Lo sgombero di Roma in Piazza Indipendenza: un’operazione giusta con buona pace della becera indignazione dei perbenisti e radical chic

Lo scorso 24 agosto a Roma, in Piazza Indipendenza, la polizia ha eseguito la sentenza di sgombero di uno stabile di proprietà privata, che era stato occupato da anni da centinaia di immigrati, quasi tutti regolari. Come al solito il Paese, sia i suoi rappresentanti ai diversi livelli istituzionali e non, sia l’opinione pubblica, si sono divisi, divisione accentuata dalla modalità di tale sgombero.
E’ il caso non solo di partire dai fatti, ma anche di finirci, e solo allora maturare un giudizio.

I fatti sono i seguenti: in Italia vige il diritto italiano. Questo vuol dire che tale diritto, al contrario di quanto pensano alcuni, sia di estrema destra che di estrema sinistra, ma soprattutto di estrema stupidità, è italiano non perché riguarda gli italiani, ma perché riguarda tutti coloro che si trovano sul territorio italiano. Dunque anche gli immigrati regolari. Questi ultimi sono pertanto persone con dei diritti e dei doveri, entrambi, non solo diritti, né solo doveri.
Immigrato regolare, nel caso in questione rifugiato, cioè immigrato riconosciuto come proveniente da un Paese (nel caso Eritrea) in cui la sua vita era in pericolo, ha diritto giuridico, cioè riconosciuto dalla legge (differente dal diritto umano in generale), di avere ospitalità, residenza e alloggio. Ovviamente ha anche i doveri connessi alla sua permanenza nel nostro territorio. Nel caso in questione tali migranti regolari non hanno ricevuto un alloggio, pur essendogli riconosciuto.

Nel nostro territorio, sia per gli italiani che per gli stranieri (regolari o meno che siano), l’occupazione di una qualsiasi proprietà privata è un reato. Occupazione di proprietà privata vuol dire che a casa mia o vostra qualcuno entra con la forza (qualsiasi violazione di domicilio in quanto tale è forzosa, anche se la porta è lasciata aperta per incuria dal proprietario) e ci vive. Non conta che tipo di difficoltà spingano l’occupante ad agire così, resta il fatto che qualcosa di mio, che la legge riconosce come mio, viene rubato da un estraneo, che si giustifica con le proprie difficoltà. Cioè viola il mio domicilio e ruba il mio spazio: è un furto, così si chiama. Al danno come al solito si unisce la beffa, perché il privato in questo caso ha continuato a pagare le bollette di coloro che illegalmente e ingiustamente occupavano la sua proprietà, e ha perso sia i soldi dell’investimento lavorativo che lì voleva attuare, che i posti di lavoro che ne sarebbe conseguiti.

Il privato ricorre alla giustizia dei tribunali, che gli dà ragione: la proprietà è un diritto inalienabile, va ripristinata la proprietà del privato. Tradotto, il palazzo va sgombrato dai migranti.
Siamo in Italia, questo a quanto pare significa che una sentenza venga applicato dopo qualche anno. Cioè qualche giorno fa, nel 2017!

Lo sgombero, a detta di alcuni commenti, è stato eccessivamente violento. Qui si devono sottolineare alcuni impliciti. La violenza di base sta nell’occupazione illegale (cioè, come si diceva su, avvenuta con la forza) del palazzo. Altra violenza ancora sta nell’ammissione del comune di Roma che gli abusivi impedivano anche l’accesso ai funzionari del comune stesso per un censimento e un rapporto sulla situazione. In un tale contesto lo sgombero si attua di fatto con la forza, proprio perché è una risposta a persone che si sono imposte con la forza e che quindi presumibilmente non vogliono andarsene di propria spontanea volontà. E’ plausibile ritenere che se gli abusivi avessero obbedito immediatamente allo sgombero (perché sì, assurdamente, alla legge si obbedisce) le forze dell’ordine non avrebbero dovuto agire coattamente. Gli idranti, i manganelli e i gas lacrimogeni sono usati per spostare persone che la magistratura e la legge avevano stabilito che se ne dovessero andare e che invece facevano resistenza con sassi e bottiglie. A questo punto si inseriscono una mancanza e due episodi in particolare, che hanno suscitato scalpore nei differenti schieramenti.

La mancanza è la più grave di tutte: pare che tale sgombero fosse stato programmato senza che la politica trovasse immediatamente alloggi alternativi, rendendo più comprensibile lo spaesamento dei rifugiati e quindi la loro, pur illegale, modalità di resistenza. Alcune soluzioni stanno emergendo, due delle quali sembrano essere la disponibilità di alcune villette in provincia di Rieti, a 80 km circa da Roma, e le abitazioni sequestrate alla mafia (quindi presumibilmente dislocate soprattutto nel sud Italia). A queste possibili soluzioni i rifugiati pare abbiano risposto inizialmente, almeno stando alla interviste, con un rifiuto. Ora, lo stato dovrebbe garantire al rifugiato un alloggio, non anche la località che lui preferisce. Rieti non piace, peggio per loro: l’ospitalità, per quanto garantita dalla legge, non può permettere di diventare lo sfruttamento dei fessi. Si accampano scuse del tipo che da Rieti è difficile raggiungere Roma, o che le scuole ormai erano vicine a dove loro vivevano illegalmente. Certo, ma le scuole esistono anche a Rieti e nel sud Italia, mentre i posti di lavoro eventualmente ormai presenti a Roma, vanno, qui si deve dire purtroppo, messi in discussione, cercando di mantenere l’immigrato nel suo posto di lavoro, ma se esso confligge con la disponibilità di un alloggio, purtroppo, si ripete, l’immigrato dovrà spostarsi e cercare altro lavoro. La repubblica italiana deve garantire dunque i diritti spirituali della persona e quelli materiali, ma tra quelli materiali non esiste il diritto di vivere per forza a Roma, né il diritto di lavorare lì, invece che in altro posto, o il diritto di andare a scuola lì, piuttosto che altrove. Questi non sono diritti, ma desideri, sta alla politica decidere se soddisfarli, ma non ha il dovere di farlo, poiché non sono diritti, ma possibilità.

