‘L’incanto di Venere’ di Salvatore Belzaino: l’invocazione dell’amore in una raccolta poetica compulsiva

Non è raro trovare nella raccolta la parola inchiostro, legata quasi da una sorta di magia alla sorte delle volte dei pianeti, delle maree, degli effetti luce delle stelle con l’atmosfera e l’aria terrestre. L’incanto di Venere dello scrittore napoletano Salvatore Belzaino, (Il mio libro, 2019), come si legge nella sinossi del libro, è una raccolta lirica che esalta e celebra Amore nella melodia che scalza l’oblio; è poetico flusso d’albe e tramonti nel letto stracolmo di attese del cuore. Tra i versi vividi di seducenti e primigenie emozioni, Salvatore Belzaino denuda, in danza di parole limpide, alchemiche e fatali, il significato e l’essenza del perdersi e ritrovarsi. Perdersi e ritrovarsi di vita, di onirico abbandono e persino di morte, nella Bellezza di Colei che strugge in baci, che seduce tra strali di passione e tormento, che si fa speme all’arcobaleno delle stagioni destinate a passare ed essere rimembranza ed anche amnesia.

L’autore vive quasi in una sorta di trance inconsapevole. È spinto. È guidato. È mosso alla scrittura da un vivace movimento astronomico incontenibile. Dall’inchiostro del porta nascono parole come sotto dettatura. Come in un accadimento biblico, le parole sono sentite innanzitutto, poi trascritte quasi, e infine trasformate in invocazione.

Ed è proprio l’invocazione la prima figura retorica che si fa strada nella raccolta. La dedizione è una conseguenza, e i pianeti l’oggetto del desiderio, della pietevole inclinazione all’osservazione di orizzonti distanti.

Parliamo in questo caso dell’invocazione a Venere. Atto che fu già di rottura, se vogliamo, quando la fece Lucrezio; che snobbò le muse per votarsi a Venere, a una dea, per ingraziarsela, per farle illuminare il tracciato del racconto per intero. E in questa nostra raccolta contemporanea il percorso non è diverso. Il pianeta, la stella, la dea, trova qui la sua antica funzione di guida dei mari, delle acque terrestri, delle giostre luminose di luce atmosferica, e dell’inchiostro di cui si compone questa “compulsiva” raccolta dove l’autore campano cerca la propria orbita ontologica e poetica.

E facendo correre velocissimi gli anni coi secoli, possiamo legare tutto il trattato poetico al naturalismo cosmico e incantato, panteistico, che fu di Leopardi, e in qualche misura tipico ottocentesco caratterizzato da un lessico di maniera, ragionato, cercato; soprattutto perché poi compare la luna con le maree, con l’aurora e i rapporti con sole, e tutte queste creature del cielo sono fortemente inclini a dettare sentimenti e a suggerire emozioni. E l’autore nel riconoscersi con Pavese e con la radiazione pessimistica di fondo, non fa altro che continuare e proseguire un pessimismo su di sé e sulla natura dell’uomo che fu celebre in Leopardi. E fondamentalmente l’autore da vita al teorema dell’impossibilità, del mare, dell’oceano in un bicchiere, della surrealtà, delle immagini che furono di Magritte.

Il poeta è alla ricerca di una nuova dimensione. La indaga, la isegue, la ricerca. La inquisisce, la invoca.
Il lessico poi può sembrare molto di maniera, studiato, un po’ troppo ragionato, voluto, cercato. Impreziosito da bagliori extraterrestri.
È il fanciullino di Pascoli che diventa adulto e cerca solo un atavico, eterno, cantuccino in qualcosa di molto distante e coscientemente irraggiungibile, impossibile.

Passando poi da una lettura storiografica ad una superficialmente psicoanalitica, questa fissazione per Venere nasconde la voglia, decisamente manifesta, di un rifugio privato perduto, quasi immaginario. Una voglia insaziabile, bulimica, quasi compulsiva. Ci sono pagine e pagine in cui si parla di cose reali ma della loro trasfigurazione astrofisica tramite algoritmi verbali molte volte dai tempi antichi.

Il fascino e l’incanto degli anni ottanta: esce il 15 ottobre il primo singolo di Giuseppe Gimmi

Giuseppe Gimmi ambisce ad essere un artista completo. Lo scorso anno ha lanciato un progetto di recupero culturale delle icone e dello stile degli anni ottanta e prosegue nel raccontare la sua vita o il suo stile di vita attraverso un adeguato discorso di creatività.

Agganciandosi a figure mitologiche ormai come Alberto Sordi, Sergio Leone, Carlo Verdone, Jerry Calà e Tommaso Paradiso, il suo discorso si dispiega con ansie cancellate dalle istanze culturali degli anni ottanta.

