A Natale riscoprite di San Casciano dei Bagni di Siena!

La terra d’Italia ha partorito. Un pezzo dopo l’altro: “guardami”, sembra dire San Casciano, “io sono viva, ancora! Sono eternamente viva e mi rifugio nei morti che sono più vivi di voi, ma che siete già morti”. L’italiano ignorerà, un’altra volta. Passerà dritto mentre attacca l’asino dove vuole il padrone, mentre è colto dall’ennesimo attacco di panico dovuto alla polarizzazione, mentre farebbe di tutto pur di avere istantanea gratificazione: l’unica lotta che si ricorda di condurre. Ignorerà, troppo preso dal voyeurismo politico, dalle trappole del prossimo natale progressista e stitico, solo lucette, niente Dio nelle case di chiunque, troppo invadente, troppo impegnativo, troppo richiamo a un mondo di integrità che suggerisce nella più privata coscienza di costruirsi un pensiero critico per ribaltare le sorti di una generazione diretta verso l’autoannullamento.

E mentre, a breve, friggerà i propri soldi per l’antipasto del cenone natalizio, la terra d’Italia strilla di una forza feroce:
“Io sono viva, ancora! Sono eternamente viva e mi rifugio nei morti che sono più vivi di voi, che siete già morti”.

È viva, evviva! Il parto di San Casciano dei Bagni, aperto da sei anni, è talmente potente nel suo manifestarsi che, se ben compreso, rende l’idea di come il patrimonio non è in un museo ma nella conservazione e alcuni degli ultimi figliuoli estratti dall’argilla calda e pulsante, cosparsa d’acqua e liquidi, arriva nei giorni in cui le statistiche parlando di un arretramento culturale dell’Italia pazzesco e di una resa, così come testimonia il Rapporto del Censis 2024, che vi consiglio di approfondire, riassumibile in una drammatica sentenza: “Si palesano profondi buchi di conoscenza in tutte le fasce di età anche in relazione a nozioni che si sarebbe tentati di dare per scontate”.
San Casciano non poteva capitare in un altro posto, ma qui, dove la memoria e la coltivazione di se stessi, la pratica del sacro, l’abbraccio con la triade santa, natura, bellezza e assoluto, hanno generato l’arte e la virtù letteraria, lo sviluppo della civiltà, hanno contaminato la vita e il potere, ogni cosa s’è mossa per quello.

San Casciano non sia solo in un museo impolverato della decenza, di leggi e occasioni di conversazione ma ci ricordi che il miglior modo per conservare la propria identità nazionale, ricordandocene il peso mentre siamo soli con noi stessi, sta nella conservazione del patrimonio.
E va ricordato proprio nel Paese in cui, oltrepassando le gentilissime concessioni dell’Unesco, ogni mattina Piero si alza e considera la Bellezza che vive attraversando la città come un fondale scenico, sterile, muto, mentre essa è la più ampia forma di maturazione civile.
Come una profezia, come una rivelazione, anzi, la terra d’Italia s’apre ancora e strilla dalla buca di San Casciano: “Io sono viva, ancora! Sono eternamente viva e mi rifugio nei morti che sono più vivi di voi, che siete già morti”.
Chi ridurrà ciò a una scoperta archeologica, si ricordi di fare un giro nella tomba, ogni tanto, giusto per scrollarsi da dosso i vermi.

Il Bene è morto

È morto il Bene.

La secchezza (spirituale) odierna è disarmante. Il Bene, come accaduto per secoli, e persino il male non hanno più “delle conseguenze trascendenti. Paradiso e inferno sono luoghi del folklore” (Piro, 2019), le identità che costruivano l’essenza più profonda degli uomini prima che diventassero prodotti di scarto del processo economico capitalistico e le comunità prima che divenissero società contemporanee, sono state accuratamente demolite attraverso un processo di demonizzazione, riferendosi alla sfera emotiva, cioè ricollegate all’errore di difenderle e praticarle ancora che, se commesso, porta a un’alienazione dalla maggioranza e a una riconsiderazione individuale immediata, che preme sulla sfera emotiva di ognuno, generando un non-riconoscimento persino all’interno dei gruppi più stretti di frequentazioni.

In tal senso, ne è riprova la crudeltà dei nostri giorni, così ambigui e drammaticamente infantili, per cui tentare di “difendere” il concetto sacro – e la definizione ancora oggi attribuita al fiume Piave lo testimonia, e non solo come impolverata evocazione patriottarda – dei confini nazionali, limitando la portata di un’immigrazione fuori controllo, significa essere, per la vulgata generale, fuori tempo e fuori luogo.

A prescindere da ogni logica giustezza del ragionamento e dalla pacatezza intellettuale con cui lo si pone. Accoppiare, poi, questa visione a una battaglia sull’integrità e sulla centralità – quantomeno come set base per il proseguimento della specie – della famiglia formata da un uomo e una donna eterosessuali, con o senza figli, è, addi­rittura, blasfemia. E lo è perché il processo di rinnovamento della liberalità, che poi trova sede nelle democrazie liberali, attinge, nella propria evoluzione, a due apparati dinamici che giungono sino a noi, che trovano fusione e successiva linfa vitale da quello che noi chiamiamo politicamente corretto.

