Pétronille, un sorso di Amélie Nothomb

Esistono libri che conquistano e intimoriscono, lasciano irretiti o sconvolgono. Non è sempre possibile aprire un libro e poter dire: lo rifarei ancora, e ancora, di questo libro vorrei ricordare tutto, stampare sulla pelle ogni sensazione. E’ esattamente quello che succede leggendo Petronille, un libro leggero, si badi bene leggero ma non frivolo, come questo, di una levità esaustiva e grave, che non può non pesare se si ascolta con gli occhi il messaggio stridente dell’autrice. Si tratta di Pétronille (2014, Voland), il romanzo breve della amatissima Amelie Nothomb, scrittrice nata a Kobe (Giappone) nel 1967, poi vissuta in Asia e America fino a quando non si è stabilita in Belgio, il paese che poi è divenuto la sua casa e dove vive tuttora, quando non si ferma a Parigi. A 21 anni torna in Giappone, terra per la quale la scrittrice nutre ancora oggi un amore viscerale. Infatti lì la Nothomb ha iniziato a lavorare a fianco del padre in una multinazionale, ma la sua prima esperienza di lavoro è stata quantomeno fallimentare. Tutta la sua goffaggine, le esperienze giovanili sono riassunte in Stupore e tremori. Il suo primo libro, al quale si lega indissolubilmente la sua fama è Igiene dell’assassino, uscito nelle librerie francesi nel 1992. L’affetto dei suoi lettori è subitaneo, poi rinnovato negli anni ad ogni pubblicazione, ad oggi un appuntamento imperdibile per i fan e i curiosi.

Pétronille è un romanzo a margine (il suo 23esimo), di quelli che forse non attirano l’attenzione, ma nella sua semplice soggettività della prima persona descrive l’amicizia tra una scrittrice di successo, Amélie Nothomb, appunto, e una donna che invece è al suo esordio, Pétronille Fanto: magnetica e scontrosa, androgina, ribelle, un’esordiente autrice. Le due donne sono così diverse ma entrano in sintonia dal primo momento in cui si conoscono, in occasione della presentazione dell’ultimo libro della scrittrice. Da una parte c’è la ferma distanza tra le donne, irripetibile occasione di crescita, dall’altra la scoperta che un semplice compagno di bevute può rivelarsi un amico per la vita. Infatti, un elemento che accomuna le due donne è l’adorazione per lo champagne; in un primo momento infatti il legame nasce proprio così: spontanee, l’appuntamento germoglia con l’unico scopo di condividere una bevute. Le due si mettono d’accordo per bere insieme, ma quella è soltanto una scusante, una giustificazione per non dirsi che l’amicizia è un dono condiviso. Lo champagne è l’inizio di un grande sodalizio, di un imperdibile spettacolo e in questo senso Pétronille è la storia di un’amicizia che spazia nel tempo ma non tende all’infinito e che a volte conosce l’amaro, è anche la vicenda di una passione condivisa e della ricerca dell’ebrezza insediata per fortuna nella noia. L’ebbrezza nella Nothomb potrebbe essere associata all’amore e alla sua perdita, allo smaltimento dei sentimenti e degli attimi che fuggono. L’uomo è ebbrezza quando vive ogni regalo ricevuto come fosse il solo.

La camera azzurra, il romanzo-interrogatorio di Simenon

La camera azzurra (Adelphi, 2003) è un romanzo di Georges Simenon e viene pubblicato per la prima volta nel 1964; esso va collocato nel genere poliziesco per la presenza di un giudice, di un investigatore e di un’atmosfera che ha non poco a che fare con il giallo ma che da esso si diparte in fretta. O, per meglio dire, chi legge quest’opera avrà una sensazione diversa, in cui languore e disgusto sedimentano e stimolano la lettura che non è quello che si prova leggendo un giallo di Agata Christie.

L’autore della Camera azzurra è ormai mitico: si tratta dello scrittore belga Georges Simenon, ideatore delle vicende del celebre commissario Maigret. Simenon è uno scrittore strabordante e ricco di talento, quasi convulso. Il fenomeno Simenon vuole che egli abbia scritto un romanzo nell’arco di una settimana, così come è nota la storia della sua irrefrenabile e mai esausta creatività. Improbabile fornire infatti una bibliografia della sua opera completa: si tratta di uno scrittore che vive per scrivere mai scrive per vivere:

“Sono passato poco a poco da 12 giorni ad 11, a 10, a 9. Ma ecco che per la prima volta sono giunto alla cifra 7, che è diventato come lo stampo definitivo nel quale saranno colati ormai i miei romanzi” (G. Simenon).

Tony Falcone, protagonista del romanzo, vive a Saint-Justin con la sua famiglia, insieme alla moglie Gisèle dalla quale ha avuto una bimba, Marianne. La loro è una vita semplice e genuina, fatta di abitudini, certezze e molti sacrifici. Basata sul reciproco rispetto e su di un amore “razionalmente” controllato, così prosegue la vita dei coniugi, fino ad un momento: quello in cui Andrée entra nella sua vita. Lei alta e fredda così che a Tony  pare una “statua”, una donna senza emozioni che non può dare amore, almeno questo è ciò che Tony crede. Quella donna diventerà l’amante disinibita, cruda ossessione, la sua rovina, pone fine alla calma – che vige nello stagno noioso di un piccolo borghese –  impettita dell’esistenza. Ma la protagonista eccentrica della storia, nucleo dell’intreccio che ritorna a più riprese non è una donna, bensì lei: la camera azzurra. Come fosse animata da un spirito ribelle, accompagna Tony fino alle ultime pagine.

