“Pirandello poeta”, Selene Gagliardi al Barà Book di Roma

La scrittura del primo novecento non si trattiene, e quasi cent’anni dopo non risparmia nuove inaspettate energie. Le lezioni sono lì, e alcuni le colgono. E quando si parla di Pirandello, il non-letto  può dirsi superfluo? Per questo motivo segnaliamo un evento nella capitale: si terrà oggi 28 maggio alle ore 18,00 presso il caffè letterario Barà Book di Roma (Via dei Piceni, 23) il saggio intitolato Pirandello Poeta di Selene Gagliardi. L’evento sarà moderato da Vanda Mauceri, traduttrice e scrittrice.

L’opera è stata pubblicata da Augh! Edizioni, casa editrice viterbese (Alter ego). La scrittrice durante l’edizione del Salone internazionale del Libro di Torino ha incontrato i lettori, che hanno avuto l’occasione e il piacere di  farsi autografare i loro libri.

Selene Gagliardi rispolvera la faccia di un Pirandello che solo dagli anni ’60 è passata, con non poca fatica, sotto la lente degli scranni accademici, e presenta un libro che apre le porte alla lettura di un poeta pressoché misconosciuto.  E’ così che l’agrigentino Premio Nobel iniziava il suo pellegrinaggio letterario nella fase giovanile della sua produzione. Gagliardi con una prosa raffinata spiega come l’opera pirandelliana abbia seguito un andamento circolare che, dalle prime liriche, si è concluso con i grandi romanzi della solitudine umana nei ruoli sociali imposti e la falsità del vivere, come l’agevole predisposizione alla fisionomia delle maschere fino alla riflessione estetica sull’umorismo, infine la contrapposizione ai vati  Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio.

Selene Gagliardi, classe 1989, è laureata alla Facoltà Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma e lavora come editor per Editori Internazionali Riuniti ed Editrice Totem; è giornalista dal 2014 e scrive per la testata culturale Pauranka. Inoltre è anche organizzatrice di eventi come Librinfestival, prima kermesse del genere librario a nord di Roma. Già autrice del saggio letterario Gli ardimentosi enigmi di Gianna Maria Campanella, Pirandello Poeta è il suo secondo libro.

Alessandro Petrelli, autore di “Oltre la finestra”

Alessandro Petrelli, 25enne di Lecce è appassionato di libri e film horror, passione che lo ha portato a scrivere un romanzo proprio di questo genere: Oltre la finestra, edito da Lettere Animate, ambientato in un paesino sulla costa Salentina e che ha come protagonista Davide, un ragazzo rimasto orfano, che comincia a ricevere delle minacce da uno sconosciuto il quale gli lascia però dei piccoli indizi. Gli scrittori preferiti da Alessandro Petrelli, che si nutre di soli horror e thriller, sono King, Dan Brown e Dorn.

 

Alessandro Petrelli è l’autore del libro Oltre la finestra

 1. Oltre la finestra è un romanzo che parla di morte e che sfiora il genere horror-thriller…sei d’accordo con questa definizione?

Per quanto sia schietta sì, sono d’accordo. Per essere più precisi, è un thriller che in alcuni tratti sfiora l’horror.

2. A un certo punto, nella storia, si instaura una scena, quella della riunione attorno al tavolo di Laura, Davide e i due amici, che più o meno fa pensare alla riunione di Jumanji (1995) in cui Robin Williams, apparso dopo 30 anni di assenza, intrappolato in un lungo futuro della giungla, torna e convince i ragazzi a proseguire il loro percorso e terminare il gioco. Il tuo libro risente di questa suggestione o presenta altre influenze cinematografiche nascoste? Cosa torna dal passato, o meglio, dalla finestra?

Non ne risente. Non ci sono collegamenti al film Jumanji. Se qualcosa torna dal passato? Certo, riemerge una storia terrificante e mai risolta. Una vicenda che implica dei tragici avvenimenti manifestatisi a distanza di anni l’un l’altro. Il vecchio irrompe dalla finestra, è esatto.

3. Le location sono ben precise: San Foca, Manfredonia, Lecce… Come è nata l’idea di un’ambientazione pugliese?

Sono nato e cresciuto nel Salento quindi non potevo che rendere omaggio con il mio libro a questa splendida terra, approfittandone per descrivere, tra un capitolo e l’altro, alcuni di questi paesaggi meravigliosi.

4. E il maresciallo distratto? Potremmo definirlo un personaggio “tipizzato”,che troviamo spesso in fiction e serie tv come il Cecchini di Don Matteo.

Il maresciallo più che distratto, è incredulo. Nessuno si aspetta che storie del genere, avvolte da mistero e antiche credenze, si manifestino. Soprattutto un maresciallo dei Carabinieri con un’esperienza degna di nota alle spalle. Tuttavia, in un secondo momento, verrà distratto ulteriormente da un avvenimento personale che lo farà allontanare del tutto dalla storia del protagonista.

5.Non riuscivo più a percepire e individuare le emozioni che mi assalivano. Per questo non sono sicuro che fosse proprio felicità”. A questo punto il protagonista è felice o no? Si tratta di una scelta mirata di depistare chi legge?