Da un lato, l’opera di indagine filosofica dalla missione purificante ed emancipante, che, lenta, trae origine nel Novecento post-bellico, quando negli ambienti della sinistra statunitense, si genera lentamente quel politically correct che conosciamo fin troppo bene, e che nel più forte razionalismo critico trova la forza di demolire ogni metanarrazione, soffocando la pretesa di universalità di valori e princìpi portanti per il raggiungimento del Bene – e non del Giusto comune – che avevano nutrito le società legate a una tradizione, a un’identità, e generando un “politeismo dei valori” (Di Gregorio) il quale, a sua volta, è accompagnato dalla liberalità in mutazione rinchiusa in nuovi dubbi, a relativismo, se non addirittura a nichilismo. Dall’altro, il cambio di scenografia generale, meno mirato, almeno nelle sue fasi iniziali, con cui mandare in scena il progresso nel suo volto brutale: la crescita di entità di tipo sociale e politico, come il mercato, lo stato di diritto e le democrazia liberali, che hanno portato a un taglio netto tra gli individui e le strutture delle comunità tradizionali, azzerando processi etici, bandendo le precedenti forme di mo­ralità, di autodeterminazione, di crescita spirituale. Entità, oggi, spinte all’ennesima potenza dal politicamente corretto.

Da qui in poi, il processo di astrazione, di religione dell’umanità e di individualizzazione diventa inarrestabile, sebbene quest’ultimo attraversi la storia partendo da tempi più antichi, con l’idea di centralizzazione dell’uomo come ente-creatore a se stesso bastante, evocando l’Umanesimo e il Rinascimento, attraversi l’epoca della Riforma Luterana, in cui ha preso forma il “Dio personale” fino a giungere all’avvento della società borghese, sviluppatasi dall’Ot­tocento, in cui la coltivazione della libera scelta individuale si è fatta centrale nella vita sociale, quella che Riesman ha definito “società dell’autodirezione”.

Ecco, signori, l’orrida pangea globale, dove scalzi e migranti, si possa attraversare persino il mare volando, data l’astrazione del corpo e l’evanescenza dell’anima degli uomini contemporanei. Come copie di mostri alati, senza retine, spinti dal vento dei bisogni e delle necessità, senza più un peso nel tempo che vivono. Fogli di carta su cui, qualcun altro, scriverà il futuro.

Non si può demonizzare la ricerca e l’applicazione più saggia della libertà. Ma le mostruose esagerazioni partorite dai suoi eccessi, sì. Quelli devono essere condannati. Non si vuole demo­nizzare la democrazia liberale, ma i suoi eccessi vanno condannati nella misura in cui da essa trae origine un uomo individualizzato, iperpresente, oggetto animato che diventa pura astrazione. Appena decente per natura. O per affare.

Qual è la morale di tutto questo? Che la morale è cambiata: o meglio, la morale si è decomposta in favore della moralizzazione della società. Quel nuovo aggregato fatto di tante individualità urlanti e pretenziose, fragili e disorientate, che sono avvicinate in una folla sciolta nel peggior conformismo, che le unisce, come fugaci manifestazioni, quello che non attinge più a valori o ideali per condurre il cavallo della storia, ma punta alla dimensione antropologica, fin nelle profondità degli uomini e delle loro identità. Una società che non è più, da tempo, comunità ma aggregato indistinto in cui il Giusto prende il posto del Bene, in cui la sfera privata invade quella pubblica. Un luogo in cui conviene essere decenti, dalla parte del giusto per esistere, se si vuole far parte della maggioranza, del corpo sociale e non incarnare il demonio dell’indecenza che, come vedremo, è la forma di respirazione indipendente in questa cappa – come l’ha definita Marcello Veneziani – di ipocriti e silenti allineati.

Tossicità. L’emozione ha sostituito la ragione

Toxic town.
Tossicità.
Tossicità che castra ogni libera determinazione dei rapporti.
Paroloni? Neanche troppo.
L’epoca dell’infantilismo comincia così, sostituendo la ragione con l’emozione per leggere e gestire i fatti del mondo, in uno stato di agitazione emotiva permanente in cui l’opinione autoritaria soppianta l’idea autorevole. Sembra un’insulsa – e un po’ pretestuosa – cantilena, ma in realtà è la traduzione lirica di gran parte dell’incubo psicologico che anima le nostre vite sociali. Un esempio sta nell’ideologizzazione di ogni cosa esistente, atto primo del peggior politicamente corretto.

Corre alla mente l’indescrivibile malignità con cui fu uccisa la povera Giulia Cecchettin, per il quale pochi giorni fa è stato condannato all’ergastolo Filippo Turetta. Proprio in quell’occasione, in quegli ardenti momenti, tra una miriade di esempi, ci fu il terrore nel leggere alcuni pensieri volanti, che tanto volanti non furono, tra social e chatterbox giornalistiche. Qualcosa di cui spaventarsi, poiché capaci di orientarsi su idee e input secondo cui l’omicida in questione – tralascerò ogni aggettivo per dignità – avrebbe agito semplicemente in quanto maschio, figlio scemo e attivo del patriarcato o che non si trattò di un raptus ma, tra le pieghe della lucida follia, s’insinuò cieca e pericolosa la condizione “genetica” secondo cui essere uomo non significa commettere necessariamente un femminicidio, ma che quasi tutti i portatori di pène possono pensare come un femminicida. Una sorta di possessione che magari nasce per avere credibilità verso gli occhi di altri uomini, gli stessi di cui donne, bambini, animali, Lego e Playmobil, benzinai, gelatai, astronauti, insomma, tutto l’esistente umano, subisce il controllo e la possessione.

Una vittima candida, un anno fa, ma subito lo scatto verso il buio ideologico. Rieducazione, cultura, condanna, patriarcato, maschilismo. Censura, cesura, blocco. Decenti e indecenti. Buoni e cattivi. L’orribile bulimia della polarizzazione emotiva. Lo ricorderete sicuramente: una ragazza appena morta, ma qualcuno, anziché implorare estrema giustizia, che fortunatamente in questi giorni è giunta, pensò subito di moralizzare l’esistente, sputando sentenze su tutta la generazione maschile vivente. Ovviamente bianca, eterosessuale e figlia di una “classica” famiglia italiana, come residuo borghese altamente tossico per la nuova immagine di famiglia degenerata, pardon: senza genere alcuno.