Il primo episodio grave invece è stato quello del funzionario di polizia che pronuncia queste parole (che chissà quante volta avrà pronunciato parole simili ad un suo connazionale): “Se non obbediscono spezzagli un braccio”. La giustificazione dello stesso è stata poi che era un frase in libertà, che non avrebbe dovuto pronunciare, mentre chi lo difende in generale afferma che in quelle situazioni come in altre lavorative, seppur differenti, escono molte frasi che esprimono più la tensione, che l’intenzione. Comprensibilissimo, ma non sufficiente. Perché? Si confrontino le due situazioni: un cittadino normale arrabbiato per il traffico, dunque in tensione, urla un romanesco “mo (adesso) t’ammazzo” ad un altro autista; seconda situazione, quella in questione: un funzionario che comanda alcuni poliziotti ordina di dover spezzare il braccio ai resistenti. La differenza è evidente: il primo non ha per legge il monopolio della forza, non ha armi con sé, non ha nessuno a cui può dare ordini, la sua è dunque una frase, terribile certo, ma priva dei mezzi, a meno che non sia un assassino, per divenire reale, la seconda frase, quella del funzionario di polizia, non è più una frase, ma un ordine nel momento stesso in cui i suoi uomini lo ascoltano, nel momento in cui la pronuncia in servizio, durante un’operazione, nel momento in cui il suo lavoro prevede, a differenza del cittadino, un addestramento alla tensione, che dovrebbe evitare che il monopolio della forza diventi un abuso della forza. Dunque l’immigrato se avesse sentito tale frase, avrebbe avuto ragione di temerne la possibile traduzione nella realtà. Tale funzionario va sanzionato, perché per lui la violazione del diritto è addirittura più grave che la violenza del privato cittadino. Inoltre ci si sta fossilizzando su questa frase e non si è rivolta l’attenzione, ad esempio, al poliziotto che invece va a confortare una donna.

Il secondo episodio è il famoso lancio della bombola vuota di gas da parte di un rifugiato dal balcone del palazzo, mentre in piazza c’era la polizia. E’ stato accertato che non è stato lanciato addosso alla polizia, dunque per ferire od uccidere, ma come monito a non avvicinarsi, dunque una minaccia di violenza, più che una violenza. Questo non toglie che sia grave ugualmente. Gravissimo. Chiunque di noi usasse oggetti più o meno pesanti per esprimere una minaccia ad un poliziotto che sta agendo in nome della legge, commetterebbe un reato, le intenzioni non lo giustificano: l’atto, pur fermo al gesto simbolico e non pericoloso, rimane un atto ostile alle forze di polizia. Un reato.
Dunque, come ad ogni manifestazione, va tristemente constatato che se un reato, come lancio di oggetti contro un poliziotto, o insulti a pubblico ufficiale etc… lo si commette singolarmente, è reato, se lo commettono in tanti si chiama manifestazione, resistenza, diritto alla casa, disobbedienza civile, etc… La massa però non crea diritti, né all’occupazione abusiva, né alla violenza.

Nel ’68 Pasolini difendeva i poliziotti, veri proletari, dagli studenti che facevano le barricate, per la maggior parte figli di papà che giocavano a fare i rivoluzionari per noia. Purtroppo a distanza di cinquant’anni non è cambiato nulla. E Pasolini aveva ragione da vendere. Fra di loro c’è Mario Capanna, rivoluzionario di quegli anni che oggi difende a spada tratta i vitalizi. Oppure pensiamo al sovversivo Francesco Caruso, che è passato dalla barricate alla cattedra universitaria a Catanzaro. Il che è tutto dire. E guardacaso è abbastanza palese una certa contiguità tra alcune ONG, associazioni, convegni, premi giornalistici, finanziamenti… Solitamente chi difende a prescindere i migranti ed è per l’accoglienza senza se e senza ma, non vive i problemi quotidiani dei cittadini che sono a contatto con i migranti ed è per l’abolizione della proprietà privata e delle frontiere, idee criminogene.

Si può allora dire che c’è un colpevole solo e più vittime. Il colpevole è la politica, lo stato, che avrebbe dovuto impedire il crearsi di una tale situazione e non l’ha fatto, costringendo il diritto della legge a scontrarsi con il diritto alla casa dei rifugiati. Eschilo diceva che il diritto lotta contro il diritto, se si riferiva alla politica, si sbagliava. In una democrazia il diritto evita i conflitti, non entra in conflitto, la democrazia è (dovrebbe essere) armonia di interessi, interessi che esprimono dei diritti. Se la democrazia smette di tessere l’ordito, di essere sarta di tutti i fili, come direbbe Platone nel Politico, allora fa emergere l’anarchia, e tra democrazia e anarchia c’è e ci sarà sempre contraddizione.

Infine, se è vero che non ci può essere accoglienza vera senza sufficienti risorse – perché sì, l’accoglienza è una scelta morale, ma una scelta morale senza mezzi per farla come si deve diventa scelta immorale, cecità sulle conseguenze – è però altrettanto vero che in uno stato in cui il diritto lotta contro il diritto, la solidarietà non sarà mai possibile, perché costringe alla lotta, invece che al compromesso, costringe il vinto ad una sopravvivenza illegale e il vincitore ad un abuso, seppur legale. Se gli italiani vogliono rimanere persone morali, devono costruire insieme una democrazia dove non esista questa contraddizione, che non vuol dire accogliere tutti o nessuno, ma accogliere umanamente. Come sempre, la sfida di diventare veramente esseri umani ci ritorna addosso.