A Tony bambino il colore azzurro sembra un miracolo, come può una polverina cromata di cielo candeggiare  lenzuola e vestiti? Allo stesso modo, si può costruire un parallelo tra questo non cedibile candore, la pulizia che a Tony ricorda l’amore materno, con la relazione con la devota moglie Gisèle? Se non fosse per quell’azzurro mozzafiato della stanza dell’Hotel de Voyageurs, che lo ha tentato inconsciamente, non sarebbe colpevole, no, non lo sarebbe. Strano, è proprio quello che Andrée si lascia scappare durante il proprio interrogatorio al giudice: “Le donne come lei non sono capaci di un vero amore”. Così, secondo Andrée, Giséle Falcone sarebbe un corpo svuotato dell’istinto, una moglie affidabile ma non una donna innamorata. E’ curioso perciò constatare che l’immagine che Tony aveva anteriormente al primo vistoso amplesso con Andrée, mai svelata all’amante, sia la stessa che l’amante di Falcone ha della sua rivale. Inversione di ruoli o gioco di specularità? Una cosa è certa: le donne del libro sono virili nell’animo, pusillanime è invece il ritratto di Falcone. C’è un momento, uno spartiacque nella vicenda, raccontata tramite la serie di interrogatori ai quali viene sottoposto il protagonista, quello dell’invio delle lettere spedite da Andrée. Lì Tony si sveglia, e comincia l’incubo giudiziario. E’ colpevole, lui stesso lo dirà. Ma di cosa? Di non essere stato sincero con se stesso? O c’è dell’altro? Si sovrappone il passato al presente, la bellezza al turpe inferno delle domande.

Simenon mostra in una parola, in un suono o in un dettaglio, nell’indubbia paura che si può scivolare nel baratro e racconta proprio questo: chi sopravvive nell’infelicità è morto da tempo. Solo ad un certo punto del libro l’autore ci concede di capire, ma non tutto. Il  protagonista, insieme alla sua amante Andrée, è artefice di una vicenda torbida e piena di ambiguità. Non sono solo amanti, ma accusati di un ignominioso crimine: entrambi sono stati arrestati con l’accusa di aver commesso l’omicidio dei rispettivi coniugi Nicolas, ex marito, inutile e malato, e la placida Gisèle.

Con La camera azzurra lo scrittore belga è riuscito a tessere una trama autentica che trascina giù con efficacia più del vero: nella quotidianità siamo tutti Tony e abbiamo paura di scegliere. A partire dalle prime righe della prima pagina Simenon non può non colpire il lettore: che sia nel bene piuttosto che nel male, basta poco per capirlo. Quelle parole sono scolpite, affisse come un annuncio di festa che poi si capovolga in un necrologio. La sua nettezza è lampante, plastica la luce come le ombre. Si afferra ogni virgola con gli occhi, come battuta di una piccola inquadratura cinematografica, o l’inizio di una sceneggiatura.

La camera azzurra non solo è un romanzo scritto come se fosse un sogno, senza sbavature o incrinature, è una casa in cui ogni oggetto si muova come animato e, al ritorno del padrone di casa, si riponga autonomamente al posto di assegnazione;  mestoli nella credenza, la frutta sul tavolo, e così via. Ogni emozione in Simenon è al suo posto, questo libro riesce ad aprire il cuore senza chiudere la mente, la spalanca . Chi entra a leggere, non potrà uscire se non cambiato da questa storia di passione e autodistruzione. Il libro stesso risulta costruito come un interrogatorio vero e proprio che scandaglia fino alle viscere oceaniche del nulla, per poi ammettere che la verità non è mai una sola, è solo che un’omissione è più potente di una bugia. E che cos’è, la verità, se non forse solo un’impressione?

 

Ah…Ahh…Ahhh, la parody-comedy di Nuwanda

Ah..Ahh..Ahhh è un romanzo ben riuscito del genere parody-comedy di Nuwanda (2015, Genesis Joint Venture), ed sorprendente nel contenuto ed essenziale nello stile in cui è proposta ai lettori. Per questo motivo è impresa ardua classificarla o sigillarla in univocità interpretativa, né sarebbe giusto farlo, anche perché il cuore dell’opera comunica il messaggio contrario: non esiste un’interpretazione unica ed inviolabile, il testo è aperto alla molteplicità emozionale e interpretativa che il lettore fornisce con la sua azione, perché la lettura consapevole non è una condizione passiva. Pagina dopo pagina, chi legge contribuisce alla costruzione del testo. Sembra proprio questa la sintesi di Nuwanda. Il titolo onomatopeico suggerisce da subito una doppiezza fondamentale e irrinunciabile per capire il senso della storia che genera un vortice ininterrotto tra godimento-dolore della scrittura e della vita.
Doppio Senso è il nome della città immaginaria dove si svolgono i fatti, e nella quale le strade che portano al paesello vicino sono a senso unico. Sembra impossibile uscirne ma poi, inspiegabilmente, si riesce a trovare la strada del ritorno.

Nella piccola libreria del paese Armando Bentivoglio, scrittore con ascendenze artistiche e di modesta notorietà, presenta il suo libro dal titolo funereo e suggestivo Pochi conoscono la morte. Nel salotto letterario improvvisato e sghembo di un vecchio bar di paese che vende pizzette omicida, avviene un delitto vergognoso che coinvolge tutti i presenti, sottoposti a divertenti e quanto mai strambi interrogatori. I personaggi, macchiette scolorite di una trama semplice ma avvincente, stanno lì a guardare le indagini, suggerendo con involontaria sottomissione, indizi e tracce dell’assassino. L’ambiente è gretto, rustico, ingenuo come ogni bar di paese riesce ad essere: il proprietario è colpevole di molti “crimini”, come quello di attentare alla vita della clientela con un caffè dal gusto deplorevole.

Ma gli scrittori non muiono, la scrittura eternante è una barriera per Armando Bentivoglio, il quale durante l’interrogatorio è distratto dalla magnetica presenza de la Ronda di notte di Rembrandt e sfugge al presente scarno e settoriale del commissario Antonio Loquace, intervenuto prontamente su luogo del delitto per svolgere le indagini. Oltre alla sfilza di agenti dal comportamento quasi grottesco, goffi e impacciati sulla scena del crimine, (Sale pure sul water, in modo da avere una prospettiva dall’alto, però rischia di sprofondarci dentro con un piede, “Scattino, guarda che la vittima, purtroppo non può muoversi. Cerca di stare attento”.) gli attori della scena narrativa sono quasi tutti buffi e parodiati: a partire da Mirko, l’agente letterario di Bentivoglio, un cinico arrivista interessato soltanto ai guadagni della casa editrice, si destreggia con elegante egocentrismo il giornalista Carmelo Fattobene, alias “Firmamento”, pseudo cronista tronfio e banale. Carla, invece, è la direttrice della Biblioteca che ha organizzato l’evento; fedele orchestratrice della serata e sommessa lettrice dei libri di Bentivoglio.