Casus belli, l’ennesimo. Mi tornavano in testa questi pensieri, purtroppo utili a dipanare un altro tipo di riflessione sul nostro tempo.
Signori: che schifo. Perché certa privata ossessione personale, confusa per alto parere culturale, dovrebbe essere legge (morale) di tutti?
Occorre solo far capire che le profondità dell’essere umano, siano esse angeliche o infernali, sono spesso imperscrutabili, per quanto vi siano gli strumenti per riconoscere la follia. Troppo spesso la morte si realizza nell’errore dei vivi. In tutte quelle volte che Giulia si sentiva minacciata dal comportamento del Turetta, così come anche la sorella ha avuto modo di confermare.

La provincializzione dell’esperienza maschile – ovvero la riduzione dell’esistenza maschile a fattaccio figlio della peggiore mentalità della provincia italiana negli anni ‘60 – operata da alcuni deliranti scriventi che, terminata l’onda mediatica con cui maturare visibilità e consenso nel grande regno della pubblica emotività, torneranno a scrivere di giardinaggio, di borse o di vacanze sulla neve, è un concepimento assurdo. L’idea secondo cui un uomo debba crescere necessariamente tosto e robusto – in chiara evocazione agli spettri di un fascismo mascolino mai sopito – pisciando sul territorio per marcarlo, incapace di ascoltare le proprie fragilità, di chiedere aiuto, di manifestarsi inferiore o inadatto rispetto a una determinata situazione, e quindi di proseguire nella personale rigidità che lo porta a involvere e quindi a uccidere, è drammaticamente pericolosa per la maturazione sociale. Chi soffia su questo fuoco ha una visione severamente distorta del reale, o, quantomeno, fusa con la personale isteria o connessa a qualche brutta vicenda trascorsa che ha generato un portentoso disturbo post traumatico da stress.

Il privato inonda il pubblico. Il fatto privato diventa pane per la maggioranza, invertendo il principio che fu di Orwell, che nel frattempo è stata azzerata nel suo ragionare criticamente. La vetrinizzazione spietata in cui ogni dimensione umana finisce nella vetrina pubblica, la life politics, cosiddetta, ovvero la terribile sensazione di osservare tutto secondo un assassinante voyeurismo e su quello fondare la propria opinione. Un nozionismo che incolla pezzi di dichiarazioni dei leader, articoli della stampa, chiacchiere fugaci in amicizia, cuciti in fretta, senza il filtro di un ragionamento sopra le cose, di un approfondimento.

La democrazia liberale è malata, così come ha notato il politologo Luigi Di Gregorio, stimatissimo amico, che su questo tema ha scritto pagine scientificamente memorabili e degne di attenzione trasversale (Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico, Rubbettino). È malata poiché viene fagocitata dal dubbio, dalla sua stessa essenza; quel dubbio che nutre la santa libertà, quella libertà individuale alla base dei processi del governo delle nostre società. Il dubbio che una forma di libertà e tolleranza, di giustizia sia effettivamente di alta qualità tale da produrre ulteriore maturazione civile; lo stesso che, però, raggiunta una definizione di concessione individuale e sociale, prosegue nella sua opera, non si arresta, e cresce, cresce fino a ipertrofizzarsi, fino ad annientare ogni lucida razionalità, ogni valore profondo, ogni principio morale legato al Bene, nella direzione, invece, di una moralizzazione del Giusto. La stessa che fornisce, indistintamente, doveri etici e principi prêt-à-porter che possono essere impiegati in ogni parte del mondo, senza differenza, inquadrando un solo tipo di uomo universale.

La stessa moralizzazione del Giusto – quel giusto “ideologico” che non inquadra il concetto di giustizia nel più nobile senso del termine e che non tiene conto di differenze demoetnoantropologiche ma che costituisce un dogma universale – venduta come unico accesso a una degna libertà, civile e matura, realmente emancipante e che prevede che, nella gestione della cultura di massa, che l’uomo sbagli a prescindere, sia pericoloso di nascita, sia un errore di programmazione della postmodernità. Un mostro o presunto tale.

Il Giusto vuole la rieducazione di chiunque nasce con un pisello. Il Bene, che non appartiene a questo presente – se non nella trasmutazione materialistica, che dalla felicità conduce alla gratificazione istantanea, dalla libertà porta alla concessione continua – dei buoni profeti della riprogrammazione coatta, contrariamente, era già il pacchetto con cui formare un individuo degno dell’amore e del rispetto, dell’onore, certamente, senza essere un nazista duro e puro incapace di ascoltare le proprie fragilità.
Ecco la nuova decenza: quella di chi chiede scusa per essere maschio e quella di chi vuole formare, introducendo l’idea della scuola come supplemento all’educazione familiare, se non come sostituzione, che genera una nuova edificante brava persona. Una decenza rassicurante per chi la pratica, che crea riconoscimento tra i buoni, tra le fila della maggioranza, tra quelli che non costituiscono parte dell’emergenza democratica.

Da quando si è deciso di rendere sempre meno virile il maschio che la fragilità ha conquistato tutto, infestando le dimensioni
Mi ribello con tutta la mia forza a questo cesso profondo alla Trainspotting.

Se questa è libertà, se la decenza conduce a un riconoscimento generale tra i buoni, non resta che essere indecenti, quindi liberi. Libertà in che senso? Non è una costante emanazione di concessioni, ma partecipazione a se stessi, al tempo e al reale. Così da realizzare, nell’individualità, un pensiero critico e dare una forma reale all’autodeterminazione.

