Lo stoicismo etico di Eugenio Montale

<<Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni>>. Queste le parole che delineano la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura, consegnato nel 1975 ad Eugenio Montale, poeta, giornalista, traduttore, critico musicale e scrittore, tra le colonne portanti del Novecento.

La concezione poetica di Montale appare disillusa, critica e realistica. Non a caso la sua raccolta principale è intitolata Ossi di seppia, ad esprimere la condizione di una vita “strozzata”, che non riesce a conoscere l’esistenza in senso pieno.

Montale non ha da offrire “illuminazioni” ungarettiane; non è portatore di verità assolute e la sua poesia non si prefigge lo scopo di garantire all’uomo la via unica, sicura ed infallibile verso la conoscenza di sé e del mondo. La poesia, per l’autore, può essere solo uno strumento di indagine e testimonianza, quello che rappresenta il tentativo più alto e dignitoso, di cui l’uomo può far sfoggio per affermare, al di là di quella che è la condizione dilaniante dell’esistenza (questa, una concezione influenzata anche dal terribile divenire storico del  ventesimo secolo), la comunicazione con altri esseri umani, la presa di coscienza della propria fragilità, incompiutezza, debolezza; è questa la consapevolezza, secondo Montale, che rende “ degno” l’uomo. L’essere umano, spogliato, messo a nudo da un’esistenza amara e soffocante, divenuto “osso”, si riscopre ancora uomo, ancora vita, nonostante tutto.

Montale dunque esalta lo stoicismo etico, la compostezza di chi, al di là dei dubbi, delle incertezze, degli ostacoli, delle nefandezze di cui è pregna l’esistenza, riesce comunque a compiere il proprio dovere, a conservare quel barlume di dignità, portando con una rassegnazione che sa più di coraggio, quel malessere del vivere, che è il “manifesto sociale” del Novecento.

Questa “lucidità” con la quale Montale ci racconta il mondo, in ambito poetico è traslata in un simbolismo denominato “correlativo oggettivo”, che dà vita ad una poesia profonda, piena, ricca, specchio dell’esistenza, dove l’inconoscibile dell’esistenza sembra palesarsi in superficie, ma ad ogni verso, lo riscopriamo sempre lì, in profondità, mai fino in fondo scopribile, conoscibile. Eppure, in quest’analisi attenta ed obiettiva della vita, anche Montale, in alcune liriche, si “mette a nudo”, permettendoci di penetrare quell’involucro di “critico”, per scorgere più a fondo il meraviglioso poeta e il suo animo sensibile. Ne è un esempio lampante la poesia Ho sceso, dandoti il braccio,dedicata alla moglie, che fa parte della raccolta Satura del 1971, dove il poeta ci parla d’amore, dell’amore coniugale, quello forte, profondo, che si costruisce tra le macerie, le difficoltà, le ostilità di una vita a volte, fin troppo ostica. Ma il romanticismo del Montale è sempre coerente con i principi della sua poetica. Egli infatti,  non ha bisogno di proiettare speranze, illusioni, mondi magici ed incantati per descrivere il legame che tiene unito i cuori dei due innamorati. Non ci parla di un amore che dissolve le difficoltà, di un mondo, quello dei due amanti, che si estranea dalla realtà.

Montale ci parla di un amore che si sublima nella realtà, che si suggella nelle difficoltà; è sempre l’esistenza, reale, schietta, lucida, cruda, il punto di riferimento costante della sua opera. Le scale infatti sono metafora della vita. L’atto di scenderle, metafora della fatica, della stanchezza di affrontarla ma anche della volontà, della dignità della quale si arma l’uomo, passo dopo passo, caricandosi sulle spalle quel malessere del vivere, che in questo caso, condiviso, diviene meno pesante.

E Mosca, sua moglie, così denominata per la sua miopia, diviene l’emblema della sensibilità, di colei che fa del suo punto debole, un proprio punto di forza. Non vede con gli occhi, ma con il cuore e diviene così un modello per il marito, perché riesce a leggere l’esistenza con quella profondità d’animo, di cui pochi sono dotati, superando il limite umano del non saper cogliere l’essenza dell’esistenza.

Montale, vivendo il lutto della perdita della moglie, si rende conto che quel braccio che le porgeva nella traversata della vita, era soltanto d’aiuto, da sostegno, ma il vero pilastro di quella traviata dell’esistenza, era la donna, era Mosca. E riscopre così che la miopia più invalidante è quella del cuore. Mosca aveva visto, aveva capito: l’essenza delle cose è oltre la realtà stessa, non si scorge, non si comprende, ma è lì, c’è ed esiste, e questa consapevolezza basta a far acquisire una visione della vita più piena, più profonda, più veritiera.

L’esempio della moglie rafforza il pensiero portante della poetica e di quello che poi diviene lo “stile di vita” dello stesso Montale: la realtà non è quella che si vede con gli occhi e si percepisce con i sensi, fatta di impegni e casualità, insidie e delusioni, ma è qualcosa che va al di là delle apparenze e resta misterioso per l’uomo.

Dunque, il ruolo del poeta non è quello del profeta, bensì quello di testimone, e non potrebbe essere altrimenti. Montale, infatti, rifiuta l’idea che al mondo   vi siano delle leggi certe, immutabili, di cui si possa far portatore. Il poeta non può e non deve essere annunciatore di “fedi sicure”. Egli infatti afferma:

 

“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. (Non chiederci la parola, dalla raccolta Ossi di seppia)

 

Il poeta è uomo tra gli uomini; non offre mere  speranze, ma è proprio questa lucida razionalità il riscatto più grande per l’uomo stesso, ciò che gli permette di non soccombere in uno sconfinato pessimismo, ma di essere cosciente della propria condizione, della propria realtà, con onore. Mosca, coraggiosamente, aveva smesso di preoccuparsi, di arrancare, di rincorrere gli affanni di una vita menzognera. Le sue pupille malate, divengono ora, agli occhi del Montale, l’unica guida sicura, esempio da seguire. Il tema del “vedere” viene così spostato dal piano fisico, a quello metaforico, simbolico, grazie alla forza dell’amore.

Montale, dunque, come la moglie, non scappa dinanzi la vita, neanche ora che è affranto, dilaniato dal dolore della sua perdita ed è il “vuoto ad ogni gradino”; nonostante tutto, il suo “viaggio continua”. Il poeta, con straordinaria sensibilità artistica, servendosi della sua vena critica, ha tracciato un excursus sull’amore all’insegna della lucida e razionale osservazione dell’esistenza, creando un binomio perfetto tra mente e cuore, classicismo e modernità.

Montale ha vissuto un’epoca difficile, il Novecento, secolo ricco di inquietudini e malesseri, ma ha saputo rappresentarlo al meglio, non soffermandosi solo all’aspetto scontato del più generico pessimismo, ma scandagliando a fondo ogni sfaccettatura, mostrandoci come la consapevolezza del “male” sia, talvolta, l’unica salvezza, l’unica possibile rinascita.

Queste, le parole che possono essere considerate il manifesto poetico della sua intera opera:

“…Preferisco vivere in un’età che conosce le sue piaghe piuttosto che nella sterminata stagione in cui le piaghe erano coperte dalle bende dell’ipocrisia..”

Rassegnazione o coraggio?

