“C’è chi”, la realtà secondo Wislawa Szymborska

Wisława Szymborska è stata una delle più illustri poetesse del 900′, tanto da ottenere il premio Nobel nel 1996 nonché una delle più insigni e rappresentative della sua terra, la Polonia. Nasce a Kòrnik, un piccolo paese della Polonia centrale nel 1923, all’età di otto anni, assieme alla famiglia si trasferisce a Cracovia, città che le rimarrà impressa per la vita. Riesce a sfuggire alla deportazione in Germania, e riesce a compiere studi seppure irregolari in Polonia.

Wislawa comincia a pubblicare i suoi lavori nel dopoguerra e incontra le prime difficoltà con la censura socialista dell’epoca, a cui aderisce e in cui si impegna politicamente fino al 66′. Nella sua vita pubblica opere di notevole importanza artistica e che riscossero anche un grande successo come ad esempio Dwukropek (Due punti) datato 2005, che ne fanno un autrice imperdibile per qualunque appassionato di letteratura.

La poetica di Wislawa viene spesso riassunta in poche parole: stupore, ironia, fremito e meraviglia. Inoltre nelle sue poesie è facile scovare nel linguaggio semplice e diretto, temi di carattere filosofico-esistenziale, che toccano l’umanità in ogni aspetto, collettivo o personale, facendo della poesia di Wislawa una delle più umane di questo secolo, perché comunica a tutti e comunica di tutti.

C’è chi è una poesia della raccolta postuma Basta così,  la quale si presenta come una meditazione sul carattere assolutista del determinismo e sulla pressante voglia di stilizzare e definire tutte le cose univocamente; volendo effettuare un parallelo con un altro autore del 900′, C’è chi si presenta come un’osservazione sagace sulla realtà dell’umanità come Io temo tanto la parola degli uomini di Rilke. In effetti le due poesie hanno in comune la stessa febbre e rabbia, ovvero la prepotenza degli uomini che credono di poter decidere del mondo o che credono di dover sapere come esso sia stato deciso. Ovviamente i testi nelle idee e nelle espressioni, oltre che nel fine si discostano notevolmente.

C’è chi

C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

La poesia comincia con un ritratto freddo e preciso. La persona o meglio l’atteggiamento di cui si parla è un atteggiamento solenne, apparentemente di libertà e di altissima risonanza interiore, è un atteggiamento di pregevole sicurezza, perché ogni cosa è al suo posto e tutto è in ordine, sembra quasi un idillio nell’odierna società divora-uomini, trovarsi a provare queste cose.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

La capacità e la forza di questo “uomo” è anche futura oltre che pregressa, non ha problemi ad adattarsi alle più svariate situazioni.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Il superfluo viene gettato via, come in una macchina perfetta, creata appositamente, e le verità non sono discutibili, non possono essere smentite e le persone ignote o quelle da non ricordare vengono sistematicamente eliminate, ma sempre con ordine.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.

La poetessa ora comincia a delineare qual’è la debolezza di questo atteggiamento. La persona in questione pensa quel tanto che serve a non smentirsi da solo perché sa bene che la sua vita è vuota. In questo atteggiamento si svela la sua profonda fragilità: ella non può pensare, perché il pensiero diverrebbe il canale della verità e del risveglio, mentre ella preferisce un torpore onesto che dà una sottile gioia di ozio e la sottomissione a uno stile di vita assoluto e non vario, fisso e non variabile.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

Questa persona opera un ragionamento lucido e distaccato, sa che dovrà morire e come dovrà andarsene. Non teme la morte perché la pensa come una porta obbligatoria e non la contempla più di quel che è, il licenziamento dalla vita.

A volte un po’  lo invidio
– per fortuna mi passa.

In questi ultimi versi la poesia di Wiaslawa si carica di un giudizio solenne e ironico, il marchio della poetessa, che diventa derisione e insieme canto di rivendicazione per la propria vita.
Tutta la sicurezza, la freddezza e la preparazione metodica al mondo, fanno di questa fantomatica persona l’ideale di uomo da seguire, per il coraggio che mostra ma che in fondo non sa cosa sia, per la vita che vive ma non possiede e per la sua risolutezza assoluta.

Ed è proprio qui che l’autrice polacca prende le distanze, ella preferisce il dubbio all’assolutismo che è sempre vuoto e insipido di conoscenza. Preferisce avere qualche ripensamento, tremare alla vista della morte, rimpiangere gli amici persi, preferisce vivere. E quando si ricorda di questo, ella ricorda che c’è chi, semplicemente non vive. E il giudizio che la poetessa da a queste persone è feroce: per fortuna mi passa, per fortuna non sono come loro.

Si presentano dunque due casi distinti ed un ammonimento. La distinzione è operata tra chi vive sopravvivendo e chi sopravvive vivendo. La poetessa critica aspramente i primi, infatti essi cercheranno sempre di trovare via di fuga  al dolore, per il loro mestiere assoluto di sopravvivere e li critica nei comportamenti e nella paura, nel rifugio alla cieca certezza e nel vendersi ad un assolutismo che non muta. Mentre i secondi invece vivranno il dubbio perché esso è insito nella vita stessa degli uomini e ne rende tutte le cose più vive, perché essi vivono come tesi tra due estremi inconciliabili e seppure appariranno più turbati, più preoccupati e apparentemente meno felici, essi saranno i più vivi e saranno coloro che quando sapranno rispondere, quando avranno i metodi, sarà perché hanno cercato la risposta e non perché l’avranno solo accettata.