Il protagonista è un ragazzo semplice, nel quale in parte rivedo me stesso, che si trova però di fronte a un cambiamento drastico della propria vita. Immedesimandomi in alcune scene mi sono reso conto di quanto sarebbe difficile provare felicità di fronte a una bella notizia in un periodo buio caratterizzato da avvenimenti terribili. Per questo, Davide avverte un senso di “felicità” in alcune scene ma, allo stesso tempo, sa di non poterla equiparare alla felicità che provava prima di trovarsi in quella tragica storia.

6. Quali sono le letture che hanno fomentato ed alimentato (e che alimentano tuttora) la tua attività di scrittore?

Leggo solo ed esclusivamente thriller ed horror. Mi piacciono però, come si può notare, le storie misteriose che colpiscono ragazzi e che non vedono l’intervento del solito detective pronto a risolvere tutto… deve essere lo stereotipo di ragazzo che conosciamo ad affrontare e risolvere la storia. Solo così riesco ad immedesimarmi come dovere. I miei scrittori preferiti sono King, Dan Brown e Dorn.

7. Pirandello viene citato più volte nel testo. È curiosa questa presenza; a cosa è dovuta?

Si tratta di una coincidenza. Pirandello è autore della novella “Male di luna” e per questo ho deciso di citarlo nel mio romanzo.

8. Se il tuo libro fosse una frase?

<<Davide non sa che dovrà affrontare i fantasmi del passato che si infiltra nella sua vita come una linea sottile, irrompendo dalla finestra>>.

 

 

 

Augias e i boccoli di Fortuna

Fortuna era una bambina di sei anni. E’ morta il 24 giugno di due anni fa, caduta o spinta dall’8° piano del palazzo in cui viveva, a Caivano (NA). Una bambina in un ambiente degradato, abbandonato a sé di cui ci si ricorda mestamente in circostanze come questa. Ancora prima del tragico vagito, ha subìto delle violenze ripetute e che sarebbero premeditate con indicibile macchinazione. Secondo gli inquirenti, il presunto pedofilo, Raimondo Caputo, avrebbe pure avuto l’appoggio della madre e della compagna, anche lei arrestata. Bastava questo.

Tuttavia, durante la trasmissione “Di Martedì” (La7) dello scorso 3 maggio, il giornalista Corrado Augias intervistato dal conduttore Giovanni Floris sul tragico fatto, ha detto la sua, elargendo la sindrome di una sorta di ateismo delle parole, lanciate senza molta assennatezza (con elucubrazioni da intellettualoide), senza risparmiarsi dal fornire una propria personale parentesi, di cui avremmo volentieri fatto a meno, sull’atteggiamento, il trucco e l’acconciatura boccolosa della vittima ritratta in una fotografia. Secondo Augias nello scatto Fortuna “con quei boccoli”, quei vestiti e una postura da 16enne, sollecita “uno stridore” che il giornalista riconducerebbe alla mancanza della madre di un punto di riferimento culturale, di conseguenza di una mancanza di stabilità spirituale per la bambina. Lo stridore andrebbe collegato con la fede cristiana incarnata dalla statuetta di Padre Pio apparso in un intervento della mamma di Fortuna. Augias nelle dichiarazioni ad Huffpost delle ultime ore ha chiarito anche la sua avvisaglia di una perdita del senso del sacro radicata nel contesto famiglia-condominio. In poche parole, una madre che veste e tratta la figlia come una adolescente (oggettivamente non deducibile dalla foto), ha perso l’orientamento, non avrebbe educato la figlia a preservare la purezza dell’infanzia. Ma Augias, in che mondo vive? Non ha mai visto una bambina adornata perché imita la mamma, le amiche o la zia? E che colpa avrebbe, quella di avere indossato un leggero lucidalabbra o un pantaloncino troppo corto? E’ pur vero che oggi il consumismo coglie le sue prede nei minori. Allora, in quel caso si dovrebbe attribuire la colpa della sessualizzazione delle bambine nella martellante campagna pubblicitaria delle grandi case di moda che propongono piccole indossatrici a 6/7 anni. L’età di Fortuna. Ma un adulto non dovrebbe avere capacità di discernimento, maturità e capire che anche acconciata da ragazza adolescente, è sempre una bambina? E’ un po’ come dire che le donne vengono violentate perché provocano con i loro abiti succinti. E i bambini poi? Ci sono anche dei bambini maschi vittime degli adulti, e dalle foto mostrate in TV non sembra affatto che si atteggiassero a machi. Probabilmente Augias non è bene informato.