 

 

Il bilinguismo di Grazia Deledda

“Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e che con calore tratta  problemi di generale interesse umano”.(Motivazione del Premio Nobel per la letteratura a Grazie Deledda)

Grazia Cosima Deledda (Nuoro 1871-Roma 1936) è stata vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1927. Insieme ad Elsa Morante, Virginia Woolf, solo per citarne alcune, la Deledda con la sua opera, rappresenta una  tra le più importanti conseguenze dei processi di trasformazione che hanno attraversato il Novecento: un rapporto sempre più stretto delle donne con la cultura, che è stato tra i presupposti essenziali per la parità dei diritti tra i sessi.

Qual è quest’alto ideale verso cui la scrittrice sarda si protende? Nicola Tanda nel saggio La Sardegna di Canne al vento, scrive:

“L’intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio, della libertà di compiere il male ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia. Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un viaggio doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile la vita”.

Ancora una volta, la letteratura tende al suo fine principale: la manifestazione del vivere, in tutte le sue sfaccettature. Ma la scrittrice sarda, si avvia a tessere il filo di questa vasta, complessa, intricata rappresentazione riducendo il mondo ad un’unica, fondamentale regione: la Sardegna. L’isola sarda, che come quella procidana nella Morante, diviene emblema delle pulsazioni dell’animo umano, di quei richiami ancestrali, primordiali, arcani, istintuali che investono i protagonisti nelle sue opere.

I suoi romanzi ci portano in un mondo, che appare quasi “primitivo” per la forza delle passioni, tramutate in tragedie, che in esso si soffrono:

L’isola è intesa come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere”.

Ma questa, chiamiamola “sensazione”, di trovarci dinanzi ad un passato quasi “mitico” nasce dal fatto che la Deledda costringa ogni lettore a fare i conti con la parte più profonda, nascosta del proprio essere: certi impulsi, anche se repressi sono sempre presenti. E ritornano a galla, come echi leggendari e si insinuano nel nostro agire.

Dinanzi a questa “tragedia” del mondo, non c’è catarsi che regga, nessuna possibilità di distacco dalle passioni e le vicende rappresentate  non hanno il fine di mostrare  il “come potrebbe essere” se non si segue un regime deontologico corretto,  ma sono pura raffigurazione di “ciò che è”, a prescindere dall’etica e dalla morale, in quanto l’uomo non potrà mai essere svincolato dalle sue debolezze e fragilità, qualunque sia il codice comportamentale seguito. Ed il mondo appare bello solo nel suo stesso dramma e l’uomo diviene “umano” soltanto nella sua, talvolta perversa complessità. Dice la scrittirce sarda:

La coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di un’umanità primitiva, dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”.

E la religione come si muove in questo campo minato di passioni?

Questa, non è la soluzione ai problemi dell’uomo. L’essere umano, nutrendosi o non della parola di Dio, sarà sempre soggetto così come al bene, anche al male. Quindi la religione, nella poetica della Deledda  è strettamente connessa al libero arbitrio dell’uomo, in sintesi potremmo dire che è una scelta. Scegliere di vivere nel timore di Dio non significa cancellare la colpa e la vergogna, ma cercare di portarne al meglio il peso.

Resta, aleggiando nel fondo, un sentimento di pietas che permea tutti i suoi componimenti; una partecipazione compassionevole verso tutto ciò che è mortale,  un sentimento misericordioso che induce al perdono di una comunità di peccatori che ha sulle proprie spalle il peso del proprio destino. Uno stile, quello della scrittrice sarda, che ha posto necessariamente il problema dell’intenso rapporto tra civiltà-cultura-lingua. Lei stessa scrive in una sua lettera:

Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano, ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall’italiana

Una delle prime problematiche che deve affrontare la Deledda, dunque, è quella di far propria la lingua italiana, che lei, come sardofona, non sente sua. Operazione ancora più difficile se si tiene conto che l’autrice si accinge a narrare il proprio vissuto, il proprio universo antropologico sardo. Ne è sorto un dibattito recente sul bilinguismo, in quanto il sardo è stato riconosciuto lingua e non dialetto; dibattito che però non è riuscito ancora a chiarire questo rapporto di doppia identità. Questo però non deve far pensare che il suo linguaggio si sia improntato solamente di verismo e naturalismo, ma al contrario si è piegato al lirico e al fiabesco. Afferma Natalino Sapegno:

Ma da un’adesione profonda ai canoni del verismo troppe cose la distolgono, a cominciare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell’ispirazione.”

Fin dai tempi in cui scrive su riviste di moda si rende conto della distanza esistente tra la stucchevole prosa in lingua italiana e la sua esigenza di impiegare una lingua che sia più vicina  alla realtà e alla società dalla quale proveniva.  E così si protende alla letteratura russa e le parole delle sue opere rievocano memorie tolstojane e dostoevskiane.

L’intento della Deledda, spesso, finisce con l’approdare ad un linguaggio scarno, soprattutto in quei scritti giovanili e alcuni attribuiscono questo risultato alla paura di sbagliare, a quell’ansia che potremmo definire “da prestazione” nel dover maneggiare contemporaneamente due lingue : l’italiano ed il sardo. Secondo altri critici, invece,questo linguaggio non propriamente fluido deriva dal pensare in sardo e il tradurre in italiano. In alcuni punti delle sue opere si può chiaramente scorgere come vengano utilizzati dei veri e propri “sardismi”, soprattutto quando mancano corrispondenti in italiano. La scrittrice non ha problemi a marchiare di lingua sarda la sua poetica e tutto questo  deriva da una scelta voluta e consapevole.

L’influsso della Sardegna e della lingua sarda nelle opere della Deledda non riguarda solo le opere sintattiche e il lessico  ma anche e soprattutto le tematiche: i costumi, le immagini, i detti e i proverbi.

Dunque, la sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile ma deriva dal trasferimento nella scrittura  di modalità linguistiche di costruzione del racconto orale. Grazia Deledda può essere considerata una scrittrice straniera fino ai trent’anni. Ha lottato affinché il suo bilinguismo venisse riconosciuto; ha combattuto contro una critica, aspra e severa, che spesso l’ha giudicata una “scrittrice non degna”. Il suo impegno in campo letterario in realtà è poi divenuto un impegno ancor più grande in ambito umano, dove è riuscita a gettare le basi, le fondamenta per la costruzione di un ponte, quello tra due culture: la cultura italiana e quella sarda.

Queste le riflessioni stilistiche e tematiche sulla poetica di una scrittrice, definita talvolta anche sovversiva. Una grande donna prima ancora che una grande scrittrice, che ha saputo prima ancora che raccontare, soprattutto vivere, respirare, esplorare l’intera società sarda, e di riflesso, nel profondo, l’intera società umana.

 

I mille volti di Fernando Pessoa, poeta ironico, tragico, irrequieto

“Sentire tutto in tutte le maniere, vivere tutto da tutti i lati, essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti, in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante”. Queste le parole di uno tra i grandi dello scenario letterario mondiale: Fernando Antonio Nogueira Pessoa (Lisbona, 13 giugno 1888 – Lisbona, 30 novembre 1935).

Perché accontentarsi di vivere una sola vita, quando attraverso l’arte, possiamo sperimentarne infinitamente? Perché fermarsi a ciò che l’occhio vede se la poesia coglie con il cuore, superando i limiti, abbattendo i confini, penetrando lo spazio e navigando l’eterno? Se nell’opera di questo esimio poeta portoghese, possiamo trovare un “centro”, questo, senza dubbio, è l’eteronimia.

