Margaret Atwood contro il mondo reale nel suo memoir ‘Il libro delle vite’

Margaret Atwood ha la reputazione di fare previsioni inquietantemente accurate sul futuro dell’umanità nei suoi romanzi. Questo è piuttosto strano, perché – come dimostra il suo nuovo memoir, Il libro delle vite – è in realtà piuttosto ottusa quando si tratta di interpretare gli esseri umani. Non nota l’interesse romantico maschile, nemmeno quando è ovvio; è colta di sorpresa dalle rivalità in una casa editrice indipendente, tra l’altro; non riesce a capire perché così tante “belle donne single e ben vestite” se ne stessero sedute da sole nei bar di Praga nel 1984, e debbano esserne informate.

Quando suo padre è gravemente malato, non “capisce bene” perché sua madre vada in ospedale ogni giorno per fargli ascoltare le sue registrazioni preferite di Beethoven: “Sicuramente un paio di volte a settimana basterebbero”. Più tardi, mentre il suo compagno giace morente, finalmente capisce il punto.

Condisce il suo memoir con domande sul “perché”, come se stesse controllando ansiosamente eventuali dettagli che potrebbero essere sfuggiti. Pone anche domande sconcertanti sul suo passato, sebbene sembri piacevolmente indifferente alle risposte. Del suo temperamento, spiega: “Ero più interessata alle persone di carta che potevo creare che a immergermi profondamente nella mia psiche, ammesso che una cosa del genere esista”.

Essendo abile nel creare miti, l’85enne ancora effervescente intreccia senza soluzione di continuità i suoi deficit interpretativi in ​​una vivida storia delle origini: “Una delle mie teorie sugli scrittori di romanzi è che non ne sappiano di più sulla natura umana rispetto ad altri: ne sanno meno, e i loro romanzi sono tentativi di capirla”.

Il libro delle vite di Margaret Atwood

Suo padre era un entomologo; come lui, non riesce a smettere di catalogare mentalmente frammenti del mondo, per poi fare riferimenti incrociati. “Se osservassi attentamente, sarei in grado di scoprire come funzionano le cose, qualunque cosa siano. A volte si trattava di dispositivi meccanici, come le macchine da cucire. Ma di solito erano persone“.

Ma sebbene le menti fossero difficili da padroneggiare, in altri ambiti informativi Atwood era nel suo elemento. Amava imparare codici e cifrari arcani, per poi applicarli. Divenne capace di identificare fauna e flora rare, leggere la mano, fare carte stellari, individuare fantasmi. Per un periodo si laureò in letteratura inglese ad Harvard, ma il ruolo di teorica con spirito critico non sembrava calzarle; il suo interesse per il mondo è molto più pratico. Ama costruire romanzi partendo da immagini e idee, così come le piace creare abiti, torte, spettacoli di marionette, fumetti, operette, poesie e barzellette.

Sebbene non sia chiaro da dove provenga tutta quella creatività, la sua inclinazione pratica sembra essere stata imprescindibile durante un’infanzia estremamente avventurosa. Il Libro delle Vite descrive allegramente un’esistenza pericolosa in compagnia di genitori intrepidi e di un fratello maggiore: vivere in zone remote del Quebec e dell’Ontario, dormire in tenda, sopravvivere a quasi annegamenti, scacciare serpenti e orsi con nonchalance e avere sempre freddo. Qualsiasi lettore che usi uno schermo per far crescere il proprio figlio presumibilmente abbasserà la testa per la vergogna.

Dai suoi stoici antenati della Nuova Scozia, “Peggy” (il suo nome in famiglia) ha ereditato anche un’avversione ormai fuori moda per l’autocommiserazione e l’introspezione. I suoi parenti “consideravano maleducazione mettersi in mostra, piagnucolare e lamentarsi, o esprimere le emozioni in modo eccessivo, o addirittura del tutto”. Più avanti nella vita, mostra insofferenza per la depressione del marito, autoironica come “Signora Aggiustatutto”. “Ti senti meglio ora? Che ne dici di ora? Guarda, abbiamo una pentola per la fonduta! Non ti rende felice?” Il matrimonio non dura.

È divertente incrociare queste intuizioni personali con i suoi romanzi. Come la loro autrice, i racconti sono follemente creativi; privi di sentimentalismi e spesso macabri; pieni di affascinanti dettagli empirici; amano i rimandi incrociati tra domini. Sono anche avari di analisi psicologica, infondendo invece in modo numinoso il mondo naturale e gli oggetti creati dall’uomo di sensazioni inconsce. Il suo oggetto naturale più famoso è il corpo femminile: immaginato come cibo (La donna commestibile); come materiale medico in decomposizione (Lesioni corporali); come bestiame da riproduzione (Il racconto dell’ancella). Il tema l’ha resa enormemente popolare tra le femministe, un fatto che lei chiaramente vive come una benedizione a metà.