Gimmi ha trovato la sua salvezza che vuole condividere con la gente nel mondo incantato degli anni ottanta e ora vuole raccontarcelo con un brano musicale in uscita il 15 ottobre alle 13:30 unendo creatività e amore. Il brano apre bene col piano. La voce è sospirata. Non mente quando dice di voler affogare le ansie col patinato degli anni ottanta. Degli anni ottanta ha anche l’estrema facilità del brano, la produzione che sa di elettronica, di suoni standard, di strumenti con facili effetti. Lui si è soffermato sull’echo del sax, ma tutta la struttura del pezzo è un classicone che tocca Grignani, Tozzi e a tratti Venditti. Il testo non racconta una storia, tuttavia è molto descrittivo, essendo dedicato alla sua città natale che in questo brano ha le sembianze di una donna nella quale lui si perde in un languore melodico costruito su suoni facili.

Giuseppe Gimmi ha solo 23 anni, (classe 1997), e ha cominciato con una linea di moda, dedicata ai suoi eroi anni ottanta ai quali dedica e regala un capo di abbigliamento, una maglietta in questo caso. Il suo progetto si dispiega poi in campo musicale e cinematografico. Per cui possiamo constatare che sta scrivendo una sceneggiatura e ha, appunto, prodotto un brano musicale dal titolo: Allora lo hai capito?

Lo abbiamo incontrato telefonicamente e via web. Le sue parole sono molto chiare.

Giuseppe Gimmi è un ragazzo di Fasano e circa un anno fa ha, come dicevamo, lanciato un’idea artistica per raccontare e racchiudere la sua forte passione: gli anni ’80 attraverso cinema e musica e scrittura, e realizza una linea di maglie uniche e personalizzate, che rappresentano ciò che sceglie di scrivere la gente, trasformando tutto il materiale con forme e colori completamente anni 80, prendendo spunto da copertine di cinema o musica.
Questa idea racchiude una forma di comunicazione da e per la gente, che diventa subito protagonista, grazie alla scrittura veicolata da una suggestione (ogni maglia è un pezzo unico).

Ha realizzato e consegnato molti lavori, per citarne alcuni: a Ronn Moss, Devin Devasquez Alessandro Cattelan, Marina Di Guardo (mamma di Chiara Ferragni), Rocco Papaleo, Enrico Montesano, Alessandro Borghi, Jerry Calà, ‪Fabri Fibra, Diodato, Carlo Cracco, Stefania Casini, Igor righetti (centenario Alberto Sordi) Antonio Decaro.

E ora, in attesa del suo lavoro cinematografico, godiamoci il suo primo singolo: Allora lo hai capito?

Un giorno nella vita di Frida Kahlo

L’allestimento proposto alla Fabbrica del Vapore, a Milano, è un compendio tridimensionale sulle varietà artistiche che compongono la carriera della pittrice messicana. Il titolo della mostra “Il caos dentro” dispiega la sua lungimiranza nel voler mostrare, concentrarsi a voler mostrare, la poliedricità del quotidiano d’artista che ha fatto emergere le tele che il mondo ha imparato a conoscere.

Il viaggio diventa quasi da indagine, anche da indagine, analisi, psicoanalitica, dal momento che si propone di fatto al visitatore ogni tassello personale che ha contribuito a forgiare le abilità figurative di Frida Kahlo.
Si sbuca, ovverosia, improvvisamente sui sentieri della semiologia dell’arte, della fenomenologia, quasi, allungandoci verso tutte le aule, o gli spazi ricavati per la mostra.

Il percorso interdipliscinare, personalmente, perchè è di questo che si tratta, onestamente, ha il suo picco narrativo al secondo piano, nella stanza dei vestiti lunghi. E qui si va per sentieri etnografici, se è vero come è vero, che i dodici capi di abbigliamento proposti vogliono mettere in luce le radici fortemente popolari e tradizionali che emergono con forza dai lavori di Frida.

Dalle connotazioni etnografiche si passa al personale, al dettaglio del dolore della malattia eterna inflittale da un pessimo incidente. Un passo prima dei vestiti, allora, si fanno vedere i busti ortopedici in gesso che sono il simbolo del sostegno e della cura a lei necessaria nonostante Frida stessa era solita affermare di “non essere malata, ma di essere rotta”.

Più che una mostra questa è stata un’esperienza, un viaggio profondo nella vita di chi ha dovuto sempre lottare per la propria minima sopravvivenza. E l’esposizione propone gli strumenti, i mezzi grazie ai quali Frida Kahlo è riuscita ad imporsi all’attenzione dell’arte a livello mondiale.

 

‘Born under a bad sign’ di Albert King: la fenomenale giostra di chitarre elettriche tra Manchester e Londra

La storia dell’album Born under a bad sign di Albert King, comincia con Eric Clapton che fa qualcosa di pazzesco. Pubblica tre dischi in quasi due anni esatti con tre gruppi diversi: 1). Five Live Yardbirds con gli Yardbirds, 1964; 2). Beano con John Mayall e i Bluesbreakers, 1966; 3). Fresh Cream coi Cream, appunto, nel 66 anche questo – per arrivare al 70 manca ancora qualcosa, ma poi ci saranno i Blind Faith e i Derek And The Dominos (formati durante le registrazioni di All things must pass di George Harrison). Ma il punto è che ciascuno di questi dischi, compreso quello dei Blind Faith e il primo di Derek And The Dominos, è un disco leggendario di un gruppo leggendario; e da qui in avanti la carriera di Eric Clapton camminerà da sola e per inerzia verso il paradiso – ma relativamente a questo nostro racconto a noi interessano il lavoro degli Yardbirds e quello di John Mayall (Eric Clapton is God).