Mi sono moltiplicato per sentire, per sentirmi, ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare ad un Dio differente”. (Da “Passaggio delle ore” -poesie di Alvaro De Campos)

Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Alvaro De Campos, sono solo alcuni dei tanti  eteronimi.  Uno, nessuno e centomila; lo scrittore portoghese nella sua carriera poetica mette a frutto il messaggio pirandelliano; plasma da “un’unica, grande moltitudine”, una serie di personaggi, che acquistano caratteristiche polimorfe, talvolta simili a quelle dell’autore, altre volte completamente differenti. Iniziano a muoversi sulla scena dell’immaginazione artistica, percorrono ciascuno strade diverse del vivere  e del poetare, perché in Pessoa, non c’è mai univocità, ma il tutto si scinde nel molteplice, confermandosi così “poeta dai mille volti”.

Dentro di sé il mondo , l’inquietudine del sentire. Un’analisi attenta, dettagliata dell’esistenza, che genera  un’infinità di percezioni da sconfinare talvolta in quella che taluni hanno tacciato come follia, nell’isteria. Ma il genio nasce dalla progressiva disgregazione dell’io, e partorisce arte, che la sola  normalità non può alimentare.

 

Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?

                                           

Esistenza, identità e verità che non hanno alcun tipo di certezza secondo Fernando Pessoa, perché quanto più le scandagliamo, scindendole in tutte le possibili interpretazioni, tanto più ci rendiamo conto che tutte possono valere e tutte possono cadere, al contempo, dinanzi al giudice supremo della ragione.; è come se lo scrittore ci offrisse un modo di filosofare in cui vi è una frammentazione e una ricostruzione del sé, dell’essere in generale, che non può mai considerarsi intero, definitivo, univoco, e che per questo non può arrogarsi né una particolare autonomia né un’assoluta indipendenza da tutto ciò che lo circonda, in quanto tutto concorre a definirlo.

Coincidenza strana, ma significativa, che il termine stesso Pessoa  in portoghese significa “persona”,  tanto che la critica ha definito lo scrittore “l’enigma in persona”.

Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti”, questo ha dichiarato il poeta.

Quasi come se il talento dell’autore, fosse la sua grande croce. Come se il sentire così vivamente il mondo respirare, vivere e crescere in sé , fosse un peso troppo grande , da scindere. Come se il genio poetico avesse bisogno di moltiplicarsi per vedersi intero e riconoscersi, accettarsi. E scrivere e poetare e  abbeverarsi di arte diviene la cura esistenziale più potente. E la poesia accorre a riflettere l’esistenza in noi stessi,  a pacificare i nostri sensi. La poesia che ci fa vivere mille mondi e al contempo ci presenta l’altro risvolto della medaglia: l’impossibilità di conoscerli tutti, davvero, fino in fondo; è un viaggio, quello che il poeta portoghese compie attraverso ciò che la critica ha definito “spersonalizzazione”, “simulazione”; un viaggio che abbraccia l’universo intero.

 

Viaggio che per alcuni è apparso all’insegna dell’esoterismo, confermando, ancora una volta, l’alone di mistero che gravita su questo scrittore. Come in preda ad un sogno delirante, il genio poetico attraversa la materia e insieme lo spirito, i due poteri della forza, i due lati della conoscenza: da un lato la scienza, la ragione, dall’altro la conoscenza occulta, l’intuizione. In questa danza di forze opposte, Pessoa riconosce all’impegno letterario un ruolo essenziale, che porti alla creazione di una lingua nuova, capace di esprimere e spiegare la natura di tutte le cose simultaneamente, di creare analogie e omologie tra l’uomo e le realtà soprasensibili.  Il termine occultismo, dunque, spesso associato all’autore, descrive la ricerca di una verità occulta  in una visione superficiale.

Un mondo fittizio, ma di una finzione che trae origine dal mondo reale, dove la realtà non si sa più cosa sia. E la finzione allora quando inizia? I limiti si confondono….si genera l’infinito.

Questo il focus centrale della sua opera, Il libro dell’inquietudine, dove l’autore, si esprime con un linguaggio perfettamente allineato alle sue tematiche poetiche, un linguaggio febbrile, malinconico, colmo di infiniti personali, anacoluti, e parole inventate , perché la sensibilità e la potenza creativa di un genio poetico si nutrono dell’ invenzione, dove l’invenzione però  è generata dalla realtà e a sua volta genera la realtà stessa.

“Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri, non è sentire, è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, è essere oggi  il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita. Cancellare tutto dalla lavagna da un giorno all’altro , essere nuovo ad ogni alba, in una nuova realtà perpetua dell’emozione: questo e solo questo vale la pena di essere o di avere, per essere o avere quello che in modo imperfetto siamo”.

Alla ricerca di ogni nuova alba, alla ricerca della verginità dell’essere in ogni nuovo giorno, annaspando nell’infinito, e risorgendo nell’eterno poetico, Pessoa ci offre i mille volti della vita, presentandoceli di volta in volta attraverso una lettura differente e dandoci così la possibilità di immergerci nel suo talento, di lasciarci trasportare alla ricerca di noi stessi, riscoprendoci interi soltanto dopo essere stati frammentati, cogliendo la verità solo dopo aver capito che essa è relativa, in un mondo dove il tutto e il niente, il singolo e il molteplice non si escludono a vicenda, ma si intersecano, completandosi, compensandosi. Pessoa: polimorficamente unico!

 

Pablo Neruda: poeta drammaticamente romantico

Uno tra i più grandi “poeti-pittori” di tutti i tempi, Pablo Neruda (Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973), nome d’arte di Ricardo Eliezer  Neftalì Reyes Basoalto, poeta, diplomatico e politico cileno, annoverato tra i maggiori esponenti della  letteratura latino-americana contemporanea, tale che Gabriel Garcia Marquez lo definisce: “Il più grande poeta del ventesimo secolo, in qualsiasi lingua”.  

Poeta-pittore”, in quanto Neruda, proprio come un pittore, usa una tavolozza di parole per dipingere il grande quadro della vita.  Per alcuni ci vogliono anni, per altri istantanei momenti ispiratori; qualcuno ha la propria musa, altri fanno della propria stessa esperienza la più grande maestra. Dipingere l’esistenza, non è cosa semplice, ma le parole, come i colori, hanno la capacità di plasmarsi in mille sfumature, e quando il poeta è un eccellente pittore, è la vita stessa che posa per lui, facendosi ritrarre così, con estrema naturalezza, anche nelle viscere più profonde, unendo pensiero e bellezza, raggiungendo il sublime.

Leggere una poesia diviene allora come ammirare un quadro; lasciandoci pervadere da svariate emozioni, cerchiamo la sua chiave di lettura, e invece di una, ne troviamo mille. Mille, perché mille sono le maschere diverse che il poeta ha dovuto indossare, immedesimandosi di volta in volta, respirando l’esistenza, interpretandola e raccontandocela in tutte le sue tonalità.

“Ora, lasciatemi tranquillo”. Questo  è l’incipit di una delle sue meravigliose poesie: Chiedo silenzio. Il poeta che diviene uomo prima che artista, l’uomo che diviene umanità, tramutando il singolo in comunità,  in un climax ascendente dove poeta, uomo e umanità  riflettono  sul proprio ruolo, sul senso che hanno nel grande ingranaggio cosmico, chiedendo silenzio, tranquillità, in un mondo dove il rumore, lo stridore dei pensieri che seguono la logica della sopravvivenza, impediscono di coglierne  l’essenza. È nel silenzio che “tutto torna”, dove “ il tutto “si dispone al proprio posto, conquistando il valore che gli spetta,  rimettendo insieme i pezzi di una natura svalutata e disprezzata, di una vita troppo spesso accartocciata e gettata via, dimenticata.

