‘Il ragazzo con gli occhi grigi’, di Gilles Perrault

Il ragazzo con gli occhi grigi (Fandango, 2016) è un libro di Gilles Perrault, scrittore, sceneggiatore ed attivista politico francese. Del romanzo esiste anche un adattamento cinematografico ad opera del regista André Techiné (Palma d’oro a Cannes con il film Rendez-vous) che ha adattato Il ragazzo con gli occhi grigi per il cinema con il titolo Les Égarés. Tra gli attori anche Emmanuelle Béart.

 

Il ragazzo con gli occhi grigi: la trama

Francia, 1940. Il paese è lacerato dalla seconda guerra mondiale. In viaggio gli sfollati si dirigono verso il sud, in un esodo drammatico che sembra non conoscere fine. Tra questi ci sono anche una giovane donna della borghesia francese, moglie di un tenente, e i suoi due figli, Sylvie e Philippe. Lungo il cammino sono colti a sorpresa dall’attacco di uno Stuka tedesco che prende a colpire a suon di mitragliatrice i civili. Nei fumi di una tragedia senza tempo, spunta dal nulla come un fantasma Jean, un ragazzo appena adolescente e li trae in salvo. Sarà lui l’angelo protettore della sgangherata famigliola, proteggendola dai pericoli che i tre sono costretti ad affrontare, come procurarsi del cibo, trovare una dimora per nascondersi da tedeschi, sopravvivere ai soprusi degli sciacalli. Li strappa ad un ambiente ormai spoglio di regole, imbastito di confusione e furfanteria. Quella condizione di semi-anarchia che solo la guerra sa portare con sé. Lui, che parla con gli occhi grigi ma non emette suoni né parole, è un ragazzo dai modi rozzo, misterioso ed introverso che riesce a catturare l’attenzione e a sensibilizzare il lettore. Jean nasconde un segreto ma la sua presenza racchiude un tabù che tutti vorrebbero rompere, seppur per un soffio di tempo.

Il segreto di Jean

Chi è Jean, e da dove spunta? Ci sarà qualcos’altro da sapere su questo curioso personaggio che entra silenziosamente nella vita dei tre personaggi: Quello della moglie di Robert, tenente valoroso e gran signore che non compare nel libro, Sylvie, di sei anni, e Philippe, 10 anni, l’ometto di casa. Così leggero e immediato, questo volume di sole 90 pagine accoglie in un’atmosfera nella quale tragico, noir e mélo si incontrano. Una trama semplice, personaggi delineati con delicatezza e dettagli che brillano. Luccicano come una lacrima, e le lacrime non mancheranno in Il ragazzo con gli occhi grigi. Per questo motivo è superfluo soffermarsi sulla vicenda, perché ossuta e lineare si rivela. Al contrario è da notare qualche passo, assaggi di una lettura che coinvolge e spiazza al tempo stesso. Come nella descrizione di Jean:

Il ragazzo si muoveva. I piedi sfioravano il parquet. Sembrava danzare su una musica lenta che solo lui sentiva. Il corpo ondeggiava come una bandiera nella brezza leggera e il braccio destro teso in avanti, di una rigidità assoluta, sembrava l’asta di quella bandiera.

In un momento d’azione, di cui il libro non è costellato, il ragazzo dagli occhi grigi, freddi come il polo artico, in una danza da guerra, si abbatte contro due farabutti che tentano di violentare la donna. Jean ha solo sedici anni, ed è per questo che non può che figurarsi così: un uomo maturo nel corpo di un giovane venuto dal nulla. L’autore moralizza, induce alla riflessione, ferma il procedere narrativo all’improvviso: “Il problema è che la tua spaventosa frivolezza t’impedirà sempre di cogliere la dimensione tragica degli eventi”.

Buoni o cattivi, una favola novecentesca

Colpa di una superficialità della classe medio alta? Può darsi, ma il narratore non è mai spietato con la co-protagonista, la moglie del tenente. Lascia che sia la protagonista femminile a compiere l’autoanalisi, a fare i conti con il proprio passato, non solo recente. Come se in lei si racchiudesse la sconfitta di un’intera – o forse più d’una – generazione alle prese con una nuova guerra. Il microcosmo di Il ragazzo con gli occhi grigi è tipizzato, da una parte ci sono i buoni, dall’altra i cattivi, che la protagonista sembra riconoscere, come a disporre di un acuto intuito. Ovviamente il momento bellico li fa incontrare e scontrare, ma nessuno abbandona mai il suo posto assegnato dal narratore. Ognuno mostra ciò che è, presto o tardi, la natura dell’uomo emerge nettamente.

