‘Vento Lupo e altre improbabili storie’ di Ugo Mauthe, 10 racconti che declinano la fantasia

Uno strano vento scende dalle montagne e ulula tra le case, esasperato dalla solitudine. Una cornacchia dispettosa mette in pericolo la missione di un misterioso equilibrista. L’invenzione della funzione standby porta scompiglio nella vita di coppia di On e di Off. Sono solo alcune delle storie di Ugo Mauthe, fantasiose e improbabili come lupi in città.

I dieci racconti che compongono il libro declinano l’irrealtà, di volta in volta su un diverso registro predominante. Oscillano fra la fiaba nera di Vento lupo (Ensemble 2020 e vincitore del Premio Officina), che dà il titolo alla raccolta e l’allucinata esperienza di vecchiaia e solitudine di Paglia nera. Migrano dall’epica impossibile e pacifista  di L’ultimo soldato ai sorprendenti risvolti della commedia amara di Zapping. Viaggiano fra due diverse sfumature di fantascienza con Zio Simmi e Un fatto misterioso. Toccano l’amore con l’eros tecnologico di On/Off e la favola sognante di Butterfly. Raccontano di strani incontri, come accade nella storia natalizia intitolata Un incontro e nell’ultimo testo della raccolta, Il tatuaggio.

In Vento Lupo, l’autore, pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione, dopo aver pubblicato sempre con Ensemble  Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018), una silloge poetica che ha ottenuto diversi riconoscimenti, e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana, sembra chiedersi cosa sia la realtà e in cosa consista la verità dell’essere umano, catapultando il lettore in una dimensione visionaria.

L’irrazionale scherza con il pensiero in Vento Lupo, per rendere traslucidi, attraverso strade di riflessione diverse, l’essenza e i desideri di ogni essere umano. Probabilmente non viviamo la distopia che ci è stata promessa: non viviamo in un mondo di controllo assoluto da parte di internet e della tecnologia, semmai viviamo in un mondo dove si assiste ad un proliferare di nicchie sorprendenti. Non siamo in un romanzo di Orwell, sembra dirci Ugo Mauthe, ma nel mondo di Philip K. Dick, da cui l’autore sempre prendere spunto per raccontare il disordine ontologico di un mondo dove vero e falso si sovrappongono e confondono, realtà e fantasia si fondono, dove false realtà creeranno false creature umane, oppure falsi umani genereranno false realtà per venderli ad altri umani. Per questo le storie improponibili di Mauthe potrebbero non essere tanto improponibili, dato che la realtà che circonda l’autore non lo aggrada, e di conseguenza scrive, evadendo dalla realtà che vede, ma creandone un’altra parallela e facendo emergere l’invisibile che si cela dietro le nostre vite e la nostra quotidianità.

Vento Lupo si configura come una serie di racconti-ragionamento intorno alla realtà e al rapporto dell’uomo con la fantasia, all’abbandonarsi ad essa grazie alla quale la vita di ogni giorno viene vissuta con maggiore curiosità ed intensità. D’altronde come scriveva Alberto Savinio: <<Il verismo è il peggior nemico della letteratura. […] la letteratura non guarda al presente con l’occhio del presente. La letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace. […] La letteratura è la Speranza Scritta>>

 

La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui. C’era già arrivata prima ma aveva perso il segno. “Quanto prima?” si domanda mentre dà un altro schiaffo all’aria, l’ultimo, per forza d’inerzia, perché ha speso tutte le sue energie per muoversi e non ne ha più per fermarsi. La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui, “allora sei tu che mi tocchi, mica un ictus o chi sa che malanno, mi vuoi male, cosa vuoi cosa sei venuto a fare, me lo dici eh?” (Da Vento Lupo)

 

pArt, la prima piattaforma digitale specializzata in restauro d’arte fondata da Maddalena Salerno e Lelio Orsini

pArt è la prima piattaforma digitale specializzata in restauro di arte antica, moderna, contemporanea, fotografia e street art, nata da un’idea di Maddalena Salerno, imprenditrice che ha avviato alcune start up di successo nell’ambito del design, della music industry e del
food. Oggi è direttore creativo di Bla Studio, una boutique agency con sede a Roma, e Lelio Orsini, che gestisce la società immobiliare di famiglia oltre che la sua impresa agricola e, appassionato del suo paese materno, ha sempre lavorato per la Georgia nell’ambito della soft diplomacy, a livello istituzionale, culturale e umanitario. Dal febbraio 2018 è Console Onorario di Georgia a Milano.

Il mecenatismo culturale non è morto e pArt è la dimostrazione che progetti ragionati, lungimiranti, sono capaci di costruire non solo e-commerce di successo, ma una vero e proprio ponte dialettico tra tempi, visioni ed estetiche diverse. Artisti emergenti, mid-career, e affermati, in linea con le proprie poetiche, affrontano così la realizzazione di un nuovo lavoro in edizione limitata ispirata a una delle opere che pArt si propone di conservare e restituire al futuro.

Da Caravaggio, a Boetti, a Banksy: take part, save art. Consente a tutti di diventare mecenati a seconda delle proprie tasche – anche un piccolo contributo può essere fondamentale – e scegliendo l’opera da restaurare tra quelle caricate sul sito.

Un gruppo di professionisti garantisce tutto il percorso dall’ideazione alla realizzazione del restauro, in maniera trasparente e documentata. La missione di pArt è quella di preservare il patrimonio artistico, raccontare la storia, educare alla conoscenza, rendere fruibile l’arte – dando la possibilità a tutti di diventare mecenati con un veicolo inclusivo e non esclusivo.

pArt promuove l’intervento di società pubbliche e di privati, intesi come aziende e cittadini, per prendersi cura di tutti quei Beni, pubblici, privati, ecclesiastici che possono tornare a splendere nella loro bellezza originaria. L’utilizzo del web da un lato aiuta ad amplificare il messaggio, dall’altro, ne semplifica la fruizione. Il meccanismo dell’e-commerce, applicato al settore della conservazione del patrimonio, permette di rendere lineare un processo altrimenti estremamente complesso per via della burocrazia come l’iter autorizzativo legato ad essa. pArt supporta inoltre i restauratori e le ditte di restauro per la promozione dei loro progetti che altrimenti restano sovente chiusi nei cassetti.

