‘Conforme alla gloria’ di Paolin: il marchio del male

Conforme alla gloria (Voland, 2016) è l’ultimo romanzo di Demetrio Paolin (Il mio nome è Legione, La seconda persona, Non fate troppi pettegolezzi). Paolin è stato fra i dodici finalisti per il Premio Strega di quest’anno.

Conforme alla gloria. Ma quale gloria?

Tre sono i protagonisti di questo difficile romanzo, tre le storie che si intrecciano in un arco temporale narrativo di circa quarant’anni. Le storie vengono narrate nelle prime tre parti del testo quasi fossero tre distinti racconti orbitanti intorno allo stesso tema; solo nell’ultima, opportunamente chiamata “L’insieme risulta inconoscibile”, trovano una congiunzione e una realizzazione finale.

La prima riguarda Rudolf Wollmer, che nel 1985 riceve in eredità dal padre Heinrich, gerarca nazista di stanza a Mauthausen, la villa con tutti i beni. Rudolf, che niente vuole spartire col padre (fa parte di quella generazione successiva al crollo del Terzo Reich che tanto ha combattuto per far dimenticare al mondo l’orrore del nazismo e dell’Olocausto), decide di vendere la casa ma, durante lo svuotamento, s’imbatte in un’opera a dir poco grottesca: La gloria, ossia un “dipinto” altamente simbolico che risulta essere composto di pelle umana. L’uomo, spiazzato e torturato da questo quadro, perde di vista tutto ciò che d’importante ha (la moglie, il figlio, il lavoro) e, in una scelta ultima, decide di dedicare gli anni successivi a far sapere al mondo la verità sull’opera, e indirettamente sul padre e sull’orrore della Germania nazista. La sua vita finisce in una spirale di distruzione che lo porta a perdere tutti gli affetti, e questo perché «il quadro significa che nessuno è salvo»; che davanti all’orrore del nazismo, davanti all’evidenza di ciò che l’essere umano può fare, «nessuno di noi è salvo veramente». E dunque bisogna comportarsi in modo conforme alla gloria.

La seconda storia di Conforme alla gloria si concentra su Enea Fergnani, il quale sopravvive al campo di concentramento di Mauthausen perché, preso sotto l’ala “protettrice” di Heinrich Wollmer che gli commissiona dei disegni, arriva infine a tatuare sulla pelle di una deportata proprio quella che diviene La gloria. Nel dopoguerra Enea si trasferisce a Torino e diventa tatuatore finché, negli ultimi anni della sua vita, decide di dedicarsi a una forma molto estrema di arte performativa. Il suo intento è ricordare, o meglio mostrare al mondo ciò che è successo nei campi di concentramento: e lo fa sfruttando esseri umani nelle sue opere (prima Ana, protagonista della terza storia, poi se stesso), ma deumanizzandoli, reificandoli, rendendoli mere “cose” allo stesso modo in cui nei lager le persone erano strumenti (si pensi, appunto, alla ragazza trasformata in tela). Enea vive dunque tormentato dal ricordo del campo e trova nell’arte una via di fuga che, però, non funziona completamente: la sua esistenza è comunque segnata fino alla fine dal senso di colpa di chi è sopravvissuto:

«Cosa abbiamo fatto […] per meritarci questo brandello di vita in più? Ci è semplicemente bastato sopravvivere a qualcosa di tremendo, ma poi? Abbiamo dovuto venire a patti, decidere cosa fare di questo eccesso di vita. Perché noi dovevamo morire nel freddo dell’inverno e non starci di fronte come ora. La nostra esistenza sarà il ricordo costante che gli altri sono morti e noi viviamo e guadagniamo soldi, mangiamo pranzi e cene in nome loro. Li abbiamo usurpati del loro spazio fisico, ameremo donne e uomini che loro avrebbero dovuto amare. Diventeremo simulacri vuoti e chiunque, se ci guarderà bene, vedrà il fumo della vanità».

Conforme alla gloria si conclude con la storia di Ana, all’anagrafe Loredana Di Cascio, ragazza e poi donna segnata da un unico, enorme avvenimento: l’anoressia (elemento su cui forse Paolin gioca inserendolo già nel nome: An[oressi]a; ma “ana” è anche il termine usato per definire la malattia stessa, tant’è che sul web ci si divide fra “pro ana” e “contro ana”). Ana rifiuta tutto di se stessa tranne la propria pelle, l’unica parte del suo corpo che riesce a tollerare, anzi addirittura ad amare. La sua pelle, bianca, perfetta e totalmente aderente alle sue ossa, trova poi il compimento nell’opera di Enea. Proprio come fatto alla ragazza senza nome nel campo di Mauthausen, il tatuatore sceglie Ana e la sua bianca pelle come tela per la sua creazione: il corpo di Ana (tranne il volto) viene riempito di tatuaggi. La donna diviene la tela anonima (e anche qui c’è forse un gioco di parole: An[onim]a), la “cosa” su cui si proietta l’opera d’arte. La donna trova il proprio compimento nella sua pelle; ed è proprio la sua pelle al centro dell’attenzione nella prima esibizione performativa di Enea, I’ll Be Your Mirror, in cui la donna viene mostrata appesa a un gancio, come un qualsiasi pezzo di carne. E pensa: «La pelle è bella come quella delle bestie scuoiate, e nel ricordarle appese ad asciugarsi al sole della sua terra, Ana si commuove».

Nella quarta parte le tre storie, come anticipato, si intersecano. Accade che, dopo tanti anni, Rudolf viene a sapere dell’opera di Enea sul corpo di Ana: e il quadro, il cui ricordo è sopito ma mai dimenticato, torna in scena. Dopo lunghe ricerche Rudolf entra in contatto con Ana e le rivela, in un atto di pura malvagità in cui si mostra la vittoria finale di Heinrich, l’orrore che si cela dietro il quadro e dietro la sua pelle tatuata.

Conforme alla pelle

La storia di Conforme alla gloria, iniziata nel 1985 (ma coi flashback si risale fino al 1943), si conclude nel 2009-10 con la disfatta dei tre personaggi. Dalla quarta di copertina intuiamo già che non troveremo redenzione e salvezza alcune in questo bel romanzo: non c’è via di fuga dal male, e per ben due motivi.

Il primo è che il male si presenta nella forma peggiore, ossia quando si concentra sulla spersonalizzazione degli esseri umani; quando li si abbassa al livello delle cose. Bellissimo il paragone fra la disumanizzazione dei campi di concentramento e il processo di reificazione che avviene in un animale con la marchiatura: «Rudolf lo fissa [fissa il toro] negli occhi. L’impeto di prima è svanito: c’era qualcosa e ora non c’è più. Tutta la vita dell’animale si è dissolta nel profumo acre del manto e della pelle bruciati dal marchio. Ora questa bestia non appartiene più agli esseri viventi ma alle cose».

“Perché esiste il male? Come è stato possibile l’olocausto? Come è possibile non provare pietà per i propri simili?” Queste le domande poste in Conforme alla gloria, e la risposta è sempre la stessa: tramite il processo di spersonalizzazione/strumentalizzazione. Una volta ridotto un essere umano da “persona con emozioni e affetti, con un passato vissuto e un futuro di obiettivi e sogni” a “cosa”, è facilissimo non provare empatia e, dunque, fare di quell’essere umano quel che si vuole. Perché di fatto non è più simile a noi di quanto lo sia un vestito da buttare quando si è logorato.