Nel mazzo dei personaggi dai nomi inverosimili e curiosi eccola, la vittima: una donna giovane ed avvenente dalle labbra sensuali di rossetto vinaccio-violaceoo, di un seducente esoterismo, una bocca di rosa in un certo senso, perché calamita attorno a sé l’attenzione degli invitati, nessuno escluso. Si tratta della figlia del sindaco, uomo onesto e reggitore della patria.
Ah…Ahh…Ahhh è un romanzo breve in una agevole terza persona, scorrevole l’utilizzo del tempo presente, di prelibata lettura, parodia del genere giallo/noir. Nonostante ciò, i dialoghi si presentano spesso un po’ deboli o appannati. Il lessico è ricercato, notevole, a volte cromatico: è da sottolineare la cura nella scelta dei colori dei personaggi, probabilmente legata alla cura autoriale della caratterialità dei soggetti.

Nuwanda con questo libro crea una dimensione a sé stante, parodia e leggerezza, paradosso ed ironia si incontrano e si sposano con facilità, il risultato è buono. Ah…Ahh…Ahhh parla anche della letteratura, o meglio, della scrittura. L’autore mette in campo la funzione metanarrativa del testo: le parole riflettono i fatti ma spiegano anche il proprio intrinseco valore. Da qui deriva l’accusa del commissario ad Armando di aver risvegliato il desiderio di uccidere nell’assassino, con il suo titolo (Pochi conoscono la morte), ma non solo: il gioco sillabico tra affètto (sentimento, amore) / affétto (come tagliare a fette, ferire) proposto nella seconda parte del romanzo dal commissario evidenzia esattamente la valorizzazione monumentale ed iperbolica della parola scritta, e non detta, quella che resta nei secoli.
Un altro elemento da segnalare è la simbologia degli oggetti: il romanzo-parodia, fitto di doppi sensi ed ambiguità, chiarisce al lettore anche una delle interpretazioni soggiacenti alla trama in superficie. L’inchiostro rosso, l’inestimabile, pregiato pennino dello scrittore (che scrive più degli altri oggetti in circolazione), l’inchiostro rosso come il sangue, la scritta in bagno. Sono tre degli elementi identificativi di un cumulo di significati, sotterraneo alla trama del delitto della giovane donna che può essere sintetizzato forse così: la parola crea e distrugge, genera e violenta, ha il potere di uccidere e decostruire idee, sentimenti, emozioni. Si potrebbe ipotizzare che con Ah…Ahh…Ahhh, Nuwanda abbia volutamente operato una personale ricostruzione –  in chiave comica – del crimine oggi tristemente diffuso del femminicidio, in una dinamica alquanto singolare. Perché? Non vi resta che scoprirlo leggendo.

 

 

“Nessuno si salva da solo”: l’abulimia dei sentimenti

“Nessuno si salva da solo” (2015), Alle spalle di un amore finito: il lungo flashback matrimoniale ingoiato durante una cena.

Delia e Gaetano si conoscono per caso. Quando si incontrano lui pratica la boxe, è un sognatore indefesso. Lei invece è una nutrizionista rigida e scontrosa, lavora nella palestra in cui Gaetano si allena. Inizia la traboccante passione, che divora ogni altra cosa rende i due dolci schiavi di se stessi. Vivono ogni momento con intensità e sincerità reciproche e fanno progetti. Questo almeno all’inizio. L’amore intenso si tramuta in promessa d’eternità quando i due si sposano. Nascono due bimbi: Cosmo, il più grande, e Nico. Dopo innumerevoli dolori e il tradimento clou, i due si separano. Il film si condensa in una lunga cena che, tramite flashback, ripercorre gli episodi centrali di una storia di sentimenti fulgidi e laceranti.

Nessuno si salva da solo è l’ultimo frutto dell’alleanza strategica (ma non sempre del tutto efficace) tra Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, scrittrice ormai acclamata e amata dal pubblico. Dopo gli ottimi risultati di Non ti muovere (2004) e Venuto al mondo (2012), la coppia sforna ancora un discreto film in cui si descrive amaramente e tramite metafore visive evidenti il drammatico epilogo di un matrimonio tra due quarantenni. Grazie al soggetto di Mazzantini la rievocazione della lunga storia d’amore e di rancore tra i protagonisti è sintetizzata nelle scene di rabbia, liti, ma anche passione travolgente che trascinano il pubblico nel vortice della irrevocabilità del dolore. Come i due giovani sposi si affacciano alla nuova vita insieme, così facciamo tutti, come il mare porta e trae con sé ogni cosa trovi sul suo scialabordare. Castellitto realizza un prodotto cinematografico che potrebbe essere accusato di “muccinismo” per l’esiguità della trama: non si racconta che tramite stralci di ricordi, frasi, episodi esistenziali dei due protagonisti. Manca però l’incisività della scena madre; probabilmente frutto di una scelta intenzionale del regista che riesce comunque ad emozionare il pubblico, anche se spesso a suon di grida e concitati recosoconti.

La cena, fulcro della narrazione cinematografica, è la regina del film ma non regge per molto la sua forza. I flashback che rievocano il passato dei due spengono la forza d’impatto sul pubblico, perché parlano di una relazione sbiadita, svanita nell’armadio dei ricordi. Come se non ci fosse possibilità di scelta per i due, il futuro è una condanna alla catatonia emotiva. La fine è decisa, quasi scontata. Il soggetto di Mazzantini favorisce l’intensità voraginosa degli scambi verbali, tuttavia la pellicola non convince del tutto, permane di tanto in tanto la sensazione del già visto, già sentito. Eppure non manca la marca d’autore. Gli attori sono per lo più convincenti: vince Jasmine Trinca su Scamarcio, quest’ultimo a tratti mostra un’interpretazione un po’ spaesata e semplicistica. La regia di Castellitto non basta raccontare un dramma familiare: l’anoressia di lei, la madre-amica, i genitori hippy di lui, le promesse fatte nella passione rovente dei primi anni, la delusione cocente del dopo matrimonio, la debolezza ansiogena della protagonista, l’edonismo artistico di Scamarcio. Non è sufficiente. Si avvicendano sguardi profondi e comunicativi, momenti di alto, sinuoso e non troppo realistico erotismo, musiche congeniali come quelle  di Arturo Annecchino, e una speciale presenza attoriale di Roberto Vecchioni, uomo saggio innamorato della vita. Non mancano i richiami sostanziali come quello a Pier Paolo Pasolini: un uomo sensibile che adorava sua madre, ottima scelta in questo caso perché ci fa comprendere come Castellitto abbia puntato tutto sulla dimensione sentimentale, interiore della storia.