‘La fattoria degli animali’ di George Orwell: quando manca il cielo

Tutto inizia con la notte, la dittatura, ogni dittatura inizia con al notte, ogni dittatura è e rimane notte, e inizia con la notte quella imponente metafora della dittatura, sovietica in particolare, che ne è il libro di George Orwell, La fattoria degli animali, romanzo distopico del 1945 che esamina lo sviluppo di un regime popolare di matrice rivoluzionaria violenta.

Il filosofo tedesco Hegel affermava che la filosofia è come la nottola di Minerva, l’uccello che prende il volo di notte, metafora, questa notte, del crollo di un’epoca, della sua stabilità, della sua certezza di essere se stessa, forte, ed eterna: ma tutto crolla e il crollo è la notte dell’esteriore, della materia, e la filosofia, la nottola, spicca il suo volo per preparare nuove certezze, partendo di nuovo da se stessa, dalla propria coscienza. Così ne La fattoria degli animali crolla l’impero di Jones, il Padrone, l’uomo. Tutto inizia, in questo libro, dalla notte dell’uomo. Jones è ubriaco, ed è notte, e gli animali, coloro che sono i deboli non ce la fanno più. –tutto inizia con la notte in una dittatura. Notte, questa è la prima parola, terrificante, del libro di Orwell sulla dittatura, su ogni dittatura, sull’ideologia… notte. La dittatura che non è altro che ideologia, cioè notturno della ragione, che non è altro che oppressione, liberticidio, cioè notturno della volontà. Questa storia, questa metafora, inizia nella notte. Di notte c’è una cosa che si vede meno di altre, ed è la cosa più importante, di notte, una notte senza stelle non si vede il cielo.

La fattoria degli animali: una lettura filosofica

Il primo capitolo de La fattoria degli animali cita Jones ubriaco che rincasa, gli animali che si riuniscono, si cita quell’immensa voragine aperta dalla parola notte, ma nulla si dice delle stelle, le uniche che possono forare il buio, ferirlo. E’ una notte senza stelle, neppure una cometa annuncia che il vecchio maggiore, il maiale che incita alla rivoluzione, sia il Salvatore. L’oriente non bussa alla porta di questa stalla, perché è la porta del pensiero che muore, dell’azione costretta, della parola che si spegnerà. Si urla alla rivoluzione, alla libertà. Il romanzo di Orwell si apre sulla terra, una terra di padroni e schiavi, di forti e deboli, e così come ci si apre, questa storia ci si chiude. Tutto avviene sulla terra, il primo grande assente, la prima vittima di ogni dittatura e di quella russa nello specifico, è il cielo, il divino, ma anche in generale, la capacità, la libertà di ognuno di proiettare i propri sogni, di innalzarsi nella propria interiorità fino a concepire se stesso non più oggetto di ordini, disordini, soprusi, ma come indipendenza. Come ogni futura dittatura, si parte da catene spezzate, da speranze che irrompono, che rivendicano, che gioiscono, che si illudono. Illusione che non è neutra: c’è chi illude e chi viene illuso. Ecco la seconda terribile parola de La fattoria degli animali ma è una parola che non è esplicita, non lo può essere, perché l’illusione è frutto della notte, del buio, illusione è tante parole, è tutte le bugie raccontate, i sogni spezzati, l’aria pesante, la cappa morale, l’ignoranza intellettuale, l’analfabetismo culturale. L’illusione è il sudore che esce da questa storia e dalle storie dei singoli animali dopo la rivoluzione. Perché ogni dittatura nasce con il consenso consapevole di pochi, l’illusione di altri, e l’opposizione dei non illusi, che devono morire.

Morte ecco la terza, ultima parola di questo buio storico, di questo muro da fucilazione della libertà, come una trinità di parole che non termina con la resurrezione e la speranza, ma con la morte e la rassegnazione: la notte non lascia più sorgere il cielo, la libertà, l’illusione convince di averla realizzata, la morte impone l’illusione ai vivi e il silenzio ai dissidenti, morti.

Certo, a volte il cielo sembra apparire, ma è sempre una sua immagine falsa: o illusione dei deboli o propaganda dei forti, perché dove non c’è libertà, non può esserci cielo.
Sia all’inizio che alla fine il corvo, Mosè, parla del paradiso, ma non è un vero paradiso, è una ricompensa materiale, che invece della consistenza di un soffio, eterea come la fede sincera che ad esso crede, difficile, da tradurre nel pensiero per la sua ineffabilità, qui invece il nome del paradiso è Monte Zuccherocandito, vera e propria soddisfazione materiale concessa fintamente all’infelice della terra, all’incatenato sofferente, molto più simile in realtà ai trenta denari di giuda con cui Mosè, corvo prima di Jones poi dei maiali, vende se stesso. Il cielo di notte, ancora una volta, non si vede, il paradiso di notte, non si vede.

