‘Giurato numero 2 ‘, l’ambiguità morale secondo Clint Eastwood

Cinquant’anni dopo che Roland Barthes e Michel Foucault hanno avviato la demolizione del concetto di autore, sottolineandone l’inadeguatezza come fonte di significato, la critica cinematografica oscilla ancora tra approcci devoti e cauti alla questione. I primi, come se fossero improvvisamente liberati dalla repressione del loro entusiasmo, abbracciano con tutto il cuore l’autore come pratica euristica e propongono di usarlo come fonte di analisi esplicativa. I secondi, spesso allineati al pensiero post-strutturalista, cercano di delineare i modi in cui gli autori influenzano la circolazione della loro opera senza cadere nella trappola di difendere la reificazione borghese della loro posizione. Tra questi ci sono stati tentativi di affrontare i contesti storici e istituzionali degli autori, che hanno spesso ridotto la loro funzione a meri partecipanti alla commercializzazione del cinema, insieme a una ripresa di studi che si aggrappano ancora alla capacità dell’autore di mobilitare aspetti dell’identità, ad esempio, attivando fantasie sulla capacità degli spettatori di avere il controllo del significato ed   esprimersi.

In questo contesto il cinema dell’inossidabile Clint Eastwood  ha diviso e divide la critica in chi si crogiola in accuse di antisemitismo, razzismo, mascolinità eccessiva, autoritarismo, rudezza e chi esalta il coraggio del pluripremiato cineasta nel non essersi mai lasciato sedurre da sperimentalismi, continuando a proporre se stesso con grande rigore e autenticità.

Anche l’ultimo pregevole legal thriller di Eastwood si colloca nel solco del rigore stilistico e della classicità. Giurato numero 2 va dritto al punto senza giri di retorica: Verità/inno al ragionevole dubbio, giocando abilmente col motivo del visibile e dell’invisibile, dell’evidente e del nascosto: la sposa bendata, il protagonista abbacinato dal temporale, il testimone confuso dalla distanza, il pubblico ministero ‘accecato’ dalla carriera. Le zone d’ombre sono tutte messe in luce da Eastwood, che mostra quello che i personaggi non vedono o non vogliono vedere. Ma è tutto lì, in piena luce grazie alla fotografia è limpida, l’illuminazione uniforme, l’inquadratura spinta al massimo punto di eccellenza, eppure tutti guardano senza vedere. E qui risiede la profondità del film, molto più che nel dilemma morale che deve affrontare il protagonista e che richiede una sola scelta giusta, senza possibilità di sbagliare.

Justin Kemp, giovane uomo con un passato da alcolista e un futuro da papà – la moglie aspetta la loro bambina -, è convocato come giurato in un caso di omicidio alle porte di Savannah, in Georgia. La vittima, Kendall Carter, è stata presumibilmente picchiata a morte e abbandonata in un fosso dopo una violenta discussione con il suo ragazzo, membro pentito di una gang di quartiere. Il colpevole ideale per i dodici giurati e per il procuratore della contea in piena campagna elettorale.

Justin, giurato numero 2, realizza progressivamente la propria colpevolezza nella tragedia avvenuta un anno prima, nel cuore della notte, sulla stessa strada dove si era convinto di aver investito un cervo. Sotto una pioggia battente di ricordi, il marito perfetto si scopre omicida involontario e si ritrova difronte a un dilemma morale: confessare, scagionando l’imputato, o sottrarsi alla giustizia, condannando un innocente?

Il film cita il Sidney Lumet de La parola ai giurati quando entra nella stanza della giuria, formata da gente normalissima con convinzioni precostituite, mentre Justin che tenta di salvare la propria coscienza man mano scardina le loro convinzioni colpevoliste. Tuttavia, in Lumet Henry Fonda era l’eroe americano senza macchia, mentre in Giurato numero 2, il marito perfetto è anche l’inquieto colpevole, per quanto involontario, di una tragedia più grande di lui.

Qualcuno ha avuto una relazione o conoscenza con l’imputato prima di oggi? Chiede il giudice.

È stato passeggero del mio bus, risponde la giurata.

 

Gli atteggiamenti verso la rilevanza dell’autorialità corrono paralleli a una diffusa ansia nella cultura contemporanea causata dalla tensione tra il desiderio di trovare modelli di identità coerenti per guidare la nostra identificazione e la consapevolezza che le società postmoderne non offrono molto in tal senso, ovvero il conflitto tra un’adattabilità al cambiamento richiesta socialmente  e il bisogno, anch’esso originato dalla società, di un’identità personale stabile e forte che possa sopravvivere a quello stesso cambiamento senza dissolversi in esso.

Tale conflitto può essere visto come la tensione creata dalla richiesta sociale di identità che sono allo stesso tempo deboli e forti, un conflitto visibile nei discorsi creati dal cinema americano e che risulta più visibile in quei film che sono associati ad autori con una potente presenza culturale, acquisita attraverso una lunga carriera di regista o attraverso la loro contemporanea condizione di attori di punta. Clint Eastwood, uno dei più importanti autori di questo genere nel cinema hollywoodiano contemporaneo, si erge come un prodotto culturale sintomatico di quella tensione, poiché i significati che ha accumulato nel corso della sua lunga carriera. includono fantasie sia sull’autosufficienza che sulla flessibilità del soggetto contemporaneo.

Le diverse fantasie offerte dal cinema di Eastwood, Giurato numero 2 compreso, spaziano dal sé maschile determinato a quello duttile e si combinano tra loro in vari modi, attestando le tensioni che attraversano le società contemporanee in merito alla formazione e alla circolazione dell’identità, mostrando i modi in cui la cultura statunitense riflette l’ansia maschile causata dalla pressione di adattarsi a una nuova sfera sociale in cui la malleabilità e l’identità come stile di vita sono più richieste rispetto al tradizionale ethos maschile di lavoro ed efficienza. Tale tensione è articolata dai film attraverso il ricorso allo status culturale di Eastwood come autore e rappresentante del maschio statunitense.

