“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” , di Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla

 

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è una poesia di Cesare Pavese che fa parte della raccolta dall’omonimo titolo pubblicata postuma alla morte del poeta, nel 1951. Della produzione letteraria e poetica dell’autore, questa poesia è cara a molti critici e sopratutto al grande pubblico letterario, che facilmente la associa al poeta piemontese.

La poesia di Pavese si basa sull’idea che la tecnica sia uno strumento necessario per sfuggire all’astrazione e che sia l’unico che possa garantire una trasparenza tra i fatti reali nella loro staticità e l’interpretazione di questi ultimi da parte del poeta. ‘Poetare’ non vuol dire creare cose nuove, bensì reinterpretare le cose che si vivono, i fatti reali in un modo tecnicamente perfetto, quindi attraverso un artificio riprodurre una realtà effettiva e farla giungere al lettore. In questo senso la poesia pavesiana si impregna di un simbolismo acuto, lucido che viene a fondersi con il mito e che attraverso la tecnica trova la maschera dietro cui nascondersi.

La poesia è dedicata a Constance Dowling, ma che alla fine diventa un tramite e quindi trascurabile, poiché non è il soggetto della poesia, né l’oggetto, ma forse un lontano destinatario.

La morte verrà e avrà i tuoi occhi

La morte è opprimente, la certezza della sua venuta è palese, come è palese che avrà gli occhi di tutto ciò che hai amato, qui l’espressione ‘i tuoi occhi’ ha duplice senso, infatti potrebbe essere interpretata come ciò che perdo e quindi l’ultima cosa cara a cui penserò prima di morire, oppure come tradizionalmente viene interpretata “attraverso di te arriverà la morte per me” ovvero i tuoi occhi sono il pretesto per cui verrà la morte.

L’intenzione del suicidio ha accompagnato Pavese sin da giovane, quindi ‘i tuoi occhi’ diventano un pretesto per ripensarci, per giustificare quell’atto. Le due interpretazioni non necessariamente si escludono. Inoltre l’esperimento dell’amore rende giustificabile la morte. Da qui il connubio amore-morte che definisce la poesia:

questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.

Questa morte” non è quella che giunge una volta sola, ovvero quella del primo verso (la morte assoluta) infatti la morte qui accompagna ogni gesto del poeta e diventa un riflesso della morte in senso stretto,  la morte qui si presta a un interpretazione più domestica, più quotidiana. La morte viene identificata sia con la staticità del quotidiano vivere e quindi con la morte attraverso la ripetizione sterile di una routine, sia con il pensiero della morte che appunto rende sterile ogni gesto di vita, in quanto questo sarà vanificato dalla morte. Il pensiero della morte accompagna tutti e rischia di intristire la vita o peggio renderla un infinita attesa della morte, in sostanza si rischia di vivere soltanto per morire.

Tale interpretazione fornisce uno spunto autobiografico: il pensiero di morire è sordo, non sente ragioni, è insonne, che resta sveglio per tutto il tempo della giovinezza quando invece dovrebbe dormire, è un rimorso continuo, in quanto si ripudia il tempo passato a morire, inoltre la morte diventa qualcosa di cui non si ci libera, di inevitabile e a cui Pavese farà sempre ritorno in una maniera o nell’altra, qualcosa da cui dipende e a cui ritorna masochisticamente, proprio come un vizio assurdo.

Quindi questa “morte che ci accompagna” si consuma e sfocia nella morte che verrà, quella assoluta che lo libererà da questo pensiero di morte che di per sé è già morte.

I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

I tuoi occhi non potranno discolparsi, non potranno fermare la morte, anzi saranno la morte e come lei saranno silenti, saranno tragici, gonfi di grida e parole, ma che ormai non serbano nulla di sensato. Saranno solo accompagnatori, non potranno fare nulla. In questa interpretazione prevale quindi una presa di posizione da parte del poeta. Sembra infatti leggersi tra le righe l’espressione: Sarò io a sceglierla o sarà lei a scegliere me, ma in tutti i casi non saranno i tuoi occhi a potermi o a poterla fermare, i tuoi occhi sono un mezzo o un addio silente al mondo. Saranno il mio amore e la morte a decidere.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio.

Come per me saranno inutili, questo sono oggi per te. Sono vuoti, tristi e sofferti, te ne accorgi quando ti osservi nello specchio e quando tutto attorno a te svanisce, per lasciar posto a te soltanto, per rivelarti quanto tu sia silente, anche con te stessa, quanto tu sia inevitabilmente sola.

O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Il passo si presta a varie interpretazioni. Una delle quali potrebbe essere: Quando me ne andrò anche tu sarai lì. Quel giorno l’amore per te mi tratterrà dal farlo o forse la voglia di morte, o meglio di vita, mi costringerà a svalutarti e a renderti insignificante. Quel giorno sapremo se tu sei tutto ciò che può salvarmi o se non sei altro che una persona come un altra, un nulla in questa eterna morte che ci accompagna.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Frase molto suggestiva. La morte cela per tutti uno sguardo. Facendo riferimento ai versi precedenti è quello degli occhi dell’amata, che però è uno sguardo vuoto, vano e sarà quello sguardo ad accompagnare la sua morte. Vi è un pesante pessimismo per la sua morte da una parte e una gioia infinita dall’altra, poiché se la morte verrà con gli occhi dell’amata, seppure essi siano vuoti o silenti, essi sono gli occhi di cui si ci è innamorati, quindi la morte sarà dolce e ineffabile.
Un’ interpretazione più universale potrebbe essere: la morte riserva per tutti qualcosa di dolce seppur estremamente triste e vano.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Ora, alla luce di tutto quello che saranno i tuoi occhi e la mia morte, io sono convinto: la morte verrà e avrà i tuoi occhi. Qualcosa di dolce, triste, liberatorio, indescrivibile mi strapperà alla vita e io l’attendo nella certezza che essa verrà.

Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.

Sarà gioia morire, perché smetterò di farlo ogni giorno, smetterò di temerlo. Sarà come vedere nello specchio, quello stesso luogo dove tu rifletti la tua vanità riemergere un viso morto, un viso che non vedo da tempo che è quello della libertà. Sarà come il silenzio che cerca di parlare. Dovrò tradurlo, dovrò cercarlo. Sarà misterioso e intrigante. Sarà morte.

Scenderemo nel gorgo muti.