“..Io chiuderò gli occhi

E voglio solo cinque cose

Cinque radici perfette.

Una è l’amore senza fine.

La seconda è vedere l’autunno.

Non posso vivere senza che le foglie

Volino e tornino alla terra.

La terza è il grave inverno,

la pioggia che ho amato, la carezza

del fuoco nel freddo silvestre.

La quarta cosa è l’estate

rotonda come un’anguria…

Partendo dalla vita, passando per l’amore, arrivando alla morte e ritornando all’ “Essere”, il poeta ci mostra tutta la complessità del vivere. L’amore, quasi sempre presente nelle poesie di Neruda , che diviene , in questo caso,  il motore creatore di una nuova “primavera”,  la spinta per la rinascita, il “riscatto” dell’esistenza, dove ogni istante va vissuto pienamente, uscendo dalla “notte” e andando incontro al “giorno”.

“..La quinta cosa sono i tuoi occhi.

Matilde mia, beneamata,

non voglio dormire senza i tuoi occhi,

non voglio esistere senza che tu mi guardi:

io muto la primavera,

perché tu continui a guardarmi…”

Una luce che rinasce dal buio, il silenzio che non è morte, ma palpita di vita. La bellezza della vita che si comprende solo attraverso la morte:

“..Ma perché chiedo silenzio

non crediate che io muoia:

mi accade tutto il contrario:

accade che sto per vivere…”

Solo quando ci si immerge nella sorgente dell’esistenza, abbeverandosi dei piaceri che essa ci offre, respirando piccoli sprazzi di quotidianità, godendo di essi, nutrendoci del semplice “vivere”, comprendendo che è il presente ciò che conta, unico ed irripetibile, riusciamo a cogliere la bellezza del ciclo cosmico, arriva il momento dove possiamo acquietare il nostro animo e provare come spiega Neruda il senso della felicità. Così racconta nella sua poesia “Ode al giorno felice”:

Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino di cuore.

Camminando, dormendo, scrivendo,

che posso farci, sono felice. ..”

 

“…Oggi lasciate che sia felice, io e basta,

con o senza tutti, essere felice con l’erba

e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,

essere felice con te, con la tua bocca, essere felice.

Questi versi, sono come raggi di sole, emersi dal grigiore, spesso dilagante delle sue raccolte poetiche. Ma Neruda non è un poeta statico, la sua poesia attraversa turbini e tempeste, riscopre quiete e pacificazione, recando in sé il segno dell’immenso.

Dovrebbe occuparsi di tutto la poesia, passando dal cuore del poeta”, diceva.

In lui ritroviamo un cruento romanticismo:

Ho un concetto drammatico della vita e romantico; non mi riguarda ciò che non giunge profondamente alla mia sensibilità

Soltanto tenendo conto di questa dialettica, di questo contrasto vita-morte, luci ed ombre,  si può davvero comprendere fino in fondo la sua poetica, dove l’inno alla morte diviene assai vicino all’inno alla vita, dove il poeta, proprio come un filosofo-psicologo rappresenta nella sua opera  un proprio completo e complesso sistema del mondo e delle relazioni umane, con la sola differenza che invece di esporre il proprio sistema in termini di ragionamento, lo configura  mediante la funzione poetica, per mezzo di simboli narrativi. E’ come se ogni poesia costituisse un piccolo modello di architettura del mondo.

Neruda, uno tra i grandi “poeti-profeti”, che, versificando la normalità, la riempie di significati universali. Non a caso i suoi versi sembrano scritti “più che con l’inchiostro, con il sangue” a riprova della passione con la quale coltivava la sua arte. E quando l’arte infiamma, palpita, arde, nemmeno la morte la può spegnere.

Pablo Neruda, semplicemente eterno!

 

Alda Merini e la poesia come un’arma tagliente

Ma i poeti, nel loro silenzio, fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle”. Così scrive  Alda Merini (1931-2009), poetessa, scrittrice e aforista italiana, nei “Poeti lavorano di notte”, una tra le bellissime, profondissime poesie contenute nella raccolta “Destinati a morire”.

In pochi versi, la scrittrice sembra creare un vero e proprio manifesto poetico universale, esprimendo il ruolo del poeta e della sua arte. Silenziosamente, la poesia si fa arma rumorosamente tagliente; l’inchiostro, di volta in volta, strumento poliedrico e mutevole, attraverso la mano infervorata del poeta, diviene l’alter ego del poeta stesso, la voce del singolo, quella del popolo, la voce dell’emarginato, del vinto, del vincitore; la voce dell’anima, dell’inesprimibile, la voce del” buio” e quella della” luce”, della vita e della morte. Straordinariamente, diventa voce tra le voci, il grido “unanime”, un grumo di sogni, come direbbe Ungaretti, capace di squarciare il velo che cela la coscienza più profonda e tirar fuori, riportare a galla, come scoperchiando il vaso di Pandora, il bene e il male, il tutto e il niente, insiti nell’ esistenza e nella coscienza umana.

Alda Merini, data la sua esperienza di vita, trasforma la “croce” del proprio percorso psicoanalitico, dell’internamento in manicomio, in “delizia”, con la sua arte poetica, attraverso un animo resosi ancor più sensibile e geniale.

Uno stile limpido, preciso, quello della Merini, con il quale riflettere  sul mondo, esteriore ed interiore. Uno stile fatto di accostamenti di immagini, spesso oniriche e visionarie, frutto di un talento precoce e irruento, che dimora in una mente inquieta e dolente.

Ieri ho sofferto il dolore,                                                                                                                          

   non sapevo che avesse una faccia sanguigna,                                                                                                                                               

   le labbra di metallo dure,                                                                                                                                                                   

  una mancanza netta d’ orizzonti.”

(da: “La Terra Santa”)

La Merini affida alla sua poesia i propri tormenti, consacrandosi all’eternità  intatta, reale, veritiera, senza artifici né retorica. Attraverso questi versi vibra la voce del suo animo, un animo che in essi trova la propria cura, il proprio “canale d’ espressione”, nonostante la “mancanza netta d’ orizzonti” che la realtà, a causa del “male”, prospetta.  Una donna ,prima ancora che una poetessa, che affida ai suoi versi tutto il dolore, l’amore e la follia vissuti. Una donna, una scrittrice, che sia nel mondo letterario che in quello privato non teme di esporsi:

Più bella della poesia è stata la mia vita e la mia vita è stata un inferno dei sensi”, racconta.

Un binomio, arte-follia, che porta al sublime. Un sublime, che riesce a cogliere soltanto chi sa che oltre la logica della mente, esiste la logica del cuore, la logica dell’animo, dove la genialità, senza censure sociali e morali è libera di esprimersi, dove la realtà si fonde con la follia, con il delirio, perché in fondo la normalità è soltanto  ciò che decidiamo che sia. La Merini asserisce :

Sono nata il ventuno a primavera, ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta

D’altronde, scrive lo stesso Freud:

“ E’ tipica della nevrosi e di ogni talento superiore un’eccezionale attività fantastica”.

Nelle liriche della poetessa dei Navigli troviamo un’esistenza ossimorica, dove il “tutto”, il significato più profondo dell’esistenza, non possiamo che coglierlo per antitesi, in quanto la Merini ci insegna che il “tutto stesso è niente”. Non facciamo in tempo ad immergerci nella gioia che scopriamo il tormento; leggiamo la lucidità razionale e limpida di una donna vissuta e forte, e viaggiamo,  allo stesso tempo,  sulle ali della sua fragile e disincantata fantasia, sollevati dall’ebbrezza del delirio. Restiamo profondamente attaccati alla vita anche quando desideriamo la morte. Ci inebriamo di un’erotica sensualità affabulatrice e maliziosa e proviamo al contempo  un casto e religioso pudore .