La sua circolazione come voce autoriale mostra l’impatto di tale necessità di adattarsi ai tempi che cambiano, con conseguenti fantasie di espressione che suggeriscono allo spettatore una varietà di interventi autoriali. Sebbene i film di Eastwood siano pervasi dai significati
portati dalla sua potente presenza come attore, funzionano anche producendo fantasie  su di lui come autore di cinema d’azione-spettacolo, di film indipendenti, di tentativi di revisione attraverso il melodramma e in generale su di Eastwood come autore con una visione del mondo molto personale. Del resto, chi oggi parla di ambiguità morale al cinema con il rigore di Eastwood, trattando contemporaneamente, senza partorire un guazzabuglio, politica, sistema giudiziario americano, vicenda personale, fede, fiducia della legge?

Parlando di indipendenza artistica, è utile sottolineare come la stessa società di produzione di Eastwood, inoltre, la Malpaso, illustra l’ambigua relazione dei suoi film con il mainstream: il suo ufficio si trova all’interno dei terreni della Warner Bros. dal 1976, a testimonianza della relazione di complicità e opposizione di Eastwood con Hollywood, che è fondamentale per comprendere il suo lavoro e il suo significato culturale. Un’ambiguità simile ha definito la connessione delle produzioni indipendenti con le major negli ultimi vent’anni, al punto che la comparsa all’interno dei grandi studi di divisioni specializzate in progetti dall’aspetto indipendente ha costretto gli studi cinematografici a ripensare il significato del cinema indipendente. Una volta che l’indipendenza economica è diventata un’utopia, l’etichetta indipendente è diventata un’ulteriore nicchia commerciale per l’industria, designando ora uno stile diverso caratterizzato dall’attenzione alla costruzione del personaggio, alla sovversione della struttura narrativa.

“Haiku- Centomila stagioni di cuore”, la nuova raccolta poetica di Lisa di Giovanni

“Haiku- Centomila stagioni di cuore” di Lisa Di Giovanni (Edizioni Jolly Roger) è una raccolta poetica che ci trasporta in un viaggio attraverso le stagioni e l’amore, utilizzando l’antica forma poetica dell’haiku. Con una struttura divisa in cinque sezioni — una per ciascuna delle quattro stagioni e una dedicata all’amore — il libro esplora i cambiamenti ciclici della natura e i momenti fugaci, ma profondamente intensi, dell’esperienza umana.

La scrittura di Lisa Di Giovanni è delicata e contemplativa, evidenziando una raffinata capacità di osservazione affinata dalla sua carriera nel giornalismo. Attraverso i suoi haiku, in soli diciassette sillabe, riesce a catturare l’essenza di paesaggi naturali e sentimenti, offrendo una finestra aperta su mondi ricchi di dettagli. La semplicità dello stile si unisce a un tocco personale e moderno, trasformando ogni componimento in un piccolo capolavoro di chiarezza ed emozione. Le stagioni vengono dipinte con immagini vivide e dettagliate: l’autunno è caratterizzato da foglie dorate, nebbie avvolgenti e crepitii del camino; l’inverno è il silenzio della neve, il gelo e la magia dei cristalli di ghiaccio; la primavera risveglia i sensi con boccioli, piogge tiepide e voli di rondini; l’estate brucia con il sole, il mare e le melodie dei grilli. Queste descrizioni non solo mostrano il cambiamento della natura, ma anche i riflessi emotivi che tali cambiamenti suscitano nel cuore umano.

La sezione dedicata all’amore approfondisce le sfumature delle emozioni amorose: dalla gioia alla nostalgia, dalla passione al conforto. Attraverso le immagini poetiche, l’amore emerge come un’esperienza multiforme e universale, intessuta con le stagioni della natura e della vita. Di Giovanni dipinge momenti di intimità con grande delicatezza: baci sotto la pioggia, mani intrecciate, vecchie lettere cariche di ricordi che riemergono, testimonianza di un sentimento che, nonostante il tempo, continua. La struttura del libro mira a creare un’esperienza di lettura condivisa: mentre una persona legge i versi, l’altra può concentrarsi sull’immagine correlata, immergendosi nel profondo legame tra parola e arte visiva. La stessa poesia si sviluppa in un ambiente rilassante e multisensoriale, potenziata dall’uso di incenso e tisane, come suggerito nella quarta di copertina.

 

 Sinossi

L’Haiku è un tipo di espressione poetica breve fiorita in Giappone intorno al 1600 e si compone, nella sua forma canonica, di tre versi suddivisi in diciassette sillabe (che poi sarebbero “more”, ma per semplicità chiamiamole pure sillabe). Beneficiò del suo massimo splendore durante il periodo Edo con i versi del celebre Matsuo Bashō, ed è giunto ai nostri giorni attraverso una serie di contaminazioni che ne hanno fatto una forma di espressione poetica tra le più ricercate. Dallo schema sillabico 7-5-7 siamo approdati a configurazioni più duttili, dettate dalle esigenza comunicative che prevedono la reciprocità di flusso tra parola scritta e lettore, così che la moderna arte dell’Haiku – pur rispettando la filosofia che ne guida da sempre il componimento – si gratifica di un respiro più ampio svincolandosi dai rigidi schemi metrici ai quali la poesia dei Maestri giapponesi era assoggettata. L’interazione che si viene a creare, inoltre, tra parola e immagine, plasma un nuovo approccio interpretativo al componimento, permettendone la godibilità anche come lettura di coppia. Gli Haiku presenti in questo volume, infatti, sono composti da tre versi e un’immagine ciascuno, proprio affinché ci si possa alternare tra la lettura del testo e la contemplazione dell’illustrazione, affinché chi si concentra sulle immagini possa assorbirne il profondo legame con i versi senza dover distogliere occhi, attenzione e anima dalla figura che completa l’Haiku. L’alternanza tra narratore e spettatore, magari vissuta in un ambiente rilassante e impreziosito dall’aroma leggero di un incenso non troppo aggressivo, crea così un rapporto profondo che fonde poetica e immagine generando un vincolo super sensoriale tra i protagonisti di questa esperienza condivisa.

