Ricordando James Joyce a 131 anni dalla nascita attraverso il suo capolavoro ‘Ulisse’

Il 2/2 del ’22, il 2222, fu una specie di esplosione verbale di cui s’ode ancora l’impeto, imperiale: nessuno, da lì in poi, può prescindere dal “super-romanzo” di James Joyce, per sottomissione o ribellione. Una storia dell’influenza di Ulisse nella letteratura occidentale del Novecento finisce grosso modo per coincidere con la letteratura occidentale del Novecento: T.S. Eliot – pur usandolo per tirare il carro alla propria estetica – aveva capito tutto, “Usando il mito e operando un continuo parallelo tra contemporaneità e antichità, Joyce instaura un metodo che altri potranno utilizzare dopo di lui”; seguiva, per capirci, il paragone con “le scoperte di un Einstein”. Insomma, il ‘metodo’ di Joyce era equivalente alla teoria della relatività generale di Einstein (che nel 1921 aveva ricevuto il Nobel per la fisica).

Da allora, nulla sarebbe stato più come prima. Virginia Woolf legge Ulisse irritandosi – “Ho terminato l’Ulisse e mi sembra un colpo mancato. Genio ne ha, direi, ma di una purezza inferiore. Il libro è prolisso. È torbido. È pretenzioso. È plebeo, non solo nel senso di ovvio, ma nel senso letterario” –, Ezra Pound lo esalta esalando urla: “Tutti gli uomini dovrebbero «unirsi per elogiare Ulisse»; chi non lo farà potrà accontentarsi di un posto negli ordini intellettuali inferiori; non voglio dire che tutti debbano elogiarlo a partire dallo stesso punto di vista, ma tutti i seri uomini di lettere, che ne scrivano o meno una critica, dovranno di certo concepirne una per loro uso e consumo”. William Faulkner, dopo una gita tra bordelli italiani vari, atterra a Parigi, nel ’25, e sogna di vedere Joyce dalla vetrata di un cafè, in Place de l’Odéon: la lezione di Ulisse gli è necessaria per giungere a L’urlo e il furore.

Nel 1932, per onorare i cinquant’anni di JJ, Hermann Broch, a Vienna, dà lettura del suo saggio, James Joyce und die Gegenwart (poi pubblicato nel 1936; in Italia è uscito come James Joyce nel 1983, da Editori Riuniti): lo stesso editore tedesco dell’Ulisse pubblicherà il capolavoro di Broch, La morte di Virgilio, che usa, a modo suo, il ‘metodo’ di Joyce. L’Ulisse è testo assoluto e seminale: inimitabile, ha mutato le geografie fino ad allora sperimentate dal genere romanzo; una specie di rivoluzione quantistica. Ne Il gioco degli occhi, Elias Canetti racconta quando ha incontrato Joyce, a Zurigo, nel 1935: fu una fuga nel frainteso. Canetti aveva letto, in pubblico, la sua Commedia della vanità, di cui Joyce aveva recepito solo alcuni frammenti. “Nell’intervallo fui presentato a Joyce”, scrive Canetti, “il quale si espresse in termini molto bruschi e molto personali: ‘Io mi faccio la barba col rasoio, senza specchio!’”. Nella Commedia si accennava agli specchi, al loro inesorabile enigma, ma quella di Joyce pare una frase che nasconda un cabbalista, dai sensi irritati e sovrapposti. Spesso i biografi ricordano che dopo aver pubblicato Ulisse, Joyce subì “nuovi disturbi agli occhi”, quasi che vi fosse una coincidenza tra scrittura e cecità.

“Leggere l’Ulisse,” opera realistica e burlesca al tempo stesso, come scrive Alessandro Ceni nella sua Nota introduttiva, “è come guardare da troppo vicino la trama di un tessuto” dove le parole, che sono i nodi della trama, rivoluzionano. Trascinata da una scrittura mutevole e mimetica, da un uso delle parole che è esso stesso narrazione, la complessa partitura del romanzo procede con un impeto che scuote e disorienta. Perché “un testo così concepito esige un lettore pronto a traslocarvisi armi e bagagli, ad abitarlo, a starci dentro abbandonando ogni incertezza”. Solo immergendosi senza riserve nella scrittura il lettore potrà uscirne davvero, alla fine, inondato di tutta la luce che questo romanzo concentra in sé.

Ciò che rende Ulisse imponente non è, infatti, il tema ma la scala su cui viene sviluppato. Sono serviti sette anni a Joyce per scriverlo e l’ha fatto in settecentotrenta pagine, che sono probabilmente le pagine più assolutamente “scritte” da Flaubert in poi. Non solo l’aneddoto è espanso fino alla sua forma più piena possibile – c’è un resoconto elaborato di quasi tutto vien fatto o pensato da Mr. Bloom dal mattino alla notte nel giorno in questione – ma si ha sia il metodo “psicologico” che quello flaubertiano di rendere lo stile in linea con la cosa descritta, metodo portato diversi passi avanti più di quanto non sia stato fatto sinora, così che mentre in Flaubert si hanno banalmente le parole e le cadenze adattate con cura a suggerire uno specifico stato d’animo o un personaggio senza alcun tentativo di identificare la storia con il flusso di coscienza della persona descritta, e in Henry James la semplice esplorazione del flusso di coscienza con vocabolario e cadenza unici per tutto l’insieme di stati d’animo e personaggi, in Joyce non si hanno soltanto la vita descritta dall’esterno con virtuosità flaubertiana ma pure la consapevolezza che ogni personaggio e ogni suo stato d’animo sono messi a parlare in un idioma loro proprio, il linguaggio usato in riferimento al linguaggio. Se Flaubert insegnava a Maupassant come trovare l’aggettivo che avrebbe distinto una certa carrozza da tutte le altre carrozze al mondo, James Joyce ha stabilito che si deve trovare il dialetto che potrebbe distinguere i pensieri di un certo Dublinese da quelli di ogni altro Dublinese.