Scenderemo nella morte, nel luogo della morte, muti, senza parole da dire, forse perché il silenzio solo può parlare a quei tuoi occhi che silenti saranno, forse perché io, la morte e i tuoi occhi dovremmo capirci e potremmo capirci solo tra noi. Non saprei darti altre parole se non quelle che non saprei darti, saremo tutti in silenzio, come in un cordoglio, rendendo onore a quello che è la vita, senza far sconquasso senza turbarla troppo, senza ucciderla con vuote grida di disperazione, perché saremo soli, come soli restammo in vita, io, i tuoi occhi e la morte.

Scritti corsari, i pensieri di Pasolini

Pierpaolo Pasolini ha sempre suscitato polemiche, i suoi giudizi critici assai approfonditi hanno toccato gli argomenti più scottanti del suo tempo con una maestria di parole e di idee, mente brillante e sagace che ha saputo spaziare nel panorama culturale, lo ricordiamo infatti come poeta, saggista, cineasta, romanziere, drammaturgo.

Quando si parla di Pasolini abbiamo a che fare con un intellettuale che ha vissuto la sua giovinezza durante la seconda guerra mondiale e che ha poi seguito, ininterrottamente fino alla sua morte, l’evoluzione della società italiana. Se quindi trattiamo il complesso e controverso Pasolini, dobbiamo affrontare inevitabilmente la sua personale visione della storia italiana, dal regime fascista alla metà degli anni settanta e alla nascente società del consumismo.

I suoi giudizi critici sono interessanti per quello che interpretano, per l’oggetto dello studio condotto dall’autore e forse ancor di più dal modo di farlo, dal suo modo di studiare e scavare nei fatti. La sua personale visione del mondo italiano post bellico è frutto di un’interpretazione approfondita dei fatti della storia. Questo suo lavoro di “scavatore” di fatti e pensieri del tempo appare evidente negli Scritti Corsari.

I temi trattati sono molteplici, ma per la maggior parte sono tempi legati al suo tempo e all’evoluzione della società italiana nel suo tempo in ogni aspetto, da quello antropologico a quello sessuale, dalla mera critica letteraria all’aspetto sociale. Ad esempio nel libro, l’autore si schiera contro la nuova società dei consumi, mette bene in evidenza i problemi della massificazione, dell’uomo reso ormai schiavo del pensiero comune, il declino della Chiesa come istituzione di potere, l’avvento dell’edonismo come nuovo Dio a sostituzione della religiosità cristiana, il tema dell’omosessualità e degli aborti; insomma parla del suo tempo e della sua società nelle sue più controverse e celebri sfaccettature.

Lo stile di Pasolini è abbastanza chiaro e lineare, a volte romanzesco, a volte crudo e a volte un po’ artificioso, ma nel complesso risulta limpido e gode del maggior pregio di uno stile letterario, versatile, e che si presta bene alla lettura.

Sarebbe un impresa ardua interpretare degnamente ogni scritto del libro, le ricerche storiche da compiere sarebbero molteplici e tra l’altro si tradirebbe l’intenzione dell’autore che vuole che sia il lettore stesso a fare una ricostruzione filologica degli scritti, come  si afferma nell’introduzione del libro.

Ad ogni modo si può tentare di imbrigliare la visione di Pasolini in poche parole. Scritti corsari sono scritti al servizio di qualcuno o di qualcosa, scritti che vagano, che assaltano le navi del pensiero comune e ne rapinano la staticità, costringendole a combattere, ad evolversi. Scritti corsari è un intenzione prima di tutto, è un assalto ininterrotto alla società e alla storia, per costringerla a crescere, ad evidenziare i suoi problemi.

Il titolo inoltre potrebbe nascondere un’altra natura: si tratterebbe di scritti “autorizzati”, la lettera di corsa del libro sta proprio in quella stessa società che Pasolini critica. Chi lo ha autorizzato a fare il corsaro, se non i migliaia di lettori e i liberi pensatori? Si profila una lontana e sottile battaglia nelle intenzioni e tra le righe degli scritti, possiamo leggere della guerra del pensiero contro se stesso in un evoluzione perenne.

Scritti che assaltano, ergo scritti che rispondono all’assalto, la creazione di una cultura variegata fondata sul pensiero e non sulla massificazione. Del resto è facile leggere negli scritti di Pasolini una sorta di rassegnazione e di disperazione, che possono apparire amare senza questa visione, quella sua rassegnazione e disperazione sfociano nell’assalto ai molti problemi della società.

Ma Pasolini non si rassegna, combatte attraverso i suoi scritti contro una visione indegna, a suo parere, di quello che è diventato l’uomo. Vi si scorge una forte voglia di riscatto intellettuale ed esistenziale all’interno dell’opera complessiva. Probabilmente tale  visione dell’opera di Pasolini risulta essere un po’ traviata, tuttavia tiene fede ai più alti ideali della letteratura: l’evoluzione e la libertà intellettuale.

‘Il vecchio e il mare’, storia di una resistenza

Il vecchio e il mare (1952) è un opera dello scrittore Ernest Hemingway, quella che secondo lui gli procurò il Nobel del 1954. Il romanzo è ambientato a Cuba e narra delle vicissitudini di un povero vecchio pescatore, Santiago, il quale non riesce a pescare un pesce da 84 giorni. L’unico suo vero amico è Manolin, un giovane ragazzo a cui Santiago ha insegnato tutto sulla pesca. Ma Manolin, per volere dei genitori, non va da tempo a pescare con Santiago, a causa dell’enorme sfortuna che perseguita il vecchio pescatore e si trasferisce a bordo di un altra barca. Il ragazzo insiste a frequentare il vecchio e i due diventano inseparabili. L’85 giorno, Santiago decide di rischiare e di voler prendere un grosso pesce, per compensare i suoi 84 giorni di “riposo”. Si imbarca e prende il largo, comincia a posizionare le esce e dopo un po’ abbocca un grosso marlin, il più grosso che Santiago abbia mai visto.

La lotta col marlin è estrema e logorante, ma dopo circa 3 giorni il marlin viene catturato. Purtroppo per Santiago, la via del ritorno è lunga da percorrere e la sua buona pesca alletta parecchi pescecani che divorarono la preda del pescatore, seppure egli combatte come meglio può con remi, mazze e fiocine. Riusce a ritornare a casa di notte, dopo 4 giorni massacranti. L’indomani tutti i pescatori ammirano lo scheletro del pesce catturato da Santiago, uno dei pesci più grossi che si siano mai visti su quelle spiagge.

Il vecchio e il mare è la storia di una resistenza titanica opposta al destino e alla sventura. Il vecchio pescatore lotta con tutto se stesso non contro il mare, non contro un pesce, ma con il destino. Certe sue scelte portano a conseguenze che egli già conosce, ad esempio sa bene che se  egli è al largo con un marlin attaccato alla barca attirerà i pescecani, ma nonostante questa sua pre-coscienza dell’avvenire malevolo e sfortunato, egli non demorde e combatte più che può. Decide di consumare tutto se stesso nella lotta contro i pescecani non per vincere, non per masochismo, né tanto per uccidere i pescecani ma per rivendicare quello che più intimamente è suo, il mare.