È proprio questo che Enea vuole insegnare al mondo con le sue opere: quel processo di spersonalizzazione avvenuto nei campi è l’elemento che maggiormente ha contraddistinto l’olocausto. Ed è proprio per questo che Enea non riesce a stabilire un contatto vero con Ana: perché essenzialmente la donna non è donna, bensì cosa (lei stessa si considera solo una tela).

Il secondo motivo è che il male non può essere dimenticato quando entra nella vita delle persone. Rudolf ed Enea (quest’ultimo risulta essere anello di congiunzione fra passato e presente, fra Germania e Italia, fra Rudolf e Ana) sono ossessionati dal male: il primo perché, pur non avendolo vissuto, vi è geneticamente e biologicamente legato; il secondo perché, avendolo vissuto ed “esportato”, vive nel senso di colpa perenne raccontato anche da autori come Primo Levi (“fisicamente” presente nel romanzo come personaggio). Il male dunque sedimenta negli animi e lì resta fino alla fine dei giorni. Nell’impossibilità dell’oblio (anche come obiettivo che si pongono i superstiti dei campi, impersonati qui da Enea Fergnani) risulta la vittoria del nazismo. Nell’impossibilità dell’oblio risulta la vittoria del male: «Dio manda il male nel mondo non perché è crudele ma perché è impotente, e perché l’uomo sappia di quale agonia è martire». E se il male sfugge persino a Dio, una teodicea è destinata a fallire.

La pelle, infine. La pelle è, insieme al male, il vero protagonista di Conforme alla gloria: la troviamo sul quadro; la troviamo sui corpi dei deportati (è tutto ciò che resta di loro prima che vengano bruciati); la troviamo sulle persone tatuate da Enea (e anche nel nome dello studio: “La pelle del latte”); la troviamo in Ana (lei è la sua pelle); ma la troviamo anche nei personaggi secondari come quando, all’inizio della storia, il figlio di Rudolf si concentra sulla pelle della sua ragazza Christine.

Perché la pelle? Perché essa è il confine visibile fra ciò che siamo e ciò che non siamo, fra il nostro dentro e il nostro fuori. La pelle è ciò che gli altri di noi vedono, il nostro più importante segno. Per Paolin la pelle diventa così essenziale da farne quasi un credo, da sostituirsi a un Dio che spesso è assente (e che di sicuro non c’era ad Auschwitz, come insegna Primo Levi):

«Niente era vero all’infuori della sua pelle.
Non avrai altra pelle all’infuori della tua pelle.
Ricordati di santificare la pelle.
Onora la tua pelle più di tuo padre e di tua madre.
Non uccidere la tua pelle».

Così ci dice Paolin in Conforme alla gloria.

‘SuiGeneris’: Oriana Conte e la sua editoria

Dopo una piccola pausa estiva riprendiamo a conoscere la piccola editoria: questa volta abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere virtuali con Oriana Conte, che dirige la piccola ma intraprendente SuiGeneris, casa editrice nata nel 2014 in quel di Torino.

D: Cominciamo dalle basi: chi siete voi e cosa è SuiGeneris?

R: SuiGeneris è una casa editrice indipendente, aperta da me nel novembre del 2014. Al momento abbiamo sette pubblicazioni: Racconti Gialli, Carmen, Tutto relativo tranne… il Vento, Talita Kum, IlMorandazzo, Storia della filosofia a sonetti, Al cuore non si comanda, ai dipendenti sì. Tutti gli autori della casa editrice sono esordienti. Si può scegliere di pubblicare testi di successo sicuro e immediato, commerciali o si può scegliere di rischiare e di fare un lavoro di ricerca per scovare talenti ancora poco conosciuti. Questa seconda opzione è quella che mi appassiona e stimola di più.

D: Si dice spesso che l’editoria è in crisi, che poche persone leggono, che solo le grandi catene vanno avanti. E allora come vi è venuto in mente di aprire una nuova casa editrice? Cosa vi ha spinto e, soprattutto, quale obiettivo vi ha animati?

R: Quando qualcuno mi chiede se sono pazza ad aver aperto una casa editrice a ventitré anni, data la crisi ecc. ecc., io rispondo che non sono pazza e che ho con me in redazione Napoleone e Shakespeare. Perché poi risponda proprio questi due non so.

Le grandi catene hanno costruito i loro anelli, devono pur aver iniziato anche loro. Qualcuno potrebbe sorprendersi a scoprire che Moravia pubblicò in un primo momento a pagamento e che i racconti di Kafka furono stampati in 1000 copie e l’editore Kurt Wolff affermava di non aver venduto neanche quelle 1000 finché Kafka era in vita. Neo edizioni, aperta da pochissimo, ha già avuto un suo libro tra i candidati allo Strega.

Insomma con l’accelerazione dovuta al meccanismo dei best seller ci si è dimenticati che nella letteratura “grandi ci si diventa”.

L’editoria è in crisi perché è falsata. Il libro trattato come un prodotto qualsiasi è diventato liquido: il lettore è un consumatore. La casa editrice di catena punta sulla quantità, invade gli scaffali. Per il lettore è difficile districarsi, riconoscere tra i tanti il libro che incontra i suoi gusti. Molti non si fidano dei contemporanei e dicono di preferire i classici, sono sicuri che leggendo il Dostoevskij che hanno nella libreria di famiglia non perdono tempo. La casa editrice piccola non ha bisogno di pubblicare 400 titoli l’anno, includendo nel suo catalogo libri di dubbia qualità. La casa editrice piccola può garantire una stretta selezione. Mi ha spinto ad aprire la mia casa editrice l’entusiasmo, e l’obiettivo è avere un approccio umano con gli autori e i lettori, conquistare la loro fiducia pubblicando testi validi, originali, ironici, fuori dai canoni.

D: Mi pare di capire che il vostro catalogo non è suddiviso in collane, e anche il motto della casa – Ogni autore è un genere a sé – lo suggerisce. Come mai questa scelta?

R: Il catalogo è in realtà diviso in tre collane. La prima è Racconti d’ogni genere, dove si vuole dare spazio alla narrativa breve. Sono meno i lettori di racconti rispetto ai lettori di romanzi. Si devono abituare i lettori a scoprire le potenzialità delle narrazioni brevi. C’è poi Pierre Dumayet, dove si pubblicano i testi che vorremmo vedere anche tra i banchi di scuola. SuiGeneris infatti collabora con le scuole, sia Carmen sia Storia della filosofia a sonetti sono stati adottati da alcuni licei. Infine Ciampa e la corda pazza, dove si pubblicano i testi ironici, comici e grotteschi.

D: Quali sono le sfide che avete affrontato dal 2014, e quali quelle attuali? In che modo è cambiato il vostro percorso in questi due anni?

R: È stata ed è ancora una sfida aver aperto una casa editrice. Nel 2014 nessuno conosceva SuiGeneris, adesso inizia a riconoscersi una linea editoriale e a crearsi una cerchia di lettori. La sfida è crescere, sfruttare i canali di comunicazione, scoprire nuovi autori che rappresentino SuiGeneris. Al momento la casa editrice sta collaborando con Daria Spada e Maksim Cristan, organizzatori del Concertino dal Balconcino a Torino, e si pensa a una loro pubblicazione. Inoltre ha iniziato un lavoro di ricerca per una pubblicazione tanto impegnativa che ha richiesto il coinvolgimento di una decina di collaboratori. Non ho mai messo in campo così tante forze, ma l’idea di fondo della pubblicazione, anche se non posso svelarti molto, è interessante e spero che possa essere uscire entro il prossimo anno.

