Movimento per l’emancipazione della Poesia: la resistenza poetica italiana

Sarà capitato a tutti di sentire in giro frasi come: “Ma tanto la poesia è morta”. La rabbia che ne può derivare non è la rabbia da mancata rassegnazione, quella testarda opposizione verso la mortificazione della letteratura che i veri appassionati sperimentano vivendo nel tempo in cui non si ha tempo per far nulla, tranne che produrre e produrre o, in alternativa, perder tempo. No. È una rabbia diversa, che emerge di fronte a quelle analisi facilone, superficiali e del tutto inconcludenti tipiche di chi ama fare l’esperto per hobby. Alla persona attenta, infatti, non possono sfuggire i segni lasciati in giro dai partigiani del bello: chi ancora crede, chi ancora si impegna, chi ancora studia, impara, si migliora, e crea (non “produce”) con consapevolezza. Quasi sempre senza clamore. A volte pubblicamente e con successo. Di ogni età, sparsi ovunque. Hanno qualche verso nascosto nel cassetto, qualche segreto tratto di colore lasciato su tela, una qualunque passione “vecchio stile” che resiste al tempo. A volte si organizzano in gruppi, e segretamente operano nelle viscere del mondo.

E’ il caso del MeP- Movimento per l’emancipazione della Poesia, un movimento artistico italiano fondato a Firenze nel 2010 da un gruppo anonimo di poeti, che “persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e  rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” (citando lo statuto del movimento) e “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo e mantenendo comunque saldo il rispetto per ogni altra forma d’arte”. Il movimento è cresciuto parecchio ed è ora presente su tutta la penisola. I suoi esponenti partecipano spesso ad eventi letterari, sempre in modo anonimo (ogni autore è contraddistinto da una sigla, “affinché sia la poesia in quanto tale a essere messa in primo piano piuttosto che i singoli poeti”), e diffondono poesia con ogni mezzo possibile, attacchinaggio incluso. Questi ragazzi ci credono eccome.

Il MEP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze.

E allora, torniamo alla sentenza di morte che mette il cappio al collo ai poeti. Cosa vuol dire morire? Quand’è che un’arte muore? Quando non viene apprezzata dalla maggior parte delle persone che ne avrebbero facoltà? Allora anche la pittura è morta? L’opera classica è morta? Il teatro? Il cinema d’autore? Tutto è morto, allora? Si può gridare alla catastrofe, o stilare, usando la lista delle attività in voga, l’annuario delle nuove arti, e così premiare con status di opera maestra quel selfie venuto così bene da non sembrare autoscatto, quella spontaneità ritrattistica che neanche la Nouvelle Vague di Truffaut, risultato di una miscela sapiente di equilibrismo, composizione fotografica e prestidigitazione?

Insomma, ma quando mai l’arte ha avuto vita facile? Quando mai ha costituito attività comune, e spontanea? L’arte richiede un talento e dunque, per sua definizione, non può essere fatta da tutti. Oltre al talento c’è poi il lavoro, la creazione, la ricerca. Un lavoro è richiesto anche per capirla, l’arte. Per apprezzarla. Per elaborarla. La bellezza richiede lavoro. E chi viene dal bel paese lo sa. È cresciuto sapendo che l’arte è importante, in qualche modo sacra, un po’ difficile. Ma anche bella, bellissima. L’Italia a suo modo resiste, e molto meglio di altri. Certo, si potrebbe fare di più, il turismo è trascurato, i musei sono spesso vuoti. I libri non si vendono. I piccoli cinema chiudono, o trasmettono porcherie. La musica classica non viene capita.

Manca l’interesse, la domanda. E qui il cuore del problema. L’arte non può entrare nel ciclo produttivo. E meno male. L’arte non si può produrre, non si può  forzare, e non si può fare su larga scala. Quando ci si prova, i risultati sono magari anche fruibili, ma perlopiù scadenti. L’arte non interessa come merce. Perché non è merce. Non si può trasferire come bisogno indotto. È una spinta naturale che, o si ignora, o si coltiva con criterio e con impegno. Certo, si potrebbe invocare un’altra e più efficace Istruzione, un’altra e più etica Informazione. Ma quando tutto ciò manca, cosa si fa? Si combatte, si resiste, e si sopravvive. No, la poesia non è morta. La bellezza non muore mai.

