Sulle stile di Tommaso Landolfi: sinuoso e avventuroso

Tommaso Landolfi scrive e pubblica negli stessi anni di Giuseppe Dessì. Anche lui è un autore poco conosciuto dal grande pubblico, complice il carattere schivo. Nasce a Pico, in provincia di Frosinone, e perde la madre in tenera età. Si laurea in letteratura russa a Firenze, discutendo una tesi sulla poetessa Anna Achmatova, ed ha modo di entrare in contatto con un ambiente letterario molto ricco, e ciò influisce molto sul suo modo di scrivere: egli inizia la sua attività letterario durante il ventennio fascista, periodo molto “chiuso” a causa dello stretto contatto con le letterature straniere.

Nel capoluogo toscano Landolfi collabora a diverse riviste letterarie, come Campo di Marte e Letterature. Il demone del gioco è al centro della sua produzione letteraria, così come della sua vita, e anche la vanità umana. Salvo brevi soggiorni all’estero, si sposta prevalentemente tra Roma e Firenze.

Ha un’esistenza appartata, lontana dai salotti intellettuali e mondani, ma nonostante ciò viene a contatto con molti intellettuali, tra cui lo stesso Calvino, che ne curerà un’antologia nel 1982. Anche Carlo Bo ci fornisce molte informazioni su Landolfi, definendolo un personaggio avvolto nel mistero, privo di una posizione politica. Nel 1963 vince un premio letterario, il premio Montefeltro. Nel 1975, lo scrittore ottiene il massimo riconoscimento della sua carriera artistica: con A caso vince infatti il Premio Strega.

Landolfi si ammala, complice anche il clima umido di Pico, e cerca sollievo nelle località liguri di San Remo e Rapallo. Si spegnerà a Ronciglione (Viterbo) l’8 luglio 1979. Il patrimonio letterario lasciato in eredità diviene oggetto di continuo studio e di riedizioni, a opera di Idolina Landolfi. La figlia di Tommaso, si occupa per tutta la vita della cura e della promozione dei testi paterni, fondando nel 1996 il Centro Studi Landolfiano.

Dello scrittore «molto bello e molto pallido» (Natalia Ginzburg) ormai non si può non parlare negli educati circoli dei letterati italiani, e questo rende Tommaso più antipatico di quanto non lo fosse (davvero) quand’era ignoto, ignorato e desideroso di esserlo. Per questioni di diritti Landolfi non fece parte del mucchio selvaggio: lo sostituii con il più algido Federigo Tozzi. Successivamente, i diritti sono venuti al pettine: l’editore Adelphi ha pubblicato Viola di morte (2011), la prima raccolta poetica di Tommaso, edita nel 1972, a cui seguì, nel 1977, in quanto «grave e terribile seguito» (parole sue), Il tradimento (ora Adelphi, 2014), libro ben più bello (che tra l’altro, per quel che conta, ottenne un premio Viareggio).

Italo Calvino paragona l’attività letteraria landonfiana a quella degli scrittori francesi di fine ottocento, mentre Carlo Bo ha più volte dichiarato che Landolfi, subito dopo d’Annunzio, è il primo scrittore in grado di giocare con la lingua italiana. Molti altri critici, hanno associato il macabro presente il Landolfi, a quello dell’autore Edgar Allan Poe.

Lo scrittore toscano ha saputo giocare con la lingua, plasmando le regole della grammatica a suo piacimento, e nei suoi scritti la tradizione, celebrata con periodi sinuosi e formalmente impeccabili, si alterna alle più originali sperimentazioni che, per la loro natura sorprendente e provocatoria, sembrano quasi voler sfidare le risorse della lingua. Le parole per Landolfi sono vive: saltellano gioiose da un periodo all’altro, sempre alla ricerca di nuove avventure.

I temi delle sue opere spaziano dal fantastico al grottesco, dall’insolito al raccapricciante, dall’illogico all’assurdo. Il suo profondo scetticismo verso il reale si esprime nell’arte con il ricorso al gioco e allo scherzo, che mettono in campo un’ironia dissacratoria e inarrestabile. Della quotidianità, i suoi testi valorizzano gli aspetti stravaganti e onirici.

I critici hanno finito per definirlo un surrealista, per via della sua indifferenza verso il clima politico degli anni della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene la definizione sia indubbiamente semplicistica, alimentata in gran parte dal netto contrasto fra il suo atteggiamento disinteressato e il tenace attivismo di diversi suoi colleghi, qualcosa di vero c’è: come molti altri artisti, infatti, si sentiva estraneo al suo tempo, giudicato come oscuro e, a tratti, perfino incomprensibile.

‘Racconto d’autunno’ di Tommaso Landolfi. Il rapporto impossibile tra sfondo resistenziale e sfera del fantastico

Il romanzo Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi è stato pubblicato nel 1947 a Firenze dall’editore Vallecchi, ed era stato scritto l’anno precedente nella villa familiare di Pico, luogo di nascita dell’autore. A livello autobiografico la vicenda potrebbe rappresentare il difficile rapporto di Landolfi col padre e la morte prematura della madre, ma soprattutto il suo rapporto con la guerra, durante la quale Landolfi fu incarcerato per attività antifascista e la sua casa di famiglia “sventrata”1 dalla guerra come la villa del Racconto.