Qui la faccenda s’ingrossa, allora. Perchè gli Yardbirds, infatti, Londra, sono conosciuti non solo come il gruppo che ha dato i natali alla chitarra di Eric Clapton, lo abbiamo già detto; di Jeff Beck, che formerà un suo gruppo con due favole eterne a 33rpm con Ron Wood, poi terzo chitarrista dei Rolling Stones, e Rod Stewart; e di Jimmy Page, poi coi Led Zeppelin. Laddove John Mayall, a sua volta, Manchester, è invece conosciuto per aver consacrato, sì, la sei corde di Clapton dopo gli Yardbirds, lo abbiamo già visto; quindi quella di Peter Green, poi Fleetwood Mac; e quella di Mick Taylor, che sarà con cinque dischi, se non sbaglio, protagonista di quello che con ogni probabilità è il periodo più interessante dei Rolling Stones dopo la scomparsa del loro primo chitarrista, Brian Jones, nel 1969 – e con Eric Clapton, Jimmy Page, Jeff Beck e Peter Green, sottacendo i Rolling, si consumano le dita dei nomi dei più importanti chitarristi della storia della musica contemporanea.

Riassumendo quindi in pochissime parole, a spanne si può dire che gli Yardbirds, da Londra, diventano i Led Zeppelin e i Bluesbreakers, da Manchester, i Fleetwood Mac.

A riguardo infine dei Fleetwood Mac e del loro chitarrista fondatore, Peter Green, possiamo dire che condivide molti aspetti della propra parabola artistica con Syd Barrett. Come Syd Barrett infatti forma un gruppo. Come Syd Barrett del gruppo fondato è la principale forza creativa. E proprio come Syd Barrett, chitarrista anche lui, viene allontanato dal gruppo per problemi di droga che gli hanno confuso e incasinato, diciamola con Pulp Fiction, il modo di parlare (voleva cambiare vita dopo essersi strafatto di acidi). E per cui la configurazione finale dice di due figure affatto da ripensare seriamente e da rivalutare alla grande.

A questo punto, uno dei principali artefici del revival di Peter Green e Syd Barrett è David Gilmour.
Gilmour infatti lo scorso febbraio, il 25 mi sembra proprio di aver letto, ha partecipato a una serata in onore di Peter Green tenutasi al Palladium di Londra. Per l’occasione Gilmour suona tre pezzi dei Fleetwood Mac, compreso Albatross, singolo del 68.

E qui, adesso, sul finire di questo nostro racconto, si va sul campo delle opinioni, del se, ma e forse; ma è probabile che così facendo Gilmour abbia voluto ancora una volta ricordare Syd Barrett – o comunque sull’accostamento casca subito l’occhio – e questa volta nei termini di una delle più grandi chitarre sperimentali del Regno Unito o sicuramente in grado di tenere testa a Peter Green – almeno stando al primo disco dei Pink Floyd. E in ogni caso questo fenomenale passage della musica inglese tra Manchester e Londra ci ha portati a parlare ancora una volta di Syd Barrett. E a questo punto non è ancora chiara una cosa. Non si capisce cioè per quale caspita di accidenti del pensiero, forse un rovescio neuronale temporalesco, qui si finisce sempre col parlare di Syd Barrett – e se è possibile un giudizio personale, proprio stando al primo disco dei Floyd e ai suoi due solisti, è probabile che Syd Barrett sia una delle migliori chitarre sperimentali di sempre….esattamente come Peter Green, ex Bluesbreakers, Manchester.

Comunque non ce n’è, la versione di Born Under A Bad Sign, canzone di

, la versione dei Cream, quindi, è la migliore. Una l’ha registrata anche Peter Green. Non era stato ancora detto; i Pink Floyd poi possono sicuramente distrarre e confondere, è ovvio, ci mancherebbe, cavoli, la musica psichedelica è una vera figata; si fa quindi preferire il primo dei velvet underground, ma poi the dark side of the moon è quanto di meglio abbia offerto il music business fino ad ora; ma i Cream sono imbattibili se non sono i migliori. E poi sono la miglior band di hard blues bianco elettrico. Loro sono i padri naturali dell’Hard Rock – a cui ha contribuito anche Peter Green.

 

Peter Green
29/10/46 – 25/7/20
Ad perpetuam rei memoriam

 

Georges de La Tour in mostra a Milano fino al 27 settembre: la natura noir del Seicento francese

È la luce che vuole far la protagonista, vuole diventare un fantasma di scena, vuole parlarci: è la luce che si rivela. I colpi di luce staccano dalla composizione, si ergono in rilievo, strappano un pezzo di verità alla scena e lo rendono immortale, ma è solo un dettaglio, la punta di un diamante. Come i gioielli preziosi, alla fine, le tele di Georges de La Tour , si offrono prismatiche, caleidoscopiche, con gerarchie di luci al dettaglio nel mappare categorie sociali corrispondenti.