La mer, come lo chiama il protagonista, si contrappone insieme al pescatore alla sventura, infatti la mer diviene amante di Santiago e non nemico da battere, e con il mare l’intera natura diviene l’emblema di un amore panteistico per il pescatore. Non odia niente della natura. A volte egli sembra odiare se stesso per il suo scomodo ruolo di killer della natura, quando va a pesca, ma riconosce in questo suo ruolo un volere naturale superiore che lo individua dalla parte del cacciatore e sa bene che quella parte è riprovevole, ma anche necessaria, mentre la parte del cacciato è sempre più comprensibile, ma anche ella diventa necessaria.

Nella lotta contro il marlin più volte il pescatore e il pesce si scambiano di ruolo, infatti a volte sembra che sia il pesce a cacciare il pescatore, rimorchiandone la barca e trascinandolo al largo, mentre altre volte sembra il contrario. Alla fine il vincitore è solo uno, Santiago.

Una volta che il pescatore ha vinto, la soddisfazione è enorme. Sa di aver battuto un suo fratello, ma sa anche che gli “ha voluto bene”, che non lo ha fatto per odio, ma con profondo rispetto. Dopo la vittoria, di lì a breve Santiago si trova ad affrontare la parte del cacciato, infatti i pescecani che sempre fanno parte della natura e soprattutto del mare, guastano 3 giornate di pesca con un solo giorno di razzie. La sconfitta per Santiago è catastrofica. Quando l’ultimo pezzo di pesce viene divorato voracemente dagli squali, il povero pescatore è ormai sfinito nel corpo e nello spirito e quasi rimpiange di aver pescato un così bell’essere della natura, imponendogli una fine immeritevole.

Gli squali a questo punto dovrebbero essere gli antagonisti, ma neanche lo sono. Il vecchio li combatte persino insultandoli, ma sa bene che essi non fanno altro che quello che ha fatto lui con il pesce precedentemente, stanno cacciando, sia pure la vittoria di qualcun altro, ma stanno cacciando come natura comanda. La sua battaglia è persa, ma non inutile. Per una volta ancora, egli ha sentito su se stesso la forza del mare, che insegna a non mollare mai (come il marlin ha fatto) e a saper rispettare il proprio ruolo naturale. L’opera stessa potrebbe essere tradotta in questa unica frase, altamente significativa. Il vecchio e il mare diventa Il vecchio è il mare, in una fusione che eleva un semplice uomo a un essere sapiente, forte e mutevole come il mare.

Celebre è la stroncatura del critico e sociologo Dwight Macdonald, secondo il quale il romanzo di Hemingway è un esempio di pessima letteratura, di quella categoria del kitsch da lui battezzata Midcult, Il vecchio e il mare, senza dubbio è una semplice metafora della condizione esistenziale dell’uomo (la vittoria nella sconfitta), non un capolavoro (a differenza di Addio alle armi e Per chi suona la campana), ma un classico senza tempo, un libro che probabilmente lo scrittore americano ha scritto solo per se stesso, ed per questo che non tutti riescono a capirlo e ad apprezzarlo fino in fondo, complice la scrittura scarna, poco coinvolgente (per alcuni noiosa), ma intrisa di poesia, di Hemingway, aspetto questo, rivoluzionario in quanto lo scrittore, rompendo con la tradizione, riesce a descrivere la condizione umana da una prospettiva totalmente nuova, presentandoci uno stile che potremmo definire giornalistico-poetico.

Baudelaire, poeta “moderno”

(Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867)

Sebbene non sia un poeta del Novecento, Charles Baudelaire rientra a pieno titolo nella letteratura novecentesca, dato il suo modernismo, scandendo un ritmo sino ad allora sconosciuto, scrivendo addirittura un libro riguardo al modernismo: Il pittore della vita moderna, da molti considerato il centro gravitazionale dei suoi interventi di critica letteraria precedenti e della sua produzione poetica successiva. Il pittore di cui si parla nel libro è Constantin Guys, chiamato solamente “G.”, perché non desidera che si parli di lui. Baudelaire non sembra un poeta figlio del suo tempo, dell’Ottocento, ma un anticipatore di uno stile tipicamente moderno: egli infatti fa della modernità stessa e della metropoli uno spazio antropologico, aspetto che sarà arricchito da nuovi ragionamenti da parte di altri scrittori. Il suo stile è fatto di precisione musicale, di un verso chiaro e limpido che dia al lettore un mezzo per entrare in contatto con le idee dell’autore e i suoi sentimenti; è uno stile quindi lineare, semplice seppur elaborato e matematico.

Baudlaire stesso, a proposito di poesia, ha infatti affermato:

Chi di noi non ha, nei suoi giorni d’ambizione, sognato il miracolo di una prosa poetica, musicale, senza il ritmo e la rima, tanto mutevole e precisa da adattarsi ai movimenti lirici dell’anima, alle oscillazioni della fantasticheria, ai soprassalti della coscienza? Questo ossessivo ideale nasce soprattutto dalle frequentazioni delle città immani, dall’intreccio dei loro smisurati rapporti.

Baudelaire: vita e opere

Charles Pierre Baudelaire nasce a Parigi il 9 Aprile 1821. A sei anni rimane orfano di padre. L’anno successivo alla morte del padre, nel 1828, la madre si risposa con il tenente Aupick, un uomo freddo e distante che si guadagnò tutto l’odio di Charles. A causa del tenente Aupick, la famiglia si trasferisce a Lione dove Charles, nel 1833, intraprende gli studi presso il Collegio reale. Qualche anno più tardi, nel 1836, la famiglia torna a Parigi, e lì Baudelaire continua gli studi presso il Collegio Louis-le Grande.

Finiti gli studi collegiali, Charles avverte il peso del futuro sulle proprie spalle, ed insofferente alle scelte che il patrigno Aupick gli propone, si appassiona all’idea di una carriera letteraria. Conosce ben presto scrittori dediti allo stile di vita bohéme. In questi anni si dedica anche alla frequentazioni di prostitute e contrae la sifilide. Nel 1841, a causa del suo stile di vita dissoluto, il patrigno, di comune accordo con la madre, decide di mandare Charles su una nave diretta alle Indie. La nave fa scalo in varie località, tra cui l’isola di Maurice e di Bourbon, dando a Charles l’opportunità di conoscere nuove culture e maturare la passione per quei luoghi lontani che lo accompagnerà per tutta la vita. Dopo 10 mesi di navigazione, il giovane Charles però torna a Parigi.