Fortuna Loffredo: una bambina non una ragazzina

Non si può giustificare nessun abuso sulle bambine e sui bambini, che nasca in un ambiente degradato o meno. La violenza contro i minori è un crimine contro l’umanità, ricamarci sopra riflessioni su riflessioni estenuante e inconcludente.
Ora, di certo Augias non intendeva immolare la foto al presunto pedofilo come prova di una civetteria colpevole della bimba, o santificare l’orco, al contrario. Solo che a volte non serve sviscerare, analizzare, su questioni che sono un’ignominia di per sé. A volte sarebbe preferibile mettere un punto, almeno di sospensione, tra la presunzione di decenza e l’accettabilità di una congettura “sociologica”, antropologica , eccetera eccetera. E anche se fosse, anche Fortuna si atteggiava a ragazza di 16 anni (come tutte le coetanee), cosa vuol dire? Avremmo dovuto presagire perché era troppo bella e “agghindata”? Sarebbe come dire che un colpevole si riconosce dall’esteriorità dei suoi comportamenti. Allora i bambini, e non solo le bambine, dovrebbero essere protette ogni giorno: nei parchi, nei quartieri in e out, e nelle case. I pedofili non portano tunica o blasone di riconoscimento, per echeggiare “l’abito non fa il monaco” così come le vittime. Agghindate o meno, sono vittime innocenti. Anche di una società che non si ricorda che all’adulto per proteggere i bambini non occorrono filosofeggiamenti astratti sulla loro natura di essere fragile, ma riconoscere i propri errori. La società degli adulti si sta dimenticando di nuovo, (non a caso sono stati proprio i bambini a buttare giù il muro di omertà e del silenzio degli adulti, raccontando la verità), che un bimbo non va usato (e l’elenco di questi abusi anche morali è lungo, la pedofilia è la punta triste dell’iceberg), ma rispettato nel suo evolversi creatura autonoma e libera. E non basta la famiglia. E’ la società che deve crescere, recuperando valori sacri come l’infanzia; per citare Dietrich Bonhoeffer: <<Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini>>. Ma questa società di senso morale e di protezione verso i bambini ne ha perso le tracce, si è disintegrata. E ci si mettono anche gli pseudo intellettuali con i loro modi e tempi sbagliati.

 

‘Vigore’, il giogo dell’omissione

Vigore 

Si trascorre un pomeriggio tra la sensazione del non detto
e quella fiera del
detto tardi.
Un caffè è un sintomo di resistenza
e la pioggia,
quella non riesce proprio a farmi avvincere.
Tu che ti aggrappi alla mia fuggevole
sicurezza d’onda
io di vigore esalto
la tua viltà.
Di me, chi sei?
deuteragonista
mercenario dell’ovvio,
l’antagonista del giogo?

Arance, l’inedito di Donatella Conte

 

 

Photo credits: Nirrimi Firebrace

 

La notte si apparta
infilandosi un candore estremo
di seta.
Sulla finestra, le montagne emanano
una fredda iridescenza,
la brina sui rami poi le foglie – spaventate, attonite – si irrigidisce.
Intorno, un alito di fantasma.
L’aria umida mozza il fiato
inorgoglisce l’errore
un po’ di insanità, tremori dell’alba

Un frastuono sordo si spande nelle stanze
intiepidisce l’inverno
la notte è un muscolo infranto
le mani un canestro di speranze
l’oroscopo il triste elogio di chi è solo
si stende sul davanzale il domani
la rabbia resta una scoria
mentire è ridicolo
che cos’è ricordarsi?
Un’illusione ancestrale.

E io qui,
con le arance in mano.

 

‘Eroticamore’, il lirismo virile di Alda Merini

Alda Merini poetessa “folle” e innamorata della vita; la si può vedere così, un gabbiano imperioso che si annuncia nelle nebbie costiere, come il fumo di cui la donna si circondava. Aspra e insieme avvolgente, diretta, soggetta agli influssi lunari, scomoda, e incline ad una perenne follia, a metà tra la terra ed il cielo. Il volume Eroticamore è pubblicato nel 2009 dalla casa editrice Lieto Colle e costituisce la punta di peperoncino, la fiamma della vita passionale, carnale della poetessa. Un libro minuto, setoso, che raccoglie pensieri, qualche poesia e un racconto erotico che Michelangelo Camelliti, editore e amico della donna, delinea come “reazione immaginifica ad uno stato di prostrazione in cui versava la poetessa”. Un manoscritto serbato per 14 anni dall’editore su richiesta della Merini, ne accresce il mistico splendore.

Il volume si basa sulla fondamentale concetto che “sconcia” non sia alcun pratica sessuale che, prima dell’essere in auge, venga condivisa e deliberata dagli amanti. L’opera è introdotta dalla Rivelazione Della poesia: incontro con Alda Merini di Gabriella Fantato, e si propone di presentare ai lettori una Alda Merini diversa, intima, profonda, “escavatrice”, una donna innanzitutto che un’artista abbandonatasi all’amore distruttivo per un uomo, non ben identificato, che conduce la protagonista ad esplorare la parte più esecranda, infima di sé: un eros spinto e disinibito, lascivo e “moralmente” corrotto. Tra alti e bassi, una relazione che si dibatte tra il rinnovarsi e il perdersi, e la malattia dell’amante che obbliga la Merini a riflettere sulla morte come anticamera della vita. La Fantato inaugura il libro così: “La scrittura di Alda Merini parte dalla vita, dal dolore e dalla carne che pulsa, ma si eleva oltre: verso luoghi abitati da creature angeliche , o scende nell’ombra, in quell’Ade che vive nell’animo umano”.