La luce ruba la natura del gesto e la svela al mondo; e il pittore francese illumina ogni dettaglio da gran detective dell’anima, della meschinità umana in scene di una cattiveria raccapricciante. I temi di fatto gotici dell’esposizione delle emozioni umane, sottolineano l’inevitabile tenebrosità scabra delle scene; e nel dare questa impostazione, l’artista mostra una compiaciuta soddisfazione nell’esporli di fronte a una luce viva, tridimensionale, e giudice.

Il percorso espositivo della mostra si snoda sui flashes del noir francese classico. È un’umanità giudicata dalla luce. Noi non possiamo farci più niente.

Quello che colpisce dell’allestimento è la provenienza dei prestiti: National Gallery of Art Washington D.C.; J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Frick Collection, New York; San Francisco Fine Art Museum; Chrysler Museum, Norfolk e la National Art Gallery, Lviv. E la realtà museale che va in scena è quindi prettamente di ricerca; come di ricerca e indagine è l’impostazione del catalogo col colossale apparato di testi.

Quello di cui stiamo parlando è a conti fatti una mostra, una mostra di opere prevalentemente del de La Tour; una mostra che si tiene a Milano fino al 27 settembre 2020 – ma questa è una mostra particolare.

St. Joseph, the Carpenter

Doveva di fatto terminare il 7 giugno, ma il disastro COVID19 ne ha impedito il normale e regolare svolgimento e le date sono slittate tutte in avanti. Questa per cui è una mostra post lockdown che come tanti eventi altri nel mondo si svolge con determinate regole aggiuntive. E queste sono le norme del distanziamento sociale.

Innanzitutto, quindi, sono spariti tutti i servizi di biglietteria e tutto si svolge online non più on site. Per cui per prenotare l’ingresso, per prendere un biglietto, come nei più consumati musei per evitare la coda, ci si deve registrare su un sito, in questo caso su VivaTicket, e selezionare uno slot di tempo per l’ingresso, impostare un orario di entrata.

Fatto questo ci verrà consegnato o un biglietto elettronico con QR Code da far validare con lettura ottica tramite il telefono o un file da stampare e far validare sempre all’ingresso – ma in ogni caso la procedura è tutta online.

Poi si entra uno alla volta e si sta larghi. La sala contiene meno persone. Ma nel complesso la rappresentazione della streetlife del seicento francese, la stridente bagarre di sensazioni forti dovute al noir quotidiano che impazza su queste tele francesi, rimane un universo di emozioni borderline che non ha trovato ancora pace; e come profughi, ancora maledetti dalle stesse storie, i personaggi delle tele del de La Tour ancora si animano e vagano per le sale di Palazzo Reale in cerca della tridimensionalità di un piccolo raggio di luce per l’eternità.

Ci si deve arrendere a de La Tour. Primo mese di riapertura dell’era covid19 per la mostra a Milano, Palazzo Reale, dal titolo L’Europa della luce, sul pittore francese Georges de La Tour, in linea con Goya e Caravaggio, se non altro, ma con intuizioni e lampi già postmoderni.

Clyfford Still & Frank Stella, un ripasso della soggettività romantica statunitense

Molte volte tutto parte da un quadro, e che il quadro complessivo di tutta la faccenda del contemporaneo derivi dall’idea nascosta di un quadro, o dal sistema di valori condiviso tra i quattro assi che compongono la tela di un quadro.

Probabilmente nessuna epoca come quella dello scorso ottocento, è poi così completamente spaccata in due. Da una parte abbiamo la nascita della scienza o delle scienze contemporanee e l’imposizione dell’obiettività e dell’oggettività assoluta della macchina tecnologica; e dall’altra abbiamo come sulle ali di un grido, di un urlo, la soggettività umana poliforme e chimerica molte volte.

A questo punto, uno dei quadri più belli è “Tramonto sul lago”, di William Turner, pittore inglese dell’ottocento. Si tratta di una distesa di colore, di una manciata di colori, che si si allungano sulla tela cercando di ripercorre le zone di realtà incerte che si confondono da sole in natura, dove il cielo è lo sguardo e la luce dell’acqua, là dove il cielo è il mare, e non distingui più nulla, dove spariscono la forma e il corpo, dove rimane solo una fenomenale chiazza di colore – e con questa immagine William Turner ci trascina dritti dritti verso l’universo del contemporaneo.

E qui è anche molto probabile che ci sia parecchia spiritualità, in tutto questo continuo nascondere i corpi allo sguardo, agli occhi. Questi paessggi immateriali, queste, di fatto, realtà immateriali uniformi nel raporesentare i toni del perpetuo, sono sole come anime, prive di vita, eterne, immortali. Non esiste nulla di deperibile nei lavori di Frank Stella e Clyfford Still; si bypassa la terza dimensione per proiettarsi direttamente verso l’infinito. L’infinito caro ai romantici ottocenteschi.

