Ivano Facchetti, tra super pop e design per elevare la quotidianità

L’artista bergamasco Ivano Facchetti è tra gli artisti contemporanei italiani che vende di più, le sue opere (super)pop sono espressione di vitalità a metà tra arte e design, frutto di passione e studio. Celebre il suo Batman rappresentato nella sua ambiguità morale e iconicità.

L’arte di Ivano Facchetti, il rinomato Re del Super Pop italiano, continua a incantare e stupire il mondo con la sua straordinaria originalità e vitalità. È con grande emozione che Galimberti Home Collection, in collaborazione con Artekaos Milano, annuncia l’esposizione di alcune delle opere più iconiche di Facchetti in occasione dell’inaugurazione del nuovo spazio espositivo a San Babila, Milano.

In un’epoca in cui l’arte si fonde con il design e la creatività diventa sinonimo di innovazione, le opere di Ivano Facchetti si ergono come pionieristiche e visionarie. Ogni pezzo è un’esplosione di colori, forme e concetti che catturano l’essenza stessa della cultura contemporanea, trasformando ogni osservatore in un partecipe attivo di una narrazione unica e coinvolgente.

L’apertura di questo nuovo spazio espositivo è ancor più significativa poiché coincide con l’apertura del prestigioso Salone del Mobile 2024 presso gli spazi di Rho Milano Fiera dal 16 al 21 aprile 2024. Questo laboratorio di sperimentazione e contaminazione diventa il palcoscenico perfetto per presentare le opere di Facchetti, unendo arte e design in un connubio di straordinaria bellezza e innovazione. Le opere selezionate di Ivano Facchetti, esposte presso Galimberti Home Collection, offrono uno sguardo privilegiato nell’universo creativo di questo genio dell’arte contemporanea.

1 Perché sei definito il re della super pop, cos’è per te la super pop e cosa ti distingue dagli artisti pop soprattutto italiani?

Sono definito il Re della Super Pop perché la mia arte si distingue per l’energia e la vivacità che trasmette, catturando l’essenza stessa della cultura popolare contemporanea. Per me, la Super Pop è un’espressione di gioia, vitalità e dinamismo, che si manifesta attraverso colori vibranti e forme audaci. Ciò che mi distingue dagli altri artisti pop, soprattutto italiani, è la mia capacità di trasformare la vita quotidiana in qualcosa di straordinario, portando un tocco unico e originale al movimento. Le mie creazioni 3D vantano una storia decennale di ricerca e sviluppo, durante la quale ho dedicato anni allo studio approfondito e all’analisi dettagliata per portare alla luce ciò che prima non esisteva.

2 Vendi bene le tue opere. Chi è il compratore tipo?

Le mie opere hanno un vasto appeal e attraggono una varietà di acquirenti, ma il compratore tipo è spesso un appassionato d’arte che apprezza la freschezza e l’originalità della mia visione artistica.

Coloro che acquistano le mie opere sono attratti dalla loro energia positiva e dalla loro capacità di trasmettere emozioni forti e immediate. Collezionisti d’arte appassionati, amanti della cultura pop, e professionisti del settore artistico sono solo alcune delle persone che acquistano le mie opere. Ciò che li unisce è la ricerca di opere che trasmettano emozioni forti e che abbiano un impatto visivo potente.

3 C’è qualche esponente in particolare della pop art che ti ha ispirato, che ti ha reso sicuro che la strada giusta fosse questa che hai intrapreso?

Certamente, mi sono ispirato a molti grandi artisti della pop art come Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Keith Haring. Il loro coraggio nel rompere le convenzioni artistiche e nel celebrare la cultura popolare mi ha ispirato profondamente e mi ha reso sicuro che la strada che avevo intrapreso fosse quella giusta per me. L’audacia nell’affrontare temi della cultura di massa e la sua abilità nel trasformare oggetti comuni in icone hanno avuto un impatto profondo sulla mia arte e sulla mia visione artistica.

4 Batman come tutti i supereroi è popolare, perché hai scelto proprio lui?

Ho scelto Batman come soggetto delle mie opere perché lo considero un simbolo iconico della cultura popolare contemporanea. Il suo status di supereroe e la sua ambiguità morale lo rendono un soggetto affascinante da esplorare artisticamente. Inoltre, la sua iconica maschera e il suo mantello nero si prestano a rappresentazioni visivamente accattivanti e suggestive.

5 L’arte pop guarda fuori, al mondo, ma davvero secondo te essa è riuscita totalmente nell’intento di desimbolizzare l’oggetto, rendendolo un fatto?