D: Come siete messi per quanto riguarda la distribuzione, e come vi organizzate per le presentazioni dei vostri libri? Cosa ne pensate della grande distribuzione e delle sue alte percentuali?

R: Al momento la distribuzione è diretta, online e in librerie non di catena. Ci si sta muovendo per allargarla. Le alte percentuali richieste dalla grande distribuzione sono il costo più elevato che l’editore deve sostenere, sono eccessive e andrebbero diminuite. Si dovrebbe trovare una formula o un’agevolazione da parte dello Stato per la circolazione dei libri o una regolamentazione che vieti ai distributori di imporre agli editori percentuali di retribuzione così alte. Il distributore arriva a chiedere il 65% del prezzo del libro. Resta una miseria all’autore, l’editore, al traduttore a tutte le figure che hanno contribuito a fare il libro.

SuiGeneris punta molto sul contatto diretto con il lettore, dunque organizza numerosi eventi e presentazioni. Durante le presentazioni si interagisce con il pubblico e ci si assicura che, luci soffuse o no, nessuno si addormenti. Nell’ultimo anno un attore, Gugliemo Basili, mi ha aiutato a rendere più dinamiche le presentazioni. Molti degli autori di SuiGeneris sono capaci di coinvolgere il pubblico, Francesco Deiana, Massimo Pica, Davide Di Rosolini sono proprio spassosi da vedere. Pur avendo assistito più volte alle presentazioni, mi sento ogni volta partecipe anch’io e le presentazioni sono tra i momenti del mio lavoro che apprezzo di più.

D: Eravate presenti al Salone del libro di Torino, nella zona dell’Incubatore. Vorrei una vostra impressione sulla fiera in generale e qualche considerazione sui rapporti di forza fra le big e le indipendenti.

R: SuiGeneris è davvero cresciuta nell’Incubatore. I due anni in cui ha partecipato le sono stati utili sia per le vendite sia per i contatti. La cosa bella del Salone è che hai a disposizione due sedie e un tavolo, e puoi adeguarti, fare il minimo sforzo, poggiare i libri e aspettare che qualcuno si avvicini. O, se non sei un tipo da star fermo e seduto, come sono i tipi di SuiGeneris, puoi arredare il tuo stand in maniera fantasiosa e coinvolgere le persone che passano, raccontargli la tua storia, i tuoi libri, non sederti neanche un attimo. Per farvi un’idea, vi rimando a questo video: SuiGeneris al Salone internazionale del libro di Torino 2016.

I big e le indipendenti hanno due forze di attrattiva diverse. Le case editrici grandi hanno un marchio già affermato, autori conosciuti. Il Salone è per loro un momento di maggiore vendita, ma poco cambia nel loro approccio. Lo stand di Mondadori ricalca le numerose librerie che si trovano in città, e così molti altri delle big. Trovo personalmente che il punto di forza del Salone sia stato anche essere una libreria gigante dov’era possibile farsi in un sol colpo una panoramica varia, ampia, allargata di una gran parte delle pubblicazioni; essere a contatto sia con i big sia con gli indipendenti.

Tutto ciò che è stato fatto da chi ha marciato sul Salone, che esula dagli editori così come dai lettori, è stato deplorevole. E mi riferisco a chi negli anni è stato indagato. Quest’anno la polemica con Milano tocca i vertici dell’assurdo. Nessuno si sognerebbe di spostare il Salone di Francoforte a Monaco, non si capisce perché invece in Italia si debba trasformare una manifestazione culturale in uno strumento di gioco-forza tra due città. Quando tutte le energie spese nello scontro potevano essere impiegate o nell’organizzazione di un altro evento con caratteristiche simili a quelle del Salone in un altro periodo dell’anno (quale in parte era già Bookcity) o nell’organizzazione di qualcosa di più grande insieme (in fondo il Salone è internazionale e le due città sono vicine).

Il risultato di tale mossa è che adesso si parla di questa polemica più di quanto si parla dei libri. E francamente ai lettori interessano i libri, le impalcature e le costruzioni fatte sopra sono un inutile fastidio.

‘Quattro soli a motore’, di Nicola Pezzoli

Quattro soli a motore (Neo edizioni, 2012) di Nicola Pezzoli è il primo libro della saga dedicata a Corradino, il quale è stato seguito da Chiudi gli occhi e guarda (2015) e dal recentissimo Mailand (2016). Come la maggior parte dei romanzi che ruotano intorno alla vita di una singola persona, si classifica pienamente all’interno del genere di formazione.

Quattro soli a motore: “Corradino c’est moi. Corradino ce n’est pas moi”

Iniziamo col dire qualcosa di assurdo: Quattro soli a motore presenta uno degli incipit più robusti mai letti ma, al contempo, fonda molta della sua forza narrativa su una “truffa”. Proprio così, una truffa, ma di quelle che, da un lato, si “sciolgono” e si giustificano solidamente all’interno del testo, rendendosi così coerente al lettore; e dall’altro si “perdonano”, poiché quando ci si accorge di questa truffa (che tante aspettative ha creato nel frattempo) si è già immersi in una lettura che assorbe. Per capire di che tipo di truffa parliamo, è bene leggere la prima parte dell’incipit:

Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni. Tanti ne avevo nel 1978, l’estate che divenni un assassino. Quell’anno accaddero cose che ancora mi fanno tremare e che adesso proverò a confidarvi. Possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso. Perché una parte di me continua a pensare che i fatti si sono svolti così, che non si è trattato di pure coincidenze, e nessuno mi convincerà mai del contrario.

Da lettori ci si aspetta qualcosa di sconvolgente quando l’autore ci fa avvicinare, senza mezzi termini, alla possibilità che un bambino di undici anni di nome Corradino sia un assassino. Oltre a questo fatto, in queste poche righe aleggia una sensazione di oscurità (rinvenibile in tutto il romanzo) che è difficile togliersi di dosso. “Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni” rimanda a un senso di giustizia universale infranta, mentre “possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso” ha molto il sapore di un peccato da espiare. E così è, se si pensa all’educazione cattolica “da paese” impartita al protagonista.

Ma poi, nel prosieguo della storia di Quattro soli a motore, scopriamo che non c’è stato alcun assassinio; che il piccolo Corradino, in quell’estate del ’78, si è ritrovato a odiare alcune persone, con la morte delle quali niente ha avuto a che fare se non l’aver desiderato la loro fine in un taccuino rosso sottratto sette anni prima a una “cugina della nonna”. Ma allora perché, nonostante questo palese “tradimento” di quel filo rosso della fiducia che lega dalle prime righe autore e lettore – e che deve necessariamente continuare a essere integro fino all’ultima parola – non si può affermare che Pezzoli sia un millantatore e un bugiardo, relegandolo fra gli scrittori di cui non ci si può fidare?

La risposta è semplice e, al contempo, perfettamente s’inquadra nella tecnica stilistica del romanzo di formazione, o meglio in quella parte del romanzo di formazione che riguarda l’infanzia di un personaggio: l’immaginazione di un bambino, il suo modo di vedere il mondo intorno a sé e d’interrogarsi sugli eventi (soprattutto gli eventi ultimi e i casi limite, come appunto la morte) hanno la capacità di modificare strutturalmente le esperienze vissute e i ricordi legati a quelle stesse esperienze. Tornando anche trent’anni dopo sui medesimi fatti vissuti – con la consapevolezza e la Weltanschauung di un adulto che ormai ha imparato a razionalizzare, a darsi risposte sensate e coerenti col sistema-mondo – resta sempre quel senso di inspiegabilità, ineluttabilità e mistero intorno agli eventi che maggiormente hanno segnato l’infanzia.