Essere donne tra gli estremismi femministi di oggi

Solo un pensiero verticale e salato: strappate le donne dalle mani dell’estremismo femminista. Ma anche gli uomini. Poveri maschiacci occidentali di cui è sempre colpa. Per non riuscire a lavorare sotto una valanga di stress, per essere sempre meno padri e amanti focosi, per non riuscire più a stabilire rapporti di virilità – che come abbiamo visto in un recente articolo di questa dinamitarda rubrica, non è una parolaccia – alla base dell’educazione e del rapporto con i propri figli, che generano ritualità necessaria a identificare e fortificare i ruoli, le funzioni, a generare esempio, non a partorire mostri del patriarcato. Sempre colpa loro, o meglio nostra, anche mia, luridi immaturi, infanti della coscienza, violentatori preventivi, indegni di vivere il migliore dei mondi possibili, quello in cui il progresso sociale si fa, troppo spesso, estinguendo tutto ciò che si pone come alternativo all’imposto.

Mentre le donne marciscono nella premura soffocante di un sistema che promette di proteggerle, ma che andrebbero tutelate da chi vuole tutelarle, e si trasformano in marmotte delle Ande in via d’estinzione, l’uomo, vigliacco, viene superato e retrocesso. Sempre più giù, fino a trasformarsi in un innocuo portatore di pene, in ogni senso.

E trema il fondo di ogni tempo, mentre la religione laica dell’avanzare oltre ogni forma di conservazione predica l’uguaglianza, a costo di ingozzarcisi con corpose cucchiaiate infilate in gola.

Dedicando alle donne lo spazio di una riserva in cui possano muoversi apparentemente libere, come galline allevate a terra, non si realizza emancipazione, ma la costante degenerazione del caso umano. Non è premura, è soffocamento, non è maturazione di una condizione, ma polarizzazione, non è inclusione, ma esclusione, non è affronto delle fragilità, ma istituzionalizzazione forzata della diversità, senza lettura, senza tatto, senza piena comprensione dei meccanismi. Condanna: le streghe sono tornate e stavolta ad arrostire ci saranno i coglioni.

L’estremismo femminista porta a odiare le donne, così come il machismo fa con gli uomini, li spinge a una irrimediabile e infantile rigidezza che esaspera la virilità. Il femminismo stordisce la femminilità in un carnevale di aforismi battaglieri, nulla più, e arriva a essere come un amore che diventa rabbia, e poi disprezzo, per tenere incatenato a sé il partner che fu, e che forse, non tornerà mai. Per cambiarlo, per tenerci troppo, per gestirlo, ghermirlo, non lasciarlo espandere, sapendo di sbagliare, col rischio di perderlo nel mare di altre strade quando s’alza il vento forte del distacco.

Le derive del femminismo costituiscono una delle più crude contraddizioni esistenti in termini morali ed etici in questo teatro vuoto che è il nostro presente, dove ogni difetto viene allevato fino a diventare diritto, in cui il capriccio si eleva a istituzione nella generazione di una continua minoranza che nel tempo si pretende diventi maggioranza, nell’attesa di una nuova minoranza, dove ci si sfiora virtualmente sognando la California e magari un reddito di cittadinanza senza aver voglia di fare un cazzo.

Là dove il costrutto ideologico, fuori tempo come le bomboniere nella cristalliera della zia tirchia, parla di emancipazione e realizza il ghetto, poi lo arreda, nel tentativo di distruggerlo nuovamente, infine lo espande, in un loop disastroso. Anacronistica utopia che è alla base dei meccanismi di certo sinistro pensare. Il giro eterno che ha reso inutile la sinistra alla rivoluzione del cittadino, all’influenza e alla tutela delle categorie sociali, e, probabilmente, al governo della cosa pubblica.

Il linguaggio di genere, il femminicidio – guai a chiamarlo semplicemente omicidio, per altro già normalmente punito per legge – la figura femminile slacciata dall’istituzione famigliare, la maternità che fa male, il sesso da fare da sola, la redenzione di Silvia o Daniela o Margherita che appare, come Deus ex machina, nella triste materia dei soldi, come se la dignità, l’integrità e la capacità di un individuo fossero vendute un tanto al chilo, sono la trasformazione di un essere che contiene la vita, la prosegue, la nutre e la protegge, come una Madonna laica che nasce all’alba di un nuovo giorno, una bianca luce, insozzata da pretese ideologiche che trovano una piccola leva alla riflessione – di cui consiglio l’approfondimento – nelle parole di Claire Fox, intellettuale figlia della sinistra radicale e del Partito Comunista rivoluzionario inglese, intervistata, in quell’occasione, da Benedetta Frigerio per il giornale Tempi: «L’altro è sempre un potenziale nemico che lede i miei diritti, come dimostrano i ritornelli del piagnisteo moderno: “Come donne ci sentiamo offese”; “Come musulmani ci sentiamo offesi”; “Come lesbiche ci sentiamo offese”. In nome della difesa dei deboli e del diritto di tutti vige però un sistema tutt’altro che democratico».

Così, la residua forza nella donna, acquisita da conquiste che la propria caparbia natura – potente e gentile come radice di quercia e ramo di acacia – le ha garantito, rischia di svanire nella debolezza di un processo umano che si alimenta di contrapposizione e non di affermazione, malsano meccanismo che annulla ogni autodeterminazione, pessima nemica di chi ci vuole tutti sterilizzati replicanti, senza Dio, né Patria, né confine, né più connessione con le dimensioni di profondità, in nome del progresso. Si spegne come un’anziana nonnina la forza umana e sociale della donna, lentamente, nel costante abbraccio premuroso di quella Big Mother di cui Jean Yves Le Gallou teorizza.

Le Gallou, saggista francese, a partire dall’ispirazione di Jean Raspail, scrittore prolifico e lucidissimo anticipatore, che già nel 1973, nel romanzo “Il campo dei santi”, aveva immaginato l’esodo di milioni di profughi verso l’Europa e la sottomissione delle élites culturali europee. Di cosa parla Le Gallou? Di Big Brother, Big Other e Big Mother, la morsa disumanizzante:

«Big Other. Un’adorazione senza limiti per l’altro, amplificata dall’odio di sé, della propria cultura, della propria civiltà. Un’ideologia unica che ci assoggetta grazie ai metodi del Big Brother: la società di sorveglianza che conosciamo, in cui la polizia del pensiero è onnipresente. Un’ideologia unica che s’impone tanto più facilmente a individui che sono indeboliti dalla tutela di Big Mother: il principio di precauzione applicato dalla culla alla tomba».