Gilles Perrault profonde così l’assaggio di un’arte narrativa dedicata alla naturalezza, primo capitolo di una trilogia incentrata sul filo conduttore della maison, ovvero la casa che i personaggi occupano lungo il loro pellegrinaggio verso la propria. In questa storia carica di paure riesce a raccontare la guerra come si narra Cappuccetto rosso ai bambini prima di dormire. L’eroe è recuperato, anche se veste i panni di un adolescente strambo. Il lupo c’è ancora, anche se intimorisce di meno. E’ come una “favola” amara, questa seconda guerra mondiale sotto la voce di Girrault, una favola per adulti.

‘Atti osceni in luogo privato’, l’irriverente romanzo di formazione di Missiroli

Atti osceni in luogo privato dello scrittore riminese Marco Missiroli (Feltrinelli, 2015) ha per protagonista Libero, che più che un personaggio, rappresenta un’idea di istinto. Tutto comincia con una cena. Libero Marsell ha soltanto dodici anni, si è appena trasferito dall’Italia con mamma e papà. Sballottato in Francia, assiste al tradimento della madre, che si innamora del migliore amico di famiglia. A dominare l’inizio è il turbamento visivo del ragazzo, alle soglie del suo sviluppo sessuale, l’immagine della madre baciata da un uomo che non è suo padre. Uno choc, ex abrupto Libero entra nel mondo degli adulti ed è costretto a crescere sperimentando i sentimenti e condizioni proprie dell’essere umano: infatuazione ed amicizia, eccitazione, innamoramento e delusione, solitudine e libertà. Da qui in avanti una storia di formazione che condurrà Libero Marsell, tra coraggio e paura, di nuovo in Italia, a Milano, alla ricerca di se stesso e alla perdita della bussola emotiva e sessuale, inciampando o lanciandosi nelle vite di diverse donne, in una autoanalisi profonda e talvolta contorta che trova nel personaggio di Marie una complice ideale ed amica, bibliotecaria e oggetto di desiderio, fino alla scoperta dell’oscenità esistenziale.

Atti osceni in luogo privato: stile e contenuti

Atti osceni in luogo privato è un romanzo che vale la pena di essere sugli scaffali dei nostri lettori. Un libro di ricerca, formazione, autocritica e ironia anche di amarezza, che fa capire subito davanti a che tipo di scrittore ci troviamo. Marco Missiroli è uno che scrive senza chiedersi se andrà di moda, tanto che è stato criticato proprio per questo, per quei fraseggi troppo curati, articolati, poco limpidi. Atti osceni in luogo privato è un esempio di come la letteratura italiana possa ancora tirare fuori il meglio di sé. Non possiamo solo rimpiangere le letture di Moravia, Morante, Pirandello. Dobbiamo costruire un canone diverso, un approccio inedito versi i nuovi autori che stanno formando il nuovo filone dei grandi. Che poi ci sia valore anche nel piccolo (piccole case editrici o libri poco conosciuti), è giusto dirlo.

La copertina del libro potrebbe ingannare, perché sembrerebbe – ma non è – un libro erotico. Uno di quelli che i lettori da metropolitana acquistano distrattamente, non che sia una colpa ci mancherebbe, ma questo volume non è per lettori occasionali. Pretende molte conoscenze, le dà per scontate, allude a titoli come Lo straniero di Camus, Mentre Morivo di Faulkner, giusto per citarne un paio.

L’autore di Senza coda, Il buio addosso e del Senso dell’elefante, adotta uno stile coraggioso. Può non piacere, il modo di scrivere di Missiroli. E’ comprensibilmente vero. Un po’ zuccherato, non melenso, curato fino alla virgola, a volte sbavato e un poco scorretto. Come quelle calligrafie d’artista, o del medico di famiglia, che ogni tanto sul foglio lasciano traccia di una ribellione da non sottomettere a nessuna disciplina, nemmeno alla narrativa. A volte pecca di un esageato tentativo di comporre neologismi.
Non è certo politically correct l’incipit, e vince proprio per la sua imprendibilità “oscena” e invincibile, sfacciata:

Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa.

E la crepa si genera anche nell’universo narrativo. Il termine pompino scandalizza più di un romanzo scritto con i piedi? E’ probabile. Non a caso, scrosciano e sono piovute critiche ed apprezzamenti. Perché Atti osceni è un romanzo degli anni ’60, e il lettore vincolato al contesto storico e alle tendenze attuali, non può comprenderlo ed assimilarlo completamente. Forse anche per l’omissione della tecnologia dalla storia:
L’autore stesso ha spiegato la scelta di Atti osceni in luogo privato: “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

“O” come oscenità

Ma il romanzo, nonostante l’effetto vintage, resta impresso e durevolmente. In che modo? Con l’irriverenza, la strafottenza con cui Missiroli parla della caccia alla compagna sessuale giusta, la sobrietà nel narrare la scoperta del corpo e l’autoerotismo, l’ostinazione nella ricerca della felicità, e la voglia di libertà, maschilismo criticato ma tuttora esistente tra gli individui, la sincerità cruda, la ricerca sapiente delle parole che sa di snobismo, l’essere così deliziosamente francese e al di sopra di una contestualizzazione, o ad una corrente culturale. Atti osceni è un po’ quello che le opere di Moravia furono per i contemporanei. Uno schiaffo alla critica, perché indecisa e un’invidiosa perplessità di chi scrive sforzandosi di conquistare il pubblico. E si mostra così osceno, senza veli e quasi perturbante, quando descrive la propria eccitazione. In questo passo descrive Marie, sua amica e bibliotecaria che Libero ama dall’età preadolescenziale. Un’infatuazione che si trasforma col tempo un rapporto dal valore quasi psicoterapeutico. Un’amica vera, alla quale però Libero associa un’attrazione perenne. La dipinge così:

Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria.

