The big eyes, il film più anomalo di Burton

The big eyes (2015) di Tim Burton ha vinto il Golden Globe per la miglior attrice protagonista (Amy Adams) ed è stato candidato ad altre due statuette, tra le quali quella per la miglior colonna sonora, affidata alla voce di Lana del Ray. Il film è un biopic che non è piaciuto agli adepti burtoniani, ha deluso gli affezionati e la critica ma ha conquistato il pubblico “contrario”, quello cioè che non ama il Burton gotico ed espressionista. Una pellicola anomala questa, che ha ottenuto il favore di quella parte di pubblico che gli è sempre stata ostile. Un buon lavoro, dunque. In effetti un artista non dovrebbe fare proprio questo? Muoversi contro-corrente, spaziare laddove non si è mai spinto? Oltre i limiti del conforme a…? Conforme a chi poi? A quello che è già stato? Un regista è ciò che che non è mai stato, può creare microcosmi e mondi paralleli, ma a volte decide di scendere a fumare una sigaretta con i comuni mortali. Non significa fallire ma sperimentare, sviscerare, svuotare un baule pieno di quel che è già stato visto.

Partiamo dalla trama. The big eyes, almeno  in superficie- narra la storia del pittore Walter Keane che negli anni 50-60 ebbe un sonoro successo con dei dipinti che ritraggono bambini dagli occhi a forma di “frittelle”, grandi ed espressivi. Peccato, però, che Walter non sia il vero autore dei cosiddetti “occhioni”; è invece sua moglie Margaret, vittima di una frode progettata dal marito entro le mura domestiche, a dare vita a queste opere intrise di sentimentalismo in un momento storico dove dominano la pop art e l’astrattismo. Inizia così una sequela di affermazioni, comportamenti che suggellano Walter Keane come l’artista kitsch del secolo scorso, fino a quando la donna non confessa.

Fu uno scossone, un allagamento, un’invasione di cavallette per la critica ufficiale e spinse a riflettere: l’arte è ciò che piace al pubblico o ciò che la critica definisce bello? Diatriba millenaria. I quadri di Keane ritraevano piccoli, melanconici orfanelli. L’unica caratteristica permanente in essi erano gli occhi: grandi ed innocenti che fanno pensare quasi ad un pesce palla, bagnati di lacrime spesse e cocenti. I bambini si “sparsero”ovunque. Divennero stampe, poster, cartoline: la riproduzione seriale segnò la fine dell’esclusività di ogni singola opera e afflosciamento creativo di Margaret che, a un certo punto, perse la sua verve e realizzò un autoritratto riecheggiando lo stile di Modigliani. Margaret per anni continuò a firmare le sue opere con il cognome del marito. La donna, innamorata del secondo marito, non si accorse però che quella concessione si sarebbe trasformata in un vero e proprio crimine, e non solo dal punto di vista penale. Ma come mai i dipinti ebbero tutto questo successo? Se guardiamo i dipinti ci accorgiamo che non è vero che siano tutti uguali, (come gran parte della critica sostiene) ripetitivi e asemantici. Sono molto più di quello che è stato superficialmente etichettato come kitsch. Emozionano. Fanno riflettere. Commuovono. Fanno ridere. Stimolano la fantasia, proprio come il film di Burton che può essere letto in tre modi: Il primo è relativo alla storia di due pittori: da una parte c’è quella del presunto, affascinante barattiere di intenti che frodò la sua compagna per la mania di “diventare artista a tutti i costi”, e dall’altra c’è la storia di lei, Margaret, ingenua e romantica madre degli orfanelli. La seconda storia che il regista visionario racconta è quella di una donna ferita, umiliata, depauperata. Privata della proprietà intellettuale dei dipinti, ma non solo. Obbligata a chiudere ogni rapporto con la sua migliore amica e con la figlia e vittima della propria fragilità. Costretta a vivere in una condizione quasi di prigionia, a custodire un segreto ignominioso più della frode stessa. Alcuni si sono chiesti perché il regista abbia sbilanciato tutto il peso della sceneggiatura su Walter Keane.

The big eyes è anche la storia di una donna suo malgrado sottomessa per amore; e veniamo alla “terza storia” che vede protagonisti assoluti proprio gli occhi. Ovviamente nessuno può dire con certezza che cosa Burton abbia voluto comunicare a critica e pubblico. Il regista sta attraversando un periodo sentimentalmente deludente e non di rado ciò influenza l’ispirazione; si può azzardare nel dire che egli abbia trovato un alibi alla nebulosità mortifera dei contrasti di film come La sposa cadavere Dark shadows, un’alternativa che coniughi i colori (già riscontrati in Big Fish), la vitalità dei primi piani, la sobrietà del vero, la semplicità della cronaca, il kitsch come giusto antidoto al canone, il ritmo allegro da (tragi)commedia tutti ospiti del quadro cinematografico. Forse in questo Burton c’è poca bizzarria: il regista lascia agire lo spettatore. E’ lui a decidere perché Margaret ha deciso di tacere, e si chiede, che cosa sono quegli occhi neri? La firma d’autore, ma di quale autore? Di Burton o di Margaret? O di entrambi? Si potrebbe ipotizzare perciò un processo di immedesimazione del regista nella persona di M. Keane che non riesce e a liberarsi da una crisi che la soffoca, fino al momento della sua conversione al nuovo. Burton è in crisi? Probabile. Ma è anche possibile che questo sia il punto più significativo della sua carriera cinematografica. Un passo in là dalla paura, si aspetta il capolavoro.