Un’aspra critica a tutti i regimi totalitari

C’è poi l’asino, Benjamin, il cinico che la sa lunga, tanto quanto la sua vita, un verghiano che non crede alla sostanza della rivoluzione: la vita sarà sempre fame e miseria, ma questa consapevolezza, che lo mantiene critico, attento, non si traduce mai in rivolta, lui è appunto Verga, non lo schiavo ribelle Spartaco. Vede gli inganni del regime, ma sa che non può farci nulla e al tempo stesso è come se sapesse che anch’esso è transitorio, il cielo non esiste, figuriamoci se può esistere in terra, la rivoluzione è più falsa di Dio. Solo una volta rompe il suo eremo morale e corre per avvertire che stanno per uccidere Gondrano. Ma quest’unica corsa della sua vita, quest’unico slancio non ottiene il successo.
Eccolo infine lui, il cavallo, ma si può dire l’uomo. Il cavallo Gondrano, immenso Gondrano, mille lavoratori sono dentro di lui, tanta è la sua forza fisica e ancora più grande è la forza della sua volontà, ma misera purtroppo è la forza del suo pensiero: non riesce mai ad imparare più di poche lettere dell’alfabeto, ed ogni volta la propaganda del regime dei maiali lo sconfigge, lo crocifigge alla menzogna, lui si sforza di ricordare le leggi infrante, le speranze calpestate. Sembra quasi che la sua onestà e inquietudine a volte stiano per prevalere, ma sono attimi, frammenti, sassi in confronto alla montagna della storia che lo schiaccia. Eppure anche lui è una montagna, trascina pietre fino alla fine, ma in fondo ciò che gli fa esplodere i polmoni non è il peso della roccia, ma della contraddizione, tira il suo carico cercando di raggiungere un sogno che fa sempre un passo indietro mentre Gondrano lo fa in avanti, destinati a non raggiungersi mai, mentre le menzogne che si porta dietro pesano sempre di più. Gondrano in fondo è l’uomo come dovrebbe essere, onesto, lavoratore, ma è anche come l’uomo non dovrebbe essere, cieco, ignorante, fino a diventare un complice onesto del male.

Manca non solo il cielo ne La fattoria degli animali, ma anche la ragione. Kant diceva nella Critica della Ragion Pratica che esiste un regno morale, dei fini, dove gli uomini collaborano e sono esseri morali proprio grazie alla ragione. Ma per esserci ragione deve esserci critica, e per esserci critica deve esserci pensiero, cioè proprio ciò che i maiali non vogliono. La ragione nella storia non è riuscita sempre a imporsi e ancora oggi lotta per farlo, ma spesso è vinta non dalla fede, ma della fede cieca, che è fanatismo. Gondrano crede fanaticamente che Napoleon (il capo dei maiali) abbia sempre ragione. La ragione di Gondrano dorme il sonno dell’ignoranza, dell’onestà cecità.
Ed ecco che alla fine del libro e di queste vite massacrate, anche il passo penultimo, quello prima della morte – quella sì rivoluzionaria, perché liberatrice da tutta quella soffocante libertà socialista – quel passo penultimo che è la pensione e il riposo nel campo destinato al pascolo degli animali anziani, viene rubato della gola alcolista dei maiali, che scelgono di coltivarlo per produrre birra e alcool: non solo il cielo, ma anche l’ultimo gradino prima di giungerci viene rubato dai cuori e dai corpi dei sottomessi della rivoluzione. Non ci si riposerà mai, si passerà dal lavoro alla morte, dalla dittatura che è silenzio della vita, alla morte che è dittatura del silenzio. Per questo La fattoria degli animali è un inno al ragionamento e all’individualismo, sotto forma di favola.

La dittatura non avrebbe potuto tollerare quello spazio vuoto per il pascolo del riposo dei giusti, perché il riposo, la pensione, avrebbe implicato il fermarsi, la sosta dal lavoro e il rischio che il pensiero sorgesse nuovamente non più distratto dalla forza, il rischio che il miracolo dell’uomo libero si facesse spazio tra la nebbie del regime: il miracolo, il cielo, non devono esserci.

E noi chi siamo? Sappiamo che la storia ha dato ragione a Benjamin, nessuno ha mai visto la morte di un asino dice lui, ma l’asino ha visto la morte dei cicli storici: Jones, lo zar Jones è caduto, ma Benjamin è rimasto, ed è ancora vivo alla fine de La fattoria degli animali, quando ormai i maiali della prima ora sono vecchi. La storia ha dato ragione a Benjamin ma la nostra storia non può giustificarlo, perché Benjamin sapeva e non ha fatto nulla, e come diceva John Stuart Mill: «Gli uomini malvagi non hanno bisogno che di una cosa per raggiungere i loro scopi, cioè che gli uomini buoni guardino e non facciano nulla>>, che rinuncino al cielo.

Galline che copiano, ovvero Augias e Galimberti alle prese con le uova al Fipronil

Augias: Secondo te i nostri libri cosa sono?
Galimberti: Sono uova.
Augias: Come?
Galimberti: Prendi due uova, una sana, una con il Fipronil. Mischiale senza guardare.
Augias: Fatto.
Galimberti: Dimmi, quale ha il Fipronil?
Augias: Non lo so.
Galimberti: Esatto!
Augias: Non si vede la differenza.
Galimberti: Noi copiamo così bene, che non si vede la differenza!
Augias: Dunque neanche l’indifferenza!
Galimberti: Sì, non si vede nulla, nessun riferimento al libro copiato, così il libro sembra nostro.
Augias: Però il Fipronil è nocivo, uccide.
Galimberti: Uccide il copiato, non il copiatore. Anzi, il copiatore vive e sopravvive grazie al Fipronil. Ti ricordi la storia delle galline di Orwell ne La fattoria degli animali?
Augias: Sì, si rifiutarono di consegnare le uova, vennero messe a digiuno per punizione, nove di loro morirono, ma le altre si arresero e consegnarono le uova.
Galimberti: Cosa ne ricavi?
Augias: Che gli originali, gli autori, diciamo le galline oneste, senza le nostra fama, le nostre recensioni, i nostri commenti, i nostri contatti, le nostre benedizioni, sono a digiuno, muoiono, se vogliono vivere devono consegnare a noi la loro opera.
Galimberti: Giusto.
Augias: Quindi noi vorremmo essere galline?
Galimberti: No!! Siamo più furbi, perché tutti credono che le uova siano nostre, ma è a loro, agli autori-gallina, che brucia il culo.
Augias: Allora noi chi siamo?
Galimberti: Il Fipronil!