Racconto d’autunno: tra storia e fantasia

A livello di testimonianza storica, quindi, il romanzo si ambienta nel contesto della Seconda guerra mondiale, e le vicende si situano nel tempo della guerra, ma il Racconto tratta solo marginalmente di vicende belliche, mentre il combattente (protagonista del romanzo) vive le vicende che lo segnano di più non in battaglia, ma dentro il rifugio della villa, in cui si inseriscono elementi appartenenti al genere del fantastico: Maria Antonietta Grignani ha pensato che Racconto d’autunno potesse rappresentare “il rapporto impossibile tra sfondo resistenziale e sfera del fantastico”.

In particolare, si può suppore una volontà di rifacimento da parte dell’autore del genere del romanzo gotico e romantico, pervenendo però a fatti e ambientazioni vicini al surreale. Tuttavia, dato il contesto realistico, è possibile che Racconto d’autunno abbia dei legami con il coevo movimento del Neorealismo, i cui romanzi erano ambientati in contesti di resistenza e guerra partigiana, anche se Landolfi si volle distanziare da questo movimento, presentando piuttosto tematiche perturbanti e inattuali.

Nonostante il fatto che l’ambientazione nell’avvio del romanzo sia realistica, le circostanze temporali e storiche rimangono volutamente nell’indeterminato: è presente lo spettro di una guerra, sia nell’iniziale ricerca di un rifugio da parte dell’uomo (<<due eserciti si scontravano sul nostro suolo […] coloro che ne avevano la possibilità si erano organizzati per una resistenza armata o
addirittura per l’offesa, altri resisterono almeno passivamente alle imposizioni degli invasori, altri infine badarono soltanto a togliersi dal folto della mischia” dove gli invasori corrispondono ai tedeschi>>), sia nella tragica conclusione della morte della ragazza.

Se dovessimo collocare il Racconto d’autunno in un genere letterario dovremmo tenere conto della volontà di Landolfi di inserire in un contesto realistico elementi sovrannaturali e tinte fosche e di concentrarsi soprattutto su aspetti perturbanti e di mistero della vicenda; questa commistione di aspetti mi ha fatto propendere a pensare che Landolfi si sia voluto avvicinare a un rifacimento del genere gotico ottocentesco.

La presenza di una iniziale ambientazione realistica della storia, potrebbe accostare il romanzo alla categoria critica di “fantastico d’imposizione” formulata da Francesco Orlando in Il soprannaturale letterario, che riscontrava in molti testi novecenteschi elementi sovrannaturali che si impongono al lettore fuori da un contesto tradizionalmente fantastico (fiaba, mito, epica), ma immersi in un contesto ordinario e realistico, come quello di Racconto d’autunno. Il romanzo presenta tuttavia, numerosi riferimenti e topoi danteschi e mitologici.

La solitudine di Landolfi

Per tutta la vita Landolfi si sentì un uomo fuori dal suo tempo, un aristocratico borbonico nato in un tempo non suo, il Novecento, di cui volle dare un punto di vista inattuale, anche nelle scelte linguistiche e lessicali, aventi la funzione di un rifugio rispetto alle mode e ai movimenti letterari del suo tempo, per questo definita “lingua pelle”.

L’intera narrazione è pervasa da un’ossessione descrittiva; questa ipertrofia descrittiva non ha però la funzione di chiarificare quanto descritto, ma di renderlo più vago e a volte labirintico, come nel caso della descrizione della casa, vero e proprio labirinto, di cui invano il protagonista tenta di afferrare l’interezza.

Il periodare, infatti, ha un andamento piuttosto ampolloso e ricercato, di sapore ottocentesco, caratterizzato da una maggioranza di frasi ipotattiche, lunghe, complesse, che presentano spesso incisi, alternate a frasi brevi, anche di una sola parola, nei momenti di maggior effetto o tensione. La prima parte si presenta come più ampollosa, digressiva e caratterizzata dal dialogo interiore, fino al climax, dopo il quale, nella seconda parte, sono presenti più dialoghi.

Le scelte lessicali sono quasi manieristiche, in stile arcaizzante e ottocentesco: si evidenziano parole antiche fuori dall’uso comune (“scalpiccio”,” zolfanello”, “fucile a focone” “strenna francese”, “pugnale o stocco damascati”, “doppieri d’argento”, “zoppa consolle”, “amoerro”) o in forme desuete (“laberinto”, “Affrica”). Nel complesso le scelte lessicali di Landolfi, spesso ossessivamente ricercate e
manieristiche, sono state definite come quelle di “un autore novecentesco, ossessionato fino alla nevrosi dalla insufficienza e opacità del mezzo linguistico rispetto a un’intangibilità del reale.

 

BIBLIOGRAFIA

Tommaso Landolfi, Opere, I, 1937-59, Rizzoli, Milano, 1991.

Francesco Orlando, Il soprannaturale letterario, Einaudi, Torino, 2018.

Maria Antonietta Grignani, L’espressione, la voce stessa ci tradiscono. Sulla lingua di Tommaso
Landolfi, Bollettino ‘900, 2005.

