‘Il guardiano delle stelle’: il piccolo principe di oggi di Davide Amante

Ci sono libri che vi intrattengono per il tempo richiesto a leggerli, vi sono libri che raccontano della vostra generazione e della vostra epoca, poi vi sono libri – pochi – che vanno oltre il tempo. Il Guardiano delle Stelle (DMA Books), di Davide Amante è uno di questi.

Una favola straordinaria, semplice e incredibilmente profonda allo stesso tempo, ci guida alla comprensione degli aspetti fondamentali della vita. Il viaggio di una bambina di 10 anni, di nome Anais, verso l’altro lato di un’isola è, in effetti, un viaggio attraverso la vita. Una favola di grande interesse per bambini e forse più ancora per adulti, ma certo per chi sia di maggior interesse, bambini o adulti, è ancora da stabilirsi.”

Davide Amante è un autore con all’attivo 3 romanzi pubblicati, di cui uno di essi, ‘The Wallenberg Dossier’ (‘Punto di fuga Wallenberg‘), su cui si sta producendo un film. Ha scritto sceneggiature in lingua inglese per il cinema.
Ha collaborato con il Politecnico di Milano, su invito del Dipartimento di Architettura, insegnando agli studenti l’interpretazione e la trasposizione dell’opera letteraria negli allestimenti scenici teatrali e cinematografici.

Il Guardiano delle Stelle – Il Viaggio di Anais insieme al Vento è stato pubblicato ai primi del 2019. La favola-romanzo di 75 pagine, con una dozzina di illustrazioni originali a matita, è la storia di una bambina di 10 anni e del suo viaggio verso ‘l’altro lato’ di una piccola isola. L’autore ha scritto originariamente il libro per le sue due figlie piccole nel 2018 ma è diventato subito chiaro che la storia era di una categoria a parte.

La casa editrice si è assicurata il tutto esaurito della prima edizione, in italiano, francese e inglese. Il libro narra la storia della piccola Anais di 10 anni, una bambina che vive in una grande città e si sente sola. Ogni estate la bambina si reca su un’isola per incontrarvi il nonno, il guardiano del faro. Una estate in particolare una burrasca giunge sull’isola e il vento soffia tanto forte che Anais, preoccupata, si volge verso la linea dell’orizzonte.

La bambina scopre che la burrasca è così intensa da rimuovere perfino il colore blu dal cielo, lasciandolo tutto trasparente. Allora, per la prima volta, Anais scopre l’altro lato delle cose e qui comincia il suo viaggio verso l’altro lato dell’isola. Accompagnata dal vento, da un lupo selvatico e dalla sua speciale relazione con la natura, Anais scoprirà la bellezza del mondo e della vita. Il suo viaggio la condurrà a scoprire il significato della vita, delle proprie emozioni e dell’amore.

Il libro è disponibile su Amazon in tre lingue. Esso è adatto per bambini a partire dagli 8 anni di età e per gli adulti. Il libro è inoltre stato selezionato come esempio ideale per la Dialogic Reading.

Giuseppe la Spada, artista ‘interdisciplinare’: ‘Comprendendo l’acqua forse si comprende il segreto della vita’

L’arte è un modo di raccontare il mondo attraverso la creatività dell’intelletto. L’uomo crea il mondo, ma creazione e riproduzione non sono la stessa cosa: difatti se l’artista crea il mondo, l’artigiano lo riproduce. L’arte dunque non è ciò che è mondo per dirla come Karl Kraus, non si tratta di una questione di gusti, ma di scavalcare orizzonti, compiendo qualcosa di nuovo. In tal senso l’artista “interdisciplinare” Giuseppe La Spada ispirato da natura, poesia e suono, e da sempre interessato alle tematiche ambientali, cerca di operare come fa la natura, riproducendo con tecniche digitali e con la fotografia la sua attività.

Protagonista di molti lavori del poliedrico Giuseppe la Spada è l’acqua, elemento usato come pretesto per parlare del rapporto Uomo-Natura, riflettendo su ciò che c’è sotto la superficie, facendo emergere l’indicibile che acquista consistenza in una atemporalità sospesa tra suono e segno.

La Spada è dunque, in quanto fotografo e video-artista, un artigiano che racconta qualcosa che già può essere nella nostra testa, un esploratore di profondità, un ideologo sensibilizzatore, un artista certamente concettuale ma lontano dall’estetica del disgusto, sulla scia del movimento Art and Language nato negli anni settanta.

La fotografia infatti non è arte ma artigianato, tecnologia e nell’era delle fotocamere digitali tale definizione assume un valore ancora più forte. L’artista ha esposto i suoi lavori in Europa, America e Asia, dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Webby Awards vinto nel 2007 con un progetto online legato all’ecologia. Nel 2018 partecipa alla mostra Idesign, Manifesta 12 Collateral a Palermo con Fluctus, un’enorme installazione in plastica.

Nello stesso anno, il suo lavoro è anche esposto nella mostra Re-Use, tra artisti come Man Ray, Duchamp, Manzoni, Christo, Pistoletto, Damien Hirst. Attualmente vive e lavora a Milano: nel 2017 ha presentato l’installazione Shizen no Koe al “Festival per la Terra” al Museo oceanografico di Monaco; è direttore creativo al MuMa di Messina e ha da poco sviluppato il progetto sociale We are drops che mira a creare una nuova consapevolezza nelle nuove generazioni e soprattutto nei bambini.

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In che modo riesce ad esprimersi al meglio? Attraverso la fotografia, l’arte digitale, la video-arte, le installazioni?
Quando ero ragazzo leggendo lo ‘Spirituale nell’Arte’ di Kandinskij, ho sentito parlare di opera totale, questa cosa mi ha segnato per sempre, per me il massimo è utilizzare tutti i mezzi possibili, cercando di dare una drammaturgia, un giusto peso. Ogni singolo elemento ha un compito preciso, esattamente come in una orchestra. La fotografia indubbiamente arriva prima, sia come atto di sintesi che di fruizione, di conseguenza spesso è l’aggancio agli altri livelli di lettura soprattutto oggi sui social network.

Qual è secondo oggi il fine dell’arte secondo La Spada?
In questo scenario dove lo scarso appeal di religioni e politica, la velocità e saturazione tecnologica imperano, l’Arte oggi più che mai, è chiamata a guidare, ispirare i cambiamenti necessari per la sopravvivenza di noi stessi e del pianeta. Una nuova architettura sociale può nascere grazie al pensiero condiviso e l’arte è un driver fondamentale.

Perché, tra tutti gli elementi della natura, ha scelto di concentrarsi maggiormente sull’acqua?
L’Acqua per me è il tutto. Insieme all’aria è l’elemento della necessità in senso sia fisico che spirituale, il ritorno intrauterino, il tuffo mistico, l’elemento cangiante e duttile per eccellenza. Comprendendo l’acqua forse si comprende il segreto della vita, dell’eterno divenire.