Eroticamore, un inno alla carnalità

E chi sono i due protagonisti? Hanno dei nomi? Certamente Alda Merini fa tutto perbene, erige un bel castello di verosimiglianza ma dietro i nomi di Dina e Mario si nasconde “lo sciamano della parola”, proprio quell’Alda che nel piacere giaceva adescata dall’eros più eccentrico e infuocato, rubicondo e libertino. L’inno alla carnalità non è un vizio per Dina e Mario, bensì una preghiera d’amore, una supplica e anche una condanna perché i due, pur amandosi con disperazione non riescono ad evitare di trastullarsi nella solitudine reciproca. Sono due poeti e d’amore possono morire, al contrario di come cantava Lucio Battisti. Chi legge è rapito dal senso, e un’esperienza sensoriale e disciolta nello stile di Merini. Uno stile che si mostra nudo, come la narrazione, una scrittura che ferisce, fa del male a chi scrive e chi legge perché tocca molti punti della riflessione umana: vita, amore, morte, spiritualità, eterosessualità-omosessualità, perversione, trasgressione, gelosia, “normalità” (secondo Merini i poveri sono matti, ma lo sono anche i ricchi, come il Governo che le ha tolto la libertà, perciò dirsi normali o diversi è coprirsi di un velo di maya). Ed è essenzialmente questo aspetto che costituisce la validità del libro, che la poetessa milanese aveva lasciato tra le ultime carte non consegnate al pubblico, perché eccessivo, forse eccessivamente bello da non poter essere pronto alle stampe. Eroticamore è un libro coraggioso e anche osceno, perché non si preoccupa, come l’autrice d’altronde, di fare stragi di pensieri  e critiche di puritani nel suo corso. Vive com’è, nel confine tra lecito ed illecito, come una grande casa aperta al piacere di chi voglia entrare senza pagare.

Suddivisa in parti assimilabili a sorta di capitoli, Eroticamore sfugge alle definizioni. Il libro di divide così in: Un movimento arcano, Corpo d’amore: una storia, nel quale si entra nella voraginoso rapporto, carnale e sentito come colpa non espiabile dalla narratrice, Pensieri privati – dove spazia dalla famiglia, alla disonestà fino all’accusa di Milano città senza sorriso – e infine a chiusura Notizia, una breve biografia della scrittrice a commento dell’opera.

Molto spesso nella narrazione, di ascendenza lirica e che somiglia anche al più incantevole aforismario e in alcuni punti a un diario, in entrambi la Merini eccelle. Si passa dal racconto in prima persona alle considerazioni sulla letteratura, sulla passione e il desiderio di maternità, sulla morte come sulla religione. Mai scade il progredire delle righe verso la fine perché non è totalmente afferrabile il discorso interiore e psichico che muove tramite l’inchiostro dalla mente del poeta alla sua vita reale fino alla carta. Tratti dal libricino alcuni passi intensi e carichi di un lirismo erotico senza confini:

<<Lei stessa forse era diventata il candelabro di una chiesa che non ammetteva altra preghiera che quella insana del suo peccato?>>

<<C’era qualche cosa di maestoso, di magistrale in quell’archetipo del giudizio universale, dove la vita era affiancata alla morte, dove il dolore faceva parte di una nascita estrema e di un inno gotico universale>>.

<<L’uomo, il poeta, tutti siamo in esilio, in attesa di vedere la soluzione della nostra parte interiore e il potere iniziatico scaraventato in quella zona del sogno che, comunemente, si chiama cielo>>.

 

Omicidio Varani, quando si sceglie il male

Roma è scossa per l’omicidio Varani. Brutali e vacui, gli usurpatori, assassini di un ragazzo fragile, di nome Luca Varani. La parola assassini non basta, ed è difficile trovarne un’altra che renda l’idea di quanto sangue, quanto dolore trasuda e si cosparge sugli osservatori immobili di un becero teatro degli orrori. Quello architettato anche con cura da giovani che, in una notte da sbadigli troppo grossi per ricchi, hanno deciso che si può uccidere tanto perché la coca ce l’ha detto, o chissà quale voce ci dice che si può fare. Luca Varani, 23 anni, già non c’è più. Restano solo poche fotografie, qualche video, e il messaggio perlato di lacrime della fidanzata distrutta dal dolore. Il ragazzo è stato ucciso dai coetanei Marco Prato, l’amico infame, e il conoscente trascinatore: Manuel Foffo. L’omicidio, di impronunciabile crudeltà, è innanzitutto senza movente. E resta un esempio di abominio di cui, inarrestabile, è capace la natura dell’individuo, sollecitato a stare in bilico tra umano e inumano. Se si volge lo sguardo al passato, si potrà constatare che casi come questi, di omicidi sanguinosi, vili in cui si impone la regola del dominio del killer sul più debole, di grado inferiore per età, genere, condizioni economiche o gusti sessuali, sono frequenti, anche se in numero ridotto. Diverso paese, situazione analoga.