Incontro con Bruno Galluccio: tra poesia e scienza

Bruno Galluccio è uno straordinario autore che coniuga scienza e poesia nella sua opera: una poesia (molto ben recensita) attenta all’essenzialità, che si fa passaggio tra temi quali l’enigma dell’universo, il mistero, intrisa di un pieno umanismo in cui l’individuo è origine del sistema di riferimento. Sono continui i rimandi alla scienza, con diversi registri non proprio linguistici, direi piuttosto epistemici: il lessico si mantiene infatti sempre ricercato (cosa non scontata nella poesia contemporanea), pur senza barocchismi di maniera (cosa non scontata nella poesia in genere). Una voce non forzata, non ingombrante, non banale, ma affilata, di indubbio spessore artistico, quella di Bruno Galluccio: […]e io veglio anche/ per il tuo lembo di indicibile/ mentre la luce massacra l’ombra/ sul lato rovescio del pensiero.

Diversi registri epistemici, dicevamo: la poesia non è solo un resoconto della conoscenza, ma diventa veicolo di conoscenza. Non è solo senso verbale, ma anche senso percettivo e cognitivo. Questo aspetto, probabilmente collaterale alla sua formazione scientifica, questa contaminazione continua tra mondi troppo spesso, e a torto, ritenuti incomunicabili (l’arte, la scienza), è un esperimento molto interessante, e di certo ben riuscito. Protagonista di molti eventi (l’ultimo al MAN di Napoli, con letture accompagnate dalle musiche che Antonio Raja ha composto ispirandosi alle poesie di Galluccio; il prossimo nell’ambito della manifestazione “Futuro Remoto 2016”) e curatore di una sua rassegna napoletana (“La poesia al tempo del vino e delle rose”), Galluccio prende la poesia molto seriamente.

 

1.Partirei complimentandomi con te per il tuo recente lavoro “La misura dello zero”, non primo, ma secondo libro di poesie con un editore importante quale Einaudi: un risultato eccezionale, visto il mercato difficile della poesia.

(Ringrazia e sorride, poi si fa pensoso). Un mercato difficile, si, per motivi diversi: la poesia è impegnativa, il lettore non può leggerla passivamente. La poesia è difficile, e meno male: citando Jorie Graham, la poesia difficile è un regalo dell’autore al lettore. Di certo, la poesia non serve a niente, e tale è la sua forza: non si piega al compromesso delle cose utili. Ma per questo, non è immediato capirne la bellezza; secondo punto: la poesia entra poco nelle librerie, complice gli alti costi della distribuzione: eccezion fatta per piccole case editrici, si investe poco sui poeti. Quindi la poesia si compra poco. Quindi si legge poco. E dunque vi si investe poco. E così via, il cane si morde la coda; infine, è poca l’attenzione che i media dedicano alla poesia. Le recensioni di opere di poeti contemporanei sono eventi rari. Questo fenomeno è fortunatamente bilanciato dalla diffusione (che però non ha filtro alcuno) di versi via internet tramite social network, siti vari e blog.

2.Credi che c’entri anche la condensazione del tempo attuale, il ritmo così sostenuto di un presente privo di raccoglimento, di un caos dettato dalla frenesia quotidiana?

Credo che ci si debba abituare alla lettura. Io, per esempio, riesco a leggere poesie praticamente ovunque, ormai. In questo credo rientri anche il gusto personale, come nell’uso dei libri elettronici. Tu per esempio, li leggi?

Io sono un maniaco della carta stampata. Odore, fruscio, avorio. No, non li leggo.

Ti capisco, ma è innegabile che la rete permetta una distribuzione incredibilmente efficace della letteratura: si possono comprare testi, anche cartacei, dopo magari averne letto qualche estratto interessante; si possono conoscere autori stranieri, altrimenti inaccessibili, tradotti certamente in inglese, o addirittura in italiano.

3.Le traduzioni: quanta giustizia rendono alla poesia?

La traduzione è un male inevitabile, come dice Nicola Crocetti. Meglio leggere poesia tradotta che non leggerne affatto. L’ideale sarebbe, certo, avere un testo in lingua madre a fronte. La traduttologia presenta dilemmi insolubili: in caso di dubbio, meglio privilegiare il senso o il ritmo? Meglio essere traduttori non poeti, per evitare contaminazioni altrimenti inevitabili? Per non parlare dell’insidia dei termini “falsi amici” tra una lingua e l’altra… Più le lingue sono tra loro lontane, poi, più il discorso si complica.

