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‘Un paio di scarpette rosse’ di Joyce Lussu, una poesia per non dimenticare

Joyce Lussu

La poesia Un paio di scarpette rosse di Joyce Lussu, ruota attorno ad un paio di scarpe rosse numero ventiquattro nelle cui suole interne si vede ancora la marca di fabbrica "Schulze Monaco". Un paio di scarpette normalmente utilizzate per i giorni di festa, ed ancora nuove, che un bambino di soli tre anni e mezzo calzava a Buchenwald, un campo di sterminio nazista, in Germania. Quelle scarpette erano in cima ad un mucchio di altre scarpette appartenenti a bambini che in quel luogo hanno trovato la morte. I nazisti facevano entrare genitori e bambini nelle camere a gas, con la scusa che li avrebbero sottoposti ad una doccia con successiva disinfestazioni per farli entrare in un campo-gioco. Invitarono per altro i genitori a far avvicinare i bambini ai bocchettoni, per farli lavare meglio, ma da quelle aperture non usciva acqua, ma solo gas. Prima però, i bambini venivano fatti spogliare e rasare. La poetessa italiana infatti scorge anche un mucchio di riccioli biondi, di ciocche nere e castane. Joyce Lussu cita poi un altro sistema di morte usato dai nazisti: l'utilizzo dei forni crematori, infatti dice che probabilmente non riusciremo ad immaginare di che colore erano gli occhi di quel bambino bruciati dal forno, ma che riusciremo ad immaginare il suo pianto; un pianto che nessuno riuscirebbe a sopportare, che nessuno vorrebbe sentire e che io spero di cuore che nessuno in futuro dovrà sentire mai. Questa poesia apparentemente dedicata ad un solo bambino è in realtà rivolta a tutti i bambini che furono gasati, lo conferma il fatto che quelle scarpette erano in cima ad un mucchio di altre scarpette.

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Giorgio Perlasca: uno dei “Trentasei Giusti ” al mondo nel saggio di Deaglio

Nel 1991 un giornalista, Enrico Deaglio, ha riportato un'ulteriore testimonianza, raccontando la storia di Giorgio Perlasca. Il titolo del saggio è La banalità del bene. In questo saggio Deaglio tesse la trama del saggio seguendo due fili precisi: La prima parte del racconto viene riportata oralmente dallo stesso Perlasca che sta tenendo un'intervista con il giornalista. Nella seconda parte il lettore apprende le vicende attraverso le parole del diario che Perlasca scrisse durante quegli anni.

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‘Conforme alla gloria’ di Paolin: il marchio del male

Conforme alla gloria, Demetrio Paolin, Voland 2016

La prima storia di 'Conforme alla gloria' riguarda Rudolf Wollmer, che nel 1985 riceve in eredità dal padre Heinrich, gerarca nazista di stanza a Mauthausen, la villa con tutti i beni. Rudolf, che niente vuole spartire col padre (fa parte di quella generazione successiva al crollo del Terzo Reich che tanto ha combattuto per far dimenticare al mondo l’orrore del nazismo e dell’Olocausto), decide di vendere la casa ma, durante lo svuotamento, s’imbatte in un’opera a dir poco grottesca: La gloria, ossia un “dipinto” altamente simbolico che risulta essere composto di pelle umana.

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J.Teege: “Amon – mio nonno mi avrebbe ucciso”

Jennifer Tigge

Pochi si documentano sulla generazione di Hitler, vissuta nell'ombra. Neanche Jennifer Teege sapeva molto di loro, pur essendo una persona attenta e curiosa, pur avendo vissuto in Israele, pur essendo tedesca. Una tedesca particolare, figlia di madre tedesca e padre nigeriano, un mix quantomeno inusuale quando Jennifer nacque, l'unica bambina nera della sua scuola. Da un lato, una vita assolutamente normale, quella di Jennifer, una volta entrata nella famiglia Teege, che la adottò dopo un periodo di affidamento. Normale, finché, a 38 anni, un libro tra tanti le cambia la vita, un libro sulla sua famiglia, quella biologica. E Jennifer si scopre nipote di Amon Goth, uno dei più crudeli capi nazisti della storia. Proprio lei, che porta in sé sangue nigeriano, proprio lei che ha vissuto per anni in Israele, creando forti legami con le persone che vi vivono, lei che crede nel rispetto e nella dignità, lei, nipote di Amon Goth. Una sola conclusione è possibile: suo nonno la avrebbe sicuramente uccisa.

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