libro di Celati una nebulosa di scrittura. Anna Stefi ha compilato una bibliografia altrettanto strenua, inseguendo la firma del nomade autore in una jungla di riviste e iniziative editoriali disperse ovunque. Ed ecco qua – pur delineata tanto sommariamente – la sistematica di Celati, con il suo irriducibile paradosso.

Nel Meridiano è definito: «un outsider della letteratura». Celati si è infatti sempre ben tenuto ai margini (o fuori) dell’istituzione di cui i Meridiani sono accurata glorificazione. L’ha anzi assediata con spirito avventuriero, scagliando contro le mura del Canone la sintassi e lo sguardo della follia, della bagarre, del comico da torte in faccia o distillando, più di recente, nuovi contravveleni all’odiato «romanzesco»: la scrittura del silenzio appena increspato, dei paesaggi, del tempo che scorre, della banalità che delude e smorza le nostre aspettative di stati d’eccezione. Nato nel 1937 a Sondrio, edito dal 1971, Celati non è stato solo narratore, traduttore, saggista, ma anche saltimbanco, professore, attore, regista, camminatore, capocomico, editor, poeta, esploratore. I minuziosi apparati ora consentono di seguire meglio le evoluzioni che normalmente vengono semplificate in due periodi, separati da sette anni di silenzio editoriale, dalla fine dei ‘70.

Il primo Celati è quello in continuo dialogo con l’amico Italo Calvino, qui rappresentato dai quattro romanzi pubblicati tutti da Einaudi (Comiche, 1971; Le avventure di Guizzardi, 1973; La banda dei sospiri, 1976; Lunario del paradiso, 1978). Con la parziale eccezione dell’ultimo, sono testi segnati da una concitazione che giunge alla farsa parossistica, dove la scrittura tallona l’oralità (fino all’onomatopea), il corpo e le sue smanie, la mente e i suoi deliri, l’infanzia, la cinetica dell’adolescenza, l’ariostesco furore dell’amore infelice. È il Celati che dichiara a Calvino che a lui interessa solo arrivare alla perversione completa dell’ordine delle cose, la bagarre. Ma non si pensi a una selvaticità incolta, è il contrario: nello stesso periodo Celati ha scritto i saggi delle sue Finzioni occidentali, frutto di letture profonde e tempestive dei massimi filosofi e teorici della letteratura del periodo, e ha tradotto tra gli altri Swift, Balzac, Céline, Twain, Barthes, Carroll, Joyce (contemporaneamente al Meridiano, esce ora da Quodlibet la raccolta di saggi più recenti Studi d’affezione per amici e altri, con saggi sul Novellino, su Ariosto, su Manganelli).

Il secondo Celati è quello che ha sostituito a Calvino, come interlocutore, il fotografo Luigi Ghirri e con lui si è immerso in viaggi, lungo la via Emilia e lungo il corso del Po, da cui le novelle e cronache, pubblicate da Feltrinelli (Narratori delle pianure, 1985; Quattro novelle sulle apparenze, 1987; Verso la foce, 1989; Cinema naturale, 2001, oltre a tre film documentari). Il rapporto con l’oralità si fa meno concitato e più profondo, alla follia si sostituisce la banalità del vivere e passare il tempo, l’energia non si acquieta ma si sposta nei territori ampi dell’osservazione e della registrazione dell’ordinario. È il Celati che fa dire a Belpoliti, nell’informata e rivelatoria introduzione: «Dar vita a un racconto significa per Celati restituire alle parole il loro valore in rapporto all’esperienza, privilegiare le apparenze rispetto alle interpretazioni». Celati è quindi arrivato in Africa (Avventure in Africa, 1998 Fata morgana, 2005; il libro-film Passar la vita a Diol Kadd) per tornare, nell’ultimo scorcio della sua attività, a narrazioni padane (Vite di pascolanti, Nottetempo 2006; Costumi degli italiani I e II, Quodlibet 2008). Nel frattempo ha fatto i conti con i suoi studi di anglistica firmando con Daniele Benati un’importantissima antologia (Storie di solitari americani, Bur 2006) e finalmente pubblicando la sua traduzione, quasi cantata, dell’Ulysses joyciano (Einaudi, 2013).

Il Meridiano registra così, con affetto e ammirazione, come la narrativa di Celati (nonché ogni altra sua forma di espressione) è un epifenomeno, una reazione del corpo, qualcosa che accade come conseguenza di una certa posizione nel mondo (studio, sguardo, movimento, discorso, lettura, ascolto) e a una certa gamma emozionale (amore, furore, memoria, sprezzatura, accudimento, noia, curiosità). Per questo leggendolo non si capisce mai bene da dove venga quella sua inimitabile scrittura, capace com’è di passare da effetti di spontaneità a effetti di costruzione meticolosissima a volte in pochi giri di frase: «Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo» (explicit di Verso la foce).
Grati a lui e ai curatori di tante avventurose esplorazioni di un piano diverso da quello della letteratura ordinaria, ci accorgiamo che questo di Celati – qui il paradosso – è certo un Meridiano, però parallelo: incrocia gli altri, li costeggia, se ne distacca, ci porta altrove.

Le opere di Gianni Celati insomma, soprattutto quelle degli anni ’70 hanno avuto un notevole successo soprattutto grazie al loro essere caratterizzate da un linguaggio sperimentale e trasgressivo, fondato sulla lingua parlata attribuita a personaggi al limite del verosimile. La prosa di Celati, solitamente asciutta e disadorna riproduce con efficacia il contrasto tra vecchio e nuovo, tra mondo contadino e mondo moderno, ma il nuovo assetto non riesce a sostituire del tutto il nuovo. L’impressione che ne deriva, basti far riferimento a Narratori delle pianure è quella di un ambiente povero e degradato privo di equilibrio e di una precisa fisionomia. Al centro di Narratori di pianure infatti vi è una realtà dimessa e quotidiana che lo scrittore descrive in prima persona attraverso un linguaggio semplice ed essenziale, quanto più possibile obiettivo e preciso, dal tono quasi cronachistico, con accostamento paratattico di brevi periodo. Ne emerge il quadro di una realtà ambientale degradata piena di asfalto, di strade dissestate, di grigi capannoni, di edifici scrostati e disadorni in stile dopoguerra, di case abbandonate, ecc…

Il viaggio lungo il Po del narratore si configura come la ricerca delle radici (alla ricerca del paese dove è nata mia madre); ma è una ricerca difficoltosa, che mette il evidenza il senso di estraneità del protagonista a quei luoghi (senza saper bene dove andavo; non riuscivo a immaginare che fosse esistito qualcosa diverso dallo spazio della mia epoca)

 

Fonte: http://www.doppiozero.com/materiali/un-meridiano-parallelo-non-ortodosso-che-ci-porta-sempre-altrove

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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