Ci parli del progetto sociale We are drops.
We are drops nasce essenzialmente dopo aver realizzato che l’unica soluzione possibile per combattere l’inquinamento è creare una nuova consapevolezza nelle nuove generazioni e soprattutto nei bambini. I comportamenti possono cambiare instillando l’amore e la protezione nei confronti della natura e dando gli strumenti di comprensione dei problemi. I bambini sono molto più attenti di noi e collegati alla natura.

In riferimento al suo progetto, secondo lei l’arte deve avere anche un ruolo educativo, sensibilizzare le coscienze a tematiche importanti?
Assolutamente. Deve supplire ed accelerare i processi sociali. Uscire da certi ranghi elitari e incontrare il cuore delle persone. Deve essere un sismografo che vigila e restituisce il peso e il rigore di certi valori persi. I problemi sono quasi tutti di natura culturale, non possiamo risolverli adottando le stesse strategie che li hanno generati.

Nella fotografia conta di più la tecnica o l’esperienza?
Credo conti l’intenzione, il fuoco sacro dietro al desiderio di materializzare e visualizzare. Oggi conta il progetto, la tecnica diventa sicuramente una conseguenza dell’esperienza ed è una condizione imprescindibile, ma la vera profondità è data dalla ricerca in senso olistico, tantissime immagini figlie di esperienza o tecnica spesso non arrivano al fruitore finale.

Il lavoro che le ha dato maggiori soddisfazioni?
Ogni lavoro credo sia una parte importante del percorso. Spesso i lavori coincidono con gli incontri, e questo mi ha dato la possibilità di incontrare persone straordinarie. Dovendo fare una scelta, la risposta è legata sicuramente all’incontro con il maestro e compositore Ryuichi Sakamoto. Una figura per me importantissima, la mia vita sarebbe completamente diversa senza questo incontro. Avere avuto l’onore di collaborare con un maestro del genere è un riferimento costante anche nell’assenza. La profondità di visione e di intenti mi ha cambiato per sempre. Il mio lavoro sulla Natura è figlio di questo incontro.

Perché, come anche lei ha affermato, è importante tornare al “calore della manualità” in un’epoca dove l’arte digitale, insieme a quella concettuale, è sempre più preponderante?
Perché stiamo perdendo la parte umana, rispetto a quella più materiale e in questa corsa sfrenata alla tecnologia, all’intelligenza artificiale stiamo perdendo il grado termico del pensiero, per questo mi impongo sempre di utilizzare il digitale in maniera “calda”, mai fine a sè stessa.

Personalità che la ispirano particolarmente?
Di Sakamoto ho detto prima, poi tanti poeti, artisti, registi, mistici, Tarkowskij e Josef Beuys, su tutti. Credo che le biografie dei grandi uomini del passato possano dare degli spunti molto interessanti, decodificare le chiavi del loro modo di creare, immaginare come si comporterebbero oggi, andare in risonanza col loro pensiero per me va oltre la semplice ispirazione.

Kandinskij tramutava la sua pittura in eventi sonori, elaborando una teoria armonica del colore, si può dire che lei, avvalendosi ad esempio della musica di Sakamoto e di Fennesz, voglia scandagliare l’emozionalità e l’interiorità di un mondo assopito e dell’essere umano in relazione all’ambiente in cui vive?
Da più di dieci anni per me l’obiettivo primario è proprio riconnettermi e far comprendere la relazione uomo natura, le parole spesso non bastano e ci vogliono strade diverse. Il dardo emotivo della sinestesia suono immagine, probabilmente arriva più in profondità rispetto a un testo o a dei dati sulle problematiche ambientali, ho passato molti anni a cercare queste chiavi emotive. L’uomo contemporaneo ha una estrema necessità di recuperare la relazione con quello che è più di un luogo che ci ospita.

Prossimi impegni?
Sono tutti legati a tre parole che amo: Arte, Spiritualità, Sostenibilità e naturalmente all’elemento Acqua.

 

Giuseppe La Spada. Il calore della manualità nell’arte digitale

‘Il tempo è un bastardo’, il geniale concept album musicale premio Pulitzer di Jennifer Egan

“Il tempo è un bastardo” è un romanzo insolito, formato da una serie di racconti collegati dal ricorrere degli stessi personaggi. Al centro ci sono Bennie Salazar, ex musicista punk e ora discografico di successo, e il suo braccio destro Sasha, una donna di polso dal passato turbolento.

Le loro storie si snodano tra la San Francisco di fine anni Settanta e una New York prossima ventura in cui gli sms e i social network strutturano le emozioni collettive, passando per matrimoni falliti, fughe adolescenziali nei bassifondi di Napoli, scommesse azzardate su musicisti dati troppe volte per finiti. Intorno a Bennie e Sasha si compongono le vicende delle loro famiglie e dei loro amici: una galleria di coprotagonisti grazie alla quale Jennifer Egan racconta le degenerazioni del giornalismo e dello star-system, la meraviglia delle droghe psichedeliche, le dinamiche emotive di un bambino autistico nella provincia americana del futuro.

Il romanzo è stato un caso letterario internazionale: i diritti di traduzione sono stati venduti in 16 paesi e nel 2011, la rivista Time ha inserito Jennifer Egan nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo attuale.

Il tempo è un bastardo: trama

Bennie Salazar è un ex musicista punk divenuto poi un famoso discografico. Sacha è il suo fidato braccio destro: cleptomane, è una donna forte, dalla psicologia molto complessa, reduce da un passato di vicende rutilanti che dall’America la vedono anche a Napoli e che hanno formato la sua insolita personalità. Intorno ai due compare una lunga serie di personaggi secondari immessi in storie di un realistico quotidiano, il quale, tuttavia, si distacca da ogni stereotipo culturale e assume talvolta un carattere fantastico, attraversando un trentennio di storia americana fino ad arrivare a un futuribile epilogo nel 2020.

Ci sono Scotty, ex chitarrista dei Flaming Dildos – una punk band californiana in cui Bennie suonava il basso – e sua moglie Stephanie, occupata a riportare in vita la carriera di Bosco, una vecchia leggenda del rock ormai invecchiato e in declino. E ancora Jules Jones, un giornalista che cerca di violentare la starlet Kitty Jackson durante un’intervista. Tutti i personaggi sono collegati tra di loro e, attraverso le loro relazioni, è possibile penetrare nel profondo dei vizi e delle virtù americani legati alla cultura di massa, all’impatto della tecnologia sulla psicologia umana, lo star system e, soprattutto, il tempo che, passando, trasforma, metamorfizza e snatura le umane convinzioni e le umane convenzioni.