A Parigi,  decide di abbandonare la famiglia e di godersi la sua indipendenza economica, infatti in questo periodo entra per diritto in possesso dell’eredità paterna, stimata intorno ai centomila franchi. Si stabilisce in una camera dell’Hotel de Pimodan sull’isola di Saint-Louis. Nel 1842 conosce il poeta romantico Théophile Gautier, che ha avuto una grande influenza su di lui.  Nello stesso periodo, conosce anche Jeanne Duval, che diviene sua musa, oltre che sua amante.

Nel 1843, a causa dei suoi continui sperperi di denaro, Charles è interdetto ed i soldi dell’eredità vengono affidati ad un notaio. Non si fa mancare nemmeno le droghe, frequentando il Club des Haschischins, un gruppo di intellettuali dediti  alla sperimentazione di quest’ultime.

Il suo primo lavoro che lo afferma come critico competente, è la recensione del Salon del 1845, che risulta essere un grande successo per l’autore. Ironia della sorte, proprio nel  periodo migliore della sua carriera, Charles tenta il suicidio. Tra le cause che lo spingono all’insano gesto vi sono la condizione psicologica instabile, la solitudine e il futuro incerto.

Ripresosi dal trauma fisico e ancor di più da quello psicologico, Charles si occupa di nuovo del Salon nel 1846 e nello stesso anno fa il suo esordio come poeta con l’opera A una signora creola. Nel 1848 partecipa ai moti rivoluzionari parigini, non tanto per difendere la sua posizione politica-sociale, non fortemente radicata o definita, bensì perché preso dalla foga del momento.

La sua vita nei primi anni 50′ del secolo è relativamente uguale ai precedenti: continui cambi di alloggi, stile di vita dissoluto, piaceri proibiti come alcol e droghe. Vengono pubblicate in questi anni: (Du vin et du haschischFusées, 1851), (L’Art romantique, 1852), Morale du joujou (1853, riscritto nel 1869), (Exposition universelle, 1855).

Inoltre questi sono gli anni in cui  il poeta ultima tutti i componimenti della sua opera cardine, pubblicata nel 1857. Le fleur du mal (I fiori del male) non riscuotono il successo che Charles si aspettava, infatti lui e il suo editore sono messi sotto processo a causa delle poesie “oscene” che contiene il libro; è accusato di attaccare la morale pubblica e condannato a pagare una multa, oltre che ad eliminare sei poesie dall’opera. Dal 1859 in poi la salute di Charles va peggiorando, tanto da far preoccupare la madre che dopo anni di lotte e rapporti turbolenti con il figlio lo riaccoglie a vivere con lei nella casa di Honfleur. In questo periodo compone Le Voyage.

L’anno 1860 è un anno drammatico per Charles: le difficoltà economiche divengono sempre più gravi e il poeta tenta di nuovo il suicidio. Intanto la decennale relazione con Jeanne, continua fino al 1862, anno in cui Jeanne muore.  Nel 1864 tenta di vendere diritti di alcune sue opere e di ricavare denaro tramite qualche conferenza in Belgio, ma senza successo. Ormai la sua salute fisica e mentale è compromessa. Due anni dopo, nel 1866, mentre visita una chiesa belga viene colto da un ictus. Muore l’anno dopo a Parigi.

Spleen e Ideal

La poetica di Baudelaire è costruita soprattutto su corrispondenze ed antitesi. Secondo lui, nell’uomo coesistono il sublime e l’orrendo, che si esplicitano nel contrasto tra Spleen ed Ideal. Lo Spleen simboleggia l’angoscia di vivere che porta all’oblio, mentre l’Ideal rappresenta un ideale divino che attraverso la bellezza ideale porta alla perfezione. Questi elementi che cozzano all’interno dell’animo lo rendono mutevole. Egli paragona questa mutevolezza alle onde del mare e definisce il poeta come portavoce dell’animo umano, poiché ne carpisce l’entità più intima, così lo scopo del poeta è quello di destreggiarsi nell’enorme vastità dell’inquietudine umana. Il poeta si concentra così tanto su quest’aspetto che potrebbe addirittura dimenticarsi del mondo reale, diventando goffo e impacciato nella praticità. Baudelaire giustifica questa mancanza con lo scopo finale del poeta: il poeta deve portare alla luce attraverso l’arte un mondo ideale e perfetto, dove l’angoscia di vivere e il male non siano più un cruccio esasperante.

Le poesie inoltre subiscono un processo di spersonalizzazione, in quanto non vengono definite in un lasso di tempo chiuso o dall’autore stesso, bensì tendono ad avere il loro spazio libero, vengono associate dall’autore per affinità tematica e non temporale. Questo processo è alla base di Les Fleurs du mal, che dà all’opera un particolare taglio stilistico, infatti non si tratta semplicemente di una raccolta di poesie, ma di un’opera con un inizio e una fine ben definiti.

 

Il segreto di Luca, l’attualità di Ignazio Silone

Il segreto di Luca, di Ignazio Silone, è un romanzo che sembra discostarsi dall’antecedente produzione letteraria dell’autore abruzzese. Sebbene molteplici sono i punti di contatto con le tematiche e le ambientazioni tradizionalmente care all’autore, vi sono importanti passaggi che in questo romanzo fanno pensare al romanzo come “innovativo” nella tradizione letteraria siloniana. Si tratta di una sorta di romanzo giallo di denuncia cui fa da sfondo un’ambientazione fiabesca.

L’ambiente è agreste, come nella prima e più celebre opera di Silone, Fontamara, e si nutre delle tradizioni e usanze contadine del primo Novecento. Le vicende si svolgono nel contesto culturale e temporale dell’immediato secondo dopoguerra.
La tematica principale, il fulcro attorno cui gira l’ingranaggio del libro, è il segreto di un vecchio, Luca Sabatini, che ritorna al suo paese natìo, Cisterna dei Marsi, dopo che un errore giudiziare lo aveva costretto al carcere per 40 anni. Il ritorno di Luca in paese desta lo scalpore e il timore di tutti gli anziani del paese, che ancora ricordano il processo del povero Sabatini; infatti essi ancora temono rancori celati dal vecchio Luca nei loro confronti, a causa del processo in cui molti di quelli che sapevano non testimoniarono. Le vicende vengono narrate secondo uno schema narrativo, molto vicino a quello di un thriller, che rende efficacemente l’intenzione dell’autore.