Certo, Atwood non è una candidata ovvia per guidare il movimento femminista. Ama fare amicizia con il sesso maschile, e solo il racconto dei suoi anni universitari nelle sue memorie fornisce una descrizione appropriata di un’amicizia femminile. Non ha nulla a che fare con il vittimismo: l’autore di una cupa violenza sessuale durante un corso di specializzazione riceve una rapida e sentita maledizione prima che la narrazione proceda. E quando, negli anni ’70, un regista chiede una “donna nuda avvolta nel cellophane” per una sceneggiatura che sta scrivendo, lei acconsente volentieri.

È anche marcatamente ambivalente nei confronti delle altre donne. Sebbene non comprenda molto di psicologia femminile nei dettagli, è almeno ben consapevole del suo lato tossico. In Occhi di gatto, Atwood ha descritto in modo forense la brutalità reciproca di bambine di 9 anni. Nel memoir, otteniamo la versione reale, con la giovane Peggy come vittima sventurata. Sa anche per esperienza quanto le donne adulte possano essere invidiose e vendicative. A un certo punto, la protagonista del distopico “Il racconto dell’ancella” accusa cupamente la madre assente, una femminista della seconda ondata: “Volevi una cultura femminile. Bene, ora ce n’è una”.

La sua visione politica è prevalentemente progressista, il che la pone in contrasto con l’umore prevalente nel progressismo moderno, spesso a suo merito. Grande sostenitrice della libertà di espressione, ha presentato Salman Rushdie sul palco poco dopo la fatwa. Ha anche firmato la lettera di Harper’s contro un “clima intollerante” nel 2020. Ed è molto attenta al giusto processo, non avendo nulla a che fare con gli eccessi da regolamento di conti del movimento #MeToo.

In quel periodo, Atwood ha difeso un professore dell’Università della British Columbia da quella che sembra essere stata una feroce caccia alle streghe. In seguito, i cacciatori di streghe hanno cercato di aggredire anche lei, sebbene lei li abbia respinti con la sua enorme fama e un saggio caustico intitolato “Sono una cattiva femminista?”. Nelle sue memorie, riflette sul fatto che “quando le sette sono al loro apice, l’equità e i diritti umani vanno a farsi benedire”, ed è altrettanto critica nei confronti della mancanza di riguardo di Donald Trump per il processo legale attuale.

Allo stesso modo, però, è rimasta per lo più in silenzio sul culto autoritario del gender che ancora opera nel suo cortile canadese, se non per diffondere alcune informazioni poco chiare sui cromosomi e infastidirsi quando Hadley Freeman glielo ha chiesto. A quanto pare, ha riflettuto poco sul perché adolescenti con un livello cromosomico nella media possano fare la fila per farsi espungere chirurgicamente gli organi sessuali. Questo ha portato molte donne deluse a inveire contro Atwood su internet. Ma ci sono indizi suggestivi del suo punto cieco in “Il libro delle vite”.

Forse è perché Atwood è una classica progressista, disinteressata ad affermazioni non verificabili sulla falsa coscienza; o forse perché fatica a collocarsi con immaginazione nella mente di chiunque sia abbastanza gregario da soccombere alla pressione sociale – cosa che lei stessa manifestamente non è. E c’è anche il fatto che, nel suo lavoro, sembra spesso mostrare un profondo disagio nei confronti del corpo femminile. È parte di ciò che rende la sua visione artistica così avvincente, anche se probabilmente compromette le sue idee politiche.

 

‘La clessidra di bambù’, i versi del poeta cinese Li Po in Italia dal 14 novembre

Impregnato di taoismo e mistica ascensionale, assetato d’infinito quanto Baudelaire, sapiente quanto Coleridge e Goethe, pulsante di vita quanto il mitico Villon. Questo era Li Po, definito l’immortale poeta della Cina. Un narratore unico: mistico, visionario, capace di sogni improvvisi. Quasi shakespeariano nella sua incessante sperimentazione di ogni gamma narrativa: dal sublime al nostalgico, dal mistico al sentimentale, dal realistico al tragico. Un autore di imperitura grandezza ammirato e venerato da Gustav Mahler, Ezra Pound, Herman Hesse.