L’autrice

Lisa Di Giovanni, originaria di Teramo e residente a Roma da oltre vent’anni, è una figura poliedrica nel panorama professionale e culturale italiano. Laureata in psicologia con un master in HR Executive Manager presso la RBS, lavora per una società di telecomunicazioni. Dirige inoltre un ufficio stampa che si occupa di editoria, pubbliche relazioni e organizzazione eventi: PR & Editoria. È consigliere nel direttivo dei Lions Valle Siciliana-Isola del Gran Sasso e portavoce dell’ANAS, dove si occupa di pubbliche relazioni e progetti di inclusione sociale. Come giornalista, dirige il semestrale “La finestra sul Gran Sasso” e la rubrica “Echi di Psiche” per Fix on Magazine. Ha pubblicato diverse opere con Edizioni Jolly Roger e ha co-creato la serie di fumetti “Human’s End” con Marco Sciame. Dal 2021, fa parte di un team di eccellenze italiane supportato dalla Confederazione AEPI ed è cofondatrice del marchio ‘Sinapsi 180’. Per Edizioni Jolly Roger è anche responsabile della collana “Poesia”.

 

La pittura per raccontare le trasformazioni urbane delle città di mare. Il progetto del Suor Orsola che valorizza lo scrigno rinascimentale della Cappella Pignatelli

Tre città unite da un’unica vocazione portuale ed un forte rapporto col mare per analizzare il nesso tra sviluppo urbanistico, cartografia e pittura di veduta, sia come testimonianza, sia come interpretazione delle trasformazioni urbane e paesaggistiche. Con questo obiettivo sia scientifico e di ricerca che di divulgazione culturale il Dipartimento di Scienze umanistiche e la Scuola di specializzazione in beni storico artistici dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli hanno promosso il ciclo di incontri su “Città di mare e grandi porti del Mediterraneo nella pittura di veduta tra Sei e Settecento: Genova, Napoli, Messina“.

 Approfondimenti ora disponibili on demand sul canale You Tube dell’Ateneo napoletano (www.youtube.com/unisobna), che ha inteso con questa iniziativa continuare nel suo percorso di valorizzazione della Cappella Pignatelli, oggi divenuta, proprio grazie al lavoro di restauro e riapertura del Suor Orsola, “Porta del Centro Antico di Napoli”, in virtù della sua posizione strategica al Largo Corpo di Napoli, allineata lungo il decumano inferiore della città greco-romana, dove si incrociano piazzetta Nilo e San Biagio dei Librai. Una funzione di accoglienza e di narrazione della città che la Cappella di Santa Maria dei Pignatelli, uno degli scrigni più rari della Napoli del Rinascimento, oggi svolge con l’ausilio delle moderne tecnologie avanzate di comunicazione multimediale che al Suor Orsola sono alla base del Corso di laurea magistrale in Digital humanities e delle attività di ricerca del dottorato in Humanities and Technologies.

Napoli – racconta Pierluigi Leone de Castris, direttore della Scuola di specializzazione in beni storico-artistici dell’Università Suor Orsola Benincasa e coordinatore scientifico dell’iniziativa – è un caso davvero esemplare di questo nostro percorso di analisi della pittura di veduta seicentesca e settecentesca nelle città di mare italiane. Perché Napoli, città di mare tra le più raffigurate da incisori e cartografi tra il Cinquecento e l’Ottocento, non annovera grandi vedute dipinte, con l’eccezione straordinaria della cosiddetta “Tavola Strozzi”, prima degli inizi del Seicento”. Nella prima metà del XVII secolo, tuttavia, si assiste a un grande sviluppo e a una grande fortuna dei dipinti raffiguranti l’intera città dal mare, o anche parti di essa e del golfo, da Posillipo ai Campi Flegrei, evidentemente graditi ai collezionisti del tempo e richiesti per decorare i loro palazzi e le loro raccolte. Protagonisti di questa produzione e di questo “genere” furono soprattutto pittori forestieri, fiamminghi o comunque nordici, giunti spesso in città da Roma, qualche volta in transito ma talora qui insediatisi anche per tutta la vita. La conferenza del Prof. Leone de Castris  mette a fuoco in particolare la storia intricata di due di questi artisti, entrambi lorenesi e amici tra loro, François de Nomé e Didier Barra.

 L’iconografia dello Stretto di Messina e le vedute di Genova

La conferenza su “L’immagine di Messina in età moderna” propone una accurata selezione di dipinti e disegni che raffigurano Messina e il suo Stretto spaziando in un lungo arco temporale che va dal Quattrocento al Settecento (da Antonello da Messina a Filippo Juvarra), nel tentativo di rintracciare un filo rosso che lega fra loro le immagini. “Sin dall’inizio la raffigurazione della città di Messina – spiega Gioacchino Barberagià direttore del Museo Regionale di Messina – appare correlata con quella dello Stretto, favorita dalla stupefacente bellezza del sito, caratterizzata dalla inconfondibile forma a falce del suo porto e, nelle vedute da nord-ovest, dalla sagoma maestosa e fumante dell’Etna che spunta in secondo piano. All’immagine di Messina si è quindi via via sovrapposta inevitabilmente l’immagine dello Stretto. E a seconda dei molteplici punti di vista prescelti, lo Stretto finisce per essere, di volta in volta, il fondale scenografico o il proscenio delle numerose vedute della città, mentre la costa calabra, e in particolare Reggio Calabria, viene relegata sempre di più a un ruolo marginale“.

La conferenza di Piero Boccardo, già direttore dei Musei di Strada Nuova di Genova racconta, invece, come le vedute di Genova già dal Medioevo abbiano avuto quale privilegiato punto di vista il mare ed il golfo sul quale si affaccia la città ed abbiano avuto, non solo per questo, nel corso dei secoli alcune analogie con le vedute di Napoli. “Nel Seicento – sottolinea Boccardo – sono principalmente dei precisi fatti storici, a distanza di poco meno di cinquant’anni, prima la costruzione delle Mura nuove (1626-1639) e poi il bombardamento francese (maggio 1684), a dare un notevole impulso alle vedute di Genova, e non solo in forme incise o dipinte, ma perfino nel bronzo. E proprio il secondo episodio sarà l’occasione per la prima veduta invertita, ovvero da terra verso mare, che diverrà poi ben più consueta nel corso del XIX secolo“.