Il segreto di Luca, sin dall’inizio, appare come un labirinto sempre più intricato e contorto nel corso della lettura del romanzo, un puzzle a cui vanno aggiungendosi sempre nuovi elementi. Quella nebbia che esiste nel romanzo, viene a diradarsi poco a poco con le indagini che il giovane Andrea Cipriani, esponente del partito socialista e co-protagonista o forse reale protagonista della vicenda, conduce nel paese e tra i paesani al fine di comprendere quale sia il segreto di Luca. Dopo vari interrogatori sofferti e lunghi, la vicenda appare chiara e il segreto sarà svelato.

La vicenda trattata da Silone ne Il segreto di Luca ha poco a che fare, come si è già accennato, con l’impegno politico o sociale. Queste componenti seppure presenti, passano in secondo piano rispetto alla vicenda principale e fanno solo da sfondo all’insieme del romanzo, occupandone certamente uno spazio importante e risultando essere, in certi casi, tematiche contemporanee e molto moderne.
Una delle tematiche sociali affrontate nel libro, che va a collegarsi direttamente con l’ambiente culturale di quegli anni, è l’ipocrisia messa in atto dai paesani e dalle autorità del paese nei confronti di Andrea Cipriani. Quandoegli diventa un “pezzo grosso”, un importante politico amministrativo, il paese si affanna in grossi e buffi preparativi per accaparrarsi le simpatie del giovane, il parroco don Franco addirittura prepara progetti edili da mostrare al giovane.

In questo chiaro esempio di ipocrisia ideologica si palesa una tematica sociale che facilmente è riconducibile a quell’epoca storica e, generalizzandola, alla massificazione del popolo. Tutti stanno dalla parte del vincitore. Non importa quanto sia nobile la causa, poichè la massa, organismo poco ragionevole e mutabile, applaudirà sempre il vincitore, sia che esso sia il suo carnefice o il suo liberatore. Ne Il segreto di Luca Silone mette in luce i meccanismi storici che portarono alla passiva accettazione della rivoluzione socialista italiana da parte dei sottoproletari, che ironicamente è la compagine politica che più avrebbe dovuto auspicare questo, così come alla passiva accettazione del regime fascista anni prima. Un comportamento che ha una sola parola per essere perfettamente interpretato: opportunismo. E da qui si può ben comprendere come la massa non si mostri come coscienza collettiva, bensì come contradditoria anima del servilismo umano individuale, salvo le eccezioni presenti in alcuni personaggi come don Serafino ed altri pochi quali Luca e Andrea.

A questa critica ideologica, si contrappone una fredda interpretazione del rapporto Stato-cittadino. Infatti Andrea ammonendo don Serafino, che gli richiede una raccomandazione per un suo amico povero, Luca, mette in luce quello che è il suo pensiero: Queste richieste non vanno presentate a lui, ma al sindaco. Questo è un chiaro esempio del disfacimento istituzionale che ancora oggi, a volte, possiamo sperimentare: non si ci rivolge più alle istituzioni, bensì agli individui dietro di essa, non più ai partiti, o comunque ai processi collettivi di esercizio repubblicano,ma ai patroni che ci sono dietro, non più al parlamento, ma al presidente del consiglio, per intenderci.

Mettendo in risalto questo elemento della crisi istituzionale, prende largo la reale sorgente del problema, che non ha inizio dal popolo, bensì dagli uomini di potere. Esemplare a tal proposito interpretativo, la scena in cui il sindaco per ricevere il maresciallo, con il quale poteva liberamente rimandare l’incontro, non riceve dei reduci che, indispettiti e altamente innervositi dal comportamento del sindaco lo insultano e se ne vanno via: è un chiaro esempio questo di una politica che non si occupa dei suoi figli e che li porta a uno sbando generale e a una delusione che sfocia nel meccanismo dell’opportunismo di massa in quanto ciascun individuo cerca nella massa il realizzarsi della propria intenzione individuale. In questo senso si viene a creare un senso di appartenenza effimero, ciascun popolo resta unito solo per i propri fini individuali. La rivoluzione la si fa d’altronde per questo.

Altra tematica sociale che emerge da Il segreto di Luca, è quella dell’ingiustizia subita dal protagonista, dichiarato colpevole di un omicidio mai commesso. Ciò risulta comprensibile in quanto gli indizi contro di lui sembrano incastrarlo e lui non si difende dalle accuse. Ma quando ben 10 anni dopo, vuole tentare di riconquistare la sua libertà, con un regolare processo in cui si dichiara innocente. Ebbene quest’esempio vuole mettere in risalto una tematica giuridica interessante: la legge o i “codici”, come sono definiti nel libro, sono solo involucri cartacei di un meccanismo logico-razionale che non risparmia nessuno e che presenta grossi limiti di aderenza alla realtà. Non si può, se non stando alle sue regole, diventare innocenti, seppure lo si è effettivamente. C’è una separazione tra effettivamente innocente e giuridicamente innocente, una separazione di cui Luca soffre pesantemente. Di qui la difficoltà politica: i cittadini non vengono ben difesi da una giustizia difettosa e piegata su stessa nei suoi procedimenti astratti.

Questi sembrano i punti di contatto con la produzione letteraria antecedente di Silone, mentre ciò che risulta nuovo è la tematica erotica e quella esistenziale: Il segreto di Luca è anche quell’amore coltivato con i soli sguardi e con poche parole nei confronti di Ortensia; un amore impossibile, in quanto la donna è sposata. L’amore impossibile viene a incatenare Luca in un impossibilità d’agire, tenta il suicidio, si convince di proseguire nel suo intento, ma viene punito con una pena ancora più grave: l’ergastolo. Il motivo per cui Luca non parla è per liberare Ortensia dalla sua indecisione, dai suoi tormenti, anche la donna infatti ama Luca alla stessa maniera, e solo una volta che lui sparisce per sempre, lei trova la pace e realizza la reale entità del sentimento che nutriva per lui.

Quello che appare come la forza più grande di Luca è una titanica resistenza che l’uomo può contrapporre, in virtù dell’amore, al gigante impassibile dell’esistenza. E’ infatti attraverso l’amore, come dice lo stesso Luca, che egli trova, come tutti gli uomini, ragione d’esistere e di respirare; ed è per questo che egli lotta, Facendo dono del suo tempo e della sua esistenza alla sua amata. Il suo silenzio sembra quanto mai eloquente e nel profondo di quell’aula di tribunale egli ancora canta alla sua amata un canto di passione, sacrificio ed eternità.