Tutto questo ritroviamo nei suoi versi, tutto questo nella sua esistenza, tutto ciò riscopriamo nella nostra, se,” tolte le bende”,  abbiamo il coraggio di affrontare la luce e l’oscurità con la stessa goliardica curiosità.

E’ la vita che ci dà un senso, sempre se noi la lasciamo parlare

E l’inchiostro, plasmato dai suoi versi, diventa così la voce della vita stessa.  E la Merini , poetessa della vita, è capace di ascoltarla, fino in fondo, perché è capace di accettarla, nel bene e nel male :

“ Io il male l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente. E’ diventato poesia. E’ diventato fuoco d’amore per gli altri”

La poesia, nelle mani della  Merini,  diviene strumento mediante il quale esprimere l’inesprimibile. Uno scudo, una difesa, un’arma, l’unica possibile in quelle circostanze, come i dolorosi e disumani internamenti, con il quale difendere la propria dignità, conservare la propria umanità, non dimenticare la propria sensibilità, ma anzi farla risplendere, se è possibile, ancora di più. La poesia, medicina migliore per la sua anima, l’ancoraggio nel mare in tempesta, l’equilibrio nel disequilibrio, la redenzione, la salvezza.  Una poesia con la quale capiamo quanto sia difficile e dolorosa l’esistenza, ma anche quanto  l dolore contribuisca a renderla degna di essere vissuta, formandoci e rendendoci, talvolta, migliori. È soltanto attraverso le tenebre che scorgiamo la luce, è attraverso la morte che ci accorgiamo della vita, è mediante il dolore che apprezziamo la gioia.

“Il dolore è necessario..”

La Merini ce lo insegna, con i suoi versi, che divengono un tripudio di sensi, un’esaltazione orgiastica dell’ esistenza, ma anche con la sua esperienza, raccontandoci di una donna che nonostante i svariati tormenti non ha perso la voglia di cogliere la vita e di trasformarsi insieme a lei.

Sono una piccola ape furibonda..”

Mente e cuore, saggezza e folle ebbrezza, senso ed intelletto, consapevolezza ed incoscienza, fanno di Alda l’emblema universale dell’ “umanità”, commediografa del “teatro della vita”, autrice e spettatrice del “carnevale dell’esistenza”, rendendola unica ed indimenticabile.

 

Sandro Penna: la poesia come luogo di confessione

Il saggio “Il poeta e la fantasia” (1907) di Sigmund Freud, unisce mondo letterario e psicoanalitico, alla ricerca di “cosa” susciti l’ispirazione poetica e di come faccia il poeta, attraverso  essa, a smuovere l’animo del lettore, si giunge ad asserire che ogni creazione artistica reca in sé le tracce del vissuto, conscio o\e inconscio, del proprio autore. Egli, spesso inconsapevolmente, riporta nella propria “creatura” i meccanismi che muovono la sua psiche, il suo animo, e questi costituiscono lo “specchio” delle nostre fantasie, delle nostre passioni, dei nostri desideri, che sublimati grazie all’arte retorica e nascosti nel vissuto “dell’altro”, rappresentato dagli innumerevoli personaggi che abitano la letteratura, divengono per noi che li leggiamo qualcosa di assolutamente naturale nel quale ci immergiamo, di volta in volta riscoprendoci, senza più vergognarcene. Se questo assunto può risultare di difficile comprensione teorica, nella pratica,invece, svariati sono gli esempi che ne fanno da testimonianza in ambito letterario. Basti pensare a Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977), poeta italiano nato da una famiglia borghese. La vita familiare del poeta non scorre tranquilla, alla separazione dei genitori segue il distacco dalla madre che si trasferisce a Pesaro con la figlia, lasciando i due maschi con il padre. Tra l’assenza della figura materna e i rapporti tortuosi con quella paterna, Penna dopo essersi diplomato in ragioneria si alterna tra una città e l’altra, alla ricerca di un lavoro che lo vede impiegato in svariate attività e alla ricerca, forse, di una quiete d’animo, che placa in lunghe passeggiate serali. La scelta di dedicarsi all’ambito letterario avviene come ricerca di un territorio, un canale d’espressione in cui indirizzare e fare emergere la propria sensibilità. Legge i “grandi” Ungaretti, Saba, Montale, frequenta numerosi letterati e nel 1939 pubblica la prima raccolta di versi, che gli frutterà la collaborazione con alcune importanti riviste quali ad esempio: “Corrente”, “Letteratura”, ”Mondo”.

Tra i volumi pubblicati da Sandro Penna ricordiamo negli anni che vanno dal 1950 al 1977: “Appunti”, “Arrivo al mare”, “Una strana gioia di vivere”, la raccolta completa delle sue “Poesie” che gli fa ottenere il Premio Viareggio, “Croce e delizia” e “Tutte le poesie”. Consegue  anche il Premio Fiuggi e continua la sua fortuna letteraria con i volumi : “Un po’ di febbre” , “Almanacco dello specchio” e “Stranezze” con il quale guadagna il Premio Bagutta.          Due sono le principali caratteristiche della poetica di questo “cantor d’amore”: il monolinguismo e il monotematismo; l’una non può esistere senza l’altra, in quanto sono indissolubilmente legate da un rapporto di funzionalità reciproca. La tematica dell’amore omosessuale, ritenuta trasgressiva e non accettabile socialmente, trova spazio e “consenso” solo attraverso un linguaggio pacato e lineare, mediante un estremo controllo formale, che d’altro canto risulterebbe noioso e banale se non incorniciasse un tema tanto intrigante.

La natura totalmente trasgressiva della tematica di Penna postula assolutamente un linguaggio non trasgressivo”  queste le parole di Pier Vincenzo Mengaldo. La poesia di  Sandro Penna dunque diviene strumento di delicata confessione, di cauta trasgressione, con la quale inserire la propria identità in una società che la taccia come diversa. Ancora una volta la letteratura dimostra di poter rovesciare le sicurezze dell’uomo, i baluardi delle sue convinzioni, tramutando in “bianco ciò che socialmente è nero” , rendendo normale e quotidiano ciò che nella realtà vien visto come diverso.

La letteratura scavalca i limiti posti dalle convenzioni, dai pregiudizi, diviene luogo del tutto e del nulla, rispecchia la realtà e ne offre altre mille facce, diviene, ricollegandoci ancora una volta alle parole di Freud, luogo dell’” inconscio”. Questi autori come Penna, Saba o il controverso Pasolini , che non a caso fu uno dei più grandi ammiratori del Penna, sono un valido esempio di come l’universo letterario possa ragionare con la logica dell’inconscio. Il nostro Sandro infatti equipara la poesia al desiderio, al principio di piacere e dunque alla natura. La natura dell’uomo, quella non sovrastata dalla censura psichica e sociale è infatti soggetta a dar credito al principio di piacere piuttosto che a quello della realtà inneggiato invece da una società sempre più classista e bigottamente moralista; questa natura “primordiale”, “incontaminata”, la si ritrova nell’inconscio e altresì nell’arte. Scrive Sandro Penna:

“Sempre fanciulli nelle mie poesie!

Ma io non so parlare d’altre cose.

Le altre cose son tutte noiose.

Io non posso cantarvi Opere Pie.”