Ogni intervento di restauro viene trattato singolarmente e diventa un’occasione per ringraziare e celebrare il mecenate o per fare un regalo a una persona cara. Perché non regalare il restauro del balcone di Romeo e Giulietta alla propria amata? Le ricompense originali ed esclusive, per lo più limited edition e di design, sono ideate e realizzate appositamente per ogni progetto. Da qui anche la collaborazione con il mondo dell’arte contemporanea per creare un dialogo tra arte antica e modalità espressive del presente che si esplica nel commissionare un multiplo a un artista contemporaneo in risposta e in relazione a uno dei capolavori del passato da restaurare: un progetto ragionato, mirato e inedito capace di costruire una conversazione tra tempi, visioni ed estetiche. Gli artisti, selezionati dalla curatrice Ilaria Gianni, sono in grado di costruire un incontro con i capolavori del passato in maniera sorprendente, svelandone tratti nascosti, e mettendo in luce nuove
chiavi di lettura del patrimonio artistico.

Così il mecenate riceve, inclusa nel costo del restauro, un’opera d’arte, unica o in edizione limitata, come ricordo del suo intervento.
pArt offre servizi su richiesta a privati, piccole e grandi aziende che decidono di investire nell’arte e nella cultura, anche accompagnandoli nel percorso di ottenimento degli sgravi fiscali previsti dell’Art Bonus creato qualche anno fa dal Mibact che se da un lato è in crescita, dall’altro è ancora poco conosciuto.

pArt cura lo sviluppo e la gestione di restauri, sponsorizzazioni e marketing culturale, ma anche un aiuto efficiente nell’amministrare le pratiche burocratiche e ottenere, ove consentito, la deducibilità fiscale dell’erogazione liberale o della sponsorizzazione. Le imprese possono beneficiare degli sgravi fiscali dell’Art Bonus previsti per i beni pubblici.

In generale pArt valorizza chi valorizza l’arte, attraverso riconoscimenti (di immagine, morali o esperienze culturali) anche per i piccoli mecenati e interventi minori. Piccoli contributi per grandi interventi di restauro. Le opere caricate sul sito (facilmente consultabile tramite le voci scultura, dipinti, affreschi) hanno costi che vanno dai 1.000 ai 40.000 euro. I finanziamenti vanno dai 30 euro in crowdfunding ai 1.000, 2.000, 3.000 euro a salire, come singolo intervento o intero restauro per privati o aziende. Tutti potranno ora appassionarsi e dedicarsi al restauro di opere d’arte in base ai propri gusti e alle proprie possibilità del momento, con un semplice click. pArt si prende cura di tutti quei restauri piccoli e medi, sotto soglia, che non richiedono l’assegnazione tramite un bando pubblico. Sono più
piccoli ma non per questo meno importanti.

Un catalogo di opere in continuo aggiornamento, in tutti i luoghi, in tutti i paesi. Chiese, Musei, Basiliche, Fondazioni delle principali città italiane ed estere ma anche di Comuni meno conosciuti: con pArt tutti hanno l’opportunità di contribuire alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano e in futuro anche internazionale.

Premio Vincenzo Crocitti International VIII edizione con evento online Roma

L’Autore e Direttore Francesco Fiumarella e il Comitato Direttivo del Premio Vincenzo Crocitti International, rendono noto che, in dicembre 2020, pur nell’attuale contesto mondiale di estrema delicatezza e particolarità che ha portato anche in Italia, tra le altre cose alla chiusura di teatri, cinema e di molte attività connesse al mondo dell’eventistica e dello spettacolo, è stato consegnato telematicamente ad oltre 60 artisti tra esordienti, emergenti, in carriera (anche per la sezione estero) il prestigioso riconoscimento che porta il nome dell’attore Vincenzo Crocitti, noto anche come “IL VINCE” a conferma della continuità del Premio dedicato al caratterista ed attore Crocitti  per il quale nel 2020 si è celebrato il decennale della “nascita in Cielo”.

L’intento di perseguire l’obiettivo delle premiazioni anche in quest’anno così difficile, è stato principalmente quello di continuare a stimolare gli artisti e quanti dediti al mondo del cinema e della cultura per non abbattersi, per non rinunciare a credere nel loro lavoro, per continuare a sognare e come fanciulli credere che un mondo migliore si potrà sempre costruire. I Premi di questa edizione sono stati tutti fortemente voluti soprattutto dall’autore che insieme alla Direzione hanno meticolosamente visionato i curricula di migliaia di artisti e intellettuali nelle varie categorie compresi i candidati del bando flash che ha preceduto le assegnazioni in modalità virtuale.

Un lavoro non facile visto la finalità del Premio, ovvero scegliere chi meritocraticamente poteva esserne il destinatario. E i meritevoli, a ben “scovare” sono come sempre tantissimi; una scoperta continua di persone che studiano, amano l’arte e la cultura, il cinema e la musica, lo sport, il canto, la danza, amano scrivere e creare… Un mondo di lavoratori, veri, si proprio così, veri…  chi alle prime armi, chi già avviato, chi professionalmente realizzato da parecchi lustri; decine, centinaia di lavoratori che spesso non sono valorizzati come si dovrebbe; che lottano giorno per giorno per “sfondare quella porta” ed avere un po’ di spazio, di visibilità e riconoscimento che giustamente meritano ma che tarda ad arrivare o per molti a volte chissà se arriverà. Ed è proprio per tale motivo che in questa edizione così speciale si è intenzionalmente voluto premiarne un gran numero, oltre la usuale programmazione annuale, triplicando le assegnazioni. Tutto per regalare un momento di gioia, strappare un sorriso, un senso di soddisfazione a quanti lo hanno ricevuto. E così è stato.

I ringraziamenti pervenuti con i video-selfie dei singoli premiati parlano da soli; la commozione, la gratitudine e l’entusiasmo, la piacevole sorpresa e la gioia fanno da filo conduttore fra tutti i premiati.

Come non facile e del tutto innovativa è stata la modalità organizzativa delle premiazioni scelta per questa edizione, ovvero quella virtuale, a tutela di tutti e nel rispetto delle norme nazionali vigenti in queste settimane, quindi un’edizione particolare del tutto diversa dalle edizioni precedenti in presenza, svolte in Italia ed anche in Sudamerica, con l’auspicio di poterle riprendere appena la situazione nazionale lo consentirà. In tale prossima occasione tutti i destinatari del riconoscimento 2020 saranno invitati a presenziare all’evento usuale.

Prossimamente sarà divulgata on line la presente Edizione “virtuale” nelle modalità di trasmissioni possibili in via telematica e attraverso la rete ed i canali ufficiali del Premio Vincenzo Crocitti International.

Il Comitato Direttivo sta già lavorando nel merito; nel contempo ringraziando quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa VIII edizione, premiati, simpatizzanti, partner storici (Miss Straniera d’Italia), tecnici e anche gli sponsor ufficiali delle passate edizioni fra i principali: Ipertriscount, 2001 Rainbow s.r.l., Rinomata Pasticceria F.lli Silvestrini, MTM car service s.r.l., Nashville), le Location,(in particolare il Green Park Pamphili di Roma), tutti i componenti della Direzione Premio e l’autore danno appuntamento al prossimo evento sulle note della pucciniana “All’alba vincerò” magistralmente eseguita dal tenore Patrick Salati che ha voluto così contribuire da Modena a questo particolare evento virtuale con un suo video canoro ben augurale.