E allora l’aver “predetto” le morti di persone odiate diventa de facto l’aver “causato” quelle stesse morti. Come si legge in questo passo relativo alla morte accidentale della zia Trude:

Di nuovo io solo con lei e le sue pupille sgranate e la sua faccia viola e l’espressione terrorizzata e attonita, ma pur sempre cattiva, io che avevo provocato la sua morte, io che l’avevo odiata d’un odio profondo, e che non riuscivo a dispiacermene abbastanza, se non per il terrore della condanna eterna della mia anima.

In Quattro soli a motore il rapporto di un bambino con la morte è qualcosa di paradossale, un concetto ancora evanescente, un mix di altri concetti altrettanto volatili (quel posto “magico” chiamato paradiso, lo strano timore associato alla parola “Dio”, l’impossibilità di un’ulteriore esistenza ecc.). Qualcosa d’inspiegabile appunto ma che – lo si percepisce già dalle lacrime dei vivi, dalle parole sbocconcellate e dagli sguardi di terrore dei genitori che provano a dare ragione di qualcosa di ultimo come la morte – non ha e non può mai avere un valore positivo, ma anzi è la negazione di tutto ciò che è. E allora quanto immani devono essere il senso di colpa, di terrore, di disperazione, per un bambino di undici anni, che si accompagnano alla consapevolezza (immaginata, ma non per questo meno reale nella sua mente) di essere stato la causa di ben tre morti, avvenute tutte in rapida successione, di altrettante persone odiate?

Ma le nebbie quasi-oniriche della fantasia e del mistero non avvolgono solo la dipartita improvvisa di questi personaggi. Tutto viene (ri)visto, anni dopo, attraverso gli occhi di un bambino cresciuto. Così la famiglia diventa il luogo della non-sicurezza (laddove la figura del padre – che generalmente funge da guida nell’esistenza – è sempre connessa col dittatore argentino Videla, mentre quella della madre – il simbolo, di solito, della purezza d’animo – è sporcata da un alcolismo imperante), le prime cotte sono vissute con terribile disincanto, il circondario del ristretto paesino di Cuviago è luogo di insidie e di limiti. Villa Kestenholz – la terribile residenza dell’altrettanto terribile padrone di casa (un fantasma ultracentenario nei pensieri del piccolo Corradino), il luogo di finis terrae, il non plus ultra, ciò che è al di là delle colonne d’Ercole – si rivela poi una casa come le altre, che nasconde solo un vecchio prossimo alla morte tormentato dalla perdita dei figli durante la prima guerra mondiale. Così la fantasia di un bambino costruisce un mondo a parte, inesistente, ma comunque vivido e lucido, in grado di condizionare tutto il resto.

Con Quattro soli a motore, Pezzoli riesce in questo suo intento di voler indagare quel periodo storico di un individuo in cui si formano la sua personalità, i suoi incubi ricorrenti, la sua morale – tutti elementi che, variati ed evoluti, torneranno e ritorneranno sempre nella vita. L’infanzia contiene in sé il fascino perverso di un carattere in germe: tutto ciò che in questo momento va storto tende a ripresentarsi, se non curato tempestivamente, nella vita adulta: è questa la terribile realtà che sta dietro a quello che, generalmente, è considerato il periodo più “tranquillo” della vita di una persona ma che, in realtà, nasconde la potenza (in senso aristotelico) del disastro esistenziale. E riuscire a raccontare con questa fermezza di spirito quel periodo è qualcosa che merita decisamente un inchino… nonostante la “truffa” (pur ardita) che vi sta dietro.

“Divorzio all’islamica”, di Amara Lakhous

Divorzio all’islamica a viale Marconi (E/O, 2010) è il secondo romanzo in italiano dello scrittore, antropologo e giornalista algerino Amara Lakhous. Il primo è stato pubblicato, sempre da E/O, nel 2006, ed è il famosissimo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Proprio come la sua prima opera in italiano, anche questo testo si concentra su tematiche fondamentali della nostra Italia multiculturale, quali l’integrazione, i pregiudizi razziali e religiosi, le difficoltà degli immigrati. E lo fa, ancora una volta, mescolando i punti di vista, alternando le narrazioni fra personaggi italiani e stranieri, smascherando molti dei pregiudizi (e questo è il punto di forza dell’autore Lakhous) che anche gli stranieri nutrono verso gli italiani.

Divorzio all’islamica vs divorzio all’italiana

La narrazione di Divorzio all’islamica è divisa fra due punti di vista (a differenza di Scontro di civiltà, in cui ogni capitolo era dedicato a un personaggio diverso, ma tutti riguardavano comunque l’affare dell’ascensore e l’omicidio del Gladiatore), quello di Christian/Issa e quello di Safia/Sofia.

Christian è un poliziotto siciliano che viene reclutato dai servizi segreti italiani per smascherare una cellula terroristica legata ad Al-Qaeda e che opererebbe, secondo le informazioni, attorno a Little Cairo, una delle tante attività gestite da immigrati per immigrati in cui è possibile telefonare all’estero, fare fotocopie e seguire programmi locali come Al-Jazeera. Christian dunque deve fingersi Issa, un immigrato tunisino, e infiltrarsi nella comunità islamica di viale Marconi. Questo almeno ufficialmente: nella realtà si scopre che il capitano Giuda (nome in codice del comandante dell’operazione) ha messo in scena una grande farsa per “testare” le abilità d’infiltrazione di Christian e di altri agenti, così da poter creare una vera e propria task force per future operazioni.

L’altra scena è dedicata alla situazione familiare/esistenziale di Safia (che tutti chiamano Sofia), un’immigrata egiziana che ha sposato, suo malgrado, un uomo molto osservante della religione musulmana (sebbene poi quest’uomo si faccia chiamare Felice e lavori come pizzaiolo in un ristorante gestito da italiani). Il divorzio all’islamica è proprio quello fra Sofia e Felice. La donna, ripudiata già due volte per motivi futili, viene verso la fine del libro ripudiata una terza volta durante una discussione altrettanto futile: Sofia, di nascosto dal marito, persegue infatti il suo sogno di lavorare come parrucchiera ma, quando il marito scopre i soldi che lei conserva per dare una mano alla famiglia rimasta in Egitto, la ripudia. Secondo le leggi islamiche, dopo il terzo ripudio il divorzio è ufficiale. Per far sì che la coppia si ricongiunga, la donna deve sposare un altro uomo musulmano e consumare il matrimonio; solo a quel punto potrà tornare dal marito.

Le due storie si intrecciano quando Issa, nel suo tentativo d’infiltrazione, entra separatamente in contatto con Felice, col quale stringe una sorta di amicizia, e con Sofia, della quale si innamora. E dopo il divorzio è proprio Felice a proporre Sofia in sposa a Issa, generando problematiche relative alla situazione familiare di Christian/Issa (che ha moglie e figli a Mazara del Vallo).

E poi? Ecco, qui la narrazione finisce, e questo è proprio il momento adatto per trattare il punto debole (debolissimo) di questo romanzo: sembra che manchi il finale, o meglio sembra che ci sia un buco nella trama relativo al finale. L’ultimo capitolo, dedicato a Issa, vede infatti l’emersione della farsa relativa all’indagine. Il libro si conclude in questo modo:

«Giuda, mi pare di avertelo già detto: sei un vero bastardo!».
«Lo so. Per questo mi faccio chiamare Giuda e non Issa come te! Insomma, che mi dici? Vuoi lavorare con me?».
«Ci devo pensare».
«Dicono tutti così prima di accettare! Però devi far presto, tunisino. Siamo in piena guerra al terrore».
«War on Terror? Ma non diciamo minchiate!».