Ignazio Silone, tra i primi portatori di temi sociali legati al mondo contadino e di un “socialismo cristiano”, è uno scrittore da riscoprire e da riproprre soprattutto alle giovani generazioni, data l’attualità del suo pensiero e il suo saper coniugare denuncia e bellezza, impegno e intrattenimento.

‘Il sentiero dei nidi di ragno’, l’antiretorica partigiana di Italo Calvino

 

Il sentiero dei nidi di ragno si presenta come una delle opere più significative di Italo Calvino; è infatti attraverso questo suo primo romanzo che Calvino nasce e si afferma come scrittore. Il libro viene pubblicato per la prima volta nell’ottobre del 1947 nella collana i Coralli dell’editore Einaudi di Torino.

La storia narra di un bambino, il piccolo Pin, che vive l’intenso e cupo dramma della guerra, in cui tutte le vicende umane vengono collezionate dagli occhi del bambino che le interpreta con la sua visione ingenua e propria di un monello sfacciato e ingenuo.

Pin, che ha perso la madre e il padre e ha fama di gran monello, lavora come assistente di un povero calzolaio, Pietromagro, ha una sorella, detta la Nera, che di professione fa la prostituta e che tutti in paese conoscono.

La vicenda di Pin è singolare, egli vuol fare l’amico dei grandi e perciò fuma e beve come uno di loro e per questa sua smania di fare il grande non riesce a far amicizia con i bambini della sua età che non capiscono i grandi, a differenza di Pin, il quale però alla fine si trova sempre distante sia dai bambini, sia dai grandi.
Questa sua alienazione e distanza da un utopico mondo d’appartenenza, lo rende solo e arrabbiato e inconsciamente cerca nei grandi un rifugio e un mondo a cui appartenere.

L’occasione per sancire la sua entrata in quel mondo affascinante e misterioso dei grandi, si presenta al bambino quando gli uomini dell’osteria, influenzati da uno strano uomo misterioso, gli commissionano un arduo compito per dimostrare di far parte di loro: recuperare la pistola di un marinaio tedesco, Frick, che va spesso a trovare la sorella di Pin.

Pin riesce nell’impresa e ostentando la vittoria, si avvia verso l’osteria, pregustando già la faccia di stupore e di ammirazione che vedrà stampata su quei volti increduli. Una volta arrivato all’osteria scopre che gli uomini gli avevano commissionato quell’ impresa solo perché volevano impressionare positivamente quell’uomo misterioso.

Arrabbiato e deluso dai grandi, Pin insulta gli uomini e corre più forte che può e attraverso terre scoscese, trova i sentieri che solo lui conosce, i sentieri che portano ai nidi di ragno, tra i quali decide nascondere la pistola. La scomparsa dell’arma però non resta segreta e sulla via del ritorno il bambino scopre che il paese brulica di truppe fasciste e tedesche che lo catturano, incolpandolo dell’accaduto.

Dopo un violento interrogatorio, Pin non rivela la posizione della pistola e viene condotto in prigione. Alla fine riesce ad evadere grazie a un comunista incontrato in prigione, Lupo Rosso. Pin vive esperienze che gli faranno provare sensazioni come la solitudine, e conosce persone che deludono, il suo unico desiderio e quello di trovare il grande amico diverso da tutti gli altri uomini e alla fine ci riuscirà.

Il sentiero dei nidi di ragno rappresenta una realtà storica e una realtà esistenziale molto care al Neorealismo, corrente in cui rientra l’autore come tra i più celebri. La cornice della guerra fa da sfondo alle avventure del piccolo Pin, che si ritrova a dover sopravvivere in uno scenario popolato dal nero delle brigate fasciste e naziste, dal fumo e dal bere, uno scenario in cui non poteva sopravvivere un bambino qualunque.

Ma, come ci si accorge sin da subito leggendo il romanzo, il mondo partigiano viene trattato quasi in maniera indiretta, la vita dei partigiani viene a incrociarsi con quella di Pin, ma non è quella di Pin. La materia da trattare, la vita dei partigiani italiani del secondo dopoguerra, era un argomento sentito troppo solenne dall’autore, che preferisce filtrarlo attraverso gli occhi ingenui e monelli di un bambino, ma non per questo l’espressione del mondo partigiano perde la sua importanza, anzi forse ne acquista. La componente del personaggio-bambino fa da perfetto esecutore dei giudizi dello scrittore e permette una visione più distaccata del mondo partigiano, senza farsi inglobare dai suoi stereotipi e dalle contaminazioni della sua storia.

La rappresentazione inoltre è alquanto polemica: gli eroi presentati nel libro come i mitici partigiani non ricalcano affatto l’ideale dell’eroe socialista, né quello classico degli eroi puri e senza macchia. Tutti i personaggi del libro sono frutto dell’esperienza personale dello scrittore ai tempi della guerra e questo fa si che non ci siano eroi inventati su quelle pagine, bensì uomini veri e concreti che diventano eroi. Questo è il fulcro centrale della polemica di Calvino contro l’eroismo statico, che voleva i personaggi come eroi creati da sempre e sempre vissuti, mentre l’autore punta ad una presa di coscienza dell’eroismo come un arte a cui ogni uomo partecipa. Il mondo partigiano risulta colorito e vive attraverso i suoi protagonisti autentici: gli uomini diventano eroi, non sono eroi già costituiti.

Ma se la componente partigiana è molto trattata (senza retorica), altro discorso vale per la storia di Pin, che si offre a diverse interpretazioni. La ricerca che il piccolo Pin compie per il mondo, in modo febbrile, maniacale, rappresenta senz’altro quella voglia di salvaguardare il proprio tesoro e quella voglia inconscia di un rifugio fanno di lui un ragno; Pin vuole ricreare il suo nido e potersi riscoprire nell’ombra dei suoi cunicoli interiori ed è per questo aspetto che il finale del libro si arricchisce ulteriormente: lasciandosi alle spalle il sentiero dei nidi di ragno, ormai distrutto da Pelle, Pin si incammina con Cugino a fare il “nido” da qualche altra parte, ora che anche lui ha trovato il suo sentiero, e  può ricreare il suo destino. Pin rappresenta perciò non un eroe, ma quella voglia forse più infantile e necessaria dell’uomo, di avere un padre o una madre, dicendoci che questa voglia, questa pulsione esistenziale va difesa con forza e determinazione. Da questo punto di vista Pin diventa un eroe, un eroe che insegna a combattere per quello in cui si crede. Pin si fa portavoce della determinazione umana ed impara dalla delusione e dalla disperazione che popolano la sua vita a seguire il suo sentiero e creare il suo nido “nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.