‘Olocausta’ di Giuseppe Mastrangelo. Le parole prima dell’azione

Il 12 settembre del 1919 D’Annunzio guidò un gruppo di militari da Ronchi fino a Fiume. Tra l’inverno e l’estate del 1920 le trattative internazionali portarono ad un compromesso: la città contesa divenne uno stato indipendente. L’8 settembre del 1920 gli uomini di D’Annunzio che occupavano la città la chiamarono “Reggenza italiana del Carnaro”. Con questa istituzione D’Annunzio ottenne il controllo della città. La Reggenza ebbe una costituzione, la Carta del Carnaro, scritta da Alceste de Ambris e rielaborata dal Vate. Questo statuto prevedeva un modello di società utopistico.

L’atmosfera dei ruggenti anni venti rivive nel libro Olocausta di Giuseppe Mastrangelo che si prefigura come un raro esempio di romanzo storico breve italiano contemporaneo.

Il romanzo è ambientato nel periodo storico della conquista e permanenza a Fiume di Gabriele D’Annunzio e della proclamazione della Reggenza del Carnaro. Insieme a figure frutto di immaginazione, quale quella della protagonista, vengono quindi tratteggiati personaggi ed eventi storici reali anche se, ai fini della narrazione, non sempre la biografia delle persone e la cronologia degli eventi corrispondono a come si sono effettivamente svolti.

Il resto è tutto vero. Dal 12 settembre 2019 al 18 gennaio 1921, per la prima e finora unica volta nella storia, un poeta ha guidato una rivoluzione. Una straordinaria avventura che ha visto un popolo e il suo Vate anticipare i costumi di cinquant’anni. In questa città-Stato fu vissuta la prima rivoluzione sessuale della modernità. Un sessantotto sperimentato nei fatti con mezzo secolo di anticipo e dove per la prima volta si imposero realmente i principi della parità dei generi, dell’uguaglianza e del diritto alla felicità, per come codificati nella Carta del Carnaro.

Mastrangelo nel raccontare la sua storia individuale, fa conoscere al lettore un importante pezzo di storia sconosciuto ai più, un significativo esempio di come le idee e i valori democratici possano essere applicati in una comunità. Questo documento è stato un esempio innovativo di come le istituzioni possano essere modellate in modo tale da garantire la massima partecipazione dei cittadini alla vita politica. La Carta del Carnaro è infatti un documento di grande valore storico e culturale, che rimane ancora oggi a testimonianza dei valori della società fiumana, nonché una delle carte costituzionali più interessanti della storia italiana.

Olocausta offre l’occasione all’autore di far comprendere a fondo cosa spinse degli italiani ad aderire alle idee di D’Annunzio tra i promotori di  una legge fondamentale aperta e dinamica, poiché, oltre a servire da strumento ordinatore e stabilizzatore della vita sociale, indicava i processi che dovevano ancora essere realizzati.

L’autore mostra come la Costituzione di Fiume può essere intesa come un ordine politico-sociale carente di concretezza sul piano della prassi reale. Lo statuto non solo rispose all’esigenza del suo momento storico, quella di stabilire la struttura dello Stato, la forma di governo, il modo di acquisizione e di esercizio del potere, l’organizzazione dei suoi organi, i limiti di attuazione, i diritti e le garanzie individuali, i fondamenti dei diritti economici, sociali, politici e culturali, ma servì anche come strumento principale della società del futuro.

Mastrangelo epura la vicenda storica da ogni possibile ideologizzazione concentrandosi sull’aspetto sentimentale e sul potere rivoluzionario che la Carta di d’Annunzio a Fiume quando decise di darsi nel 1920, al momento in cui parve necessario a lui e agli altri membri del suo Comando strutturare quel potere nella forma di un nuovo Stato:

«Stamani» proseguì D’Annunzio. «Stamani dopo una notte di veglia stellata, mi rifluivano nel cuore quella freschezza e quella potenza, mentre guardavo entrare nel porto prezioso come una conca di perla la nave carica di frumento condotta dai miei Uscocchi.» E indicò il bastimento su cui tutti si erano fermati nei loro affaccendamenti per ascoltarlo. «Non aveva campane Fiume, da suonare a stormo? Non aveva bande di rondini, da riempire il cielo di strida? Fiume non ha campane e non ha rondini. Ma ha i suoi grandi Alalà. Compagni, abbiamo il nuovo pane. Sembra pane fatto con il frumento di quel solstizio.

L’entusiasmo degli uomini e dell’unica protagonista donna di Olocausta è contagioso, e ci riporta ad un epoca storica dove emerge in tutta la sua chiarezza l’insofferenza per le categorie politiche ottocentesche di destra e sinistra, giudicate superate dai tempi e incapaci di dare effettiva espressione ai bisogni della nuova società di massa. Alla fine dell’Ottocento infatti , dopo che d’Annunzio fu eletto deputato ed entrò in Parlamento sui banchi della destra, già l’anno successivo, dopo l’assassinio del re Umberto I, annunciò la sua conversione politica: d’ora in avanti, disse, sarebbe stato un uomo di sinistra, perché essendo “uomo d’intelletto vado verso la vita”. 

Va verso la vita Vittoria, soprannominata Olocausta, che subirà un mutamento radicale, insieme a Guido Keller che crede nel potere delle parole:

«Le parole sono azione, Giovanni» rispose senza alcuna esitazione e sempre sorridendo Keller. «Io ho portato qui a Fiume il più grande parolaio del mondo e solo grazie alle sue parole l’avventura è potuta iniziare e andare avanti. Parole di miele innervate nel ferro dei fucili e nella polvere da sparo delle bombarde. Ma senza le parole né i fucili né le bombarde possono attivarsi.»

Non è un caso che Mastrangelo rappresenti il Vate come un grande affabulatore, capace di incantare le masse grazie alla sua ars oratoria, in modo teatrale, come se stesse seducendo una donna. Se il contesto storico ricostruito è ineccepibile, l’azione viene sovrastata dalle parole proprio in virtù dell’importanza che queste rivestono per D’Annunzio, parole che fondevano insieme Bergson e Nietzsche, vitalismo e nichilismo, e facevano da appoggio ad avanguardie più diverse, ma unite dall’odio per la democrazia.