“Peccato per il pubblico se si attende di trovare una morale nel mio libro – o peggio, potrebbero prenderlo ancora più sul serio e, onore di gentiluomo, non vi è una sola riga seria lì dentro” J. Joyce

Mr Bloom, coi suoi generosi impulsi e i suoi tentativi di comprendere e padroneggiare la vita, è il simbolo epico dell’uomo raziocinante, umiliato e ridicolo, pure in grado di districarsi con l’astuzia dagli spiriti che tentano di distruggerlo; e Mrs. Bloom, con la sua forza terrificante frammista di affetti amorosi e materni, con le sue radici nello sporco della terra e il suo gioioso fiorire in bellezza, è l’immagine gigantesca della terra stessa da cui sia Dedalus che Bloom sono sorti e che sembra essere il fondamento profondo dell’intero dramma come il tono base all’inizio dell’Oro del Reno.

Il tema principale del capolavoro di Joyce va cercato nel suo parallelo con l’Odissea: Bloom è una specie di moderno Ulisse – con Dedalo come Telemaco – e lo schema e le proporzioni del romanzo vanno fatti corrispondere a quelli dell’epica. Sono questi e non le necessità interne dell’argomento ad aver dettato le dimensioni e la forma di Ulisse.

 

https://www.pangea.news/joyce-ulisse-anniversario/

‘La voce del crepaccio’, il thriller nordico dell’alto-atesino Matthias Graziani

Seducente e misterioso, La voce del Crepaccio, l’ultima fatica letteraria dello scrittore altoatesino Matthias Graziani (edito da Mursia), e tra i migliori thriller italiani del 2022 che si avvia alla conclusione, conferma la prestigiosa parentela artistica tra Graziani e Dennis Lehane e la straordinaria capacità di Graziani di distinguersi tra la massa di proposte editoriali noiose e banali.

La voce del crepaccio è ambientato nel 1989 in Alto Adige e vede come protagonista la voce del Gletschamm, creatura del crepaccio, un uomo sanguinario che conosce perfettamente le montagne dell’Alto Adige e cerca sempre di colpire qualche vittima. Forse, è proprio lui il colpevole della morte di un giovane uomo di nome Mirko Tries e forse, responsabile anche della scomparsa della sua fidanzata, ex Miss Tirolo. Ad indagare su questo caso, ci sono il commissario Lara Broschi, una donna di cinquantacinque anni che per la prima volta affrontare un caso così complicato. Fortunatamente, però, non sarà sola: verrà aiutata dalla guardia forestale che è una leggenda vivente del posto di Bergfeld: Karl Kastner, un uomo dai capelli folti, snello e in ottima forma fisica. Ma, i protagonisti principali non finiscono qui: troviamo anche un giovane adolescente, Julian Spitaler. Il ragazzo ha una dote particolare: sente le voci che provengono dalla montagna e per questo motivo non viene visto di buon occhio dalla popolazione, ma, grazie al suo dono riesce ad essere d’aiuto per le indagini che stanno conducendo il commissario e la guardia forestale.

Quando il Gletschmann torna a colpire, il commissario avrà bisogno di tutte le forze in gioco per poter fermare un assassino che è uscito dalle leggende e che sembra davvero inarrestabile. Nel nuovo libro di Graziani, leggende, thriller e fantasy si fondono per scandagliare nell’orrore e nelle relazioni umane, restituendo al lettore un’opera descrittiva ma che non lesina la dimensione introspettiva. Ne risulta un ritmo narrativo incalzante ed elegante che spinge continuamente chi legge a chiedersi come andrà a finire la storia.

Tra montagne e misteri, Graziani coglie l’occasione per realizzare un romanzo anche di formazione e d’avventura che tocca il cuore, che commuove e rende il lettore empatico con Julian, il ragazzo che sente le voci della montagna:

«E quella sera, mentre Julian sta osservando la pioggia dal camper, nei boschi di Feldberg qualcosa di molto pericoloso è tornato a vivere. Fuori il sole muore in lontananza, tingendo di rosso fuoco le Dolomiti, mentre il banco di nubi si dirada.»

Graziani sa trasformare un personaggio in una persona in carne e ossa, un luogo ed in particolare le Dolomiti in una emozione, una descrizione in un brivido. Caratteristiche che fanno dello scrittore altoatesino, tra i più talentuosi narratori italiani di oggi.