 

Atti osceni in luogo privato farà ancora parlare di sé, e darà fastidio a molti, ma ai più resterà come un piccolo classico da rileggere con nostalgia degli anziani senza eros che riguardano le vecchie fotografie. Atti osceni ha il plus che manca a molti libri sfornati oggi dalle grandi case editrici. Una sua anima, un proprio perché. Quale? L’oscenità del rischio di piacere, o di essere odiato.

‘Scacco al re’, l’esordio di Eraldo Guadagnoli

Scacco al re è il romanzo d’esordio di Eraldo Guadagnoli, abruzzese, classe 1974. Sono tre i personaggi a condurre vorticosamente il lettore, perché di vortice si tratta. C’è Eric Gardener, giovane promettente avvocato appena giunto a lavorare nel prestigioso studio legale di Manhattan, il Rodham&Carter, poi c’è Lawrence Corvi, di origini italiane, vecchio cliente dello studio per cui Gardener deve redigere il testamento. Infine Robert Rodham, proprietario dello studio legale, un uomo d’altri tempi, elegante, tra i migliori avvocati nella “Grande Mela” al tramonto della sua esistenza.

Scacco al re: una trama avvincente e piena di suspence

A tenere saldati i tre in una trama avvincente e scandita da ambientazioni e contesti incalzanti è proprio il (doppio) testamento. Quello scritto negli anni ’90 da Corvi e Rodham, uniti da un legame forte nato al fronte, e così difficile da spezzare nonostante le lancette del tempo non siano così clementi. Da evidenziare un’altra figura, che si insinuerà con scaltrezza per dare filo da torcere ai tre, il socio unico dello studio legale, Michael Carter: un avvocato ed un tipo scaltro, audace, un lupo nella tana. Segreti, intrighi, suspense invidiabile ad altri scrittori, dubbi e incertezze ma anche spunti ironici e un pizzico di romanticismo il rispetto della legge e dei diritti civili, della libertà di pensiero, il valore dell’amicizia e della lealtà, dell’integrità rendono Scacco al Re un legal thriller di tutto rispetto, ma molto di più. A completare il quadro, una citazione illuminante. Il conte di Montecristo ricorre due volte, alla pagina 10 e poi a conclusione del romanzo, un indizio che solo il lettore attento saprà cogliere. Un dettaglio che rivela pieghe inedite del passato di Eric…e un nodo non facile da sciogliere.

Chi è Eric Gardener? Un brillante avvocato di ritorno da Los Angeles per far decollare la sua già avviata carriera di avvocato. Quale segreto nasconde? In che rapporti sono Robert Rodham, proprietario dello studio legale in cui il giovane Gardener lavora da pochi giorni, e Lawrence Corvi? Sono le domande che verranno alla mente del lettore, e le risposte arrivano lentamente. Capire un thriller, specie di questo genere, non è semplice. In questo caso lo stile secco, i dialoghi e i rimandi tra passato e presente favoriscono la comprensione di molti passaggi altrimenti ardui. L’autore all’esordio colpisce con la capacità di dire ma non rivelare, narrare ma non perdersi nelle descrizioni votandosi all’azione, in uno stile che di certo Eraldo Guadagnoli riprende dall’assorbimento delle letture minimaliste: quelle di Hemingway, Carver, per esempio. Con minuzia nell’essenziale e con questa fluidità nel costruire dialoghi ad hoc, sferzanti, che si lasciano leggere come in una piece teatrale, con naturalezza. E poi le chiuse tra un capitolo e l’altro, in tutti sono undici, che non permettono a chi legge di rilassarsi. Ecco un esempio:

Eric, ancora in attesa della sua cena, si alzò e andò nella sua camera. Da un cassetto prese una busta gialla e esaminò il plico in essa contenuta. Poi, trasse fuori un’altra busta sigillata, dello stesso colore della prima: era indirizzata a lui. La dicitura a mano precisava che non poteva aprirla prima di un certo evento. La tentazione era forte.