“I fiori vengono in dono e poi si dilatano”, viaggio nel mondo di Amelia Rosselli

Amelia Rosselli (1930-1996) è una poetessa unica nel suo genere. Aploide, disimpegnata e acattolica,  in pieno contrasto con l’Italia del suo tempo. La Rosselli nasce a Parigi nel 1930 da Carlo Rosselli, esule italiano e fervente idealista anti-fascista che viene assassinato, assieme al fratello, quando Amelia ha appena 7 anni.

Dopo la morte del padre e dello zio, per Amelia comincia una vita “nomade”, che la vede prima in Svizzera, in America e infine anche in Inghilterra, dove studia musica, letteratura e filosofia. Scopre l’Italia a sedici anni e vi si trasferisce permanentemente. Questo “ritardo” e questa vita da esule, lontana dal suo paese, danno alla donna una forte componente aploide, che resterà presente nelle sue opere successive.

In Italia collabora con varie riviste e lavora a varie traduzioni di autori stranieri, conoscendo intellettuali come Rocco Scotellaro, Carlo Levi e Pasolini. Comincia anche a pubblicare alcuni suoi lavori, come Variazioni belliche (1964), Serie ospedaliera (1969), Documento (1966-73). Nonostante questa fecondità letteraria ella in questi anni è turbata dalla morte della madre (1949) e da alcune vicissitudini biografiche che la porteranno a numerosi e continui esaurimenti nervosi. Fino alla fine della sua vita, nel 1996. Tra le sue opere ricordiamo: Sleep. Poesie in inglese (1992), La libellula (1985).

L’unicità della poetessa è da ricondursi oltre che alla sua storia e alla sua vita all’insegna della letteratura e della poesia, alla fondamentale caratteristica della sua opera. Il suo plurilinguismo e la sua voglia di infondere in ogni opera la musicalità e comporre una poesia come se si stesse componendo un opera musicale. Infatti si può cogliere il peso degli studi giovanili che ritorneranno sempre sotto vari aspetti nella sua variegata opera.

I fiori vengono in dono e poi si dilatano, è una poesia della raccolta Documento, e si presenta come un’osservazione e un’interpretazione della bellezza della vita e del mondo, con un pessimismo ed un amarezza sottile e cosmica:

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

I fiori rappresentano un dono da fare, un dono semplice e immediato, che però riveste una profonda importanza. Il fiore viene dalla terra e della terra ha il sapore e la consistenza, così come l’uomo. Poi si dilatano perché sbocciano o perché appassiscono forse. E noi con la nostra sorveglianza, con il nostro contemplarli, facciamo silenzio nella loro vita e nella loro essenza, rendendoli semplici doni e scordandoci che essi sono anche esseri, così come può accadere con gli uomini.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

L’iniziale riflessione sull’allegria di ricevere un dono così semplice, ma prezioso, va sbiadendo nella triste constatazione del dolore del mondo, il mondo è un dente strappato, e il tempo passa senza neanche sentirlo sulla pelle, cambia i nostri volti senza nemmeno toccarci. E la pioggia diventa sterile, perché uccide i fiori e con essi la felicità.

Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.

Qui il parallelo viene fatto per l’amore, il tempo tipico dei fiori, della felicità e della tristezza. Nella nostra fragilità, nei nostri semi distrutti che tentiamo di unire con altri semi distrutti per rinascere, si traduce il verso “rubare il cuore di un altro per servirsene”, infatti  allo scopo di ricreare quell’iniziale felicità tipica dello sbocciare, del tempo in cui si è finalmente completi, si cercano altri fiori con cui combinarsi.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

La speranza è un danno che segna indelebilmente l’anima, infatti nel desiderio di avere e nell’impossibilità di avere si prova un’infelicità che smorza ogni possibile risvolto positivo di cui si parla nella terza strofa e le monete, che rappresentano la materialità, suonano come vuote e crude nella freddezza della nostra mano ormai inumana, che non sa cosa farsene delle monete, di questa superficialità che non ci appartiene.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Il mostro, la paura, viene immaginato come appartato in una stanza d’albergo, e nei boschi sembrano esserci pericoli inesistenti. Quasi a delineare un contrasto tra l’apparente sicurezza di una camera d’albergo, comoda e tranquilla e i boschi, che sembrerebbero essere oscuri e pieni di mostri. Il nido del terrore, del “mostro” però è nella camera d’albergo, perché il mostro siamo noi stessi e la nostra irrefrenabile irrequietudine, la negazione della nostra ancestrale componente animale.

Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

L’amarezza ora diventa personale. La bugia coltivata nelle varie strofe precedenti esce fuori e si proclama. La poesia era diventata solo un trucco per la poetessa, che si riscopre morta, falsa e le viscere vengono spazzate via da ciò che è diventato reale e non fittizio cioè la scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

Il giudizio finale è profondo e aspro. Il mondo è poca cosa, è banale e sono poche le grandi cose che ha e pochi i grandi ideali che vi sono, sono pochi ed anche ottusi, che non sentono ragioni, il mondo in pratica non cambierà mai.

“La sera” vista da Rilke e Cardarelli: due poesie a confronto

POESIE A CONFRONTO-RILKE E CARDARELLI

Seppure le due poesie siano profondamente diverse, nel senso e nei contenuti, la tiepida presenza della sera in entrambe viene celebrata con viva sapienza e trattata secondo esigenze comunicative diverse, ma allo stesso tempo affini.