Con la metafora del cibo Castellitto riesce a rammentare che l’umanità è fatta di solitudini vaganti, affiancate da altre mille solitudini in strada, in pizzeria, dal medico. Ovunque siamo soli e insieme ad altri nella stessa condizione di umana impotenza. Ecco che il regista riesce in questa operazione grazie ai  primi piani sugli occhi scavati dalla depressione, dall’ansia del domani, con inquadrature infilzate nel cibo dalla famelica seduttività o inzuppate nel sarcasmo patologico del gelato in faccia, piuttosto che sui denti inferiori “mangiati” dall’anoressia. Si deduce da una scelta simile una condizione di bulimia affettiva. In effetti, il cibo è uno dei personaggi principali della vicenda. Perlomeno tratteggia l’evolversi della storia tra i due: si va dai bigné alla crema, alle carote e sedano per i bimbi per concludere con una (magra) cena-analisi. Il piatto di spaghetti sul finale sancirà poi la rinascita psicofisica di Delia, l’abbandono al presente. La cena in effetti sembra essere la misura dell’amore durante la quale rabbia, rancore, affetto, repulsione ed attrazione fisica si alternano bruscamente. Si ingoia prima l’amore, e il male che porta con sé, e poi si vomita tutto, dopo aver fatto ingordigia di schifezze. In tal caso Delia e Gaetano si svuotano di un amore terminato, per ricominciare daccapo.

Mangiare sentimenti per divorare l’anima delle persone che amano. Questo fanno Delia e Gaetano. Non si nutrono di ciò che serve per mandare avanti un rapporto di coppia ma eccedono in ogni manifestazione d’amore, strappando l’uno l’altro l’ultimo brandello di serenità. Un film sincero, perché sbatte in faccia allo spettatore dei personaggi che sono prima di tutto persone in cui può immedesimarsi. Perché siamo tutti Delia e Gaetano. Insicuri, fobici, maniacali, soli, estremisti coltivatori di attenzioni, frigidi, imbecilli e un po’ depressi, perennemente condannati alla fragilità dei tempi. Nessuno si salva da solo è il ritratto un po’ manieristico e, dal punto di vista stilistico, autoreferenziale (difetto abbastanza frequente del cinema d0autore italiano) di una generazione che: “Non ha inventato niente”, sbatte la testa ovunque per non ammettere a se stessa un fallimento inevitabile. Però Delia lo riconosce: “Siamo due falliti”.

Ma si tratta solo di questo? Una generazione destinata al più estremo nichilismo? Castellitto ha cercato di sfondare un muro già aperto: quello delle famiglie che non parlano ma urlano, guardando la tv e i nuovi o vecchi eroi (come Mike Tison), stanno ore su facebook, fabbricano idoli nocivi per l’anima. Il film è anche il quadro delle coppie che non sanno più fare l’amore, quello che si adempierebbe solo rinunciando al banale che non conta. Gli amori di questo Castellitto sono finiti ma anche sviscerati, malandati, evirati: manca loro l’equilibrio di un grande affetto che cancella ogni sopruso o vessazione che l’amante pratica all’altro. Questo film è, forse inconsapevolmente, un inno alla famiglia ormai “rubata” dall’effimero.

 

“Omicidi in pausa pranzo”, di Viola Veloce

“Apro gli occhi appena in tempo per vedere Colombo che si butta sul direttore e gli stringe la mano, complimentandosi per il Festival di Sanremo a scopo formativo. Ma non è l’unico leccapiedi a ronzare intorno a Vernini, perché di colleghi lanciati a congratularsi col verme ce ne sono almeno un’altra dozzina”.

 

Omicidi in pausa pranzo (Mondadori, 2014) è il  terzo romanzo di Viola Veloce, pseudonimo dell’autrice di Mamme Bailamme e Mariti in salsa web. Il caso letterario di Omicidi in pausa pranzo nasce dalla rete ed è il risultato di un’auto-pubblicazione. Dal passaparola, molti iniziano a leggerla e dimostrano di apprezzare notevolmente la storia del serial killer aziendale che uccide gli impiegati. Perché? Si tratta di un romanzo con uno stile personale graffiante e autentico che tratta di un tema pressoché nuovo, mai affrontato, che sfrutta il sottofondo dell’omicidio in azienda, e del panico derivatone, per condurre una critica esasperata del rapporto dirigente-impiegato in cui, ironia a parte, chi non viene licenziato, o cambia lavoro o muore di stress. Nel romanzo, si evince perciò un conguaglio drammatico in cui tragico e comico si confondono con destrezza grazie alla capacità dell’autore. Così accade, quando la madre della protagonista si pone alla figlia con la ricetta televisiva anti-killer.

Lei allora tira fuori una vocina da scolaretta e risponde tutta compita: “Tesoro, mi sto costringendo a guardare quei terribili telefilm perché voglio scoprire chi ha ucciso la Sereni! Hai capito, amore, li guardo per te, per aiutarti!”.

Quello che di primo impatto si presenta al lettore come un giallo si presta subito ad una analisi che tenga conto di ben altri generi letterari: il romanzo rosa ed il noir. Veloce acquisisce ed assimila elementi di ogni singolo tipo e li rimescola per un romanzo ironia e sarcasmo occupano il tono predominante della narrazione. La vicenda vede come protagonista una ligia impiegata, contabile in una azienda milanese: Francesca Zanardelli. La donna è single, è stata abbandonata prima del matrimonio dall’ex fidanzato Maurizio. Si delinea il classico profilo della donna trentenne depressa in cerca di marito, che affannosamente temporeggia nella noiosa, livida vita metropolitana alla ricerca della svolta. Vita dell’impiegata qualunque tristemente divisa tra visite ai vecchi, ansiosi genitori ed un pasto con il collega saputone, Michele, che ogni sera si diletta in letture di storia medioevale. Il ritmo regolare dell’azienda milanese viene dilaniato da un omicidio: la Sereni, proprio la collega seduta di fronte alla scrivania di Zanardelli, viene uccisa mentre tutti gli altri sono impegnati a inforcare cotolette milanesi e insalata, distratti in un’apoteosi da pausa pranzo, quella parentesi di immobile e fissa sospensione temporale che separa i dipendenti dalla ripresa dell’attività e dona ai dipendenti un momento di effimera gioia. E’ la protagonista a trovare il corpo nel bagno dell’ufficio. La donna, peso inutile e odiata dall’intero corpo aziendale perché stralunata e scansafatiche, è distesa a terra con la mani incrociate sul petto e un cappio bianco al collo.