 

Addio alla scrittrice Alice Munro. Il narrare breve da Nobel

La scrittrice canadese premio Nobel nel 2013 Alice Munro è scomparsa il 13 maggio scorso in Ontario. Ha dato una dignità ad un genere letterario che veniva considerato inferiore: la short stories, il racconto breve. Non ha mai scritto romanzi, solo racconti (lunghi o brevi), un genere estremamente utilizzato nei paesi anglosassoni.

Dentro il racconto, Munro, che ha abbandonato la letteratura dopo il Nobel, ha saputo combinare alto mimetico e basso mimetico (caratteristica che ben si nota nelle frasi e nelle parole che la scrittrice usa). Il fatto raccontato è come se appartenesse all’inizio della letteratura.

Munro usa parole dense, profonde, ma spesso poco chiare quando racconta storie sulla (sua) società presbiteriana. Nel racconto “The Office” ad esempio, parla di come volesse condurre la vita di suo marito, avere un ufficio dove potersi rinchiudere e lo fa usando delle sequenze fotografiche, avvalendosi di un linguaggio visivo, perché è da uno scatto, da una immagine che si può trarre una storia. Per Munro infatti sia la fotografia che il racconto sono un frammento della totalità.

Rendendo il Canada una regione letteraria, Alice Munro è votata alla riflessione di un vuoto nella storia, un senso di perturbante, qualcosa di represso che è tornato alla superficie, ma che non si sa cosa sia perché avvolto nelle tenebre. Nei libri dell’autrice canadese vi sono fantasmi, la paura di raccontare, un senso di colpa legato alla colonizzazione del Canada.

I suoi racconti ci rendono testimoni della storia, ad esempio, di una donna contenta di se stessa per aver rubato delle cose, destabilizzando il lettore che si ritrova davanti un personaggio che non si pente di ciò che ha commesso; accoppiano ciò che è del tutto non accoppiabile, paragonano l’imparagonabile (“matches the unmatcheble”), come avviene magistralmente in The picture of the ice, dove un semplice e piccolo episodio consta di riferimenti con fatti importanti, momenti fondamentali della letteratura.

Jonathan Franzen, sosteneva che i racconti di Munro assomigliassero a tragedie classiche in prosa, costituiti da due elementi tragici: felicità e rovina. La parabola che si viene a delineare nei tre racconti è sempre più discendente, fino ad arrivare al punto di non ritorno; è ciò che avviene nei racconti “Fatalità”, “Fra poco” e “Silenzio” dove probabilmente l’autrice dà il meglio di se insieme a “Danza delle ombre felici”, sebbene venga ricordata maggiormente per opere come “Nemico, amico, amante… e “La vita delle ragazze e delle donne”.

Un’esploratrice della psiche umana, un’amante del realismo, una rabdomante del quotidiano, non una semplice narratrice di universi femminili come vorrebbe una certa vulgata dei nostri tempi.

 

Fonte: L’identità quotidiano

 

 

Un libro per Paola Cortellesi e co.

Solitamente i premi cinematografici sono vincenti perché in un modo o nell’altro fanno presa anche su coloro che del cinema non sono appassionati. Tuttavia la premessa per l’edizione 2024 dei David di Donatello (come è stato per gli Oscar del resto) è che la familiarità degli spettatori più o meno consapevoli con determinati film sia aumentata e si riscontra una diffusa familiarità con molti film grazie alla pubblicità dei media.

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‘Mente Occhi Cuore’, presentata la versione inglese della silloge poetica di Giuseppina Irene Groccia

Di recente, la casa editrice IWA Bogdani ha presentato al pubblico la versione inglese del libro “Mente Occhi Cuore” di Giuseppina Irene Groccia, grazie alla cura e alla traduzione del professor Jeton Kelmendi.

Fin dalla sua prima pubblicazione, questa opera ha generato un impatto positivo e di successo presso il pubblico. Pubblicata nella sua lingua originale nel 2022, è stata insignita del prestigioso premio letterario Antica Pyrgos nel novembre 2023.

Il libro origina nella lingua italiana come un’opera artistico-letteraria dove ogni linea tracciata risplende di un’eleganza avvolgente. Attraverso un affresco meraviglioso che fonde immagini e parole, l’artista ha inteso stimolare riflessioni profonde e intime, mettendo a nudo la propria anima.

L’opera, originariamente tradotta in albanese dalla scrittrice e poetessa Anila Dahriu e curata per la pubblicazione da Roland Lushi, editore della casa editrice albanese ADA con sede a Tirana, ritorna alla luce in una nuova lingua grazie all’impeccabile lavoro di traduzione di Jeton Kelmendi, scrittore, saggista, docente universitario, editore, giornalista e Presidente di IWA “Pjetër Bogdani”, un’associazione internazionale di scrittori con sedi a Bruxelles e Pristina. Questa istituzione non si limita alla sola edizione editoriale e alla pubblicazione internazionale, ma svolge altresì un ruolo cruciale nella promozione della letteratura a livello globale.