 

Come si muoverà il protagonista? Aprirà la busta? A termine del capitolo, quasi di ogni capitolo e anche paragrafo, chi narra lascia un dubbio, lo insinua, o solletica i principi di chi legge. Eric è capace di violare un patto? O avrà la meglio la sua brama di conoscenza? Ed in ogni caso, saranno gli eventi a fornire la risposta. Ma questo libro non è soltanto un ottimo momento di evasione in una New York degli anni ’70, perché Guadagnoli riporta aneddoti e spunti curiosi sulla vita dei militari durante la seconda guerra mondiale, e salta sul carro di nuovo al presente, voitlà, con grande disinvoltura. E non è una dote comune. Scacco al re è un romanzo di “sole” 149 pagine: sintetico, diretto, insinuante. In poche pagine riesce anche a suggerire, senza il fare da maestro, un’idea di vita. Perlomeno ricorda che i valori dell’uomo dal dopoguerra al 2016, sono sempre quelli, invariati, è al contrario l’individuo ad essere cambiato: volubile e incerto, caparbio ma solo dell’ovvio, egoista e meschino spesso. Il giovane Eric corre il rischio di perdersi nella sua audacia e nella grinta del giovane rampollo, ma incontra una persona, anzi più di una che lo cambia, facendolo maturare. Una fioca luce brilla anche in Scacco al re, tra sorprese e danze cronologiche, con un finale che non ha niente da invidiare al suo incipit in medias res. Come un long-seller merita.

“Sono esausto, ho detto un po’, lascerò a te il desiderio di correre oltre, alla pagina, al capitolo successivo”. Questo sembra dirci Guadagnoli con la sua scrittura che si può definire volatile, rapida. E lo dice forte e chiaro. Un romanzo da leggere, ma anche rileggere. Un nuovo talento della narrativa contemporanea che consigliamo di seguire.

 

Eraldo Guadagnoli nasce nel 1974 a Sulmona, in provincia dell’Aquila. Dopo gli studi classici, consegue il diploma di Master in Editoria e Comunicazione. Editor free lance, collabora con diverse case editrici. Scacco al re (Cavinato Editore, 2016) è il suo primo romanzo, ma si attendono nuove pubblicazioni.

Prevenzione e previsioni dei terremoti, intervista al dott. Vincenzo Giovine

A quasi ormai un mese dal terremoto di Amatrice ed Accumoli, che ha risvegliato interrogativi comuni e la solita domanda: si può prevedere un terremoto, e come proteggersi, abbiamo ascoltato tutti le “minacce” predittive di Giuliani sulle sorti della Valle Peligna (Sulmona, provincia dell’Aquila) e la città di Avezzano ma non solo, sia prima che dopo il terremoto del 2009 che colpì l’Abruzzo. Ne abbiamo parlato con il Dott. Vincenzo Giovine, vice presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, per capire innanzitutto cos’è la prevenzione e come si possono contenere gli effetti di un terremoto.

 

 1. Secondo l’INGV dal 1900 ad oggi l’Italia ha subito 30 terremoti  di magnitudo pari o superiore a 5 della scala Richter. Un esempio quello di Messina che causò la morte di 82mila persone e distrusse il 90% della città. Si tratta di terremoti violenti, che devastano  centri abitati e provocano migliaia di vittime. Dal sisma in Emilia a quello che ha colpito il Lazio sono trascorsi soltanto 4 anni. Osservando la “cronologia” sismica, si può leggere negli ultimi 10/15 anni una diminuzione dell’intervallo tra gli eventi sismici più intensi. C’è una spiegazione a questo?

No, si tratta di un fatto casuale. A livello scientifico non è attualmente stata riscontrata alcuna corrispondenza tra il tempo di accadimento e i terremoti di una certa magnitudo. Allo stato attuale delle conoscenze, quindi, non è possibile leggere la riduzione dell’intervallo di tempo intercorrente tra un evento sismico di relativa entità e il successivo secondo una logica  di tipo matematico probabilistico.

 

2. Cosa può fare (e non) un geologo. Giampaolo Giuliani, ex tecnico dell’Istituto dei Laboratori del Gran Sasso, sostiene di poter predire i movimenti sismici rilevando l’emissione di Radon delle rocce, nelle 24 ore prima che un terremoto si sprigioni. Come ha dichiarato al giornale Abruzzoweb: “Se ora dico che me lo aspettavo passo per il solito shamano – aggiunge rispetto al terremoto del 24 agosto – ma i miei strumenti hanno registrato un’anomala fuoriuscita di radon la sera del 23 agosto”. E’ una versione attendibile o saranno necessari anni di ricerca per dimostrare il nesso (secondo alcuni studiosi non esistente) tra i due fenomeni?

Attualmente si stanno svolgendo studi specifici per verificare eventuali connessioni tra la variazione delle concentrazioni ad esempio del radon, il rilascio dei gas correlati al verificarsi di un evento sismico e l’uso di queste informazioni ai fini previsionali. Ad oggi, sebbene l’aumento delle concentrazioni dei gas sia stato verificato, non è ancora possibile prevedere lo scatenarsi del sisma né, soprattutto, definire con adeguata attendibilità i tempi e i luoghi dell’evento sismico.