Una riproposizione in chiave romanzesca della Carta del Carnaro forse trova il suo senso proprio con Mastrangelo: nel suo far emergere in controluce le alternative possibili che sussistevano all’indomani della Grande Guerra, giacché essa è in fondo il lascito più ambizioso di un’impresa, quella di d’Annunzio, che contiene ed esprime un dualismo attualissimo: tra gestione autoritaria e gestione liberale e democratica del potere, tra disconoscimento sostanziale e rispetto puntuale dell’alterità, tra cittadinanza esclusiva e cittadinanza inclusiva. 

Quella sinistra passione occidentale per i terroristi islamici

Il 7 ottobre 2024 ricorre il primo anniversario dell’attacco terroristico di Hamas a Israele, ma per alcune grottesche compagini italiane che si preparano a manifestare, è una data storica che celebra la resistenza palestinese nei confronti dello Stato di Israele, considerato terrorista dai maître à penser che manifestano una sinistra passione per i terroristi islamici. Perché? Da dove nasce tutta questa solidarietà e eccitazione per la cosiddetta “resistenza palestinese” e per coloro che vogliono distruggere Israele?

Le rivoluzioni, come scriveva Dahrendorf sono momenti malinconici della storia, avventure individuali e collettive, nelle quali la speranza viene quasi sempre tradita, lasciando al suo posto una violenta delusione. La rivoluzione che credono di celebrare i pro-Palestina, è evidentemente, quel punto di svolta epocale, quel mutamento tanto vagheggiato, capace di inaugurare, attraverso un passaggio “critico”, mediante la violenza, la guerra, il terrore, un’altra società, regno di autentica giustizia.

Secondo gli ipocriti odiatori occidentali che vivono in Occidente e alla maniera occidentale, gli integralisti islamici e chi ha massacrato uomini. donne e bambini il 7 ottobre 2023, sono portatori di valori di giustizia ed uguaglianza. Coloro che impiccano omosessuali in quanto tali e incarcerano e assassinano donne che non indossano correttamente il velo. Come lo si può spiegare?

Nel modo attuale di autorappresentarsi, troviamo tanti relitti affioranti della narrazione ideologica intorno alla rivoluzione sorta in Occidente. Forse anche per questo attecchisce fra giovani cresciuti in Europa: jihad, insomma, fa rima con rivoluzione, non a caso nel “Manuale dello stato islamico”, una delle tante pubblicazioni web di Daesh si legge, “lo stato islamico è la vera rivoluzione, grazie a Corano e Sunnah”. Senza contare che nell’immaginario di sinistra gli arabi sono vittime a prescindere, non bianchi, poveri, sfruttati.

D’altro canto, come ha giustamente notato il prof. Luigi Caramiello ne “L’Islam tra noi che genera nuovi mostri”, se si presta un po’ di attenzione al discettare di tanti intellettuali intorno al tema, si fa presto a scoprire quanto siano ancora folte le schiere di coloro che subiscono tutt’oggi il fascino del vecchio mitologema della rivoluzione, il quale, periodicamente, si ripresenta sotto i nostri occhi, anche se in forma variamente trasfigurata. Non sono tanto le “masse” a subire la seduzione di tale messaggio, esso infatti trova simpatia soprattutto fra le élites politiche e culturali, professori sessantottini (altra rivoluzione il ’68!), neo femministe e trans-femministe, donne del movimento “Non una di meno” (tranne se israeliana, viene da dire), che hanno manifestato contro il genocidio (termine peraltro scorretto) perpetrato da Israele a Gaza, in barba al divieto del questore che sapeva bene che nella tanto strombazzata protesta, si è inneggiato al 7 ottobre, e all’antisemitismo.

Gli occidentali pro-Palestina con il (finto) complesso di colpa, trincerandosi dietro la Costituzione dimenticano di citare il seguente passaggio: <<E’ vietata ogni organizzazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, o religiosi>>.

E’ doveroso ricordare ai pseudorivoluzionari che ciò che insegnano tante diverse esperienze storiche – dalla rivoluzione francese del 1889 a quella bolscevica del 1919, per giungere a taluni inquietanti esiti della cosiddetta “Primavera araba” -, è proprio il fatto che ogni qualvolta, sotto il pretesto rivoluzionario di un vago concetto di giustizia, l’autorità dello Stato si estende all’insieme della società e tende a non riconoscere più alcuna altra sfera, alcun’altra dimensione individuale; il risultato è semplicemente un orrore, che sulla ha a che vedere con l’evoluzione della società.

 

 

 

‘L’ultimo continente’ di Alberto Muzzi. Tra thriller, ambiente e geopolitica

L’Antartide è stata scoperta prima di Cristo ed è stata toccata fisicamente nel XVIII secolo, nonostante già Aristotele parli del continente. Questa terra gelida e ghiacciata che contribuisce continuamente ai cambiamenti del nostro pianeta, con le sue dimensioni è uno dei moti principali del sistema naturale/ambientale globale. Il primo che toccò le coste dell’Antartide fu James Cook nel 1774, mentre le prime missioni italiane si facevano in nave partendo dalla Nuova Zelanda.

L’avvocato Alberto Muzzi, cimentandosi in un saggio geopolitico e ambientale dialogato dai risvolti thriller e distopici, sposta l’azione della vicenda raccontata ne “L’ultimo continente” pubblicato dal Gruppo Editoriale Santelli, in un futuro non troppo lontano.