“E allora? Allora niente” (citando la frase ricorrente di Sofia). Il testo non ci dice niente di più sulla vita di Sofia e Felice (si riconcilieranno, o lei tornerà donna libera in una comunità italiana?); non ci dice niente su come si comporterà in futuro Christian/Issa (che, per questo lavoro, ha tradito la moglie e commesso più di un reato); non ci dice niente sugli altri personaggi, che più che personaggi veri e propri sembrano caricature stereotipate (ma questo, almeno, rientra forse nelle intenzioni dell’autore).

Se quello che sembra un enorme buco di trama (o una grande fretta di concludere la narrazione, nonostante i cinque anni di progettazione del libro, come si legge dopo l’ultima battuta: 2006-2010) è un elemento decisamente negativo del romanzo (e non si riesce a pensare a qualche altro elemento metanarrativo, come ad esempio il voler mostrare l’incertezza del periodo storico, o il voler lasciare il finale aperto), tanti sono quelli positivi. Come già in Scontro di civiltà (e il paragone è inevitabile), Lakhous snocciola, fra una narrazione e l’altra, descrizioni interessanti di due tipi: 1) sociale; 2) culturale.

Il primo riguarda lo spaccato sociale che investe gli immigrati italiani. Lakhous ci porta nei luoghi della mancata integrazione, come la pizzeria dove i camerieri sono italiani ma i pizzaioli e i lavapiatti sono immigrati (così che i clienti non possano entrare in contatto con i secondi); ci porta nei luoghi dello sfruttamento dell’immigrato, come la casa dove vivono, in nero, una decina di persone in condizioni igieniche pessime (e qui l’autore fa il paragone azzeccatissimo con gli studenti universitari); ci porta nei capannoni industriali riciclati a moschee, fra le strade di una Roma che ancora non accetta il diverso. E lo fa con estremo disincanto, come se il sogno di una società multietnica fosse svanito prima di realizzarsi.

Il secondo tipo di narrazione viene messa in bocca a Sofia, la quale racconta, da immigrata, le differenze religiose e culturali fra il mondo musulmano e quello cristiano, fra il Medio Oriente e l’Occidente più vicino. E Sofia racconta delle tradizioni e delle contraddizioni di un Islam spesso male interpretato e che, perciò, crea attriti e frizioni con un cristianesimo a sua volta molto “personalizzato”. Racconta degli episodi di razzismo e xenofobia in cui s’imbattono molti immigrati quotidianamente, racconta dei dubbi che l’apertura alla modernità necessariamente porta (perché la poligamia è solo maschile? Perché le donne devono portare il velo? Perché la circoncisione maschile è accompagnata da festeggiamenti mentre quella femminile è turpe e vergognosa?). Sofia, reietta nella società musulmana, trova in quella occidentale (più tollerante, almeno in superficie, nei confronti delle donne) una sorta di via di fuga.

Ed è nelle parole di Sofia che si trova il compimento di questo (pur dimidiato) bel testo:

In Italia non c’è futuro! Queste parole mi preoccupano molto. Penso automaticamente a mia figlia Aida, al suo futuro. Gli italiani lasciano l’Italia per cercare fortuna altrove! Ma noi immigrati veniamo qui per lo stesso identico motivo! E allora? Allora niente. C’è qualcosa che non funziona. Un paese per turisti, non per lavoratori. Giulia ha detto: L’Italia è come Montecarlo!. Mi incuriosisce molto questo paragone. A Montecarlo ci sono i casinò, dove si gioca d’azzardo. Mi viene spontaneo chiedere: l’immigrazione non è in fin dei conti una forma di gioco d’azzardo? Vincere tutto o perdere tutto?

“La resistenza del maschio”, di Elisabetta Bucciarelli

La resistenza del maschio (NN editore, 2016) della scrittrice e autrice teatrale milanese Elisabetta Bucciarelli (Corpi di scarto, Dritto al cuore, L’etica del parcheggio abusivo) è un romanzo frammentato: da una parte abbiamo la storia di un Uomo e del naufragio del suo matrimonio con la Donna; dall’altra ci sono le vicende di una ragazza, di una femmina e di una donna.

Le due storie sono separate temporalmente, spazialmente e stilisticamente ma, al contempo, intimamente legate, seppure gli indizi di questo legame siano labili e lascino spazio a dubbi.

La resistenza del maschio: la vita dell’Uomo, la vita della Donna

L’Uomo – il cui nome non viene mai fatto, perché il nome non è mai importante quando il singolo rappresenta una collettività, o meglio, come in questo caso, una categoria di persone – ha una vita fatta di ruoli: è un Lavoratore, ossia un professore universitario; è un Marito, sposato con la Donna Marta; è un Maschio, alla ricerca della Femmina Effe; è un Amico. L’unico ruolo che manca a quest’uomo è quello che la società occidentale generalmente impone come naturale prosecuzione della catena nascita → crescita → accoppiamento → riproduzione: il ruolo del Padre.

L’Uomo non vuole figli, la Donna invece sì. Intorno a questa scelta fondamentale nella vita umana, e così scontata, così banale fino a qualche decennio fa, ruota il dramma che si va profilando nella Resistenza del maschio: la Donna/Moglie/Madre-in-volontà (o almeno Madre-in-potenza) tenta in tutti i modi di sfondare le resistenze dell’Uomo/Marito/Padre-in-nolontà, senza riuscirvi. Intorno a questa dicotomia volontà/nolontà si svolge il gioco dei ruoli e, al contempo, la lotta dei sessi: da una parte chi vede nel figlio (anzi: nel Figlio) il compimento della Vita; dall’altra chi riesce a trovare nell’esistenza così com’è, scevra di una progenie, il senso ultimo della Vita stessa. In questo scambio di battute è esemplificata tutto questo:

«Cos’è successo stanotte?» gli chiede la Moglie.
«Ti è piaciuto?» domanda lui.
«Vedi» continua la Moglie, cercando il pacchetto di sigarette «stanotte sarebbe stato un concepimento perfetto, magari è successo, chi può dirlo».
«Stanotte è stato bello anche se non è avvenuto alcun concepimento» risponde lui. «Non riesci mai a vedere le cose positive che succedono. Dovremmo imparare a stare di più nelle cose positive».

E non a caso ne La resistenza del maschio viene addirittura tirato in ballo Nietzsche (un altro uomo che ha resistito, a suo tempo, alle pressioni familiari e sociali che riguardavano la paternità) quando viene affermato che “ciò che è decisivo si compie nonostante tutto” (questa frase si trova in Ecce Homo, nella sezione dedicata a Così parlò Zarathustra). E decisivo, nella vita dell’Uomo di Bucciarelli, è che la nascita del figlio non si compia.

Tuttavia questa scelta di non voler avere una prole non è da vedersi come un atto di puro egoismo, ossia un atto di egoismo verso la specie, bensì un atto di negazione solo verso la Donna/Moglie/Madre-in-volontà: l’Uomo, sebbene non voglia figli, e arrivi a un certo punto addirittura a ricorrere alla vasectomia per evitare problemi, più di una volta ha donato sperma alla banca del seme gestita dall’Amico, così da realizzare, almeno in potenza, il desiderio di altre Donne (fra parentesi, è proprio la scoperta di queste donazioni a far esplodere, e non solo scoperchiare, il vaso di Pandora e a portare verso l’epilogo la relazione fra Uomo e Donna).