Sinjerli di Frank Stella

Ed effettivamente nei lavori di Stella e Still c’è proprio l’ombra di un dramma post industriale, post moderno: cosa ci sarà alla fine, quando verremmo completamente sommersi dalla macchina tecnologica? Flashes? Lampi di luce infuocata? Nubi di gas monocromatici?

In questa loro sublimazione cromatica del reale, c’è tutta tutta un’indagine quasi esistenzialista sul post umano, e lanciano appelli di postumanesimo, di paessggi sopraffatti. E in questa indagine sul post umano c’è tutta la volontà degli artisti nell’affermare la natura e la matrice di luce dei corpi e delle masse, come in un monito: noi siamo polvere di stelle evolutasi in autociscienza. E quello torneremo ad essere: polvere di luce e sole immateriale. Ed è proprio nell’espressione di questa volontà, come in un presagio, che si ferma il positivismo della scienza e della tecnologia. Il progresso porta a un vicolo cieco. Il progresso accelera i tempi dell’estinzione. Ora lo sappiamo per certo. Clyfford Still e Frank Stella lo sanno per certo. Turner l’aveva solo intuito e spiegato in un discorso metaforico.

I due pittori americani non vogliono delineare i contorni della realtà come la si vede quotidianamente, ma dilberatamente dare della natura un’interpretazione contestualizzata alle sue proprietà elementari e alle sue connotazioni di sopravvivenza in prospettiva del fatto che come ci insegna la fisica contemporanea nulla di quello che vediamo è reale. Il mondo oggi si dice con parole diverse. E strano a dirsi, ma è proprio la scienza a dircelo e con parole molto chiare. E c’è un livellamento verso l’unità fondamentale, una sintesi quasi hegeliana, una reductio ad unum che fa quasi spavento in tutti i loro lavori. E chiaramente esprimono tutta quella possente libertà di pensiero tipica dell’età Romantica e anelano all’infinito che fu di Leopardi, alla quiete, al silenzio, all’ordine più estremo, immoto e soprannaturale – e comunque credo che sia bello rivivere la poetica dell’ottocento in due pittori americani contemporanei.

I brividi, se non altro: appunti sul minimalista Ellsworth Kelly

“Lime and limpid green, a second scene, a fight between the blue you once knew”.…sono i primi due versi del primo pezzo del primo disco dei Pink Floyd, UK press. Sono nubi di gas grandi miliardi di volte il sole e incendiate da lampi di luce cosmica milioni di anni fa, quando solo l’Africa era abitata, prima che il mondo si sparpagliasse in continenti, e solo quegli uomini videro in cielo quel bagliore. Ed è il colore che parla da solo. È tutto ciò che rimane di fronte all’orizzonte degli eventi, quando tutto ciò che è umano e conosciuto viene spazzato via, che i buchi neri sono la parte sconosciuta e cattiva della natura – se però il colore è viola, allora sono campi di lavanda visti dalle nuvole (color field). Sono tele irregolari: si tratta dell’esponente del Minimalismo e dell’Hard edge painting, Ellsworth Kelly, si vola, e il profumo lo si sente fin qua.

Allo Stedelijk museum di Amsterdam c’è un lavoro di Claes Oldenburg che ricorda le geometrie di un’opera di Kelly; e le due opere in questione sono: The Saw del 2005 nel caso di Oldenburg e White Angle del 66 conservato al Guggheneim, quella di Kelly; ma a dire la verità di pannelli monocromatici disposti perpendicolarmente uno all’altro dando la sensazione di qualcosa di tutto spiegazzato, Elsworth Kelly ne ha composti parecchi; e Kelly e Oldenburg hanno comunque in comune molto altro, e il tratto distintivo che più li espone a una facile comparison è quello della landscape art: oggetti da esporre open air, large scale objects, che devono dare il senso e una direzione nuova alla percezione del paesaggio urbano (si tratta di scultura contemporanea o di installazioni permanenti).

L’Age d’Or è un film di Buñuel, e nel film c’è pure una giraffa di stoffa che dalla finestra papale vola, no ma non per terra, ma sugli scogli con fragranza dritto dritto in un mare grosso di onde grosse e la chimera surrealista per Kelly finisce qui. Basta: nessun elemento antropomorfico o umano o di vita biologica resterà sulla tela. L’uomo ha inghiottito tutto. “Floating down the sound resounds the icy waters underground”: sono i versi successivi della stessa canzone. È rimasta sola l’orma del passante e il suo bastone, ora già, un’altra lastra ghiacciata al sole, e l’espressione astratta dell’uomo e il suo pensiero, dove il cielo è il mare e la voce del padre, e il logos apofantico, alla fine: abstract expressionism – una derivazione di chiara origine tedesca che rimanda a Mondrian e Kandinsky.