 

3. Prevenzione sismica, unica certezza: scuole, case, edifici pubblici non sono sicuri. Una scossa pari a o superiore a quella di Amatrice causerebbe oggi ulteriore devastazione e morte. Il modello vincente ed alternativo per quanto riguarda la prevenzione sarebbe quello giapponese. Il segreto dei nipponici è nella costruzione di edifici di cemento armato con carrelli sotto le fondamenta che rendono le strutture ballerine ma stabili. La distanza di costruzione tra un edificio e l’altro è fissata a minimo di 50 centimetri. E’ un modello che il nostro paese può prendere in seria considerazione?

Purtroppo la situazione relativa ai fabbricati esistenti è davvero problematica. La maggior parte del patrimonio immobiliare pubblico e privato è precedente al 1974 anno in cui la Legge 64  introdusse in Italia, per la prima volta, la progettazione antisismica. E’ inaccettabile, come avvenuto ad Amatrice, che una struttura ospedaliera sia considerata inagibile immediatamente dopo il verificarsi del primo evento sismico.  La situazione italiana però differisce fortemente dalla situazione del Giappone  e, quindi, dall’applicazione del modello giapponese. Il Giappone presenta, innanzitutto, una  struttura geologica diversa, con diversa sismicità caratterizzata da eventi sismici che presentano un’intensità sismica soventemente più elevata, con frequenza di successione degli eventi tellurici molto alta e continuativa. Inoltre, per età delle costruzioni, urbanistica e soprattutto metodologie costruttive credo che la situazione sia difficilmente comparabile a quella italiana. Aggiungiamo poi l’aspetto culturale ed educativo che i giapponesi hanno acquisito nel corso del tempo imparando a conoscere i rischi con i quali devono convivere e che li ha portati a sviluppare tecniche e comportamenti volti a salvaguardare la propria incolumità imparandoli sin da bambini nelle scuole. Tuttavia,  sebbene le situazioni siano differenti, il modello giapponese rimane un modello a cui ispirarsi e trarre esempio sia dal punto di vista tecnico, costruendo con sistemi antisimici ad hoc a seconda delle diverse situazioni geografiche e geologiche, sia dal punto di vista culturale partendo già in età scolare a diffondere una nuova cultura di conoscenza dei georischi.

 

4.Gran parte della Penisola è impreziosita da città d’arte con antichi centri storici, monumenti e chiese che rappresentano la nostra storia, la cultura del passato. Come si può fare prevenzione in questo senso e salvare questo immenso patrimonio senza alterare la fisionomia dei luoghi?

Considerando il valore del patrimonio storico e monumentale, il numero degli edifici e delle chiese l’impresa sembra davvero proibitiva. La soluzione, però, deve necessariamente partire dalla conoscenza e, da questa, ottenute le informazioni necessarie, occorre procedere per stabilire una priorità degli interventi. Le soluzioni tecniche da applicare alle strutture ci sono e sono efficaci ma tali misure vanno adottate con cognizione di causa partendo da una valutazione più ampia, troppo spesso sottovalutata, che tiene conto del contesto geologico e dell’interazione terreno – struttura.

 

5. Il simbolo di Amatrice post-sisma è un palazzo costruito negli anni ’50, rimasto in piedi, l’unico nel paese. Ma, come è possibile che sia l’unica struttura resistente alle scosse della notte del 24 agosto? Quante responsabilità ha la politica, e quante le ditte private, in questa “latitante” ricerca e tutela dell’antisismico, che poi si riduce a risparmio delle materie prime per la (ri)-costruzione? Allora si costruiva meglio “quando si stava peggio”, nel dopoguerra.

Effettivamente l’immagine del palazzo rosso ancora apparentemente integro ha enfatizzato la distruzione del centro storico caratterizzato, non dimentichiamolo, da costruzioni vecchie di secoli,  facendo sorgere spontanea la domanda. Tenuto conto che è in corso una indagine della magistratura, non è il caso di  dilungarmi  in questa sede sulle responsabilità dei politici, dei professionisti o dei costruttori e dei tecnici preposti al controllo che potrebbero esserci nel caso specifico. Vorrei  focalizzarmi, invece, su alcuni aspetti che permettano di chiarire meglio alcune situazioni già verificatesi anche in altri contesti analoghi in cui fabbricati adiacenti, uguali per struttura e geometria hanno avuto opposti comportamenti con crolli di alcuni e lievi danni per altri.  In genere le prime e più immediate motivazioni di un crollo sono attribuite a motivi strutturali o costruttivi, alla adeguatezza sismica o alla qualità esecutiva della costruzione, ai materiali utilizzati ecc. La ricerca delle cause, invece, va ampliata includendo anche altri aspetti spesso ritenuti minori ma invece fondamentali quali  quelli  geologici, morfologici e, soprattutto, sismici relativi ai terreni di fondazione delle strutture. La natura geologica del sottosuolo influenza le caratteristiche sismiche di risposta alle sollecitazioni dei terreni amplificando, in ambiti areali anche molto ristretti, le accelerazioni sismiche determinando, in alcuni casi, comportamenti differenti nelle sovrastanti strutture e infrastrutture. Si tratta degli  “effetti di sito” la cui conoscenza, mediante gli studi di microzonazione sismica, permette, definendo il comportamento dei terreni a livello puntuale, di progettare opere a minore vulnerabilità.