La sera – Rilke
Come una indefinibile fata d’ombre…
Vien da lungi la Sera, camminando
per l’abetaia tacita e nevosa.
Poi, contro tutte le finestre preme
le sue gelide guance e, zitta, origlia!
Si fa silenzio, allora, in ogni casa.
Siedono i vecchi, meditando. I bimbi
non si attentano ancora ai loro giochi!
Le madri stanno siccome regine.
Cade di mano alle fantesche il fuso.
La Sera ascolta, trepida pei vetri:
tutti, all’interno, ascoltano la Sera.

La sera vista da Rilke è una sera celebrativa, mistica e intensa. Lo stesso verso iniziale rivesta la sera di una mitica e favolistica bellezza, la sera viene vista come una fata d’ ombre, un essere silenzioso, splendidamente oscuro che viene da lontano camminando. Il poeta crea un paesaggio, quello di un’abetaia nevosa e silente, che è la patria della sera, ad inserire la nascita della sera nello spazio più che nel tempo.

Poi la sera entra nello spazio degli uomini e preme sulle finestre per ascoltarli, ad impicciarsi di quelle vite che sempre vede stanche e assonnate, ma la sua curiosità viene corrisposta da un comune silenzio, che gli uomini armano sulle loro bocche: i vecchi pensano, i bambini non giocano e le madri stanno immobili fino ad addormentarsi.

La sera spia i loro movimenti, osserva in silenzio il loro silenzio e non si rende conto che anche gli uomini stanno ascoltando il silenzio della sera.

Sera di Liguria – Vincenzo Cardarelli

Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.

La sera di Cardarelli si carica di odori e colori, di malinconia e sale dal mare e crea paesaggi adatti all’amore, paesaggi fatti di ricordi, di perdizioni e cose lontane, come le speranze infrante o i ricordi.

Le coppie restano nei giardini ad amarsi con la sera che offre loro un tempo nascosto in cui possano vivere il loro amore. Le case si accendono tutte, come piccoli teatri, con luce e con attori che ancora desti recitano la loro personalissima opera della sera. Anche il mare nella nebbiolina sembra odorare, come se anche lui vivesse la sera. E le chiese sembrano navi che sembrano salpare verso l’infinito buio che è la sera.

Le prime analogie che possono riscontrarsi sono nell’elemento naturalistico che risveglia la sera. In entrambe le liriche c’è un luogo da cui proviene la sera. Per Rilke è l’abetaia, per Cardarelli è il mare, per entrambi è qualcosa di buio e tenebroso, dello stesso colore della sera, ed è sempre un luogo pieno di silenzi e colmo di misteri.

Inoltre si osserva come il silenzio sia molto più celebrato da Rilke che da Cardarelli: Rilke  infatti tende a enfatizzare quel silenzio ed è proprio in quel silenzio che la sera si conferma come la protagonista insieme agli uomini della poesia. La sera ascolta, come gli uomini ascoltano la sera, quindi uomini e sera sembrano essere vicini

Invece in Cardarelli la sera è viva, vispa, attiva, attraverso le bocche degli amanti, le parole delle persone in casa e del mare. La sera viene presentata come un entità temporale e non viene personificata al contrario di quanto accade in Rilke che appunto tende a farla avvicinare agli uomini. In Cardarelli la sera si manifesta più come tempo che come entità.

In entrambi la sera è l’elemento fondamentale attraverso cui filtrare un attimo della vita del mondo, quello che manifesta meglio la luce degli uomini, quando sono loro a dover illuminare il mondo. In questo senso la sera di Rilke diviene la luce della sapienza e del riposo e quella di Cardarelli diviene la sera della vitalità umana e della sua malinconica ripresa del passato che matura in una visione positiva della vita, con queste chiese pronte a solcare i mari nel buio delle tenebre.

E’ interessante osservare però che se anche il messaggio di fondo varia, sembrano non cambiare i mezzi di comunicazione dai due autori messi in campo, se è vero che le due visioni sono agli antipodi, è anche vero che entrambi gli autori parlano con semplicità della stessa cosa: degli uomini. Seppure la sera sia la protagonista in entrambe le opere, la sera esiste solo in funzione degli uomini e di come essi la vivono, perciò si manifesta in entrambi un velato seppure nutrito antropocentrismo, che forse risulta maggiormente delineato in Rilke, mentre Cardarelli tende a enfatizzare la componente naturale del mare e del paesaggio, concentrandosi sulla sera da questo punto di vista e forse dimenticandosi per certi versi degli uomini.

La sera quindi oltre a diventare un affascinante topos della letteratura diviene anche un mezzo di espressione delle varie occasioni di viverla, come avventura fugace di una sera di liguria o con profondo medito. Non c’è però un modo di vivere la sera e non si deve pensare a come viverla, l’importante è ricordarsi che c’è solo la sera.

Attilio Bertolucci: “Vento”, la carica dinamica del mondo

La vocazione alla poesia del parmense Attilio Bertolucci, nasce sin dall’infanzia e la sua vita è costellata da importanti impegni letterari; dirige infatti varie riviste che parlano di cinema, arte e letteratura e stringe molte amicizie con colleghi illustri della letteratura, come quella con Gadda e Pasolini. Viene considerato dalla critica del novecento un autore che ha saputo innovare il panorama poetico e letterario del secolo. Vive per molto tempo a Roma, dove morirà nel 2000. Tra le sue raccolte figurano: Sirio (1929), Fuochi in novembre (1934), La capanna indiana (1951), Viaggio di inverno (1971), Verso le sorgenti del Cinghio (1993), La lucertola di Casarola (1997).

La poetica di Bertolucci si fonda soprattutto sulle esperienze personali e su un’ idilliaca interpretazione della vita campestre, affettiva e naturale. Essa si contrappone a una visione della poesia pura, visione di radice ermetica.