Come Lehane, Graziani riesce a creare ritratti di una precisione cristallina e di calarli nel lato più oscuro e inquietante della vita. La voce del crepaccio è un libro imperdibile per gli appassionati del genere, per chi ama le contaminazioni letterarie, doppie trame e viaggi originali dal sapore country, in luoghi, a volte, di oscura bellezza e fascino nordico:

L’Alto Adige è zona di cowboy, o meglio dei Kuahhuabn nel dialetto locale, i ragazzi delle mucche, con cappelli, stivali, cinture con grosse fibbie, mucche al seguito e cavalli, soprattutto haflinger. (…) il cielo era di un azzurro intenso, ma da settentrione una striscia insanguinata di nuvole stava lentamente divorando tutto il sereno. I rossi gerani in fiore brillavano alla luce del sole morente.

 

Matthias Graziani (1979) vive a Bolzano, lavora come insegnante e giornalista. La Stirpe del Vento (2010) segna il suo esordio nell’editoria. Sottopelle (2016) è il suo primo thriller ed è stato apprezzato dal maestro del noir Andrea G. Pinketts. Con Quel che resta del peccato (2018) tinge di noir la sua Bolzano. Con un racconto, nel 2020, vince il primo premio conferito dall’Accademia della Scrittura.

 

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“Non voglio morire. Torino 6 dicembre 2007”. Il primo libro sulla tragedia della ThyssenKrupp, di Stefano Peiretti

“Non voglio morire”, è la frase pronunciata da Giuseppe Demasi, 26 anni, la più giovane delle 7 vittime della ThyssenKrupp quella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, quando fu investito dall’incendio con altri sette compagni, Rocco Marzo 54 anni, Rosario Rodinò 26 anni, Antonio Schiavone 36 anni, Roberto Scola 32 anni, Angelo Laurino 43 anni, Bruno Santino 26 anni e Antonio Boccuzzi, l’unico ad essere sopravvissuto.

“Non voglio morire. Torino 6 dicembre 2007” è il titolo del libro di Stefano Peiretti, edito da Echos, il primo che racconta la tragedia della ThyssenKrupp, e che vuole essere un monito alle Istituzioni affinchè intervengano con leggi mirate per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro perchè come recita la Costituzione “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, ma quel che è certo è che di lavoro non si deve e non si può morire.

Luca Mariani si appassiona al giornalismo sin da bambino e, ormai giovane adulto, desideroso di mettersi alla prova, si ritrova a lavorare nella redazione di un giornale torinese. Il giorno 6 dicembre 2019, Luca s’imbatte nell’articolo della sua collega Chiara Monti, che ricorda il terribile rogo dell’acciaieria ThyssenKrupp avvenuta in quello stesso giorno di 12 anni prima, in cui morirono 7 operai. Un incubo durante la notte lo spingerà a interessarsi di quell’evento doloroso, che sarà destinato a restare una ferita aperta nel tessuto sociale di Torino. Questo sarà il punto di partenza del suo impegno per tenere viva la memoria delle morti sul lavoro.

Comincia un viaggio di approfondimento delicato e rispettoso: il giovane giornalista, grazie al supporto della collega, riesce a incontrare i familiari che gli fanno vivere, attraverso i loro racconti, la tragedia che ha improvvisamente sconvolto la Città di Torino e il mondo intero in quel 6 dicembre 2007. Grazie alle loro parole, l’autore lascia emergere emozioni e ricordi a distanza di così tanti anni dall’evento. Quale futuro è possibile, dopo questo trauma? Come si può trasformare il flusso di emozioni in impegno per trasmettere sempre e comunque speranza?

Il volume porta la prefazione di Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto alla tragedia e poi deputato (XVI e XVII Legislatura). Nelle sue intense pagine, egli consegna il suo vissuto da quella fatale notte e il costante riverbero che essa ha ancor oggi. Particolarmente incisiva è un’immagine che propone, richiamando quanto lo ha colpito nel ritornare nell’ormai abbandonato stabilimento per trovare ispirazione per il suo scritto:

Ho provato un brivido profondo nel vedere un ammasso di foglie, un albero abbattuto da una tempesta precedente, tanta immondizia e un inquietante, pauroso senso di abbandono. Quell’albero, quel luogo che doveva contribuire a non dimenticare, è stato dimenticato, inghiottito dal tempo. L’albero, che doveva essere un simbolo, oggi rappresenta perfettamente il degrado di un non luogo.

L’ennesima beffa, l’ennesima amnesia. Un’amnesia cui questo libro vuole “guarire”, dando voce alla non anestetizzabile e non anestetizzata sofferenza di quanti debbono quotidianamente fare i conti con l’assenza di chi trovò la morte là dove la sicurezza non dovrebbe mai essere barattata con un salario.

Ciò che ha spinto e dato la forza allo scrittore lungo il suo cammino al fianco di chi ha perso i propri cari quattordici anni fa, è stato proprio il contraccolpo della visione di quell’albero caduto, assorbito e svuotato della sua dagli annichilenti resti di quella fabbrica. Desolato non luogo, dimenticato e abbandonato da tutti.

Il “Tempio del sacrificio umano dove Dio, quella notte, è morto tra le fiamme, ammazzato dalla stoltezza e dalla malvagità dell’uomo vile” è stato profanato. E poi quell’albero, simbolo di quella notte, lasciato a terra e mai rialzato. E così ritornando in macchina mi decisi a iniziare questo progetto.