Altro aspetto che si ricollega alla domanda precedente legata alla conoscenza del costruito esistente in Italia è la proposta per la realizzazione di un fascicolo del fabbricato. Si tratta di un documento tecnico che raccoglie tutte le informazioni riguardanti la storia di un immobile da quelle di  base di carattere geologico a quelle strutturali comprendendo le ristrutturazioni che possono aver modificato la condizione statica del fabbricato stesso. Solamente se è conosciuto lo stato di salute di uno stabile è possibile valutare correttamente gli interventi di adeguamento antisismico necessari.

 

6. Come deve muoversi un privato per verificare se l’abitazione è costruita nel rispetto le norme antisismiche, e quanto costa adeguare la propria casa per una giusta prevenzione?

La nostra esperienza ci dice che spesso all’acquisto di una casa noi tendiamo ad attribuire più importanza a fattori economici quali  la vicinanza al centro storico, ai servizi pubblici o la facilità di accesso oppure ad aspetti estetico architettonici, tutti elementi  importanti senza dubbio ma che però nulla ci dicono circa le modalità progettuali e costruttive di rispetto delle norme di sicurezza di un fabbricato tra le quali sicuramente  la normativa antisismica. Chiaramente sarebbe raccomandabile raccogliere informazioni dal costruttore o dal progettista e sulla base delle risposte ricevute indirizzare l’eventuale scelta. Il fascicolo del fabbricato costituirebbe un importante documento dal quale trarre le informazioni necessarie. Per quanto riguarda i costi per l’ adeguamento di un fabbricato esistente si stimano, ma si tratta di valori puramente  indicativi, circa 150/300 euro al metro quadrato.

 

 

 

Tirana, un’aquila che si prepara a volare alto

Tirana: si apre il sipario, ed ecco una città appena nata. Del secondo dopoguerra restano in mostra il monumento ai caduti e una certa antichità del pensiero, di una mentalità divisa tra passato e presente, rinnovamento e conformismo. La capitale dell’Albania, con poco meno di un milione di abitanti, porta ancora lo strascico degli anni ’90, fatto di emigrazione, amara speranza e di quella strana rivincita sulla modernità dei paesi europei, con la fuga degli albanesi, i residui della dittatura comunista, e il mix (non sempre felice e gestibile) di religioni.

Tirana respira una frenesia da rilancio: sfrecciano macchine europee e non solo, brillano le vetrine delle boutique da sposa, e si alzano i profumi dei prodotti tipici del paese delle aquile. Come il Burek, dal sapore orientale, che gli esercenti vendono nei chioschetti ricordando la genuinità di un mercato urbano spezzato dai vertiginosi edifici di recente costruzione. Per non parlare del traffico: indomabile, è un’altra caratteristica della città, una piccola giungla da tenere sotto controllo, con l’aiuto dei vigili e una discreta dose di pazienza.

Tirana: la storia, il futuro

A Tirana il passato dittatoriale si è spento, e nella zona roccaforte del regime oggi si staglia –nel quartiere Block – il cuore della movida albanese, ricca di locali, pub e ristoranti che fanno invidia ai luoghi cult delle capitali europee. E alla forza austera senza grazia si contrappone l’armonia dei palazzi in costruzione, di hotel a quattro e più stelle e i parchi, come quello che sta sorgendo ancora attorno a Piazza Skanderberg: un monumentale progetto pedonale avviato a giugno 2016, tuttora in corso di svolgimento e voluto fortemente dai cittadini di Tirana. Il progetto porterà nella piazza tre elementi: la pietra sotto forma di lastre alte circa 10-12 cm, e provenienti dalle diverse regioni dell’Albania (da Tropoje e Kukës, Bilishti, Librazhdi, pietre calcaree di Tirana, Korca, Gjirokastër, Saranda, Berat, Valona, Kruja, Bulqiz, Prizren, Ersek, Skrapar), la ricca vegetazione con 900 alberi decorativi con fusto alto. Invece per le fontane e per l’irrigazione dei parchi verrà utilizzata acqua piovana. Il tutto accompagnato da un’illuminazione che bagnerà la piazza e gli edifici intorno, con l’utilizzo di pannelli solari e luce radiante.