Sherlock Holmes, John Watson e i disastri di Roma

Tassista: Entri dottò, welcome dotto’, salga.
Sherlock: What the meaning of dotto’?
Tassista: Dottò, Mister, come dite voi, ve possino!
Sherlock: Non voglio entrare, voglio sapere come arrivare a Roma da Ciampino con i mezzi pubblici.

In un istante si fece silenzio per tutto il piazzale dell’aeroporto e poi un’immessa, uniformemente diffusa risata…

Tassista: Dottò, ma scherza, mica sta a Londra qui, quali mezzi! Ci sono per carità, ma ci vuole un’ora e mezza, meglio due per arrivare, con me in taxi ci mette venti minuti dottò, saga, le faccio prezzo fisso turistico, 30 euro.

Watson: Sherlock non ti fidare.
Sherlock: John vuoi davvero metterci due ore per arrivare, dobbiamo raggiungere la sindaca, ci ha ingaggiati e non voglio farla aspettare.

Una volta saliti…

Watson: Allora Sherlock, vuoi dirmi cosa vuole da noi la sindaca?
Sherlock: Deve parlarci dell’acqua e dei mezzi pubblici.
Tassista: Mi scusi se mi intrometto dottò, avete detto acqua? Siete i nuovi vertici di ACEA?
Sherlock: A che?
Tassista: ACEA, la società che gestisce l’acqua, sa da noi c’è siccità?
Sherlock: Sì, mai io vedo le fontanelle aperte e l’acqua che scorre.
Tassista: Ma che c’entra dottò, a noi non manca l’acqua da bere, ci manca quella su cui bere, anzi mangiare, non ce n’è più da sprecare e questo è un guaio dottò.

Sherlock: Non dovrebbe essere il contrario?
Tassista: Dovrebbe, ma a Londra, mica qua.
Sherlock: Senta scusi comunque aveva detto 20 minuti ed è da quaranta che stiamo qui, se lo avessi saputo prima avrei preso UBER.

Il tassista inchioda: A bello, te senti quarcuno perché parli latino? E poi perché vorrebbe UBER, è tutta una truffa, loro ci truffano: fanno di tutto per fa pagare meno i cittadini, così quelli non prendono più il taxi… non è una truffa?
Sherlock: Si chiama libero mercato.
Tassista: E’ una truffa appunto, noi ci mangiamo sui cittadini, UBER vuole mangiare grazie ai cittadini, è una truffa nei nostri confronti.

Tassista: Come no dottò, riparto subito.
Watson: Comunque perché allora i romani non prendono i mezzi pubblici?
Tassista: Perché non funzionano, vede dottò, l’ATAC è la società che gestisce i mezzi pubblici a Roma, ma ogni giorno un terzo degli autobus è rotto e non si può riparare, il 12% dei dipendenti è sempre assenteista, almeno un quarto dei dipendenti sono raccomandati e inutilmente in organico e i cittadini non pagano alcun biglietto, che comunque i controllori che non ci sono non controllano e quelli che ci sono neanche.
Sherlock: E nessuno fa niente.

 

Tassista: Chi potrebbe asseconda così ci mangia pure lui, e se provasse a fare qualcosa… beh c’è il sindacato. Voi ce l’avete il sindacato dottò? Nessuno li può toccare i dipendenti pubblici?
Holmes: Sì l’abbiamo ma non mi pare funzioni così da noi.
Tassista: Eccoci qua, dottò guardi che bello il Campidoglio.
Intanto Watson scende di corsa e vomita.
Holmes: Ma che ti prende John?
Tassista: Non si preoccupi, sono le buche, gli hanno fatto male allo stomaco.
Holmes: E non le riparate?
Tassista: Sì, ma poi se rompono perché ce mettemo il peggio asfalto, così se rompe subito e richiamano gli stessi per rifarle di nuovo, ingegnoso vero dottò?
Watson: Non è il termine che avrei usato.
Tassista: Comunque so 60 euro.

Sherlock: Come 60? Aveva detto 30!
Tassista: Sì infatti 30 per due fa sessanta.
Watson: Lei aveva fatto capire trenta in totale.
Tassista: E mica l’ho detto dottò e vi ho raccontato i mali de Roma, la sindaca cor cazzo che ve li diceva tutti interi. Famo sessanta e passa la paura.
Watson: Ma è una truffa!
Tassista: Benvenuto a Roma dottò. – e se ne va.
Watson: Sherlock secondo te dov’è allora l’acqua?
Holmes: La raggi è convinta che i romani o i poteri forti l’abbiano nascosta, una specie di complotto per metterla in cattiva luce

Watson: Un complotto? Come quello dei frigoriferi?
Sherlock: Corretto Watson.
Watson: Strano questi romani.
Holmes: Sì, un inglese non lo farebbe mai, nascondere l’acqua, come potrebbe mai farsi il tè in tal caso?
Watson: Sherlock credo che a Roma non bevano il tè caldo alle cinque, vista anche la temperatura.
Holmes: Lo bevono nel deserto, perché non dovrebbero berlo qui?
Watson: Beh il deserto qui ancora non c’è.
Holmes: Dai tempo alla Raggi, vedrai che riuscirà a crearlo, so che chi ci stava prima di lei aveva già dato il via e fatto più della metà dell’opera.
Watson: L’ho sentito anch’io, quindi cosa si fa Sherlock, dobbiamo dire la verità alla Raggi?
Intanto arrivati dalla sindaca…
Holmes: Allora sindaca, lei mi ha detto che non avete acqua, ma continuate a sprecarla, da dove la prendete?