Mi sono detto: ‘Voglio rialzare quell’albero, immaginando che quel legno siano le pagine di questo libro che mi hanno svelato il dramma di un mondo sconosciuto’.

Le scelte stilistiche e di registro dell’autore, soprattutto il rilievo dato ai dialoghi e alla loro intensità, sono nate dalla volontà, tenacemente perseguita, di rendere fruibile a tutte le età il romanzo, affinché la memoria di questo evento non venga mai persa, soprattutto dalle nuove generazioni. Non è un’opera pensata per entrare nel particolare giudiziario e che nemmeno indugia sugli aspetti politici. Indubbiamente, però, è evidente che il volume assuma un ruolo di sensibilizzazione.

La ferita che Torino ha ancora aperta non si potrà mai rimarginare e dovrebbe essere da monito all’intera Italia e ai governanti per avere maggior sicurezza sui luoghi di lavoro.

L’autore

Stefano Peiretti è nato a Torino nel 1988. Laureato in Informatica presso l’Università degli Studi di Torino, diventa consulente informatico, docente e formatore. Appassionato di didattica, psicologia, pedagogia, teologia, letteratura, musica e iconofìlia. Vescovo della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata e attivista per i diritti civili e le pari opportunità.

Autore di “Franco e Gianni – 14 luglio 1964” (2017 – Echos Edizioni) sulla vita della prima coppia omosessuale unita civilmente a Torino nel 2016, “Non sono come tu mi vuoi” (2018 – Echos Edizioni) e “Le trappole dell’anima” (2019 – Pathos Edizioni) sulla violenza di genere percepita, subita e sommersa e di “#CrediInTe” (2020 – Aracne Edizioni) su bullismo e cyberbullismo. Con “Non voglio morire – Torino 6 dicembre 2007” racconta la tragedia della ThyssenKrupp corredata dai racconti inediti dei familiari delle vittime

‘Pericolo sulle cime’, la raccolta poetica di Gary Snyder, l’ultimo superstite della Beat Generation

Pericolo sulle cime dello scrittore statunitense Gary Snyder, edito da Elemento 115, inizia con l’ascesa al Mt. St. Helens compiuta dall’autore nell’agosto 1945 quando, venuto a conoscenza delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, giura di combattere per il resto della sua vita un potere “tanto crudele e devastante”.

Praticando una sorprendente varietà di stili, Danger on Peaks costruisce un ponte tra quelle giovanili esperienze e le poesie successive concernenti quella che lo stesso autore definisce una dimensione di vita “immediata, intima, di piccoli fatti e intuizioni”. Ne scaturisce la raccolta più personale di Gary Snyder e l’esempio di come la poesia si possa coniugare ad una spinta di liberazione, non solo individuale. Con testo a fronte, questa è la prima traduzione italiana della raccolta di Snyder.

La natura incontaminata e selvaggia è al centro del pensiero di Gary Snyder, il mondo selvaggio celebrato nelle sue opere che avvicinato con generosità, umiltà e rispetto diventa il galateo della libertà. Per il poeta e saggista nordamericano, ambiente, economia e cultura sono viste come un tutto interrelato e inter-reagente. Per questo la crisi del modello di vita occidentale è la conseguenza del processo di civilizzazione che ha provocato la rottura della sacra e antica alleanza fra Uomo e Natura, celebrata ed evocata per millenni dalle antiche culture tradizionali.

Gary Snyder (San Francisco, 1930) è l’ultimo superstite della Beat Generation. A lui è ispirato Japhy Ryder, il personaggio ne I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac. Studioso di lingue e culture orientali, ha soggiornato dal 1956 al 1968 in Giappone studiando il buddhismo zen e
vivendo in monasteri e comunità. Dagli anni ’70, Snyder è divenuto un punto di riferimento per il suo impegno nella difesa dell’ambiente. Teorico dell’ecologia profonda, docente e attivista, è considerato una delle voci più rilevanti della poesia americana (Premio Pulitzer, 1975). Vive in California, nella Sierra Nevada.

Paolo Allegrezza (1962). Insegna lettere in un liceo. Collabora a “Mondoperaio”, “Frequenze poetiche”, “TerradelFUOCO. Lab-Oratorio Poietico”. Ha tradotto e curato L’ascesa di Moses, di S. D. Selvon (Pungitopo, 1991) e Breve storia d’Inghilterra, di G. K. Chesterton (Rubbettino, 2011).