Rischia di mutare irrimediabilmente la donna, così come il significato di femminilità, ridotto a costrutto ideologico.
E così la Grande Madre, non più archetipo della generazione, immagine soave, femmina gentile, eletta dea del fuoco della famiglia, materna procreazione e contenitrice di vita, distorce il proprio significato alla luce del presente, divenendo costola deviata e perversa della femminilità. La Big Mother, qualcosa che inietta insicurezza, frena le nostre certezze, le rende antiche e inadeguate, e non solo a livello politico, tenendoci appiccicata a sé. Essa sterilizza ogni umana necessità di esplorazione, di avventura, di far guerra per difendere ciò che è più caro e irrinunciabile, pacifica, azzera la purezza, distoglie dalla voglia di reazione, di curiosità, di scoperta.

Una motrice ben visibile che si esprime in atti politici e istituzionali di chi gestisce il villaggio globale e che si manifesta nella relativizzazione dell’esistente, dal concetto di identità sessuale biologica, alla Fede, dai genitali, fino al rapporto con i figli e con la propria terra, e così via, facendo tremare ogni identità, ogni riferimento visibile nel caos, fin nelle corde più intime, nell’abbraccio soffocante di una narrazione unica possibile se si vuole essere ritenuti degni della Civiltà.

Ed ecco un figlio che non riesce a essere adulto a causa di una pazza madre che scambiò il soffocamento per amore.
Tutto è fragile, come ginocchia piccole e insufficienti, tremolanti; lasciate senza il nutrimento del pensiero critico, della forza di reazione, stanno per cedere e spezzarsi. Così le donne senz’anima, ma con un libretto di istruzioni, sono addomesticate, per paura, per necessità, per inganno, dietro alle parole giuste da usare per loro, alle cose giuste da fare per loro, alle intenzioni giuste da nutrire per loro, così come nei sentimenti, nel sesso, nel rivolgersi semplicemente ad esse.

Siate donne come vi pare, ma siate donne, senza il bisogno di sentirvelo dire da uno scemo qualunque, come me. Che donna sia nella più grande conquista odierna, l’autodeterminazione. Che faccia rima con moralità, con immoralità, con immortalità, ma sia libera dal giogo del femminismo. Semplicemente donna come condizione naturale, di pari spessore a quella maschile, e anzi struttura dell’essere mondo, non parentesi da aprire. E alle follie di certo femminismo non date un cazzo. In tutti i sensi.

No al Cristo pupazzo dei Pride!

Mentre aspettiamo il consueto svilimento del Natale e dei suoi simboli, del suo spirito sacro, vengono in mente quei tre giovani vestiti da Cristo che mimano un atto sessuale con la croce, come a Bologna nel 2015 in un circolo Arcigay, il Cristo satirico e gay del collettivo Porta Dos Fundos, su Netflix, o quello “effeminato” – come titolava il Corsera – della Settimana Santa di Siviglia apparso poco tempo fa. E così via in una via crucis. Oplà!

Sarebbe ora di dire basta al Cristo pupazzo. Il Cristo pupazzo è la sofferenza dello spirito in una carne arlecchina che nulla ha a che spartire con quella mistica e sofferta di Giovanni Testori, grande drammaturgo, tra i più potenti scrittori del Novecento, cattolico e omosessuale illuminato: “Credo di poter dire che non riuscissi mai a fare a meno di Dio, a fare a meno di Cristo. Anzi, tanto più cercavo di allontanarlo, tanto più me lo sentivo ricadere addosso”. Ecco, che il Dio di un tempo sciatto possa cadergli addosso a coloro che lo rendono un inservibile pupazzo, e che possa pesargli nella coscienza. Poiché, in questo processo di svilimento, non si riesce proprio a intravedere un’estensione dell’arte.

Ma che si fotta il moralismo, però. Qui non si vuole sovrapporre leggi interiori un tanto al chilo, ma solo una riflessione oltre la presa per il culo. Si è persa la grazia, la grazia di un mondo intimo, che oggi vorrebbero privato e di cui vorrebbero privare: quello della convivenza con Dio. Si è persa la grazia del rispetto. L’estensione all’Assoluto, del resto, non si è mai interrotta nel tempo ed è costatazione tangibile del valore e della sanità degli uomini – di quegli uomini non ridotti a sterili replicanti bidimensionali e trinariciuti, ma ancora capaci di estendere la Bellezza del creato e di amplificarsi verso la profondità delle proprie dimensioni – prima ancora che atto di fede.

Uomini d’arte d’ogni tempo, così Franco Zeffirelli, col suo Gesù di Nazareth umanissimo, o pittori come Giovanni Antonio Bazzi, il Sodoma, che hanno vissuto la propria omosessualità, platonica, sfuggente o consistente, come dignitosa dimensione privata e non ostacolante il mondo, totalizzante o castrante, hanno innalzato la propria riflessione a Dio, rappresentando l’Assoluto, lasciando arte come eredità riflettente la qualità del tempo: kairos. L’omosessualità non può essere impedimento all’indagine su Dio, finanche all’amore di Dio, universale per sua natura. Tutto ciò che esula violentemente da questo è oltraggio e sciatteria, è miseria umana che rappresenta il Cristo pupazzo.

Kairos, eccoci qui, infine, a misurare la qualità del (nostro) tempo. Fa bene lo scultore degli angeli, Ernesto Lamagna, a rappresentare il tempo presente come un uomo che al suo momento opportuno, kairos, si presenta triste, pagliaccio felliniano, sconsolato, prossimo al pianto per una devastazione che comincia, anzitutto, dentro di sé.