La traduzione in lingua inglese del libro “Mente Occhi Cuore” di Giuseppina Irene Groccia rappresenta un importante passo verso la diffusione internazionale di questa significativa opera poetica. Il testo originale, intriso di profonda introspezione e suggestioni poetiche, si propone come un viaggio attraverso i labirinti dell’anima umana, in cui vengono esplorati temi universali quali l’amore, la perdita, la speranza e la resilienza.

La straordinaria prefazione, curata dal poeta e candidato al premio Nobel Dante Maffia, acquisisce, grazie alle traduzioni, una voce universale che si rivolge a un pubblico sempre più ampio, donando all’opera una profondità e una risonanza ancora più significative.

Attraverso una prosa incisiva e coinvolgente, Giuseppina Irene Groccia trasmette con abilità messaggi di grande sensibilità, invitando i lettori a sondare le proprie emozioni e a confrontarsi con le sfide di ogni percorso individuale. La sua abilità nel combinare poetica e riflessione filosofica genera un’esperienza di lettura coinvolgente e profonda, in grado di lasciare un’impronta indelebile nel cuore e nella mente dei suoi lettori.

La traduzione precisa e sensibile di Jeton Kelmendi introduce questo raffinato lavoro letterario a una nuova audience di lingua inglese, consentendo loro di esplorare appieno le profonde visioni artistiche e spirituali di questa autrice.

La comprensione empatica del testo originale, unita alla sua eccezionale competenza linguistica, consente a Jeton Kelmendi di preservare con scrupolo l’autenticità e l’essenza del messaggio dell’autrice. Ciò permette ai lettori di immergersi appieno nella bellezza e nella profondità di “Mind Eyes Heart” in una lingua accessibile a un pubblico internazionale.

In ogni traduzione si cela un’opportunità straordinaria: quella di espandere l’orizzonte del panorama letterario mondiale e, al contempo, di tessere un filo sottile ma robusto tra le diverse comunità linguistiche e culturali. È un processo dove le parole si trasformano in ponti che collegano mondi distanti, favorendo la comprensione reciproca e l’empatia. Ciò dà vita a una comunicazione interculturale sempre più efficace e significativa.

Ogni traduzione rappresenta un’opportunità straordinaria: quella di aprire nuovi orizzonti nel panorama letterario mondiale e, simultaneamente, di creare un legame sottile ma solido tra le diverse comunità linguistiche e culturali. È un processo in cui le parole diventano ponti che collegano mondi lontani, promuovendo la comprensione reciproca e l’empatia. Questo favorisce una comunicazione interculturale sempre più efficace e significativa, consentendo alle voci degli autori di risuonare in tutto il mondo e di arricchire il patrimonio letterario globale con la loro diversità e bellezza.

La casa-museo a Roma del dimenticato Mario Praz. Collezionare punti di svolta

Luchino Visconti vi girò nel 1974 il film Gruppo di famiglia in un interno: un rigoroso professore, Burt Lancaster, che vive in un antico palazzo romano ricco di arredi preziosi e libri antichi, nel ricordo di sua madre e sua moglie e il giovane dissoluto con manie rivoluzionarie, Helmut Berger, accampato al piano superiore con i suoi immorali amici. Schifano affittò l’appartamento all’ultimo piano dove si consumavano cene, feste e vita sfrenata.

È la casa-museo del grande e temuto anglista Mario Praz che sembra richiamare il titolo di una sua opera “La carne, la morte e il diavolo” sulla letteratura romantica, per la sua ricchezza di vita vissuta per lo studio e per il gusto del dettaglio al suo interno; è il regno di uno dei più grandi studiosi e critici che l’editoria italiana ha dimenticato: Mario Praz.

È stato inaugurato a Roma, nell’appartamento di Palazzo Primoli, in via Zanardelli, il Museo “Mario Praz”, dedicato proprio al celebre critico che lì visse dal 1969 fino alla sua morte nel 1982.

L’operazione è stata possibile grazie all’intervento della Direzione generale Musei del Ministero della Cultura, guidata dal prof. Massimo Osanna, che in questa fase riveste anche il ruolo di Direttore avocante della Direzione Musei Statali della Città di Roma, di cui il museo fa parte.

La casa riflette l’anticonformismo, la malinconia, il conservatorismo di Praz, collezionista non solo di antiquariato ma di solitudini, amante dello stile Impero e del pettegolezzo dotto, e instancabile viaggiatore, alimentatore della sua fama di “iettatore”, data la sua claudicanza, strabismo e predilezione per i temi demoniaci.

Sinistro, morboso, eccentrico, patologico, cupo, sono alcuni tra gli aggettivi accollati a Praz, al quale piaceva contribuire alla creazione di una inquietante aura attorno alla sua figura.

Il professor Mario Praz insegnò a Liverpool, Londra, Manchester, prima di stabilirsi alla “Sapienza”, e poi, a Palazzo Ricci, in via Giulia, sempre a Roma.

La sua Storia della letteratura inglese, seppur datata ovviamente, spicca, in un’epoca come questa, dei critici incompetenti e dai giudizi sommari, privi di carisma e passione. Praz suscitava invidia anche quando era in vita, era coltissimo e raffinato, ha anticipato i cultures studies, in un romanzo intravedeva le linee di un ritratto pittorico. L’ampiezza di sguardo, tuttavia non lo risparmiò dal prendere un abbaglio con Pound non capendo il suo talento e con Joyce che addirittura considerava inutile.

