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Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

Stefano Lanuzza: ‘Il bosco, il mondo, il caos. Come un romanzo’, o il bosco dell’Essere nella dialettica dell’Esistere

Stefano Lanuzza

Scrittore inesausto, il siciliano Lanuzza da decenni fattosi cittadino di Firenze (e dell’ormai invisibile Firenze dantesca, si direbbe), continua a organizzare pensieri mai assopiti e mai arresi alla volgarità di questo nostro iniquo presente – e a far pratica filosofica di ciò che chiamiamo linguaggio letterario, nel mentre che realizza con la stessa acuminata finezza e la stessa radicale intransigenza stilistica le sue figurazioni erotico-demoniache: un pitto-scrittore, insomma, cui si devono un’infinità di indagini critico-teoriche sul nostro Novecento lontanissime dalla pigra vulgata dei manuali, una messe di traduzioni di grandi autori francesi da Sade a Nerval, da Huysmans a Gide, da Barbey d’Aurevilly a Musset a Lautrèamont a Céline, e prose creative, e almeno una raccolta di poesie decisamente devianti rispetto al riflusso lirico che segnò tristemente di sé gli anni Ottanta e oltre.

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Frammenti di un monologo amoroso ai tempi dei social, quando l’amore è solo un travolgente fuoco d’artificio

L’amore è il tutto e il niente nella stessa esplosione fragorosa. Tra i battenti digitali del Ventunesimo secolo, ancor di più. Anno 1977, Roland Barthes regala all’emisfero super accelerato Frammenti di un discorso amoroso, cartina semantica per l’analisi dell’amore novecentesco, con il linguaggio del Soggetto e il contro-linguaggio dell’Altro a fustigare dolcemente lo scenario. Anno 2018, invece di attualizzare il discorso amoroso, potremmo comprendere come lo scambio tra il Soggetto e l’Altro si sia trasformato in un vero e proprio monologo. Ecco a voi, cari lettori, amanti, amati e non corrisposti, i frammenti di un monologo amoroso.

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La violenza morale e il rapporto verità-menzogna in Marcel Proust nelle considerazioni di Bataille e Simone Weil

È un Proust meno noto quello che emerge dal saggio La letteratura e il male di Bataille. Il tema della riflessione sembra essere l’urgenza della voce della moralità che si articola nell’approfondimento del rapporto non scontato fra verità e menzogna; in quest’angolazione è possibile fare un raffronto fra il pensiero di Bataille e le osservazioni di Simone Weil sulla moralità in letteratura. Nella lettera ai “Cahiers du Sud” sulla responsabilità della letteratura la scrittrice lamenta, oltre alla «facilità dei costumi letterari» e alla tolleranza della «bassezza», «la carenza del sentimento dei valori» negli scrittori del secolo. La psicologia che è alla base della letteratura contemporanea «consiste nel descrivere gli stati d’animo disponendoli sullo stesso piano senza discriminazioni di valore, come se il bene e il male fossero loro estranei, come se lo sforzo vero, il bene, potesse essere mai assente dal pensiero di un uomo». La letteratura, in altri termini, si muove su «stati d’animo non orientati». L’opera di Proust non sfugge secondo la Weil a questo orizzonte: «Il bene vi appare solo nei rari momenti in cui per effetto del ricordo o della bellezza, si riesce a presentire l’eternità attraverso il tempo». Dalla lettura di Bataille emerge invece l’immagine di un Proust che, con una passione che si spinge fino alle soglie della violenza, persegue verità e giustizia e quindi il Bene.

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Carolina Invernizio, scrittrice di storie macabre e di misteri, o il brutto che piace e che vende?

In un’intervista, Carolina Invernizio dichiarò di scrivere un romanzo di 200-250 pagine entro una settimana, di non controllare mai i suoi scritti e di prendere ispirazione per le sue opere dagli articoli di giornale. Gramsci la definì “l’onesta gallina della letteratura popolare”, per Emilio Zanzi è stata “la dama che ha anticipato di mezzo secolo la letteratura gialla e supergialla”, i critici la chiamavano “Carolina di Servizio” oppure, inventando un appellativo ormai divenuto proverbiale, “la casalinga di Voghera” (la scrittrice, nell’introduzione ai Romanzi del peccato, risponde loro: “Dei critici ho una allegra vendetta. Ché le mie appassionate lettrici e amiche sono appunto le loro mogli, le loro sorelle”).