4.A me, per esempio, piace la poesia russa. La Achmatova, o Mandel’štam,  per esempio. Ma ho il timore di non averli mai letti davvero.

Condivido in pieno la tua passione. Dicono che la poesia russa tradotta sia solo un pallido riflesso di quella originale. Certa è la capacità dei russi di leggere e recitare la poesia. Sai, in Russia la poesia è molto amata, ha molto pubblico. In Germania, lo stesso.

5.Molti credono che la poesia sia pura ispirazione. Quanto lavoro c’è dietro?

Io non intendo la poesia, prendendo un’orribile espressione usata talvolta, come “vomito dell’anima”. La poesia richiede lavoro. C’è un’idea iniziale che si va affinando. Di getto su può buttar giù, nero su bianco, soltanto uno scheletro del risultato finale.

6.Un atto volitivo e ponderato, certo. Altrimenti, dove si collocherebbe, in questo paradigma, il talento?

Appunto. Personalmente ripasso spesso sulle mie poesie.

7.Come sai che le stai migliorando, e non snaturando?

È un problema che mi pongo di continuo. È un rischio che il poeta deve assumersi. Le poesie lunghe possono diventare brevi, le brevi lunghe, perché magari ti rendi conto di aver detto troppo, o troppo poco, o male. Anche questo è fare poesia.

8.Che importanza ha il ritmo nella tua poesia?

Io scrivo versi liberi, mi piace calarmi in una metrica, e spezzarla con un elemento di disturbo. Il ritmo va organizzato con consapevolezza, ma senza rigidità schematiche. Alcune poesie, per esempio, possono essere musicali a tal punto da risultare fuori luogo rispetto al proprio contenuto.

9.Che rapporto hai con i miti? A quali poeti ti senti più legato?

Il senso di identificazione con gli autori del passato è a volte inevitabile. Questo accade soprattutto quando si è molto giovani, col tempo si trova una voce propria. Per fare qualche nome: credo che Leopardi sia insuperabile; amo Celan, Rilke, Eliot; Anne Sexton, una poetessa dalla voce forte, ed una delle donne più belle che io abbia mai visto; Emily Dickinson, di cui ho tradotto qualche poesia; poeti che non possono non piacere, come Baudelaire e Kavafis; Wallace Stevens, che è stato per un certo tempo mio riferimento; non mi sento in sintonia con la poesia di Ezra Pound e Sandro Penna, pur riconoscendone il valore; apprezzo molto Bonnefoy e Mario Luzi.

10.La bellezza in poesia ha a che fare con l’eleganza in matematica, intesa come rinuncia al superfluo?

Ne sono convinto. Entrambe si rifanno alla simmetria, all’essenzialità. Pensa alla formula di Eulero, che mette in relazione entità fondamentali della matematica, il numero di Nepero, l’uno, lo zero, la costante pi greco.

La formula di Eulero sembra un quadro dipinto.

Esattamente.

11.Cosa accomuna il numero e la parola? Credi che, così come il mistico Numero pitagorico, anche il Verbo abbia una funzione creatrice, intendo dire in senso quasi biblico?

Domanda impegnativa. Credo dipenda dal livello che si considera. Ad un livello più basso, entrambi servono a comunicare le cose: un significato, una quantità. A livello più profondo, simbolico, le creano. Vedi, io evito le definizioni troppo altisonanti della poesia. Per me la poesia è semplicemente l’uso più alto che si può fare della parola.

Del resto il linguaggio scientifico è spesso evocativo quanto quello poetico.

Certo. Pensa alla “sezione aurea”, per dirne una. Scienza e poesia si completano. Un teorema non può essere bello senza una riflessione ulteriore. E la poesia, d’altro canto, giunge a conclusioni del tutto arbitrarie senza la prima. E poi la poesia è un’attività umana, e in quanto tale non può disinteressarsi alla scienza. La poesia valorizza la scoperta, con stupore e rispetto. Del resto, Feynman si chiedeva perché, se è poetico un fiore, non dovrebbe esserlo anche la sua struttura interna microscopica, seppure in modo diverso. Aggiungo poi che, la matematica, non può solo essere oggetto di poesia, ma anche un ausilio ad essa, come fonte di metafore.