Omicidio Varani: uccidere per vedere cosa si prova

Nel 2009 Alyssa Bustamante, 15 anni, strangola Elisabeth Olten una ragazzina più giovane (9 anni) per poi dichiarare, a distanza di due anni dal tragico fatto, che all’epoca la piena consapevolezza nel commettere un gesto irreparabile nato con intenzionalità. L’unica motivazione che l’aveva spinta a strangolare la piccola vittima era il desiderio incontrollabile di mettere alla prova le proprie emozioni. In parola povere, per “vedere cosa si prova ad uccidere”, come fosse un giro sulle montagne russe. Perché non provare? Lo stesso afferma oggi Marco, uno dei due colpevoli dell’omicidio di Luca. Il giovane ignaro delle intenzioni dei compagni, sale dai due che lo aspettano, avidi, bramosi, con gli occhi grandi e vitrei, automi, tossicodipendenti. Venerano il nulla, l’infimo, l’accecata spinta di braccia deficienti. Cosa è rimasto nel petto di questi colpevoli? C’è ancora qualche residuo di sentimento? Non per gli altri, quello l’ha preso la droga, o la vanità del posso tutto a vent’anni. Dov’è andato a finire l’amor proprio? La pietà per un coetaneo non è uguale alla tenerezza per la propria stessa, preziosa esistenza? Si è persa anche quella, tra un festino e una caccia alla preda, non interessa se tra uomini, etero o gay, non ha importanza. Luca varani 23 anni, preso di mira, forse era debole e pieno di sbagli, il più fragile tra i suoi coetanei, una vita che pulsava. E’ stato attirato con inganno nella casa di Foffo, poi torturato, seviziato con martellate e colpito al cuore con un coltello da cucina. Stando alle ultime indiscrezioni e dichiarazioni, Luca non assumeva stupefacenti. Non importa, che fosse etero o meno, che si prostituisse per racimolare due soldi in più, che avesse scelto una strada sbagliata, ma la dignità, chi potrà restituirgliela? Quanto male c’era nelle mani assuefatte dei due assassini? Si può essere incapaci di intendere e volere, intendere che un male atroce come questo non conosce neppure un pizzico di innocenza, né sgravi o giustificazioni? Bisogna sempre passare il limite, per riconoscerlo? Se non si rinviene una ragione, una logica all’omicidio alla trasgressione della vita contro la vita, si può parlare di Male puro, scelto deliberatamente, dato che i due assassini cercavano da giorni un bersaglio umano da seviziare sotto l’effetto disinibitorio della cocaina e dell’alcol, che non possono e non devono costituire delle attenuanti. Purtroppo anche l’opinione pubblica tende ad usare la pschiatria come un tappabuchi, dimenticandosi che esiste la malvagità e che il mondo non si divide in buoni, timorati di Dio e in folli, incapaci di intendere e di volere. Ma dove nasce questo male?

Omicidio Varani, esiste davvero il gene del male?

La scienza, anche se non all’unanimità, dice che sì, il male è presente nei geni. O meglio, si parlerebbe dell’esistenza di un cromosoma del male che provoca reazioni o azioni esasperate, violente, ingestibili? Questo dato allarmante è figlio di un’indagine condotta sui soggetti responsabili d numerose e reiterate azioni criminali a danno di cose o persone. Molti autori di delitti di straordinaria violenta detengono il cromosoma soprannumerario (tra i più celebri ci sarebbe Adolf Hitler) ovvero il risultato cromosomico di XYY. Questi soggetti sono di solito di un’intelligenza limitata, al di sotto della media, fisicamente longilinei ma robusti e con una marcata tendenza a compiere atti aggressivi quando non mortali. Spesso però questo dato non è stato confortante, nel senso che ha spinto ad avvalorare la non imputabilità dei soggetti in questione, non condannati a pene severe perché affetti da psicosi e disturbi mentali. Per fare un esempio, essi avendo una bassa soglia di resistenza a stress o situazioni di dolore o malattia, manifesteranno l’insofferenza scagliandosi su oggetti e cose intorno a loro, ma non sulle persone. Per questo motivo non si può parlare con certezza del legame ereditario con le azioni di un criminale seriale o recidivo, ma non si può escludere questa equivalenza tra genetica e comportamento. Nel 1931 si analizzava già il cervello del Vampiro di Dusseldorf, i risultati poi non resi noti. Invece nel New Messico Kent Kiehl, neuroscienziato, ha effettuato analisi dei cervelli di quei detenuti ritenuti psicopatici in ben otto prigioni. La ricerca condotta da Kiehl avrebbe dimostrato che i killer più violenti hanno un grado piuttosto basso di densità nel paralimbico, ovvero la “zona” che regola e sviluppa le nostre emozioni. In tali soggetti quindi non ci sarebbe un vuoto, una mancanza di sensi di colpa o emozionalità negative legate ad una correlata precedente azione criminale. Sarebbero in parole povere, privi di senso di colpa o remore, e agirebbero guidati solo dal loro istinto. Gli studi del neuroscienziato sono stati criticati da chi sostiene invece che non esiste una comune causa cerebrale che motiverebbe comportamenti di assassini o aggressori. Ma anche se fosse, si può giustificare uno psicopatico e “perdonare” una becera esecuzione, lenta e dolorosa, come quella toccata a Luca Varani? No, non è mai possibile arrivare a tanto, chiamandola follia. Può darsi che ci sia una deficienza di morale, mentale e spirituale che sfugge alla comprensione dei più. La mancanza dei due ragazzi, è probabile che stia in una condotta assunta come valida e unica, materialistica e asociale che schiavizza. Questa fustiga  l’uomo e lo riduce a servo della sostanza, dell’oggetto dei desideri – si può morire per la coca, ma non si muore per un amico, al contrario – che diventa così, il padrone di ogni arbitrio, responsabile di ogni mancanza di ideale, obiettivo, scopo che non sia quello dello sballo.