Struttura e composizione

il romanzo è costituito da 13 racconti interconnessi tra loro, tutti inseriti in una continuità e ingabbiati dentro mille fili logici da rispettare, ciascuno espresso con una voce e uno stile diversi, mescolando finto memoir, giornalismo, fantascienza; prime, seconde, terze persone; voci narranti delle età e dai gerghi più disparati; salti temporali di cinquant’anni, neologismi tecnologici, infiniti paragrafi di note a pié di pagina.

Il tempo è un bastardo (titolo originale Visit from the goon squad) nella sua struttura combinatoria si presenta infatti come un concept album musicale, con temi e motivi che vengono più volte ripresi e il cui significato si modifica e si arricchisce col passare del tempo o attraverso il flashback.

Tra classicismo e sperimentazione

Molto interessante è la sperimentazione di un capitolo scritto riproducendo graficamente un documento di power point, nel quale la vicenda narrata è ridotta a titoli e slogan grazie ai quali il lettore ha la possibilità di attivare il suo personale processo immaginativo e narrativo, e grazie ai quali, inoltre, si ha la possibilità di entrare nell’impalcatura narrativa di Jennifer Egan, nel suo personale laboratorio letterario fornito dalla versione appunto “schematica” dell’episodio.

La commistione di linguaggio letterario e linguaggio dei nuovi media come il power point – su cui è stato scritto moltissimo e talvolta anche a sproposito, soffermandosi solo su di esso – iscrive il premio Pulitzer Egan in un lunga e autorevole tradizione che risale ai grandi autori del modernismo, i quali avevano già sperimentato con i linguaggi dei nuovi media a loro coevi, come ad esempio l’impatto del telefono o del telegrafo (Henry James, James Joyce, T. S. Eliot, Italo Calvino e in parte Virginia Woolf), la radio e il grammofono (Beckett, Kafka e ancora Joyce).

Il tempo e le sue sfumature

Jennifer Egan si è avvale di una struttura razionale che, allo stesso tempo, deriva da un’autentica ispirazione legata alla vita reale e alla reale società americana che l’autrice osserva e riproduce con empatia. In questo senso, Il tempo è un bastardo non si configura come uno di quegli esemplari esercizi di stile tipici di moti romanzi postmoderni, che però risultano non coinvolgenti sul piano emotivo. Al contrario, in ogni racconto si percepisce il pulsare della vita vera, di sentimenti ricreati magistralmente dall’autrice e di storie che, nonostante le divergenze culturali e geografiche, potrebbero riguardare tutti noi.

Il romanzo ci narra infatti del tempo che, legato al secondo macrotema della musica, ci appare in tutte le sue sfumature: il tempo che passa, il tempo che scorre velocissimo o che a volte pare rallentare e sospendersi, il tempo reale e cronologico, il tempo del “per sempre” e quello ineluttabile del “mai”, il tempo che è sia un “galantuomo”, sia un “bastardo”.

Jennifer Egan ci suggerisce di considerare il tempo non solo come un tema nella narrazione ma come il suo principio strutturale di base. Come nella fisica delle particelle, il tempo della vita è tutto fuorché lineare e dunque non può esserlo nemmeno in una forma romanzo che mira alla ricreazione della vita stessa.

Alle persone non ci penso», disse Sasha.
«Eppure non è che manchi di empatia», disse Coz. «Questo lo sappiamo, per via dell’idraulico».
Sasha sospirò. Aveva raccontato a Coz la storia dell’idraulico un mesetto prima, e da allora lui aveva trovato il modo di tirarla in ballo quasi in ogni seduta. L’idraulico era un signore anziano, mandato dal padrone di casa di Sasha a indagare su una perdita nell’appartamento sotto il suo.

 

Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/il-tempo-è-un-bastardo

La penosa situazione del Libro in Italia

Madame Bovary si può dire muoia letteralmente di buone letture. Oggi non c’è pericolo, non perché l’eccesso di zelo in amore non continui a mietere vittime, ma perché di buone letture in giro se ne vedono ben poche. Molto si è parlato – anche troppo – di crisi del libro e crisi della lettura. Stracciarsi costante di vesti e capelli: bisogna incentivare alla lettura, si organizzano le giornate del libro, i festival e le fiere e le campagne pubblicitarie e io leggo perché e tu perché non leggi e quanto è bello leggere e come fanno bene i libri… Diciamoci la verità, una volta tanto: si legge poco perché i libri nuovi fanno perlopiù schifo e i libri vecchi quasi nessuno li vuole toccare, poiché la scuola instilla il terrore verso i classici. Altre spiegazioni sono importanti ma secondarie. Tutti se la prendono con chi non legge ma pochi con gli scrittori che scrivono coi piedi e con gli editori che pubblicano immondizia.

Una situazione del genere è ancor più paradossale, a ben guardare, se si considera che il libro non ha mai goduto di buona fama come oggi. Tutti vogliono pubblicare tanto che in molti pagano per farsi stampare, c’è chi si fa scrivere il libro dal ghost-writer e chi si inventa di tutto pur di riempire un tomerello di pagine. 70mila novità editoriali l’anno solo in Italia: settantamila, un numero che fa paura. Togliendo domeniche e festivi, fa più di duecento nuovi libri al giorno. Lì dove i lettori sono pochi (solo il 40% degli italiani legge almeno un libro l’anno) e chi legge frequentemente è solo un pugno di persone, si pubblicano duecento titoli al giorno.

E chi li leggerà mai? Infatti la stragrande maggioranza finisce al macero senza neppure una copia venduta. Ginevra Bompiani ha già lasciato detto che “letteratura oggi è solo narcisismo”, e non altrimenti si spiega come si possano scrivere tali e tanti libri, ben sapendo che non saranno letti. L’intero mondo del libro è una contraddizione così grande da doverla studiare seriamente, per capire che senso ha oggi in Italia quell’oggetto che per secoli è stato l’unico mezzo di trasmissione e conservazione del sapere. Sette punti per constatare lo stato pietoso del libro in Italia.

Il rapporto di una società con il libro andrebbe studiato dagli psicanalisti. Sarebbero gli unici a poterci forse spiegare come il libro si sia potuto trasformare in feticcio, tanto odiato e tanto adorato. Il libro più venduto su Amazon nelle ultime settimane è un volume di Giulia De Lellis (influencer e volto di Uomini e Donne, una che ha dichiarato di non aver mai letto un libro in vita sua) che uscirà a settembre per Mondadori: in cima alle classifiche ancor prima di essere pubblicato.