Una selezione dei suoi versi, a cura di Roberto Mussapi, consente di avvicinare la lirica di Li Po (701-762), considerato il più grande di una straordinaria stagione di poeti che nell’ottavo secolo d.C. danno vita in Cina a un eccezionale fenomeno artistico, paragonabile a quello dei poeti latini dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici. Secondo la leggenda, questo spirito libero e irrequieto, in un’estrema sintesi di inquietudine e di estasi, morì affogato nel fiume, ubriaco, mentre cercava di afferrare la luna. 

In montagna un giorno d’estate

Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra
sporgente;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.

 

Li Po ammirava i paesaggi ed era solito passeggiare tra fertili pianure e montagne boschive: “su ponti oscillanti di legno, passava fra cime di pietra, vedeva strapiombi da cui balzavano le acque urlanti, mentre i banchi di nebbia s’arrampicavano sui fianchi frastagliati. O da alti valichi scorgeva, nelle pianure, laghi verde-azzurri e risaie allagate con le pozze d’acqua luccicanti al sole. Senza scendere dal mulo, a volte prendeva appunti o buttava giù una poesia. O fermata la bestia, schizzava a inchiostro l’impressione che uno scorcio di paesaggio gli faceva.”

 Li Po (701-762) è considerato il più grande di una straordinaria stagione di poeti che nell’ottavo secolo d.C. danno vita in Cina a un eccezionale fenomeno artistico, paragonabile a quello dei poeti latini dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici. Distante dal confucianesimo e illuminato dal Tao, aveva rinunciato a sostenere gli esami imperiali il cui superamento gli avrebbe garantito un titolo di studio ufficiale e importante. Secondo la leggenda, questo spirito libero e irrequieto, in un’estrema sintesi di inquietudine e estasi, morì affogato nel fiume, ubriaco, mentre cercava di afferrare la luna.

 Roberto Mussapi, tra i maggiori poeti italiani contemporanei, è autore di saggi, opere teatrali e narrative, traduzioni da testi classici e contemporanei. Vincitore del Premio Lerici Pea Internazionale alla carriera nel 2024, è membro della Fondazione Valla ed editorialista e critico teatrale del quotidiano Avvenire.

‘Amore e dovere’ di Tolstoj. Un libro dimenticato

Da ufficiale, nel Caucaso e a Sebastopoli, conduce un’esistenza “d’orgia e di gioco” e assiste agli orrori della guerra. A trentaquattro anni si sposa e, nell’ambiente calmo e pacifico della famiglia, scrive due dei suoi capolavori, Guerra e pace e Anna Karenina. Ma, alle soglie dei cinquanta, Tolstoj abbandona il mondo e si ritira nel suo eremo di Jàsnaja-Poljana per lavorare la terra. Un’esistenza semplice che, ispirata alla dottrina cristiana, rinuncia alle ricchezze terrene ed esercita la bontà verso gli altri.  A questa concezione religiosa lo scrittore si ispira anche nel trattare il grande problema dell’amore come appare in uno scritto dimenticato, Amore e dovere, edito da Bibliotheka.

Il testo è profondamente influenzato dallo stile di vita che Tolstoj aveva deciso di intraprendere, una sorta di ritiro ispirato dalla dottrina cristiana e improntato verso il lavoro manuale e la bontà verso gli esseri viventi. Può essere considerato una sorta di manuale nel quale i capitoli sono suddivisi per argomenti, come il motivo per i quali gli esseri umani provano amore, le diverse forme del sentimento, la relazione fra i due sessi, l’amore in relazione al dovere e un capitolo è dedicato al ruolo delle donne e delle madri.

Secondo lo scrittore russo, l’uomo ama, non perché sia suo interesse amar questo o quello, ma perché l’amore è l’essenza dell’anima sua; perché non può non amare. L’uomo non vive per soddisfare i suoi bisogni, ma vive per l’amore. Il vero amore, quello che si manifesta, non per via di parole, ma di atti, dà solo la vera sagacia e la saggezza vera. L’amore non può essere sciocco. Là dove cessa l’amore, comincia il disgusto. L’amore è un sentimento che si può avere, ma non si può predicare. L’unità nell’amore, può dar la maggiore somma d’amore. Per essere capace di amare gli altri, bisogna non amare esclusivamente se stesso.

L’autore

Scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo, Lev Tolstoj (1828 – 1910), divenuto celebre in patria grazie a una serie di racconti giovanili sulla realtà della guerra, acquisì risonanza mondiale grazie al successo di Guerra e Pace e Anna Karenina, a cui seguirono opere narrative sempre più rivolte all’introspezione dei personaggi e alla riflessione morale. È ricordato per la sua idea della “non violenza attiva”, secondo la quale l’uomo deve impegnarsi fortemente contro le ingiustizie, senza usare la violenza. Un pensiero che ispirò importanti figure di pacifisti, tra cui il Mahatma Gandhi e Martin Luther King. 