 

Premiazioni 2020

L’attore e regista Al Fenderico vince il premio internazionale Vincenzo Crocitti

“E un riconoscimento particolarmente importante per me perché viene dall’Italia, il mio Paese di origine, da dove sono partito per inseguire la mia passione artistica e crescere in ambito internazionale. Ringrazio per questo tutti i Componenti del Premio e il suo direttore, Francesco Fiumarella.” Al Fenderico, commenta così l’assegnazione a Roma del Premio Internazionale Vincenzo Crocitti quale attore, regista e sceneggiatore emergente. Il premio fu istituito in onore dell’attore Vincenzo Crocitti, ricordato, tra l’altro, per il film “Un borghese piccolo piccolo” (1977), dove ricopriva il ruolo del figlio del personaggio interpretato da Alberto Sordi.

Per quel film, a Crocitti vennero assegnati un Premio speciale al David di Donatello e un Nastro D’Argento. In passato, ad aggiudicarsi il Premio sono stati attori e registi italiani affermati come Alessandro Borghi (2015), Vincent Riotta (2017), Marcello Fonte (2018), Francesco Montanari (2018), Volfango De Biasi (2018) ed altri, ma come anche altri protagonisti emergenti nel panorama cinematografico internazionale.

Al Fenderico, nato a Napoli nel 1992, bilingue italiano ed inglese, attore, regista, sceneggiatore e produttore creativo, deve la sua formazione alle numerose esperienze conseguite in Italia, Canada (anche con Maestri di Hollywood), e Regno Unito dove ultimamente sta conseguendo la laurea in regia e sceneggiatura presso il Royal Central School of Speech and Drama di Londra, riconosciuta molto per aver forgiato moltissimi artisti che ricoprono ruoli importanti nell’industria cinematografica e teatrale internazionale.

Il suo percorso artistico si snoda tra Canada, USA, Regno Unito e Italia. Significativo anche il suo impegno in teatro e in una serie di cortometraggi girati a Napoli e Londra, protagonisti di Festival internazionali e di molti riconoscimenti. Tra questi, nel 2017 ha recitato e prodotto uno spot pubblicitario a Napoli sulla sicurezza stradale: “Guida Responsabilmente”, premiato come Miglior Spot, al settimo evento de “La Madonna v’accumpagna, chi guida sei tu”.

Il suo cortometraggio “Hey Tu”, in cui ha lavorato come sceneggiatore, regista, produttore e attore co-protagonista, arrivato alla selezione ufficiale è poi risultato finalista di molti Festival e per la sceneggiatura ha ottenuto la Menzione d’Onore quale Miglior film d’ispirazione al Top Shorts Online Film Festival nel 2018 a Los Angeles. Questo suo lavoro è stato poi lanciato con successo su Amazon Prime Video USA, Regno Unito e Germania . Un altro cortometraggio in lingua inglese, dal titolo “Alfabeto Italiano”, in cui interpreta il ruolo del protagonista, è sulla nuova piattaforma di streaming Reveel Movies.

Al Fenderico è ora impegnato nello sviluppo del suo film drammatico “Belong” scritto insieme al suo collega Carlo Finale e lavora alla scrittura di una sua nuova serie televisiva. Un talento da seguire.

 

‘L’Affaire Casati Stampa’, il nuovo libro di successo di Davide Amante sulla vita di coppia di Anna Fallarino e il marchese Casati Stampa

Uno dei primi romanzi usciti nel 2021, edito da DMA Books, L’Affaire Casati Stampa dello scrittore Davide Amante, sta avendo un grande successo, come indicano i dati delle vendite. Certamente le ragioni di questi ragguardevoli risultati sono nel tema del romanzo, la vita della coppia Anna Fallarino e marchese Camillo Casati Stampa, intensa, passionale e per certi aspetti al limite della moralità. Ma più ancora che la vicenda stessa, L’Affaire Casati Stampa, è capace di ricreare intorno ai personaggi, con intensità e profondità, quell’atmosfera anni Settanta così carica di vitalità, follia e anticonformismo.
La parola chiave di questo romanzo di Davide Amante è proprio ‘anticonformismo’.
L’autore da un lato affronta una vicenda molto difficile – un omicidio passionale, cruento, cui è seguito il suicidio. La storia d’amore fra Anna Fallarino e il marchese Casati Stampa fu alla ribalta della cronaca per buona parte degli anni Sessanta, spesso assumendo toni scandalistici, e rimase per tutti gli anni ’70, dopo l’omicidio, uno dei casi più in vista e più discussi da moltissimi giornali.
Le indagini sull’omicidio porteranno alla luce ogni dettaglio di una relazione che appare da subito più intensa e complicata delle apparenze. L’approccio anticonformista e dal ritmo veloce dell’autore permetterà di svelare a poco a poco una storia d’amore intensissima e fuori dagli schemi, in tutta la sua grandiosità e passionalità.
D’altro canto l’autore, nel ricostruire attraverso le indagini la vicenda Casati Stampa, riesce con raffinatezza e grande controllo stilistico a immergere il lettore in quel mondo anticonformista degli anni Settanta. Questo è un punto importante perché è proprio partendo dal contesto di questo mondo anni Settanta che è possibile capire e vedere sotto tutt’altro sguardo la vicenda stessa, in tutta la sua passionalità.
Davide Amante ci guida attraverso quella trasgressione e voglia di libertà, nelle relazioni così come nella vita quotidiana, che ha poi portato alla formidabile creatività ma anche a quel disordine sociale, che si è poi cristallizzato negli anni di Piombo, che chiamiamo Anni ’70.
Lo scrittore ci porta nella normalità dell’anticonformismo, nella voglia di rottura con gli schemi e le rigidità dell’epoca precedente, in un amore più libero e più sincero, mostrandoci non soltanto il valore di quell’epoca ma anche il forte contrasto con l’epoca contemporanea, nuovamente regolata da un conformismo e da una rigidità morale di massa, imposta in parte anche dal predominio dei Social Media.
Insomma un libro, L’Affaire Casati Stampa, in cui sono presenti tutti gli ingredienti per catturare l’attenzione del lettore: la vita di provincia che sta stretta, il desiderio di ascesa sociale, la complessità del rapporto di coppia, i vizi e i capricci dell’alta società, ma anche le debolezze e i dolori che accomunano tutti gli esseri umani, Amante, giunto al suo quarto romanzo si rivolge a quei formidabili anni ’70 che hanno lasciato un segno indelebile in tutti noi e nella storia moderna.