Raffinato osservatore dello svariare delle mode e dei costumi, collezionista di punti di svolta, Praz sicuramente avrebbe sottoscritto l’invito di Sergio Solmi a ricordare che sia il critico sia l’autore sono «punti egualmente mobili nel tempo», ma non sempre applica con uguale costanza queste sue doti a sé stesso. Spesso infatti mantiene la struttura generale di uno scritto  modificando però dettagli, aggiungendo note recenti, facendo rapidamente i conti con nuove prospettive critiche.

Se Voce dietro la scena incoronò definitivamente Mario Praz saggista, che nella Prefazione si accosta ancora una volta allo stile dell’Elia di Lamb, nel Mondo che ho visto, invece, Praz scrittore di viaggio raggiunge la vetta più alta fornendo una impressionante carrellata di  impressioni e suggestioni di viaggio osservando come «pochi viaggiatori sanno essere personali, sanno vedere con occhi che penetrano nell’essenza delle cose».

La casa-museo racchiude decenni di appassionato collezionismo e ne riflette gusti e inclinazioni: dall’amore per il periodo napoleonico all’interesse per l’arredamento d’interni e per gli oggetti d’uso dello stesso periodo, che insieme formano e ci riportano concretamente il gusto di un’epoca, alla profonda cura per il dettaglio visibile nell’accurata scelta della posizione di ogni oggetto, sulla base di rispondenze non solo estetiche ma anche culturali e intellettuali. Durante il periodo di chiusura temporanea, il MiC ha curato approfonditi restauri, sia sulle strutture di servizio che sulle opere, coordinati dalla Direttrice del Museo, Francesca Condò, con la collaborazione della restauratrice Silvana Costa.

Davide Grittani, autore de ‘Il gregge’: ripristinare la funzione etica e sociale dei mestieri intellettuali

Davide Grittani è giornalista, scrittore, consulente della comunicazione per aziende ed enti pubblici, editor e consulente di case editrici. Direttore del periodico di sicurezza alimentare BLab Magazine. Editorialista del Corriere del Mezzogiorno è autore del romanzo Il gregge (Alterego edizioni), presentato da Wanda Marasco al Premio Strega 2024.

Il libro, pervaso da uno spiccato senso di indignazione, veicola l’idea dell’importanza di ripristinare la funzione etica e sociale dei mestieri intellettuali, soprattutto in un momento di forte crisi dell’editoria italiana come questo.

Grittani punta il dito contro la nostra antipolitica, la nostra indignazione solo urlata, di comodo, di facciata, di mestiere, noi cittadini ci sottraiamo alle nostre scelte.

In una Milano caotica e tentacolare, si è giunti al momento cruciale: le elezioni per il nuovo sindaco. Fra i candidati per la nuova carica spunta Matteo Migliore, personaggio trash, emblema della situazione politica attuale, narrata da Grittani con piglio cinematografico. La trama è minima e serve all’autore per fotografare satiricamente la realtà di tutti i giorni, soprattutto quella che gravita intorno ad una campagna elettorale.

Davide Grittani, nato nel 1970, ha pubblicato i romanzi Rondò (Transeuropa, 1998); E invece io (Robin, 2016) proposto al “Premio Strega” 2017; La rampicante (LiberAria, 2018) proposto al “Premio Strega” 2019 e vincitore dei premi “Nabokov” e “Giovane Holden”; La bambina dagli occhi d’oliva (Arkadia, 2021) vincitore dei premi “Alda Merini” e “Città di Siena”. Dal 2006 al 2016, in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura, ha curato la mostra della letteratura italiana tradotta all’estero “Written in Italy”, esponendola in ventisei Paesi e aggiudicandosi il “Premio Maria Grazia Cutuli” (2010). Scrive di letteratura e società per “Pangea News”, collabora al “Corriere del Mezzogiorno”

 

C’è un momento particolare in cui hai deciso di scrivere Il gregge?

Da tempo cresceva in me l’interesse e la propensione a occuparmi di vita pubblica, di cose che avessero a che fare con l’etica e la politica. Quando mi sono convinto che certi comportamenti schizofrenici, come dire e fare tutto e il contrario di tutto e provare a giustificarli in ogni modo, erano già fiction allo stato puro, allora ho pensato che erano maturi i tempi per raccontare questa mia indignazione. Quella di non riuscire più a individuare nella classe dirigente un esempio da seguire, un modello. Il gregge è un romanzo sulla impossibilità di affidarsi a chi aveva chiesto fiducia. Un circo che si rende conto che lo spettacolo, da grandi numeri e straordinarie prove di abilità, si è ridotto ai soli clown.

 

Spesso si sente dire: “Nessun politico mi rappresenta”. Non pensi invece che “certi” politici rappresentino perfettamente “certi” cittadini (in negativo)?