Si possono avere opinioni su diverse cose in una coppia senza che la coppia stessa vada a frantumarsi; ma su una questione così fondamentale come la filiazione, se non c’è incontro la coppia è destinata a frantumarsi. E così accade nella Resistenza del maschio.

 

La lotta della femmina, la resistenza del maschio

Il secondo quadro si svolge in uno studio medico in cui lavorano un dermatologo, un ginecologo e uno psicologo. Ma i medici non si fanno vedere per diversi motivi, e l’attesa diventa spunto per una discussione a tre che ha al centro la figura del maschio; un maschio che non è più Uomo, non più simbolo universale del genere maschile, ma è proprio quel singolo essere umano. Qui  infatti compaiono i nomi propri delle tre donne: Marta, Silvia e Chiara.

Ci vuole un po’ a capire che rapporti ci siano fra queste tre donne, ma col tempo, e con sottilissimi indizi, Bucciarelli ci porta a capire che Marta è proprio la Moglie dell’Uomo di cui prima che oggi, in questo futuro imprecisato rispetto all’altra storia, è ricorsa alla fecondazione assistita per diventare Madre (non più Madre-in-potenza ma Madre-in-atto). E l’ha fatto andando nello studio di quell’Amico che, nell’altra storia, ha aiutato il Marito con la vasectomia. Sorge addirittura il dubbio, mai però confermato, che il seme che Marta riceve possa essere proprio quello del marito.

La seconda donna è Chiara, sposata, con un figlio (è proprio lei a spiegare a Marta cosa voglia dire fare un figlio: «Essere capace di stare ferma dietro a una porta chiusa», riferendosi al fatto che il figlio, venuto a trovarla allo studio, resta bloccato dietro la porta a causa di un blackout). E nonostante una vita apparentemente felice (quella desiderata da Marta), Chiara intrattiene una relazione con un altro uomo: una relazione sfuggente, fatta di indizi, insinuazioni, messaggi, una sorta di amore platonico (o, usando una terminologia più contemporanea, un amore di tipo sapiosessuale, fondato sul desiderio intellettuale). Marta e Chiara però non sanno (non possono sapere) che l’uomo a cui sono legate con un filo rosso è lo stesso:

«Come si chiama il tuo cavaliere errante?».
[…]
«Emme, lo chiamo con la sua iniziale».
[…]
«Anche il mio ex comincia per Emme» dice Marta, prima di lasciare la sala d’attesa «ma la mia è tutta un’altra storia».

C’è infine Silvia, e anche lei è “incastrata” in una relazione sfuggente. Ma lei, a differenza di Marta, non è sposata; lei, a differenza di Chiara, non ha figli. Silvia è libera ufficialmente, legata solo da un amore che non la soddisfa perché troppo evanescente. E l’insoddisfazione per questa storia nasce dalle premesse. Dice infatti Silvia, proprio all’inizio del romanzo: «A me succede così, se uno è bravo io lo voglio. Stima, fascino non c’entrano: deve essere capace, saper fare le cose. Lui è diventato un ossessione. Non so riesco a spiegarmi».

Anche qui viene il dubbio che il maschio che sta dietro a tutto sia lo stesso, e che Bucciarelli abbia messo in scena, in un possibile e beckettiano teatro dell’assurdo, una situazione paradossale in cui tre donne si ritrovano bloccate nello stesso clautrofobico spazio-tempo a parlare dello stesso maschio/uomo che le ha bloccate nella stessa claustrofobica situazione sentimentale.

Quale che sia la verità su questo specifico elemento narrativo, La resistenza del maschio è un libro che offre delle prospettive allargate sui generi contemporanei. Pur restano nella classica dicotomia uomo/donna, abbiamo dei ruoli capovolti: è qui la femmina nel ruolo di predatrice, a inseguire un maschio che sfugge, che scappa, che resiste a tutti i costi all’inglobamento all’interno di categorie già-date da una società (quella umana) che si fa sempre più liquida e che (mutando semanticamente il senso di questa parola) liquida appunto i ruoli prestabiliti. La Donna non ha più bisogno dell’Uomo per essere Madre; la femmina, nel senso più animale del termine, può essere cacciatrice, e ritrovarsi a “conquistare” in qualche modo il maschio, “costretto” alla fuga per rimanere libero.

L’Uomo, infine, ha rinunciato alla completezza, alla perfezione a tutto tondo. Con grande coraggio oltrepassa l’Uomo dell’Ottocento, si volta appena a guardare quello del Novecento, e afferma: «L’Uomo lo sa, la sua identità è nella mancanza, l’oggetto assente, la ricerca infinita». La resistenza del maschio e dell’uomo inizia da qui, dall’assenza.

Perché “La scuola cattolica” ha conquistato lo Strega

L’8 luglio scorso, nella cornice dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il presidente di seggio Nicola Lagioia (già vincitore del Premio Strega 2015 con La ferocia, edito da Einaudi), e Tullio De Mauro, presidente della Fondazione Bellonci, hanno proclamato vincitore del LXX Premio Strega La scuola cattolica di Edoardo Albinati, edito da Rizzoli, con 143 dei 395 voti espressi.

Perché La scuola cattolica ha “stregato” tutti

La scuola cattolica è un libro è composto dalla bellezza di 1.294 pagine. Una lettura impegnativa, ostica, difficilmente digeribile e assolutamente controcorrente rispetto alla tendenza contemporanea (non solo) italiana di puntare su scritti solitamente più agili e brevi, taglienti (anche se c’è da dire che 1.294 pagine sono tante in generale, e rari sono i casi nell’intera storia della letteratura). Allora perché La scuola cattolica è riuscita a strappare il primo posto in questa settantesima edizione del più prestigioso premio italiano, superando testi altrettanto favoriti (almeno secondo i rumors) come Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax) o Conforme alla gloria di Demetrio Paolin (Voland)?

Partiamo allora dalla trama per dare una prima risposta: Albinati racconta, almeno in prima battuta, delle vicende che hanno condotto al (tristemente) rinomato massacro del Circeo del 1975, durante il quale Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira hanno violentato, seviziato e massacrato Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Albinati parte proprio dagli ambienti in cui i tre ragazzi sono cresciuti: la scuola cattolica (appunto) maschile San Leone Magno e le strade del quartiere Trieste di Roma. Da qui, da queste vicende che l’autore/protagonista ha vissuto in prima persona in quanto compagno di scuola dei tre, il romanzo/saggio/confessione prende strade diverse, contorte e variegate, arrivando a toccare temi quali la famiglia, l’educazione cattolica, il rapporto col sesso; tutte questioni legate inestricabilmente tra loro e, al contempo, a un altro grande ceppo tematico: la società italiana del secondo dopoguerra, quella società in cui sono cresciute e si sono formate tutte le figure rilevanti che, nel bene o nel male, hanno contato e contano nell’Italia contemporanea.

L’Italia degli anni Settanta – che poi è anche l’Italia degli anni di piombo, quella in cui si formano le compagini di attività criminali come la Banda della Magliana, quella delle Brigate Rosse, quella in cui emerge con chiarezza il problema mafioso che solo uno o due decenni più tardi porterà alle stragi di Falcone e Borsellino e a Mani Pulite – è anche e ancora questa Italia, quella con cui facciamo i conti oggi. Anche se questi temi vengono solo toccati da Albinati, che ci concentra su altre vicende (quelle, appunto, legate al massacro del Circeo), è bene tenere a mente, per comprendere la grandezza e al contempo la complessità di questo testo, che tutti questi eventi così importanti nella storia del nostro Paese si sono formati nel medesimo calderone.