 

di Donatella Conte

Dino Buzzati, narratore di solitudini

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e,
stretti insieme dietro i vetri,
guardando la solitudine delle strade buie e gelate,
ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo”. (Dino Buzzati, “Inverni superflui”)

Il 16 ottobre 1906 nasce lo scrittore Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) a San Pellegrino di Belluno. Nasce Dino, non l’autore. Si sa, infatti che un autore si vede la luce alla pubblicazione della prima opera e Buzzati esordisce nel 1942 con una raccolta I sette messaggeri. La sua immagine è spesso “bollata”, associata (e criticato duramente), non senza un piglio riduttivo, all’opera Il deserto dei tartari (e Il segreto del bosco vecchio, il secondo pubblicato per la prima volta nel 1935). Una fiaba, quella de Il segreto che di primo impatto potrebbe sembrare ideata per un pubblico in età scolare. E invece, riesce a stupire specialmente il lettore adulto. Elementi didascalici sono rintracciabili, certo. Ma non solo. Non si limita a questo la tensione fantastica dell’autore, né la morale del romanzo; inevitabile il rinvio a Il piccolo principe, di Antoine de Saint-Exupery. Viene in mente perché, si sa, il piccolo avventuroso principe delle galassie è stato da molti considerato l’amico invisibile di tutti i bimbi. Come a dire, non si tratta di un libro per adulti. Nulla di più errato. E lo stesso sterile pregiudizio attanaglia il gioiello narrativo che rappresenta, per l’appunto, Il segreto del bosco vecchio. Non è la prima  opera posta sotto il banco degli accusati da critica e pubblico. Nel 1933 dopo aver conseguito una laurea in Legge, e l’inizio dell’attività di cronista per “Il Corriere della Sera”, Buzzati pubblica il suo primo romanzo: Bàrnabo delle montagne.

Nel ’39 esce invece sforna il manoscritto de Il deserto dei tartari, che verrà pubblicato da Leo Longanesi. A questa opera è associato il nome dell’autore e tutta la sua fortuna/sfortuna. Un uomo, un soldato, narra Buzzati, che è incapace a vivere, a compiere una scelta metaforizza la sua condizione di giornalista impotente e sottomesso alle angherie della sua redazione. Il deserto, metafora naturalistica di rilievo, così come i tartari, i mongoli che non arrivano mai dalle montagne, simboleggiano la paura di vivere e confrontarsi con l’altro, con lo sconosciuto, ma al tempo stesso incarna il timore di una mancato confronto, di una esistenza spoglia e negletta. Il nemico atteso, chiunque esso sia, spaventa, ma intimorisce al protagonista la possibilità che questo nemico non arrivi mai. Apatia, atonia, il deserto è assenza, immeritata vuoto d’azione, scoperta, sana frenesia. Corretto il titolo originario del romanzo, La fortezza infatti non piaceva per niente all’editore, Buzzati può finalmente vedere edita la sua opera. Porta avanti la sua collaborazione con “Il Corriere” prendendo parte, tra le altre iniziative, alla presa di Fiume come corrispondente. Escono lo stesso anno La famosa invasione degli orsi in Sicilia e Il libro delle pipe (operetta umoristica di genere fantastico).

Tra le ultime opere ricordiamo, invece, Paura alla scala (1949), storia di una Milano borghese, affettata da un dopoguerra di estenuanti frivolezze, è la storia degli uomini imprigionati, questa volta, in una fortezza morale e spirituali e Sessanta racconti (1958). Ritorna perciò, in una narrazione rivestita di modernità e accessori nuovi, l’inettitudine degli uomini. Tutte le opere di Dino Buzzati, a seguire Il grande ritratto, Un amore, La boutique del mistero, per citarne alcune tra le ultime, seguono un disegno preciso del proposito autoriale. Egli infatti ricostruisce in ogni romanzo le tappe dell’esistenza, le sue stagioni, dall’infanzia alla senilità. Ciò avviene già nel già citato Il segreto del bosco vecchio, nonostante in quel caso la vena dello scrittore sia favolistica e spensierata, leggera, ma comunque portatrice di una morale. Altro elemento fisso della sua narrativa è senza subbio la montagna, un luogo quasi adamitico, ancestrale e sede della solitudine umana. Ogni uomo è solo, condannato ad affrontare ostacoli, esperienze ingannevoli. Alla fine, ogni protagonista è trasportato verso il baratro della morte, della sconfitta, della solitudine. Anche in Un amore (1963), dove si racconta di un amore biologico, viscerale senza veli e senza timore di raccontare scomode verità sulla natura umana; il protagonista è costretto ad abbattere barriere, ma in tal caso queste si incarnano nel prestigio sociale, nel denaro, fino a desiderio di conquistare la donna amata, anche se quest’ultima è una prostituta ai margini del mondo dabbene. Anche l’amore viene trattato in tutta la sua imperscrutabilità. Una narrativa, perciò quella di Dino Buzzati, segnata dalle tappe fondamentali del vivere, quelle stagioni dell’esistenza che vedono l’uomo protagonista assoluto della propria storia.