La poesia che prendiamo in esame, Vento, è contenuta nella raccolta Sirio, la cui composizione inizia nel 1925, quando Bertolucci ha solo 14 anni e pubblicata nel 1929. La raccolta è celebre per un carattere naturalistico di fondo e per la sua poetica semplice e lineare:

Come il lupo è il vento

Che cala dai monti al piano.

Corica nei campi il grano

Ovunque passa è sgomento.

Fischia nei mattini chiari

Illuminando case e orizzonti

Sconvolge l’acqua nelle fonti

Caccia gli uomini ai ripari.

Poi, stanco s’addormenta

e uno stupore prende le cose.

 

Come il lupo è il vento

Che cala dai monti al piano.

 

Il dinamismo e la feroce essenza del lupo vengono a manifestarsi nel vento, che proprio come la silvestre belva è veloce, forte e spietato. Come il lupo che scende dai monti per infestare le valli e le pianure con la paura a incutere ancestrale timore negli uomini e nelle bestie, così il vento scende con prepotenza e ineluttabilità a sconvolgere la pace di tutti. L’immagine poetica ricalca l’origine naturale del vento, che è figlio della montagna e dell’aria.

 

Corica nei campi il grano

Ovunque passa è sgomento.

 

Al suo passaggio il grano sembra inchinarsi, per paura e timore più che per rispetto e viene sottomesso dalla grande potenza del vento. Ed è in questo inchinarsi e in questo “farsi da parte” al suo passaggio che si traduce il verso “ovunque passa è sgomento”.

 

Fischia nei mattini chiari

Illuminando case e orizzonti

 

La voce del vento è melodica e allo stesso tempo possente, e sembra come quella di un bambino spensierato che fischia nella limpida mattina a far compagnia al sole. Tale immagine di campestre felicità e leggerezza rivela un altra componente del vento: esso è coautore dello spettacolo della natura, non nasce per distruggere, bensì per portare scompiglio dove c’è calma, smuovere le giornate della terra. In questa veste il vento rivela tutta la sua energia dinamica, che si manifesta pienamente nella sua funzione di “luce”; esso non porta solo il suono nella vita del mattino, che diventa metafora della giornata del mondo, bensì anche la luce, poiché senza vento tutto sembrerebbe morto.

 

Sconvolge l’acqua nelle fonti

Caccia gli uomini ai ripari.

 

Tale interpretazione trova conferma nei due versi successivi, il chiasso e la forza dell’aria smossa dal vento, scuote anche l’acqua che rappresenta un elemento statico della natura e caccia gli uomini nei loro ripari, riconfermando quindi la sua essenza di motore dell’azione.

 

Poi, stanco s’addormenta

e uno stupore prende le cose.

 

Una volta che la carica del vento si esaurisce, esso, placido, cade in un sonno improvviso, così che tutto il mondo si stupisce. Qui lo stupore ha duplice significato, uno presente e uno passato. Nel presente immediato infatti lo stupore riguarda la fine stessa del vento. Lo stupore passato invece è quello che è nato quando lo stesso vento ha cominciato a scuotere il mondo, un genere di stupore che si può capire solo quando il vento ha smesso, contando quindi tutti i danni e le paure che ha saputo provocare. La poesia comunica la disarmante dinamicità della natura, del mondo e dell’esistenza che attraverso i suoi elementi rinnova e ricrea se stessa. La potente carica ideale del vento, questo essere che parte dall’alto e scende in basso rende bene questo concetto, infatti esso rivoluziona la terra tutta al suo passaggio, fa muovere l’acqua, rende stupore agli uomini e trasforma il mattino chiaro in luce e suoni splendenti.

La meraviglia che gli uomini e le cose avvertono è come quello nei confronti di una forza che li sovrasta, o di un nemico che si arrende. Il vento si oppone allo staticismo del mondo, che alla fine però sembra averla vinta. Il nostro mondo, quello degli uomini e delle “cose” non è fatto per il vento, anzi esso è stato costituito per vivere cullato dallo staticismo più puro, per cui una forza che smuove tutte le cose come il vento, diventa qualcosa di incompreso e di terribile.

La conclusione finale potrebbe presentarsi come una mezza vittoria e un interrogativo: forse il vento ha smesso di tormentare il mondo, ma il mondo ha smesso da tempo di muoversi e ora che anche il vento ha smesso di destarsi, chi muoverà il mondo?

 

Clemente Rebora: Viatico, o ciò che resta della guerra

Clemente Rebora, è un poeta e presbitero italiano. Milanese di nascita, Rebora nasce nel periodo immediatamente successivo al periodo rinascimentale e vive nel periodo del primo novecento italico, ovvero nel pieno dell’industrializzazione italiana e delle orribili e feroci guerre che sconvolsero quel secolo.

Rebora dà voce a quelli che sono i contrasti psicologici e i paradossi esistenziali che prendono vita in quegli anni, quando una giovane Italia deve destarsi dal suo secolare torpore e ricomporre un nucleo nazionale oltre che un economia di tipo industriale e affacciarsi sul panorama europeo come potenza mondiale.

Sono anche questi i contenuti che ritroviamo in una prima raccolta del poeta: I frammenti lirici, 1913. Nella raccolta sono contenuti però anche altri temi cari al poeta, quali quelli della famiglia e dell’amore, che troveranno largo utilizzo nelle opere successive. Altre raccolte del poeta lombardo sono: Canti Anonimi (1920-22), Poesie Sparse o Poesie (1947). 

Una delle tematiche molto sentite dal poeta è quella della guerra, che porta con se il ricordo di un esperienza orribile e drammatica vissuta in prima persona e sulla propria pelle; tematica della poesia presa ad esame, Viatico, appartenente alla raccolta Poesie sparse.