Dalla quarta di copertina

30 agosto 1970, il più grande scandalo italiano.
30 agosto 1970, il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino uccide la moglie Anna Fallarino e l’amante Massimo Minorenti per poi suicidarsi. La vicenda scatena ampia risonanza pubblica al punto da essere considerata dalla stampa uno dei più grandi scandali italiani sia perché è coinvolta una delle più antiche famiglie aristocratiche milanesi sia per i retroscena sessuali e morbosi, basati sulla passione voyeuristica e candaulistica di una coppia al limite della moralità.
Le indagini sull’omicidio porteranno alla luce ogni dettaglio di una relazione che appare da subito più intensa e complicata delle apparenze.
Si rivelerà a poco a poco una storia che è difficile definire d’amore, ma certamente di interesse e passione, intensissima e fuori dagli schemi, in tutta la sua grandiosità tragicità. Si scoprirà così un “amore” tutt’altro che scandalistico e la intima bellezza dei personaggi coinvolti.
Un romanzo raffinato e dalla grande potenza narrativa che rivela, attraverso il percorso delle indagini, una delle più grandi verità dell’amore o che crediamo essere amore, della passione, della sofferenze e della vita.

L’autore Davide Amante

Davide Amante è scrittore di narrativa. Ha studiato in scuole di lingua inglese e italiana. Ha collaborato con varie case editrici (fra cui McGraw-Hill, Bertelsmann, Vallardi, Mondadori). Ha insegnato letteratura moderna e contemporanea. Ha scritto sceneggiature in lingua inglese per il cinema.
Ha collaborato con il Politecnico di Milano, su invito del Dipartimento di Architettura, insegnando agli studenti l’interpretazione e la trasposizione dell’opera letteraria negli allestimenti scenici teatrali e cinematografici.
Parla correntemente tre lingue ed è appassionato dello sport della vela e snowboard. Ha attraversato il Ténéré ed altri deserti del nord-Africa, ha navigato in solitario in barca a vela ed ha intrapreso numerosi altri viaggi.
Tra le sue opere: Punto di fuga Wallenberg (Leopard, 2014), Il guardiano delle stelle. Il viaggio di Anais insieme al vento (DMA International, 2018).

Il mercato della massa a Washington DC tra Whitman, Faulkner e Canetti, che avevano previsto tutto

All’inizio sembrava una gita, rocambolesco assalto tra violenza e selfie. Nei video vediamo uomini in costume, un tizio a torso nudo, con le corna; molti sorridono. Alcuni sventolano bandiere, i più sventolano i cellulari. Nell’androne che porta verso il Senato alcuni sono intimiditi, sorridono storto: hanno la consapevolezza di ‘fare la Storia’, ma pare, in fondo, che siano lì, impacciati, a fare una visita guidata nel ‘cuore della democrazia americana’. Fotografia emblematica: un tizio entra nell’ufficio di Nancy Pelosi, presidente della Camera, ride, mette il piede sinistro sulla scrivania. Ha il cellulare in mano. Il Congresso degli Stati Uniti, come si sa, è a Washington DC, al Campidoglio (Capitol): il legame con la tradizione ‘romana’ – insieme repubblicana e imperiale – è un fato, un segno.

Nel Congresso il potere politico si fonde con quello religioso, il Tempio di Giove Capitolino con la massima istituzione di Roma. Sfondare il Congresso e invaderlo è sfidare la sacralità del potere democratico americano: come se assalissimo il Vaticano, rovesciandone la statuaria. Il Congresso è lì, sferico, immane placenta politica: entrarvi, in assetto da gita più che da assalto, significa rinascere, ambire al nuovo parto. Le gerarchie sono scisse, la fede – perché parecchi milioni di uomini dovrebbero obbedire a un manipolo di pochi? –, che si regge su una idea, su una sacralità, è trafugata, trafitta.

In termini assoluti, la Storia si fa per irruzione: chi sta comodamente assiso nel dibattito politico accarezza la Storia, la contempla. Nessuna sommossa è stata vista, fotografata, raccontata come quella accaduta il giorno dell’Epifania al Congresso degli Stati Uniti: eppure, pur in tale prossimità mediatica c’è una tale distanza dalla comprensione dei fatti. Mob Incited by Trump Storms Capitol, titola il “NYTimes”, snocciolando una infinita serie di dichiarazioni di senatori, governatori, politici. Democracy under siege urla il “Daily Telegraph”. Più interessante il “Daily Express”, di taglio conservatore: Anarchy in the Usa. Il paradosso è esplicito: il Paese che ‘esporta la democrazia’ in ogni angolo del globo ha una democrazia – rivelazione nel giorno della Rivelazione – tarlata, fragilissima.

Già, ma cosa significa democrazia? Che esiste un popolo democratico e una banda, una massa, una plebaglia di rivoltosi? Non sono anche loro parte popolo americano? Lo sono, per certi versi, all’eccesso, per eccesso di eccitazione. Ma chi risponde, ora, di quei morti, quattro – per ciò che ne sappiamo, ora – a Capitol Hill? Quali sono i loro nomi, le loro vite, taciute, forse, per non essere santificate nell’agiografia sanguinaria della ribellione civile? Ashli Babbit, la donna uccisa dalla polizia in Campidoglio, durante i tumulti, viveva nei pressi di San Diego, ha prestato servizio nell’Air Force per quattordici anni, nelle fotografie divulgate in rete sorride, è bella, fa il segno della vittoria.

Non c’è bisogno di squadernare libri ‘maledetti’ come The Turner Diaries di William Luther Pierce, alias Andrew Macdonald, “la bibbia del razzismo di destra e della sua rivolta” (era il 1978, è edito in Italia da Bietti come La Seconda Guerra Civile Americana): quanto accaduto in Campidoglio, nella sua eccezionalità, è inscritto nella storia americana.

Ed era prevedibile. Pochi giorni fa Daniel Mallock, uno storico – nel 2016 ha pubblicato Agony and Eloquence, uno studio che si focalizza su John Adams e Thomas Jefferson – ha scritto, dalla “New English Review”, un articolo tonante fin dal titolo, An American Coup. Alcuni passi sono utili:

“Studiosi rispettabili, nel nostro paese e nel resto del mondo, stanno cercando di dare un senso a ciò che accade negli Stati Uniti. Questo è molto difficile perché il 98% della stampa americana è fuorviante, incline a confondere e a ostacolare, se non a mentire. Setacciare la verità in mezzo alla propaganda riversata sul pubblico ogni giorno non è facile. Negli Stati Uniti è in corso un colpo di stato. Il presidente Donald Trump ha vinto le elezioni in maniera schiacciante, proprio come afferma”.