Moschea di Tirana

Ma Tirana per chi vuole osservarla con attenzione, è molto più. Una cicatrice che orgogliosa non si vergogna di essere vivida su un’epidermide che resiste, come una rivincita sulla sconfitta, sul dolore di anni di sottomissione. Una promessa di novità e ottimismo. Ma è anche una grossa contraddizione. Accanto alla ricchezza di chi ce l’ha fatta, si accosta la povertà e la semplicità del vecchio, delle famiglie che vivono ancora in abitazioni in pietra, con bagno turco e poca luce. Basta camminare un po’ verso la periferia della capitale per vedere cani randagi che scorrazzano ovunque senza meta, strade sterrate, immagini e sensazioni che ci riportano ai film di Vittorio De Sica, Comencini ma anche a Mamma roma di Pier Paolo Pasolini.

Le contraddizioni

Tirana è la città delle contraddizioni: fresca e vivace, conformista nell’eternare le sue tradizioni come in una bolla di vetro, è la città del bazar dove tabacco e tè costano 10 euro al kilogrammo e gli odori intensi si mescolano alla frenesia dei pedoni. Tirana è anche folkloristica e ribelle: come i contadini ai margini delle vie che vendono ancora pannocchie arrostite e souvenir per turisti e le vetrine che mettono in mostra i negozi per cover di smartphone, molto amati dai visitatori. Le strade a volte, larghe e ampie, ricordano un po’ New York, così come i taxi gialli offrono lo spiraglio di una piccola metropoli divisa tra oriente ed Europa.

La capitale dell’Albania esercita sui visitatori il grande fascino dell’incontro. Difficile trovarsi spaesati, persi o soli a Tirana se in compagnia di qualche autoctono. Perché se c’è una cosa da notare subito, oltre alla tolleranza religiosa ultima conquista degli albanesi, è proprio l’accoglienza spontanea e fiera dei cittadini. Attaccata alle radici ma aperta al nuovo, come una roccia sul mare, Tirana è un’isola urbana: tutt’attorno sorgono ancora campagne e le colline così rudimentali e sole come se fossero dimenticate dal presente, ma così nitide agli occhi.

Fontana illuminata, Centro di Tirana

Credere in Dio è una scelta, ma anche la trasmissione di un messaggio esistenziale. E a Tirana è diretto e chiaro: oltre le vertigini del nuovo, la religione fa soffermare gli ancora pochi turisti che visitano la città per la prima volta: la moschea e la basilica ortodossa sono quasi dirimpettaie, così vicine e così pacificamente, affiancate, amalgamate. Tirana dove un euro vale 140 Lek, e con un basso costo della vita, si riesce con poco e il più è apprezzato. Mentre il ritmo della quotidianità, lontano dalle sfere cittadine, nelle aree rurali ci riporta ai nostri anni ’60, facendo sentire non poco la nostalgia di un passato italiano.

 

Fonti: http://www.tirana.al/projekti-i-sheshit-te-ri-skenderbej/

Strage di Orlando, l’uomo sotto la materia

Orlando: 50 morti e 53 feriti. Il responsabile della strage, un 29enne afghano, è stato poi ucciso dagli agenti di polizia. Non è Islam, non è solo omofobia, non è “solo” spargimento di sangue e devastazione umana. A Orlando oggi è morto il degno spirito di civiltà e uguaglianza, perché diverso è bello buono, e giusto. Nel frattempo il mondo piange, ma domani dimenticherà, per poi sbagliare ancora. Perché gli errori sono fardelli troppo leggeri per i vili, per chi persevera nell’incoscienza, nel becero della presunzione di superiorità. Per questo il cordoglio, lo sdegno, la commozione, la solidarietà, non bastano. Ci vuole coraggio di autocritica: la nostra epoca è fallita. Dunque in silenzio spunta un mea culpa che urge e serve di più. Perché siamo tutti un po’ colpevoli: se oggi chi ama infatti è distorto, chi è donna è puttana, e chi fa del rispetto un dovere diventa povero, misero e negletto lo dobbiamo ad una maturazione, in occidente, del delirio di onnipotenza sociale quanto economica. L’anima però esiste e resiste, e dietro la materia l’uomo si nasconde ancora.
Ma quando rovisteremo dentro per riportarlo in vita? Solo in quel momento, in un futuro incerto e sghembo, le vittime di Orlando potranno riposare, punite perché nate come dovevano e volevano. Libere. Libere di vivere e volare, innamorarsi e osare, sbracciarsi per nuotare nell’aria. E anche se il cielo puzza di vergogna, piove una lacrima di tempesta, plurale e sincera, rabbiosa e vigile, all’unisono, che urla:

Basta.

Il tempo della calamita è chiuso

Certi giorni stanno lì come le calamite sul frigorifero: fedeli, intatti, noiosi. Tu li vorresti staccare via, ma non ci riesci. Sono stabili nella loro incertezza, un promemoria di quello che non dovresti essere. Una medaglia di luoghi comuni, paure, vanità e immobilismo. L’attenzione ai dettagli scontati non paga, e le calamite lo sanno. Lo sono per natura. Risibili. Colorate, vistose, e altrettanto dimenticabili. Perché rimangono attaccare al loro lido. Così decidi di uscire, c’è il vento. Non sei una calamita. Puoi andare, muoverti verso tempi migliori, moderare le gioie e le sconfitte e staccare con una sardana, una taranta o un tango indecente. E’ chiusa la fase della calamita. E’ ora di muoversi e ballare sotto il sole che piove.