VIATICO

O ferito laggiù nel valloncello
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.

La poesia inizia subito con una cruenta e cruda scena di guerra. Un soldato ferito che giace a terra e tre suoi commilitoni che cercano di salvarlo dal fuoco nemico e nel tentativo muoiono. I termini usati dal poeta riflettono la tensione e la drammaticità del momento. Si può ben notare che non è presenta alcun idealismo eroico, bensì una successione orribile di fatti.

Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,

Il poeta mette in risalto la crudeltà della guerra e lo scherno della morte. Non c’è una morte repentina o integra, si presenta infatti una morte che deturpa, che mutila, che strazia fino alla fine, una morte che non deve essere subita da nessuno e che nessuno dovrebbe vivere. Una morte indegna, che però in questi versi ancora tarda a venire, permettendo al dolore e all’amarezza di straziare ancora il soldato ferito, che tanto invoca la morte.

pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,

Il pensiero va ora ai rimasti,  che a differenza del soldato continueranno a soffrire, a disperarsi e a piangere lacrime amare in un lasso di tempo che sembra infinito. Il ferito ha la macabra fortuna di poter porre fine a tutto questo, perché il gelido buio della morte lo può salvare da queste orride visioni.

e conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
 il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio

e nell’ora in cui sopraggiungerà la morte, ti sia conforto questo: Tu smetterai di soffrire. Smetterai di vivere questa follia che circonda tutti noi soldati, che però non ci concede l’abbandono della coscienza, come i pazzi che non sanno ciò che fanno, bensì ancora di più tempra e acutizza i sensi del reale, fino a far diventare ancora più grave e grande quest’orribile spettacolo.

Grazie, fratello.

Forse il verso più significativo. Il grazie assume carattere patriottico, grazie per aver combattuto e vissuto con noi quest’orrore, fratello di armi e fratello di convinzioni. Ma ancora più ricca può essere l’intenzione e interpretazione esistenziale soggettiva. Il grazie può tradursi in un grazie universale, grazie per averci mostrato cosa vuol dire guerra, quanto essa  sia orrida la guerra, e averci mostrato il coraggio di parteciparvi, di combatterci e morirci dentro, cullato dalle sue tragiche stragi, avendoci insegnato cosa vuol dire essere uomini, cosa vuol dire vivere insegnandoci quanto può essere terribile morire.

Ora si affaccia prepotente il titolo. Viatico, come il sacramento amministrato prima di morire, come un estremo e ultimo gesto d’amore che si riceve da questo mondo, e come l’insieme delle cose che si ci porta via da questo mondo, la giovinezza, i sogni, le speranze e ancor più tragico: la vita!

Rainer Maria Rilke, tormentato innovatore

Rainer Maria Rilke (Praga 1875 – Muzot, Svizzera, 1926) viene ricordato come uno dei più importanti poeti lirici del 900′ e come un innovatore nella ricerca poetica della verità dell’uomo nella società industriale. Rilke nasce a Praga il 1875. Sin da giovane viene incoraggiato a seguire la carriera militare dal padre, ma a 16 anni, egli abbandona l’accademia. Viene finanziato dallo zio Jaroslav che lo invita alla carriera giuridica. Il giovane Rilke si diploma nel 1895 e si iscrive all’università di Praga per studiare Giurisprudenza. Nel 1897 conosce Lou Andreas-Salomé, donna che segnerà la vita del giovane poeta legandosi a lui in un legame affettivo ed epistolare che durerà fino alla morte di quest’ultimo. Inoltre sono di questi anni le sue prime pubblicazioni come: Feder und Schwert. Ein Dialog (prima opera in prosa datata 1893), Larenopfer (raccolta di poesia datata 1895).

Sono importanti i viaggi che compie in questi anni, visita infatti la Toscana, la Russia, Venezia e Monaco e conosce persone che rivestiranno una funzione importante nella sua vita come il vecchio Tolstoj e comincerà anche collaborazioni letterarie, ad esempio con la rivista viennese Ver sacrum.

Sviluppa successivamente sempre di più la sua passione artistica che lo porterà nel 1899 ad iscriversi alla facoltà di storia dell’arte. Successivamente nel 1902 conosce a Brema Clara Westhoff, che diventerà poi sua moglie, anche se per breve tempo. In questi anni 1900-1903 va a Parigi per approfondire la conoscenza di Auguste Rodin, scrivendo anche una biografia su di lui, pubblicata nel 1903. Dopo il 1903 Rilke viaggia in tutta Europa, infatti visita Roma, Berlino, Duino, Napoli, Capri, Tunisi, Algeri, Monaco, Berlino, Mosca e di nuovo Parigi, componendo la maggior parte delle sue opere.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914 il quarantenne Rainer viene chiamato a prestare servizio nell’esercito come incaricato di un ufficio bellico, lontano dal fronte e dai rischi più immediati.

Dopo la fine della guerra e la successiva dissoluzione dell’impero Austro-ungarico il boemo diviene senza patria e comincia il tormentato declino della sua vita. Nel 1920 si trova in Svizzera dove resterà fino alla morte che lo raggiungerà nel 1926 tra patimenti e malattie che lo segneranno nel fisico e nell’anima.

Alcune delle sue più importanti opere vengono pubblicate nel periodo giovanile e se ne ricordano alcune in particolare come:

Mir zu Feier (1899, trad. Per la mia gioia), uno dei primi successi plateali di Rilke.