Roberto Maier è docente di Teologia e di Etiche della terra all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza) e di Ethics and Anthropology of Food all’Università di Parma

Lo scrittore franco-siriano Omar Youssef Souleimane: “La sinistra francese ha cercato di bloccare il mio libro-inchiesta”

C’è molto nervosismo e insofferenza tra le fila di La France Insoumise. Una irritabilità che proviene dalla recente pubblicazione di un’inchiesta destinata a scuotere l’intero Paese; un libro che rivela i rapporti tra il movimento di Jean-Luc Mélenchon e l’Islamismo: I complici del male (Editions Plon), del giornalista e scrittore siriano naturalizzato francese Omar Youssef Souleimane. Ha costruito la propria inchiesta infiltrandosi nelle primissime manifestazioni e raduni organizzati in Francia già all’indomani del 7 ottobre 2023. E si è trovato di fronte a quella che descrive come una strategia mirata: un patto elettorale tra La France Insoumise e gli ambienti islamisti.

Souleimane, ex cronista ricercato dai servizi segreti siriani per la sua attività contro il regime di al-Assad, ha costruito la propria inchiesta infiltrandosi nelle primissime manifestazioni e raduni pro-Pal organizzati in Francia già all’indomani del 7 ottobre 2023. E si è trovato di fronte a quella che descrive come una strategia mirata: un patto elettorale tra La France Insoumise e gli ambienti islamisti, calibrato con un obiettivo preciso, conquistare il “voto della comunità musulmana”.

Un’operazione politica che, secondo Souleimane, non è un episodio isolato, ma l’espressione di una tendenza più ampia. Ne emerge una narrazione aspra, in cui viene messa in evidenza «un’alleanza elettorale» pensata per conquistare il «voto della comunità musulmana».  L’accusa — diretta, spiazzante e disturbante per l’opinione pubblica francese — è che alcuni dirigenti e candidati della gauche radicale abbiano intessuto rapporti con progetti tesi a introdurre regole sociali compatibili con la shari’a.

Quando e perché hai deciso di scrivere I complici del male?
«Ho deciso di scrivere questo libro dopo l’attacco del 7 ottobre e soprattutto quando Mélenchon ha considerato il massacro di Hamas come una reazione alla violenza, un’affermazione, una dichiarazione confermata da La France Insoumise il giorno dopo il massacro di Hamas. Soprattutto perché provengo da un mondo chiamato Medio Oriente, e questo mondo è dominato dagli islamisti. Non volevo che la Francia, il Paese che io ho adottato, e che mi ha adottato, fosse offesa da queste persone e dalla loro complicità con La France Insoumise».

In che modo il tuo libro è stato osteggiato?
«La France Insoumise ha cercato di bloccare il mio libro. Questo partito politico ha intrapreso un’azione legale per ottenerne una copia prima dell’uscita e sporgere denuncia per diffamazione. Lo trovo contraddittorio, perché, mi chiedo, come si può sporgere denuncia contro un libro che non si è ancora letto? E così hanno cercato di impedirne la pubblicazione. Volevano evitare problemi e quindi hanno provato a censurarlo. Ma non ci sono riusciti perché i tribunali francesi hanno avuto voce in capitolo, e i giudici hanno stabilito che La France Insoumise non aveva il diritto di ottenere una copia prima dell’uscita del libro».

Come nasce l’alleanza sinistra-Islam?
«L’alleanza tra islamisti ed estrema sinistra francese nacque negli anni ’70, con l’arrivo di Khomeini in Francia, quando fu accolto dalla sinistra francese perché si presentava come un combattente della resistenza contro l’imperialismo. La sinistra francese lo ammirava per questo e lo sostenne di conseguenza. Quando tornò in Iran, i primi che assassinò furono iraniani della sinistra. Ma la sinistra francese continuò a sostenere gli islamisti in Francia perché scoprirono sempre questa immagine, questa figura di combattenti della resistenza, di rivolte. E questo supporto ideologico purtroppo continua ancora oggi».