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Il silenzio come prima parola e come arresto atemporale nel saggio di Massimo Baldini ‘Elogio del silenzio e della parola’

Massimo Baldini in Elogio del silenzio e della parola afferma che la causa principale del nostro malessere e della confusione sociale e linguistica di cui siamo preda è l’aver disimparato il silenzio. Inquinamento ambientale, inquinamento acustico, ma anche e soprattutto inquinamento linguistico. Baldini designa magistralmente un secondo millennio fatto di uomini che vivono con la paura del silenzio e, nel contempo, con la nostalgia del silenzio, hanno nostalgia del silenzio perché vivono immersi nel rumore, perché il loro e l’altrui parlare è sovente un parlare degradato, vanamente loquace, perennemente distratto. Chiacchiere, semplici chiacchiere, parole improduttive e inconsistenti, che hanno nostalgia delle parole nate dal silenzio, cioè di parole parlanti che non scivolino sull’uomo affaccendato, un linguaggio che non sia un parlare puramente palatale.

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Napoli con gli occhi di Caravaggio. Al Clubino la teatralizzazione del volume di Francesco De Core e Sergio Siano il 23 febbraio

Arte, fotografia, letteratura, teatro ed enogastronomia. Sono gli ingredienti di “Napoli con gli occhi di Caravaggio” l’evento organizzato venerdì 23 febbraio alle 21 dal circolo culturale napoletano “Il Clubino” (Via Luca Giordano 73). Al centro della serata la ‘teatralizzazione” del volume di Francesco De Core e Sergio Siano “Con gli occhi di Caravaggio” (Intra Moenia Editore). Un esperimento originale che porterà per la prima volta in scena con l’interpretazione dell’attore Franco Nappi il diario romanzato del giornalista Francesco De Core che ricostruisce e racconta i due periodi napoletani di Caravaggio.

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Franz Krauspenhaar, lo scrittore milanese dalla penna veloce e dall’inchiostro al veleno

Il nome, Franz Krauspenhaar, potrebbe trarre in inganno. Si tratta di un italiano, anche se non scrive per niente come il solito romanziere nostrano. Ma del resto, italiano propriamente non lo è, essendo nato dall’unione tra una madre calabrese e un padre tedesco. Praticamente si tratta di quello che, in tempi che ignoravano il politicamente corretto, si sarebbe definito un bastardo mezzosangue. E un po’ bastardo e figlio di buona donna Franz lo è, senza ombra di dubbio e senza offesa per sua madre.

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La seduzione. Mito e arte nell’antica Grecia nel progetto espositivo ‘Il Tempo dell’Antico’, fino al 13 gennaio 2019 a Vicenza

Nelle sale decorate in stile classico delle Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari, si dispiega il rito della seduzione e dell’amore, cantato dalle liriche di Saffo e dalle leggende della Grecia antica. Il rapimento dei sensi e la potenza di un sentimento talvolta fatale vanno in scena nelle loro diverse componenti, dai culti religiosi alla magia dei profumi, dei monili e della bellezza di corpi dipinti o scolpiti nel marmo. Tra vasi a figure rosse, specchi ornati da sirene, contenitori di ciprie e unguenti tanto costosi da considerarsi attributi regali, spiccano tre eccezionali esempi di statuaria provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: l’Afrodite di Sinuessa, acefala ma dalle forme splendenti, l’Afrodite che si slaccia il sandalo, adorna di ricercati gioielli in oro, e l’Afrodite Anadyomene, dai fianchi avvolti in sensuali drappeggi, rappresentata mentre strizza i capelli grondanti di acqua marina. Immagini di una dea che, nella prima sezione della mostra, testimonia insieme al figlio Eros la centralità dell’amore nell’immaginario greco, per poi passare al mito altrettanto proverbiale di Elena, la donna più bella del mondo, soggetto di crateri e loutrophoros, una forma vascolare legata alle nozze e alla femminilità.

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