Tutti scrivono libri, anche chi non legge e in molti casi chi non ha nulla da dire. Pubblicano i cantanti, i giornalisti, i politici, i calciatori, gli attori, e le case editrici fanno a gara per accaparrarseli. Ma se i lettori in Italia sono specie protetta, perché tutti si affannano a scrivere? Si narra che Vittorio Emanuele II disse che “un mezzo sigaro e una croce da cavaliere non si negano a nessuno”; oggi non si negano un selfie e la pubblicazione di un libro. Come il titolo di Cav. e la spilla al bavero conferivano tono e status, oggi il libro assolve alla frustrante funzione sociale. Frustrante sì, perché non c’è da esultare molto nel sapere di aver scritto un libro inutile che presto sparirà dalle librerie, letto da persone che non avevano di meglio da fare e che se ne dimenticheranno subito. Tanto più che, se questi non leggono, ma chi è il pazzo che li fa scrivere?

Non vogliamo giungere fino all’estremismo di Carmelo Bene che, a proposito dell’Ulisse di Joyce, disse:

Mi auguravo nel mio candore, giovanissimo, che dopo questo libro – dico: finalmente nessuno più scriverà; finalmente si ripubblicheranno i classici, come si deve; finalmente la gente in Italia rileggerà i classici. Invece no, c’è stata un’inflazione editoriale.

Però ci sarebbe da darsi una regolata, in un paese dove l’ignoranza della tradizione culturale, dell’origine linguistica e delle radici storiche è così radicale. Roberto Cotroneo recentemente notava come nel film JFK a un certo punto si chieda a un avvocato se abbia letto Shakespeare e questo risponda piccato, quasi indignato. Ovvio che ha letto Shakespeare: è un avvocato americano. Come sarebbe ovvio per un francese aver letto qualcosa di Flaubert, Stendhal o Zola; per un tedesco Goethe, Hӧlderlin o Mann; mentre per un italiano, chissà perché, aver letto Dante, Galileo, Leopardi o Manzoni è casualità più unica che rara. In questo la sedicente industria culturale non aiuta per niente. La scuola poi, se può fare qualcosa per dissuadere dalla lettura, lo fa benissimo.

Altra faccenda è quella strettamente intellettuale: il deperimento dell’interesse culturale e l’atrofizzazione del cervello collettivo che possiamo genericamente imputare a omogeneizzazione sub-culturale, digitalizzazione e disintermediazione. Un mondo in cui il virtuale era raccolto unicamente tra le pagine di carta dava per forza consuetudine con i libri e col linguaggio scritto; oggi che il virtuale alberga tra i tocchi di uno schermo, la parola perde centralità a tutto vantaggio dell’immagine. Mutuando l’opera One and Three Chairs di Kosuth, dalla sedia materiale siamo passati alla sua definizione scritta e oggi alla sua fotografia: nulla più che l’immagine del mondo, la sua raffigurazione mimetica nell’incapacità di definirlo o di ricrearlo con la fantasia.

Nessun piagnisteo sulla tecnologia, però: nulla vieta di usare lo smartphone per cercare informazioni di alta cultura; se lo si usa per giocare a giochini dementi e traccheggiare su Facebook lo smartphone ha poche colpe. Stupido è chi lo stupido fa. Siano invece lodati YouTube e Google che mi hanno permesso di ascoltare interviste e conferenze e di cercare autori, libri e articoli che qualcuno non avrebbe mai conosciuto altrimenti.

Certo però c’è un problema di attenzione nelle ultimissime generazioni, diversi studi ne denunciano la capacità di concentrazione drammaticamente bassa. Ma è pur vero che è oggettivamente difficile oggi leggere certi cari vecchi libri.

Si riporta di alcuni bambini che, avendo tra le mani libri illustrati, fanno per allargare le immagini con le dita. Non sanno che la carta non si zooma, che non viene verso di te ma devi tuffartici dentro, che non la puoi scorrere ma solo assorbire lentamente, che non è interattiva ma statica e monodimensionale. In una parola, è eterna. Quei bambini difficilmente leggeranno libri, perché questi parleranno loro di un mondo che non conoscono, alieno e noioso. Tutte le rivoluzioni comportano vittime: la rivoluzione digitale uccide il libro. Non è colpa di nessuno in particolare, è un intero mondo a cambiare.

È arcinoto che i grandi editori un tempo pubblicavano robette per fare soldi e autori di spessore per prestigio e mecenatismo: Mondadori pubblicava romanzi popolari per foraggiare i Meridiani e Lo Specchio, Livio Garzanti una buona dose di ciofeche ma anche Gadda, Arbasino, Parise.

Uno scafato lettore oggi si trova in grande difficoltà di fronte agli editori: “chi ha tradito, tradirà” dicevano certi fascisti. Come avere fiducia in Rizzoli dopo che ha pubblicato gli imprescindibili libri del Signor Distruggere, del Terrone Fuori Sede e di Ibrahimovic? Come affidarsi a Mondadori se pubblica i libri di Luì e Sofì, che scopro essere degli youtuber, e della già citata De Lellis? Passino i libri popolari, ma qui sembra proprio che si stia raschiando il fondo del barile. Lo facessero per mettere al sicuro il bilancio e poter pubblicare scrittori da novanta lo capirei benissimo. Il problema è che mancano gli scrittori da novanta, e quando ci sono è quasi impossibile accorgersene, visto che appaiono per un attimo soltanto, come il fotogramma di un film, nel flusso editoriale che ci sommerge di volumi e spedisce tutti al macero.

Generalizzare è un male, ci sono editori che non sbagliano un colpo come Adelphi, il Saggiatore, Laterza, Raffaello Cortina e altri. La grande editoria però, quella che riempie i banchi all’ingresso delle librerie, è in quelle condizioni lì. Per qualcuno è normale che sia così, dal momento che la letteratura evidentemente non interessa più nessuno.

Solamente non è vero: basta pensare a quanto hanno inciso l’immaginario collettivo scrittori contemporanei come Roth, Houellebecq o Camilleri, o ai milioni di ragazzini stregati da Harry Potter. La letteratura sortisce sempre un effetto conturbante: bisogna avere però qualcosa da dire e bisogna dirlo bene.

La critica non sappiamo più cosa sia e non ci aiuta per niente, anche perché scrittori di dubbia qualità recensiscono amici che hanno pubblicato con l’editor amico in comune per l’editore che stampa i libri di entrambi. Più che esercizio di critica è uno scambio di favori dominato dal do ut des preventivo: ti elogio, così ti sentirai obbligato a elogiarmi anche tu.

Le riviste culturali sono stramorte, le terze pagine dei quotidiani sono la gazzetta ufficiale dell’editoria, programmi in tv e radio sono rarissimi e di siti in grado di reggere il compito ce n’è pochi. In buona sostanza oggi si fa letteratura senza critica, cioè senza qualcuno che concepisce e interpreta i canoni attuali e spiega ai lettori su quali vie si inerpica la letteratura e cosa hanno da dire i nuovi artisti. E non può essere altrimenti, essendo tutti amici e amici degli amici: come si può fare critica onesta a queste condizioni?