Questa lirica assume proprio i connotati di un “manifesto poetico” dell’autore; i fanciulli infatti sono proprio emblema del principio di piacere che sublimato dall’arte retorica attraverso la forma poetica riesce ad emergere, a venire a galla, come se emergesse dall’inconscio e arrivasse alle porte della coscienza-società e soltanto perché non puro, ma contaminato, trasfigurato dal contenuto letterario-artistico, può essere accettato. Principio di piacere e principio di realtà, trovano dunque nello spazio letterario un luogo di armonizzazione, concordia e fusione, un luogo di compromesso. La letteratura dunque che come compromesso diviene l’anello mancante che unisce le due logiche dell’uomo, simmetrica e asimmetrica,  che attraverso il linguaggio della coscienza occorre da tributo al linguaggio dell’inconscio. La letteratura che con Penna diviene luogo dello “scarto”, luogo, come direbbe il critico Orlando, famoso critico letterario,  dell’”anti-merce”, o “anti-funzionale”, luogo di tutto ciò che non trova posto nella realtà sociale.

La poesia di Penna oscilla tra presente e passato, tra realtà e desiderio\sogno, tra interno ed esterno, in bilico eterno tra felicità e frustrazione, tra la coscienza di essere diverso , fragile e sensibile, eppure di trarre forza, mediante la sua poesia, da questa diversità.

“Felice chi è diverso

essendo egli diverso

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.”

Così commenta Cesare Garboli la poetica di questo , a volte, sfortunatamente sconosciuto artista:

“La poesia di Penna è fatta di solitudine: ma è la solitudine ardente, ricchissima, vasta com’è vasta la promessa della felicità, di chi non ha bisogno d’altro, per vivere, che dello spettacolo della vita, […] Penna è incapace di pensare che il piacere di vivere dipenda da altro che da se stessi.”                                             

Attraverso la sua poesia l’autore rimane fedele a se stesso, alla propria indole, alla propria natura; una natura che da propria , di riflesso diviene comune a tutta l’umanità, va recuperando quella natura primordiale dell’uomo, incontaminata dai “costumi e le maniere”, quella natura che al di là dell’indole erotica è innanzitutto natura  fanciullesca e gaia, “quella strana gioia di vivere”, che con lo scorrere della storia si è eclissata dinanzi la censura sociale, ma che rimane nel poeta/fanciullo, così come nell’inconscio umano,  e che riscopriamo attraverso la poesia di Sandro Penna, il quale ci dimostra quella che lui stesso definisce la “permanenza della vita nella mutevolezza della storia”.

 

 

Eugenio Montale: poeta metafisico dell’essenziale

Il poeta della negatività, della corrosione critica dell’esistenza, ma anche uno scettico o addirittura uno snob o un borghese onesto al di sopra della mischia, restio ad essere catalogato come chierico rosso o nero. Al più, la tragica testimonianza di una coscienza intellettuale che ha rimosso i conflitti politici del nostro tempo, sostituendoli con una condizione <<eterna>> di solitudine e di incomunicabilità.” Così è stato definito Eugenio Montale, uno tra i più grandi scrittori italiani, nato a Genova il 12 Ottobre 1896 da un’agiata famiglia borghese. Egli rifiuta di attribuire un valore assoluto e istituzionale alla scelta della poesia ed aspira a scrivere “sempre da povero diavolo e non da uomo di lettere professionale”: l’attività poetica non rappresenta per lui un mezzo mediante il quale spillare il senso profondo, intimo, segreto della vita, ma uno strumento di contatto con la realtà del presente, con lo scenario storico-sociale-naturale circostante. L’arte è per lui una forma di vita “alternativa”, che parte da un rifiuto della vita reale e da una non partecipazione al flusso distruttivo della natura e della storia. Queste le parole del Montale sulla figura del “poeta laureato”: “Io non attribuisco nessun particolare privilegio alla posizione dell’artista nella società, nessun merito specifico. L’idea classicistica del poeta che vive in mezzo agli uomini con l’alloro in testa , mi sembra un relitto di cui bisogna assolutamente liberarsi”.

La vita dello scrittore consta di motivi biografici meno significativi di quanto invece accade per poeti quali Saba o Ungaretti. Tuttavia, vive un’adolescenza difficile dove inizia ad emergere un senso di distacco dalla consueta vita borghese, un distacco che caratterizzerà profondamente la sua opera, mostrandoci, al di là della borghesia operosa e in ascesa, al di là della secolare fatica dell’uomo e della sua famiglia che ne è diretta rappresentazione nella mentalità e nei costumi ( il padre infatti dirige un’importante azienda di prodotti chimici), quella che è una natura opprimente, una realtà che in tutte le sue sfumature cela la pena di un male di vivere consustanziale nelle cose.

Da sempre appassionato di arte, studia dapprima musica per poi dedicarsi alla letteratura. Come molti scrittori del tempo, anche lui viene arruolato. La prima pubblicazione poetica risale al 1922 denominata “Accordi”, mentre il suo libro “Ossi di seppia” è del 1925. Nell’ambito politico chiara è la sua avversione al movimento fascista, quando nello stesso anno appone la sua firma al manifesto antifascista di Croce, un’opposizione che gli costerà l’espulsione dalla direzione del gabinetto di Vieusseux, seppur non condividendo i limiti troppo nazionali e tradizionali del crocianesimo, ma cercando un confronto con il mondo molto più problematico. Nell’immediato post guerra, fonda insieme a Bonsanti e Loria il quindicinale “Il Mondo”, ma dinanzi alla situazione conflittuale del dopoguerra, cadono le speranze di un orizzonte europeo laico ed illuminista. Montale ritiene infatti che la guerra più grande a cui è chiamato l’uomo sia quella contro l’ arroganza e la presunzione della stessa umanità, restia ad accettare di essere soltanto una minima parte dell’universale ingranaggio cosmico.

Nel 1939 pubblica “Le occasioni”. Viene a contatto con i più grandi intellettuali dell’epoca, primi fra tutti Svevo ed Ezra Pound. Lavora come giornalista al “Corriere della Sera” per poi pubblicare nel 1956 La bufera ed altro” e nel 1971 “Satura”. Nel 1980 nasce l’edizione critica di tutta la sua intera attività culturale, col titolo di “Opera in versi”. D’obbligo, nel 1975 è l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura ad uno scrittore considerato modello di cultura laica e liberale, di discrezione e di civiltà. Un uomo, Montale, poco propenso alle sbavature sentimentali, ai miti dell’ottimismo, che spesso schivo e reticente verso la propria stessa esistenza, può sembrarci alteramente rinchiuso nella “cittadella” del proprio io; ma in realtà è proprio il distacco, l’apparente non coinvolgimento, la sua “solitudine” che fanno della sua arte il dono grandissimo di comunicare “l’essenziale”, di scoprire la distanza abissale tra un io, lacerato dalle contraddizioni, e gli altri. Muore a Milano il 12 Settembre 1981.                                                                                                                                                                             Montale ha svolto anche una lunga attività di critico e traduttore che lo porta a contatto con le letterature straniere, specialmente francese e inglese. Dalla poesia francese ed in particolare da Baudelaire riprende la volontà di uscire da un orizzonte linguistico e tematico già dato, di valicare i limiti della realtà, mosso da un imperativo intellettuale e morale, che sembra richiamare le famose parole di Ulisse del canto ventiseiesimo dell’Inferno dantesco : “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. La sua poesia è   plasmata per conoscere, interrogando, il presente; per immergersi laicamente e razionalmente anche negli aspetti più inquietanti della realtà e della coscienza umana  prendendo atto della profonda solitudine dell’uomo e riconoscendo dinanzi a ciò i limiti e la marginalità della stessa poesia; una “scoperta”, questa, che lo porta a tenere il discorso, per l’assegnazione del premio Nobel, dal titolo: “E’ ancora possibile la poesia?”                                                                             

A questa domanda Montale non ci lascia una vera e propria risposta, ma esprime una condizione della poesia “martoriata” dalla “quantità estrema di parole che percorrono la terra”. A differenza di Ungaretti che propone un ermetismo conciso e tagliente, Montale va creando una poesia metafisica nata dal contrasto tra ragione e qualcosa che non è ragione; una poesia che si immerge razionalmente negli oggetti che va descrivendo per trarre alla luce ciò che in essi vi è di irrazionale; una poesia che ha uno scopo ma che al contempo è anche consapevole dei limiti di tale scopo. Questo tipo di poesia è stata definita “ poetica dell’oggetto”, richiamandosi al correlativo oggettivo di Eliot.