L’elaborazione da parte di Ellsworth Kelly dei materiali esposti da Mondrian e Kandinsky porta dunque alla produzione di campi di colore monocromatici e alla costruzione di espressioni astratte del pensiero dell’uomo ricondotto ai suoi termini ultimi e minimali.

L’abbandono della sorpresa surrealista, della sua natura doppia e divisa tra realtà conscia e surrealtà inconscia porta Ellsworth Kelly alla costruzione di una realtà sintetica, di sintesi, con prodotti che sono degli statements, quasi degli imperativi categorici, che si impongono inequivocabilmente alla visione senza per altro confondersi con essa, ma allontanandosi, meglio, dalla stessa percezione, diventando interrogativi enigmatici imperiosi: non c’è più nulla di umano da guardare, non più niente di mortale, ma solo la natura immortale ed eterna, ovunque, sempre uguale a se stessa.

L’opera d’arte non ha più nulla da spiegare, più nessuno da esorcizzare: solo si manifesta per quello che è; e può essere un pensiero, un concerto, un gesto, una parola, molte volte uno sguardo; e molte volte è discreta tanto quanto altre volte può essere detonante, e in ogni caso Ellsworth Kelly sembra abbia proprio voglia di rivendicare l’impersonalità dell’arte, il suo valore assoluto in quanto tale, il suo voler essere assolutamente obiettiva e oggettiva, ricavando tutto il suo valore solo dal suo immenso e sconfinato voler essere (art for art’s sake, Allan Poe, 1850, seguendo Gautier, 1835; ma di fatto Kelly forma la propria dorsale artistica proprio a Parigi, ed è questo il sangue nuovo che scorre di ritorno in tutto il contemporaneo).

C’è qualcosa di agghiacciante in tutto questo, in tutte queste visioni monocromo; c’è qualcosa di sorprendente in queste agghiaccianti misure di colore monotono; non si può non far finta di niente: la natura è un ricordo, una lezione del passato, e la vita biologica ha lasciato per sempre l’arte contemporanea trasfigurata in eterno in puro spirito nell’alienazione e nella paranoia delle terre desolate del nostro futuro: “Jupiter and Saturn, Oberon, Miranda And Titania, Neptune, Titan. Stars can frighten” – fine della prima strofa del primo pezzo del primo disco dei Pink Floyd, UK press.

 

Fonti
Si veda: https://www.musee-orangerie.fr/fr/node/879, ma adesso “the time is gone, the song is over, thought I’d something more to say”, Pink Floyd, 1973 (pink-floyd-lyrics.com).

photo: incidentalcomics.com

Sinatra, Elvis, Dylan, Springsteen: macroscopia di una storia leggendaria

Con Frank Sinatra si racconta una storia dei due mondi, di due epoche, quasi, del novecento; e c’è di fatti con lui un pre e un post guerra mondiale, e una visione d’insieme che va all’inseguimento del futuro da costruire consonante a nuove canzoni e melodie per nuovi altari popolari – il pop appunto, il sinonimo più trascurato di cultura di massa, dal quarto d’ora celebre per chiunque a the medium is the message, la macchina è il messaggio, la produzione, il progresso, e in questo caso la ricostruzione anche di una musica nuova; e il pop è anche un sottogenere della cultura di massa e un genere musicale con linee di confine assolutamente precise.

Il primo punto è che comunque il punto di vista è squisitamente maschilista, ma non poteva essere diversamente, perché oltre alla Monroe, Patty Smith, Madonna, Tori Amos, Cat Power qualcuna del periodo beat, o degli anni trenta/cinquanta, qui non si riesce ad andare. E allora sotto con Frank Sinatra e le bobby soxers, alle quali farà poi seguito l’hop sock dell’era del rock and roll; ma è questo un discorso, seppur interessantissimo e di costume, le calze, le calze rosse, il baseball, la nascita delle cheerleaders, non volendo entrare nello specifico di traduzioni e tradizioni d’oltreoceano, dal quale in ogni caso si sta alla larga per non dare a tutto il lavoro il tono di un’improvvisazione sul tema american music (oh, I like american music, Violent Femmes, Why do birds sing… Do androids dream of electric ships?, racconti da universi distopici).