Basta osservare il Rotary Club delle lettere, quel circolo magico fatto di Feltrinelli, Einaudi, Repubblica e Rai Tre. Ecco allora Alberto Asor Rosa (Einaudi) che recensisce sulla Repubblica il libercolo di poesie dell’amico Scalfari (Einaudi) e Corrado Augias (Einaudi e Repubblica) che invita a Quante storie su Rai Tre quasi solo collaboratori del suo stesso giornale. Elogi sperticati nel massimo cortocircuito di un mondo chiuso e impermeabile. Nel paese in cui le lettere sono un Fort Apache da difendere coi cannoni, guai a dire che il re è nudo. Attendiamo il ragionier Fantozzi che possa urlare “questa editoria è una cagata pazzesca”.

Alla fine nessuno controlla. Tanto, come ancora notava il buon Cotroneo, le case editrici devono pubblicare così tanti libri che non hanno neppure il tempo di leggerli tutti, si affidano alla fama degli autori e alla bontà di eventuali recensori, che non hanno nemmeno loro il tempo di leggerli e seppure dovessero stroncarli nessuno li ascolterebbe. Quando non riciclano autori rodati, gli editori cercano senza sosta esordienti da confezionare con abile marketing per garantirsi un pacchetto di copie da piazzare. In libreria è tutto un “caso editoriale” e una “rivelazione dell’anno” e un “esordio folgorante”, quando in realtà si tratta di fetecchie ineguagliabili.

Il risultato è presto detto. Un lettore entra in libreria, è sopraffatto dai nuovi titoli, da nomi mai visti prima e non ha mappa e bussola per orientarsi. Alla fine si perde tra i tomi presentati come le chincaglie di Tiger, trattati alla stregua delle magliette di H&M, e, spaesato, se ne va.

Le nuove uscite sono per la maggiore maschiofobiche. Come fossimo nel ‘700 – i trattati all’uomo e i romanzi alle donne – gli scaffali delle librerie traboccano di libri con donne protagoniste scritti da donne per un pubblico di donne. Quelle montagne di libri dai colori pastello, in copertina la foto di una donna in un paesaggio desolato, con titoli che paiono presi a caso dai Baci Perugina… Per entrare in certe librerie un uomo deve lasciare il testosterone all’ingresso, insieme al cane e all’ombrello. Le rare novità meno femminee spesso consistono nel mistero in monastero o nel noir, che ormai allappa più di un salame.

 

Alessio Trabucco

Dalla paranoia di ‘Gravity’s Rainbow’ di Pynchon alla dietrologia di ‘Underworld’ di DeLillo

Quasi venticinque anni trascorrono tra la pubblicazione di Gravity’s Rainbow (1973), il romanzo che ha consacrato Thomas Pynchon a scrittore canonico del postmodernismo americano, e quella di Underworld (1997) di Don DeLillo, a tutt’oggi considerata l’ultima grande epica americana, una vera e propria “biografia culturale” come la definisce Joseph Dewey.

Questo lasso di tempo ha visto svilupparsi negli Stati Uniti la teoria e l’estetica postmoderna in diversi ambiti culturali come la letteratura, l’architettura, l’economia, la filosofia e le scienze sociali. Il romanzo americano, che negli anni Sessanta e Settanta era spesso caratterizzato da una forte autoriflessività metaletteraria, intorno agli anni Ottanta comincia a orientarsi verso il ritorno a un nuovo tipo di realismo, nonché a una rinnovata attenzione nei confronti della trama.

Il postmoderno di Pynchon e DeLillo

Pynchon e DeLillo rappresentano due diverse anime del fenomeno postmoderno, tuttavia i romanzi in questione, pur presentando caratteristiche di struttura, stile e ambientazione temporale piuttosto differenti, condividono non soltanto una mole enciclopedica di contenuti e personaggi, ma soprattutto alcuni nodi strutturali e tematici fondamentali.

In maniera diversa entrambi presentano la cospirazione come sistema di organizzazione della trama – storica, politica o letteraria – e mettono in scena la paranoia che scaturisce dal tentativo del soggetto di rintracciare tutte le possibili connessioni tra eventi disparati per arrivare a una visione unitaria e non contraddittoria della storia. In entrambi figurano personaggi paranoici sia nei confronti della situazione storico-politica in cui vivono, sia, in certa misura, nei confronti della propria condizione individuale.

La possibilità che “tutto è connesso” informa in uguale misura tutte e due le opere; in Gravity’s Rainbow, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale nella Londra devastata dai bombardamenti e nella Germania dell’immediato dopoguerra, la possibilità di complotti e connessioni paranoiche pressoché infinite non viene mai del tutto confermata ma rimane un pensiero soggettivo, che si ripiega su se stesso nel testo e nella scrittura, tanto da poter essere ascritto a patologia individuale.

In Underworld, invece, ambientato principalmente nel periodo successivo alla guerra fredda, la paranoia è ormai diventata una patologia nazionale, una realtà quotidiana inevitabile e incontrovertibile, assimilata alla vita di tutti i giorni in maniera silenziosa ma sintomatica.

Ciò avviene perché nei venticinque anni che trascorrono dalla pubblicazione del romanzo di Pynchon a quello di DeLillo avviene un significativo cambiamento nell’immaginario culturale americano. Un’analisi comparata del trattamento riservato alle costruzioni cospiratorie nei due romanzi testimonia il passaggio da una paranoia relativamente “stabile”, basata su un rigido sistema binario di coalizioni e
ideologie nettamente contrapposte – Stati Uniti/Russia, Occidente/Oriente, democrazia/comunismo, o più semplicemente Noi/Loro – a una paranoia insicura e globale, interna anche alla nazione oltre che proiettata verso un comune nemico esterno, alimentata dalla nuova realtà economica delle multinazionali e dalla frammentazione del soggetto e della realtà propria del periodo. Una paranoia che dubita persino di se stessa, che oscilla tra serietà e autoironia, che non riesce mai a prendersi sul serio ma che provoca un significativo cambiamento nei costumi sociali della nazione.

Questo atteggiamento si riflette nella struttura dei romanzi scritti in questo periodo. Peter Knight, teorizzando ciò che molti scrittori postmodernisti avevano cultura della cospirazione”, un reciproco e fecondo scambio tra realtà storica e fiction:

Emerge un reciproco loop di rimandi tra mondo finzionale e mondo reale, con vere spie che imparano il discorso della cospirazione dai romanzieri e viceversa. Più in generale, il fascino per le cospirazioni nell’intrattenimento assorbe e rafforza l’atmosfera di segretezza che struttura la politica americana, generando quella che si può chiamare una “cultura della cospirazione”.