La poetica montaliana è un tipico esempio di come mediante l’attività letteraria si possano perfettamente conciliare classico e moderno. Innanzitutto la moderna “ricerca antropologica” condotta dal poeta assume connotati classici. Guarda al mondo dei grandi classici non per farne sfoggio di preziose citazioni, ma se ne avvicina in maniera critica, ricercando ciò che in essi serve a comprendere la realtà presente. Si uniscono così linguaggio tradizionale e moderno. Da Leopardi, il poeta ligure riprende l’inquieta interrogazione del nulla, dal Petrarca una ricerca di equilibrio perfetto, da Dante la ricchezza espressiva.

In Ossi di seppia già il titolo ci dà il senso  di questa poetica. L’osso infatti è metafora delle cose ridotte alla loro nuda e scarna esistenza. Questo spogliarsi delle cose rompe i consueti equilibri quotidiani, disintegra le maschere sotto le quali la realtà si cela, ci svela il vuoto in cui consiste il vivere personale e naturale. La voce del poeta, con quell’atteggiamento razionale e critico che lo contraddistingue, si immerge nel paesaggio, spesso quello ligure, descritto sull’onda dei ricordi dell’infanzia, senza però confondersi in esso, dove ogni barlume di speranza, di un attingere ad una vita più autentica e migliore, si risolve in una disillusione.  Non c’è una salvezza certa, non c’è un valore assoluto e definitivo della parola poetica. Tutto il libro è attraversato dal presupposto di una crisi gnoseologica che vieta l’adesione a confortanti certezze.  La poesia montaliana invita a  riflettere, non annuncia blande promesse:

“ …..Non domandarci la formula  che mondi possa aprirti,                                                                                              

  sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.                                                                                                              

   Codesto solo oggi possiamo dirti,                                                                                                                       

   ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” 

Nelle Occasioni significativo è il discorrere con alcune figure di donne, generalmente donne reali, conosciute per momenti brevissimi, portatrici di un messaggio: il tentativo  di trovare la luce in un mondo buio e negativo. Un tentativo labile, che emerge come squarci di luce improvvisi nell’oscurità, che si risolve come la fiamma che brucia e poi immediatamente si spegne divenendo cenere. Rappresentano un’ultima, drammatica difesa contro la barbarie del mondo, una possibilità comunque insufficiente per “poter mutare le cose del mondo”:

“………La vita che dà barlumi                                                                                                                                                   

  è quella che sola tu scorgi.                                                                                                                                                                 

    A lei ti sporgi da questa                                                                                                                                                                                           

 finestra che non si illumina.”

Nella Bufera ed altro abbiamo un aspetto romanzesco del libro, che fa sì che si ponga un intreccio tra i segni della realtà contemporanea e la vicenda d’amore per una donna salvatrice. Una donna che richiama solo in parte quella stilnovistica, in quanto conserva tracce di un sottile erotismo, non distrugge la sensualità. Il “tu” femminile con il quale il poeta dialoga si identifica innanzitutto con Clizia, figura mitologica che nasconde in realtà la vera identità di Irma Brandeis, studiosa americana, simile alla lontana e inafferrabile Laura petrarchesca; poi passa a colloquiare con Mosca, più concreta e vicina e infine  con Volpe che in realtà è come se rappresentasse il passaggio da un piano “angelico” ad uno più propriamente terrestre, divenendo molto meno inafferrabile delle precedenti. La donna montaliana diviene simbolo che reca in sé tesi e antitesi, positivo e negativo, funzionale e antifunzionale. Comporta attraverso alcuni “segni preziosi” la funzione di opporre alla degradazione e alla violenza del presente, qualcosa di “altro”, ma al contempo essa stessa distrugge questa funzione, e gli stessi segni diventano simboli di distruzione e morte. La donna è inoltre simbolo della poesia, che da un lato tenta di resistere, di offrirsi come ultimo dono civile in un mondo incivile, e dall’altro soccombe:

“..il lampo che candisce                                                                                                                                                             

alberi e muro e li sorprende in quella                                                                                                                                         

  eternità d’istante….”                                                                                                                                                                

Il lampo è dunque metaforicamente simbolo della verità che , attraverso la donna, si svela per un attimo nell’oscura tragedia della guerra e della storia in generale.  Una verità che come abbiamo detto non può essere attinta fino in fondo e ce lo dimostra la chiusa di questa poesia, con la donna che ritorna nell’oscurità del buio:

“…mi salutasti-per entrar nel buio.”

Eugenio Montale ci ha lasciato una profonda testimonianza della sua poetica; la testimonianza di un uomo, che tra classicismo e modernità è stato interprete critico e razionale del suo tempo, comprendendo a fondo le contraddizioni di una società tanto complessa come quella del Novecento e vedendo molto più lontano di tanti programmi ideologici proiettati nel futuro; lasciando aperto uno spiraglio di speranza, sebbene, come si è visto, Montale non fosse incline alla fede come Ungaretti.

 

 

 

Salvatore Quasimodo: un viaggio poetico tra mito e realtà

Salvatore Quasimodo nasce a Modica, in Sicilia, nel 1901, ma la sua vita è un continuo viaggiare tra le varie città d’Italia, dapprima con tutta la famiglia al seguito del padre capostazione, poi per alcuni anni (1919-26) a causa di condizioni economiche precarie che lo vedono impegnarsi in diverse attività professionali, ed infine per dedicarsi all’attività letteraria. Tra i tanti trasferimenti compiuti durante gli anni dell’infanzia ricordiamo quello nel febbraio del 1909,quando il padre del poeta  viene incaricato di riorganizzare il traffico ferroviario nella stazione di Messina che nel dicembre del 1908 è colpita da una devastante calamità naturale. Sono anni, questi, che segnano profondamente  il poeta e che sono rievocati in versi nella poesia “Al Padre”, contenuta nella raccolta “La terra impareggiabile”.