Da questo momento in poi Francesca perde la serendipità sul luogo di lavoro, vocabolo che il narratore sottolinea ironicamente in quanto non rispecchia le reali ma solo le apparenti condizioni lavorative degli impiegati. Fa pensare un po’ al personaggio di “Diario di Bridget Jones”, soltanto che in questo caso Francesca non ha la bonarietà e la freschezza del primo, si anima nell’ufficio pervasa da un’aria saccente e inspiegabilmente insicura, e per questo motivo non convince del tutto, non regge e lascia un po’ perplessi. In alcuni momenti si pone ai colleghi come una stakanovista impeccabile e meticolosa, in altri invece si lascia andare a scivoloni propri di uno Charlot aziendale, dimostrando un fare disincantato a cui si uniscono interventi inappropriati o iniziative poco credibili sul piano narrativo, come farsi riprendere da un iphone blaterando dalla scrivania della segretaria. E’ probabile che l’autrice abbia volutamente messo in atto un procedimento di autoironia, di critica alacre che la protagonista applica agli altri come a se stessa. Ciò nonostante le due metà convivono bene solo parzialmente, in quanto maldestro impiegato e rigido contabile sono due facce di una stessa medaglia della quale solo una può prevalere sull’altra. Avrebbe fatto meglio a dare voce ad una della due facce, anziché ad entrambe. Riconoscibile è la (celata) critica all’azienda come microcosmo e delle condizioni in cui i lavoratori italiani sono obbligati a sottostare. Un personaggio secondario che spicca è quello di Crudelia, la sindacalista dell’azienda, che tartassa i lavoratori con stridenti circolari in cui si incita alla ribellione intestina, là in quelle assemblee che fanno ripensare al vecchio, ridicolo cameratismo dove ognuno manifesta la disapprovazione per il male collettivo, ma il singolo in realtà pensa solo al tornaconto personale.

Nonostante la perplessità intorno al protagonista, Veloce diverte, spinge il lettore a ridere di gusto e riesce comunque a far riflettere. I personaggi sono coerenti con quello che si potrebbe definire umorismo contemporaneo e alle volte presentano dei tratti grotteschi. Alla negatività di un’esistenza senza futuro, Francesca è depressa ancora prima della morte della collega, l’autrice contrappone la ricetta per la quiete, non per la felicità, utopia che l’autore lascia ai semplici e ai poveri sognatori. In questo si sottolinea anche una sorta di non propriamente cantabile cinismo, che fa sì che il lavoro sia interpretato così come un sinonimo di rinunce e vessazioni. Omicidi in pausa pranzo è il frutto di una penna in cui l’ironia si acuisce in un sarcasmo che denuncia una realtà asfittica e arbitraria, in cui personalità vagano tra paura del futuro e critica del presente.

L’uomo (e la donna) narrato da Viola Veloce è l’uomo contemporaneo: contraddittorio, timoroso, buffo e maldestro, privo di consapevolezze e con tendenze maniacali. Ma non è privo di eroismo, anzi, al momento opportuno e non senza un pizzico di comicità, riesce a risolvere i suoi problemi e guarda al futuro. Omicidi in pausa pranzo è un libro consigliato  a chi va oltre la pagina scritta: non ci si aspetti suspense, colpi di scena o altri espedienti del genere. Il romanzo va letto con un occhio attento ai temi e alle problematiche sollevate e alla virtù della risata. Non si tratta perciò di un giallo, bensì di un romanzo che probabilmente aspira ad essere qualificato come tale ma è più vicino al comico. Non si può parlare di giallo perché il colpevole è facilmente individuabile dalle prime pagine; rimane comunque un’opera che propone una sostanziale critica del lavoro in azienda e un inno alla risata, perché di risate non muore mai nessuno (o quasi!).

 

 

 

“Destino crudele” di Massimiliano Bellezza

“Vedo una stanza avvolta nella penombra. C’è un’unica finestra dalla quale filtra la luce della luna, velata da leggere nubi. In un angolo noto un ragazzo disteso a terra. Non riesco a vederlo bene, sono troppo lontano. Poi la prospettiva cambia di botto, zoom. Sono io”.

 

Destino crudele (2010, Robin edizioni) è il romanzo d’esordio dello scrittore Massimiliano Bellezza. L’autore è nato a Cirè (TO) nel 1979, ed è un tecnico aeronautico, lavoro che nulla ha a che vedere con la scrittura. Eppure nel 2010 diventa autore, e pubblica l’opera Destino crudele – Storia di un giovane, partecipa a vari concorsi letterari come La Giara e Gran Giallo Città di Cattolica.  Si tratta di una giovane promessa nel panorama italiano. Nella sua narrativa affronta tematiche spinose e spazia dal romanzo di formazione/d’amore al thriller come in Quando cala il buio (2012, Butterfly edizioni). Destino crudele è stato revisionato e rivisto dall’autore nel 2015, il risultato di un’operazione di rifacimento del romanzo d’esordio.

Il romanzo affronta vari temi come quello della depressione, dell’adolescenza, dell’abuso di droga e si presenta innanzitutto come un ricco romanzo di formazione. Nel nocciolo del suo svolgimento l’autore analizza lo sviluppo di un tumore nel corpo di un giovane, evento tragico e inspiegabile quando si attanaglia proprio laddove la vita sta fiorendo. Bellezza lo fa non nel modo convenzionale, entrando nel merito dei sintomatologia e dei disturbi, che pur non vengono a mancare, ma si concentra sull’inquadramento dell’esterno e la critica degli altri (medici, infermieri, amici, madre e padre) che il malato produce da un letto d’ospedale. Nella prima parte Max vive una normale vita d’adolescente dove non mancano: gli amici, i divertimenti egli eccessi, l’amore. La seconda parte, che occupa quasi la metà del libro, è incentrata sull’elaborazione di una perdita graduale e ingiusta, quella della propria salute che scappa via come sabbia tra le dita.

