‘L’eredità Rocheteau’. Il noir famigliare di Valeria Valcavi Ossoinack

È alla fine di ogni libro, che spesso ci si ricorda della prima riga letta. O quantomeno, aver sfogliato la prima pagina dopo l’ultima di questo romanzo, mi ha ricordato che la pista da seguire fosse stabilita dal principio.

Auto-pubblicato nell’aprile del 2023, L’eredita Rocheteau è un giallo dalle tinte chiaro-scure dove Valeria Ossoinack costruisce, con agilità e cura, una struttura narrativa che ruota attorno alle meschinerie ed i segreti di una potente famiglia alto-borghese. Il sugo dell’inchiostro? il rapimento del membro più fragile e scomodo di questa famiglia, eseguito alla lettura, ricezione e difficoltosa accettazione del testamento del potente Pierre Rocheteau, nonno della vittima e capofamiglia indiscusso.

Valeria Valcavi Ossoinack, autrice piuttosto produttiva, di gialli ne ha scritti diversi nell’arco della sua carriera. Quest’ultimo prende le mosse da una Parigi subdola e sofisticata.

Una Parigi che il lettore attraversa con una sorta di bussola in testa, seguendo indirizzo dopo indirizzo, le mosse e contromosse di tutti i personaggi coinvolti. Al centro dell’intrigo, tutta l’eredità. Un lascito importante ben oltre il fattore economico. Di fatto, l’autrice utilizza questo mezzo, accattivante e semplicemente funzionale ai fini di un giallo familiare, come una sorta di contrappasso dantesco che premia, punisce o salva le anime che tocca. Come se Pierre fosse il fantasma dickensiano dei Natali passati, presenti e futuri.

L’agilità di questa mossa autoriale è tutta riversa nella compostezza e rapidità dei capitoli, mai troppo estesi sebbene accurati. Quasi sempre efficaci a fornire quel minimo di informazioni utili per ricostruire, attraverso la lettura, quel puzzle intricato di tasselli che, come si apprenderà, erano stati scomposti e violentemente gettati nell’oblio anni ed anni addietro le vicende attuali. Tasselli di un puzzle che mai prima questa famiglia aveva tentato di ricomporre, semplicemente di capire.

Piena zeppa di dialoghi e capitoli composti da miriadi di virgolettati, il cuore della storia fluisce dentro le mura della prigionia. Interessante, a volte banalmente, è il fatto che si avverte una familiarità anche tra vittima e carnefice. Una familiarità emotiva, che coinvolge l’arte di cui si nutrono insieme, sebbene secondo diversi canali. La prigioniera è un’artista affermata, il carceriere un ammiratore.

Attraverso il loro dialogo, affettuoso per quanto sinistro, si torna indietro e lo si fa ogni volta che il sentimento dell’amore si mescola al terrore. Si rivive il passato della vittima, si tenta un’empatia con il suo presente e, minimamente, anche con quello dei suoi rapitori.

Dialoghi freddi, freddure e sarcasmi, invece, a dirigere il tempo presente. Più gretto e misero del bisogno assoluto di denaro. I personaggi possono essere divisi in buoni e cattivi. Non sono mai nell’ombra e pure vivono dell’ombra di loro stessi e dentro quelle esatte misure piano piano svelate.

I molti passaggi descrittivi, per l’appunto accurati e dettagliati, creano sufficientemente bene l’ambiente ideale per indirizzare il lettore verso la matrice dell’intrigo e tenerlo aggrappato alla sua propria immaginazione. Fino alla fine, senza pietà.

Il tutto, raccolto dentro sequenze fortemente visuali. Capitolo dopo capitolo, ci si ritrova dentro un nuovo appuntamento di una si quelle serie poliziesche a puntate in cui, nella finale, si rivela l’orrore assieme alla liberazione.

Quando poi, non troppo sorpresi ma ad ogni modo colpiti, si rilegge l’esergo e ci si ricorda che sì, Ossoinack ce lo avevo predetto attraverso le parole di Socrate: tutte le guerre sono combattute per denaro.

 

 

 

 

Véronique Ovaldé ci parla in esclusiva del suo nuovo romanzo Ragazza arrabbiata su una panchina di pietra

Pubblicato nel gennaio 2023 per Flammarion, Fille en colère sur un banc de pierre (Ragazza arrabbiata su una panchina di pietra) è l’ultimo lavoro della scrittrice francese Véronique Ovaldé nel quale c’è anche un po’ di Italia, ed in particolare la Sicilia.

Autrice prolifica ed editrice instancabile, è nota in Italia per le traduzioni a cura di “Ponte alle Grazie” che nel 2011 ha pubblicato “Quello che so di Vera Candida” – premio Renaudot nel 2010 – e l’anno successivo, “Vivere come gli Uccelli”, edito in Francia nel 2011.

È nel quadro della settima edizione del festival letterario marsigliese Oh, les beaux jours! che un gruppo di lettori ha intervistato la scrittrice a proposito del suo ultimo romanzo: una storia che attraversa due generazioni e una terribile tragedia familiare. Con grande ironia ed abilità narrative, Ovaldé racconta ancora la famiglia attraverso una lente d’ingrandimento universale: il silenzio che abita i rapporti.