12.Ma la poesia, va capita?

Può essere capita a strati. Può essere fruita a livelli più o meno profondi. Il poeta ha spesso l’impressione, quando scrive, che non potrebbe dire la stessa cosa usando un linguaggio diverso. Che non potrebbe esprimersi in modo più semplice. Io per esempio ho bisogno, a volte, di utilizzare anomalie sintattiche. Di cambiare improvvisamente soggetto. È una necessità talvolta, più che una scelta. La poesia è così difficile per chi la legge, ma così remunerativa, proprio perché è stratificata. Bisogna prestare attenzione al linguaggio, e trovare la propria voce. Una definizione di poesia è inafferrabile come una definizione dell’amore: a quanto pare tutti ne hanno un’idea più o meno simile, ma non per questo è meno incomunicabile.

[…] la pioggia si ferma e cerca l’acqua
c’è un momento di materia nel flusso straniante
metà pozzo metà galleggiamento
e cominciamo a riacquisire i nuclei e lo spazio
la sfera che ci nutre e contiene.

 

 

Il theremin torna in auge – La magia eterea della musica

Torna in auge l’antico strumento che si suona senza alcun contatto: il theremin. Prima l’industria di Hollywood, poi i Led Zeppelin e i Pink Floyd. Recentemente, ne hanno fatto uso, tra gli altri, il piccolo Milhouse de I Simpson e Sheldon Cooper in The Big Bang Theory. L’era dell’informazione rende giustizia ad uno strumento che era quasi stato dimenticato.

Invenzione e funzionamento del theremin

C’era una volta un uomo che aveva la voce nelle mani. Comincia così questo racconto che si fa strada nella storia a suon di bellezza, tra fisica, arte e spionaggio. Era il 1919, e il fisico e violoncellista sovietico Lev Termen (nome occidentalizzato in Leon Theremin) conduceva esperimenti per l’esercito utilizzando amplificatori a valvole. Per puro caso (tutta la scienza deve molto al caso) si rese conto che alcuni circuiti emettevano un suono che variava in altezza quando lo scienziato vi si avvicinava. E il genio si illuminò di intuizione, concependo lo strumento che battezzò eterofono, e che oggi è conosciuto con il nome del suo inventore. Il theremin è uno dei primissimi strumenti elettronici, ed è considerato il padre dei moderni sintetizzatori. E’ l’unico strumento che si suona, ma che non si tocca. E’ composto di un contenitore per l’elettronica, essenzialmente costituita da due oscillatori in isofrequenza che producono suono mediante battimento. Si può controllare tale suono immergendosi nel campo elettromagnetico prodotto da due antenne esterne, e variando l’effetto capacitivo tra queste ultime e le mani del musicista, che si muovono libere nell’aria. In particolare, avvicinando una mano all’antenna orizzontale (del volume), il suono diventa più intenso, mentre avvicinando l’altra all’antenna verticale (antenna del pitch), si aumenta la frequenza, e la nota si fa più acuta. In questo modo, si possono controllare intonazione, dinamica (forte, pianissimo…) e tempo, e creare dunque una melodia.

Il successo, tra stupore e virtuosismo, del theremin

Lo strumento è monofonico, cioè a singola voce: suonarlo è come essere un cantante che controlla con le mani una voce esterna al proprio corpo. Si immagini la meraviglia che poté suscitare, all’epoca, nei circoli musicali e nei teatri. Il successo fu planetario: si parlava di un effetto miracoloso, innovativo, e toccante. Perché il timbro extraterrestre, talvolta angelico, di un theremin, sembra provenire dalle profondità del cosmo, e si può collocare a metà strada tra quello di un violino e quello di un flauto, o di una voce umana. Per questo, lo strumento può trovare molti utilizzi: per musica da camera, orchestrale (da ricordare il bellissimo concerto per theremin e orchestra di Anis Fuleihan, eseguito per la prima volta nel 1945 dalla Filarmonica di New York), ma anche jazz, rock, musica lirica e sacra, ambient, musica elettronica d’avanguardia. E ovviamente, per l’effettistica (tutti conoscono il buffo suono degli alieni da tipica sci-fiction degli anni ’50).