Dino Buzzati ha sfruttato spesso in maniera geniale la presenza del mistero e del fantastico all’interno delle sue opere, toccando zone profonde, il cui lerciume va oltre il dato fisiologico della passione sensuale, regalandoci pagine dense di inquietudini, tensione, solitudini, smarrimenti, suggestioni, svelte descrizioni. La chiave di lettura da adottare in relazione alla narrativa dello scrittore è prevalentemente di tipo esistenzialistico-filosofico, in quanto l’attenzione dello scrittore appare rivolta soprattutto alla concreta realtà dell’esistere, all’uomo (illuso e che dovrà arrendersi di fronte all’ineluttabilità del destino), raffigurato sia nella sua ansiosa ricerca di rivelazione dell’Essere, che nella sua angoscia per l’impossibilità di una qualsivoglia rivelazione come si evince da questo passo de Il deserto dei Tartari:

“Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande, Drogo si ostina nella illusione che l’importante sia ancora da incominciare”.

 

 

Alberto Moravia, ritrattista della borghesia

(Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990)

Alberto Moravia è considerato, insieme alla sua consorte Elsa Morante, unita a lui non solo dal sentimento, bensì dall’amore per la scrittura, uno dei migliori, più intensi scrittori che l’Italia abbia mai avuto l’onore di conoscere. Un uomo che cresce in un ambiente famigliare piuttosto difficile; a tal fine sembra doveroso richiamarsi agli anni giovanili, quelli -prima dell’artefice de Gli indifferenti- in cui il bambino Moravia nasce e cresce, nel quale maturano ferite che rimarranno nascoste ma svelate, ben presto, in quelli che potremmo definire i romanzi della borghesia.

Alberto Pincherle Moravia nasce nel 1907 in una benestante famiglia dell’alta borghesia di intellettuali: il padre è architetto e pittore. Fin dai primissimi anni dell’infanzia Alberto inizia la sua battaglia contro la tubercolosi ossea, una malattia che stigmatizza in maniera irreparabile i giorni della spensieratezza e lo costringe allo studio autodidattico, a causa delle cure alle quali deve essere sottoposto, e ai lunghi soggiorni salutari in alta montagna. Nonostante ciò, Alberto va avanti e studia in totale autonomia, come un novello leopardiano. Non possono non restare incisi come l’immagine di un’incudine su ferro -nella sua personalità di scrittore- l’isolamento, la solitudine ed infine la necessità, quasi, di far proprio uno sguardo straniato sull’esistenza e sugli altri uomini. Proprio per questo egli sarà così abile, forse, nella costruzione di personaggi estraniati, trasognati e a tratti inumani: vittime di una sorta di parossismo sentimentale, innamorati di se stessi ed egoisti.

La fortuna di Moravia inizia con il romanzo d’esordio Gli indifferenti (1929): scritto tra il 1925 ed il 1928, divide critica e pubblico. C’è chi lo ama, definendolo un capolavoro, chi invece rigetta ogni virtù in esso rinvenuta. Una cosa è certa: tutto questo discutere, interrogarsi, indignarsi, in un periodo storico nel quale il genere del romanzo era in evidente stato di catatonia, esiliato ai margini del negletto, tutto questo parlare di Alberto Moravia significa accettare che egli è perlomeno riuscito a rovistare negli armadi di tutti, cogliendo non solo scheletri bensì cadaveri viventi. Quel silenzio di protezione di cui la borghesia si era premurata di coprire se stessa con attenzione e monomania, quel soprabito di pelliccia era stato sostituito da una maglia fatta di pezze ricucite. E male, anche.

Gli indifferenti racconta la storia di una famiglia borghese, come tutti i romanzi moraviani: quella di un nucleo familiare in cui vige la regola della menzogna, la virtù dell’egoismo, in cui ognuno è solo soprattutto in presenza degli altri. La borghesia è denudata in tutte le sue falsità ed inganni: l’immoralità, il perbenismo, l’ambizione sfrenata, e, non meno importante: l’ipocrisia. All’interno di una bella casa borghese, in cui tutto sembrerebbe perfetto, vivono personaggi robotizzati dall’abitudine condividere le giornate senza affetto o trasporto reciproco, senza compassione; è un microcosmo chiuso, asfittico e claustrofobico dal quale il protagonista Michele cerca di estraniarsi, allontanarsi. Ma il suo problema non è l’assenza di una coscienza, in lui vivida e vera, è l’incapacità di uscire dal giogo delle maschere. L’impossibilità di acquisire la padronanza delle proprie azioni, di agire e liberarsi definitivamente dal circuito familiare.

Le tematiche che Moravia predilige e che resteranno gli assi portanti della sua narrativa sono l’idolatria smodata per sesso e denaro. Invincibili e indomabili feticci, sono loro i veri padroni della casa di Michele. L’impostazione del romanzo è tipicamente ottocentesca, naturalistica dunque, con il tempo invece lo scrittore maturerà un approccio più ponderato ed intellettualistico alle vicende. Questo grazie ai suoi studi personali e alle influenze culturali: la filosofia esistenzialista, il marxismo e la psicanalisi freudiana. Nonostante Moravia sia un uomo di sinistra, mai si definirà come un intellettuale: sfrutta il marxismo solo come canale privilegiato di potenziamento ed arricchimento culturale, e per affinare il suo gusto critico. Nel 1935 esce il romanzo poco conosciuto, così come sarà poco amato, Le ambizioni sbagliate. Il mancato credito attribuito all’opera è probabilmente dovuto alla macchinosità della costruzione narrativa, tra il giallo ed il noir, che si richiama al modello del grande Dostoievskij.