Das Stundenbuch (1899-1903, trad. Libro d’ore) composto da tre libri venne pubblicata completa nel 1905, questa opera in particolare gli valse la fama di poeta lirico e l’opera viene apprezzata come uno delle più importanti creazioni letterarie del 900′.

Geschichten vom lieben Gott (1900-1904, trad. Le storie del buon Dio) influenzato dai molteplici viaggi dell’autore in Russia compiuti dal 1899 con Salomé, tocca temi di profonda e quotidiana spiritualità.

L’evoluzione e la maturità del pensiero di Rilke può saggiarsi in opere successive come Neue Gedi chte, (1907 e 1908, trad. Nuove Poesie), Duineser Elegien (1911, trad.Elegie duinesi), Sonette an Orpheus (1923, trad. Sonetti ad Orfeo). In queste composizioni mature e finali dell’ audace autore boemo incontriamo un cambiamento, un inquietudine frutto di una crisi filosofica e una nuova visione dell’uomo, posto come salvatore e al contempo distruttore del mondo, staccandosi in questo modo dalla cultura della crisi di fine secolo:

E quasi una fanciulla era.

Da questa felicità di canto e lira nacque,

rifulse nella trasparente veste

primaverile e nel mio udito giacque.

E in me dormì. Tutto fu il suo dormire:

gli alberi che ammiravo, le distese

sensibili, le grandi praterie

presenti e lo stupore che mi prese.

Dormiva il mondo. O dio del canto, come

l’hai tu compiuta senza ch’ella prima

volesse essere desta? È nata e dorme.

E la sua morte? Non cadrà nel nulla

questo tuo canto, troverà una rima?

Ma da me dove inclina…? Una fanciulla…

 

Apollo primitivo

Come talvolta in mezzo ai rami

ancora spogli un mattino sorge, e in quel momento

è primavera: cosí nulla affiora

dal suo capo, che il subito portento

della poesia non ci ferisca; il muro

d’ombra è lontano dal suo sguardo incauto

troppo fresca è la fronte per il lauro,

e solo tardi all’arco delle pure

sue sopracciglia sorgerà il rosaio,

da cui foglie cadute e sparse il lieve

tremito della bocca veleranno,

quella che tace adesso e accenna solo

a un sorriso da cui nitida beve

il canto come un’acqua nella gola.

 

La poetica di Rilke è fortemente legata alla volontà di esaltare la realtà soggettiva ed individuale dell’uomo, rifiutando quindi le scelte stilistiche e tecniche che imponeva il positivismo e infatti all’inizio della sua carriera, Rilke abbraccia una posizione neo-romantica. Questa presa di posizione è possibile notarla in Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke, datata 1899.

Col passare del tempo nella sua poetica assume grande importanza la filosofia di Nietzsche che porta il poeta boemo allo sviluppo di una nuova idea di Dio e ad elaborare un modo di rapportarsi con Dio del tutto nuovo e lontano da quello statico e sterile della Chiesa, questo tipo di rapporto e questa necessità di un nuovo rapporto con Dio si può riscontrare in: Geschichten vom lieben Gott e in Das Stundenbuch, dove l’autore coglie l’essenza di una spiritualità fortemente terrena e viva nell’esistenza dell’uomo che non deve aspettare di morire per cominciare a viverla pienamente, un Dio presente nella vita di ogni giorno e che si esprime anche nelle espressioni artistiche tipiche dell’uomo.

Ma la componente più attiva della poetica di Rilke è senza dubbio quella individualista che si va accentuando sempre di più verso la fine della vita del poeta. Nella sua visione matura, il poeta esalta sopratutto le esperienze soggettive del mondo, per cui una cosa ha significato solo se l’uomo le dà un significato soggettivo e vissuto, in pratica un oggetto esprime il solo significato che ha per noi. Per questa sua poetica di matrice relativistica egli viene spesso accostato alla corrente simbolista.

Tale concezione viene soprattutto a crearsi nelle ultime opere (dalle Elegie duinesi ai Sonetti ad Orfeo e alle poesie estreme) dove si raggiunge picchi di alto lirismo in cui elogia i sensi e la parte più bella della realtà che può essere colta solo da coloro il cui cuore è puro ed in pace con se stesso, un invito alla più profonda ed intima conoscenza di sé stessi, che è la sola chiave che può aprire le porte del futuro che al poeta sembra incerto e impuro, contaminato dall’ormai avvenuto arrivo della società industriale e dalla mercificazione dell’individuo:

Egli è terreno? No, dai reami

diversi prese la vasta natura.

Piú esperto piega del salice i rami

chi le radici del salice cura.

Qunado fa buio sul desco non resti

pane né latte: attirano i morti –.

Ma egli, evocatore, li desti

e nello sguardo mite li esorti

a mescolarsi a ogni cosa veduta;

a lui l’incanto di erica e ruta

sia vero come il rapporto piú chiaro.

Niente l’immagine salda cancella;

sia della casa, sia della bara,

celebri l’urna, il fermaglio o l’anello.

Rilke, dunque, può essere visto come un precursore dei grandi temi del 900′ che sono, tra gli altri: la perdita di importanza dell’individuo, la società industriale e borghese e le sue false innovazioni. Alla fine della sua vita, Rilke conclude la sua storia con una forte fiducia nell’uomo che è al contempo il creatore di tutto questo male e paradossalmente anche il salvatore, l’unico che può liberarsene e fornisce anche un metodo: rifugiarsi dentro sé stessi e riscoprire il grande mondo interiore che non può essere paragonato a quello esteriore, che non ci basterà mai.