Si può arrivare a tanto? Spingersi fino al punto di dimenticare che la vita non è una privilegio, ma la possibilità di partecipare ad un capolavoro esclusivo, con un potere dell’uomo di essere altrettanto determinante per l’umanità? Il poter di costruire si è mestamente capovolto nel suo male estremo: se ho un potere di fare del bene, perché non si può agire in modo che il male sia opera mia, e godere di questo?  Le parole non servono, e sono troppo poche per esprimere lo choc dei media e dei lettori dinnanzi ad una nuova forma di violata innocenza, di mancanza assoluta e indiscriminata di raziocinio, oltre che di moralità. Cosa  può spingere un ventenne, sì sotto effetto di stupefacenti, a togliere brutalmente la vita ad un coetaneo? Per cercare una risposta ci richiamiamo a tre occhi: filosofia, teologia e letteratura. Albert Camus parla dell’omicidio nei suoi scritti saggistici: in particolare dell’omicidio nichilista. Il nichilismo assoluto infatti, come di deduce dall’etimologia del primo termine, legittima che un uomo tolga la vita ad un altro uomo perché in esso si va a confondere l’azione creatrice con quella delle creature viventi. Per farla breve, il pensiero nichilista non profonde nessuna speranza nel prossimo, e perciò se non esiste speranza viene a mancare ogni limite da essa. L’umano è accecato, o non vede o scorge troppo, straborda la propria percepibile indignazione, non riesce a cogliere al contrario la ragione. Ne consegue, perciò, che uccidere un altro simile, il quale dalla nascita è di per sé creatura mortale, destinata a morire,  sia un fatto inconsistente, indifferente. La mancanza totale di coinvolgimento all’atto di togliere, tagliare in due, spezzare la vita di un altro essere umano e attribuire al proprio io quell’iniziativa di dare la morte, chiarisce come l’uomo contemporaneo sia cambiato. Gli antichi, difatti, riconoscevano almeno che “il sangue dell’omicidio provocava almeno un orrore sacro: santificava così il prezzo della vita”, (Rivolta e Omicidio, Opere, Albert Camus). Se un uomo, valoroso o meno, si arrischiava a uccidere un altro, quell’azione assumeva un valore riferito alla causa, al motivo scatenante, che fosse un amore, un torto subito o una vendetta, non importa. Ma l’omicidio aveva un germe, e per questo sacrilego. Sempre in Camus, si riflette sull’idea dell’omicidio in Sade: secondo questi poiché Dio è una divinità criminale che sopprime l’uomo , questo è riscontrabile proprio nelle religioni, foriere di spargimenti di sangue e persecuzioni. Allora, in un scontato sillogismo, se Dio uccide l’uomo e può farlo, perché non può l’uomo uccidere se stesso e i suoi simili? Questi spunti sono fondamentali per avviare una riflessione, ardua ma doverosa, sul caso di Luca. L’assassino contemporaneo, che sgozza, strangola, infierisce sulla vittima e stupra, flagella, dispensa prodigali colpi sul corpo inerme e non si fa schifo di se stessa, la mano di questo assassino rinvia al Satana di Vigny (bello a guardarsi), a quelle parole caustiche, precise, come lame: lì scompare la distinzione tra bene e male, non la si riconosce proprio: “non può sentire male né beneficio. E’ persino senza gioia davanti alle sventure che ha create”. Chiamarla sventura sarebbe un generoso eufemismo, ma è chiaro che nell’azione dei due colpevoli c’è il male, che non è oscuro, si faccia attenzione ma ha una luce che acceca, luciferina forse, si capisce. Dietro al fatto che l’avvocato sottolinea che i due “erano incapaci di intendere e di volere” sta la nuova mercanzia della cattiveria.