L’impostazione moraviana dei romanzi resterà quasi sempre di tipo realistico, ottocentesco anche nei racconti come quelli delle raccolte: La bella vita (1935), L’imbroglio, quest’ultima datata 1937. Altra perla letteraria è il racconto lungo dal titolo Agostino, pubblicato nel 1945, il quale ci presenta la storia di un tredicenne di buona famiglia che, durante una vacanza al mare, scopre l’esistenza del sesso e delle disuguaglianze sociali. Si tratta di un’esperienza traumatica, ai limiti del perturbante, che rivela ad Agostino il suo ingresso nel mondo adulto. Il protagonista tutto un tratto di troverà di fronte alla scelta: stare dalla parte dell’infanzia dorata o rinnegare tutto il passato. Non si riconosce più nell’innocente bambino che era fino a poco prima, e inizia a frequentare un gruppo di proletari ai quali si lega di una profonda amicizia. Proprio tale legame indurrà in lui dei dubbi spaventosi circa l’identità borghese, e tutto quanto ad essa legato. Non è infatti “uno di loro”, un proletario e sente fastidio nei confronti della propria famiglia, dell’universo di cui tuttavia continua a far parte. Assume un atteggiamento di distacco critico, alla ricerca di una dimensione neutra, aliena da tale doloroso binarismo (borghesia-proletariato, ricchi-poveri).

Ma non era un uomo; e molto tempo infelice sarebbe passato prima che lo fosse.

Questo pensa Agostino, ed il romanzo si chiude con un inevitabile quesito: Potrà mai esserci un’integrazione pacifica tra adulti e bambini? Infanzia e maturità? Sogni e realtà? Impossibile dare una risposta, e l’autore non la fornisce. Superata questa fase narrativa (che comprende anche La disubbidienza, 1948), Moravia si trova colto dal vento populista provocato dal Neorealismo, e sforna così alcune opere come La romana, e La ciociara. In questo momento emerge lo scrittore che da voce all’umiltà popolana e gretta. Un interesse per gli umili che però si dimostra più strumentale che reale. La borghesia è solo per poco posta in secondo piano, per contrapporsi alla genuinità dei rozzi contadini. Non a caso, un borghese indignato è Michele (come Michele de Gli indifferenti) mentre esempio di semplicità è il personaggio Cesira. Dopo questa parentesi dedicata alla dicotomia tra proletari e borghesi, Moravia torna a dedicare tutta la sua attenzione ai secondi, evidenziandone le deformità. Questo accade ne La noia, romanzo del 1960 e successo indiscutibile. Lo scrittore qui dimostra continuità con il lontano precedente Gli indifferenti, riportando alla luce la non dimenticata coscienza dell’immoralità borghese e del suo instancabile monito di denunciarne le nefandezze, le crepe interiori.

A chiudere il cerchio degli inetti è Dino: pittore che non riesce più a dipingere, perché non ha la forza di stabilire più dei rapporti autentici e concreti con gli esseri umani, con le cose, con la vita. La tela resta vuota e il nuovo Michele tramuta l’indifferenza sterile di entusiasmi in una noia, un’incapacità di essere, di scegliere.

di Donatella Conte

“Merce e follia”, incontro con l’autore Dario Piccirilli

Un nuovo romanzo fantascientifico, a dicembre nelle librerie italiane ed online. Si tratta di  Merce e follia di Dario Piccirilli, ambientato nella città de l’Aquila, questa volta destinato ai giovanissimi che amano del tipo psicologico, che non trascura di mettere in guardia il lettore con colpi di scena, suspense, e sorprese continue. E che tira in ballo una prolifica mescolanza di generi (quali fantascienza-psicologia-horror-thriller) che si amalgamano felicemente. Se siete under 20 e volete risvegliare l’energia vertiginosa dell’adrenalina che vi accende ogni qualvolta che guardate un film di Dario Argento, se desiderate viaggiare in un ‘trip’ cerebrale, alla scoperta dei recessi della mente umana, accomodatevi; il libro fa al caso vostro.

 

Le fonti di ispirazione? Ogni scrittore è anche un famelico lettore, e in questo caso, non possiamo certo dire il contrario.

I miei modelli letterari? Ne cito tre: Philip K. Dick è il mio preferito, in quanto a fantasia e lungimiranza li batte tutti. Jostein Gaarder è un altro grande scrittore, con cui cerco di rapportarmi in termini di stile e semplicità di scrittura. Richard Matheson è un buon riferimento per i romanzi horror, specie per i punti di alta suspense. Infine, in campo cinematografico Christopher Nolan è il mio regista preferito.

Certo, ma come mai il thriller? Perché non un altra tipologia di romanzo?

Non ho molta scelta sul genere da scrivere, penso che ognuno debba scrivere ciò che sente suo e credo avvenga naturalmente. E’ come se il romanzo avesse scelto me e non il contrario. Io sono un tipo introverso, attratto dall’ambiguità, dai tempi lontani dal presente, dai sentimenti e dalla mente umana. Oggi ciò che riuscirei a scrivere sarebbero solo romanzi psicologici o fantascientifici, sono le storie che riescono ad emozionarmi maggiormente.