Al di là dei temi, poi, c’è da dire che il modo in cui Albinati ha scritto è parte integrante del “segreto” del suo successo al Premio Strega: l’autore ha scelto il metodo dialogico, e ha deciso che questo dialogo doveva essere col lettore, al quale si rivolge con maestria per dettare tempi, concessioni, pause e ricompense. Solo in un libro così strutturato l’autore può insistere quanto vuole su certe tematiche, consapevole che il lettore starà al gioco ma solo date certe premesse: «Abbiate pazienza» chiede a noi lettori «se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi».

La scuola cattolica è dunque un libro maestoso e grande; grande nel senso duplice del termine, come volume “tosto” da buttare giù ma, al contempo, che punta molto, molto in alto. Il suo obiettivo è infatti svelare al pubblico (a noi tutti) l’ossatura stessa di questa nostra società contemporanea, figlia ed erede di quel periodo storico in cui il testo è ambientato.

“Zaira”, l’esordio di Carola Baudo

Zaira (Epsil edizioni) è il romanzo d’esordio di Carola Baudo, classe 1989. Il suo è un romanzo molto introspettivo, ma che sfocia anche nel genere sentimentale e di formazione. La storia sembra seguire due trame quasi parallele, che si incontrano in diversi punti ma che, di fatto, sembrano essere autonome. Ciò che le unisce è, appunto, Zaira.

Zaira, una ragazza interrotta

l’autrice Carola Baudo

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Avendo da poco chiuso una storia importante con Davide, si trova, come fin troppo spesso accade, in un periodo di stasi, in cui gli eventi del passato recente e del futuro prossimo si trovano bloccati e sospesi. Studio, lavoro, amicizie, affetti: tutto passa attraverso la ragazza, la quale non riesce proprio a dimenticare questa storia così importante e disperata, una di quelle storie che lasciano il segno, e la cui fine segna sempre o quasi l’interruzione di progetti di vita comune. A sopportare/supportare Zaira nel suo percorso di rinascita c’è l’amica Farah, che non ha mai avuto storie importanti, non si è mai innamorata ma, soprattutto, è molto espansiva, ironica e propositiva. Tutto all’opposto di Zaira che, invece, risulta chiusa, introspettiva e a tratti cupa.

Tutto cambia (o sembra cambiare) quando Farah conosce Paolo e Zaira Stefano. Laddove la prima conosce finalmente l’amore (cosa che la scombussola non poco, portandola a rivedere alcune posizioni su cui ruotava la sua vita), la seconda si ritrova convinta di aver finalmente superato la storia con Davide. Ma così non è: dopo alcuni tira e molla, i due capiscono che la cosa non s’ha da fare; e soprattutto Zaira comprende come, per riprendere in mano la propria vita, sia essenziale affrontare i momenti di transizione da soli; salvo cambiare idea proprio sul finale, nel quale sembra vincere invece una sorta di seconda occasione con Davide.

Zaira, una ragazza frammentata

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Lavora come cameriera per pagarsi gli studi e l’affitto nella capitale. La ragazza infatti è fuggita a quindici anni da una casa in cui vivevano un padre manesco e una madre incapace di reagire. Dopo un periodo insieme ai nonni, Zaira si è ritrovata a Roma, pronta a iniziare una nuova vita; ma segnata, ovviamente, dalle esperienze adolescenziali. Un giorno conosce la sua vicina di casa Giulia la quale, scopre più tardi, è in realtà la sorella. Tramite la nuova conoscenza, infatti, Zaira viene a sapere di essere stata adottata. Si apre così una serie di domande: dovrei conoscere i miei veri genitori? Come dovrei comportarti con chi mi ha adottato?

Grazie a Giulia, dunque, la ragazza riesce a ricostruire parte del suo passato, e in questo modo è in grado anche di affrontare sotto un’altra luce ciò che sta per arrivare: ossia il futuro, gravido di novità.

Un romanzo rapido. Forse troppo

Zaira è un testo interessante che affronta tematiche nient’affatto leggere come le separazioni, l’abbandono, il modo in cui il passato influenza il futuro. È scritto con un stile colloquiale, adatto, per linguaggio e uso del gergo, a una studentessa giovane e di classe media. Quello che lascia un po’ perplesso è la “fuggevolezza” del testo: gli eventi che accadono sono molti in sole 162 pagine, al punto che a volte sfuggono alla vista. Ci sono momenti in cui la narrazione, forse, avrebbe dovuto fermarsi per lasciare spazio alle riflessioni che inevitabilmente si accavallano nella testa di chi sta vivendo certe esperienze.

Due sono le occasioni in cui questa rapidità si palesa maggiormente. La prima è quando Zaira scopre che Giulia è la sorella: «Una doccia fredda sarebbe stata meglio, persino una pistola puntata alla testa lo sarebbe stata. Giulia era mia sorella, ecco perché mi aveva trasmesso qualcosa di strano appena l’avevo vista, e poi mia madre non era mia madre… Insomma, la testa mi scoppiava e non capivo niente. Crollai sul divano, esausta. Tutto quel tempo, tutti quegli anni trascorsi senza sapere nulla. Come avevano potuto nascondere una cosa così? E la mia vera madre? Mio padre? Le domande mi rimbombavano nella mente. Dovevo assolutamente parlare con Giulia».

E poi, dopo il colloquio con la ragazza: «Una volta a casa rimasi a lungo seduta sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, con Pit che mi leccava una mano in cerca di coccole. Avevo una sorella, i miei genitori mi avevano adottata, sembrava un film, non poteva essere reale! Pensieri sconnessi mi affollavano la mente, ero preoccupata per la mia madre adottiva e non vedevo l’ora di saperne di più di quella naturale. Mi feci una tazza di camomilla e tentai di dormire ma immaginavo sarebbe stata una lunga notte».

La seconda occasione è quando la nonna di Zaira scopre lo stesso evento, circa trenta pagine dopo:

«Bene, comunque volevo dirti che oggi vado a Rieti per il weekend con Farah. Te la ricordi Farah? Poi ho conosciuto Giulia, mia sorella, quando ci vediamo ti racconto».

«Tua sorella? Tesoro, non ti capisco. Però sono felice che andate a stare tutti insieme per qualche giorno, vi svagate. Farah me la ricordo. È passato tanto tempo, dovete venire a trovarci, vi faccio quella crostata che vi piace tanto».

Certe rivelazioni sono talmente travolgenti da provocare degli scombussolamenti interiori che non possono in alcun modo risolversi, sulla carta, con poche righe.

Zaira è insomma un bell’esordio: scritto bene, con un’ottima padronanza del linguaggio, sa affrontare tematiche ben precise, attribuendo ai personaggi una propria voce e ricostruendo abbastanza fedelmente la struttura sociale degli universitari contemporanei. Tuttavia una certa fretta e una certa leggerezza nell’affrontare determinate tematiche lo rendono un romanzo che, forse, avrebbe richiesto maggior tempo, sia in termini di lunghezza che di elaborazione.

Sandro Bonvissuto: ‘Dentro’

Dentro (Einaudi 2012) è il libro d’esordio di Sandro Bonvissuto, classe 1970, romano laureato in filosofia, scrittore dalla personalità magnetica.