Nel 2039, l’aumento vertiginoso delle temperature ha reso l’Antartide un territorio abitabile. I governi di vari Stati attendono in segreto la scadenza, ormai prossima, del Trattato di Internazionalizzazione dell’Antartide, per appropriarsi di un continente vergine, incontaminato e ricco di risorse naturali. Leo, consulente legale di Roma, viene ingaggiato da Katrine, geologa e figlia del presidente del Sud Africa, per assisterla in una disputa legale contro la Gas Prom, multinazionale norvegese che la ragazza reputa coinvolta nella morte del padre. Mettendo alla prova le sue doti investigative, Leo scoprirà l’esistenza di una società segreta, della quale la stessa Katrine fa parte, chiamata “Protocollo”. I due resteranno intrecciati in una pericolosa missione internazionale da cui dipendono le sorti dei popoli di tutto il pianeta. La storia di questo romanzo, sebbene inventata, è paurosamente plausibile, perché basata su fatti storici, evidenze documentali ed eventi realmente accaduti.

L’ultimo continente richiama alla memoria l’omonimo eco-romanzo di Midge Raymond, ma a differenza del romanzo della scrittrice statunitense, l’opera di Muzzi si concentra sul senso di inquietudine che domina la storia e i rapporti di potere sulle questioni ambientali e climatiche cui fa da contraltare il rapporto sentimentale tra i due protagonisti. In tal senso è degna do nota la costruzione dei personaggi principali. Leo ad esempio è l’antieroe della storia, un uomo comune, che si trova improvvisamente catapultato in un mondo più grande di lui, fatto di segreti e complotti che minacciano la sua vita, Katrine, invece è una donna forte e determinata, guidata dal desiderio di giustizia e dalla volontà di scoprire la verità sulla morte del padre. La loro relazione costituisce di per se un breve racconto sentimentale immerso in una vicenda geopolitica complessa, un inserto romantico che conferisce maggiore umanità ed emotività alla storia.

La scoperta dell’esistenza del “Protocollo”, una società segreta di cui Katrine fa parte, complica ulteriormente la trama. Si tratta di gruppo, che opera nell’ombra, impegnato a prevenire che l’Antartide cada nelle mani sbagliate, proteggendo non solo il continente ma anche l’assetto geopolitico globale; è credibile l’idea di una società segreta che lavora per il bene comune attraverso mezzi non convenzionali? Questo si chiede inevitabilmente il lettore, che si sente non estraneo all’ambientazione distopica, talmente è plausibile e razionalmente realizzabile. Non mancano riferimenti alla stretta attualità e in particolare al gigante energetico russo Gazprom attualmente in declino a causa del crollo delle vendite:

«Seguiamo il filone russo…» rispose cripticamente. Ero indeciso se insistere o meno. Vivevo nel costante timore di “svelare” la mia finzione. Gretel aveva parlato di attività commerciali della Gas Prom. Alex parlava, adesso, di “filone russo”. Feci uno più uno.
«Intende le attività commerciali intrattenute dalla Gas Prom con il governo russo?»
«Esattamente» rispose ancora Alex che, però, non aveva alcuna intenzione di sbottonarsi.

La Russia d’altronde, si presta benissimo a storie dove i complotti e gli intrighi la fanno da padrone, complice la natura misteriosa e incomprensibile dell’orso russo, intuita da Winston Churchill: “La Russia è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”, celebre citazione il cui significato sembra davvero aleggiare per tutto il libro, inducendo il lettore ad interrogarsi sul valore della visione politica e culturale adottata da una Nazione.

Muzzi dimostra abilità nel mantenere alta la tensione narrativa, alternando convincenti passaggi thriller, inserti informativi sulla storia delle spedizioni in Antartide, a momenti di riflessione, di analisi storica, attraverso soprattutto lo sviluppo dei personaggi che interpretano spesso i pensieri che si pone il lettore. L’intreccio, sebbene abbastanza complesso, si dipana chiaramente, grazie ai colpi di scena ben congegnati da parte dell’autore che contribuiscono a mantenere alto il livello di suspence.

L’autore

Alberto Muzzi, avvocato, laureato in Diritto Commerciale Internazionale all’Università di Firenze. Consulente in materia di impresa e diritto ambientale. Appassionato di viaggi e di scrittura, trae ispirazione dalle mete che ha visitato.

Andrea Arcarisi: “Lo spazio è come una grande avventura, simile al Far West di un tempo”

La robotica è un universo di pensieri e visioni intrecciati tra loro, una scienza le cui basi della conoscenza furono gettate dallo scrittore fantastico Isaac Asimov, il padre delle tre leggi della robotica e dei robot positronici.

Il giovane ingegnere robotico siciliano Andrea Arcarisi sembra un protagonista dei racconti di Asimov, che nell’arena industriale attuale, si distingue per essere stato selezionato tra i pochi studenti europei e undicesimo italiano per il programma di astronauta analogico presso l’Analog Astronaut Training Centre (AATC) in Polonia, in collaborazione con lo Space Technology Centre di Cracovia (EUSPA-ESA), dopo aver superato una selezione rigorosissima.

La missione ha riguardato nello specifico diverse simulazioni di vita nell’ambiente della Stazione Spaziale Internazionale e diversi esperimenti scientifici personali.

Tra le esperienze della missione l’ingegnere Arcarisi ha affrontato una simulazione di Habitat Lunare direttamente in Polonia, ricreando le condizioni di sopravvivenza di un astronauta. I test di sopravvivenza hanno incluso sfide come il test di forza G e simulazioni di attività extraveicolari (EVA) in immersione.

Spinto a studiare Ingegneria Meccatronica nella sua Sicilia e Robotica a Pisa dopo la visione del film Interstellar” di Nolan, Andrea Arcarisi, in futuro vorrebbe far parte dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea.

Di questo giovane ingegnere colpiscono la cordialità, la passione per il proprio lavoro, la determinazione e la consapevolezza di aver scelto un obiettivo elitario unitamente ad un percorso faticoso, partecipando a simulazioni avanzate per testare sistemi robotici in ambienti simili a quello dello spazio. Un’eccellenza italiana, un ragazzo ambizioso disponibile a parlare sull’origine del mondo senza pregiudizi nei confronti della religione, che ci ricorda che l’uomo è fatto per cose grandi, e che ogni impresa umana cammina sotto l’egida dell’hybris, anche quella dell’uomo più umile.