L’Aquila resta ancora oggi una città travagliata dagli eventi sismici e violentata dalla politica, dalle bugie e che, ancora oggi, porta in alto i segni del post-sisma del 2009. Ma, proviamo a capire com’è nata quest’opera e di che cosa parla realmente. Non si tratta solo di battere i denti per la paura, o le gambe per il gelo aquilano. Scherzi a parte, c’è molto di più dietro il velo dell’horror/thriller. Per esempio, la filosofia orientale, di cui l’autore è fedele, appassionato conoscitore. Il terremoto. La paura, ma anche l’emozione. Sì, perché l’autore ci ha raccontato che per lui, scrivere significa emozionarsi. Non potrebbe mai dedicarsi ad un genere diverso, in quanto la scrittura, è per Dario diretta sì a chi legge ma anche a colui il quale, scrivendo, partorisce mondi, universi paralleli altrimenti inesplorabili ed inconoscibili. Colpisce la sua ansia felice di darsi, manifestare agli altri la propria creatività serbata fino a questo punto, come per donarla in modo dirompente, eccentrico. Ancora, c’è la ricerca, lo scandaglio e la voglia di essere (e non sembrare!) diversi. Ciò implica in un certo senso il coinvolgimento attivo del lettore, che tenta di migliorare e diventare un’altra persona. E’ Dante a vivere le vicende ma sarà il lettore a fare i conti, anche grazie alle tecniche adoperate dal narratore, con i propri dubbi, incertezze, scivolando in una complessa auto-identificazione nel protagonista.

Ma tornando al romanzo, cosa comunica davvero? La perdita della certezze, sabbie mobili per gli scettici, di tutti i sistemi prestabiliti di una vita che, invece, giocherà a dadi con il protagonista. Non vi sveleremo che un assaggio della intricata storia che ha per protagonista lo studente all’Accademia delle Belle arti: Dante. Il giovane si troverà, dopo aver sperimentato la drammaticità del terremoto, a combattere con i suoi dubbi, riflessioni tortuose ad angoscianti sul futuro. In realtà la storia di Dante è doppia; chissà forse la doppiezza coincide con l’intensa ricerca di un alter ego spazio-temporale del narratore. Una persona-personaggio che è uguale, simile, affine a te, come in uno dei mondi possibili raccontati dai filosofi contemporanei. Dall’altra parte del romanzo c’è Evan, taglialegna del XIV secolo. Non si può dire altro.Per capire qualcosa in più sul romanzo, dal titolo direi assai suggestivo e stimolante la fantasia, ci siamo rivolti direttamente a Dario.

Il genere di romanzo che prediligo è il fantascientifico e lo psicologico; adoro la filosofia, per di più quella orientale e non mi dispiace mettere un pizzico di stile horror-thriller. In “Merce e follia” credo di aver inglobato tutti questi tratti, cerco di confondere il lettore e costringerlo a farsi delle domande sulla vera natura di quel che sta leggendo.

 

Ma chi è Dario Piccirilli? Ecco come l’autore parla di se e della gestazione di Merce e follia, dopo la tipica “crisi del foglio bianco”:

Dopo tre anni, dopo il terremoto ed un altro evento che mi ispirò sulla trama, ripresi lo scritto e lo finii dopo un anno, ricordo ancora il giorno, il 25 dicembre 2013, un giorno di grande sollievo! Non ho molta scelta sul genere da scrivere, penso che ognuno debba scrivere ciò che sente suo e credo avvenga naturalmente. E’ come se il romanzo avesse scelto me e non il contrario. Io sono un tipo introverso, attratto dall’ambiguità, dai tempi lontani dal presente, dai sentimenti e dalla mente umana.

Come e quando nasce l’opera? Anche dall’esperienza diretta di Dario, ennesimo testimone della tragedia che si è abbattuta sul territorio aquilano. Fantascientifico ed eclettico, dunque Dario Piccirilli. Così si definisce, specificando di aver scelto un linguaggio semplice e chiaro, senza troppi fronzoli o belletti, perché, spiega, le tematiche trattate sono già troppo capillari, nevralgiche e non necessitano di ulteriori complicazioni. Sono le dinamiche della storia: dell’intreccio ingarbugliatissimo, grazie anche alla messa in atto di flashback e flashforward.

Non ci resta perciò che attendere l’uscita del romanzo, prevista entro il prossimo 20 dicembre, e dare il nostro in bocca al lupo a Dario Piccirilli, augurandogli una lunga carriera.

Merce e follia da dicembre in alcune librerie e online, disponibile anche in e-book.

 

di Donatella Conte 

Incontro con il giallista Umberto Mapelli

Lo scrittore di romanzi gialli Umberto Mapelli,  nato a Besano, in provincia di Varese 38 anni fa, a soli 13 anni inizia a scrivere i suoi “raccontini” che lo stesso autore ha definito, in retrospettiva, ancora troppo immaturi e dallo stile estremamente semplice. In pochi anni, in seguito anche alle proprie esperienze personali e sentimentali, che il nostro autore specifica essere legate al mondo della notte e dei divertimenti nella disco, cresce e si anima in lui, si viene delineando la fisionomia di scrittore  dai lineamenti sempre più definiti. Il ricatto, pubblicato nel 1999, non a caso è ambientato interamente in una sala da ballo ed è frutto del conguaglio dei “raccontini” giovanili con le esperienze successive. La predilezione per il giallo è innata, forse legata alle letture giovanili, ma non esiste dietro questa scelta una consapevolezza d’intenti. Si tratta perciò del frutto di una risposta istintiva alle propria tendenza giallista.