Gravity’s Rainbow e Underworld: due capolavori a confronto

I primi romanzi di Pynchon, come V. (1963), The Crying of Lot (1966) e lo stesso Gravity’s Rainbow, al pari di alcune opere di DeLillo come Running Dog (1978), The Names (1982) e soprattutto Libra (1988), possono essere considerati i romanzi della “grande era della paranoia americana, l’era cominciata subito prima degli omicidi Kennedy/King e svanita da qualche parte nei primi anni Novanta”. Ma
nonostante ciò è possibile rintracciare un’evoluzione nella concezione della paranoia nazionale anche attraverso le opere di uno stesso scrittore: “Nei dieci anni tra il primo e il terzo romanzo di Pynchon, le teorie cospiratorie sono cambiate da stile politico bisognoso di una spiegazione a necessaria e autocosciente assunzione di partenza per la controcultura”.

Al contrario, le opere di entrambi gli autori scritte negli anni Novanta si potrebbero definire “romanzi post-paranoici”. Confrontando Underworld di DeLillo a Mason & Dixon di Pynchon, entrambi pubblicati nel 1997, Michael Wood afferma:

Mentre il romanzo di Pynchon è un lungo, circolare addio all’idea di cospirazione, quasi all’idea di narrativa, quello di DeLillo esplora l’eredità della cospirazione o, più precisamente, un mondo privo di cospirazione, in lutto per la scomparsa del senso minaccioso e costrittivo dato dai vecchi segreti.

Il dibattito politico-culturale sulla paranoia è stato inaugurato negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta dal saggio pionieristico di Richard Hofstadter “The Paranoid Style in American Politics”. L’influente critico identificava come elemento ricorrente nella politica americana un patologico “stile paranoico”, descrivendo le conspiracy theories popolari come rappresentazioni pericolose e distorte di eventi storici dovute al “singolare salto di immaginazione che viene sempre effettuato in un punto critico della narrazione degli eventi”. Hofstadter considerava la paranoia come l’ultima risorsa di coloro che si trovano ai margini dei sistemi di potere per rendere conto di eventi e situazioni politiche la cui causa non riuscivano a spiegare attraverso “ i normali processi politici di scambio, negoziazione e compromesso”.

Superando la logica binaria di Gravity’s Rainbow – il quale, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, drammatizza nella struttura e nelle tematiche la nascita della divisione bipolare che porterà alla guerra fredda – Underworld mette in scena la transizione, nella cultura americana, dalla nevrosi di una fede monolitica e inflessibile in complotti universali a uno stato costante di paranoia contraddittoria, ironica e autoriflessiva che utilizza il linguaggio popolare delle Conspiracy theories per recuperare un perduto senso di soggettività in un’epoca, come quella postmoderna, governata da sistemi la cui complessità travalica qualsiasi attribuzione di agency o responsabilità individuale.

La “pallina bianca sullo schermo” che i lettori/spettatori alla fine di Gravity’s Rainbow sono invitati a seguire mentre intonano “tutti insieme” le parole di una canzone – tristemente profetica – che parla della “luce che abbatté le Torri” (968), colpita dalla mazza da baseball di Thomson raggiunge in Underworld la punta più alta del suo arcobaleno, durante l’ultimo genuino evento pubblico americano. Subito dopo entra a far parte della sfera privata, si perde nella storia sotterranea dell’ultima metà del secolo e non è più rintracciabile se non a fatica e in maniera parziale o superficiale.

La dimensione paranoica pubblica e quella dietrologica privata convergono alla fine del romanzo nell’unica parola forse in grado di tenere insieme la trama della storia e della narrazione nell’iperspazio virtuale della postmodernità.

 

Paolo Simonetti

 

Nova Magna Graecia a Matera il 2 settembre: educare alla cultura digitale

Le riflessioni sul valore culturale dei prodotti nati nell’Era Digitale sono oggetto di attenta riflessione nei dibattiti, ricerche e studi volte a dare un’identità al Digital Cultural Heritage, definito dall’UE nell’Art. 2 delle Conclusioni del Consiglio del 21 maggio 2014 come “risorsa strategica per un’Europa sostenibile”. (2014/C 183/08)1.

Le istanze internazionali sono state recepite all’interno della Scuola a Rete per la Formazione nel Digital Cultural Heritage, Arts and Humanities – #DiCultHer. La rete ha dato origine a un confronto vivace tra le istituzioni che ne fanno parte: università, scuole, istituzioni culturali, associazioni, singoli individui, al fine di identificare il digitale nel suo autentico ruolo di facies culturale dell’epoca contemporanea e di favorire un rinascimento culturale digitale, una nuova “Megàle Hellàs”, capace di raccogliere la straordinaria eredità culturale e storica dell’Italia, e in particolare del Mezzogiorno, vista in una prospettiva europea, rimodellandola grazie alla creatività dei suoi giovani e al coinvolgimento di vere e proprie “comunità di eredità culturale”, nello spirito della Convenzione di Faro2.

Tali riflessioni hanno maturato nel corso di questi ultimi anni proposte concettuali che sono state disseminate e arricchite nell’ambito di tutta una serie di iniziative progettuali realizzate dalla rete #DiCultHer con il coinvolgimento congiunto e sinergico delle comunità scientifiche, educative, territoriali in varie regioni d’Italia, soprattutto del Mezzogiorno.

L’incontro del 2 settembre in occasione dell’avvio della prima unità didattica delle Officine di Cultura Digitali3, prevista nell’Accordo Quadro siglato nel maggio scorso tra l’Amministrazione comunale di Matera e la rete #DiCultHer, rappresenta l’occasione per presentare la programmazione delle attività DiCultHer per l’a.s. 2019-204. Durante la presentazione si intende partire dalle recenti riflessioni che hanno portato alla redazione della Carta di Pietrelcina sull’educazione all’eredità culturale digitale5, un documento d’indirizzo volto a promuovere l’educazione e la formazione sul Patrimonio Culturale Digitale, nonché alla Piattaforma LRX CULTURA6 – basata sulla tecnologia Blockchain -, che rappresenta il luogo dove studenti, docenti ed operatori culturali potranno non solo condividere le loro attività previste nella programmazione di DiCultHer, ma anche accedere a servizi loro dedicati, prendendo contestualmente confidenza con una nuova tecnologia, la Blockchain, con cui le nuove generazioni dovranno confrontarsi.

Per DiCultHer tali attività rappresentano un modo sostanziale per contestualizzare la Convenzione di Faro nell’Era Digitale contemporanea, nella consapevolezza che l’uso responsabile del digitale non possa prescindere dal coinvolgimento consapevole e partecipativo dei giovani e di quanti provvedono a vario titolo alla loro istruzione e formazione.