Penso la necessità di rappresentatività dei cittadini si sia, purtroppo, adeguata al basso profilo politico di cui possono disporre. Non si ambisce più a una rappresentatività alta, esigente, ma al tutto e subito. Non c’è più un’esigenza correlata ai servizi necessari ai cittadini per vivere, ma al bisogno che soddisfa la sopravvivenza immediata. Ecco che la linea tra bisogno e consenso si è schiacciata, non esiste praticamente più. E i politici lo hanno capito bene, non misurano più il proprio consenso attraverso gli atti che dovrebbero fare per mandato ma piegano il bisogno dei cittadini a qualsiasi forma di arroganza. E’ calata complessivamente non solo la qualità dei politici, ma anche quella degli elettori. In senso trasversale e assoluto, direi.

 

La letteratura che proponi con questo romanzo interroga temi civici ed etici. Ritieni sia anche compito della letteratura formare le coscienze?

Personalmente, intendo dire nel mio piccolo, credo con estrema fermezza che questo sia il momento – drammaticamente adatto, storico – per ripristinare la funzione etica e sociale dei mestieri intellettuali. Uno scrittore che non si assume la responsabilità di ciò che scrive e dice non è uno scrittore consapevole di quello che fa, in buona sostanza non è uno scrittore. Oggi c’è bisogno di un ritorno all’impegno, da parte di tutti. I tempi lo richiedono, non leggo un romanzo sulla necessità della pace – del ritorno alla pace come sintesi di vita – da chissà quanti anni. Al contrario mi propongono solo romanzi sulla guerra, su quello che è stato e su quello che sarà. Tragga lei le conseguenze.

 

La vicenda che racconti sembra una sceneggiatura di un film di Dino Risi, Monicelli, Steno; ti sei ispirato anche a loro?

Nei tratti distintivi di questi Maestri c’era uno spaesamento dovuto soprattutto all’uscita dalla guerra e alla interpretazione di un Paese ancora in costruzione. Dentro quella sofferenza c’era tantissimo del talento vero degli italiani, ma a un certo punto il boom economico ci ha dato alla testa e abbiamo pensato che fosse – giustamente – arrivato il tempo per poter smettere di pensare, per essere finalmente leggeri dopo tanto dolore. Beh, quel periodo dura da 80 anni. Non abbiamo mai smesso di pensarci leggeri, ergo non abbiamo mai ricominciato a pensare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, questo è un Paese in cui si fa fatica ad arrivare puntuali a un appuntamento, figurarsi a ipotizzare il futuro. Non mi sono ispirato a loro in quanto Maestri del genere, mi sono certamente imbevuto dei loro capolavori educando però alla mia scrittura a un genere di ironia e grettezza che insieme oggi sembrano essere le uniche variabili dell’umore italico, continuamente oscillante tra ottimismo e profonda disperazione.

 

La commedia, è l’unico genere con cui si possono raccontare davvero gli italiani?

Non credo, ma la commedia ha saputo raccontare molto meglio di altri generi il tratto contraddittorio degli italiani. Prendiamo Mediterraneo di Gabriele Salvatores, un film che voleva dire molto altro rispetto a quello che ha detto. Anche i disastri della politica coloniale italiana, senza sfociare nel dramma ma abbandonandosi alla malinconia di cui gli italiani sono i più grandi interpreti al mondo.

 

La politica è davvero un grande circo felliniano o è la levatura morale dei politici a renderla tale?

La politica ha capito, come fosse un felino in attesa della preda, che sulle debolezze e sui bisogni della gente si poteva e doveva speculare, non esitare; è stato lì che il patto etico tra chi vota e chi chiede il voto si è definitivamente rotto. Oggi chi si impone a una elezione può godere, al massimo, della maggioranza degli elettori, che solitamente sono solo la metà degli aventi diritto. Chi vince oggi, in sintesi, vince sempre a metà. Così come chi viene governato, viene governato sempre un po’ a metà. Se non è un circo felliniano questo, cos’altro potrebbe rappresentarlo?

 

“Questa gente si è affermata per sottrazione, per colpa nostra” si legge ad un certo punto nel libro. Si può essere colpevoli di credere in un progetto che magari ci sembra buono? Siamo troppo ingenui o collusi idealmente?

La parte migliore del Paese, sia come società civile che come qualità della proposta, se ne sta in disparte, non si schiera. Emerge solo una piccola parte di chi vuol emergere, questo genera una selezione della classe dirigente al ribasso, una scelta che già in partenza è condannata a scegliere tra gli scarti. Non è un fatto di collusione, è un fatto di avere a che fare con chi davvero dovrebbe scegliere di concedere il proprio talento al prossimo, invece noi subiamo la mediocrità di chi senza essere scelto viene imposto alla nostra attenzione a causa del rifiuto dei migliori. Per sottrazione, appunto. Questa non è più selezione, ma compromesso.

 

Cosa pensi dell’editoria italiana attuale? C’è qualche scrittore emergente che apprezzi?

E’ una editoria in fortissima crisi di identità, in cui le major piangono e si fingono piccole realtà mentre le piccole realtà sono spesso costrette a scelte di estrema qualità per poter sopravvivere. E’ un mondo alla rovescia, senza citare nessun best seller attualmente in commercio. Sono saltati gli schemi, il potere di tutti – leggere è l’atto più democratico e liberale del mondo – in mano a pochissimi, che impongono come capolavori libretti di nessuna importanza e alcun valore letterario. Tra gli stranieri apprezzo molto Guadalupe Nettel, in Italia la pubblica La Nuova Frontiera. Tra gli italiani Dario Ferrari, abbiamo bisogno della sua tagliente e coltissima ironia.