Mapelli ha pubblicato tre opere: Il ricatto, I giorni del santo e L’ombra di Angela. Ma a chi ispirarsi e quali i modelli di un giallista? Lo scrittore li identifica in alcuni dei più grandi scrittori dei secoli passati, anche se ci tiene a specificare che nessuno di questi grandi ha influito in maniera preponderante sul suo stile. Più che modelli diretti a cui rifarsi allora si tratta, per utilizzare l’espressione adottata dall’autore di “succhiare il nettare fecondo che poteva aiutarmi nella composizione delle mie opere”. Ma quali i nomi? Si parte dal giallista britannico Edgar Wallace, passando per il geniale Fedor Dostoevskyj e per finire non dimenticando il nostrano Umberto Eco. Se si parla di opere di autori contemporanei, invece, a Mapelli non viene in mente un autore prediletto. <<La scelta del libro da leggere è istintiva>>, afferma. Si passa quindi dai gialli e dalle storie di spionaggio alla lettura delle biografie dei grandi personaggi della storia per arrivare ai classici intramontabili dell ‘800/’900. Tra i libri sul comodino ci sono Ken Follet, per gli italiani invece un voto di insufficienza quasi, o perlomeno si evince un po’ di scetticismo. La curiosità del giallista si può definire non troppo entusiastica per i libri di De Carlo e Golinelli, segnalati ma sui quali Mapelli non intende sbilanciarsi.

Una caratteristica comune ad artisti e scrittori è quella di cercare di essere qualcun altro. La letteratura, ma anche la più frugale produzione narrativa di massa, cerca spesso un topos, un sito, che sia fisico o meno non è rilevante, in cui traslare o riconoscere se stessi. In questo caso Mapelli si riconosce e supera la propria limitatezza tipica di tutti gli uomini, proiettandosi in un giovane, Roberto Ghiselli, un ragazzo che ricorda al nostro scrittore la sua giovinezza baldanzosa e spensierata, ma non solo. Il protagonista de Il ricatto lavora nelle discoteche, luogo centrale nella giovinezza dell’autore, è affascinante e intraprendente. Un personaggio quindi che, così sembrerebbe, vive sfrecciando a tremila e fregandosene di tutto. In realtà si tratta di un uomo fragile, volubile, che dopo una sconfitta cade in preda allo sconforto. Mapelli si identifica in questo personaggio, contraddittorio in un certo senso perché quasi un viveur, ma allo stesso tempo vittima del materialismo e della vacuità di un mondo fatto di illusioni e carta straccia. In un certo senso Roberto Righelli è un personaggio tipico, se vogliamo, perché non è altro che il disegno della fragilità che oggi ancora ogni giovane che si affaccia al futuro, purtroppo, presenta. Alla domanda: “Cinque aggettivi per Il ricatto?”, l’autore risponde: <<attraente, claustrofobico, intrigante, coinvolgente, evanescente (per il finale “in sospensione”). Un libro da leggere, sicuramente>>.

L’altra opera, L’ombra di Angela, con la quale Mapelli rimane fedele al genere giallo, è ambientato interamente nella Milano degli anni ’80. Anche in questo caso si parla di una città esplorata e amata dallo scrittore nell’età della formazione, dello scontro: l’età adolescenziale. Lo scrittore ci racconta di come molti amici e persone care siano stati tramutati in personaggi nel libro, e di come l’amore giovanile (ovviamente non corrisposto) abbia svolto un ruolo significativo nel far “scattare” la molla creativa dalla quale nacque il nucleo della storia.

Ma cosa ne pensa Umberto Mapelli dello scrittore “digitale”? <<Nessuna differenza, lo scrittore non cambia>>, risponde, nonostante egli riconosca che, grazie ad internet e ai social network, è riuscito ad intrattenere contatti con molti professionisti del settore e a dare maggiore visibilità all’uscita del libro L’ombra di Angela. Se Mapelli abbia mai pubblicato un e-book? <<Mai, per ora. Ma non si esclude che non accada in futuro, se questo può permettere una maggiore diffusione dell’opera>>.  Alla domanda cosa preferisce Mapelli scrittore, risponde: <<Io sono affezionato alla pagina di carta e all’odore dell’inchiostro, soprattutto nella lettura. Ma, chissà, forse la mia prossima fatica vedrà la luce proprio in formato digitale. Che la tradizione non vada mai dimenticata, bene dunque la digitalizzazione del sapere letterario, ma mai dimenticare le origini e la materialità dei nostri amatissimi libri. Questa è la vera rivoluzione. Cambiare ma non obliare il passato>>. Infine, cosa consiglia Mapelli al giovane che si avvicina al mondo della scrittura, in questo momento critico? <<Pazienza, tenacia: queste la doti che uno scrittore deve avere per non cadere nello sconforto. Sono molti gli ostacoli da affrontare: da quello dell’autofinanziamento, che può generare delusione e grandi flop, a quello del blocco del foglio bianco, ma anche la strenua ricerca di un potenziale editore che punti sulla nostra opera>>.

Ma alla fine la passione travolge l’inerzia e vince, sempre. Così l’animo dello scrittore afflitto o scoraggiato tornerà sempre a scrivere, come gli occhi tornano a guardare la luce, dopo aver pianto, così un pittore torna a dipingere la sua sposa, dopo mille muse di piacevole occasionalità. Perciò, mai scoraggiarsi futuri scrittori!

Umberto Mapelli di tutto ciò è la prova.  Ci invita ad assaporare  i suoi gialli, leggendone, tra le righe, le dinamiche di uno scrittore in lotta per far destare la propria opera e mettersi a disposizione di ogni lettore che voglia conoscerla. Uno scrittore in lotta senza armi, come la maggior parte degli artisti viventi (e non solo).