L’arte pop ha certamente contribuito a desimbolizzare gli oggetti, trasformandoli in fatti artistici. Tuttavia, credo che la desimbolizzazione sia un processo in continuo movimento, e che l’arte pop continui a sfidare e ridefinire i nostri concetti di simbolo e significato attraverso la sua esplorazione della cultura di massa e della società contemporanea.

6 Nell’era dell’arte digitale e degli NTF, la pop art continua ad avere successo, perché? E cosa pensi degli incassi record degli NTF?

Nonostante l’era digitale e la crescente popolarità degli NTF, la pop art continua ad avere successo perché parla direttamente alla nostra esperienza quotidiana e alla nostra cultura condivisa. Le opere pop sono accessibili e immediate, e offrono un modo potente per esplorare e commentare la nostra società in continuo cambiamento. Riguardo agli incassi record degli NTF, penso che siano un riflesso della crescente accettazione e adozione della tecnologia blockchain nel mondo dell’arte, offrendo nuove opportunità per gli artisti di raggiungere un pubblico globale e di monetizzare il loro lavoro.

7 Avere una tua opera in casa, ufficio, studio, cosa dovrebbe voler dire per chi ce l’ha?

Avere una mia opera in casa, in ufficio o in uno studio è molto più di possedere un semplice oggetto d’arte. Significa portare con sé un pezzo della mia visione artistica, un frammento di quel mondo vibrante e pieno di vita che cerco di catturare nelle mie opere. Spero che ogni mia opera possa essere vista non solo come un oggetto decorativo, ma come un contributo alla storia dell’arte contemporanea, un riflesso della nostra cultura e della nostra esperienza condivisa.

8 Stai lavorando ad un nuovo progetto? Cosa ti aspetti?

Sì, sto sempre lavorando a nuovi progetti. Attualmente sto esplorando nuove tecniche e materiali per portare la mia arte a nuovi livelli di espressione e originalità. Mi aspetto che i miei progetti futuri continuino a sorprendere e a ispirare il pubblico, portando un tocco di freschezza e innovazione al panorama dell’arte contemporanea. Il mio processo creativo è un viaggio emozionante e spontaneo. Inizio con un’idea o un concetto che mi sta a cuore e poi lascio che la mia immaginazione prenda il sopravvento. Sperimento con diversi materiali e tecniche, lasciandomi guidare dall’energia del momento. Il risultato è un’opera che ha vita propria, che parla direttamente al cuore e all’anima di chi la osserva.

 

Eloisa e Abelardo. Una nuova traduzione fa cadere ancora una volta, i luoghi comuni oscurantisti sul Medioevo

Etienne Gilson, filosofo e storico della filosofia francese di ispirazione cattolica, considerato con Jacques Maritain e Réginald Garrigou-Lagrange fra i massimi esponenti del neotomismo, nel saggio Eloisa e Abelardo (tradotto nuovamente da Editoriale Jouvence nel 2023), mette in luce il fascino dei due amanti, anticipatori di noi uomini moderni, restituendo la loro forte e originale fede nei valori e ideali della civiltà cristiana medievale.

Abelardo, il grande filosofo del XII secolo, desta scandalo seducendo la sua allieva, Eloisa, già celebre al mondo per la sua cultura e la sua intelligenza nonostante abbia solo 16 anni. In seguito ad un matrimonio riparatore tenuto segreto, Abelardo verrà colpito dallo zio della giovane con una punizione crudele (l’evirazione), in conseguenza della quale prenderà gli ordini monacali assieme a Eloisa, continuando ad amarla in modo sublime e forte.

L’unica fonte di cui disponiamo per conoscere le origini della storia tra Abelardo ed Eloisa è Abelardo stesso, ma nonostante ciò nulla ci induce a dubitare dei fatti narrati. Quando conosce Eloisa, il bretone Abelardo ha già alle sue spalle una storia tumultuosa: egli era un giovane intento al conquistare il posto che gli spetta, scontrandosi anche con le vecchie autorità. Dopo aver sconfitto tutti i suoi rivali, Abelardo è maestro e padrone delle scuole di Parigi, dove insegna filosofia e teologia.

Abelardo si fa presentare allo zio di Eloisa da amici e va in pensione da lui, approfittando anche dell’avarizia di Fulberto. In seguito, approfittando della vanità di quest’ultimo, si fa affidare l’educazione di Eloisa.