Mallock procede nella sua analisi – “Il processo di tabulazione e comunicazione dei voti la notte delle elezioni era del tutto impreciso”; “Chi sapeva, prima di queste elezioni, che così tante persone nate il primo gennaio del 1900 votano per i democratici?”: immagine, questa, che rimanda alle Anime morte di Gogol’, al mercimonio delle identità defunte –, profila alcuni momenti della storia elettorale americana, scaglia accuse contro il sistema corrotto della stampa americana. Parole tendenziose, stravolte, stralunate? Può darsi. Sarebbe un errore, però – come è stato fatto – non considerarle, denigrarle.

C’è poi qualcosa di connesso all’anima americana, di inestricabile, più profondo di ogni analisi di Alexis de Tocqueville. La sovranità dell’individuo che sovrasta il giogo istituzionale. Walt Whitman, il cantore della democrazia americana, si scaglia contro i presidenti dem, James Buchanan, Millard Fillmore, Franklin Pierce, stigmatizzandone la corruzione e la pochezza, “uomini deformi, mediocri, piagnucolosi, inaffidabili, dal cuore falso”, li dice, incapaci di adempiere le promesse elettorali.

Nel 1860, il poeta si rivolge in versi al Presidente, “Dici che dall’America penzolano illusioni/ non hai imparato nulla dalla natura della politica/ non conosci ampiezza, rettitudine, imparzialità”. Di Pierce – quattordicesimo presidente americano, che sistemò economicamente Nathaniel Hawthorne – il poeta aveva una idea pessima: “Mangia escrementi tutto il giorno e gli piacciono così tanto da volerli imporre con forza agli stati e ai cittadini”. Nel 1955 William Faulkner, già nobilitato dal Nobel, scrive un corrosivo saggio, On Privacy, in cui ragiona sui rapporti, corrosi fino alla lotta, tra individuo privato e ingerenza pubblica:

Il punto è che oggi in America qualsiasi gruppo o organizzazione, per il semplice fatto di operare sotto la copertura di una espressione come libertà di stampa o sicurezza nazionale o lega anti-sovversione, può postulare a proprio favore la completa immunità riguardo alla violazione dell’individualità. La privacy individuale senza la quale l’individuo non può più essere tale e senza la quale individualità egli non è più nulla che valga la pena essere o continuare a essere… Chi è abbastanza individuo da esigerla [la privacy] anche soltanto per cambiarsi la camicia o fare il bagno, verrà bollato da un’unica, universale voce americana come sovversivo del sistema di vita americano e della bandiera americana.

Ma questi sono dati colti, intellettuali, aurei, che aiutano, semmai, a capire la turbolenza civile connaturata in terra americana. Il fatto profondo, al netto delle esasperazioni – di radical chic, di politicamente corretto, di canoni stravolti e di tradizioni impagliate e defunte si parla da almeno cinquant’anni, come con imbarazzante ricorrenza si parla delle ‘tante’ americhe, inconciliabili e autistiche – si chiama mass market.

No. Non il mercato ‘di massa’. Il mercato delle masse. A chi fa comodo, in effetti, la sgargiante massa di insorti che con clamorosa facilità ha fatto ingresso al Congress? Quella massa – irrisoria rispetto al popolo americano ma pur sempre una sua rappresentanza – ha il marchio ISBN addosso. Ha un prezzo. Donald Trump la userà – la ha usata –, quella massa, per i suoi scopi; i Repubblicani per i propri; Joe Biden & i suoi per i loro.

La massa è plastica, informe, senza nome. Utile. La massa serve ai fini democratici – è massa elettorale – ma è serva di chi domina per scopi che la portano al massacro. La massa diventa popolo quando si coalizza intorno a un morto, quando acquista una identità diversa da chi pretende di guidarla. Chi guida la massa, in effetti, ne è terrorizzato: al potere di incendiare una massa deve bilanciarsi quello di saperla sedare e sciogliere – per non esserne travolto. L’ideologia felice del popolo promossa da Tolstoj in Guerra e pace qui non ha ambito: la massa fa paura, è rigurgito d’ira, coagulo di occhi, denti, mani, rissa che si autoalimenta, desiderio di morte, “volgo disperso che non ha nome”, come scrive Tacito nelle Historiae. Tutto era previsto, prevedibile, assassino.

La massa aizzata si forma in vista di una meta velocemente raggiungibile. La meta le è nota, precisamente designata, e vicina… La massa aizzata è antichissima; essa risale alla più remota unità dinamica conosciuta fra gli uomini… La massa aizzata che ha avuto la sua vittima si disgrega in modo particolarmente rapido. I potenti minacciati sono ben coscienti di questo fatto. Per fermare la crescita della massa, essi le gettano una vittima. Molte esecuzioni politiche sono state ordinate solo per tale scopo. Elias Canetti.

Massa e potere è il libro fondamentale di questo tempo, scritto da un genio, Elias Canetti, negletto, forse, per troppa lungimiranza. Nel caso specifico, la massa aizzata negli Usa è vittima di se stessa, si è involuta divorandosi. Di essa già stanno facendo pasto i paladini dell’ordine pubblico, i politici di buon senso, di qualsiasi fazione. D’altronde, hanno denti addestrati.

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Sostiene Canetti. Si vuole vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo
conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno
può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro. La paura dello scassinatore non si riferisce soltanto alle sue intenzioni di rapinarci, ma è anche timore di qualcosa che dal buio, all’improvviso e inaspettatamente, si protende per agguantarci. La mano configurata ad artiglio è usata continuamente come simbolo di quel timore.

Molto di questo concetto è entrato nel duplice significato della parola “angreifen” (protendersi per prendere, per toccare). Vi si trovano insieme sia il contatto innocuo sia l’aggressione pericolosa, e qualcosa di quest’ultima è sempre presente anche nel primo. Nel sostantivo “Angriff” (aggressione) è però rimasto soltanto il significato negativo.

La ripugnanza d’essere toccati non ci abbandona neppure quando andiamo fra la gente. Il modo in cui ci muoviamo per la strada, fra molte persone, al ristorante, in treno, in autobus, è dettato da quel timore. Anche là dove ci troviamo vicinissimi agli altri, in grado di osservarli e di studiarli bene, evitiamo per quanto ci è possibile di toccarli.