Ma oggi è possibile restituire alla realtà la pienezza del senso e del significato, andati perduti grazie al processo di mercificazione che ha investito la società industriale? Rilke ci ha lasciato, tra i tanti, questo grande interrogativo che tutti noi dovremmo porci.

“Anch’io”, la disarmante semplicità di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni nasce a Livorno nel 1912; la sua vita infantile e giovanile viene turbata inevitabilmente dagli eventi della prima guerra mondiale, infatti l’autore presenta quegli stessi anni come anni sanguinosi e pieni di miseria. Dopo un infanzia vissuta nel pieno dopo-guerra a 12 anni, il giovane Caproni comincia i primi studi a Genova. Successivamente, ormai maggiorenne, comincia ad inviare anche le sue prime composizioni a vari editori che gli frutteranno la pubblicazioni di due raccolte: Come un’allegoria (1936) e Ballo a Fontanigorda (1938). Nel 1939 il poeta si trasferisce a Roma, qui vive anche lui tutti i turbamenti dovuti alla seconda guerra mondiale e si schiera infatti dapprima per il regime, poi quando gli viene chiesto di entrare a far parte delle brigate della Repubblica di Salò, si schiera per la Resistenza. Gli eventi della guerra e le riflessioni del poeta su di essi confluiscono nella raccolta Il passaggio di Enea datato 1956. Ha vissuto a Roma fino alla fine della sua vita, nel 1990.

La poetica alacre ed elegiaca di Caproni, scaturita dall’ermetismo e dal vocianesimo ligure (Sbarbaro) è improntata su una finezza espressiva che sfocia in un’apparente semplicità e comunicabilità, col tempo però l’autore matura la sua poetica sempre più tendendo all’affermazione di una realtà ingannevole e mutevole che non trova un mezzo attraverso cui possa essere espressa, non con i versi, non con la poesia e forse che deve rimanere inespressa per essere compresa.

La poesia Anch’io, che fa parte della raccolta Il muro della terra (1975), parla con disarmante semplicità di un intenzione propria del poeta livornese oltre che di qualsiasi letterato o poeta, ovvero la rottura della superficialità della comunicazione e giungere a una comunicazione profonda e ispirata. La poesia sembra sintetizzare il fine ultimo della raccolta: Perforare il muro della terra:

Ho provato anch’io.

E’ stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.

La poesia si presenta come breve e forse semplice, ma ciò non deve trarre in inganno. Si propone un interpretazione complessiva.

Ho provato anche io

Questo verso potrebbe essere interpretato come la dichiarazione di una partecipazione umana di un personaggio quale potrebbe essere lo stesso Caproni oppure un uomo qualunque, che come molti altri prima o dopo di lui partecipa a un rito antico come il mondo, il rito della comunicazione e della trasmissione dell’esistenza, sopratutto dell’interpretazione di questa e della sua perpetuazione dentro vie remote e intime del cosmo, ovvero sotto terra.

E’ stata tutta una guerra di unghie

La voglia di trovare un modo di comunicare perfetto, che non lasci spazio alle incomprensioni e che dia adito a un universale comunione di intenti si esprime in questo verso, le unghie afferrano e dilaniano contemporaneamente la realtà che il poeta cerca di esprimere, quindi sembra impossibile poter esprimere la realtà senza prima traviarla e modificarla con le proprie unghia, estensioni ideali della propria mano e quindi della propria vita, del proprio punto di vista.

Ma ora so

La consapevolezza giunge miserevole e triste, come la sconfitta di un guerriero. La realtà è davvero sfuggevole e fragile.

Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.

La sconfitta è universale. Nessuno potrà mai scalfire quella barriera che è posta tra gli uomini e l’essenza profonda della terra, che diventa metafora dell’esistenza e della realtà. Nessun uomo potrà quindi avvicinarsi tanto all’essenza della terra, neanche dopo aver combattuto anche con le unghie. La terra coltiverà sempre il suo segreto lontano dagli uomini e dalla loro comprensione, restando un arcano segreto che nessuno potrà mai svelare, un muro che non può essere perforato dietro cui si cela la verità irraggiungibile del tutto.

“Io sono ciò che manca”, una lucida riflessione di V. Magrelli

Io sono ciò che manca
dal mondo in cui vivo,
colui che tra tutti
non incontrerò mai.
Ruotando su me stesso ora coincido
con ciò che mi è sottratto.
Io sono la mia eclissi
la contumacia e la malinconia
l’oggetto geometrico
di cui sempre dovrò fare a meno.

Valerio Magrelli nasce a Roma nel 1957. Laureato in Filosofia, docente di lingua e letteratura francese all’Università di Pisa diviene famoso sia per il suo lavoro di poeta, sia per la sua attività di traduttore (ha tradotto infatti autori come Mallarmè Valèry), curando anche un antologia di Poeti francesi del Novecento. Tra le sue opere poetiche ricordiamo Ora serrata retinae (1980), Nature e venature (1987), Esercizi di tiptologia (1992), Nel condominio di carne (2003), Disturbi del sistema binario (2005). Inoltre Magrelli lavora anche nel campo critico, sono da ricordare: Profilo del Dada (1990) e La casa del pensiero. Introduzione all’opera di Joseph Joubert (1995).

Io sono ciò che manca è una poesia della raccolta Ora serrata retinae, quindi del periodo giovanile dell’autore romano. La raccolta ha richiamato l’attenzione della critica per le sue trovate espressive e tematiche e ha fatto la prima fortuna di Magrelli come poeta; essa si caratterizza per la presenza di contenuti intellettuali, per il lessico scientifico e astratto, per il taglio lucido e razionale che doveva favorire la riflessione e il pensiero. Si può notare inoltre la preponderante presenza di un analisi rigorosa e razionale che quindi limita le compartecipazioni soggettive e sentimentali del poeta, cancellando, o quasi, quella che è la componente lirica della poesia.