Per quanto riguarda il punto di vista di Eloisa, non c’è nessun elemento che faccia supporre che abbia opposto resistenza, tanto che anche lei negli anni successivi dirà di essere stata soggiogata da “quel maestro pieno di gloria”.

Eloisa e Abelardo: contro i luoghi comuni sul Medioevo

Gilson sottolinea un passaggio importante di una lettera di Eloisa indirizzata ad Abelardo, dopo aver letto la sua Historia calamitatum mearum, dove il filosofo raccontava nel dettaglio quanto accaduto fra loro, dichiarando un amore totale.: «Mai, Dio lo sa, ho cercato in te niente altro che te. Non desideravo i legami del matrimonio né mi ripromettevo vantaggi, e ho bramato non la soddisfazione delle mie volontà o delle mie voluttà, ma, e ben lo sai, delle tue. Senza dubbio il nome di sposa sembra più sacro e più forte, ma io ho sempre preferito quello di amante o, perdonami se lo dico, quello di concubina e di prostituta. Perché più mi umiliavo per te, più speravo di trovare grazia presso di te e, umiliandomi così, speravo di non ferire in nulla lo splendore della tua gloria».

L’autore aggiunge: «Abelardo dissimula il suo matrimonio, per poter essere ancora creduto un Seneca o un san Gerolamo; Eloisa offre il concubinato per permettergli di ridiventarlo; la tragicità del dramma sta nella sincerità perfetta con cui l’uno e l’altra si recitano la commedia della santità».

Gilson approfitta dell’analisi dell’epistolario tra Abelardo ed Eloisa, per smentire i pregiudizi sul Medioevo di Jacob Burkhardt, che ha posto in contraddizione Medioevo e Rinascimento, quest’ultimo ritenuto «il primo a scoprire e mostrare in piena luce l’uomo nella sua interezza».

Lo storico francese infatti afferma: «Un uomo senza individualità, incapace di analisi, senza gusto: ecco dunque l’uomo come lo ha fatto il cristianesimo? Se, per fare un Rinascimento, sono necessarie delle individualità sviluppate al più alto grado, le nostre due non saranno sufficienti?». Abelardo ed Eloisa rappresentano uno «scoglio fatale per le tesi di Burckhardt».

Secondo la maggior parte degli studiosi infatti, è solo con il Rinascimento che inizia a sorgere un profondo senso dell’individualismo. Buckhardt ha sempre sostenuto che individualità potenti potevano nascere solo nei comuni italiani del ‘300: si tratta di personalità la cui vita era talmente intensa da dover scrivere autobiografie. Al contrario, il Medioevo sarebbe privo di qualsiasi individualità e la ragione viene ritrovata nel cristianesimo, colpevole di livellare gli uomini.

Tuttavia se paragonassimo il Rinascimento degli accademici con ciò che emerge dal carteggio tra Abelardo ed Eloisa la situazione appare sotto un’altra luce: i due amanti non sono infatti due individualità sviluppate nel più altro grado? Un altro tratto dell’uomo rinascimentale secondo gli accademici è la capacità di descrivere liberamente la vita morale, ma se confrontiamo la Vita nova di Dante con il carteggio messo a punto da Gilson, ci rendiamo conto che la descrizione dell’uomo morale si afferma con maggiore semplicità e scevra di artificio con Abelardo ed Eloisa. I due si analizzano e si osservano come solo due coscienze cristiane in preda alla passione possono fare.

L’epistolario tra Abelardo ed Eloisa è il testo più adatto per comprendere la complessità di questo problema e, se Abelardo rappresenta uno scoglio pericoloso per la tesi di Burckhardt, Eloisa ne rappresenta un altro ancora peggiore, sia per l’ardore appassionato con cui si analizza, sia per le idee che esprime e per il loro contenuto. Il principale tema, oltre alle questioni amorose tra lei e Abelardo, riguarda la Regola: Eloisa afferma che i monasteri femminili non hanno una regola se non quella di san Benedetto, che è, tuttavia, scritta per conventi maschili, come si evince da alcuni suoi passi.

Trascinata dalla logica del suo sistema, Eloisa arriverà a toccare tutti quei punti critici che saranno poi analizzati nel XVI secolo, primo fra tutto il tema della carnalità: essa non è né buona né cattiva secondo la letterata.

La lezione di Gilson sarebbe dunque che Abelardo ed Eloisa siano da considerarsi come i primi moderni? Non possiamo dirlo con certezza, tuttavia, un passo in avanti sarebbe riuscire, al momento di rinchiudere il Medioevo o il Rinascimento in una rigida definizione, di ricordarci di questi due straordinari francesi. Prima di trovare una definizione per il Medioevo, dovremmo trovarne una soprattutto per la badessa Eloisa.