Una vita, per centoventi euro. Ma qui il prezzo dello scambio è molto più alto: una morte (quella di Luca, fisica) per una morte ( quella dei colpevoli, interiore). Chi agisce per vacuità, perché l’orrendo, l’infimo, il male non ha strade dritte ma provoca piacere, fa sentire vivi uccidere , recidere quel filo, avvampa il petto si gonfia ma la droga non può essere l’unica scusante. Anche nel Medioevo, nell’iconografia, all’immagine di Lucifero bestia cornuta si sovrappone in definitiva quella di Vigny, il diavolo con il viso giovane ma triste e colmo di avvenenza, cita Camus sempre nell’Uomo in rivolta.  Si potrebbe ipotizzare che il dandy si stia riproducendo nella nuova generazione: autoreferenziale quando non atona, meschina ed egotista, accerchiata dal materialismo, non vede più l’essenza, così tra bene e male non sa perché dovrebbe scegliere il primo. Manca perciò la coscienza di cosa fare e cosa non fare, tutto è relativo, nulla inviolabile. Anche la vita è la libertà di una vita al respiro è discutibile, attaccabile e la si può incrinare.  Gli assassini di Luca sono come dei dandy, ma senza fascino. Il dandy si specchia nell’altro, e nell’altro trasferisce la sua euforia disforia. Così, uccidere e seviziare un coetaneo, potrebbe voler dire che non si ha a cuore nemmeno il proprio io, l’integrità, la volontà di opporsi all’oscuro. A vent’anni si può essere belli, forti e tutta la vita davanti. Per questo ha un senso atroce ma potentissimo: sciuparla, stritolarla e affondare con quella dell’altro, la propria; come scriveva Baudelaire: “ Vivere e morire davanti ad uno specchio”. Ma come mai un giovane vuol uccidere e vuol morire, assieme all’altro? Istigarsi alla morte, vivendo per ultimi lo stesso dramma. Ed è quello che poi è successo ad uno dei due colpevoli, che ha tentato il suicidio con i barbiturici, tratto in salvo per il rotto della cuffia. Perché oggi quel esasperato senso di possesso non fa che dare a chi è nel pieno della sua forza psicofisica una gamma di opzioni quasi infinita. La gabbia è sparita, il pettirosso non si sente imprigionato e né vola.

Il male, come il bene, è insito nella natura umana, qualcuno probabilmente darà la colpa ad Adamo ed Eva, al peccato originale; ma troppa libertà ci ha resi meno liberi, poco autodeterminati e di certo maliziosi. Se se puoi pretendere dall’esterno qualsiasi cosa tu voglia. Voglio bere-bevo, voglio farmi-mi faccio, voglio infrangere le regole della decenza, del buon senso, lo farò solo per il gusto di averlo fatto. Aboliti i tabù, inabissate la rara compiutezza della classica trasgressione da fuga d’amore, nulla eccita una mente isolata e asservita ai beni (che bene non procurano) senza i quali la sua individualità non trova posto, o senso nelle sue azioni. che non sa riconoscersi più, non sa cos’è la virtù. Nulla eccita più del fuoco fatuo della malizia. E’un falò che distrugge, senza fertilità la terra dove abiteranno le nuove generazioni è arida. Solitudine e vuoto, questa è la più profonda condanna di due colpevoli privi di rimorso. L’anima non l’avranno indietro, e forse è meglio così La letteratura, anche quando insignita del suggello filosofico, non può darci una certezza. E Raymond Carver direbbe: “dannato”, senza altri appellativi. E adesso, davanti agli inquirenti, i colpevoli si rimpiccioliscono pure davanti al mea culpa, gettandosi fango a vicenda, appallottolandoselo addosso, bevilo tutto sto fango. Chi dice che è stato l’altro a colpire mortalmente Luca e in questa corsa al io sono innocente, non resta che l’oscuro presagio di morte. La coppia prima ha premeditato il fattaccio, poi lo ha organizzato e infine si sta pulendo le mani nella latrina. Puzza di oscuro, e fa male dirsi umani se si può arrivare a produrre tanta melma immonda. Ma loro a cosa pensano: a coprire l’inganno, con l’inganno. E non c’è peggio del male coperto.

Revenant, l’epicità di Alejandro Inarritu

Revenant – Redivivo (2015) è l’atteso film di Alejandro Gonzáles Inarritu, dopo il Golden Globe e si giocherà la partita per ben 12 nominations agli Oscar 2016, di cui la più attesa è quella per il miglior attore protagonista. Ispirato alla storia vera raccontata nel romanzo di Michael Punke, già trasposto sullo schermo nel 1971 con il cult Uomo bianco va’ col tuo Dio per la regia di Sarafian, il film è il risultato di un progetto colossale. Per non parlare dell’irta, imperscrutabile figura dello straordinario Leonardo Di Caprio nelle vesti di Hugh Glass.

La trama

Alberta, Canada. Siamo nel diciannovesimo secolo. Il cacciatore Hugh Glass, insieme al suo gruppo affronta un percorso per ritornare all’accampamento a valle, ma gli uomini vengono assaliti da uno sciame di indigeni assetati di vendetta. Da lì inizia la fuga, prima lungo il fiume poi a risalire fino alle vette. Glass è considerato la guida dai compagni: conosce bene le montagne che ha esplorato da cima a fondo, si è unito ad una donna Pawnee dalla quale poi è nato un figlio, che porta la macchia di non essere bianco. Ad un certo punto della scalata Glass viene lasciato solo e aggredito da un grizzly, e lì la faccenda si fa complicata. Ferito quasi mortalmente, tradito dai compagni di viaggio, senza armi né cibo Hugh dovrà cavarsela sfidando le regole della foresta e la propria forza di volontà. Questa è la storia incredibile di un uomo che si rifrange, onda gigante, contro la massa imperscrutabile della natura, combattendo fino alla fine per non morire. Perché se esali un respiro, allora significa che sei ancora vivo.