Subito dopo gli esordi prebellici, dunque, Frank Sinatra oltre che per la sua voce, e il formidabile controllo in grado di esercitare su di essa, è conosciuto come il pack master del Rat Pack, approssimativamente Las Vegas, anni cinquanta, (Only The Lonly, 1958 e seconda metà del 2018, deluxe edition per il 60mo) in cui a volerli ricordare in blocco si raccoglievano: Errol Flynn, Ava Gardner, Nat King Cole, Robert Mitchum, Elizabeth Taylor, Janet Leigh, Tony Curtis, Mickey Rooney, Lena Horne, Jerry Lewis, Cesar Romero e i membri originali del Holmby Hills Rat Pack, la casa di Humphrey Bogart, erano Frank Sinatra, Judy Garland, Sid Luft, Humphrey Bogart, Swifty Lazar, Nathaniel Benchley, David Niven, Katharine Hepburn, Spencer Tracy, George Cukor, Cary Grant, Rex Harrison, Jimmy Van Heusen; e con questa denominazione si arriva fino agli anni sessanta con la seguente formazione: Sinatra, ancora, sempre leader con Bogart, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Joey Bishop, Marilyn Monroe, Angie Dickinson, Juliet Prowse, Buddy Greco, Shirley MacLaine; arrivando poi a the Jack Pack con JF Kennedy (al momento di scrivere, molti di questi sono solo dei nomi, ma nell’ultimo disco in uscita a momenti, Dylan dedicherà proprio una canzone a JFK; e i tre precedenti compreso il penultimo triplo sono praticamente delle raccolte di tunes già suonati e cantati dallo stesso Frank Sinatra).

In tutti i casi è evidente che anche nel caso di Frank Sinatra, come nel caso già osservato dei Velvet Underground, il cinema abbia fatto da catalizzatore di un vero e proprio movimento culturale, di una scuola di pensiero, di un’avanguardia come si direbbe in Europa, e questo lo si può constatare da Gershwin in avanti; e da Fitzgerald a scendere la storia che si propone sembra essere più o meno sempre la stessa, cinema e musica raccontano le due facce della stessa medaglia in una vera e propria e splendida configurazione multimediale – e il discorso Frank Sinatra potrebbe finire in questo istante senza nominare nemmeno una sola sua canzone.

Di fatto nessuno potrebbe negare che la carriera di Frank Sinatra sia strettamente e intimamente legata al cinema, se consideriamo che ha vinto un Oscar e un Golden Globe con From Here To Eternity e per miglior supporting actor, soprattutto.

The Song Is You, allora, è un box set di cinque CDs che raccoglie tutte le prime registrazioni di Sinatra con la Tommy Dorsey Orchestra, i suoi primi tentativi solisti come band leader, registrazioni radiofoniche varie degli esordi, il tutto proprio a partire dal 1942.

Musicalmente parlando, sperando che non sia la solita coincidenza si segnalano: Sinatra At The Sand con Count Basie e Quincy Jones (quello di Soul Bossa, uno dei produttori più importanti del music business americano), ma in questo disco si perde la metà del senso se non si capisce la lingua perfettamente: Frank Sinatra è un performer, un entertainer prevalentemente, lo stereotipo degli artisti di genere a seguire, si potrebbe dire, musica da club in qualche misura, dove la scena è prevalentemente quella di Las Vegas (è del maggio 2018 l’uscita tripla deluxe su cd e in digitale dal titolo Standing Room Only, con tre concerti: Las Vegas ’66, Philadelphia ’74, Dallas ’87); il successivo con Duke Ellington; My Way, ovviamente, 1969; eh, già…That’s Life, di tre anni prima, e della title track il testo è quasi lo stesso di Helter Skelter – ed evitiamo di commuoverci: si va avanti – ; Strangers In The Night, che risulta essere anche questo del 1966; e, siamo in tempi di fusion, non solo con Miles Davis e Bob Dylan, tempi di globalizzazione dei generi (Masoko Tanga, The Police, una delle conclusioni più di pregio), il disco di bossa nova appunto con Antonio Carlos Jobim del ‘67, complementare alla registrazione di Gilberto/Getz.

Arrivati a questo punto, in attesa di sapere qual è la “Best Band You Never Heard In Your Life”, tra quella di Imaginari Diseases, The Petit Wazoo del 1972; The Mothers 1970, cd quadruplo che esce adesso; The Mothers 1971 al Fillmore east; Live In NY 78; Roxy And Elsewhere, 1974; You Can’t Do That On Stage Anymore (volumi vari); Joe’s Camuflage, addirittura sui rehearsals e basta del 75, con lo scheletro di Any Dawners? che verrà pronto per You Are What You Is; Broadway the hard way, 1988, The Best Band You Never Heard, appunto, sul 1988 anche questo, band di dodici pezzi che durò meno delle Mothers 1970, in cui se stupisce la perfetta resa musicologica di Stairway to heaven, con la sua Purple Haze in medley con Sunshine of your live sembra già di sentire qualcosa di Pork Soda….con modi già sperimentati con The Torture Never Stops, versione Thing-Fish, pezzo con cui stava vincendo un Grammy alla prima cerimonia degli stessi… favoloso Frank Zappa, petit wazoo, Grand Wazoo, Waca Jawaca, Chunga’s Revenge, Drawing Witch, Them Or Us, Apostrophe…..Zoot Allure…..Overnite Sensation, You Are What You Is, e possiamo andare avanti all’infinito, e chissà quale altro miracoloso live di Zappa con l’ennesimo fantassolo esiste da far uscire; e poi c’è Joe’s Garage – e quando lo si ascolta per intero Joe’s Garage? – che oltre che ricordarci che un ragionamento sul music business Zappa lo aveva già fatto subito agli esordi con We’re Only In It For The Money, è da ascoltare assieme a The Wall di cui è a conti fatti la versione allegra… per cui Frank Zappa….che tra tutti è sempre un po’ quello più difficile da mettere da parte…e in attesa di una risposta o di uno studio chiarificatore, si diceva, poi ti casca l’occhio su John McLaughlin che pubblica con la sua Mahavishnu Orchestra The Inner Mounting.