 

 

 

La saudade, postilla narrativa su Antonio Tabucchi

Lisbona, la città della ‘saudade’

Antonio Tabucchi è conosciuto soprattutto per alcuni celebri romanzi come Notturno indiano e Sostiene Pereira, capolavori dello scrittore italiano. Non tutti sanno, però, che Tabucchi ha dato il meglio di se’ nella realizzazione di racconti che spesso sono stati sottovalutati. Tra le perle narrative c’è sicuramente Donna di Porto Pim. La storia è ambientata nelle isole Azzorre ed ha un finale drammatico, lacerante, di quelli che lasciano con dubbio ed amarezza, con la tristezza di chi “è già stato, è già vissuto”. Così il protagonista, Lukas Eduino, cantastorie e pescatore tradito dice:

<<E se tu ti trattieni ancora un po’ e la voce non si incrina, stasera ti canterò la melodia che segnò il destino di questa mia vita. Non so perché lo faccio, la regalo a quella donna dal collo lungo e alla forza che ha un viso di affiorare in un altro, e questo forse mi ha toccato una corda>>.

Ma più che la trama, ciò che colpisce il lettore attento è una delle tante “linee fluo” che rendono originale e inimitabile l’intera opera tabucchiana, ovvero, la saudade, il cui concetto è ripreso dallo scrittore portoghese Fernando Pessoa, sua guida e modello. Che cosa significa per lui questa parola?

“La saudade è una parola portoghese di impervia traduzione, perché è una parola-concetto, perciò viene restituita in altre lingue in maniera approssimativa”.

Tradotta in italiano come: solitudine, malinconia la saudade è una “faccenda antica”, il cui significato è vicino al concetto dantesco di disìo, lo scrittore non può che, con la voce del mentore fidato,  accompagnarci nel mondo dell’altrove fisico e immaginario, in cui sperimentarla en plein air. E dove se non in Rua da Saudade, antica strada di Lisbona?

La capitale portoghese è a tutti gli effetti la città in cui gli uomini scelgono due strade per andare a morire, una è l’eliminazione fisica e quindi drastica e dolorosa, l’altra è la pratica della saudade.

Nel suo libro Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010) Tabucchi sembra spiegare oltre a fornire squarci, consigli pratici, a tratti da tour operator sui luoghi degni di nota dei più bei posti del mondo, che cosa significhi vivere, esplorare la saudade.

La parola-concetto non incontra una corrispondente traduzione italiana che le sia fedele, se si esclude la personale definizione che ne ha dato lo stesso autore: “nostalgia del futuro“. La nostalgia è un sentimento che esprime insoddisfazione, tristezza, assenza di qualcosa che possedevamo e ora abbiamo perso. Blandisce la nostalgia l’esempio del dejavù, in cui il passato bussa alla porta della mente con insistenza e sembra che ogni evento o incontro sia vissuto milioni di volte -sapori, canzoni o immagini divengono familiari fino all’estremo e sono per questo stranianti- esiste il contrario (jamais vous =ogni cosa che osservi è come se la vedessi per la prima volta, sempre eternamente estranea), la sensazione di sperimentare un avvenimento che , in questo caso la nostalgia di qualcosa che non è ancora vissuto o non si vivrà mai, difficile collocarlo nella dimensione temporale, in quanto la saudade afferma l’assenza del tempo. Quindi sia passato che futuro si ammutoliscono. Non sono distinguibili. L’unica cosa che resta è il desiderio di essere. Il tempo del soggetto si biforca, e ciò che resta è una identità franta, divisa in due parti. L’io dov’è allora? Nel passato o nel futuro? In nessuna delle due, bensì si situa nella dimensione dell’essere stato. Il passato in questo modo ritorna per riprodursi uguale a se stesso, con l’aggiunta di una sensazione di continuo malessere e nostalgia nella percezione del futuro.

Il sentimento nostalgico accompagna spesso i personaggi tabucchiani, esploratori di vie battute anche solo grazie alla propria immaginazione o ai sogni, nell’esplorazione del testo, dei frammenti di attimi colti dal viandante lungo il suo peregrinare.

Anche nel romanzo Notturno Indiano si nutre la sensazione che la saudade ci accompagni tenendoci per mano:

“Non so chi ha detto che nella pura attività del guardare c’è sempre un po’ di sadismo. Ci pensai ma non mi venne in mente, però sentii che c’era qualcosa di vero in quella frase, e così guardai con maggiore voluttà, con la perfetta sensazione di essere solo due occhi che guardavano mentre io ero altrove, senza sapere dove”.

Essere due occhi, due mani, un libro o una poesia letta in un caffè, o quello scrittore alla ricerca del suo doppio. Il passo, molto profondo e denso di spunti di riflessione, è tratto dal libro “Notturno indiano”, viaggio reale e metaforico alla ricerca di un amico portoghese, Xavier, perdutosi in India. La sensazione che pervade tutto il romanzo è quella di muoversi alla ricerca di un’alterità sofferta, di uno scavo interiore graduale, granitico e quasi doloroso. Tutto ciò cosa c’entra con la saudade? Detta il tono, l’andamento dell’opera, così come il viaggio del protagonista malinconico è la molla per conoscere la propria anima, sondare i propri lati oscuri e ombre di luce.