Cosa attrae la sinistra dell’Islam?
«Penso che ci sia quest’idea che attrae la sinistra verso l’Islam: preferisco dire islamisti, ma non dell’Islam in sé come religione. Perché in Medio Oriente c’è una contraddizione. È strano vedere un islamista legato a un uomo di sinistra. Perché la sinistra in Medio Oriente, soprattutto in Siria, per esempio, o nei Paesi arabi, è legata all’ateismo, alla modernità, al Rinascimento, mentre l’islamismo è legato alla nostalgia del passato, all’arroganza di un califfo. Ma ciò che attrae la sinistra in Francia è quest’idea di rivolta contro il capitalismo. C’è un’altra cosa che li attrae: la narrazione vittimistica che esiste tra gli islamisti, i quali credono ci sia un complotto occidentale contro di loro. E questa narrazione vittimistica esiste anche tra la sinistra, perché credono che l’Occidente stia facendo di tutto per distruggerli».

Scrivi: «Vengo da un mondo in cui la parola ebreo è un insulto». Come viene educato un bambino siriano in tal senso?
«È stato orribile crescere in questo mondo in cui si dà dell’ebreo per insultare e denigrare, in cui l’antisemitismo domina la sfera pubblica: un bambino siriano che ha vissuto in questa atmosfera, quando arriva in Francia o in Europa, o diventa fortemente antisemita o acquisisce consapevolezza perché vede come questa atrocità stia distorcendo la società».

Non pensa che in Occidente si dia più spazio ad attivisti, influencer, alla Flotilla per Gaza, anziché ai palestinesi dissidenti di Hamas? Perché?
«Abbiamo prestato molta attenzione alla Flotilla di Gaza e agli influencer di Hamas perché proviamo una certa nostalgia per la resistenza e la rivoluzione, soprattutto tra i giovani e per chi ha un passato da militante. Ci sono stati scioperi nei campus durante la guerra con l’Algeria, durante la guerra del Vietnam. E i giovani in qualche modo rivivono tempi mai vissuti. Ed è per questo che oggi intraprendono questa resistenza, perché stanno anche vivendo una crisi d’identità. Così hanno scoperto, o trovato, in Palestina lo strumento attraverso il quale rafforzare o praticare questa resistenza immaginata».

Come risvegliare le coscienze degli occidentali?
«Per quanto riguarda la coscienza degli occidentali, penso che possiamo semplicemente continuare a lavorare, a rimanere forti, a preoccuparci, a non arrenderci, a scrivere, ovviamente. E a continuare a parlare, unendosi. Questa è la cosa più importante. E penso che col tempo, piano piano, le persone, gli europei, non si lascino più ingannare».

 

Quel patto tra gli islamisti e La France Insoumise: l’inchiesta di Souleimane

‘Il peccato e la grazia. Letteratura e cattolicesimo nella Francia del ‘900’ di Giuliano Vigini

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento alcuni tra i maggiori scrittori francesi vengono attratti dal messaggio del Vangelo e da un sentire condiviso contro i tanti “ismi” del secolo condannati anche dalla Chiesa: positivismo, scientismo, materialismo, naturalismo, modernismo, laicismo. In un saggio dal titolo Il peccato e la grazia. Letteratura e cattolicesimo nella Francia del ‘900,  il saggista Giuliano Vigini offre un quadro completo di questa letteratura lontana da tentazioni apologetiche e certezze inconfutabili, ma capace di dipingere situazioni e personaggi alle prese con azioni delittuose, fallimenti esistenziali, solitudini e angosce, grazie ad autori che meritano di essere nuovamente scoperti, da Bloy a Huysmans, da Péguy a Mauriac, da Claudel a Bernanos.

La narrativa cattolica francese si sviluppò nel periodo compreso tra anni ’20 anni ’60, spesso in dialogo con eventi storici come la guerra diSpagna, la Seconda guerra mondiale la resistenza, influenzando la postura morale politica degli autori. La loro letteratura si distingue per profondità psicologica, tensione mistica forte spirito criticoponendosi come un universo narrativo originale moralmente impegnato.

Se non per tutti, certo per molti artisti e intellettuali euro­pei, gli autori che sono stati oggetto di questo saggio sono stati una presenza rinnovatrice che ha aperto orizzonti e alimentato ideali di tutta una generazione. Ora però ci si domanda come mai tanta eredità sia oggi per gran parte dimenticata dai più e come mai non si tenti di recuperarla e rivalutarla. Certo, non ci si può illudere che, nella temperie del no­stro tempo, si possa assistere a una nuova primavera letteraria di questi scrittori, ma ci si potrebbe almeno augurare che essi possano ancora far parte di una cultura capace di riconoscere ciò che sono stati e che ancora possano dare. (Giuliano Vigini).