 

Beat generation: la protesta contro la società e la tradizione idealistica

Il dopoguerra è un periodo fertilissimo per le correnti di pensiero antimilitari e pacifiste. La ferita lasciata dagli orrori della guerra era troppo grande e ancora fresca per tutte le società di quel tempo, una ferita che non si sarebbe rimarginata mai completamente. Tra tutte le correnti di pensiero nate subito dopo il dopoguerra, c’è ne è una, in particolare, che esprime in maniera magistrale il connubio tra educazione e letteratura e che si è resa capace di creare una vera rivoluzione culturale ed è stata la beat generation. La sua nascita è solitamente collegata alla Columbia University, e all’incontro di giovani studenti quali, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lucien Carr. Essi si oppongono alla vecchia tradizione idealistica e letteraria che i loro professori tenevano in vita e volevano offrire al mondo un nuovo modo di pensare, una nuova “visione”.

Il gruppo negli anni cambia, si aggiungono successivamente Neal Cassady, che diverrà un importantissimo protagonista della cultura beat, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. La beat generation giunge anche in Italia attraverso le traduzioni di Fernanda Pivano a metà degli anni ’60.

Per capire il movimento beat molti critici e gli stessi scrittori appartenenti al modo di pensare beat si sono chiesti: cosa significa beat? Ma al contrario di quello che si può pensare, non è una semplice ricerca semantica quella che si rende necessaria per comprendere il termine, bensì una ricerca spirituale, che palesa nel suo significato l’intera espressione del movimento. Difficile stabilire se beat avesse un significato positivo, preso da “beatitudo”, quella dello spiritualismo zen o delle droghe più svariate, o beat come sconfitto in partenza. Il centro era stato New York, con Allen Ginsberg, Jack Kerouak e Neal Cassady, combattenti contro il capitalismo, la discriminazione sessuale e la crescita del potere dei media.

Il successo del libro di Kerouac, morto a soli 47 anni, On the road (Sulla strada) avrebbe dato vita al movimento dei figli dei fiori, alle lotte contro la guerra del Vietnam, al movimento studentesco.
Il viaggio intrapreso da rappresentanti della beat generation è verso il nulla, poiché l’importante non arrivare ma partire, muoversi nella speranza. Tale concezione che nasce da un desiderio di libertà di espressione, dinamismo vitale, spiritualità prorompente e una feroce contestazione alla società e ai suoi modi di imprigionare gli uomini nei suoi schemi spersonalizzanti, comprende l’universalità delle cose, una ricerca intima del tutto, ma attraverso tutti i mezzi, come l’alcol, la droga o l’ incontro carnale libero. Dice lo stesso Ginsberg:

“Ho visto le migliori menti della mia generazione /distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche/trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…/ a fumare nel buio/soprannaturale di soffitte ad acqua/fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz…/Ho visto le migliori menti della mia generazione che mangiavano fuoco in/hotel ridipinti…/che vagavano su e giù a mezzanotte per depositi ferroviari chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati.” (da Howl- Urlo di Allen Ginsberg).

I poeti e gli scrittori beat cercano un senso liberatorio e un rifugio contro la società che li opprime nei suoi costumi e nelle sue feroci imposizioni, sentono perciò il desiderio inconscio di scappare, di trovare un nuovo stile di vita ovunque si trovino, sono cosmopoliti universali, sono grandi sognatori e fedeli discepoli della strada, metafora del percorso vitale che ciascuno può intraprendere, oltre che talentuosi scopritori dell’animo umano.
Per il loro stile di vita è facile chiamarli “poeti maledetti” oltre che collegarli agli autori della distruttiva Lost Generation, da cui gli stessi autori beat ammettono di trarre ispirazione.
<<Sono bambini all’angolo della strada che parlano alla fine del mondo>> afferma Kerouac, e probabilmente questa è la definizione più giusta per gli autori beat, essi sono uomini, come tutti gli uomini, che professano libertà ed insofferenti alla guerra.
Solo dopo aver compreso tutto questo che la parola beat sembra acquisire un senso, beat come sconfitta, quella subita contro la società, contro i costumi sporchi di sangue ormai troppo radicati nella tradizione, beat come ritmo, come quel dinamismo che porta a non fermarsi mai e a continuare il viaggio liberatorio dell’ anima, beat come ascesi nella spiritualità più profonda del proprio io, una discesa nei meandri di se stessi e degli altri, attraverso viaggi mentali provocati dalle droghe, per scoprire, secondo gli esponenti della beat generation, il tutto universale.

Ma beat generation non è sinonimo di vandalismo e violenza, di tossico o di sbandato; gli scrittori beat sono in uno stato di beatitudine; provano  ad amare tutta la vita, ad essere pazienti e sinceri con tutti in questo pazzo e frenetico, ispirandosi al cattolicesimo, allo spiritualismo e al taoismo. Questo è il vero spirito della beat generation.

Per tutte queste “definizioni”, la cultura beat diventa popolare negli anni, acquistando sempre maggior riscontro nella generazione del dopoguerra, sfociando poi nei movimenti hippy, nelle manifestazioni pacifiche di massa contro la guerra del Vietnam, ma anche per la sua connotazione di gruppo ribelle, per gli attacchi che riceveva dai giornalisti, incapaci di operare quella rivoluzione che il movimento beat stava portando, per le contestazioni ricevute, per il bombardamento mediatico sotto cui vivevano. Come tutti i movimenti originali e influenzanti, anche la generazione beat ebbe la sua fine, il suo successo, che raggiunse l’apice negli anni 50′ e agli inizi degli anni 60′ andò poi lentamente perdendosi fino ad una conclusione che i critici datano intorno alla fine degli anni 60′ e agli inizi degli anni 70′.

Ancora oggi si possono trovare le influenze lasciate dalla cultura beat (spesso considerata e riproposta in maniera errata): dalla musica al cinema, dalla letteratura al modo di vestire. Quei viaggi fatti solo per il gusto di farlo, che ancora sono presenti in molti film, quella ricerca di un senso di pace universale che pervade ancora oggi molti romanzi, ma soprattutto l’immaginario di moltissimi autori.

E in definitiva possiamo raccogliere tutto quello finora detto con lo stesso titolo con cui John Clellon Holmes pubblicò il suo articolo,spesso definito manifesto della generazione beat, sul New York Times nel 1952, This is the beat generation!

‘Finzioni’, l’opera capitale e ricca di simbolismo di Borges

Stimato come uno dei classici più interessanti  del novecento, Finzioni è l’opera capitale di Jorge Luis Borges. Tale raccolta di racconti è divisa in due parti: Il giardino dei sentieri che si biforcano (1941) ed Artifici (1944). L’opera annovera al suo interno racconti che sono diventati capisaldi essenziali per l’analisi del pensiero borgesiano. Sono infatti inclusi nella raccolta racconti quali: la Biblioteca di Babele, Tlon, Uqbar e Orbis Tertius, Il giardino dei sentieri che si biforcano.

