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Piero Chiara

Piero Chiara, il narratore della vita di provincia

Pierino Angelo Carmelo Chiara, meglio conosciuto semplicemente come Piero Chiara (Luino, 23 marzo 1913) è considerato il poeta delle piccole cose, delle storie del “grande lago” che spesso funge da scenario per i suoi brevi e ben congegnati racconti. Narra la vita di provincia, i suoi sentimenti e le sue disillusioni senza confini, con uno stile venato di arguzia, di ironia, e a tratti di un  malinconico umorismo, sempre capace di cogliere l’essenza e il senso profondo nel quotidiano.

Piero Chiara ritrae la vita dell’alta Lombardia e dei cantoni svizzeri: una vita di frontiera, fatta di contrabbandieri, briganti e fuggiaschi, ma soprattutto della piccola borghesia, evidenziando non solo l’ambiente circostante attraverso accurate descrizioni, ma anche il carattere psicologico dei suoi personaggi.

Dopo aver trascorso l’infanzia in una casa situata nei pressi del porto di Luino, durante la quale manifesta presto gravi difficoltà in ambito scolastico, che hanno portato ad una bocciatura in terza elementare, l’anno successivo ottiene la promozione a patto che si ritiri dalla scuola pubblica. Nell’autunno del 1923 entra nel collegio salesiano S. Luigi di Intra, dove resiste fino alla quinta, quando i genitori lo trasferiscono al collegio De Filippi di Arona. Di nuovo respinto in seconda ginnasio, si impiega come apprendista nella bottega di un fotografo luinese. Fallito anche quest’ultimo, si iscrive all’istituto Omar di Novara, per diplomarsi perito meccanico. Prepara da privatista gli esami per la licenza complementare, che ottiene nel giugno 1929. Matura intanto una grande passione per la letteratura, che lo spinge a frequentare le biblioteche.

Dopo aver soggiornato a Roma e a Napoli, Piero Chiara decide di emigrare in Francia. Abita prima a Nizza e poi a Parigi, esercitando svariati mestieri. Rientrato nel 1931 a Luino, viene esentato dal servizio militare a causa della forte miopia. Si dà al biliardo, con lunghi soggiorni a Milano, dove frequenta le sale di lettura dell’Ambrosiana e di Brera.

Negli anni ’30 approfondisce la sua preparazione culturale: legge Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, i romanzieri francesi e russi dell’Ottocento, Boccaccio e il Lazarillo de Tormes e avvia qualche collaborazione con periodici locali, scrivendo soprattutto di arte.

Nell’aprile 1940 è richiamato alle armi. Qui abbozza la prima prova narrativa: Monte Solitario, un racconto fiabesco sulle peripezie di due fratellini orfani. Assegnato come scritturale al distretto di Varese, ai primi di agosto viene congedato e torna in cancelleria. Vicino ad ambienti antifascisti, viene accusato d’essere un ‘mormoratore’, deferito alla commissione per il confino ed espulso dal Partito nazionale fascista.

Dopo l’8 settembre il tribunale speciale provinciale fascista spicca un mandato di cattura nei suoi confronti. Il 23 gennaio 1944  Chiara passa il confine nei pressi di Luino e inizia un lungo pellegrinaggio nei campi di raccolta elvetici. Nel frattempo viene condannato in contumacia a 15 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici. Da Büsserach, viene inviato a Tramelan, nel Giura bernese, e di qui finisce al campo disciplinare di Crête-Longue, nel Vallese. Rimesso in libertà nell’agosto, è destinato alle mansioni di bibliotecario nel Canton Ticino, dove collabora con lo spionaggio americano.

Nel febbraio 1945 l’istituto Montana di Zugerberg lo chiama alla cattedra di italiano, storia e filosofia grazie a Giancarlo Vigorelli. Attivo come mercante d’arte, instaura uno stretto sodalizio con l’artista pisano Giuseppe Viviani.

Piero Chiara diviene un conferenziere molto richiesto. Giornalista pubblicista, collabora con La Prealpina, Stagione, Costellazione, Ausonia e vari periodici di matrice cattolica. Poco dopo, dall’amicizia con Luciano Erba nasce l’idea di un’antologia in cui selezionare il meglio della giovane poesia italiana: Quarta generazione vede la luce nel 1954 nelle edizioni Magenta di Varese.

Per Chiara è arrivato il momento di approdare alla narrativa: raccoglie in memoria della madre da poco scomparsa, una serie di elzeviri e racconti pubblicati nel decennio precedente. Nel 1960 consegue a Pisa il premio Rustichello, per un elzeviro dedicato a Viviani uscito nel Gazzettino sera. Chiara compone Il piatto piange, che usce a Milano nella primavera del 1962 nella collana del «Tornasole». Il romanzo riscuote un grande successo presso pubblico e critica, conquistati dall’abilità dell’autore nel restituire abitudini e mentalità del Ventennio.

Inizia una stagione di riconoscimenti  per lo scrittore: al premio Internazionale Silver Caffè, segue nel 1964 il premio Alpi Apuane, vinto dal secondo romanzo, La spartizione, pubblicato sempre nel «Tornasole». Nello stesso 1964 Chiara si aggiudica il concorso indetto dall’Accademia del Ceppo di Pistoia, grazie a Il povero Turati. A consolidare la fama dello scrittore lombardo contribuisce «Mi fo coragio da me» (Milano 1963), una strenna stampata da Scheiwiller in cui riunisce alcuni racconti ispirati dalla figura del padre defunto. Nel 1965 esce un resoconto amaro, Con la faccia per terra con cui vince il premio Veillon.

Il terzo romanzo, il grottesco Il Balordo esce nella primavera del 1967, suscitando reazioni discordanti, compensate dalla vittoria al premio Bagutta e dal grande successo. In questo periodo giunge nelle sale cinematografiche Venga a prendere il caffè… da noi, il film con Ugo Tognazzi che Alberto Lattuada aveva ricavato da La spartizione.

Nel 1973 il nuovo romanzo, Il pretore di Cuvio viene sconfitto contro le previsioni al premio Strega. Balza tuttavia ai vertici delle classifiche di vendita, come La stanza del Vescovo (1976), premio Napoli. Chiara scrive per Dino Risi soggetto e sceneggiatura del film tratto dal romanzo, interpretato da Ornella Muti e Ugo Tognazzi.

L’umorismo di Piero Chiara non è di testa, né tantomeno intellettualistico e astratto, in quanto gli proviene da una natura congeniale alla materia della sua osservazione e alla realtà del costume. Per questo la sua Luino con la sua gente, i suoi preti, artigiani e operai e con le sue strade e viuzze brulicanti di un’umanità meschina e con il suo lago, le sue passeggiate e la trasparenza dei suoi stessi colori.

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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