 

Pericolo sulle cime – Gary Snyder – Libro Elemento 115 2022 | Libraccio.it

‘Restare in Vietnam. Dalla parte del nemico’, il libro-intervista senza filtri di Luca Pollini

Restare in Vietnam. Dalla parte del nemico è un libro-intervista di Luca Pollini pubblicato da Elemento 115 nel 2017 e riproposto nel 2022

A scegliere di restare con il nemico è Marlin McDade, soldato americano impegnato per quattro anni sul fronte della guerra del Vietnam. Originario del Kansas, proveniente da una famiglia cattolica e con tradizioni militari (padre e nonno sono decorati di guerra) Marlin è partito poco più che ventenne, abbastanza convinto di quello che stava andando a fare. Poi gli eventi: l’addestramento inutile; convivere con la paura per tutto il giorno; le perdite di amici; le azioni crudeli; il ritorno momentaneo a casa dove, convinto di essere accolto come un eroe viene insultato e chiamato assassino. Una nuova partenza verso il fronte dove viene ferito, i primi dubbi su quello che stava facendo. Un’amicizia, poi sfociata in amore, con un’infermiera nord-vietnamita, in una Saigon che “vive” nascondendo le atrocità della guerra. E alla chiamata di ritiro delle truppe la sua risposta: «No, io mi fermo qui». La storia di Marlin è stata raccolta dall’autore in una lunga intervista realizzata nell’estate del 2016 in un bar a Da Nang.

Marlin McMade è un reduce della guerra in Vietnam. Travolto da un senso di colpa per ciò di cui è stato insieme responsabile e testimone al fronte, ha voluto affrontare i suoi fantasmi del passato ed è tornato in Vietnam. Quello che era il nemico di un tempo è diventato un popolo che, nel suo piccolo, McMade prova ad aiutare nella lotta contro le mine anti-uomo.

Una storia emozionante e inusuale, quella narrata in questo racconto biografico duro e senza filtri. mirabile la capacità sintetica dell’autore che in pochi passi ripercorre le vicende del soldato McDade, protagonista di un’epoca, così distante e allo stesso tipo così vicina, che ha cambiato il mondo.

È il minimo che posso fare per un popolo che mi ha accolto a braccia aperte, senza chiedermi mai il motivo della mia scelta, senza rinfacciarmi mai che pochi anni prima ero dall’altra parte imbracciando un mitragliatore.

Luca Pollini è un giornalista, scrittore e autore. Tra gli altri, ha pubblicato Hippie, la rivoluzione mancata (2017) e Woodstock non è mai finito (2018). Per il teatro ha scritto Restare, adattamento di Restare in Vietnam.

‘Mezzogiorno moderno’. Il saggio necessario di Aurelio Musi

La battaglia politico-culturale contro ogni tentativo di introdurre in Italia un federalismo ‘squilibrato’ – al di fuori cioè di un rigoroso quadro normativo nazionale che disciplini con chiarezza le ulteriori e specifiche competenze da trasferire alle Regioni conferendo ad esse le risorse con cui gestirle e senza un fondo perequativo in favore del Mezzogiorno – sta cercando di impedire una frattura fra un Nord più sviluppato che vorrebbe trattenere il suo surplus fiscale e un Sud con una ricchezza prodotta inferiore che verrebbe a perdere gran parte dei trasferimenti di risorse perequative provenienti dalle Regioni settentrionali.

Tale battaglia è al centro del dibattito politico-culturale da molto tempo, anche se ultimamente si è affievolito o lo so affronta in modo superficiale e pregiudiziale. Il Sud che produce, compete, esporta, innova e non vuole confondersi con il vecchio Sud accattone e parassita: è il Mezzogiorno moderno pertanto che vuole allearsi sempre di più con il Nord più avanzato per competere insieme nel mondo, di cui parla Aurelio Musi nel saggio Mezzogiorno moderno. Dai Viceregni spagnoli alla fine delle Due Sicilie (Salerno editrice), il quale offre a lettore una sintetica ma rigorosa ricostruzione e un’interpretazione complessiva delle vicende del Mezzogiorno dal periodo spagnolo fino all’unificazione politica dell’Italia. La piena integrazione nella storia italiana ed europea e, al tempo stesso, l’originalità di una via napoletana, di una via siciliana e di una via sarda allo Stato e alla società moderni costituiscono il filo rosso del racconto che risulta fresco e mai pesante.

Per la prima con questo saggio viene presentata una storia del Mezzogiorno italiano moderno comprensivo della Sicilia e della Sardegna che, pur con i loro caratteri specifici, ne hanno fatto e ne fanno parte integrante: una storia ricchissima storia ricca compresa fra l’eredità medievale,– il catalano-aragonese, lo spagnolo, l’asburgico, il napoleonico, il borbonico, il sabaudo, – la fine del Regno delle Due Sicilie, l’ingresso nell’Italia unita.

Aurelio Musi distingue tre strade verso la modernità all’interno della storia del Mezzogiorno: una via napoletana, una via siciliana, una via sarda. Si tratta di tre vie che non contraddicono la relativa unità di caratteri del Mezzogiorno d’Italia come comunità economica, sociale, politica e culturale, differente rispetto alle altre due aree del paese, quella centrale e settentrionale. La relazione fra caratteri napoletani, sardi e siciliani, ha profondamente segnato la modernità dell’Italia centro-settentrionale.

L’autore ha giustamente osservato che in tutti e tre i regni meridionali appartenenti alla Spagna la Corona è stata il soggetto politico protagonista del passaggio alla modernità, in quanto dato vita allo Stato, la forma di organizzazione politica più moderna; la disciplina, cioè il rapporto fra capacità di comando di chi governa e disponibilità all’obbedienza, alla fedeltà da parte dei sudditi, grazie all’adozione di strumenti di equilibrio fra dominio e consenso; ha favorito un processo di riassetto dei ceti sociali; ha stimolato lo sviluppo di forme di contrattazione tra le istituzioni monarchiche e i ceti a vario titolo rappresentati. Tali processi erano comuni ai tre Regni.