Sandro Bonvissuto: l’esistenza di un singolo uomo

Il testo è suddiviso in tre racconti lunghi accomunati dalla prima persona, il cui scopo è ripercorrere tre tappe fondamentali della vita di un individuo unico e irripetibile pur nella sua quotidiana banalità.

Il primo racconto, il più lungo, più articolato e meglio scritto dei tre, dal titolo Il giardino delle arance amare (ma avrebbe potuto chiamarsi direttamente Dentro, perché questo internamento è il leit motiv del testo) porta il lettore all’interno di un carcere dove il protagonista si trova rinchiuso per un reato che probabilmente non ha commesso e che al lettore non è dato conoscere. Qui seguiamo lo scorrere lentissimo dei giorni dentro una struttura che niente ha di umano e che, decisamente, non è fatta a misura d’uomo. Bonvissuto, più che narrare una storia, racconta frammenti di immagini carcerarie da cui trae spunto, da laureato in filosofia qual è, per parlare dei massimi sistemi. L’elemento fondamentale di questo primo racconto lungo è proprio questa “astrazione coi piedi per terra”, tratto fondamentale della persona e dello scrittore Bonvissuto. Pur rimanendo, sia nell’uso del linguaggio sia nelle tematiche, nel mondo reale fatto di muri, di odori, di pelle e polvere, l’autore trascina il lettore in lunghe e appassionate riflessioni sul tempo, sullo spazio, sulla vita e sulla morte. Riflessioni per nulla banali, e ottimamente contestualizzate nell’elemento “carcere”. Qui, infatti, dentro questo posto, lo spazio e il tempo assumono caratteristiche peculiari. Riguardo il primo elemento, il passo che segue descrive bene in poche righe l’alienazione di un luogo fatto appositamente per escludere, per separare chi sta fuori (i buoni, i cittadini, gli umani) da chi sta dentro (i cattivi, i fuorilegge, i non-completamente-umani): «Alla fine delle scale c’era un’altra porta; la superai ma ero sempre dentro. Ancora controlli. Altra gente. Vidi una porta più piccola che dava su un posto all’aperto. Uscii, però mi ritrovai sempre dentro.»

Il secondo elemento, il tempo, viene trattato ancora più intensamente: viene riportato alla sua forma originaria, strappato allo schematismo tipico di chi vive in società, fatto di secondi, minuti e ore. Il tempo assume per l’essere-umano-dentro la forma originaria dell’alternarsi di giorno e notte:

«Lì dentro contavano solo i giorni. Dovrebbe essere così ovunque, pensai. L’unica misura valida del tempo dovrebbero essere i giorni, appunto. Tutti gli altri parametri dovrebbero essere considerati quello che sono: convenzioni sociali. Invenzioni. Gli esiti deliranti del perenne tentativo dell’uomo di dominare in qualche modo la sua più grande ossessione: il tempo. […] La vita è i giorni; non le ore né gli anni.»

Altre tematiche fondamentali di questo primo racconto riguardano la giustizia, le condizioni dei carcerati, i rapporti umani che si stabiliscono fra individui che, al di fuori di una struttura contenitiva/punitiva come il carcere, mai sarebbero entrati in contatto fra loro. Rancori, odi, affetti, contrasti, tutto in questo luogo al di fuori del mondo e del tempo (eppure al contempo dentro il mondo e il tempo) risulta distorto, contorto, piegato/piagato da un elemento ineluttabile: il fatto che lì dentro bisogna starci per forza, a prescindere dalla propria volontà, dai propri bisogni, dalle proprie impellenze; da ciò che fuori, là dove la vita prosegue ignara di quegli individui, c’è in serbo proprio per quegli individui.

Il secondo racconto si intitola Il mio compagno di banco, e qui l’autore torna indietro nel tempo (anche in termini di linguaggio si passa al passato remoto) affrontando tematiche legate ai ricordi, all’amicizia e, soprattutto, alla formazione dell’identità personale. Il protagonista, alle soglie dell’adolescenza, si ritrova catapultato in una scuola superiore nuova, dove non conosce nessuno. Il caso lo porta al banco insieme a un ragazzo che, da quel singolo e preciso incontro, diventa per tutto l’anno il suo migliore amico. La singolarità individuale si spezza in quel momento, e l’uno si fa due: la dimensione della persona si amplia, si modifica, si tende verso l’esterno a inglobare quell’altra singolarità individuale che è l’altro da sé. I due amici fanno tutto insieme, e arrivano al punto di voler chiedere alla stessa ragazza di stare con entrambi – perché loro sono uno, sono la prima persona, sebbene al plurale: “noi”. La difficoltà di questo periodo storico sta nel rischio di perdersi: «A forza di stare uno vicino all’altro, avevamo smarrito inconsapevolmente e per sempre le nostre rispettive identità a vantaggio di una nuova dimensione collettiva e duplice. Per questo dovevamo muoverci con circospezione, per non allontanarci troppo l’uno dall’altro.»

Una fusione, dunque, quasi in grado di scardinare una delle basi della filosofia occidentale classica: il principio d’identità e non contraddizione. Questa fusione azzardata è proprio tipica, infatti, del periodo adolescenziale, quello in cui, non a caso, si instaurano i rapporti più intensi con altri individui. Rapporti che, inevitabilmente, creano conflitti tramite i quali si dovrebbe arrivare a una forma superiore di consapevolezza di sé.

Il terzo e ultimo racconto, Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, tratta a suo modo sempre il tema dell’identità. Stavolta il protagonista è bambino – ha sei anni circa – e si trova in difficoltà perché i suoi amici sanno andare in bici e lui no. Il bambino si trova davanti al primo “grande” ostacolo della sua vita, ossia l’apprendere qualcosa che non sembra poter venire appreso per semplice osservazione e imitazione. Il dramma della non accettazione e dell’incapacità di fronteggiare da solo questa situazione porta il bambino a chiedere aiuto al genitore, una figura fondamentale in questo periodo ma assolutamente confusa. I “grandi”, infatti, sono ancora una volta l’altro da sé, ciò che ancora non si è, ciò che è perfetto e onnisciente: l’incarnazione più simile a quel vago concetto astratto della divinità. E proprio il padre – quello stesso padre che, freudianamente, qualche anno più tardi diventerà punto di contrasto – arriva in questo momento storico a risolvere il problema nel modo più semplice. Bellissimo e intenso il dialogo fra padre e figlio:

– Dimmi solo che devo fare.
– Non lo so figliolo, nessuno lo sa.
– Pensi che ce la farò?
– Diciamo che è probabile, ma non è sicuro.
– Mi aiuterai?
– Non posso, la solitudine è una condizione indispensabile.
– E che farai?
– Starò qui, e sarò testimone dell’incredibile.

Questi tre racconti che formano il libro Dentro, apparentemente legati solo dalla prima persona narrante, sono invece tasselli fondamentali per conoscere tre momenti diversi e nodali della vita di una persona. Sebbene solo nel primo racconto siamo effettivamente “dentro”, negli altri due assistiamo a ciò che avviene all’interno di un individuo, i cui confini spaziali sono determinati dall’esistenza della pelle (che separa il fuori dal dentro), mentre quelli temporali sono dati dalla memoria, fonte primaria dell’identità personale.

In questo modo, con un linguaggio coerente e lirico, ma mai troppo astratto né patetico, Bonvissuto ci porta dentro il mondo di questo singolo essere umano che noi tutti siamo.

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