Attraverso un uso spropositato di un simbolismo accattivante e a volte ferocemente distante, l’autore argentino ci guida nel viaggio personale attraverso un’interpretazione critica e molto spesso anche intuitiva  della realtà circostante. Borges crea un linguaggio universale, capace di parlare al di là delle parole e dei simboli, di arrivare al lettore e di riuscire ad instaurare con lui un dialogo, e tutto ciò nonostante esso risenta di uno smodato enciclopedismo. L’opera, attraverso la mano sapiente dell’autore, mostra un modo di percepire la vita totalmente innovativo e sicuramente interessante, invitandoci a riflettere sulla reale entità delle cose.

Finzioni, al contrario di quanto dice il titolo, diventa una straordinaria, simbolica e labirintica ricerca della verità. Borges affida al termine finzioni quelle realtà materiali che risultano espressioni congetturali di un senso comune troppo legato al materialismo esistenziale e vi contrappone una visione dellea realtà che va ad abbracciare punti di vista fantastici e metafisici, diversi tra loro.

Lo scrittore ci fa scoprire una realtà nascosta dentro la realtà stessa, una realtà che è celata dal tempo, dagli uomini e dal mondo. La stessa realtà che Funes abbraccia con la sua mente e che non lascia mai, la stessa che Pierre Menard cerca di riprodurre e contemplare nel suo plagio idealistico. Nell’universo di Finzioni, la realtà è mutevole ed osservata dai suoi differenti punti di vista non è mai componibile e pensabile come un unica realtà oggettiva, bensì essa è rappresentata come una realtà che si ramifica in più realtà, soggette alle arbitrarie interpretazioni dell’uomo.
Queste realtà vanno a comporre quel dedalo inestricabile di incomprensioni e rivalutazioni degli eventi che matura in una visione innovativa e soggettiva delle cose, una visione per cui una riproduzione perfetta e simmetrica del don Chisciotte, redatta agli inizi del XX secolo dalle mani di Pierre Menard, diviene un opera completamente diversa da quella originale del XVII secolo di Cervantes, una visione per cui la parola cane, che identifica un cane alle tre e un quarto visto di fronte, non identifica un cane alle tre e un quarto visto di profilo (esempi tratti dall’opera).
Questo tipo di realtà è appunto soggetta a parametri esterni di valutazione quali il progresso o il regresso della memoria e della storia, ovvero della realtà sensibile e percepibile.

Al di là della matrice materiale del mondo, Borges identifica una matrice iper-materiale,che è quella delle idee (tale concezione è presente nei racconti Tlon, Uqbar e Orbis Tertius, Le rovine circolari, Il giardino dei sentieri che si biforcano, La lotteria a Babilonia). Le idee infatti possono toccare la realtà e renderla effettiva. Non è dunque solo la realtà materiale ad influenzare le componenti più “astratte”dell’esistenza, bensì è vero anche il contrario: le idee creano la realtà, o meglio le realtà. Infatti di pari passo allo sviluppo dell’idea dell’origine metafisica della realtà vi è lo sviluppo dell’idea di infinità molteplicità della realtà stessa. La realtà caratterizzata come “nostra” è solo una delle infinite possibilità che aleggiano nell’esistenza. Vengono perciò a crearsi infinite realtà che si muovono parallelamente l’una all’altra. Queste realtà molteplici ed infinitamente diverse vengono a distinguersi a partire dagli eventi,che possono risolversi in esiti diversi,ma addirittura possono ripetersi, come ci ricordano Il giardino dei sentieri che si biforcano, La Biblioteca di Babele e La lotteria a Babilonia. 

Determinante a questo punto diviene un altro filone che si viene a creare nell’opera: il filone della verità. Tale filone interessa quasi tutti i racconti; in ognuno di essi c’è una rivelazione, un paradigma prima sconosciuto che ora diviene la componente più veritiera e importante della realtà. Uno degli elementi più interessanti circa questo filone appare ne L’Accostamento ad Almotasim, dove la ricerca della verità viene condotta per canali molteplici e soggettivi, infatti ogni cercatore di Almotasim lo immagina e conosce in maniera differente.
La ricerca della verità diventa unico significato da ricercare nella realtà, così per alcuni dei personaggi dei racconti, come gli uomini nel racconto La Biblioteca di Babele, o per Le rovine circolari. La verità celata ne La Biblioteca di Babele, quella che tutti gli uomini cercano in un mondo in cui la realtà è composta da realtà eternamente infinite, mutuando elementi dalla teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche, diventa a sua volta una finzione e per questo non costituisce la vera chiave per definire la realtà, bensì un altra interpretazione arbitraria di quest’ultima e un incompleta visione delle cose.

In questo labirinto di realtà arbitrarie, misteriose,indefinite, nascoste, impercepibili e sfuggenti, in maniera indiretta viene a delinearsi un filo conduttore a cui aggrapparsi. L’opera apparentemente sembra una critica che non si accontenta di esserlo. L’opera di Borges infatti riesce ad evitare uno dei maggiori rischi di un opera critica, quella di restare fine a se stessa nel ruolo di critica sterile, ovvero di evidenziare i problemi e non offrire soluzioni. Anche se Borges sembra muoversi in questo senso, infatti il più delle volte non fornisce un modo giusto di interpretare l’esistenza, ma preferisce una pacifica e tranquilla presa di posizione indipendente e personale, come nel caso del finale di Tlon, Uqbar e Orbis Tertius o ancora in Le tre versioni di Giuda, ma indirettamente sembra gridare ed auspicare una presa di coscienza della realtà.

Le finzioni di cui Borges ci parla in tutta l’opera appaiono come comuni e universali, vicine alla quotidianità umana e si delineano come quelle interpretazioni approssimate e fittizie della realtà da parte dell’uomo. L’invito indiretto fatto dall’autore sta nel non considerare tutto come stabilito e definito, ma nell’appropriarsi della materia di cui sono fatte le stesse finzioni, ovvero nella capacità critica e interpretativa dell’uomo. Borges sembra inserire il messaggio più importante della sua vita, un messaggio che diviene automaticamente il retaggio e l’eredità lasciata ad ogni fiero lettore dell’autore e dell’opera, l’autore argentino sembra pronunciare in quest’opera un’esortazione, che diventa un imperativo per raggiungere la verità indefinita dell’esistenza: siate critici e non credete alle finzioni.