‘Avventure della ragazza cattiva’ di Vargas Llosa. Ossessione d’amore tra Europa e America Latina

Nella prima parte è un continuo procedere per accumulo, non ci sono sviluppi nel romanzo del 2006, Avventure della ragazza cattiva dello scrittore peruviano naturalizzato spagnolo Mario Vargas Llosa, a metà fra il picaresco e la storia d’amore. Solo nella seconda parte ci si appassiona alle vicende di Lily, femme fatale trasformista e di Ricardo, anonimo interprete peruviano, un uomo medio senza ambizioni.

Nel 1950 il giovane Ricardo scopre di essere innamorato di una ragazza cattiva, una niña mala che lo fa impazzire con il suo charme ma gli dice sempre di no. Quando le loro strade si separano, Ricardo si trasferisce a Parigi. Ma anche qui la niña mala riappare, in una nuova versione: una militante del Mir in partenza per Cuba, dove verrà addestrata alla guerriglia. Da allora, nella vita di Ricardo, si alternano il lavoro di interprete e i tormenti che la ragazza cattiva gli infligge, in un crescendo che porterà il protagonista ad affrontare il suo vero sogno: scrivere. Un ritratto palpitante del mondo europeo e latinoamericano, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, un’ispirata rievocazione condotta senza nostalgie ma con lucida intensità, sostenuta da una scrittura che si fa sempre piú limpida e rarefatta. Con protagonisti ed eventi reali e altri di fantasia, che insieme congiurano a creare l’affresco illuminante di un’intera stagione.

Stai diventando una huachafita [donnetta sentimentale, n.d.r.] anche tu, niña mala, – la baciai sulle labbra. – Dimmene un’altra, un’altra, per favore.

Lily, però, non giganteggia su Ricardo, non ha fascino e carisma perversi, risulta ripetitiva e prevedibile nella sua inaffidabilità. Ed è proprio quo che risiede l’aspetto più sorprendente e riuscito del romanzo: il premio Nobel Losa non rende la protagonista l’eroina della storia, semmai il personaggio più riuscito risulta Ricardo, con la sua umanissima e comprensibile debolezza, con la sua pazienza, col suo amore che sembra non subire mai un rallentamento. Ricardo è umile, è un uomo che lavora per vivere, che ama la letteratura e le lingue straniere, soprattutto il russo. È un uomo non bello, ma costante e stabile. E sembrano risiedere proprio qui la sua forza e straordinarietà che fa da contraltare alla “banalità” della cattiva ragazza che intontisce l’uomo ordinario, destinato prima o poi a soccombere.

Vargas Llosa riesce a costruire un intreccio narrativo di grande effetto puntando sulla personalità dei personaggi, in cui lo stesso Ricardo, il Niño Bueno, racconta in prima persona le proprie pene d’amore, la sua vita costellata dalla presenza-assenza della femme fatale (“Ero sicuro che l’avrei amata sempre, per mia felicità ed anche per mia infelicità”).

L’autore peruviano tuttavia non si limita a raccontare una storia di amore e di ossessione, inducendo il lettore ad empatizzare con il protagonista, evidenzia infatti la sua capacità di emersione dalle “paludi” di un paese dell’America Latina, il Perù, ancora molto, troppo povero, afflitto da tensioni e instabilità politiche tali da non garantire condizioni di vita dignitosi per il suo popolo, arricchendo così il contenuto di questa opera di riflessioni extra sentimentali.

Llosa infatti conduce il lettore in un’Europa in pieno fermento, partendo da Parigi, città affascinante e piena di opportunità, centro nevralgico della vita culturale europea e culla delle rivolte studentesche sessantottine, per poi spostarsi in oltremanica, in una Londra hippie anni settanta, centro di avanguardia artistica, capitale mondiale di una rivoluzione psichedelica fatta di droga, rock’n’roll e amore libero, passando per per Tokio, dove all’ordine e al rigore che traspaiono dalle strade durante il giorno, si contrappone la perversione della vita notturna. Nei cangianti (come le identità di Lily), contesti storico-geografici si muovono le disavventure amorose di due protagonisti legati da un rapporto viscerale tra Europa e America Latina.