Tutte e tre le parti del Mezzogiorno hanno poi sviluppato, nel corso dei secoli e con le proprie peculiarità, un ruolo di primaria importanza nel Mediterraneo, contribuendo, come ha rilevato Musi, a fornire un’indicazione non solo storica, ma anche di prospettiva geoeconomica e geopolitica. Se infatti inquadrate nell’ottica presentata da Musi, le vicende del Regno di Napoli, di Sicilia e di Sardegna dal tardo Medioevo alla prima metà dell’Ottocento, appaiono meno un’anomalia nella storia italiana e più un modo particolare di vivere un’esperienza storica su scala europea, impossibile ad essere vissuta sul piano dell’autonomia e dell’indipendenza.

Nell’Italia meridionale sono presenti tantissimi gruppi industriali settentrionali ed esteri che collaborano con cluster diffusi di aziende locali: insieme, costituiscono punte di eccellenza della competitività italiana nel mondo: è questo allora il Sud che è necessario anche al Nord, assicurandogli mercato, materie prime e beni intermedi. Questa unità nella modernità allora bisogna difenderla e proteggerla da dibattiti fuorvianti e faziosi, semmai arricchirli, partendo proprio dallo studio del saggio di Aurelio Musi.

 

‘Tutto secondo gli accordi’, poesia e musica nella raccolta poetica di Riccardo Santarelli

Il legame tra poesia e musicalità ha radici antiche e risale ai poemi omerici, dove l’esametro serviva alla memoria degli aedi per ricordare più facilmente le grandi imprese della guerra di Troia e le avventure di Ulisse in viaggio nel Mediterraneo. Lo scrittore pugliese Riccardo Santarelli fa coesistere parola e musica più volte nella raccolta poetica dal titolo Tutto secondo gli accordi, edito da Eretica, mostrando come un’opera poetica e un brano musicale possano apparentemente prescindere l’una dall’altro ma poi sentano il bisogno di chiamarsi, desiderarsi e ispirarsi, andando a creare un preciso e singolare contesto.

Ideata durante la seconda metà del 2021, la raccolta di poesie Tutto secondo gli accordi è nata dalla volontà di far partire dallo stesso binario musica e verso. I titoli dati alle poesie sono accordi musicali che formano quella che in musica si chiama armonia non funzionale, ovvero una successione non canonica, che prescinde dalla tonalità ma il cui risultato compositivo è più che valido.

Come si spiega nella Prefazione, all’inizio dell’estate del 2021 Santarelli aveva già in mente di scrivere un libro di poesie che strizzasse l’occhio alla musica; aveva già il suo inizio e la sua fine: il titolo Tutto secondo gli accordi e la poesia “Silenzio”, l’ultima di questo originale volume.

Il titolo di ogni poesia che compone la raccolta è un accordo, e ogni lirica nasce da un percorso arduo, quasi irrazionale, vitale e istintivo alla cui base c’è l’ispirazione musicale. La duplice forma dell’opera corrisponde alla volontà di Santarelli, che nella sua ricerca espressiva favorisce sempre di più una modalità di lettura empirica, di coinvolgere più sensi senza la pretesa di dare loro un ordine ben definito.

La raccolta di Santarelli sottende il sottotitolo che è una citazione di Beethoven: <<La musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia>>. Nel caso specifico, l’autore sperimenta i meandri del vuoto, rimanendo ancorato alla ricerca del “movimento segreto delle cose”. Cerca, manifesta, comprende, definendo la musica in poesia, unico spazio di infinita vitalità e divenire.

La musica per Santarelli è l’avamposto della vita e della speranza, la poesia quello della luminosità e della trasparenza. Tale connubio, si esplica chiaramente e felicemente in Tutto secondo gli accordi, dove non solo si cercano di percepire gli oggetti nei loro dettagli, ma anche la forza della metafora di trattenere la loro essenza, e di portare loro a uno stato di purezza.

Il cuore di Santarelli batte per l’enigma della parola, delle cose, della realtà che a volte non sappiamo definire innocente, cose e parole  smarrite fra rivoli di sentimenti e visioni:

 

RE CON SECONDA SOSPESA

Ho concepito l’attesa
vietando alle parole
di sciogliersi
sulla bocca,
forzando il pensiero
su binari molli
che percorrono fondali.

Da bambina
mi si è appesa al collo,
ha svelato il suo segreto
e ha umiliato il tempo,
riducendolo a un folle
che predica la fine
troppo presto,
troppo in fretta.

Ormai cresciuta,
mi porta sulla cima
del mondo,
dove ogni uomo,
una volta nella vita,
si lascia morire.