Max Di Marco, il protagonista della vicenda, è cresciuto a Pasadena ma poi si trasferisce a Los Angeles: la madre, depressa per l’abbandono del marito, preferisce che lui si allontani dall’ambiente familiare e non partecipi all’esperienza della separazione. Il padre è consulente ed è spesso in viaggio, una figura assente, una sagoma vuota nella vita del ragazzo. Il narratore riflette spesso sugli avvenimenti, trasmettendo un piglio cinico e rassegnato ai suoi personaggi, come quando Amanda pensa: “Eh sì, la vita continua. E’ una delle poche certezze che abbiamo”. Bisogna quindi andare avanti, proseguire il cammino, così anche senza una figura paterna di riferimento, anche davanti alla malattia, agli ostacoli e le perdite. Max prosegue e va avanti nel compiere tutte le esperienze senza paura. Ha tutte le caratteristiche dell’adolescente problematico: in parte egoista, sente il peso della solitudine, è irascibile e permaloso. I problemi tra i genitori, la loro separazione, all’inizio sono un pesante macigno sulla spensieratezza giovanile, ne resta influenzato e pensa di frequente al padre, chissà dove sarà e con chi. Lontano dalla madre affranta, che vive a Pasadena, e da un padre evanescente, Max stringe nuove amicizie, si diverte e conosce Amanda, con la quale poi matura un profondo rapporto sentimentale che si tramuta presto in amore. Dopo un periodo di tranquillità apparente, Max viene colpito per la seconda volta (la prima a quattordici anni) da una grave malattia: tumore al cervello. Il ragazzo sperimenta presto un ennesimo ma più intenso dolore, inaspettato come ogni sofferenza sa essere. Ha soltanto diciotto anni, e a quattro dal primo intervento chirurgico deve fare i conti con un destino beffardo, crudele come il titolo suggerisce al lettore. E’ raro infatti che un tumore torni a prendere forma per la seconda volta nella stessa persona: si tratta di un’eccezione che conferma la regola, uno spergiuro del fato.

La scrittura è curata, il lessico molto elaborato e a tratti enfatico, i sentimenti e le sensazioni sono ben descritte, chiare. I personaggi sono trattati con profondità e la loro psicologia è rintracciabile nei comportamenti riportati dal narratore che parla in prima persona, testimone e protagonista dei fatti. L’autore tuttavia pecca eccedendo nell’intonazione diaristica, spesso travolto dalle considerazioni personali sulla triste vicenda – assenza del padre, errori materni, drammi personali – o le annotazioni morali sul padre o gli altri personaggi. A tratti sembra quasi che il protagonista abbia duplice caratterialità: riflessivo e introspettivo, ama la lettura, ha pochi amici ed  esce poco, come un nerd, dall’altra però è un inguaribile ribelle, assume droghe, ha un discreto successo nelle sue conquiste sentimentali che porta inevitabilmente allo sfacelo a causa di un comportamento irresponsabile.

In tal senso Bellezza riesce a descrivere a pieno la contraddittorietà, quando non l’ambiguità, insita nel percorso di maturazione adolescenziale. Eugenio Scalfari la definisce “onnipotenza mentale”, la convizione di essere padroni di sé e dei sentimenti, delle scelte proprie e di quelle altrui. L’adolescente nutre l’assoluta certezza di poter controllare qualunque cosa. Max Di Marco è così, un onnipotente, come tutti i suoi coetanei: è incavolato con la famiglia e con gli amici, se la prende con la sua ragazza Amanda ma poi si accanisce contro se stesso perché ha una coscienza. E’ collocato tra i buoni, i cattivi non ci sono neppure nel romanzo. Tutti sbagliano ma tutti si redimono. Anche il padre assente è un buono, è superficiale e stolto ma non conosce cattiveria. Riappare sula soglia del dolore in un momento incongruo che sfiora l’inverosimile e introduce nel romanzo un tono vagamente fiabesco. Il protagonista, quando egli comprende che il mondo può lasciarlo (il ragazzo non può che attendere inerme) anche a diciotto anni, improvvisamente cresce…ma non può mostrarsi a nessuno, la morte è arrivata prima di annunciarsi. Se lo fa, è solo nei sogni che il protagonista può rivelarlo a chi legge: premonizioni inquietanti, incubi, immagini di un corpo che si sta congedando dall’esistenza. La dimensione onirica innesca dei dubbi, anticipa, prepara in un certo senso, un funesto finale.

Destino crudele è un romanzo in cui la tragicità del reale investe i personaggi, rassegnati e vinti da un mostro che strappa loro la forza di qualunque ribellione. Il tumore ispira sempre la rinuncia per chi resta a guardare e non può fare niente per il malato, ma in questo caso la ripetizione di un male in un corpo ancora giovane non può che essere interpretato come accanimento del maligno nei confronti del bene. I personaggi, amici e familiari di Max, restano a guardare impietriti, come statue di terracotta, non possono nulla contro il mostro.

Ma qual è la risposta dell’autore? Come si fa ad opporsi alla malattia? Vivendo ogni attimo, non lasciandosi fuggire il presente. Anche il giorno più banale può regalare una vittoria, il messaggio dell’autore potrebbe essere sintetizzato in questo modo: la vita è il trionfo contro ogni forza demoniaca, contro il tumore solo il sorriso può avere la meglio. Così, i sorrisi della mamma di Max sono segni di luminescenza, di una piccola nascosta speranza, dello spirito di lotta che vige in ogni essere vivente. Lo stile di Bellezza rievoca un andamento otto-novecentesco, dal gusto retrò, con grandi flash back che, nella prima parte, ricoprono interi capitoli. Per quanto riguarda terminologia, l’autore piemontese va spesso a ripescare nel vecchio repertorio letterario un po’ superato (sopraggiungere, immemore, forsennato, ecc), utilizzando lessemi che forse andrebbero evitati per rendere più agevole la lettura. Tuttavia, si alternano parti più tradizionali ad altre in cui il linguaggio colloquiale e gergale rende più fluida la lettura. L’ambientazione è scarsamente ricostruita, solo accennata: i riferimenti diretti ai luoghi ci sono ma non bastano a fornire una effettiva esplorazione mentale e immaginativa del contesto spazio-temporale. La narrazione è ballerina, raccontando cosa accade prima e le conseguenze della malattia sul protagonista, che sembra acquisire maturità e assennatezza durante la degenza in ospedale. I dialoghi sono essenziali: Bellezza si concentra maggiormente nella diegesi, che si annuncia subito scorrevole dalle prime pagine. C’è un gusto per il dramma, a volte per il melo, in alcuni punti un po’ eccessivo: tuttavia amaro e dolce si insaporiscono vicendevolmente e rendono agevole la svolta drammatica di quello che, sulle prime, sembra essere un romanzo di formazione. Si scopre invece l’intonazione prediletta verso la drammaticità e l’amore. L’opera perciò non è ascrivibile al genere del romanzo di formazione, lo trascende per completarsi nel dramma sentimentale.