La regia di Inarritu

Una regia, quella di Revenant, che si presenta accurata, dettagliata quasi allo sfinimento. Un film di tre ore che recupera una storia vera può giungere ad annoiare e in questo caso, se non è accaduto, è in gran parte per le doti interpretative di Leonardo Di Caprio. Togliete Leo e la potenza epica di questo lungometraggio si attenua, nonostante gli sforzi ammirevoli di Inarritu. Il film è davvero troppo prolisso ma recupera nella sua fame di panoramiche e particolari che emozionano; è chiaro l’intento didascalico di Inarritu quando sceglie di soffermarsi sui dettagli passando dai grandi campi lunghi innevati, incredibili ed emozionanti non c’è che dire, all’iride di un cavallo che sarà presto squartato. Ma poi risale verso le alture dell’immancabile di stupire lo spettatore, sconcertare, spiazzare, esagerare. Ma Revenant è un capolavoro? Dove perde, se perde? Nell’esigenza di un’estrema spettacolarità. Si trattava di una storia vera? Perché caricare sulle spalle di un cacciatore il peso di un eroe ottocentesco che dopo numerose cadute, nottate allo scoperto in una delle terre più fredde del pianeta, digiuno coatto e ripetuto, salti nel vuoto e tanto altro, riesce sempre a sopravvivere indenne? Cosa si cela dietro questa ansia da eroismo e onnipotenza? E’ che il cinema cerca di farsi realtà ma sfocia esageratamente nella finzione. Questo è un evidente esempio. La natura è la regina di questa pellicola, ma il regista sembra metterla in evidenza soltanto tramite le inquadrature, la luce del sole tenue batte sulla neve delle cime e il ghiaccio del Missouri, ma poi dove finisce la potenza della natura indenne e onnipresente? La sua anima pu trovarsi solo nello spirito umano che torna a visitare Glass nelle vesti dell’amata? No, la natura ha un’anima, ma Inarritu non le ha dato il giusto spazio nella pellicola. La donna suggerisce all’uomo di non abbattersi, perché il tronco sembra cadere quando la tempesta ulula, ma il tronco non cadrà, è forte la sua struttura, la sua corteccia robusta. I dialoghi sono pochi, e tranne qualche breve caso, un poco scontati, ricalcano il western senza troppa audacia. Il film si dipana tra una ricerca del realismo descrittivo e la smania dell’eccesso sanguinolento, alternato alle visioni del protagonista. Questo frammisto di realtà e visione rompe l’intento originario di realizzare un lungometraggio documentaristico o che ad esso tendesse.

Le fatiche di Leonardo di Caprio

Leonardo Di Caprio, per l’ennesima volta in odore di Oscar, per interpretare Revenant, ha affrontato davvero varie peripezie: dal cospargersi di formichine importate a mangiare carne di bisonte (l’attore è vegano), a trascorrere ore ed ore al gelo per attendete l’attimo giusto e iniziare le riprese secondo la giusta luce naturale. E poi ovviamente la resistenza fisica, l’orso utilizzato nel film è riprodotto e non reale, ma ovviamente le cadute, i salti e tutte le ferite sono costate all’attore hollywoodiano non poca cura e pazienza. Per non parlare poi della sua barba, dalla quale Di Caprio non poteva separarsi mai, pena un aspetto a dir poco trasandato che pure gli ha donato ancora un punto in più agli occhi delle fan. Ma se il protagonista non fosse stato lui, Revenant avrebbe riscosso lo stesso successo? Risulta chiara la perfetta presenza scenica dell’attore, la sua intensa drammaticità del volto negli spasmi di dolore, e la vitrea coscienza dello sguardo del cacciatore indefesso. Infatti all’ennesima minaccia del traditore Fitzgerald: “Sbatti le palpebre, Glass”, immobilizzato dalle ferite dell’aggressione, in procinto di morire, Di Caprio accetta il patto e si sottomette per un momento, per porre fine alle sofferenza proprie e dei compagni. Ma quella commozione è virile, e Glass non può non resistere, respira, a tratti rischia di soffocare, cade ma si rialza. Il freddo è assassino ma non lo uccide. Forse solo l’infamia può farlo ma lui si rafforza ad ogni ferita, ad ogni sconfitta. Perché, come un anziano Pawnee gli fa notare che la “la vendetta è nelle mani di Dio”.

Apprezzabile il senso complessivo della grandiosa pellicola, che ci propone il rispetto per la natura e la ricerca del selvaggio, il senso del divino e la fede in se stessi, lo spirito di sopravvivenza che non abbandona mai l’uomo nei momenti di sconforto e disperazione; una “filosofia del tronco”: la tempesta sconquassa un albero anche massiccio, lo strattona e può spezzarne i rami ma questi resterà sempre dritto, in piedi. Per noi uno sciocco imprevisto può essere causa di una crisi di nervi, mentre l’uomo moderno aveva la capacità di adattarsi a più di una circostanza sfavorevole, quando non deprecabile e pericolosa. Ed è così che Revenant, nella sua estrinseca volontà di colpire lo spettatore, potrebbe insegnarci a recuperare il nostro spirito di sopravvivenza, e anche a esercitare il recupero del selvaggio che protetto e segreto vive nell’anima di ogni uomo.

Exit mobile version