‘Figlio di papà’: la generazione degli anni Novanta raccontata senza compromessi da Dino Pešut

Il 20 marzo arriva in tutte le librerie il romanzo Figlio di papà, dello scrittore e drammaturgo croato Dino Pešut, tradotto in italiano da Sara Latorre, edito da Bottega Errante.

Figlio di papà racconta di un trentenne originario di una cittadina di provincia che, dopo il tentativo fallito di stabilirsi a Berlino, trascorre le sue giornate lavorando come receptionist in un hotel di Zagabria, in bilico tra la propria disperazione, un ricco amante, una cartellina piena di poesie inedite e la malattia del padre.

È il rapporto tra padre e figlio, da sempre ambivalente e minato dal passato che incombe su di loro, a rappresentare la chiave di volta dell’esistenza del giovane. Senza compromessi, con capitoli brevi e potenti, pieni di emozioni profonde alternate a sesso e morte, paura e gioia, Pešut dimostra di essere una voce originale che interpreta perfettamente il tempo in cui vive e la generazione di chi è nato negli anni Novanta.

Figlio di papà descrive in modo brutalmente onesto la condizione di un’intera generazione, quella tra i 25 e i 35 anni, di cui si parla poco. Per Sara Latorre, traduttrice del libro, è un romanzo capace di «toccare corde profondissime, facendoci soffrire e ridere nel giro di una frase. Credo che i lettori abbiano bisogno di storie contemporanee e normali, con personaggi reali che affrontano le loro stesse fatiche familiari, relazionali, professionali. Per me è stato subito chiaro che Figlio di papà sarebbe potuto diventare davvero il romanzo di un’intera generazione».

Come spiega Sara Latorre, la generazione raccontata da Dino Pesut è una delle «più istruite dell’ultimo secolo, ma quella con meno prospettive di crescita sociale. Facciamo fatica a fare progetti per il futuro perché non abbiamo una stabilità economica e, oltre a ciò, siamo quasi del tutto privi di stabilità emotiva. Siamo tutti ansiosi, tutti in terapia, tutti ghostati e ghostatori, tutti su Tinder, tutti a fare brunch, quasi tutti ancora a casa dei genitori, tutti nel pallone.

Il pubblico Millennial e Gen Z dovrebbe leggere Figlio di papà perché è un libro che parla di loro, in cui è impossibile non immedesimarsi, una lettura che ci permette sia di crogiolarci nelle nostre angosce che di prendere coraggio per affrontarle. Il pubblico più adulto, invece, dovrebbe leggerlo per capire un po’ meglio i propri figli e nipoti, la cui situazione è spesso trascurata e sminuita sia negli ambienti familiari che dalle istituzioni».

Dino Pešut è uno dei nuovi scrittori croati e, come tale, racchiude in sé diverse identità: è un Millennial, un uomo gay, un giovane intellettuale, un abitante di uno dei Paesi dell’area ex jugoslava e sicuramente molto altro.
«Quando nell’estate 2021 spulciavo il blog femminista croato Vox Feminae» ci racconta sempre la traduttrice Sara Latorre «mi sono imbattuta in un articolo di Marija Dejanović che analizzava e condannava le dichiarazioni omofobe rilasciate dal giornalista e critico Igor Mandić riguardo al libro Figlio di papà di Dino Pešut. Ho pensato che un libro capace di innervosire a tal punto l’intelligencija croata dovesse essere interessante. Come omosessuale dichiarato Pešut parla della e alla comunità queer di uno dei Paesi meno aperti e più reazionari d’Europa (e la Croazia in questo è simile all’Italia), creando uno spazio di rappresentazione e rappresentanza».

Inoltre, aggiunge Sara Latorre «da giovane intellettuale proveniente dalla provincia, Pešut è capace di raccontare la frustrazione di chi trova nell’arte la propria vocazione, ma fatica a farne un mestiere per mancanza di opportunità ed è costretto a reprimersi per almeno 8 ore al giorno. Essendo un trentenne croato, infine, è una delle persone che ha vissuto la guerra degli anni Novanta da bambino e i successivi sviluppi politici da ragazzino. A tal proposito, è importante sottolineare che, se decide di parlare della guerra, il suo punto di vista sarà in un certo senso parziale, mentre se decide di parlare della società postbellica lo fa con uno sguardo scevro da jugonostalgia, lucido e rivolto al futuro.
Ciò fa sì che Pešut riesca a dire cose nuove in modo nuovo anche su fatti già largamente indagati, mentre dall’altro costringe l’editoria e i lettori ad accettare che lui e i suoi colleghi possano scegliere di non parlare dei soliti temi caldi riguardanti i Balcani, costringendoci a fare i conti con il fatto che la letteratura balcanica è una letteratura come le altre e perciò si evolve nelle forme e nei contenuti, indipendente da ciò che pretendiamo da essa».