Chi legge è condotto dal narratore a sperimentare l’impotenza di essere: l’alternativa del malato durante le quindici giornate di degenza ospedaliera in attesa della fine è osservare il mondo. La luce del sole che entra dalla finestra, la cordialità delle infermiere, i medici. Il medico è oggetto di analisi dal protagonista, lo pone sotto una luce diversa, fornendo spunti per un capovolgimento. Il medico è un uomo come tutti gli altri, non soltanto un professionista. La descrizione dell’avanzare del tumore è catturata nelle espressioni del volto del dott. Shirpe. Il male è un ciclone che non si arresta, invade tutto, corrompe la gioia, la fiducia dei medici e lascia tracce nelle rughe sul viso:

 

“Ogni traccia di ottimismo è svanita e la pacatezza è lontana, è teso nel volto dalla mascella contratta, nel cipiglio concentrato. Le vene sulle tempie pulsano in rilievo, a denotare quanto sia in allarme. Era partecipe del mio graduale miglioramento. Un brutto colpo anche alle sue capacità”.

 

Ed ecco che il tumore, ovvero la paura di non poter vivere senza padre, rappresenta questo spettro di insufficienza esistenziale: la vita è una e va apprezzata, ma spesso i giovani disperdono le energie necessarie a distruggerla. L’autore, riguardo la sua scelta di scrivere, afferma: “Scrivere mi libera la mente, mi fa volare lontano, andare dove voglio senza bisogno di alcuna prenotazione. Mi fa ‘entrare’ in situazioni lontane dalla mia vita quotidiana, essere chi desidero; posso ferire, combattere, deludere senza i rammarichi, il dolore dell’esistenza reale”.

Destino crudele è un romanzo che fa riflettere sul senso della giovinezza: una fase passeggera e preziosa della vita che andrebbe valorizzata con comportamenti coscienziosi e sereni. Fa capire che le azioni hanno delle conseguenze e che come nel gioco dei dadi, la fortuna può abbandonarci in ogni istante, la vita è un frutto proibito a molti, acerbo e che matura prima ancora che la mano che l’afferri. Polposa ma acerba, ossimorica: la vita di un malato è incerta, ostacolata. L’elezione non è destinata ai più, e gli orgogliosi, i fieri che non chiedono mai aiuto pagano pegno perché pensano di non aver bisogno dell’altro. Questo è l’altro messaggio presente nel romanzo: nessuno è invincibile da solo. Ogni uomo necessita di amore, e l’amore salva. La morte però lascia i loquaci interdetti, e ciechi coloro che hanno buona vista: sta al buon senso comprendere il confine del male, e gioire nella semplicità del quotidiano. Nel caso di Max, forse il destino ha deciso che questa è la sua unica occasione, resta comunque una maschera dai contorni incerti, tutti da completare.

 

‘Le vite di Anna’: l’amore che salva, di Angela Di Maio

Le vite di Anna (2014) è un romanzo breve della scrittrice emergente Angela G. Di Maio e pone al centro la storia di Anna, articolata su più episodi, concentrandosi sul tema drammatico dell’anoressia, dell’autolesionismo, dell’abuso di farmaci. Ma il romanzo trasmette anche il desiderio di rivalsa, di rinascita, la volontà di gettarsi alle spalle un passato assai doloroso. Le vite di Anna presenta un’organizzazione narrativa frammentata in due parti: la prima è formata da 5 racconti, tutti aventi come protagonista una donna, Anna, per l’appunto, ed un uomo, sempre lo stesso ma in differenti contesti, la seconda invece consta di due capitoli più una lettera conclusiva.

L’elemento immancabile di ogni racconto è l’incontro, narrato in prima persona dalla protagonista. Nonostante possa sembrare si tratti di storie separate, prive di nessi, dal sesto capitolo si si svela tutt’altro, un dettaglio che fa luce sul legame sotterraneo tra le diverse vicende. Dal punto di vista stilistico è chiara la scelta dell’autrice di ironizzare talvolta su se stessa, sui difetti fisici, sulla sua androginia, sul fatto che, le altre sembrano perfette, mentre lei, Anna, sembra un maschiaccio. Ecco, l’ironia, nel corso dei vari racconti si inasprisce e diventa sempre più chiara, fino al momento in cui non sfocia nell’autoanalisi e nel sarcasmo. Durante il colloquio settimanale con lo psichiatra, Anna taglia corto nei suoi pensieri ed emette un giudizio netto, che sembra essere un assioma: “Il sarcasmo è una forma di difesa”. Il medico non dedica la dovuta attenzione alla paziente e Anna, già incline all’auto-accusa, risponde alla superficialità dell’analista schermandosi con distacco, con l’indifferenza amara, tipica di chi è indifeso.

Da quel momento il cervello inizia a studiare vie d’uscita per toglierti tutti quegli sguardi di dosso e, paradossalmente, la via migliore è acconsentire a una terapia “per uscirne fuori”. “Fuori” da che? Non fumo, non bevo, non uso droghe. Il problema è dentro me. Dovrei “uscire fuori” da me stessa, ma è quello che cerco di fare, solo a modo mio.

Anna è sola, il problema del “tutti mi guardano” è il vero nucleo della sua fragilità. Il fatto che la donna non riesca a controllare tutto o tutti, che sia così dannatamente intelligente e sensibile, molto più dei suoi coetanei, la obbliga a fare i conti con un’interiorità dilaniata, un vuoto sotto i piedi che le fa chiudere lo stomaco. Il non ingerire cibo è la punta dell’iceberg, l’evidenza drammatica di un vulcano di dimensioni gigantesche che la inghiotte  e digerisce assenze, la mancanza d’affetto e di stima, tutte le frasi non dette dagli altri, poi inghiotte noi stessi. Difficile risalire da una voragine come quella dell’anoressia.