Ma nel ka(ir)os, non frega nulla ai nuovi profeti della speculazione ideologica dei sessi, dell’insegnamento di Testori, di Pasolini e di altri come loro, tra i tanti, che ci testimoniano che si può indagare il rapporto tra Cristo e l’omosessualità mantenendo la carne e lo spirito separati e fusi insieme, in un canto di voci che si rincorrono, si sfuggono e s’abbracciano.

L’Eucaristia omosessuale è possibile, è possibile il peccato e la redenzione: già vi è la norma della natura, non occorre umiliare il sistema con leggi “da regime” o piume all’aria, ed è proprio Zeffirelli a ricordarcelo: il peccato della carne è tale se compiuto con un uomo o con una donna. Impossibile, oggigiorno, è la decenza, l’intelligenza e il rispetto. Testori, testa ormai inarrivabile, Penna, Pasolini, che insegue le tracce del sacro vivendo la sua carnale passione – ben manifestata anche da Dino Pedriali che lo ritrae nudo a leggere Sant’Agostino negli ultimi giorni di vita, nella immediata consapevolezza “che il suo compito era salvare il corpo di Pier Paolo Pasolini, il corpo intatto prima che fosse sfigurato da una terribile violenza”, come scrive Vittorio Sgarbi – e altri come loro, ci suggeriscono che la qualità degli uomini non si misura con la repressione, né con il rapporto privato con la Natura.

Dunque, io non offro il fianco alla discriminazione burina, così non voglio che il mio Dio venga burinamente discriminato. E me ne frego delle leggi, del progresso, della Civiltà, della rispettabilità, perché talvolta la rispettabilità, in questo mondino di fragilino cristallino alla Ned Flanders, va difesa dalla sordità e dalla cecità. Provocazione per provocazione: criticare la foto di Cristo oltraggiato potrebbe rischiare di diventare un reato? Bene, se ancora questa miseria presente è sottoposta alle leggi della democrazia, sia oltraggio punibile in maniera altrettanto ferrea chi  discrimina il Credo altrui in maniera palese, chi lede l’immagine sacra in tal modo. Non è questa la società dei diritti per tutti? Dell’elevazione dei capricci in diritti e della loro santificazione a norma di legge? Ebbene, frigno anche io.

“Essere omosessuale – ci ricorda Zeffirelli nel 2013 – è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale”. Ecco, chissà quanti riusciranno a comprendere le parole del regista toscano, omosessuale e cattolico, che trasudano responsabilità. Chissà. Ai diversi della non diversità, intanto, chiediamo uno scatto di responsabilità e di stacco intellettuale da tanta miseria umana, capace di squarciare la pigrizia della paura che fa massa silenziosa e ideologizzazione istupidita, riflettendo con Sandro Penna, poeta omosessuale: “Beato chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune”. Se si afferma un’istituzione culturalmente sorda, che costituisce la manifestazione di un mondo irrispettoso, si faccia avanti il suo contrario, che sappiamo esistere in maniera intelligente, ovvero i tanti che vivono la propria (omo)sessualità come la immaginava e la viveva Franco Zeffirelli, così molti altri.

Non si chiede il rosario di riparazione, ma una “legge di riparazione democratica”, un atto che incarni veramente il rispetto come maturazione nel progredire.

Virilità, ‘oltre il maschio debole’

Prima ancora di diventare cavia per la scienza, punturina performante per qualche film porno inglese, oggetto d’antiquariato fascista su qualche bancarella sul lungomare estivo di Cattolica od ossessione per qualche collettivo femminista, la virilità appare tipo la Madonna, come manifestazione d’origine: nudità dell’uomo innanzi a sé stesso. È forza fisica che si accompagna alla compattezza intellettuale – nel ricordo della Kalokagathia – e alla rettitudine morale – un padre che si fa esempio per manifestarsi al figlio – è la prosperità e la morte, la guerra e la fertilità, il mondo selvaggio di Ercole che doma il leone e di San Michele Arcangelo che azzitta il demonio sotto i suoi calzari: il governo delle forze prorompenti della vita e della natura, così del proprio spirito.

È ancora il fallo che diventa divinità oltre la banalizzazione pornografica, tanto in Giappone, quanto nella mitologia romana con Priapo, poi nuda muscolarità – così come nel 2013 la mascolinità fu intelligentemente raccolta in una potente mostra al d’Orsay , “Masculin/Masculin”, l’universo maschile attraverso l’arte – la punta del fioretto nel duello che fece “giustizia” tra Bontempelli e Ungaretti o il ver sacrum, rito arcaico con cui si fondavano nuove colonie, come anche rinnovata competizione tra maschi, fondamento della virilità, come ben inquadra Jack Donovan nel suo Le vie degli uomini:

“Interagiamo socialmente come membri di un gruppo o dell’altro. Questa ripartizione non è arbitraria o culturale, ma sostanziale e biologica. I maschi non devono limitarsi a comportarsi da maschi con le femmine, ma anche con gli altri maschi […] Le donne pensano di poter rendere gli uomini migliori riducendo la mascolinità a ciò che desiderano da essi. Ovviamente, gli uomini vogliono che le donne li desiderino, ma l’approvazione femminile non è l’unica cosa che gli interessa”.