La lingua di Figlio di papà è diretta ed estramamente curata perché, continua Latorre, «Pešut è prima di tutto un drammaturgo, perciò è molto abile nello scrivere dialoghi estremamente naturali e la sua prosa non ha bisogno di grandi arzigogoli per risultare efficace. La sfida maggiore per me è stata restituire in italiano proprio la spontaneità dei dialoghi e soprattutto la voce creata dall’autore per ogni singolo personaggio, cercando per ognuno una modalità di espressione che fosse al contempo riconoscibile e non macchiettistica.

“Il gregge” il nuovo romanzo, felliniano, di Davide Grittani

Appena uscito, “Il gregge” è il nuovo romanzo del giornalista e scrittore pugliese Davide Grittani. Tra crudeli paradossi e atmosfere felliniane, l’ambizione è trasformare l’apocalisse del nostro tempo in una commedia all’italiana: sullo sfondo del testo gli omaggi al fumetto Doraemon e al capolavoro di Mario MonicelliAmici miei”.

Dopo essersi occupato di trapianti ne “La rampicante” e delle responsabilità degli adulti nella piaga della pedofilia ne “La bambina dagli occhi d’oliva”, Davide Grittani torna al romanzo con un affresco di satira pungente e al tempo stesso drammatico: la breve epopea di una campagna elettorale diventa l’epicentro di un romanzo sull’apocalisse etica ed estetica di certa politica e di certe condotte del Paese. Qui pubblichiamo il primo capitolo, che introduce proprio alla ricomparsa di vecchi compagni di classe sotto forma, però, di candidati.

Il volto di uno dei membri dell’ex quinta D del liceo Pasolini ricompare all’improvviso sui manifesti elettorali di una città il cui motore è rappresentato dalla ragione per cui imprese e delitti vengono espulsi dalla stessa vescica: i soldi. Il ricongiungimento dei vecchi compagni di classe diventa il pretesto per indagare sulla metamorfosi che da banali cialtroni li ha convertiti in feroci razzisti e per riflettere sulla deriva che ha trasformato un piccolo branco di anarchici in un gregge in transumanza verso l’odio. Costretti a lavorare insieme per accrescere con ogni mezzo possibile la popolarità del candidato sindaco, uno di loro scopre che in realtà, a unirli, è una tragedia. Davide Grittani, con una commedia amara che racconta tic, paranoie e aberrazioni delle campagne elettorali, ieri nostalgici corpo a corpo basati perlopiù sul trasformismo e oggi ricatti sociali ispirati dalla precarietà dei nostri tempi, rivela impietosamente il vuoto valoriale che ha consentito all’ultranulla di scalare ogni forma di potere. Traccia una mappa iperrealista dove l’essenza stessa – e il futuro – della democrazia rappresentativa appare irrimediabilmente compromessa. Un estratto:

Certe volte una mano invisibile costringe a guardare da un’altra parte. Indice e pollice dirottano il mento verso qualcuno, affinché la fisiognomica agevoli il compito di leggere i romanzi scritti sulle facce della gente. Qualcosa mi ha spinto a indugiare, il tram è ripartito di colpo e dietro le vetrofanie è apparso lui. Imbolsito ma riconoscibile, inspessito come quelle melanzane che invecchiando conservano una minacciosa familiarità. Tra un telefono spaziale, la promessa di una laurea presa dal divano di casa e altre vertigini acconciate da eternità, lo ritrovo su questi manifesti che parlano agli elettori con la demagogia degli incitamenti. “L’aria è cambiata” recita lo slogan, così superbo che verrebbe voglia di votare gli avversari. Se non fosse che guidando vedo le sue foto dappertutto, di fianco ai bastioni, lungo i navigli che brulicano di ottimismo, sui ledwall che circondano le terrazze vista duomo e ricordano che il comandamento del nostro secolo è sorridere.

Il libro è stato presentato da Wanda Marasco nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2024.

L’autore

Nato a Foggia (1970), diplomato all’Accademia di Comunicazione di Milano (1994) discutendo la tesi L’arrivo dei Tartari – Il giornalismo di Dino Buzzati. Giornalista, scrittore, consulente della comunicazione per aziende ed enti pubblici, editor e consulente di case editrici. Direttore del periodico di sicurezza alimentare BLab Magazine. Editorialista del Corriere del Mezzogiorno (inserto del Corriere della Sera), collaboratore di Pangea News. Iscritto alla Federazione unitaria italiana scrittori, componente della giuria del premio Clara Sereni. Detesto i gruppi chat di qualsiasi natura, li considero campi di internamento.