Fuori da una connessione strettamente materialista, l’uomo, ogni uomo, guarda sempre più in là. Scriveva Giorgio Saviane in Voglio parlare con Dio (Mondadori, 1996): “Non c’è una regola per trovarti, Dio. Semmai è la regola a non avere regole che mi fa sperare di udire un giorno la tua voce”. La letteratura si muove nell’umano, e nell’umano c’è la morte, non solo la natura. C’è la confessione, il desiderio di un amore che non finisca mai. Anche l’italiano Pier Paolo Pasolini fu attratto dalla figura cristologica proiettata sui suoi giorni per capire la destinazione di un viaggio cognitivo.
Antonio Spadaro, gesuita, teologo, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, ha dedicato molti interventi al rapporto tra letteratura e cattolicesimo. Ricordiamo in particolare Abitare nella possibilità (Jaca Book, 2008), un libro compiuto in cui la correlazione tra la menzogna e la falsità da un lato e la vita e l’esperienza dall’altro, disegna la testimonianza, la malattia mortale e la terrestre visione nella resistenza della parola. Ma non possono esserci distinzioni tra cattolici e non cattolici nell’esame di una coscienza, di una fragilità, di una resistenza. La letteratura investe l’animo e lo deposita nella pagina. Non si può non citare Carlo Bo: Antonio Spadaro ne sottolinea la parola necessaria, che non è evasione o passatempo, ma spirito salvifico. Letteratura come vita, “che abbia la stessa qualità della vita”. Bo non ama mai l’astrazione, un certo distacco.
Scriveva Flannery O’Connor ad un’amica sul rapporto tra fede, cattolicesimo e letteratura: “Tu non scrivi al tuo meglio per restituire con gli interessi il tuo talento al Dio invisibile affinché ne disponga come meglio crede”. Siamo in un cammino di avvenimenti, nella realtà che si vede, che si sente, che si gusta e si tocca indipendentemente da un valore morale, da un desiderio di fuga o da un traino trascendente.
Al centro rimane l’uomo, un mistero infinito, la ricerca di un punto di snodo. Il poeta Mario Luzi ammoniva in un’epoca successiva all’ermetismo e fondata specie su un’apertura spirituale: “La poesia non può essere scritta contro il mondo, ma è concepita dentro di essa”. Lo è per chiunque, credente e non credente.

 

Giuliano Vigini, saggista e docente all’Università Cattolica di Milano, oltre ai numerosi contributi sulla storia dell’editoria e sulla letteratura cristiana antica e moderna (dalla Bibbia a sant’Agostino, da Dante a Manzoni) ha pubblicato studi e traduzioni di scrittori francesi moderni e contemporanei: da Pascal a La Rochefoucauld, da Hugo a Anatole France, da Bloy a Péguy a Mauriac, da Claudel a Saint-Exupéry. Già collaboratore della rivista Studi francesi e del Dizionario critico della letteratura francese (1972), diretto da Franco Simone, è autore di Naturalismo (2016), Scrittori “contro”. La rivolta nella letteratura francese tra secondo Ottocento e Novecento (2021) e Il grande inquisitore. Léon Bloy (2022), oltreché del repertorio Il Novecento letterario francese in Italia. Bibliografia delle traduzioni (1901-2000), con la presentazione di Giovanni Bogliolo (2002-2003, 2 voll.)

‘Sulle ali dell’arte’, arte scienza nella mostra collettiva su Leonardo

Leonardo da Vinci incarna da sempre l’idea dell’artista totale: inventore, pittore, anatomista, architetto, visionario. Nei suoi studi sul volo, raccolti nel celebre Codice sul volo degli uccelli (1505), l’arte e la scienza si fondono nel sogno di superare la gravità, di sfidare il limite, di “camminare sulla terra guardando il cielo”. Un approccio all’arte concepito come tensione verso l’alto, desiderio di un sapere volto ad unire mano, occhio e mente. Quella stessa spinta visionaria e quella irrequietezza creativa saranno il cuore di “In Alis Artis” – “Sulle ali dell’arte”, la mostra collettiva internazionale che sarà inaugurata sabato 29 novembre 2025 al MAS Museo D’arte e Scienza di Milano. L’esposizione celebrerà l’inquietudine, la libertà e la profonda curiosità che contraddistinguono l’artista contemporaneo, oggi come nel Rinascimento.

Il codice sul volo degli uccelli è un manoscritto di Leonardo da Vinci conservato presso la Biblioteca Reale di Torino.