Raggi: Da bracciano, beviamo quella degli altri.
Holmes: Deve avere un sapore amaro…
Raggi: No no è acqua dolce!
Watson: Intendeva metaforicamente.
Raggi: Ah… certo.
Holmes: Non potreste riparare le tubature, chiudere le fontanelle?
Raggi: Dottor Holmes, la prego, qui è a Roma, a Roma tutto si mangia, io vorrei capire non dove finisce l’acqua che sprechiamo da sempre, ma come mai è finita la possibilità di mangiarci sopra.
Holmes: Berci… Quindi non farete nulla per rivoluzionare la situazione.
Raggi: Scherza? I poteri forti non me lo permetterebbero.
Holmes: Allora perché aveva promesso di farlo?
Raggi: Ma le promesse sono come l’acqua appunto, le bevono tutti, e puoi sprecarle quanto vuoi, purtroppo poi è arrivato questo caldo, comunque raddoppieranno l’acquedotto del peschiera.
Watson: Ci vorranno anni e in ogni caso lo sapevate da aprile almeno che ci sarebbe stata questa siccità, anzi da anni si sa che il clima è cambiato.

Raggi: Lo sapevano anche prima di me.
Watson: E quindi? Tutti sanno e nessuno agisce?
Raggi: Hanno agito tutti mi creda, comunque mi pare di capire che la sua famosa scienza della deduzione non è stata in grado di capire dove trovare altra acqua, né gli assentisti dell’ATAC?
Sherlock: Le lascio questo numero, è quello dei taxi di Roma, chiami, le sapranno dire tutto.
Raggi: Tutto?
Sherlock: Tutto… anche che il sindaco sarebbe lei.

 

 

Pennac e Maupassant discutono della crisi idrica a Roma con Virginia Raggi

Bar del campidoglio. Pennac: Vede dottor Maupassant…, ma intanto ordini, cosa prende?
Maupassant: Un bicchiere d’acqua grazie
Il cameriere ne porta uno più un altro riempito quasi a metà.

Maupassant: Ne avevo chiesto uno solo!

Infatti, l’altro lo devo sprecare, guardi lo rovescio subito
Maupassant: Ma che fa?!

Vede dottor, è proprio questo il problema, a Roma sprechiamo una marea di acqua, mi serve un capro espiatorio
Maupassant: Non fareste prima a conservarla meglio
Sì da trent’anni è così, ma se le cose funzionassero non ci avrebbero potuto mangiare
Pennac: Bere oserei dire, e lei sindaca non beve?

Virginia Raggi: Io grazie, non per ora no, ma hanno bevuto tutti quelli intorno a me per ora, Marra, Romeo, altri non riuscivano a farli smettere di bere, quindi se ne sono andati

Maupassant: Ma non capisco cosa posso fare io per lei…
Ho letto un suo libro, Il paradiso degli orchi, con il protagonista Benjamin Malaussene che fa il capro espiatorio, addetto agli uffici reclami dell’azienda, ecco io vorrei apparire come capro espiatorio, dato che io qui da solo un anno
Pennac: Quindi cosa dovrei fare?

Raggi: Scrivere un romanzo, in cui fa capire che si parla di me, di noi, i 5 stelle, che siamo utili per far sembrare solo noi colpevoli della situazione
Pennac: Magari lo siete anche voi, poco, proporzionati ad un anno di governo cittadino
Forse, ma di questo non so nulla
Pennac: Del governo cittadino
Certo, allora può scriverlo
Pennac: Ma lei ha letto davvero il libro, perché nel libro il protagonista cerca di affrancarsi da quella condizione
Raggi: Certo ma non le vede le affinità, io sono come Benjamin un capro espiatorio, come lui anch’io ho delle “bombe” come ATAC e ACEA e AMA tra le mani..
E per affrancarsi cosa fa?

Raggi: Dopo solo un anno cosa posso fare…
Da quanto sapeva che il rischio assenza d’acqua c’era per Roma
Non centra nulla lo sapevano anche gli altri”

Maigret, la serie tv: l’idea di una giustizia compassionevole

Mr. Bean torna sotto forma del commissario Maigret nato dalla penna di George Simenon. Torna perché c’è la stessa malinconia di fondo di Rowan Atkinson. Questo nuovo Maigret interpretato da Atkinson pone lo spettatore, assettato di velocità seriale, plasmato da episodi prodotti con il fordismo industriale, in una nuova dimensione della giustizia: quella della compassione.

Tutto comincia, più che con gli omicidi, con la compassione che Maigret ne prova, chino sulle vittime, sulle loro vite spente, non semplici corpi, comune e ormai inerte materia, ma vite spente, ormai concetti su cui riflettere, anime su cui piangere, così questo Maigret immensamente malinconico vive la sua professione. In una scena di intensissima drammaticità, il commissario così potentemente umano decide di seguire il corpo della vittima, già morta, come se fosse una Beatrice dantesca che deve assicurarsi l’accesso in Paradiso del defunto innocente.

Compassione che ritorna significato letterale, quando addirittura sostituisce la vita della vittima insieme alla propria moglie per tendere una trappola ai colpevoli, ma nel farlo l’immedesimazione assume i tratti di una capacità di entrare dentro la vita del sostituito e farne proprie le esigenze, i desideri, le speranze, i dolori.
La sua è una giustizia lenta, mai urlata, gli episodi ne sono l’espressione, lunghi un’ora e mezza circa. Che significa giustizia lenta? Significa che il suo procedere, le sue indagini, possiedono non la forza delle armi, il grido eclatante dell’azione muscolare e audace. Non c’è mostra di spettacolarità, quanto triste e inesorabile attuazione delle misure della dea bendata. Questo Maigret vive in lunghi silenzi le sue riflessione sulla condizione umana, sul senso di ciò che accade. Tutto qui è interiore, le stesse armi, poco usate, sono nascoste in quei grandi cappotti da uomo, come se fossero sentimenti che il pudore e la compostezza di un tempo impongono di celare, di utilizzare con taciuto dolore, taciuto, ma vissuto. Lenta la giustizia si diceva, perché il male impone profonda e attenta riflessione.