Ciò che dà vita alla massa dunque è la scarica: essa elimina ogni differenza tra gli uomini, li rende uguali eliminando le distanze. La massa sopravvive se la scarica continua su nuovi uomini che vi si aggiungono altrimenti si arriverà alla disgregazione. La massa è poi animata da un impulso di distruzione, ogni cosa viene distrutta, soprattutto ciò che è ostile.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

L’eredità della fine in Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca, la questione della temporalizzazione e la metafiction

Perché due romanzi pubblicati nella prima metà degli anni Settanta – due opere modernamente enciclopediche, innervate dalla presenza di archetipi epici, monumentali per respiro e dimensioni, interamente postmoderne, anche solo per il periodo in cui cadono – tornano ai fatti della Seconda guerra mondiale e perché, tornando a essi, li narrano in presa diretta a trent’anni di distanza?  Per quanto il dato costituito dalla prossimità cronologica e tematica sembri accomunare il romanzo di Thomas Pynchon, Gravity’s Rainbow (1973), e quello di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca (1975), solo per un aspetto esteriore e del tutto estraneo al piano testuale-narrativo del romanzo, per quanto possa apparire un fatto accidentale, una fortuita coincidenza, questa analogia, al contrario, si fa portatrice di un segnale decisivo.

Essa rappresenta un indicatore sensibile sia dei nuovi termini con cui viene stabilito il patto mimetico tra storia e codici narrativi, sia del modo in cui gli eventi storici si presentano agli occhi dei loro testimoni, sia del modo in cui l’oggetto storico diventa visibile attraverso le forme di rappresentazione.

La domanda da cui partire è allora tutta qui, racchiusa nella disposizione prospettica dei piani storici che i romanzi di Pynchon e di D’Arrigo incrociano e definiscono, perché è qui che la guerra scava una nuova trincea. Se nell’equilibrio tra riflessione storica e scrittura romanzesca Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca si pongono in linea di continuità con quella “classe” di testi novecenteschi per i quali Linda Hutcheon ha coniato, con una felice intuizione, il termine di historiographic metafiction, le questioni sollevate dalle strategie narrative dei due romanzi si allontanano dal percorso che dà origine alla complessa genealogia del metaromanzo di stampo storiografico.

La posizione che viene data al problema storico in Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca non appartiene all’analisi della conoscenza storica – la sua natura e la sua funzione – ma si colloca nell’articolazione di un doppio livello di temporalità, uno storico e uno narrativo, che i romanzi prendono in carico. E allora analizzare Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca da questo punto di vista vuol dire anche tener conto delle principali strutture storiche novecentesche alla luce di ciò che le determina e le precede e cioè, per dirla con lo storico francese François Hartog, dalla prospettiva della temporalizzazione del tempo.

Al cerchio più interno, quello della struttura romanzesca, ciò che la costruzione narrativa dei due romanzi ci propone – in cui si annida il portato più specifico delle due opere interessa il nodo gordiano romanzo-guerra. Ebbene, la gittata dei nostri due romanzi si misura precisamente nella distanza dalla posizione che i modelli teorici tradizionali, dall’epica rinascimentale al romanzo storico, hanno adottato nell’affrontare questo nesso problematico. L’operazione compiuta da Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca può forse essere efficacemente descritta nella sua radicale diversità ricorrendo alla metafora di Viktor Šklovskij della “mossa del cavallo”.

I romanzi di Pynchon e D’Arrigo saltano le impostazioni precedenti, condotte sull’analisi del rapporto dialettico tra vero e verosimile, e spostano invece la questione su un territorio nuovo, vale a dire sul piano sincronico-diacronico: la guerra è sollevata dall’orizzonte contingente dell’ordine cronologico, il romanzo trasformato in una macchina di produzione della temporalità.

Per contestualizzare il primo polo del discorso, che vede la guerra come variante ineludibile nella determinazione dell’esperienza del tempo nella modernità, bisogna partire da lontano. La Rivoluzione francese, agli occhi di molti storici e filosofi, rappresenta l’evento in cui giunge a compimento quella trasformazione che sposta l’asse temporale al di fuori del millenarismo in cui si integravano chiesa, impero e storia del mondo. È con l’apertura di una problematica interamente temporale degli eventi storici operata dalla Rivoluzione francese che diviene possibile accedere all’orizzonte del “nuovo” creato dalla comparsa del futuro, una dimensione non riducibile ai rapporti tra il presente e il passato né deducibile da essi.

La mutata consapevolezza storica che si sviluppa a partire dalla fine del Settecento, e che permette alle nuove filosofie della storia di germogliare, consente anche al romanzo di accedere alla storia adottandone le qualità temporali e non più solo di ricorrere agli eventi storici
per ridurli a parete di fondo su cui proiettare una narrazione sostanzialmente astorica. A essere coinvolte nel processo di trasformazione sono, in particolare, le forme tradizionali con cui il contenuto storico viene organizzato.

Se, nel corso del XIX secolo, la Rivoluzione francese e le Guerre napoleoniche hanno svolto questo ruolo, nel corso del XX secolo le due guerre mondiali provocano una nuova e diversa reazione. Potremmo dunque dire che un evento rivoluzionario apre alla storia e un evento bellico la chiude. Quando, all’inizio degli anni Venti, lo storico Ernst Troeltsch riflette sulla crisi dell’analisi storiografica,
riconosce che appaiono assolti dalla storia i compiti che le erano stati attribuiti nel corso del XIX secolo: liberare il campo dell’esperienza umana dai residui dell’unità ecclesiastico-clericale, fare da contrappeso allo spirito razionalistico rivoluzionario, contribuire ai processi di nascita degli stati costituzionali.

Commentando la crisi dello storicismo all’inizio del Novecento, Troeltsch individua nella Grande guerra il momento in cui viene distrutta ogni unità di misura e ogni forma con cui immaginare l’insieme dello sviluppo umano. La scomparsa del modello storiografico a cui fa riferimento lo storico tedesco non è senza conseguenze, essa lascia un vuoto (o, se vogliamo, apre a uno spazio nuovo) che nei percorsi più vicini al nostro tema verrà preso dalle teorie post-storiche di Alexandre Kojève sulla fine della storia e di Michel Foucault sulla morte
dell’uomo.

La rielaborazione delle unità spaziali e temporali operata in Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca marca una soglia di passaggio nelle teorie del tempo storico novecentesche. La dimensione temporale della Seconda guerra mondiale travalica il suo momento storico, non è “al tempo della Seconda guerra mondiale”, non è coniugata al passato perché non appartiene a esso. Il passato bellico allora non è ciò su cui il tempo poggia la propria polvere ma è un campo d’azione che agisce nella dimensione del presente: è uno strato, un livello del tempo che opera in simultanea al presente degli anni Settanta in cui è narrato.