Così, tra i tanti personaggi umbratili, passeggeri di Notturno, spicca il medico indiano che, alla domanda del protagonista -perché un giovane come lui avrebbe studiato Medicina a Londra, per giunta con specializzazione in Cardiologia- per poi tornare al proprio paese, rivela una curiosa e obsoleta vena di malinconica rinuncia. Perché quindi tornare ad operare come cardiologo in un paese in cui i più sono affetti da lebbra, sifilide, e qualsivoglia tipologia di malattie infettive, in cui la possibilità di subire un infarto è quasi pari a zero?

“Ma a me piaceva il cuore, mi piaceva capire quel muscolo che comanda alla nostra vita, così.” Fece un gesto con la mano, aprendo e chiudendo il pugno. “Forse credevo che vi avrei scoperto qualcosa dentro.”

Che cosa cercava il medico tornato ad operare in India? Probabilmente, non cercava che desiderio di tornare a casa dopo un lungo viaggio. Un viaggio che si chiama nostalgia.


Donna di Porto Pim: un amore tragico

Il racconto Donna di Porto Pim suggella la capacità di Antonio Tabucchi di scrivere storie con naturalezza e coinvolgimento. E infatti il pezzo intitola l’intera raccolta dedicata alle isole Azzorre (pubblicato per la prima volta nel 1983). Il racconto omonimo ci immerge in una storia drammatica e struggente, quella di un triangolo amoroso conclusosi in tragedia. Ma ciò che Antonio Tabucchi vuol sottolineare è sicuramente l’onnipresenza dei luoghi.

I veri protagonisti della vicenda infatti sono proprio le isole Azzorre, affascinanti, crudeli, quasi incantate. Nella prima edizione compare anche una dichiarazione di narrativa dello stesso autore che scrive:   Questo libretto trae origine, oltre che dalla mia disponibilità alla menzogna, da un periodo trascorso nelle isole Azzorre. Suoi argomenti sono fondamentalmente le balene, che più che animali sarebbero metafore. Ma cosa può significare: le balene sono metafore? In breve, l’universo tabucchiano è abitato di oggetti, persone, animali. Essi rappresentano il traslato, tutto ciò che sta oltre il visibile. I cetacei presenti nel libro dunque sono tropi di un mondo immaginato con cura, veicoli di messaggi profondi ed interpretabili dal lettore. Più che sulla trama dunque è necessario concentrarsi sul perché Tabucchi abbia scritto una raccolta come questa. Essa nasce da un’esigenza di rievocare il sentimento di un viaggio, quello che l’autore nelle Azzorre che rimase impresso nella memoria sello scrittore, segnando forse anche il termine della propria giovinezza. Nella sua narrativa si ricordano titoli importanti di romanzi come Piazza d’Italia (1975), Il piccolo naviglio (1978)Notturno Indiano (1984), Il filo dell’orizzonte (1986) e, naturalmente, come dimenticare il successo dovuto al romanzo Sostiene Pereira (1994), storia di un giornalista un po’ goffo alla ricerca della verità storica. Ma l’essenza vera, spontanea di Tabucchi narratore emerge nei racconti, nella brevità e, come lo stesso autore ha specificato, nell’arte della menzogna, della finzione.

Perché leggere questa raccolta? #1 Perché conduce in un immaginario di oggetti, animali, profumi e canzoni che solo Tabucchi è riuscito a rievocare. Leggendo questi racconti si può navigare negli oceani delle possibilità, credere che qualsiasi cosa sia possibile. #2 Tabucchi viaggiò moltissimo: dunque nella sua finzione letteraria c’è molto di vero. Leggere per credere.

Il volume Viaggi e altri viaggi pubblicato nel 2010 da Feltrinelli editore è dedicato alla spiegazione insolita e appassionata dei luoghi visitati dallo scrittore pisano. #3 L’amore di Tabucchi per il kitsch e la sua forza di evocazione, di mito quasi, fa sognare. #4 La presenza del cantastorie. L’autore la inventa perché forse lo diverte o è frutto di un percorso per “sminuire” se stesso. #5 Nella raccolta troverete molti personaggi: voci, volti, impressioni. Sono quelle del lettore.

In Tabucchi non c’è un intreccio che domina sugli altri. Ci sono storie possibili ed immaginabili, non storie certe.

Al lettore il potere di aggiungere, immaginare ciò che potrebbe essere di Yeborath o della balena, o del cantastorie che sta lì nella taverna a cantare per i turisti che passano e non tornano più sull’isola. Anche la murena può comunicare un senso di smarrimento o paura, di certezza drastica. Sta tutto al lettore e alla sua fantasia di costruire rimandi, associazioni o ipotesi. #6 Per concludere: Donna di Porto Pim è un libro spezzato, in frammenti. Spezzato al suo interno dalla molteplicità. Ed è per questo motivo che è tende all’infinito: vuole ricomporre le parti mancanti del suo universo narrativo. E probabilmente, lo stesso autore si fa coinvolgere da queste storie, tramutandosi da narratore a personaggio alla ricerca di una strada da percorrere. Così, il personaggio può essere chiunque, trasformarsi nel protagonista in un gioco di alterità disperse. #7 Ci fa riflettere sul senso della verità e sulle molteplici angolature che la realtà può assumere. L’apparenza inganna e i sogni aiutano a riparare i vetri rotti. Tabucchi lo fa egregiamente. O forse, è la vita a farlo. Un libro per viaggiatori,  per immaginatori di vite.

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