 

Tutto secondo gli accordi è sia un brano di musica classica (all’interno del volume c’è anche un codice QR che rende possibile l’ascolto) che una raccolta poetica che sa di mistero e piccoli svelamenti. L’autore ha lasciato che il verso ispirasse la musica e che la musica ispirasse il verso. Il senso di marcia non conta: si può cominciare con l’ascolto o con la lettura; l’importante è lasciare che l’udito e la vista godano rispettivamente della musicalità del verso, dominio della poesia, e delle ampie spennellate di sensibilità che solo la musica riesce a realizzare. Le poesie ruotano intorno a riflessioni esistenziali, l’autore considera il vuoto quasi come un luogo davvero concreto, non il vuoto aborrito dalla Natura:

Vivo nel vuoto,
perché è l’unico luogo
che mi contenga.
Posso portarci
qualsiasi cosa:
una città intera,
senza che si riempia;
la pioggia scrosciante,
senza che si bagni;
doni su doni,
senza ricevere
alcuna gratitudine.
Posso portarci
il mio volto,
senza per forza
essere riconosciuto.

Santarelli compone il suo spartito poetico seguendo l’assunto che vuole che Musica e poesia accomunate dalla specificità di forme distribuite nel tempo. Entrambe, insomma, hanno il tempo come carattere fondante. Così come entrambe costruiscono il proprio effetto ricettivo su fenomeni di tipo uditivo, di tipo acustico. E questo i poeti, da Dante a Petrarca, da Leopardi a Montale, lo sapevano benissimo: anche nel momento in cui scrivono un metro chiuso, obbligato, per rime incatenate e così via, giocano continuamente sull’anisosillabismo dell’esecuzione. Riccardo Santarelli non è da meno, e regala agli appassionati di musica e di poesia squarci di vita pensata, riflessioni, un mondo interiore in cui tutti le anime sensibili possono riconoscersi, mostrando acutamente e delicatamente come la musica e la poesia siano un binomio essenziale.

 

Riccardo Santarelli è nato a San Giovanni Rotondo nel 1988, si è laureato alla facoltà di Lettere Moderne. Nel 2009 pubblica il suo primo libro di poesie, Frammenti di anti-quotidianità, presso la casa editrice Rupe Mutevole e nel 2016 autopubblica un’altra raccolta dal titolo Il verso della Sorgente.
A fine ottobre 2022, esce la sua ultima raccolta poetica Tutto secondo gli accordi, pubblicata con Eretica Edizioni. Di prossima pubblicazione è l’album musicale Ascendente.

‘Maria Sofia. L’ultima regina del sud’. Il saggio proustiano di Aurelio Musi

Maria Sofia Wittelsbach, sorella della celebre principessa Sissi, fu regina delle due Sicilie. Quinta di otto figli, trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Possenhofen dove la famiglia possedeva un castello, sul lago di Starnberg e il palazzo di Monaco dove si trasferivano per l’inverno. Fisico slanciato, portamento regale, occhi blu e folta capigliatura castana, Maria Sofia sposò per procura l’erede al trono di Napoli, Francesco II, l’8 Gennaio 1859 nella cappella del palazzo reale a Monaco. Questa è storia nota.

Ma la storia assume contorni letterari e nello specifico, proustiani, nel saggio dello scrittore, giornalista e docente di Storia Moderna, Aurelio Musi, dal titolo Maria Sofia. L’ultima regina del sud, edito da Neri Pozza, 2022.

La biografia dal piglio giornalistico che Aurelio Musi dedica a Maria Sofia Wittelsbach, moglie di Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, va oltre il dato meramente fattuale, perché pone nuove criticità e cerca al tempo stesso una sintesi. Musi fa riaffiorare alla superficie della storia, gli aspetti meno conosciuti di un’epoca che ancora oggi desta polemiche. Tali aspetti hanno a che fare con l’approccio cinematografico di Aurelio Musi al ritratto della regina Maria Sofia, il quale gioca con le sinestesie, travestendosi da Proust nello svelare il passato di una donna, attraverso le “intermittenze del cuore” o “epifanie”, e i propri ricordi nei manieri bavaresi “senza tempo”.

È un approccio che cattura l’attenzione del lettore, quello di Musi, perché la descrizione del luogo natale della regina del Regno delle due Sicilie, offre sempre suggerimenti e spunti che poi vanno esplicati, come l’Autore sa fare acutamente. «Sulla sponda occidentale del lago di Starnberg, a pochi chilometri di distanza da Monaco, si erge, fra monti e laghi, il castello di Possenhofen. Insieme con il lago di Starnberg e Roseninsel, il castello è stato anche reso famoso dalle riprese in esterni del film di Luchino Visconti, Ludwig». Il regista Luchino Visconti, aristocratico esteta, aveva colto prima degli altri, il carattere intrinseco della dinastia degli ultimi Wittelsbach, la loro tensione verso il vitalismo e verso il bello, con forti componenti d’irrazionalità. Il vitalismo fu una costante in tutta la vita di Maria Sofia, che fece da contro-altare alla rassegnazione del consorte Francesco II per il suo regno perduto. Maria Sofia e Francesco sono una coppia letteraria e cinematografica, due caratteri diversi ma complementari che arricchiscono le trame della Storia.