L’interesse per il volo si manifesta in Leonardo fin dagli anni giovanili trascorsi a Firenze, ma è dopo il suo trasferimento a Milano, intorno al 1482, che il tema comincia ad assumere in lui un’importanza particolare. L’osservazione degli uccelli lo convince che il volo non ha in sé nulla di misterioso – a differenza di quanto pensano gli scienziati dell’epoca – e che è un fenomeno puramente meccanico.
Il fatto che l’aria sia comprimibile ed eserciti quindi una resistenza in grado di sostenere un corpo, costituisce una delle intuizioni fondamentali di Leonardo, portandolo a concludere la possibilità anche per l’uomo di volare. Una delle sue più famose applicazioni di quest’intuizione è il progetto del Grande Nibbio, una macchina costruita in legno con un meccanismo ad imitazione del volo battente. Il nome dell’invenzione riprende l’animale da cui Leonardo aveva tratto ispirazione per la sua realizzazione, appunto il Nibbio.

Per volere di Leonardo da Vinci un numero di codici imprecisato venne ereditato da Francesco Melzi che nel 1523 tornò a Milano portando con sé le carte. Alla morte del Melzi i manoscritti, conservati nella villa di Vaprio d’Adda, furono affidati al figlio Orazio e successivamente presero strade diverse a causa di sottrazioni e cessioni.

Grazie a una breve cronaca lasciata da Giovanni Ambrogio Mazenta, è possibile ricostruire, anche se in modo vago, le vicende di parte dei testi. La famiglia Melzi aveva come insegnante Lelio Gavardi d’Asola, che attorno al 1587 sottrasse 13 libri di Leonardo per portarli a Firenze al granduca Francesco. Essendo però morto il granduca, il Gavardì si trasferì a Pisa insieme con Aldo Manuzio il Giovane, suo parente; qui incontrò il Mazenta, al quale lasciò i libri affinché li restituisse alla famiglia Melzi. Il Mazenta li riportò a Orazio Melzi, che però non si interessò del furto e gli donò i libri; il Mazenta li consegnò al fratello.

L’assenza di un tema imposto per le opere esposte è una precisa volontà curatoriale di restituire centralità alla voce individuale dell’artista. Come accadeva nei codici di Leonardo, dove coesistevano ingegno tecnico, sensibilità estetica e libertà immaginativa, il pensiero leonardesco diviene così per l’artista un orizzonte simbolico, invito ad un “volo” senza restrizioni.

Le opere selezionate per l’evento, tra media e tecniche differenti, abiteranno dunque questo “cielo aperto” con visioni introspettive, sociali, concettuali o formali, evidenziando quanto l’arte contemporanea sia polifonica, fluida, in divenire.

L’evento vedrà la partecipazione di artisti di varie nazionalità con opere di pittura, scultura, arte digitale, AI e fotografia.

 

DIS’ART MANTE. L’arte come resistenza poetica e disarmo interiore

Dal 18 al 30 ottobre 2025, la CathArt Gallery di Varese ospita la mostra bipersonale “DIS’ART MANTE. L’arte come resistenza poetica e disarmo interiore”, un intenso dialogo visivo tra Francesca Thermes e Cristiano Emanuele Ranghetto (C.R.E.!), a cura di Carla Pugliano.

L’inaugurazione è prevista per sabato 18 ottobre alle ore 18:00, con la partecipazione del critico e giornalista Andrea Barretta, figura di rilievo nel panorama artistico contemporaneo.

Nata da una riflessione condivisa sull’impotenza e lo smarrimento che attraversano il nostro tempo, la mostra si presenta come una dichiarazione di intenti.

“DIS’ART MANTE” nasce da una riflessione condivisa sull’impotenza e lo smarrimento che attraversano il nostro tempo. Un titolo che diventa parola-simbolo: l’arte come disarmo, come gesto empatico e rigenerante, come luogo di resistenza sensibile contro l’indifferenza e la violenza.

Nelle opere dei due artisti, la pittura si trasforma in atto di compassione e testimonianza, in un linguaggio che non cerca di cambiare il mondo ma, come ricordava Ernst Fischer, di renderlo “meno disumano”.

La mostra nasce così dall’incontro di due visioni, unite da un’urgenza comune, quella di restituire attraverso l’arte una voce al silenzio, un senso al disorientamento del nostro tempo.

Francesca Thermes, artista autodidatta con formazione in architettura e design, porta in galleria un linguaggio intimo e meditativo, costruito su fondi blu e oro attraversati da segni netti e strutture fluttuanti. Le sue opere evocano paesaggi interiori e memorie sospese, restituendo una pittura che diventa luogo di ascolto, consolazione e leggerezza.