 

Cosa ti aspetti dalla presentazione de Il gregge al premio Strega?

Nulla in particolare, mi ha fatto molto piacere la presentazione di Wanda Marasco al premio, un gesto che ha ripagato gli sforzi non solo miei ma di tutta la casa editrice (Alter Ego). Ma i premi vanno presi per ciò che sono, chi li vince non è un fenomeno e chi li perde non è uno scarsone. I premi rappresentano delle opportunità per discutere del valore e del mondo che c’è dentro certi libri, quando invece antepongono la vanità della cornice a tutto il resto… non più premi ma varietà.

 

Qual è l’aspetto principale che segna una differenza con i tuoi precedenti libri?

L’indignazione. Non credo ci sia più tempo per restare fermi, credo che gli scrittori abbiano il compito di sollecitare una riflessione, una strada ancora aperta, una via d’uscita. Anche il loro lungo letargo, vissuto al comodo dei gialli da classifica e dei romanzetti che non aggiungono o tolgono nulla alle nostre vite, in un certo senso… mi indigna.

La sindrome di Ræbenson, il sorprendente esordio narrativo dello psichiatra Giuseppe Quaranta

Si può parlare di un qualcosa che non esiste per focalizzare l’attenzione su un altro tema? è ciò che fa intelligentemente il romanzo d’esordio di Giuseppe Quaranta, giovane psichiatra pugliese che esercita a Pisa, dal titolo La sindrome di Ræbenson (Edizioni Atlantide, 2023), intrigante ed inquietante viaggio nella mente.

Protagonista del romanzo è Antonio Deltito, psichiatra, probabilmente l’alter-ego dell’autore, «un uomo alto e sgraziato» che ricorda, al narratore di questa storia, «la figura dell’imprenditore Ambroise Vollard, immortalata nel ritratto colmo di sfaccettature che gli fece Picasso». Altrettanto pieno di enigmi e sfumature sembra essere il disturbo psichico che improvvisamente comincia ad affliggerlo.

Al centro della narrazione: l’estensione della memoria umana che contribuisce alla conoscenza di noi stessi e ai vari modi di sviluppare una storia, un racconto.

Chi ricorda sono io, lo spirito. Non è così strano che sia lungi da me tutto ciò che non sono io; ma c’è nulla più vicino a me di me stesso? Ed ecco che invece non posso comprendere la natura della mia memoria, mentre senza di quella non potrei nominare neppure me stesso

La sindrome di Ræbenson: trama e contenuti

In Deltito “non c’era nessuna brama di conquistare il posto in prima fila nei ranghi della vita. Non si sente investito da missioni salvifiche”. Lo descrive in questi termini il narratore della vicenda, anch’egli medico, una sorta di alter-ego di Deltito, o meglio una sorta di super-io del protagonista, ossessionato dal tema dell’immortalità, sebbene anche lo stesso narratore pare essere preso da un’ossessione: quella di studiare Deltito e il suo disturbo.

Una serie di amnesie, un’alterazione nella visione dei colori, e sbalzi umorali gravissimi, sono solo i primi segni di un declino inarrestabile che porterà alla frammentazione della sua mente in «pezzi di vetro, scintillanti e amorfi». Durante uno dei molti ricoveri ospedalieri, però, Deltito fa una rivelazione: dice di sapere esattamente cosa lo affligge, ovvero la sindrome di Ræbenson, un disturbo che non compare in nessuna classificazione diagnostica, e sulle cui tracce, a detta dello psichiatra stesso, ci sono da tempo degli studiosi, i ræbensonologi, che hanno a cuore soprattutto che la malattia rimanga celata agli occhi del mondo: chi ne soffre sarebbe infatti incapace di morire di morte naturale.

“Il primo episodio accadde a Roma”, frase con cui inizia il romanzo di Quaranta, sembra celare un’altra storia che proviene dal sottosuolo, per citare Dostoevskij, più misteriosa, più oscura: le storie portate avanti dalla mente; le storie che accadono nella mente.

Stile

Muovendosi tra romanzo psicologico con venature noir e saggistica psichiatrico-filosofica, tra raffinate erudizioni e mystery, La sindrome di Ræbenson è un gioiello nel panorama letterario italiano attuale che mostra quanto la letteratura sia di supporto alla scienza, anzi quanto molte volte abbia anticipato le istanze, e i concetti della psicoanalisi, come ha dimostrato il critico Giacomo Debenedetti in Romanzo del Novecento.

Il perimetro concettuale-letterario entro cui riflette Quaranta corrisponde alla frammentazione dell’io, analizzato nelle pagine memorabili del romanzo del’900. Le categorie d’analisi e la logica ordinaria scompaiono, si eclissano: è il congedo del “penso, dunque sono”. Scompare il soggetto, ma non la soggettività. Una ricostruzione volta a ricucire gli strappi tra passato e presente, proiettandosi sul futuro per cui Quaranta non immagina scenari distopici dominati dall’intelligenza artificiale e dalla tecnica.