Anna sembra sempre camminare sola, eppure, ogni volta che cade, si ferisce, smette di credere, c’è lui ad aspettarla. Lui chi? Non è dato saperlo ma c’è sempre: in un giardino, fuori da una discoteca, sulle panchine dell’ospedale. Luoghi poco adatti ad un incontro galante, e infatti l’appuntamento di Anna non è con il lui in questione, ma con il destino che la travolge e l’abbraccia, salvandola sempre. Si cammina soli, forti o deboli, malinconici o felici, ma il destino attende. E l’amore, quell’amore che tutto trae e tutto salva, non abbandona mai gli esseri umani, sbagliati, imperfetti e giusti che siano. E Anna lo sa bene, così decide di scriverle, apparizioni di vita che affollano la sua mente. Di certo, la protagonista è una di noi: donna animata dal desiderio di essere libera ed ardente, come una magica falena.

Il basilico raccolto all’alba, l’esordio di Eugènie Gènin

 

“E se fossi tu la luce per la quale la mia bocca desiderasse sbocciare?”

Il basilico raccolto all’alba ( 2015) è il romanzo erotico d’esordio della scrittrice Eugènie Gènin. L’autrice ha scelto questo nome d’arte per restare nel completo anonimato. Pseudonimo che dà adito ad alcuni spunti di riflessione: Eugènie è infatti il personaggio vittima delle capziosità sessuali vigenti nell’opera La filosofia del Boudoir del marchese De Sade. Non è una scelta da radical chic, perché a fianco di De Sade affiorano i toni scuri ma popolari dei Subsonica in un ratatouille di antico e moderno, passato presente, musica, letteratura, poesia che non creano contrasti stridenti, anzi.

La penna di Eugènie Gènin è sensuale: talvolta si denuda, altre invece s’increspa, lieve malinconica e misteriosa. La trama si dispiega come un foglio aperto avido di colori, profumi e bagni d’inchiostro. Doria è una ragazzina, ma delle ragazzine ha ben poco. Acerba ma curiosa, graziosamente legnosa ma solerte, la ragazzina sperimenta il piacere dell’autoerotismo nella bianca solitudine della propria camera da letto. E’ un viatico, un’iniziazione, o così pare al lettore, quella che Doria pratica con il suo adorato Stregatto, primo compagno di giochi sessuali. Un giorno, il gioco erotico però tocca corde ben più calde: accade alla presenza di chi, a pochi passi dalla sua stanza, dall’inizio alla fine sarà chiamato soltanto Il professore. Non sappiamo altro di lui, se non che ama le poesie di Artur Rimbaud e che introdurrà la ragazza, da cui, nonostante la virginea goffaggine, è rimasto folgorato. La classica incertezza data dall’adolescenza esploderà per manifestarsi come impudica consapevolezza femminile. Doria non è consapevole del fascino che esercita sul Professore dal quale resta subito ammaliata, sedotta, catturata. Il sesso tra i due è eccitante, doloroso, necessario apprendistato. La ragazza è un’allieva, ma quello che apprenderà non è solo legato alle pratiche sessuali, non così disinibite come si penserebbe, ma è la virtù di un erotismo consapevole, liberatorio e magmatico. Come una lava modellante si distende lungo le braccia di un vulcano acceso, l’eros toccherà Doria fino a renderla donna.

La storia non è figlia illegittima di un pornografico desiderio di dominio, pulsione che abita i prodotti editoriali di molti untorelli contemporanei, anzi. Si tratta piuttosto di un esempio di letteratura che sfata il mito della sessualità come vergognosa, violenta o immorale. L’eccitazione di una lettura incalzante e incantatrice non ce la si aspetta da un romanzo erotico di un’esordiente. La storia parrebbe semplice e banale, ma è proprio dall’essenzialità dell’intreccio che si evidenziano le caratteristiche dello stile di Gènin: quelle proprie di lirico, intenso dramma erotico. Le poesie che i due amanti recitano tra un amplesso e l’altro fanno da cornice all’inconscio e spiegano il punto in cui scatta il richiamo sessuale di Doria verso un uomo maturo, uomo che sarà presto al centro delle sue fantasie. La spinta all’eros è perciò ricondotta al motivo nascosto che suggerisce ad una donna di inoltrarsi, col corpo e con la mente, in un uomo.

Qual è l’origine della passione di Doria per il professor Montelli? La stimolazione intellettuale e l’eccitamento febbricitante che il prof. causa in lei. Egli riesce a vellicare ripetutamente le zone più intime della ragazza, e la conduce all’acme orgastico che copre l’intero suo essere: la sua pelle, il corpo, le viscere, e i pensieri come le parole: tutto ciò che il professore non vede di lei riesce a toccarlo, concedendole attimi di intensa interiorità. Come un punto G che ogni donna cerca con insistenza, Doria lo trova nella sua mente, in un groviglio di lunghe attese ed appaganti come i loro incontri, custoditi dagli estranei. Per due anni i due si incontrano, in una liguria fatta di fragranze e un mare di desideri, e il vulcano dei sensi esplode. Alla terza estate, quando la fanciulla ha compiuto 21 anni, dopo tre anni di mancate notizie dal Professore, la ragazza scompare, e al suo posto, fa trovare all’amante un plico di lettere in cui rivela la donna che oggi è divenuta, le esperienze con i coetanei, l’amore germogliato da un rapporto di -seppur tenera e tuttavia afasica- dipendenza psico-affettiva. Le lettere sono scritte, forse, con un intento a due voci: quella dell’addio si sovrappone alla speranza di destare uno sconquasso emotivo nel suo amante. Nell’uomo di cui, in tutta l’opera, non conosciamo passato, presente, neppure il suo nome di battesimo. Doria lo chiama Basilico, lo stesso balisico che la ragazza mastica durante l’intimità inebriando l’ambiente, l’amore e il suo amante.

 “Siamo i desideri che nascondiamo: pipistrelli appesi al soffitto di una grotta umida, che aspettano d’essere svegliati dallo strattone di un bagliore di luna”.

L’autrice colpisce, emoziona, alletta nel finale con sorpresa di chi legge, commuove e lascia in bocca l’amaro di un epilogo sospeso. Un romanzo come invito al coraggio di sperimentare le angolature del proprio corpo, e del contenuto emozionale che esso racchiude; un nettare sensuale e seduttivo, un piacere leggiadro e sussurrato, come una canzone all’orecchio dell’amato che si sfila una giacca e ci guarda estasiati, è impegnata a parlarci delle sue esperienze sessuali, del battesimo erotico con il suo maestro, ma mentre le elenca Doria (e forse Eugènie?) si innamora perdutamente.

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