Nel suo lavoro, materiali quotidiani e oggetti di recupero si trasformano in elementi poetici, in frammenti che respirano una nuova vita artistica. Come spiega lei stessa, “nella pittura il mio lavoro è un’esplosione, da cui nascono immagini frammentate come note”.

Di diversa matrice, ma affine nello spirito, è la ricerca di Cristiano Emanuele Ranghetto (C.R.E.!), pittore, scultore e poeta formatosi all’Accademia di Brera. Artista visionario e spirituale, Ranghetto è ideatore del Multivisionismo, uno stile che invita lo spettatore a ruotare le opere, scoprendo volti, simboli e figure mutevoli.

Per lui l’arte è “atto profetico e pedagogico”, strumento di risveglio e partecipazione: “chi osserva diventa partecipe e, in un certo senso, artista”, afferma. In mostra anche le sue sculture in terracotta corrosa, metafora delle ferite inflitte dall’uomo alla Terra, in un linguaggio che intreccia denuncia e spiritualità.

Il dialogo tra Thermes e Ranghetto diventa così un percorso di catarsi e speranza Le loro opere, pur nate da sensibilità diverse, convergono nel bisogno di restituire centralità all’umano, di trasformare il dolore in gesto poetico e la fragilità in testimonianza. In un’epoca segnata da conflitti e disuguaglianze, “DIS’ART MANTE” si offre come spazio di riconciliazione e di ascolto: un invito a riaccendere la coscienza attraverso la bellezza condivisa.

La mostra è curata da Carla Pugliano, artista di fama internazionale e fondatrice della CathArt Gallery, spazio nato a Varese per favorire il dialogo tra arte, spiritualità e contemporaneità. Pugliano, già insignita del Leone d’Oro alla Triennale di Venezia e presente alla 60ª Biennale di Venezia, dal 2026 sarà consulente artistico per l’Atlante dell’Arte Contemporanea (Giunti), destinato alla presentazione al MoMA di New York.

 

All’inaugurazione sarà presente Andrea Barretta, giornalista, scrittore e critico d’arte, recentemente curatore della mostra “Il tempo di Warhol e la Pop Art” al Museo della Stampa di Soncino. Con una carriera costellata da collaborazioni con artisti come Warhol, Baj, Rotella e Schifano, Barretta porterà un contributo critico di rilievo, arricchendo l’apertura con una riflessione sull’arte come resistenza poetica e testimonianza del presente.

L’iniziativa è sostenuta dal media partner L’ArteCheMiPiace, piattaforma dedicata alla promozione dell’arte contemporanea e alla diffusione della cultura visiva.

 

 

Bookbot, la start up moderna che dà una seconda vita ai libri

Vendere al meglio i tuoi libri usati richiede di scegliere la piattaforma giusta e seguire alcuni semplici accorgimenti. La scelta dipende molto dal tipo di libro che si vuole vendere ma anche dalla qualità della piattaforma.

Bookbot è una start-up moderna che dà una seconda vita ai libri usati. In passato, i libri già letti venivano spesso buttati via. Per Bookbot, questo è uno spreco terribile. Per questo motivo si sono dati una missione: trovare un modo per dare una nuova vita ai libri che hanno già raccontato la loro storia.

Vendere libri di seconda mano è l’obiettivo di Bookbot che affonda le proprie radici  nella bellissima città di Praga. L’attività si propone di raggiungere il mondo intero. Sono già presenti in Germania, Austria e Slovacchia, ma le loro ambizioni non si fermano qui. Non vogliono solo farsi un nome e offrire libri a prezzi convenienti: puntano anche a Francia, Italia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi.

Il riciclo per Bookbot è importante, perché vendere libri di seconda mano significa risparmiare carta, conservare risorse e promuovere la sostenibilità.

  • offrire ai lettori la possibilità di scoprire un servizio innovativo e unico in Italia per acquistare libri usati in modo semplice e sicuro;
  • dare visibilità a un catalogo molto ampio, con oltre 1,6 milioni di titoli disponibili, comprese edizioni fuori catalogo;
  • proporre un servizio utile e attuale, che permette di leggere di più spendendo meno, un tema vicino a chi ama i libri.

 

Bookbot si distingue per alcune caratteristiche uniche:

  • ogni libro è fotografato singolarmente, così il lettore sa esattamente cosa acquista;
  • abbiamo oltre 1,6 milioni di titoli disponibili, comprese edizioni fuori catalogo;
  • la nostra missione è dare nuova vita ai libri e rendere la lettura accessibile a tutti.

 

Bookbot si distingue per un’amplia scelta di libri soprattutto nella sezione narrativa e saggistica.

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