La compassione è il principale motore di questa giustizia lenta ma inesorabile, efficace, definitiva, seppur non esauriente sulle domande umane circa il dolore e il male. Compassione che Maigret prova per la vittime e i colpevoli, arrivando fino a far portare i fiori nella stanza dell’assassina, perché aveva appena partorito: era una madre con suo figlio e la stanza era fredda, i fiori l’avrebbero resa più umana. Un procedere lento, i morti stessi sembrano lenti ad andarsene, trattenuti in questo mondo dalla malinconia di Maigret che non accetta mai definitivamente l’ingiustizia della loro condizione di vittime innocenti, nulla passa dunque, al contrario del pantha rei classico, qui c’è un parmenideo immobilismo, un’impassibile resistenza della vita, che eternizza i morti non nell’aldilà, ma nella tristezza del vivo Maigret, nell’attesa della giustizia da riportare. Solo in un momento sembra perdere l’amore per l’uomo: di fronte ad un giustificabilissimo vigliacco, che balbetta titubante le informazioni per paure di essere ucciso, solo di fronte a queste esitazione Maigret diventa duro, ma lo fa per la giustizia che è al di sopra anche di lui, lenta sì, ma che non ammette ostacoli, la giustizia che tutto oltrepassa e su tutto cala, in questo mondo in cui la violenza non può essere evitata ma “giustiziata”. Maigret non è altro allora che il braccio di questa compassionevole giustizia, vestita con abiti umani, piena di malinconica comprensione, triste disincanto e immensa moralità. Questa serie ha poco a che fare con il thriller, ci porta su un piano metafisico, è filosofia della giustizia, è religione.

I dialoghi di Maigret con i colpevoli sono quasi monologhi, non su che cose sia giusto, ma su quanto sia ingiusto quello che i colpevoli hanno fatto, in un elenco di colpe che ricorda una litania epica, un’epica della morte ingiusta, che ricorda i canti omerici sulla guerra di Troia e la tristezza della morte che aleggia sui guerrieri.
L’ambientazione non è che l’espressione materiale di questo visione, vissuta con gli abiti che solo la sua epoca sapeva portare con compostezza ed eleganza, sempre in giacca e cravatta, sempre con il cappotto, non quello alla moda di Sherlock, attillato dalla vanità, o quello ampio, ma trasandato di schiavone, simbolo di umanità nichilisticamente sgualcita, ma quello comodo e soprattutto semplice, come l’umanità dovrebbe essere, che indossa ancora il cappello, alla cui ombra sembra nascondersi la malinconia di questo Maigret. Abiti in cui correre è difficile e anche non voluto, proprio perché qui la giustizia si attua sussurrando la forza, più che imponendola; giustizia che porta con sé la consapevolezza che il bene, nella sua calma superiorità, ce la farà. Si corre, forse, ma mai Maigret, si spara, ma mai Maigret, si vince, e vince sempre Maigret, vince sempre la giustizia e la compassione.

Le musiche sono funzionali a questa espressione malinconica, non c’è mai la musica gloriosa della vittoria napoleonica, mai quella cadenzata dell’azione in corso, ma sempre quella lenta e nostalgica del mondo come avrebbe dovuto essere… più giusto, e che con Maigret almeno sarà meno ingiusto.
Maigret è malinconico come una poesia nata dall’infelicità, e soprattutto è giusto come solo la forza della compassione riuscirebbe ad essere. E’ il primo poliziotto a dirci che giustizia e saggezza sono la stessa e identica virtù.

Enzo Biagi intervista Fantozzi, che ormai lo ha raggiunto, sul libro ‘Avanti’ di Renzi

Titolo della puntata di Biagi: Scrivere un libro fa di Renzi uno scrittore? Ospite il ragionier Ugo Fantozzi

Biagi: Fantozzi si segghi la prego.
Fantozzi: Chi? Ioooo?
Biagi: Sì lei Fantocci, venghi, non temi nulla, avanti.
Fantozzi: Allora mi sedio, segghio, siedo.
Biagi: Bene, allora, io sono Enzo Biagi.
Fantozzi: Megacapo direttore di qualcosa?
Biagi: Di nulla, volevo commentare con lei questo nuovo scrittore, Renzi, pubblicherà Avanti.
Fantozzi si alza.
Biagi: Ma che fa, Fantocci? Si segghi, la prego.
Fantozzi: No, vado avanti mi ha detto, no, mi sedio di nuovo allora.
Biagi: Lei lo conosce l’autore?
Fantozzi: Chi?
Biagi: Renzi.

Fantozzi: Pina aiutami ti prego.
Filini interviene: Ma certo che lo conosce, glielo dica ragioniere.
Fantozzi: Ma Ingegner Filini non mi metti in mezzo, la prego.
Filini: Ma su, avanti, glielo dichi, certo che lo conosce, e l’ha sempre votato.
Biagi fa una faccia…
Fantozzi: Votato? No no.
Biagi continua a fare una faccia…
Fantozzi: Allora sì… – poi si arrende – non mi guardi così, la prego.
Biagi: Su Fantocci, mi dica cosa pensa di Renzi. Lei è stato scrittore, Fantocci è un personaggio letterario prima che televisivo, Fantocci nasce di carta, Fantozzi è il romanzo che ha mostrato noi italiani per quello che siamo.
Fantozzi: Ridicoli?
Biagi: Tipo l’autore di Avanti. Su, Renzi è uno scrittore?
Fantozzi: Renzi è uno scrittore e lo sa perché? Perché chi scrive dice cose vere, anche se forse mai accadute, Renzi fa uguale. Racconta, dice cose giuste, poi non le fa, o le fa diverse, o male, o anche le fa come aveva detto, questo è il punto che lo rende simile a me: dice, ma che poi faccia dopo o abbia fatto prima, non conta più.
Biagi: Quindi sarebbe simile a Fantocci?