Cioè McLaughling non ha colpi pop tipo Camarillo Brillo, Sharleena, Be In My Video, Disco Boy, ma alla fine chi è meglio McLaughlin o Frank Zappa?, ascoltiamo Noonword Race, ascoltiamo i Deep Purple,  McLaughlin è poi il chitarrista della svolta elettrica di Miles Davis con cui Zappa compete alla grande, e con McLaughlin Miles Davis pubblica Bitches Brew (Tomago Rat?) che fa cinquant’anni quest’anno – ma il discorso di fusione è “gioco vecchio oramai”, e comunque, attenzione, sono ben cinque in meno di Subterranean Home Sick Blues di Bob Dylan e dell’esplosiva propulsione elettrica con la quale si apre Bringing It All Back Home (1965), l’album della svolta elettrica o della confutazione folk dello stesso Dylan, che traghettando in direzione rock a partire da ambienti affatto folk e tradizionali, precorre anche Hot Rats e di ben quattro anni e il video è una gran bella botta – strepitoso Dylan – e tutto questo per dire solo che tre sono i grandi discorsi di fusion o di integrazione di genere che si possono fare, quindi: uno con Zappa, uno con Dylan e uno con Miles Davis; e il primo in battuta è proprio Bob Dylan con la doppia uscita del 1965: Bringing It All Back Home e Higway 61 Revisited. E il discorso, cioè, a voler solo sottolineare la portata colossale di Bob Dylan, questo lo si può proprio finire qui.

Si segnala: degli anni ottanta l’uscita clamorosa Dylan & The Dead coi Grateful Dead, e loro poi sono tra i migliori a suonare Bob Dylan dal vivo (meglio anche dei Birds; si veda Postcards Of The Hanging); il documentario di Martin Scorsese sul tour Rolling Thunder Revue; e il Nobel vinto per la letteratura – e tutti i discorsi cominciano da qui, e qui si chiude il discorso sulla fusion con la giusta dignità, con una citazione sulla doppia dorsale dell’abiura di Syd Barrett in Jugband Blues e della confutazione di John Keats e di una delle sue odi: “Information is not knoweledge. Knoweledge is not wisdom. Truth is not beauty. Beauty is not love. Love is not music. Music s the best”, Packard Goose, Frank Zappa, Joe’s Garage – ma c’è un errore ancheadesso: tutti i discorsi iniziano qui: Elvis Presley, ed Elvis, si sa, è il numero uno. Ma anche qui è contesa tra Beatles e Presley su chi sia il numero uno: Elvis alla fine è un po’ un tipo alla Frank Sinatra perfettamente conteso e condiviso tra musica e cinema.

Invece la discografia del piccolo collezionista dopo 33 anni con Bruce Springsteen si è fermata alle Seeger Sessions: di Magic si apprezza l’immensa Radio Nowhere, ma mancano: Wrecking Ball, Working On A Dream, Magic, appunto, High Hopes, ma questo è un disco a parte, e si riprende con Western Stars, vero ritorno alla grandezza originaria del Boss – Bruce Springsteen è al colonna sonora di una vita intera, e Blinded By The Light è un film evidentemente tratto da una storia vera. Springsteen inoltre si è reso protagonista di un show&tell per alleggerire con Calvin&Hobbes, sold out per quasi due anni ininterrotti, a Broadway, ma il Boss è il Boss, ragazzi, non c’è niente da fare. Il 99 segna l’anno della rinascita con i concerti di reunion della E Street Band culminati nel bellissimo Live in NYC del 2001 soprattutto in DVD. Poi ci sarà lo strepitoso The Rising, e il resto non è nemmeno più storia ormai, ma si divide tra mito&leggenda dei giorni nostri.

Ad ogni modo il postulato di estetica abbracciato da Keats e confutato in Joe’s Garage – la bellezza è verità – era già stato messo in discussione dagli U2 in The Playboy Mansion, 1998. Springsteen invece si è allineato alle intenzioni filosofiche di Kant in qualche maniera, arrivando a dire in No Surrender: I wanna sleep beneath peaceful skies in my lover’s bed, with a wide open country in my eyes and these romantic dreams in my head…il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.

While singin’ the blues, allora, a real Bob Dylan experience – e a scanso di equivoci, per non sbagliare, è meglio che ti fai una big babol: “the pump don’t work ‘cause the vandals took the handle” – Subterranean Homesick Blues, Bob Dylan, 1965.

 

Fonti: https://le-citazioni.it/frasi/176448-frank-zappa-informazione-non-e-conoscenza-conoscenza-non-e/

sinatra.com

elvis.com

zappa.com

bobdylan.com

brucespringsteen.net