Aurelio Musi presenta in poche pagine le condizioni economiche e sociali del regno delle Due Sicilie, ormai sulla strada del declino. Alla fine irreversibile del regno corrispondeva in modo inversamente proporzionale il dinamismo di quella che Musi con una giusta metafora, definisce una novella “Giovanna d’Arco”. L’ «Ottobre [1860] fu un mese di intensa guerra e di profonde trasformazioni politiche per il Regno delle Due Sicilie. Il 1° ottobre la battaglia del Volturno vide episodi eroici da entrambe le parti. Le forze borboniche potevano contare su 28000 uomini con quarantadue pezzi d’artiglieria, mentre quelle garibaldine erano appena 24000 con soli ventiquattro cannoni. Francesco partecipò direttamente alla battaglia a fianco del generale Giosuè Ritucci. Cavalcava in prima linea e appariva trasfigurato agli occhi di Maria Sofia come fosse il più valoroso paladino tra tutti i re Borbone».

Tuttavia la storia intraprese un’altra direzione e i coniugi Borbone dovettero riparare a Roma per un esilio quasi decennale. « “Roma resta l’unico rifugio dopo il grande naufragio. Napoleone III non ha nessun ruolo nei miei affari personali. Io sono l’unico giudice competente del comportamento che devo avere”. Con queste parole Francesco II aveva risposto piccato all’emissario dell’imperatore francese, che voleva offrirgli protezione. Egli possedeva anche il titolo di principe romano ed era proprietario di palazzo Farnese a Roma, dove giunse con la famiglia e il seguito dopo lo sbarco a Terracina».

La corte napoletana in esilio continuava a mantenere a libro paga molti funzionari e presunti uomini di governo, divisi in fazioni, invidiosi tra loro. «Maria Sofia, pur non nascondendo la sua simpatia per gli esponenti meno reazionari della corte e del governo, cercava di tenersi lontana dalla guerra di fazione. Rimpiangeva Napoli e il suo golfo. Trascorreva il tempo con la sorella minore Matilde, Spatz,  che nel maggio 1861 sposava il conte di Trani, fratellastro del re». L’ultima regina del sud, di distingueva dunque tra la pletora dei cortigiani.

Nell’esilio romano inoltre, il governo borbonico di Francesco II continuò la guerra contro lo Stato italiano con una guerra di resistenza e di logoramento, fra due progetti di Stato, due idee nazionali, due re. Quello di Francesco II fu un governo senza Stato dando vita ad una contrapposizione che trovò la sintesi nel brigantaggio politico, strumentalizzato dalla corte borbonica per distruggere le basi del consenso del neonato Stato italiano. Maria Sofia fu odiata ed amata, suscitando sentimenti contrapposti, sfidando la sorte, offrendo all’alea il proprio corpo durante l’assedio di Gaeta; una Maria Sofia che «si risolleverà grazie alla sua vitalità: non più “regnante” ma “errante”, nell’Europa della Belle Époque, della prima guerra mondiale e del dopoguerra inquieto, continuerà con altri mezzi a tessere le fila della reazione all’unità italiana».

Il saggio di Musi è un libro denso che, oltre che a portare avanti una accurata ricostruzione storica scava fino in fondo, nell’introspezione psicologica di Maria Sofia, donna e regina, prendendo spunto da romanzi famosi, come “Il fauno di marmo” di Nathaniel Hawthorne, o “Le vergini delle rocce” di Gabriele D’Annunzio, in cui era definita «l’aquiletta bavara che rampogna». La letteratura serve all’autore per far conoscere meglio al lettore la personalità di una donna, protagonista di un romanzo storico e sentimentale personale e collettivo.

Maria Sofia è presente anche nella Ricerca del tempo perduto di Proust e precisamente nella Prigioniera e nei Guermantes, nelle parole pronunciate dalla duchessa di Guermantes durante il pranzo a cui era stato invitato anche il narratore»; la duchessa «con sarcasmo vuole insinuare che Maria Sofia sia assuefatta ai lutti in famiglia tanto da non farci più caso. Il narratore difende invece la dignità della regina di Napoli, sottolinea il valore dei sentimenti di affetto fra le sorelle, il dolore sincero di Maria Sofia per la tragica morte di Sissi e dell’altra amatissima sorella».

Il saggio di Aurelio Musi è un’opera precisa, ben argomentata (supportata da un’importante bibliografia) e puntuale della vita di Maria Sofia ma anche sulle sorti del regno borbonico e dell’Europa, senza risparmiare riferimenti polemici. Fin dalle prime pagine si avverte quel senso di stanchezza propria delle monarchie che da sempre hanno governato, L’Austria degli Asburgo in primis.  Quella che Maria Sofia lascerà nel 1925 è un’Europa profondamente diversa da quella che aveva acclamato il suo matrimonio, appena uscita dalla Prima guerra mondiale e già pervasa da quei sussulti che avrebbero portato alla nascita del fascismo del nazionalsocialismo. Inoltre il saggio offre l’occasione per potersi confrontare ancora una volta con il mito del Risorgimento italiano, che ha fondato la “Nazione Italiana”, nel senso Ottocentesco del termine e di tale “mitizzazione” non poteva non risentire il dibattito storiografico nel quale Musi entra con intelligenza ed equilibrio.
Interessante anche il passaggio in cui Musi mostra come Maria Sofia fosse presente anche nell’agone politico internazionale, la regina infatti si schierò a fianco di Zola nella battaglia intellettuale per la revisione del processo a Dreyfuss. Una figura dunque molto attiva nella vita politica europea a cavallo tra XIX e XX secolo.
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