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Il bersaglio del momento: lo storico Alessandro Barbero

Alessandro Barbero è genericamente antipatico. Divulgatore, ha il tono del grillo parlante, del giullare di corte: sorride, pieno di sé, fiero del successo popolare. Incomprensibile. Affari suoi: basta cambiare canale. Nell’era dei vili, questa, invece, siamo in attesa che l’uomo di successo cada. Le mani che un attimo prima, becere, hanno applaudito, per mero riflesso, sono le stesse che inaugurano la lapidazione.

La frase pronunciata da Alessandro Barbero, per la cronaca, è questa:

“Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendano a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda”.

La domanda posta da Barbero è tradotta in affermazione: il titolo con cui l’intervista realizzata da Silvia Francia è stata pubblicata su “La Stampa” suona così: Le donne secondo Barbero “Insicure e poco spavalde così hanno meno successo”. Eppure, Barbero non ha detto proprio così. L’intervista è nata intorno a un pretesto, un ciclo di lezioni del prof Barbero sulle “Donne nella storia”, presso il grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino: si parte da Caterina la Grande, si chiude con Nilde Iotti. Del resto, l’intervista è piuttosto modesta, soprattutto per le domande poste.

Sul punto espresso da Barbero – banale, per altro – ciascuno può pensarla come vuole: dargli ragioni, stare nel suo interrogativo o fottersene, credendo che quell’uscita sia una cretinata come un’altra. D’altronde, il prof – di norma carino, coccoloso, di sinistra (a Torino ha votato per Angelo d’Orsi, “autentica candidatura della sinistra”) – non è un legislatore, non è neanche un politico, non rappresenta altro che la propria opinione. Invece. Intorno alle opinioni – in forma interrogativa – di Barbero è montato un ‘caso’, di varia casistica, fomentato da femministe salottiere e mercanti del perbenismo.

Già, perché questo è il tempo in cui un po’ tutti gli intellettuali d’antan pigliano posizione – a novanta – contro la cancel culture, che coraggio, per promuovere però, dal seggio dei giornali di vaglia, il conformismo più allucinato. Così, per dire, Massimo Gramellini, ha fatto l’acido simpatico: “Non pensa, Barbero, che il titolare di una cattedra universitaria farebbe meglio a non frequentare il Bar Sport della battuta a tema libero…?”. Prima pagina del “Corriere della Sera”.

“La Stampa”, va da sé, non avendo evidentemente altro da dire ai suoi lettori, intorno alla frase di Barbero – pronunciata nell’ambito di un’intervista occasionale, non certificata in saggio né saggiata da uno studio o tradotta in legge – ha impalcato una specie di imbarazzante ‘inchiesta’ giornalistica, invitando alla lapidazione pubblica del prof un florilegio di firme, sussiegose, sottomesse al regno dell’egolatria. Secondo Dacia Maraini, per dire, a causa della frase di Barbero Rischiamo il razzismo di genere e di dimenticare secoli di oppressione.

Questo è il titolo del suo commento, che rischia, piuttosto, di offendere la nostra intelligenza, dimenticando secoli di logos, quando attacca con la solita pippa che “esiste una cultura dominante che ha sempre escluso le donne dai luoghi delle decisioni importanti, colpevolizzandole e denigrandole”.

Se Barbero dice delle cose odiose, non fatela troppo lunga: leggete altro. Un personaggio pubblico non esiste per pettinare le opinioni del pubblico pagante, non esita, piuttosto, a sconcertarle, a sconvolgerle, per essere un segno di contraddizione e di scandalo.

Le questioni dominanti, qui, sono due.

Primo. Non abbiamo più nulla da dirci. La notizia giornalistica si è ridotta a chiacchiera, ogni pretesto è buono per far chiasso, facciamo teologia su un’unghia rotta, impalchiamo inchieste intorno a una minchiata. Il senso delle altezze è del tutto scomparso, mirare alto dà vertigine: l’aristocrazia dei fatti – cosa conta e cosa no –, la potenzialità degli effetti, la curiosità di sfondare l’ignoto al posto di fecondare sempre e soltanto le solite quattro idee rifritte, rifatte. Basta vagabondare nella Rete, basta uscire di casa, passeggiare, sentire, il sentore della meraviglia è ovunque.

Secondo. Siamo circondati dagli avvoltoi del rancore. Incapaci di vedere la gloria, aneliamo, con ansia da sanguisughe, alla caduta, al macello. Siamo tutti piccoli cecchini che mirano all’errore altrui, al minimo inciampo, al microscopico difetto. Miseri giudici, ci attacchiamo alle miserie degli altri, le succhiamo, avidi, smistiamo giudizi, calcoliamo le frattaglie di un cadavere, comminiamo condanne, siamo concupiti dalla colpa, ci masturbiamo al cospetto del fallimento altrui.

Sfigati calvinisti, dimentichi che ogni ascesa è possibile come esito di molteplici cadute, che la gloria passa per l’assassinio delle opinioni condivise, è la conquista dell’autoritarismo dell’autorevolezza, spacchiamo il capello in quattro al posto di praticare lo scalpo, lanciamo anatemi sulle sciocchezze, confondiamo l’indimenticabile con il dimenticato. Che civiltà satura di avventatezza, insipida, quella che si fa grande sulle infermità del prossimo, invidiosa, grigia per eccesso di ricchezza, che non sa discernere il genio dall’infimo.

E poi, terzo, diciamocelo, c’è chi occupa indegnamente le prime pagine dei giornali che contano – che, effettivamente, non contano più nulla da tempo. Sul “Corriere della Sera”, per dire, giganteggiano i nani, i Gramellini, i D’Avenia – che al confronto di Gramellini è un Tommaso d’Aquino.

Gente lì per bonificare le tenebre, per placare le masse, a propalare rubriche che fungono da lassativo, per lassisti dell’intelletto, la candida cretinata come lasciapassare per la carriera. Il solito Pier Paolo Pasolini, ormai amuleto dei conformisti, su quello stesso giornale, qualche decennio fa, scriveva che

“I giovani italiani nel loro insieme costituiscono una piaga sociale forse ormai insanabile: sono o infelici o criminali (o criminaloidi) o estremistici o conformisti… I miei colleghi intellettuali si dichiarano quasi tutti convinti che l’Italia, in qualche modo, sia migliorata. In realtà, l’Italia è un luogo orribile”.

L’intellettuale è lì a dire l’orrore e l’orribile, non a titillare il rancore, a sostenere le ipocrisie rasoterra, vili. Il resto – le frasette estorte da Barbero, l’estorsione delle idiozie di chi si professa tutore delle diversità di massa – sono tutte cazzate.

 

L’intellettuale dissidente

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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