 

“Il gregge” e la demagogia elettorale. Un romanzo – Pangea

 

Socialhenge, la video-arte di Enrico Dedin sullo Stonehenge è un’indagine antropologica virtuale

“Socialhenge” è il titolo del nuovo pezzo di video arte dell’artista emergente veneto Enrico Dedin che trasforma virtualmente l’iconico complesso megalitico di Stonehenge in un cerchio di schermi sociali. Dedin ci conduce attraverso un’indagine antropologica che mescola epoche, dalla Preistoria alla Post-Storia, dall’Età del Bronzo all’Età del Silicio.

Il sito archeologico di Stonehenge nel sud dell’Inghilterra attira ogni anno migliaia di persone per celebrare il solstizio d’estate: il giorno più lungo dell’anno. Il mistero della sua origine e il modo in cui il sorgere del sole si adatta alle costruzioni hanno
reso Stonehenge un luogo di pellegrinaggio mondiale. Migliaia di persone di diverse nazionalità affollano il monumento megalitico per
assistere al tramonto del 20 giugno e all’alba del giorno successivo, in un evento unico che mescola festa e spiritualità.

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La casa editrice Le Assassine pubblica ‘Il fiore di Farahanz’, il giallo tutto al femminile di Yaprak Öz

Yaprak Öz, scrittrice turca, approda in Italia grazie alla pubblicazione del giallo intitolato Il fiore di Faràhnaz, da Edizioni Le Assassine (tradotto da Nicola Verderame). Un libro che gioca con il mistero, tramutandosi immediatamente in una lettura intrigante. Le Assassine ancora una volta si dimostra specializzata in letteratura gialla scritta esclusivamente da sole donne e naturalmente della traduzione di opere che hanno avuto successo.

Alla fine degli anni settanta nel tranquillo quartiere di Zonguldak vengono commessi terribili omicidi. Yıldız Alatan, che vive vicino alla scena del delitto, decide di indagare sul mistero che si nasconde dietro la coincidenza che unisce la vittima e l’assassino. Yıldız Alatan, appassionata di romanzi polizieschi, è una sarta, casalinga perfetta, nonché vicina di casa affidabile e dolce, una buona amica il cui suo sogno più grande è risolvere un giorno un caso misterioso. La donna è la voce narrante del romanzo di genere tutto al femminile, ben orchestrato da Yaprak Öz, le cui pagine restituiscono al lettore il profumo e un sentore di infetto, connubio che rende il libro della Oz davvero degno di nota.

L’avventura investigativa di Yıldız diventerà ben presto sempre più complicata ed intricata, ma con l’aiuto delle sue amiche non si arrenderà nemmeno nelle situazioni più difficili.

La donna comprende che dietro l’omicidio si cela molto di più di quanto appaia. Ci riuscirà, senza mettere a repentaglio la sua stessa vita?

“Da casalinga a sarta, e tutti sanno che mi chiamo Yildiz Abla, moglie dell’ingegnere minerario Ziya Alatan, che lavora nelle miniera di Kozlu, nel complesso carbonifero di Eregli. Abbiamo una figlia di nome Berrin, un genero di nome Engin e una dolcissima nipotina di nome Berrak. Ciò che più mi contraddistingue è la passione per la lettura. In particolare vado matta per i romanzi gialli.”

Il fiore di Farahnaz è un giallo ricco di suggestioni, complice l’ambientazione in Turchia, Paese in cui è facile smarrirsi dall’atmosfera languida, in bilico tra sfarzo e miseria, scritto con un linguaggio fluido, che bene mette in evidenza le ombre di una comunità, dove tutti sembrano fingere, dove si aggira, indagando, una deliziosa e acutissima Miss Marple turca, simbolo del riscatto femminile.

L’autrice coglie l’occasione per far conoscere la Turchia degli anni ’80, quando, nel 1984 il PKK (organizzazione politico-militare curda considerata illegale in Turchia) ha cominciato un’insurrezione contro il governo turco. Il conflitto, che è costato migliaia di vite, continua ancora oggi. Dalla liberalizzazione dell’economia turca durante gli anni ottanta, il paese ha goduto di una più forte crescita economica e maggiore stabilità politica.