Jobs Act francese: la lotta per i ‘diritti’ è un dovere

Qualcuno parlerebbe di rivoluzione, al massimo di guerra civile; ma tali definizioni non sono adatte, non del tutto, a spiegare che cosa sta accadendo in Francia. Di sicuro una mobilitazione sociale si percepisce, ed è netta. I cittadini dicono no alla legge del lavoro, lo chiamano Jobs Act francese. Il Loi Travail, sulla scia renziana, propone un aumento delle ore lavorative, un predominio del contratto aziendale su quello collettivo nazionale, e agevola i licenziamenti, come l’interruzione economica del contratto di lavoro.

Si tratta di una legge che soffoca i lavoratori e che, come ha spiegato la docente dell’Università di Parigi Nanterre, Tatiana Sachs, durante il Convegno AGI 2016, non ha nulla di positivo se non la parte relativa alle tutele sul mercato del lavoro. Il ministro Manuel Valls che si è appellato all’articolo 49,3 del Titolo V della Costituzione, per far passare la legge senza il voto del Parlamento, inoltre secondo la Sachs, invidia Renzi che è riuscito a portare avanti il provvedimento senza strappi, mentre in Francia ha inaugurato la stagione degli scioperi ripetuti e con una sollevazione popolare evidente iniziata con Nuit Debout.

Jobs Act francese: la democrazia batte i piedi

Il Jobs Act francese sta portando alla formazione di un nuovo corso democratico e chissà, forse il 31 marzo sarà un giorno da segnare sul calendario, magari per ricordare un’evoluzione, o perlomeno evocare una reazione sociale e politica anche in Italia. E poi a Parigi è arrivato maggio, con i suoi fiori, i colori di arancio, giallo e viola come le magliette delle adolescenti a dire che sì è primavera, e bisogna rinascere in fretta, riesumare i diritti sepolti sotto le macerie. A maggio sempre nella patria della satira e delle brioches, scioperi illimitati dei trasporti, netturbini, vede ancora protagonisti ferrovieri metro e trasporto aviario. Tutti insieme, fieri ma soprattutto compatti e arrabbiati. Dopo i timori per la partita inaugurale degli europei di calcio, arriva quello che viene definito il giorno delle “galere”: oggi 14 giugno per i cittadini sui trasporti francesi si riparte con lo sciopero che coincide con quello indetto dai piloti Air France. Torneranno così in piazza i sindacati, per quella che è descritta come una mobilitazione senza precedenti. I francesi si stanno muovendo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Viene in mente il 1789 non per retorica o demagogia, viene in mente e basta perché la grinta, la disperazione e la compattezza si fortificano nella loro gloriosa indipendenza. I francesi sono nati, fioriti ribelli, ma quando si parla di repubblica sono autorevoli e impositivi come nessun altra nazione in Europa. Guai a chi tocchi il trittico Liberté, Fraternité, Egalité. A guardare un paese compatto, arrabbiato al limite dello sdegno furente di chi non ha pane sotto i denti. Viene in mente perché i francesi non hanno dimenticato il loro passato ma portano in alto lo stendardo della lotta, e non si arrestano davanti ai propri baldanzosi rappresentanti che tutelano le istituzioni, è perché loro sanno che se questi sono – ancora – lì  è per grazia del popolo che li ha eletti e voluti. Ma in Italia invece questo discorso non ha senso. Sembra ancora intrappolata in una specie di oligarchia (o monarchia) repubblicana di chi decide (bene?) per il popolo e si fa pure ringraziare, magari su twitter. Ex novo, dal basso. Grazie al popolo addormentato. Mentre in Francia, notti in piedi e disordini leciti.

E poi non bisogna dimenticare che dietro lo scontro fra Stati e mercati si cela un attacco del capitale al lavoro, che necessariamente passa attraverso un indebolimento delle democrazie nazionali; non a caso le principali riforme richieste dai mercati, hanno riguardato proprio i diritti dei lavoratori, svilendo il lavoro e puntando solo alla produttività. “Fabbricare fabbricare fabbricare / preferisco il rumore del mare / che dice fabbricare fare e disfare….” diceva Dino Campana e in effetti oggi più che mai la retorica borghese del Lavoro come imperativo categorico dell’uomo, risulta innaturale ed ipocrita: laddove si parla dell’occupazione come di un diritto, si nasconde un sistema disumano, una moderna schiavitù. Le manifestazioni francesi contro il Jobs Act rappresentano un importante ed esemplare fronte alternativo alle becere e perverse politiche neoliberiste che ormai si sono strutturate nella forma di una rifeudalizzazione del rapporto sociale capitalistico.