Il tema della natura, in cui Quasimodo si immerge interrogandosi e identificandosi con essa, scavando a fondo nelle sue sfumature segrete e inafferrabili, che sembrano radicate in un indecifrabile passato arcaico, è fondante nella sua arte poetica, è proprio a Messina che consegue il diploma ed inizia a collaborare con il “Nuovo giornale letterario” dove pubblica le sue prime poesie.  Si trasferisce a Roma, e qui pensa di continuare gli studi di ingegneria, ma a causa di precarie condizioni economiche deve impiegarsi in più umili attività. Nello stesso periodo inizia lo studio del greco e del latino, che saranno per lui fonti di grande ispirazione e da questo studio dedito e attento nasceranno i suoi lavori di traduttore tra il 1940-45. A Firenze è in contatto con l’ambiente di Solaria per le cui edizioni pubblica nel 1930 la sua prima raccolta intitolata “Acque e terre”. L’ ambiente della rivista si propone di creare un’attività culturale drammatica e umana proprio mentre l’Europa del fascismo e del nazismo preparano la loro opera di distruzione cancellando dalla storia del periodo ogni traccia di umanità. E l’obiettivo culturale e artistico della rivista influenzano il Quasimodo che quella “umanizzazione” va ricreando col suo talento letterario nelle sue opere, dove nelle prime raccolte, contenute nel volume del 1942 di “Ed è subito sera”, che comprende anche la serie di” Nuove poesie”, emerge un io lirico che pensoso si interroga sul paesaggio, sente “vivere e morire” in sé il mondo, dove la “dolce collina d’Ardenno” gli porta all’orecchio un “fremere di passi umani” e al paesaggio, primo fra tutti quello della sua città natale, la Sicilia, si sovrappongono richiami al mito e alla sua sacralità, che non a caso è la culla dell’umanità.

Nelle raccolte successive “Giorno dopo giorno” del 1946e tre anni dopo  “La vita non è sogno” il poeta è volto ad un colloquio più aperto con gli uomini, ad una maggiore attenzione per la realtà sociale; sente l’impegno , attraverso il “potere” sacro ed eterno della parola poetica , di ricostruire la calpestata dignità umana e contribuire a “rifare” l’uomo.  Ma nonostante ciò Quasimodo non tradisce la sua vena essenzialmente ermetica, la quale, non ha bisogno di eclissarsi per potersi conciliare al meglio  con il nuovo orizzonte neorealistico. Di questo ermetismo Quasimodo rappresenta una delle colonne portanti e la scelta di uno stile difficile, immerso nella ricerca dell’ analogia, in un’inquieta e intima esperienza interiore, rappresenta una risposta “alternativa” alle difficoltà della situazione storico-sociale presente. Dall’ermetismo il poeta apprende la ricerca della parola essenziale e suggestiva che gli consente di superare un puro autobiografismo di stampo romantico per leggere nella sua pena quella comune degli uomini ed in questo non fatichiamo a riconoscere l’affinità con l’altro grande esponente dell’ermetismo, Giuseppe Ungaretti.                                                                         

Dal 1934 è a Milano dove insegna e svolge  una varia attività di pubblicista, molto fruttuosa nel periodo del dopoguerra, quando si accosta a posizioni democratiche e di sinistra. La sua fama cresce notevolmente fino ad ottenere il premio Nobel per la letteratura nel 1959. Muore a Napoli nel 1968 e l’ultima raccolta “Dare e avere”  del 1966 rappresenta un bilancio che il poeta fa della propria esperienza umana e poetica, toccando tra le varie riflessioni emergenti dalle disparate esperienze di viaggio effettuate, anche la tematica della morte, a cui si accosta con accenti di notevole intensità lirica.                                     

La migliore poesia di Quasimodo appare intessuta di ricordi fissati nel paesaggio siciliano, paesaggio d’infanzia, e insieme, mito di una primitiva innocenza e perduta comunione con le cose, sembra  infatti rifarsi ad un’altra grande corrente culturale che si sviluppa in Francia nel diciannovesimo secolo: il Simbolismo. L’elemento fondamentale dell’arte simbolista, che riflettiamo nella poesia quasimodiana è che sotto la realtà apparente, si nasconda una realtà più profonda e misteriosa a cui si può attingere solo attraverso l’intuizione poetica. La figura retorica maggiormente utilizzata diviene allora  l’analogia, proprio perché si elabora un linguaggio nuovo, non più logico ma analogico, in quanto la parola poetica assume la capacità del far emergere  quelle segrete, misteriose, intime, oscure corrispondenze tra le cose, tra la natura e le emozioni del poeta. Si guardi al lessico volutamente indeterminativo : sostantivi astratti, quelli generici capaci di ammettere diversi significati, altri che indicano situazioni imprecisate in termini di concretezza.

In queste analogie, dove viene sprigionata una musicalità avvolgente e insistente , in questa trasfigurazione della natura, si avverte la vicinanza ad un altro importante modello, quello dannunziano.  Ma nel Quasimodo la ricerca dell’armonia con la natura, l’identificazione con essa, la rappresentazione di questa come un Eden in cui si rimpiange una perduta innocenza umana, non ancora corrotta dal male di vivere, si fa più tenue,  scarnifica e riduce all’essenziale quella passionalità prorompente tipica  di Gabriele D’Annunzio.  

 

                                                                                                                                                                                                                             

Dalla raccolta “Acque e terre” leggiamo il componimento “Specchio”, di cui , qui di seguito un passo:

“Ed ecco sul tronco/ si rompono le gemme:/ un verde più nuovo dell’ erba/ che il cuore riposa:/ il tronco pareva già morto,/ piegato sul botro. / E tutto mi sa di miracolo;/ e sono quell’ acqua di nube/ che oggi rispecchia nei fossi/ più azzurro il suo pezzo di cielo,/ quel verde che spacca la scorza/ che pure stanotte non c’ era”.

Constatiamo dunque come in questo componimento il poeta senta vivere e respirare in sé la natura, si identifichi con essa, fino a sentirsi parte rinascente della natura che germoglia in Primavera. C’è un panismo dilagante che porta il poeta ad essere “acqua di nube che oggi rispecchia nei fossi”, a identificarsi come parte di un tutto che alla luce della nuova stagione, così come la flora e la fauna tornano alla vita abbandonando il torpore dell’Inverno, allo stesso modo l’anima  abbandona l’inaridimento dovuto alle disillusioni della vita umana e rifiorisce, tornando a vivere e a sperare. Il tronco che pareva morto e torna alla vita è metafora di quanto detto.

Da Oboe sommerso”  del 1932 ricaviamo invece l’esempio più efficace dell’ermetismo quasimodiano:

 

“…Un oboe gelido risillaba

foglie perenni,

non mie e smemora….! ”                  

Ad una prima lettura del componimento la sensazione che ne riceviamo è una sorta di messaggio nascosto, criptato, di difficile comprensione. Abbiamo una serie di successioni foniche delle quali è complesso scorgere il reale significato. Affidiamoci allora al titolo : l’oboe, uno strumento non comune, il cui suono è sommerso. L’oboe strumento, si identifica e materializza metaforicamente nell’oboe poesia il cui suono sommerso diviene significato sommerso e nascosto, da riportare a galla.

Della raccolta “Giorno dopo giorno” è invece la lirica “l’uomo del mio tempo”:

“…Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue                                                                                                                                                                           salite dalla terra, dimenticate i padri…”

Scorgiamo già solo attraverso la lettura di questi due brevi versi, l’invito del poeta a “riplasmare” l’umanità, devastata, corrotta, depravata, “stuprata” dalla violenza, dal sangue, dalle guerre. “Dimenticate..”, grida il poeta, dimenticate la storia per riscrivere la storia, distruggete l’uomo per ricreare l’uomo, ripudiate i padri per essere nuovi padri.

Leggere Salvatore Quasimodo è come compiere “un viaggio” poetico tra passato e presente, tra antico e moderno, tra mito e realtà, tra anima e mondo, tra il detto e il non detto,  che attraverso un animo poetico che palpita, pulsa, vive nel tutto a cui attinge ,ci dimostra che la letteratura è vita nella quale immergersi per ritrovare quell’intima, segreta,innocente comunione con le cose del mondo.

 

Di Elvira Fornito.