Questo, se da un lato rivela che siamo in presenza di un tempo storico dalla superficie porosa e dall’andamento frammentario che Ernst Bloch ha chiamato “contemporaneità del non-contemporaneo”, ovvero di un livello di temporalizzazione caratterizzato dalla dialettica a multipli livelli insita nel procedere del tempo storico, dall’altro rivela l’aporia da cui emergono in superficie le incrinature dei paradigmi fondativi della storia prodotte dal trauma della guerra sulla cultura novecentesca. Il presente multidimensionale di Bloch, concepito
estendendo al moto temporale il modello spaziale mutevole, soggetto alle torsioni tipiche della geometria differenziale affrontate da Bernhard Riemann, si sviluppa nell’aura del moderno nel significato che vi attribuisce Reinhardt Koselleck, allorché nuovi paradigmi interpretativi del tempo modificano le tradizionali relazioni con il passato e attribuiscono al futuro il proprio orizzonte privilegiato.

La posizione sostenuta da Bloch non fa eccezione a questo modello se non nel conferire alla dimensione del futuro il valore di ipostasi utopica. Ora, però, Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca agiscono dinnanzi a un’ulteriore variante, rappresentata dalla soglia postmoderna. Qual è, allora, l’eredità che il dettato storico può offrire se esso accoglie il passato non più come simulacro, crisalide inattiva, spazio depotenziato, e allo stesso tempo annulla la dimensione di profondità del futuro?

Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca si trovano ad affrontare una temporalità cadenzata da un presente di lunga durata, nel cui campo gravitazionale cadono futuro e passato, e un problema di rappresentabilità, di mimesi storica.

In entrambi i casi il campo d’azione privilegiato resta quello della temporalità che si colloca, questa volta, nella temporalizzazione del tempo interna ai romanzi. Qui l’arma di rappresaglia nazista, il razzo V-2 progettato per viaggiare a una velocità superiore a quella del suono, e l’orca, il mostro mitico, immagine ancestrale della morte immortale che emerge dalle profondità marine dello stretto di Scilla e Cariddi, scandiscono l’inversione della serie logica e temporale del prima e del poi, della causa e dell’effetto, e lo straviamento – per usare
una parola darrighiana – dell’ethos dalle fondamenta su cui poggiano intere comunità e per sineddoche quella cariddota.

I romanzi allora trasferiscono il problema della rappresentabilità della guerra dal piano della rappresentazione diretta a quello indiretto dell’identificazione della microfisica della guerra negli spazi identitari, individuali e collettivi, e negli spazi simbolico-rituali. Se è vera
l’osservazione di Northrop Frye, secondo cui la guerra appartiene al mondo demoniaco, quella di Paul Fussell, che intende la guerra moderna, seppure industrializzata e tecnicizzata, produttrice di leggende riconducibili a mentalità arcaiche, e quella di Eric Leed che ricostruisce la percezione della guerra attraverso i miti generati sui campi di battaglia, allora dovremo ipotizzare che Gravity’s Rainbow e Horcynus Orca recuperino attraverso le figure del missile e dell’orca gli elementi caratteristici della rappresentazione degli dei morenti e
dei sacrifici rituali. I due romanzi, però, non si collocano nella posizione della fine apocalittica.

Si dispongono invece nel tempo dell’“ora”, opposto al principio strutturante della fine e vicino alle pulsazioni del tempo messianico, del
tempo che resta tra l’azionamento della bomba e la sua esplosione, tra l’apparizione dell’animale mitico e la sua morte. La temporalità messianica della sospensione scandita dalle immagini totemiche del razzo V-2 e dell’orca conduce alla scoperta di una società postuma che guarda se stessa come il vuoto involucro di qualcosa che è già accaduto.

La fine, come cosa già avvenuta, diventa così l’eredità che si è avuta in sorte, secondo una logica temporale assimilabile allo schema retorico dell’hysteron proteron, figura ermeneutica cardinale di queste narrazioni post-storiche, espressione della vittoria della sincronia sulla diacronia, della simultaneità sul percorso lineare, della discontinuità del presente sulla dinamica futuro-passato. E allora di che si parlerà in questo libro?

L’eredità della fine affronterà le questioni della temporalità e dei livelli, antagonisti, di tempo storico e tempo cronologico identificate ed espresse dai romanzi di Thomas Pynchon e Stefano D’Arrigo. Ne discuterà affidandosi alla complessa rete di rimandi e richiami desunta dalla struttura narrativa dei due romanzi che attingono ai topoi della cultura classica e rinascimentale – il nostos, la nekyia e il quest –, alla forza mitopoietica dei cantari cavallereschi e del cinema, all’organizzazione simbolica contenuta nel pensiero mitico, ai codici tipologici culturali, sia tribali che comunitari, presenti nelle dimensioni magiche e arcaiche.

Ma cosa accade alla narrativa che assume la prospettiva postuma dell’eredità della fine, della fine del futuro?

 

Fonte

‘Horcynus Orca’, il mitico poema della metamorfosi di Stefano D’Arrigo: quando l’epica è uccisa dalla Storia

Soltanto dopo aver letto e riletto Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, romanzo sfrontato, inizialmente rifiutato dall’editoria, il quale getta un ponte nientemeno che tra Storia e Mito, si scopre che anche George Steiner, si era confrontato con l’ambiziosa lingua che – durante le letture che il professor Frasnedi era solito fare ai suoi studenti – mi aveva fatalmente colpito. Poche parole di Steiner, in un articolo apparso sul Corriere della Sera, descrivono l’emozione della lettura e dell’incontro-confronto con una lingua che ha un’intonazione nuova e riconoscibile e che, anche a me, sembrò fin da subito aver qualcosa da dire:

[…] mi trovai, matita in mano, a leggere e rileggere la stessa pagina nello sforzo di capire; consapevole che molto di quel che c’ era scritto mi sarebbe rimasto oscuro. Non importa. Il moto oceanico della storia, il fantastico potere dell’intreccio di motivi arcaici mitologici e della feroce realtà della Seconda Guerra Mondiale, la capacità di D’Arrigo di dare una vita violenta e lirica agli elementi del tempo e del paesaggio, del mare e della terra, mi fecero superare ogni barriera linguistica e grammaticale.

I procedimenti sintattici e retorici, le “riscritture interne” che caratterizzano lo stile di Horcynus Orca, hanno spesso la funzione di «stabilire un contatto privilegiato col lettore».

Horcynus Orca “non ha un principio, uno svolgimento, una conclusione. E’ un continuo divenire, un costante andare, un eterno ritorno. Parole, idee, ricordi, suoni, immagini, fantasie, colori, sapori, dolori, passioni sono tutti là dentro, in quella profonda gola narrativa che è “L’Orca”. La storia personale di Stefano D’Arrigo é strettamente intrecciata con quella del suo poema epico moderno, Horcynus Orca, appunto. Un lavoro che ha impegnato l’autore siciliano per quasi vent’anni in continue riscritture e aggiunte, invenzioni stilistiche e lessicali, rimandi all’epica classica e alle nuove tecniche di scrittura del ‘900. Un impegno costante che ha contribuito a trasformare “I fatti della fera” (questo il titolo originario) in un mitico ed epico poema della metamorfosi, facendo del libro la risposta europea a Moby Dick di Melville.