Beneficenza, filantropia, carità, marketing. “Per fare il bene, bisogna conoscerlo”, diceva Manzoni

«Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari di ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso vanno come possono». Il monito di Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi, è inequivocabile: il bene bisogna conoscerlo, non deve mai essere in coincidenza con i singoli propositi; nello specifico, Donna Prassede con il suo ‘far il bene’ si propone di raggiungere altri scopi.

Infatti, la sua nobile missione sarebbe quella di raddrizzare il cervello e mettere sulla buona strada Lucia. Di Lucia la nobildonna pensa: «Non che in fondo non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire: Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o rispondere secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee». Nel suo proposito di far il bene, Donna Prassede parte da un’idea negativa di Lucia che le comporta una distorsione della realtà dei fatti, con conseguenziale agire non verso il bene ma verso il male. Difatti, è convinta che Lucia si sia messa su una brutta storia e non perde occasione per cercare di far dimenticare alla donna quel ‘partito sconveniente’ di Renzo.

Molti personaggi contemporanei, vip e influencers somigliano a Donna Prassede. Sono accomunati dall’esibizionismo e dalla presunzione:

«Le accadeva, quindi, o di proporsi per bene far più di quel che avrebbe diritto».

L’ultimo ironico sigillo al giudizio di Manzoni sulla mediocrità di donna Prassede è il seguente: «Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto‘.

Manzoni è molto abile a dare un ritratto impietoso di Donna Prassede, prototipo della falsità, dell’ipocrisia e dell’immoralità che non sarà mai inattuale. La caratterizza la vanità aristocratica, l’assenza di moderazione e un formalismo esteriore in aderenza ad una religione di facciata, non conosce la carità sincera. Ella si sente calata nei panni dei giusti e assume un atteggiamento ben lontano dal cuore. Il suo errore  umano è di pensare di essere nel giusto, ma così non è, i suoi pregiudizi alterano la realtà e si discosta enormemente dalla Morale.

Tuttavia è bene sottolineare che carità, filantropia e beneficenza non sono sinonimi, anche se parlano ambedue del medesimo oggetto, e cioè l’uomo e la donna nel bisogno, tenendo presente la vasta tipologia di bisogni e di povertà nelle diverse condizioni di vita. Conoscendo la forza dell’egoismo, per il quale è l’io che si pone al centro dell’attenzione ignorando l’altro, avvertiamo quanto sia difficile uscire da noi per correre in aiuto dell’altro.

Immaginiamo se poi chi dice di praticare la beneficenza, possa addirittura truffare e mettere in piedi un sistema di comunicazione nebulosa atto a far capire e al contempo a non far capire che chi compra quel prodotto griffato, spendendo il triplo, aiuta chi ne ha più bisogno, come i bambini. Poca chiarezza (deliberata) come modus operandi per pararsi il didietro e guadagnare sempre di più, consolidare il proprio status economico-sociale e ostentando ricchezza e volgarità. Si chiama marketing ma viene spacciato per beneficenza da chi si pone come modello per i giovani di oggi.

Perlopiù è la compassione che ci fa accorgere dell’altro e ci fa sensibili alle sue esigenze e ai suoi bisogni; nasce allora dal cuore quella filantropia (= amore per l’uomo), che ci porta a fare anche belle cose in aiuto di chi è nel bisogno. Tale filantropia è già da sola un grande contrassegno dell’umanità dell’uomo, e merita di essere in ogni caso incoraggiata e sviluppata. Il cristiano fa altrettanto e ancora di più, perché sa di trovarsi non solo dinanzi ad un suo fratello per fede e per destinazione, ma dinanzi ad una presenza “mascherata” del suo Dio. .

Per questo una delle caratteristiche della comunità cristiana delle origini era la perseveranza nella carità e nella comunione dei beni (At 2,44-45).

Concetto sicuramente estraneo a chi, dopo essere stato beccato, pensa di poter riacquistare credibilità. parlando di errore di comunicazione, quando si è le regine dei social, e donando un milione di euro ad un ospedale. Guardiamo allo “star basso” di Lucia, non alla superbia, all’ignoranza e all’altezzosità di chi non si “accontenta” di fare milioni grazie al disagio e alla superficialità giovanile (e non solo), ma che entra a gamba tesa anche su questioni politiche avventurandosi in pistolotti moralistici indigesti e slogan mo’ di maestro di vita.

 

Donna Prassede, per fare il bene bisogna conoscerlo – Elio Ria | Scrittore Salentino

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