 

1 Cosa significa far parte del programma di astronauta analogico presso l’Analog Astronaut Training Centre?

L’esperienza come astronauta analogico rappresenta un vero e proprio trampolino di lancio per chi aspira a diventare astronauta. Durante questo programma, ci si prepara non solo dal punto di vista scientifico, ma anche psicologico e fisico, vivendo in prima persona situazioni che simulano i viaggi spaziali, la vita a bordo delle stazioni spaziali e persino future colonizzazioni di altri pianeti. È un percorso che forma individui capaci di affrontare sfide complesse e situazioni ad alto rischio, mantenendo lucidità e competenza, qualità fondamentali per la comunità scientifica. Inoltre, questa esperienza permette di testare sé stessi in vista delle selezioni per astronauti, che, come nel caso dell’ESA, si tengono solo una volta ogni dieci anni.

2 Qual è l’esperienza di missione più importante cui hai preso parte?

L’esperienza più significativa è stata la “One Man Mission” di ottobre 2023, durante la quale ho trascorso due settimane in completo isolamento all’interno di una stazione spaziale simulata a terra. In questo contesto, ho affrontato numerosi compiti scientifici, resistendo all’isolamento tipico delle missioni spaziali e superando prove di emergenza. È stata una sfida tanto mentale quanto emotiva, ma grazie alla determinazione sono riuscito a completare ogni incarico, inclusa la realizzazione di due prototipi scientifici. Uno di questi, oggi, è diventato il nuovo prototipo sviluppato dallo Space Systems Laboratory dell’Università di Pisa, sotto la direzione del professor Salvo Marcuccio, e rappresenta il futuro sistema di controllo d’assetto per dispositivi nella stratosfera tramite palloni HAB (High Altitude Balloons).

3 Cos’è per te lo spazio? Qual è la tua visione?

Lo spazio, per me, è come una grande avventura, simile al Far West di un tempo: è un luogo sconfinato e misterioso, pieno di possibilità ma anche di sfide che non possiamo ancora immaginare. È qui che l’umanità può sognare in grande, creare nuove tecnologie e forse, un giorno, trovare una seconda casa su pianeti come Marte. Allo stesso tempo, lo spazio ci spinge a collaborare come mai prima d’ora. Già oggi, con progetti come la Stazione Spaziale Internazionale, vediamo cosa possiamo ottenere unendo le forze. Ma è anche un luogo di competizione: aziende private e nazioni si stanno sfidando per essere le prime a sfruttarne le risorse e a portare avanti nuove scoperte.

4 Cosa pensi dei progetti di Elon Musk?

Elon Musk è un innovatore che ha cambiato molti settori, come i pagamenti online con PayPal e le auto elettriche con Tesla. Con SpaceX, sta rendendo i viaggi spaziali più accessibili, puntando a farci arrivare su Marte. Anche se a volte dice cose provocatorie o discutibili, la sua visione del futuro è chiara e ambiziosa: vuole spingere l’umanità oltre i confini della Terra. Quello che lo rende speciale è il suo modo di pensare in grande. Non si accontenta di piccoli cambiamenti, ma vuole trasformare completamente il mondo. Se qualcuno riuscirà a portarci su Marte, Musk potrebbe essere uno dei protagonisti di questa impresa.

5 Un utilizzo illuminato e saggio dell’intelligenza artificiale applicata allo spazio, può senza dubbio aiutare gli stakeholder nei processi decisionali volti a conquistare una solida postura in un dominio sempre più strategico. In che ambiti l’AI può fare la differenza, come trasforma le attività spaziali?

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando le attività spaziali in molti modi. Immagina una missione spaziale in cui ogni decisione, dalla traiettoria al consumo energetico, è ottimizzata in tempo reale, riducendo costi e rischi. L’AI permette di analizzare enormi quantità di dati raccolti da satelliti e sensori, fornendo agli scienziati informazioni essenziali in tempi record. Inoltre, veicoli spaziali e rover possono operare autonomamente, affrontando imprevisti senza dover attendere istruzioni dalla Terra. Questo non solo rende le missioni più sicure, ma apre nuove possibilità per esplorare ambienti estremi o lontani

6 Come sono messe le università italiane in materia di robotica?

Dal punto di vista strettamente accademico le università italiane presentano delle lacune nonostante la presenza di diversi corsi in ingegneria robotica, cybernetica e meccatronica: pochi laboratori, poche strutture, in compenso però abbiamo centri di eccellenza: tre importanti centri di eccellenza in robotica sono a Genova, Pisa e Napoli. Siamo molto competitivi da questo punto di vista.

7 Secondo i cosmologi Barrow e Tipler lo spazio e il tempo sono entrati nell’esistenza, letteralmente nulla esisteva prima della singolarità, quindi, se l’universo ha origine in tale singolarità, avremo veramente una creazione ex nihilo, cosa ne pensi, qual è la tua visione dell’origine del mondo?

Speculare sull’origine dell’universo senza prove concrete è affascinante proprio perché ci permette di immaginare e ipotizzare liberamente. Un po’ come con la teoria dei frattali, ci ritroviamo a contemplare la perfezione dell’universo, che sembra seguire un ordine che non può essere casuale. Da esseri umani, è naturale voler trovare un senso e vedere un disegno in tutto questo. Personalmente, credo che nulla nasca davvero dal nulla; tutto ha una fonte, anche se è qualcosa di così complesso e indefinibile che la nostra mente, limitata, fatica a comprenderlo. Pensiamo di capire tanto, eppure non riusciamo nemmeno a immaginare la quarta dimensione. Tutto questo non può essere solo una coincidenza, ma qualcosa di molto più profondo.
O almeno spero diciamo, mi fa sorridere l’idea che un entità al di sopra di ogni cosa giochi con noi attraverso le leggi della fisica.

“Segreto a più voci” di Fernando Bermúdez tradotto per la prima volta in Italia da Edizioni Spartaco

Fernando Bermúdez, Premio Cortázar 1994 e Premio Juan Rulfo 1997, è per la prima volta in Italia, ospite di “Un borgo di Libri 2024. Intelligenza naturale…” a Casertavecchia (borgo antico di Caserta), festival diretto da Luigi Ferraiuolo, per la presentazione del suo nuovo atteso romanzo “Segreto a più voci”.