Fantozzi: Esatto, all’italiano Fantozzi. Fantozzi vorrebbe essere più di quel che è, sia umanamente che lavorativamente, ma è egli stesso causa di ciò che è, ha sposato Pina, ma chi lo obbligava? Si lamenta del posto di lavoro ma perché non lo cambia? L’italiano non cambia anche quando può, finora almeno è andata così. Per questo siamo un popolo che merita e vuole uno scrittore al potere.
Biagi: Ma non capisco, quindi lo stima o no come scrittore?
Fantozzi: Ho detto che è uno scrittore che è italiano come me e gli altri e che gli italiani ne ridono per condivisione, non per estraneità. Renzi e Fantozzi sono la stesa cosa.
Biagi: Quindi cosa direbbe oggi Fantozzi a Renzi?
Fantozzi: Gli direi che alcune proposte del suo passato governo erano… delle cagate pazzesche!

92 minuti di applausi da parte di Biagi.

Italo Svevo ‘analizza’ il ministro dell’istruzione Valeria Fedeli dopo che è stata colpita in Parlamento

Svevo: Allora, come si sente?
Fedeli: Mi sembra di vedere cose non vere?
Svevo: Tipo la laurea?
Fedeli: Come scusi?
Svevo: Sa, è tipico, lei ha preso un pugno in faccia.
Fedeli: No, ma la laurea me la sono inventata prima del pungo, non c’entra nulla.
Svevo: Ah ok, quindi era consapevole di inventarsela?
Fedeli: Sì, sì, certo!

 

Svevo: Allora lei sta bene, al massimo soffre di falsità, ma niente di grave per il suo mestiere, la politica, anzi è ottimo.
Fedeli: Grazie, allora posso andare. Non mi prescrive nulla? Non devo prendere nulla?
Svevo: Ma, magari alla fine la laurea se la prenda.
Fedeli: Ah, che ridere dottore… a proposito ma lei è il dottor…?
Svevo: Svevo, Italo Svevo.
Fedeli: Quello che ha scritto… come no, la Coscienza di Svevo, è lei?
Svevo: La coscienza è di Zeno, Svevo sono io, l’autore.
Fedeli: Ah ho capito!
Svevo: Crede? In realtà mi chiamo Aron Hector Schmitz.
Fedeli: Tirolese?
Svevo: Di Trieste.
Fedeli: Si appunto, in Tirolo.

Svevo: “Mamma mia, neanche le elementari ha, altro che laurea”. Comunque qualcosa in realtà gliela prescrivo, un libro.
Fedeli: Sì, mi dica, ma, la prego, non mi faccia leggere quelli dal Fatto Quotidiano, tipo Freud, Marx, Schopenauer, Nietzsche, non li sopporto, sono faziosi.
Svevo: Del fatto quotidiano? Loro!?
Fedeli: Sì, non scrivono sul Fatto?
Svevo: Direi di no, loro mi hanno influenzato molto, più come metodologie che ideologie.
Fedeli: Forse mi confondo.
Svevo: No, non è confusione, mi creda, è ignoranza.
Fedeli: Reversibile dottore?

Svevo: Alla sua età è difficile, ma si legga questo: La coscienza di Zeno.
Fedeli: Lei si crede tanto normale? Tanto superiore a me dottore?
Svevo: Normale? Per nulla! Il diverso, l’ammalato, lo scrittore, sopravvivono al sistema, si ammalano pur di salvare se stessi dall’omologazione, resistono e si salvano, si rendono letterari, vivi. La letteratura è l’unico modo di vivere senza perdersi nella società alienante. Lei non è più diversa, ammalata, lei falsifica un curriculum per diventare senatrice e ministra e non la cacciano dopo che la scoprono, lei è il potere, il sistema, lei non è per nulla malata, per questo forse è perduta.
Fedeli: Sa che c’è dottore, il libro lo leggo, ma lei non mi vedrà più, visto che mi ha detto che sono normale in questo modo.
Svevo: Allora senza saperlo farà come Zeno, che si autoproclama guarito.
Fedeli: Addio!

E invece due giorni dopo…
Fedeli: Dottore, dottore, dottor Zeno!
Svevo: Svevo, ministra, Svevo.
Fedeli: Sì, sì, ho letto il libro.
Svevo: Come si sente?
Fedeli: Vorrei sapere, secondo lei come mai ho mentito nel curriculum?
Svevo: Perché aveva bisogno di sentirsi sana, come scrivo nel romanzo, convincersi di esserlo è l’unico modo per esserlo davvero.
Fedeli: Quindi fingevo con me stessa, ma non è grave!
Svevo: Beh, ha finto anche con milioni di cittadini, è più grave.
Fedeli: E il pugno? Perché mi è arrivato il pugno?
Svevo si avvicina e la colpisce con un pugno fortissimo in faccia.
Fedeli: Perché l’ha fatto?
Svevo: Ah – sospira soddisfatto – ora capisco perché gliel’hanno dato.

Al telefono con Eugenio montale, autore di Un omaggio a Svevo…
Svevo: Eugenio, ciao.
Montale: Ciao Italo, come va?
Svevo: Ho dato un pugno alla Fedeli! Mi sento liberato!
Montale: Sei il solito malato.
Svevo ride: E’ quello che volevo sentirmi dire.