La prima virtuosa dello strumento è stata Clara Rockmore (eccezionale, per intonazione ed espressività, la sua interpretazione dell’ormai classico “Vocalise” di Rachmaninov), una talentuosa promessa del violino, costretta ad abbandonare gli studi in giovane età a causa di malformazioni alle mani dovute alla malnutrizione. Questa disgrazia è stata, se così si può dire, la fortuna dei posteri. Clara fu infatti la prima a comprendere, e ad amare, i limiti e le potenzialità di quello che, diceva, non è un giocattolo che emette strani suoni, ma uno strumento musicale con una propria dignità… Nelle mani giuste, si intende. A buon ragione, infatti, il theremin è considerato terribilmente difficile da domare, a causa della totale mancanza di riferimenti spaziali (niente tasti, niente corde). Inoltre, esso richiede un estremo controllo del movimento ed una grande consapevolezza di ogni parte del proprio corpo, dal sussulto al respiro: uno strumento mentale, quasi zen. Citando la pronipote di Termen, Lydia Kavina (maestra della fenomenale Carolina Eyck, altra giovane virtuosa del nostro tempo):

“Si concentra sulla mia voce interiore. E’ la mia voce interiore. Reagisce ad ogni mio respiro, pensiero e movimento. Ed io devo rispondere e reagire continuamente, perché è molto delicato, ed è sensibile anche alle mie condizioni emotive. Bisogna trovare le note giuste usando l’intuito ed un fine orecchio musicale. Tutto ciò rende la concezione dell’esecuzione al theremin molto instabile, lirica, intima, spontanea. È come stringere la musica nelle proprie mani”.

Suonare il theremin è come danzare su un filo sospeso che affaccia sul caos. E’ importante fluire con esso, più che fermarsi a colpire. Del resto il thereminista, che non vuole di certo impazzire inseguendo chimere, non è alla ricerca della perfezione formale, ben raggiunta da altri strumenti. Qui conta il nuovo approccio con la musica, il gesto, l’emozione che si prova e trasmette. Lo stupore che suscita la fisica, di fronte al mistero della musica. Quando si dice che la bellezza è eterea…

La radiazione di Hawking esiste-Il pozzo che evapora

Alla Technion University, in Israele, un esperimento conferma l’esistenza della radiazione di Hawking.

Il mondo ama le eccezioni, e il loro strabordare dai confini delle leggi. Quando si dice che un buco nero è un pozzo dal quale nulla può sfuggire, nessuna particella materiale, e neanche la luce, si può venir colti, oltre che da un sentimento di claustrofobica angoscia, anche da un sospetto lieve. Possibile? Possibile che da una porta chiusa, seppure ermeticamente, non possa filtrare un capello dorato di luce? Che la parete bianca sia priva di macchia, che la montagna inamovibile non sussulti? E l’effetto tunnel quantistico? E la fuga da Alcatraz? E le tentazioni di Sant’Antonio? Perfino negli spot dei disinfettanti, i pubblicitari si cautelano per bene lasciando quel piccolo batterio di sorta (“pulisce fino al 99,9999% …”). Non si tratta dell’assurdità della perfezione, che anzi pare non intimorire per nulla la fisica: leggi che non falliscono mai (o quasi?), come la conservazione della massa energia, costanti sempre perfettamente costanti come la velocità della luce, particelle completamente identiche. Qui si tratta di qualcosa di diverso, di una vibrazione fondamentale delle forme ideali. Un’incrinatura nell’iperuranio; è la crisi del bianco e del nero. Sarà pure un atteggiamento da malfidati, ma la coscienza del compromesso, e la propensione al “ma”, sono care a molti di quelli che osservano un mondo, così complesso come il nostro, per attitudine o mestiere. E dunque? A quanto pare, qualcosa scappa dal buco nero.