‘Ndrìa Cambrìa, dopo l’8 settembre del ’43, è un marinaio della fu Marina Regia che, sbandato, intraprende il viaggio di ritorno a casa da Napoli a Cariddi sulla punta siciliana dello Stretto di Messina. È il classico viaggio di ritorno dell’eroe dalla guerra: l’evidente riferimento immediato è l’Ulisse omerico, letto però con la lente distorcente dell’Ulysses joyciano.

L’eroe di D’Arrigo ritrova un mondo devastato materialmente e spiritualmente, definitivamente altro rispetto a quello che aveva lasciato; un mondo nuovo, allucinato e orribile che gli si manifesta per “arcana e enimmata”: gli incontri, i discorsi che si sente fare, i fatti cui assiste e partecipa non sono più inquadrabili dentro le coordinate esistenziali che l’avevano visto crescere e farsi uomo, ma devo essere rivisti nella penombra di nuove coordinate che stentano, però, ad apparire, a farsi chiare. Ma in quanto eroe ‘Ndrìa non si rassegna, soffre e lotta per far rivivere il mondo com’era, si oppone ostinatamente a quello nuovo e sconosciuto, vorrebbe fare della Storia una parentesi vinta e reinglobata nel Mito. Un eroe che l’autore, già al di là di quella storia, già conscio dell’irrimediabile trasformazione, vota alla sconfitta.

Horcynus Orca é una lettura che manifesta l’immensa ricchezza tematica con cui  D’Arrigo ha voluto caratterizzare la sua opera. Le scelte lessicali misteriose, i parallelismi tra i suoi personaggi e quelli dei grandi poemi epici, come l‘Odissea e l’Eneide, l’Orca vista come simbolo accostabile al Leviatano, sono tutti elementi che affascinano e sfidano il lettore, invitandolo ad avventurarsi nella grandiosa costruzione su cui D’Arrigo ha trascorso una vita.

Il lettore è guidato ad apprendere una nuova lingua, a coglierne il senso rispondendo attivamente al testo. Per capire come il percorso della scrittura renda comprensibile e arricchisca le potenzialità significanti del lessico confrontiamo FF e HO riguardo alla prima
occorrenza di tangeloso. In HO si nota un rafforzamento del sistema di riscritture e glosse interne al testo:

[Cata] Se ne stava in un’aria queta ma delicata, e in quest’aria tutta tangelosa appariva contornata da una maestosità senza ragione e senza forza
[Cata] Se ne stava là, posata più che seduta sul bordo della cofana, fra le due vecchie all’impiedi, tutte in muti riguardi, sola con quel suo sorriso strano, terribile, beato: in un’aria delicata, in vetrina, come qualcosa di intoccabile dietro un vetro, in un’aria tutta tangelosa, dove appariva contornata da una maestosità senza ragione e senza forza.

Il significato di tangelosa è orientato dal cotesto. In HO si può vedere come l’espressione venga levigata per focalizzare con più precisione il complemento di luogo e l’aggettivo che potrebbe dare il senso di tutta la scena. I due punti hanno il ruolo di scandire il ritmo. Prima è stabilita un’ambientazione, subito inscritta nell’evidenza dell’avverbio di luogo cataforico, e poi dispiegata nei dettagli nei cola seguenti.

Poi, la scrittura si fa più impressionistica, cerca di cogliere il senso che si cela appena sotto l’evidenza del reale. Rispetto a FF, in HO viene isolato questo momento, ed evidenziata la dimensione indugiante, in cui per approssimazioni successive si giunge all’«aria tutta
tangelosa».

Questo indugiare è l’effetto della sintassi giustappositiva, con i complementi che si accumulano (con una disposizione a chiasmo delle ripetizioni: in un’aria delicatavetro-vetrina-in un’aria tangelosa) e conducono il lettore a interpretare l’aggettivo in base al cotesto. L’interpretazione rimarrà sicuramente nello spazio dell’incertezza, ma la comprensibilità è assicurata. Nelle successive occorrenze98 del termine non ci sarà più bisogno di “inquadrarlo”, e allo stesso tempo queste occorrenze saranno altrettanti inviti a rielaborarlo ed acquisirlo nella lingua della lettura.

Horcynus Orca si potrebbe forse intendere come un rimpianto per la scomparsa dei dialetti e delle modalità di conoscenza e di vita ad essi associati. L’allentarsi del legame tra il nome e la cosa, la scoperta di un mondo e di una lingua in cui “la fera non è fera”, permette l’intrusione del nome italiano del delfino nel codice linguistico di ‘Ndrja; il nuovo nome dà il via ad un riassestamento cognitivo, una rotazione reciproca dei nomi intorno alla cosa in sé, che non ha più un senso univoco.

Si può dire che sia tipico di Horcynus Orca creare “spirali linguistiche” che tentano di conferire senso al lessico attraverso una paziente messa a fuoco; d’altra parte la “profondità di campo” lascia scorgere la rete di relazioni che collega il primo piano allo sfondo, cioè che conferisce senso ai singoli elementi inscrivendoli nel sistema linguistico complesso del romanzo. In questo sistema al nome fera sono collegate, come si è visto, aree semantiche e attributi relativi alla malignità e alla finzione.

Come ebbe a dire Giuseppe Pontiggia: “‘Horcynus Orca’ è un mitico e epico poema della metamorfosi. La concezione del mondo come metamorfosi affonda le sue radici nella religiosità mediterranea… Per questo D’Arrigo ha potuto creare un epos moderno, riprendendo, come Joyce nell’Ulisse, un tema mitico: perché in un’età in cui il mito dominante è quello di dissolvere i miti arcaici, solo la tragedia incommensurabile della loro perdita può essere il tema della tragedia”.

L’opera di D’Arrigo, che rappresenta un universo personalissimo e autosufficiente, dove si indossa ma maschera per proferire la Verità, può essere letta secondo le più diverse chiavi di lettura, simboliche, allegoriche, sociali, politiche, ma che è prima di tutto un grandioso progetto letterario, una sorta di “riesumo” dell’epica  rivissuta come approccio letterario al mondo. Quella di D’Arrigo è un’epica orientata verso il nero della morte, e talvolta sembra perdere quell’equilibrio, quella compresenza tra fatalità tragica e rinascita vitale che è una delle peculiarità del movimento epico. È un’epica nella quale il Mito è come ucciso dalla guerra, dalla Storia.

Poteva calarsi a Scilla, per dire, e da l“dirigere, visav“ o quasi con la rocca scillota, a Cariddi, anche se questo significava bordeggiare per tutta la sua lunghezza, dicinque miglia all’incirca, la linea dei duemariò.