Tale processo, che la Scuola a Rete ha inteso promuovere sin dalla sua costituzione nel 2015, si ritiene indispensabile in quanto volto a garantire il “diritto di ogni cittadino all’accesso ai saperi e ad essere educato alla conoscenza e all’uso responsabile del digitale per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale e dei luoghi della cultura” (Manifesto Ventotene Digitale)7.

L’intento programmatico e soggiacente a ogni attività di DiCultHer mira, quindi, a stimolare nei giovani una coscienza critica e una memoria storica che li induca ad andare oltre le nozioni erudite per riappropriarsi dell’importanza di saper leggere, interpretare e gestire le nuove fonti di conoscenza con autonomia intellettuale.

‘Adele’: l’alter-ego nevrotico di Tozzi nel suo romanzo a frammenti

Adele è un romanzo in frammenti di Federigo Tozzi, pubblicato postumo nel 1979 da Vallecchi, a cura di Glauco Tozzi, il figlio dell’autore. L’opera è il primo tentativo dello scrittore senese di avvicinarsi alla misura romanzesca, abbandonato, secondo la critica, per dedicare maggiore attenzione al più avvincente intreccio di Con gli occhi chiusi, il romanzo pubblicato nel 1919.

Analisi del romanzo Adele

Protagonista di Adele è una giovane donna afflitta da una dichiarata isteria, che non si riconosce nella realtà circostante ed è incapace di intrattenere rapporti armonici con gli altri. La sua vita procede inesorabile, mentre Adele tenta invano di raccapezzarsi nel «sogno insopportabile» dal quale non si può svegliare, fino a quando la solitudine e l’incolmabile vuoto non la condurranno al suicidio: nessuno se ne accorgerà fino alla mattina seguente.

L’influenza di William James

Risulta utile analizzare questo romanzo nell’ottica del fondamentale binomio Tozzi-James, ovvero alla luce dell’influenza che il lavoro di William James, filosofo e psicologo americano, ha esercitato sull’opera di Federigo Tozzi. L’autore lesse le opere di James sin dal 1904, e rimasto affascinato dalle nuove scoperte psicologiche sul flusso di coscienza, la volontà inibita e il misticismo dei casi eccentrici di psicopatologia religiosa, decise di riportarne le sfumature tra le vite disperate dei suoi personaggi.

Le opere di James, tra cui i Principi di psicologia, Le varie forme della coscienza religiosa e La volontà di credere, si rivelano dunque essenziali alla comprensione dell’enigmatica opera tozziana, in particolare della protagonista di Adele: vittima della sua corrente interiore continuamente in bilico tra presa di coscienza e ricaduta patologica, uno dei personaggi più jamesianamente connotati.

Tra nevrosi e misticismo

Adele presenta molti degli elementi distintivi studiati da James nell’analisi di casi patologici: è un personaggio iper-inibito, «incapace di fare ciò che non potrà mai fare»; è inoltre un caso di psicopatologia religiosa, continuamente colto da «esaltazioni mistiche». È dunque evidente l’intento tozziano di attribuire ad Adele le anomalie psichiche studiate dallo psicologo americano narrando la storia di un personaggio femminile: l’autore ha di fatto scelto una donna non solo per raccontare ma anche per raccontarsi, proponendo nel testo un forte conflitto tra la protagonista e suo padre, che ricalca quello vissuto dall’autore stesso.

«Un romanzo è una cosa che si racconta, e l’atto di raccontare non è altro che mettere in evidenza le strutture portanti, o almeno quelle che si rivelano come tali al lettore», sostiene Luigi Baldacci e Adele è il racconto di una giovane donna isterica, la quale vive rapporti conflittuali con se stessa, con i propri genitori e con l’ambiente circostante. Si tratta di un romanzo frammentato, pieno di parentesi quadre, pagine eliminate, scarti narrativi e conseguenti riprese.

La storia, ambientata a Siena, inizia con l’introduzione del personaggio di Adele, figlia del dottor Freschi. Durante la descrizione del ritorno a casa della giovane, sull’impallidire del giorno, comincia la sua analisi psicologica: «Tutta la sua vita le sembrava limitata dall’indomani; tutta la sua impazienza era impigliata come da un divieto fatale. Le pareva che la morte fosse prossima, sopra le colline di Siena, così alta».

La parola nevrosi, assieme a nevrosismo, viene divulgata in Italia probabilmente da Paolo Mantegazza, che la reputa «parola nuova, perché serve ad esprimere una cosa che non esisteva, od era così rara da non fermar l’attenzione degli osservatori».

In verità la malattia nervosa era nota sin dalla fine del Seicento: si reputava fosse una sofferenza della mente che coinvolgeva tutto il corpo, provocando agitazione e moto continuo, anche del volto. Secondo l’opinione comune, questa patologia affliggeva in particolare le donne, che proprio per la loro costituzione delicata sono più portate degli uomini all’agitazione nervosa e alla malattia mentale. Tra i sintomi era annoverato un «aumento della sensibilità, della immaginazione, della affettibilità, della locomotilità, che caratterizza certi individui, ai quali per causa appunto di siffatta suscettibilità si attribuisce il temperamento nervoso».

Differenze con James

A differenza di James, Tozzi non è ottimista: come rimedio al doloroso stato di una «volontà ostruita, lo psicologo americano propone l’antidoto della «volontà di credere, ovvero la credenza che in ogni momento della nostra vita vi siano delle cose che realmente si decidono in essa e che «non si tratti semplicemente del monotono tintinnio di una catena i cui anelli furono fabbricati nelle età primordiali».

Tanto è vero che Adele non sentirà «l’intera sensazione della realtà», per riempirsi di essa e farne parte integralmente, come soggetto attivo, ma lascerà che il suicidio ponga fine alle sue sofferenze, allontanandosi da un mondo che mai le aveva dato importanza. «La vita reale, che non aveva bisogno di lei, era divenuta come un sogno insopportabile». La realtà di Adele prende la sembianza di un incubo a tre dimensioni: lei, la sua isteria, i suoi genitori.

Secondo Luigi Baldacci, e dello stesso avviso sono tutti i critici di Tozzi, Adele non è che l’alter ego dello scrittore: una figura femminile la cui psiche profondamente turbata rappresenta il rifugio dell’anima tozziana. La pazzia della protagonista nasce però da un sentimento critico dell’autore: è l’annuncio del fallito tentativo di uscire da se medesimo che egli aveva immaginato possibile in Novale, scrivendo in una lettera del 1907: «ho desiderato spesso divenire uno stocco di granoturco».

In Adele, per uscire fuori di sé, Tozzi diventa una donna e lo fa nel modo più insolente, continuando ad attribuire alla protagonista una sensibilità e un’impronta culturale sociologicamente impossibili, come ad esempio il riferimento alla lettura del Paradiso dantesco: «Soltanto le ultime cantiche di Dante potevano esprimere tale paradiso e tale verità eterna. Ne aveva una adorazione così sincera che cominciò ad esserne fanatica».