La radiazione di Hawking è confermata dal fisico Jeff Steinhauer

Questo qualcosa sarebbe una debole radiazione termica la cui esistenza fu ipotizzata da Hawking nel 1974, (da qui il nome radiazione di Hawking) studiando la teoria quantistica dei campi nello spazio-tempo curvo. E solo adesso Jeff Steinhauer, fisico dell’Israel Institute of Technology, ne conferma l’esistenza osservando le particelle emesse da un modello di buco nero simulato in laboratorio. Un buco nero è un oggetto estremamente denso (tecnicamente, è un corpo interamente contenuto all’interno del proprio orizzonte degli eventi), caratterizzato da un’enorme attrazione gravitazionale, al punto che nulla vi sfugge, né materia, né luce. Ecco perché appare completamente nero. Forse. Quando Einstein pubblicò la sua teoria della relatività generale, nel 1915, dimostrò che la materia è responsabile della curvatura del cronòtopo (lo spazio- tempo di Minkowski), e che questa curvatura è a sua volta responsabile della forza di gravità: per usare una famosa analogia, è come se la terra scivolasse su un tessuto spaziale tridimensionale curvato dal sole. E’ dunque naturale ipotizzare l’esistenza di oggetti estremamente massivi e densi, tali da costituire dei pozzi in cui tutto può entrare e nulla uscire. Dei buchi nel telo. Creare un buco nero è “semplice”: basta comprimere tutta la massa di un corpo all’interno del proprio raggio di Schwarzschild (la distanza dall’orizzonte degli eventi). Per esempio, per rendere la terra un buco nero, la si dovrebbe comprimere all’interno di una sfera di circa un centimetro di raggio! Non è cosa da poco, ma un processo del genere si può manifestare spontaneamente nel cosmo, ed è in particolare ciò avviene nella fase finale (il collasso gravitazionale) della vita di stelle sufficientemente massive. Data la loro natura, è possibile osservare i buchi neri solo con metodo indiretto: per esempio, studiando la danza di una stella che ruota attorno a un centro di massa invisibile e deducendone la presenza di un sistema binario stella-buco nero; o tramite misura di peculiari emissioni di raggi X emessi da particolari sistemi, per esempio vortici gravitazionali di materia attorno a un sospetto “nulla”. La gravitazione, sia newtoniana che relativistica, nasce e si sviluppa come teoria classica, cioè al di fuori dell’ambito speculativo della meccanica quantistica, e un primo tentativo di unificazione teorica (“gravità quantistica”) è la teoria quantistica dei campi nello spazio-tempo curvo.

Un’evidente previsione di quest’ultima è l’emissione, da parte dei buchi neri, di radiazione elettromagnetica, e dunque di energia: è noto come il principio di indeterminazione di Heisenberg implichi che il vuoto non è statico (altroché), ma sede di un’energia di vuoto e di fluttuazioni quantistiche che generano continuamente coppie di particelle e anti-particelle (virtuali) che si annichilano, cioè si annullano reciprocamente; a causa dell’intensa forza gravitazionale nei pressi dell’orizzonte degli eventi, tali coppie possono diventare reali e, mentre una particella viene inghiottita dal buco nero, l’altra può uscirne.

Radiazione di Hawking: il buco nero perde energia-massa

Il  buco  nero,  in  un  tempo  molto  lungo,  perderebbe  cioè  energia-massa  (che  sono  equivalenti,  dato che    ), evaporando. Il buco nero non sarebbe più nero, cioè completamente “assorbente”, ma “grigio”. Utilizzando onde sonore in luogo di onde luminose, confinandole in laboratorio in un modello acustico di buco  nero, e sfruttando  un  particolare  stato  della  materia  a  bassissime  temperature,  detto  “condensato  di Bose-Einstein”, Jeff Steinhauer ha verificato non solo la possibilità di un’emissione di questo tipo, ma anche la sua natura quantistica; è stato infatti osservato, nelle coppie di particelle coinvolte, lo straordinario effetto quantistico dell’entanglement, di quella promessa, che si scambiano talune particelle prima di separarsi, di ricordare l’un l’altra per sempre, al di là dello spazio e del tempo.

Non  è  difficile immaginare  come lo  studio  del buco  nero, una  delle  entità  più squisitamente misteriose dell’universo  intero,  e soggetto  di  studio  principe  della  moderna  cosmologia, possa  riservare  contributi interessanti  a  quella  ricerca  fondamentale  che  oltrepassa  la  fisica  e  l’uomo,  e che  tende  alle  sublimi domande: esiste una teoria del tutto? Com’è nato il mondo, ed eventualmente, perché?