Domenica 15 settembre nella cattedrale di Casertavecchia, Bermúdez è stato presentato il romanzo “Segreto a più voci”, tradotto dallo spagnolo da Giovanni Barone e pubblicato in prima edizione assoluta in Italia dalla casa editrice indipendente Edizioni Spartaco, libro atteso da lettori e critica da trent’anni, dopo la fortunata raccolta di racconti “La metà del doppio”, che è valsa allo scrittore prestigiosi riconoscimenti.

Nato a Buenos Aires nel 1962, Bermúdez vive a Stoccolma dove ha riunito un circolo di autori latinoamericani lì residenti, il Grupo Estocolmo, e vi coordina laboratori di scrittura. È docente di Linguistica moderna all’Università di Uppsala e membro della Writers Society Sweden.

In segreto a più voci, protagonista è un ragazzino la cui voce si alterna con quella di María Carmen, una donna stravagante che ogni giorno depone fiori sulla tomba di Perón e che finisce per essere testimone di un fatto di cronaca che colpì molto la società argentina del tempo: la profanazione della cappella funebre e il furto delle mani del corpo imbalsamato del presidente.

Le due storie si alternano ed entrano in contatto, costruendo un contrappunto che acquista sempre maggiore intensità fino a sovrapporsi in un finale sorprendente.

Bermúdez utilizza e decostruisce diversi generi letterari, dal poliziesco al romanzo di formazione, dai racconti del terrore al romanzo storico, giocando sulla tensione tra realtà e finzione.

Segreto a più voci : trama

Un ragazzino ascolta le ultime parole del padre ormai in fin di vita. Durante l’agonia, l’uomo svela all’adolescente “una teoria cospirativa secondo la quale l’allora presidente argentino Juan Domingo Perón è già deceduto e che un gruppo di congiurati sta cercando di occultare la sua morte per mantenere il potere”. Da qui prendono vita le storie di Paulino, il Paraguaiano, Maria Carmen.

Addirittura, questa donna stravagante, mentre va a portare i fiori sulla tomba del presidente defunto, assiste alla “profanazione della cappella funebre e al furto delle mani del corpo imbalsamato del presidente”. Un fatto che la fa apparire come la Maria Maddalena che sarà testimone della Resurrezione di Gesù; e proprio tale similitudine, lascia pensare che ogni lettore possa dare vita al proprio romanzo.

Segreto a più voci. Contenuti e stile

Segreto a più voci è una pregevole opera di letteratura che richiama Finzioni di Borges, come il grande scrittore argentino, anche il suo connazionale Bermudez Borges, in realtà, non si preoccupa tanto della scrittura ma piuttosto della lettura, e soprattutto del lettore, in quanto l’atto dello scrivere nasce proprio da un fine didattico: è il narratore a spiegarci come va il mondo in cui viviamo e che arreca in noi tanta confusione. Ma colui al quale si rivolge chi scrive, il destinatario comprende davvero il linguaggio di quel testo?

L’universo variegato proposto da Bermudez, in cui le vite degli uomini comuni sono mischiate a quelle dei grandi nomi della storia, e in particolare a quello di Peron che aleggia su l’intero romanzo, può essere una finzione che diventerà ipotesi e poi realtà? Bermudez mostra come la letteratura possa penetrare la vita, modificarla, elevarla, sublimarla, attraverso l’immobilizzazione del tempo, richiamando alla mente una frase del racconto I Teologi di Borges: “Il tempo che fuggì resta nella memoria; sarò di certo capace di ricostruire quel che allora accadde”.

Bermudez imbastisce una storia complessa e affascinante il cui fine è quello di risultare credibile per il lettore: ogni personaggio, ogni scenario, ogni interpretazione sembrano suggerire il pensiero: ma io cosa c’entra con questa storia? Mi può riguardare?

L’autore si avvale di uno stile asciutto e diretto, primo di retorica, ma ricco di ricordi che fluiscono in un flusso narrativo che a volte sembra un fiume in piena, altre volte si arresta, quasi in stallo, pervaso da un senso di morte. Peron è un archetipo; una sorte di Ade che tira i fili dei personaggi terrestri anche dall’oltretomba, rappresenta il trauma storico con cui l’Argentina ancora oggi deve convivere, la storia che l’Occidente ancora non conosce a fondo.

Alcuni personaggi nel romanzo si percepiscono anche se non vengono citati, come il dittatore Jorge Rafael Videla, perché ogni romanzo è figlio della Storia collettiva e personale, agitata dalle nevrosi, dalle paure e dai conti non fatti con essa, di ognuno di noi.

 

La casa editrice

Edizioni Spartaco è nata nel 1995 a Santa Maria Capua Vetere: l’avventura è cominciata con quella che per decenni è stata l’unica guida della città, nonostante il formato sia diventato tascabile e il prezzo più economico. Dal 2003 ha solcato il mare della distribuzione nazionale, un oceano irto di insidie, infestato dai mostri sacri dell’editoria, bastimenti più forti economicamente e più potenti per tradizione e autorevolezza presso i media, capaci di pubblicare opere immortali oppure di scivolare sull’acqua con leggeri bestseller dalla vita intensa ma breve.

Una piccola casa editrice, una casa editrice del Sud, una casa editrice di Terra di Lavoro (e nemmeno di Caserta centro) deve avere più coraggio: come il capitano MacWhirr di Conrad, deve affrontare il tifone che le fa sfiorare il baratro ogni volta, deve tenere duro e andare avanti. Anzi, non deve, il bello sta nella sfida, nello scegliere di ritagliarsi uno spazio di libertà, complici gli autori che meglio e con più efficacia riescono a raccontare, a dire, a comunicare. E non ti va di fallire un progetto così bello, perché “incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta”. Lo ha detto Errico Malatesta, anche lui nato a Santa Maria Capua Vetere. Edizioni Spartaco, di Malatesta, ha pubblicato l’Autobiografia mai scritta. Ricordi (1853-1932), a cura di Piero Brunello e Pietro Di Paola, edito anche in Germania dalla casa editrice Nautilus Frug Schrift, alla quale sono stati venduti i diritti.

 

 

 

Exit mobile version