 

Fonte: https://www.academia.edu/13836924/_Adele_di_Federigo_Tozzi_Storia_di_una_nevrosi

 

I libri più visti al cinema: letteratura e cinematografia degli anni ’70

Negli anni ’70 la cinematografia e la televisione cominciano a seguire filoni eterogenei che rispecchiano l’incertezza dei tempi, data dalla tensione provocata dalla guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, ma anche dalla crescente violenza di matrice terroristica che investe l’Italia nei così detti “anni di piombo”.

I registi avvertono la necessità di deliziare gli spettatori attraverso tematiche e opere che lascino spazio sia alla riflessione psicologica, sia alla pura forma di intrattenimento. Nel primo caso, ritorna in auge il cinema d’evasione, impregnato dell’ideologia delle contestazioni sociali legate al tempo (ricordiamo il genere musical, con “Jesus Christ Superstar” e “Hair”); per quanto riguarda l’intrattenimento, invece, si nota una nota di malinconia in tutta la produzione del tempo.

La televisione continua a sfornare nuovi sceneggiati di matrice letteraria, dei quali il più conosciuto è sicuramente “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Collodi. Il teleromanzo in sei puntate racconta in modo fedele la storia del burattino divenuto bambino anche se, rispetto al testo e per ovvie scelte registiche, Pinocchio viene impersonato da un bambino vero e in poche occasioni diventa un burattino (in genere quando deve essere punito per una malefatta).

Inoltre, è inevitabile ricordare le grandi interpretazioni, in questo lavoro, di Nino Manfredi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, attori comici che riuscirono a trasmettere la patina malinconica dell’intero romanzo, rendendo la messa in scena realistica nonostante il suo appartenere al genere fantastico.

Nello stesso tempo, ritorna l’interesse per il genere horror proponendo una serie di film che raccontano allo spettatore il genio di Edgar Allan Poe: molto apprezzata la produzione televisiva “I racconti fantastici di Edgar Allan Poe” (Daniele D’Anza, 1979) portata sullo schermo una raffinata rapsodia dei racconti dell’autore basata sulla suggestione onirica e il potere orrorifico.

Del 1974 è lo sceneggiato “Malombra” dall’omonimo romanzo di Fogazzaro, che rappresenta un’interessante sfida per la televisione, ovvero quella di rendere lo “spiritismo” che attraversa l’intero romanzo senza stravolgerlo mettendo in risalto proprio quegli elementi gotici e metapsichici che in realtà fanno da sfondo all’intera vicenda. Il risultato è una trasposizione classica, che giustifica la necessità di trovare una via di mezzo tra la fedeltà al testo e la resa televisiva nella dicitura “libero adattamento.

Se la televisione vuole spaventare, il cinema degli anni ’70 intende parlare della fervente affermazione della parità dei sessi, attraverso una vera e propria critica dell’idea mercifica del corpo della donna: a tal proposito è importante ricordare la “Trilogia” di Pasolini, che racchiude “Il Decameron” di Boccaccio, “I racconti di Canterbury” di Chaucer e “Il fiore delle mille e una notte” (trasposizione de “Le mille e una notte”), film-denuncia non solo rispetto la volgarità di certi costumi, ma anche dell’idea di sottomissione della donna ancora radicata nella società italiana. Inutile dire che il suo lavoro venne mal compreso e diede il via alle scadenti trasposizioni erotiche delle grandi produzioni di matrice letteraria.

Del 1972 è invece il primo film di una trilogia ispirata ad uno dei primi romanzi sulla mafia americana: si tratta de “Il Padrino” di Mario Puzo, portato alla ribalta da Francis Ford Coppola, del quale si ricorda l’intensa interpretazione di Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone, che gli valse la vittoria di un Oscar che preferì rifiutare come protesta per la situazione dei nativi americani.

Nel frattempo, in Italia, Alberto Sordi porta nelle sale italiane una brillante versione de “Il malato immaginario” di Molière, che però non ha nulla a che vedere con il testo originale, se non l’ipocondria del protagonista.

Dello stesso anno uno è anche uno dei più grandi capolavori del registra Stanley Kubrik:Arancia meccanica”, dall’omonimo romanzo distopico-fantapolitico di Anthony Burgess, che riprende la tematica orwelliana della necessità della violenta società di controllare il pensiero dell’uomo, laddove questo è solo un “meccanismo ad orologeria”, un essere alienato che può fare solo il bene o il male. Il film è molto fedele al libro, ma praticamente sconosciuto, nonostante la sua genialità, alle nuove generazioni: la prima messa in onda televisiva (non in pay per view, com’era accaduto nel 1999) infatti risale al 2007, tra l’altro in seconda serata, rompendo quel tabù che per trentacinque anni aveva tenuto lontano dal pubblico la pellicola, considerata non adatta ad un pubblico minorenne. Ma pochi ricordano “Barry Lyndon” dello stesso regista, ispirato da “Le memorie di Barry Lyndon” di Thackeray, considerato un’opera magna in fatto di estetica. Kubrik disse di tale romanzo:

“Thackeray usava l’osservatore ‘imperfetto’ – anche se sarebbe più corretto dire l’osservatore ‘disonesto’ – consentendo al pubblico di giudicare da sé la vita di Redmond Barry. Questa tecnica andava bene per il romanzo, ma non per un film, in cui hai dinanzi a te una realtà oggettiva per forza! Il narratore in prima persona avrebbe funzionato se il film fosse stato una commedia: Barry diceva il suo punto di vista, in contrasto con la realtà oggettiva delle immagini, e allora il pubblico avrebbe riso per questa contrapposizione. Ma Barry Lyndon non è una commedia.

Barry Lyndon offriva l’opportunità di fare una delle cose che il cinema può realizzare meglio di qualunque altra forma d’arte: presentare cioè una vicenda a sfondo storico. La descrizione non è una delle cose nelle quali i romanzi riescono meglio, però è qualcosa in cui i film riescono senza sforzo, almeno rispetto allo sforzo che viene richiesto al pubblico.

La pellicola non ha avuto il successo meritato, nonostante lo sforzo del regista di rendere realistici non solo i personaggi, ma anche i paesaggi, nonostante dei curiosi anacronismi rappresentati da una cartina che segna il percorso di un treno a vapore (inesistente nel Settecento) o dal riferimento al Regno del Belgio, nato solo nel 1830.

Se negli anni ’70 la trasposizione cinematografica abbraccia più filoni, vedremo come negli anni ’80 si basi essenzialmente sul giallo deduttivo, genere dei romanzi di Stephen King e de “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

 

Valentina Nicoletti

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