Oltre il maschio debole

Tra i suoni della fondazione interiore, la virilità rimane certificazione di originalità rispetto alla creatura, sanità strutturale, e diventa arma contro la corruzione del tempo e delle anime. È forza generatrice, individuale, conflittuale, un atto equilibrante che migliora l’uomo perché lo rende capace di esplorare i propri limiti, le proprie fragilità, il dolore, il senso del rifiuto, del fallimento, esistendo in una continua dicotomia di attacco e difesa, coraggio e disperazione; l’esatto contrario della pratica del presente, in cui non v’è dialogo con la sensibilità per l’uomo della folla, universale, senza confine, obbligato a un continuo superamento del limite, per questo incapace di pensarsi e di generare un pensiero critico, di approfondire ciò che vive, perché destinato alla replica, alla produzione, a scambiare la felicità con la soddisfazione della gratificazione istantanea, confondendo i contorni di ogni ruolo per confluire nel calderone dell’emozione di servizio, di uno stato di agitazione emotiva permanente.

Così ci ricorda Roberto Giacomelli nel suo Oltre il maschio debole (Passaggio al Bosco):

“Il maschio debole, deprivato di [queste] forze ancestrali indispensabili alla virilità, è senza difese nei confronti di qualsiasi aggressione. Questa subdola strategia, palese o subliminale, impedisce l’integrazione delle naturali pulsioni aggressive, che non riconosciute ed accettate: essere vengono represse, generando disagio psichico”.

La virilità nell’uomo integro, realmente sovrano di se stesso, dunque, è una forza unificante e non distruttrice, generatrice, che trova traduzione e che, oltre ogni insana lettura ideologica, equilibra le dimensioni interiori, affinché la saggezza e la potenza, il carisma e la forza, l’amore e l’odio, il credere e l’agire, l’aggressività e la pace coesistano in un’efficace declinazione.

Elevazione sopra la paura che non è sfida di tossica mascolinità ma un’acquisizione di consapevolezza rispetto alla propria natura umana, debole e fragile, origine di quel thymos caro a Platone e Aristotele, come ira che smuove il cuore e la mente degli uomini nella ricerca della salvezza che non si può barbaramente confondere con l’aggressività: bestemmie per il mondo del conformismo e della demolizione dei sessi nei mille generi possibili, in cui tutto è ridotto alla freddezza scientifica, di cui ci parla anche Harvey Mansfield nel suo Virilità (in Italia per LiberiLibri):

“Sia la psicologia sociale sia la biologia evoluzionistica, infatti, si occupano soltanto della manifestazione più rozza della virilità, l’aggressività, ignorando del tutto, invece, il fenomeno dell’assertività virile. Un uomo virile si fa valere affinché la giustizia in cui crede non resti inascoltata. Si espone per richiamare l’attenzione su ciò che ritiene importante, talvolta su questioni molto più grandi di lui. Il fatto è che la scienza […] ignora completamente il thumos”, come “qualità dell’animo che spinge in particolare gli uomini virili, a rischiare la vita per salvarsi la vita. Siccome la virilità vive di quel paradosso, deve essere necessariamente più complessa del banale istinto all’aggressione, alla dominazione e all’autoconservazione a cui la scienza cerca sempre più di ridurla […]”.

Nel perfetto bilanciamento delle condizioni evocate esiste la virilità. L’istinto del maschio a dominare e dominarsi, proteggere e non soffocare, affrontare e non umiliare, se stesso e il sesso opposto, è orientato da una “morale del Bene” che punta alla generazione della felicità e della realizzazione per mezzo di valori e principi portanti, come l’onore e il rispetto, la diplomazia e la forza, l’onestà e la pietà – insieme ad altri – oggi vissuti come pericoloso retaggio limitante il progresso antropologico nel mondo dell’indistinto. Gli uomini, dunque, ritrovino la “disponibilità a sudare e sanguinare” (Jack Donovan) perché combattere, come ci ricorda Sam Sheridan, non è tanto una superficiale “prova di virilità”, bensì qualcosa che ha a che fare con la conoscenza di sé (…)”

 

Il Cristo personale tra complessità e semplificazioni alla Murgia

La cristianità ha un problema con la semplicità. Ma non perché i suoi fedeli, oggigiorno, si avvicinino pericolosamente al rifiuto della materialità come fine primo della vita e del bisogno terreno, così come predicato dal Poverello d’Assisi o come risultato dell’esempio dei santi. Più che di semplicità, infatti, potremmo parlare di semplificazione, in un senso chirurgico e profondo rispetto a quello evocato, come sicuramente ricorderete, dalla fu Murgia Michela mentre svolgeva il suo perfetto e fantascientifico compitino ideologico, quando affermava che i cattolici adorano un Dio bambino perché rifiutano la complessità.

Ebbene, tra la provocazione e la disperazione che aggrediscono il cuore di default e la comicità volontaria che deflagra felicissima da certe affermazioni, la scrittrice sarda, tra le righe di una rotonda sciocchezza, non sparava una sentenza del tutto infondata quando accostava la disabitudine alla complessità alla vita odierna della Fede.

Cristianità e affanno

Nella lunga maratona dei secoli, adesso la Chiesa di Cristo è in apnea. Tira il fiato da quel preciso momento in cui ha cominciato a dialogare eroticamente con i crismi di questa versione di modernità, green e migrante, acquisendoli come necessario rinnovamento che, però, non è traduzione della dottrina bensì frettoloso lavoro di sartoria con cui vestire di nuova civiltà il cattolico per mandarlo nel mondo meno evangelizzato ma sicuramente molto più allegro, aperto di mente e degno d’essere cittadino del mondo. Innamoramento fugace che ha provocato la semplificazione dell’esperienza della Fede, la pretesa di renderla pop, demistificandola per incapacità di traduzione, mischiando la figura del fedele con quella di una brava persona proiettata verso gli altri: un fenomeno sociale e il più grande limite all’eternità. Non si è automaticamente cristiani se si seguono alla lettera le lodi di Francesco d’Assisi, ma ci si può dire tali se si osservano i sacramenti, ci si reca a messa, si trova riparo nella confessione e nelle scritture, si assume l’ostia consacrata e si rafforza il dogma col proprio esempio in vita, guadagnandosi la possibilità di continuare a vivere per millenni, dopo essere crepati, della luce emanata dal volto di Dio.