Quel che resta è il vuoto al centro e mille schegge di interiorità nelle immediate vicinanze, che tramite sensazioni e percezioni distorte e pensieri di pensieri sconnessi rivelano non più il volto dell’uomo, ma un uomo contemporaneo ormai senza più volto.

 

Tra scienza e finzione letteraria

La sindrome di Ræbenson si presenta al primo colpo d’occhio come una semplice finzione, come la pura e semplice rappresentazione di un gioco cervellotico dove autore, narratore e protagonista del libro cercano di rendere immortale l’anima attraverso la finzione e la letteratura, servendosi del sistema della memoria. L’opera di Quaranta riflette il malessere dell’uomo contemporaneo, alla ricerca spasmodica della conoscenza, di cosa è davvero possibile conoscere per eludere il pensiero della morte. Senza la sindrome, Deltito non può avere legittimazione. La sindrome è indispensabile alla diffusione del romanzo, e ne garantisce la sopravvivenza al tempo.

La ricerca portata avanti da Deltito resta incompleta, troppe sono le domande alle quali la scienza non sa e non può ancora dare risposta. Nemmeno la morte pare essere più una certezza. Come i vampiri, gli affetti da questa sindrome sconosciuta, sono condannati alla sofferenza, alla disperazione di vedere morire i propri cari, nonché ignorati dalla letteratura scientifica.

Tutto, fra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gli immortali, invece, ogni pensiero e ogni azione, sono l’eco di altri del passato, come racconta il legionario romano de L’immortale – il racconto che apre L’Aleph di Borges, autore, tra gli altri, al quale Quaranta fa riferimento e nello specifico al doppio nella verità (Finzioni).

Il destino immortale che riservò a mio figlio quella spaventosa vertigine fu combattuto strenuamente da migliaia di tentativi fatti fin dalla tenera età per ostacolare quel processo infinito. Tentativi di morte si susseguono numerosi, la morte verde come finii per chiamarla anni fa, quel tono cromatico che sembra lo spettro di una foresta da incubo, è il segno della vita che si oppone alla vita. Dell’anima che si oppone a un ciclo di trasmigrazioni infinito o di un eterno perdurare in un corpo.

Oltre a Borges, tra le pagine del romanzo si respirano il fantasy di Lord Dunsany, la malinconia di Lovecraft, l’ironia di Huxley in Dopo molte estati muore il cigno, i quali contribuiscono a rendere il romanzo di Quaranta un libro di concetti animati, e dai risvolti transumanisti alla Huxley (sulla la necessità “di cambiare l’attuale carattere della razza umana, per condurla verso nuove forme dell’evoluzione” e “prolungare la vita – il cosiddetto ringiovanimento” sviluppando il “campo della medicina” ), e antimodernisti radicali alla Lovecraft.

La sindrome di Ræbenson affronta il tema della memoria facendo riferimento alle lezioni di Sebald, Borges e Nabokov e naturalmente all’esperienza diretta di Giuseppe Quaranta che scrive di ciò che sa; e infatti risultano molto dettagliate e specifiche le parti relative ai sintomi della malattia, supportate da passaggi di studi scientifici, di testi filosofici e storici (si cita anche la Geografia di Strabone), e iconografici, per cercare di sbrogliare quanto più possibile la matassa misteriosa al centro del suo romanzo.

Cosa sappiamo sulla mente?

Coerente con il contenuto dell’opera è il linguaggio adottato da Quaranta: per un resoconto non poteva non avvalersi di uno stile da ricercatore, da accademico, abbastanza distaccato ma elegante e scorrevole soprattutto nei dialoghi e nelle descrizioni ambientali. Un linguaggio che spesso fa fatica ad esprimere l’inesprimibile, il mistero delle mente umana, ma riesce ad emozionare, probabilmente pur non deliberatamente, parlando del dolore provato da Deltito. Un linguaggio teso a trovare il giusto equilibrio tra sentimento, e analisi scientifica ma che emerge in tutta la sua confusione perché è la mente stessa confusa dalla quale scaturiscono continuamente domande e pensieri che galoppano senza sosta; non solo quella di Deltito, ma la nostra che si sovrappone a quella del protagonista de La sindrome di Ræbenson. Da questo punto di vista il romanzo è riuscito, perché è davvero impossibile non riuscire ad empatizzare con Deltito, partecipare alla sua sofferenza e alle domande che pone.

La principale domanda che sorge spontanea dopo aver letto La sindrome di Ræbenson è: sappiamo qualcosa di più sulla mente? È probabile di sì, anche se forse non così tanto. Ovviamente vogliamo trarre vantaggi da quello che sappiamo. I motivi di interesse delle scienze della mente sono molti: dalla ricerca nel campo delle humanities alle possibili ricadute in campo militare, politico e sociologico, la gamma delle applicazioni pensabili include praticamente tutto.

L’indagine sulla mente spalanca un numero spropositato di problemi, molti dei quali sono di difficile comprensione: di sicuro, gran parte del nostro futuro dipenderà da come decideremo di passarci attraverso e a tal proposito sarebbe interessante affrontare il tema delle neuroscienze in modo approfondito e in relazione alla civiltà occidentale, alla funzione della scienza in collaborazione con lo Stato, con la politica, con la fede.

 

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