La concezione poetica che accompagna questa prima raccolta la ritroviamo anche nella seconda raccolta di Magrelli, Nature e venature. Invece verrà a cambiare nella terza raccolta, Esercizi di tiptologia, dove infatti il linguaggio si allontana dall’ideale di purezza stilistica delle prime due raccolte per impreziosirsi di contaminazioni prosastiche. A uno stile inizialmente geometrico e preciso si va sostituendo uno stile disgregato e frammentario.

La poesia Io sono ciò che manca parla di un vuoto geometrico; nonostante il soggetto “io” venga nominato quasi sempre nella poesia è facile notare che esso non ha alcuna valenza soggettiva e sentimentale, anzi diventa un canale che filtra una realtà oggettiva, ovvero l’impossibilità di comunicare con il vero “me stesso”. L’interpretazione di questa lirica è spinosa e si presta alle più varie interpretazioni, di cui quella proposta è solo una fra le tante.

Io sono ciò che manca
dal mondo in cui vivo

I primi due versi potrebbero essere conciliati in questa espressione: Io sono assente nel mondo in cui io vivo. Tutto questo appare come una profonda contraddizione verbale, come posso io non esistere nella realtà che io stesso creo?

Un’ interpretazione potrebbe essere ottenuta se si sdoppiano i personaggi a cui si rifanno i due “io” e introducendo il concetto di io come volontà: Il primo io è riferito all’oggettività, all’esistenza del proprio corpo e della propria anima, mentre il secondo io  è riferito al motore della propria oggettività e della propria esistenza a volte inconscio, la volontà di esistere, come ci fa capire il fatto che l'”io” non sia dichiarato ma sia sottinteso.

Per fare un esempio pratico: il movimento inconscio di una mano o di uno sguardo palesano il fatto che in quel movimento o in quello sguardo io non esisto, non sono io a compierlo direttamente nella volontà ma che comunque il mio corpo e la mia anima hanno agito.

Di qui l’identificazione del proprio io con l’agente motore, la volontà di esistere, quindi io sono quello che vive mentre l'”io” di io sono ciò che manca si riconosce nell’oggettività di un corpo come un altro o di una persona come le altre, che compie il gesto della mia volontà, del mio vero io. Dunque due realtà inconciliabili, l’una schiava dell’altra.

Un’altra interpretazione potrebbe ottenersi invece conciliando i due io allo stesso individuo: Io sono ciò che manca dal mondo in cui io vivo. “Io” stavolta non significa volontà di esistere, bensì rappresenta proprio l’essere. “Il mio essere è ciò che manca dal mondo in cui il mio essere vive”, dunque si osserva un estraneità totale al mondo e all’esistenza, l’essere individuale non si riconosce nell’esistenza totale e dunque ne riconosce una presa di distanza piuttosto netta.

Colui che tra tutti
non incontrerò mai.

Colui che tra tutti gli altri esseri, la mia volontà di esistere non incontrerà mai come suo pari. La mia volontà non potrà mai incontrare il mio corpo, poiché essa agisce su di esso. La volontà come padrone e l’esistenza come schiavo, diventano due materie inconciliabili. Per fare un esempio pratico, è come uno specchio. “Io” come volontà  vedo nello specchio solo l’immagine di “io” come corpo e anima e non il corpo e l’anima stesso, si tratta quindi di una qualificazione riflettente dell’esistenza. La volontà dunque non incontrerà mai l’esistenza pura.

Una ulteriore interpretazione potrebbe essere la seguente: io non incontrerò mai il mio stesso essere; da qui nasce uno sdoppiamento. L’essere che io sono  non incontrerà mai l’essere che io pratico. L’astrazione dal paradigma unitario di essere è totale. L’essere che esiste come “io” non è l’essere che esiste come “io che vivo”, una contraddizione sostanziale tra ciò che sono e tra ciò che sono in vita, ad accentuare ancora di più l’alienazione dall’esistenza totale, che differenzia l’io personale e l’io nel totale.

Ruotando su me stesso ora coincido
con ciò che mi è sottratto.

L’azione della volontà come agente modificatore dell’esistenza fa sì che io possa riconoscermi proprio come volontà agente quindi io sono quello che crea e modifica il mondo che la mia anima vive e proprio in questo io esisto come essere singolo. Invece l’esistenza perfetta si esprime come connubio tra volontà e azione poiché la mia volontà genera un azione nell’esteriorità ed è proprio questo l’individuo completo, cioè volontà e azione che però mi viene sempre sottratto dal fatto che non possa essere entrambi e mi riconosca ad essere solo una parte.

Io sono la mia eclissi
la contumacia e la malinconia.

Ricordando l’impossibilità di incontrarsi, il vuoto che separa la volontà dell’individuo dal resto del mondo, che è un vuoto fatto di esistenza personale, si ci accorge di essere autolimitanti nell’incontrarsi con sé (“Io sono la mia eclissi”), perciò si avverte tutta  la mancanza tipica della malinconia attraverso il processo della contumacia, ovvero dalla distanza obbligata tra i due “io”.

L’oggetto geometrico
di cui sempre dovrò fare a meno.

l’unione dei due “io” sarebbe l’unione perfetta dell’individuo, l’oggetto geometrico preciso e imperfetto, che però sempre mi mancherà, poiché i due “io” sono parti immancabili di una vita che però non possono conciliarsi, limitati entrambi ed entrambi necessari all’altro.