Dunque, ogni atto meccanico che sostiene l’infantilismo murgiano, o equivalente, litania del sensazionalismo nella sua massima estensione, capitale che ospita la periferia degradata del buon senso intellettuale, evidenzia un problema reale, pur non volendo farlo: quello del Cristo personale, da pregare in bagno o al mare, quello verso cui convertirsi mentre l’aereo sta cadendo, il Cristo genio della lampada chiamato a eseguire desideri di vita e di morte, di ricchezza e di sorte, neanche fosse un astrologo su Tele Lupa che tira giù banalità astrali, addobbato a festa come un abat-jour liberty.

Risposte dello Spirito al mondo, e non viceversa, occorrerebbero. Quanta fatica nell’assistere alla Chiesa di Cristo che rischia di allevare farisei pronti a un pentimento di cui si ignorano le regole, anziché generare individualità integre nell’animo, capaci di tradurre questa versione di presente con la profondità della Fede, col misticismo, con la forza dell’identità millenaria di valori che edificano la morale del Bene, cucite in una rinnovata “ecclesia” in grado di essere elasticamente contemporanea, perché figlia del proprio tempo, ma sempre tesa al volto di Dio. Non un omino e una donnetta parto di uno sbilanciato compromesso, in cerca di una continua accettazione ideale.

Altro che farisei, quelli che vanno a messa puntuali la mattina di Pasqua a stringere mani e a prendere benedizioni dopo aver preso a schiaffi la moglie davanti ai figli. Uomini integri, sogniamo, contro la distruzione della Fede imposta dal galoppante progressismo, in cui l’abitudine alla comunità (dei fedeli) diventa disabitudine al mainstream, nel sogno bagnato di trasformarla in nicchia colorata, innocua minoranza: la Fede in Dio che diventa mero atto privato, qualcosa che non sia più pubblica normalità determinante, sostanza non inquinante, che non disturbi l’opera di azzeramento delle dimensioni di profondità di ognuno, affinché possa essere rimodellato sui nuovi dogmi di un mondo che deve redimersi solamente da sé stesso, affrancato dall’Alto, nel grande tempio della religione dell’umanità, evocando Jean-Louis Harouel.

Tra semplificazione e ideologia

Dunque, la Chiesa di Cristo ha un problema di semplificazione, ma non per l’infantile tesi ideologica secondo cui un bambino rappresenta l’assenza di complessità: quel figlio – uno e trino, carne e luce – rappresenta la purezza, non la semplicità. E la Madonna Benois leonardiana ce lo ricorda, mentre nel suo giocare col Re dell’universo, nel suo sorridergli di innocenza tenendogli la mano, tota pulchra, esprime il candore e l’amore della pace, dell’unione di due mondi, quello terreno e quello ulteriore. La stessa idea di Dio che sorge da un vibrazione che amplifica il tempo e lo precede, da un suono primordiale, prodromi della vita, archetipo, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni, esprime la difficoltà di concepire il dogma, l’ignoto come parte di qualcosa di concreto, quel Sacer che è oltre: rappresentazione dell’assoluto in un ponte mistico e sismico, per le umanissime cose, che unisce la carne corruttibile e sciocca degli uomini – e certi belati da asilo sovietico lo dimostrano – e l’energia più alta che è luce: fiat lux. Paraclito combattente.

Ma in tutto questo, appare inutile elencare la complessità della cultura cattolica citando maestri della Chiesa in maniera randomica, solo per soddisfare una presa di posizione contraria. Risulta davvero stupido dover legittimare ciò che non c’è, come l’insopportabile vuoto di un atteggiamento teologico che, paraculo e infido, in verità si dimostra ideologico, poggiato su tesi deboli costruite per appagare una sete di vendetta cieca in difesa del torrione materialista, come masturbarsi per noia.

È invece più concreto combattere il processo di semplificazione del Credo, che tutto perdona, soprattutto l’assenza dei fedeli a loro stessi, in atto ormai da qualche tempo. Nessuno più richiama alla mancata assunzione di responsabilità verso la Fede, per la sua continuità. Una caduta libera. Quella conquista del consenso che l’istituzione vaticana compie allontanando dal timore di Dio e riducendo tutto al perdono, all’accettazione – specie dell’altro –, dalla dottrina, dalla preghiera vera che si confonde con una forzata nenia laica, che interrompe la formazione di generazioni di cristiani per inseguire, e non convertire, un popolo disabituato alla complessità.

Gente che preferisce ingozzarsi con qualche gamberone al brandy in più la sera del 24 dicembre, anziché riempire la messa di mezzanotte di un Natale di guerra contro la cancel culture, contro l’aborto da inserire nella Costituzione, contro quel sistema che vuole rendere Dio e il Sacro inservibili ninnoli impolverati del Novecento, come le bomboniere nella vetrina della casa della zia tirchia, contro quel sistema che vuole estinguere tutto ciò che si pone come alternativo all’imposto e che, miseramente, vuole mondarci tutti dalle dimensioni di profondità che ci rendono indipendenti, nel nostro critico ragionare sopra le cose, rispetto a ogni dettato ideologico. Noi come funzione, noi come finzione.

Si poteva innalzare i fedeli, portandoli alla forza complessa della dottrina, parlando la lingua del loro tempo mentre li si conduceva a uno scopo ulteriore, anziché abbassare la dottrina alla disabitudine alla complessità – che oggi tutto coglie – che vivono i fedeli, parlando la lingua della decenza nella lunga licenza dallo spirito.

Cristo diventa un amico che si perde tra le pagine di un diario personale, e la fu Murgia, o chi per lei, porta a casa l’ennesimo compitino. Il cerchio è chiuso qui? Amen”

Exit mobile version