Dopo quindici anni trascorsi lontana dalla sua famiglia, Aïda torna a Iazzia, l’isola della sua infanzia, che immaginiamo si trovi al largo della Sicilia, per seppellire suo padre, Salvatore, “Sua Signoria”. Aïda è la terza in una famiglia di quattro ragazze: Violetta, Gilda, Aïda e Mimì, questi i nomi che le ragazze devono alla passione per la lirica del padre, “uno di quegli uomini scontrosi e arrabbiati che trovano solo una parvenza di entusiasmo quando ascoltano Verdi”.

Il dramma si consuma durante la notte di carnevale quando la sorellina Mimì scompare, fatto di cui Aida è ritenuta responsabile. Al suo ritorno sull’isola, sua madre Silvia la prende per Mimì la scomparsa, alla quale non ha rinunciato dopo tanti anni di attesa. Le altre due sorelle, Violetta e Gilda, la accolgono con freddezza.

Aïda riallaccia i rapporti con Leonardo, che fu suo amante all’inizio del suo esilio palermitano. Nel programma di questo soggiorno ci sono la sepoltura dell’anziano, la visita al notaio, e soprattutto un grande flashback per Aïda, che ricorda i protagonisti della sua infanzia.

Il ricordo la conduce alle origini della sua famiglia. Cosa era successo a Mimì quella notte di carnevale in cui Aïda l’aveva accompagnata nella sua fuga notturna? È questo il mistero che muove il nuovo romanzo di Véronique Ovaldé.

Segreti, rimpianti, gelosie, sensi di colpa caratterizzano il romanzo, tratteggiando con incisività una famiglia ferita, completamente minata dalla scomparsa di uno dei suoi membri.

Avrebbe potuto rinunciare. Avrebbe dovuto rinunciare. Lo ripeté a se stessa un milione di volte in ogni anno successivo. Anche lei ebbe un’esitazione, forse era meglio restare, sdraiarsi nella stanza, ascoltare le altre due sorelle che gesticolavano nel sonno…

 

 Come nasce l’ispirazione? Qual è stata la scintilla che le ha permesso di scrivere questo libro?

Ho visto un’immagine. Una notte mi sono svegliata, come sempre faccio quando scrivo – perché io essenzialmente scrivo di notte – ed ho visto due bambine che tenendosi per mano sgattaiolavano fuori di casa. La più grande ha 8 anni, la piccola ne ha 6. Vogliono andare al Carnevale che da una settimana va avanti in quest’isola al largo della Sicilia. Un’isola immaginaria che pure è tipicamente mediterranea. Un’isola in cui il tempo è rallentato, dove il senso d’immobilità e d’inerzia è costantemente presente e pesante. Credo di aver immaginato una fuga. Infatti, il carnevale è proibito in questa famiglia classicamente patriarcale, composta da un padre austero, una madre accomodante e quattro figlie femmine. Le piccole fanno la bravata, ma al mattino ne ritornerà una sola che di lì in poi sarà ritenuta responsabile della sparizione dell’altra e vivrà come esiliata fino alla fuga vera e propria a Palermo. Rientrerà alla morte del padre.

Fondamentalmente, volevo parlare della famiglia, dei rapporti che si innescano in questo nucleo sociale che ci accomuna tutti, anche nell’assenza, se ci pensi. Ci ho messo quattro anni a scrivere questo libro e nel mentre, mio padre è morto.

 

Come ha lavorato sulla voce narrante, così intrusiva e presente che alla fine del libro lascia al lettore la libertà di decidere le sorti dei personaggi?

Devo dire che con questo libro ho autorizzato me stessa a dire “io” senza farmi personaggio. Credo si tratti di questo. Ho sempre dato vita, nella mia scrittura, a quella voce interiore che tutti abbiamo nel cervello e che ci dice cosa fare non fare e che commenta ogni cosa. Ecco, in questo romanzo forse le ho dato più spazio che al solito. Come dicevo, poi, io scrivo di notte. Verso le 3:00 o 4:00 del mattino. Un’ora in cui il silenzio ed il torpore mi lasciano una libertà che di giorno non riesco a vivere. Certamente, poi correggo e revisiono. Ma il cuore della mia scrittura è notturno.

Nei suoi romanzi è stata smesso rintracciata una componente di realismo magico. In “Fille en colère” abbiamo la mitologia familiare attraverso I capitoli  “Racconti e leggende Della famiglia Salvatore”. Cosa rappresenta, per lei il racconto come genere letterario?

Onestamente, in passato mi infastidiva essere definita narratrice piuttosto che scrittrice. Poi ho realizzato che i racconti fanno parte della vita di ciascuno di noi, ben Al di là dell’esercizio della lettura. Abbiamo I racconti familiari, I racconti prima di andare a dormire. La vita stessa è un racconto ed io ci tengo che sia chiaro che quando scrivo, sono io che sto raccontando una storia.

Interessante, dal momento che il sentimento che si scatena una volta terminato quest’intreccio familiare è che di tutti gli scambi che i personaggi hanno intrattenuto non resta che un profondo non-detto. Posto che il romanzo voglia raccontare di una sparizione, della fine dell’infanzia, denunciare una violenza psicologica, non è forse vero che lei parla soprattutto di silenzio?

Mi piace quest’interpretazione. Beh, parlo dei segreti, di come nascono e di come restano tali. Certamente con la sparizione di Mimi sparisce anche l’infanzia, ma non solo la sua. Infatti un confronto vero e proprio non avviene mai, nemmeno alla fine, quando i nodi familiari si sciolgono o forse si intrecciano ancora di più. Ma l’ho voluto io questo silenzio finale, che pure è pungente. In fondo, per quanto archetipici siano, questi personaggi sono soprattutto complessi.

 

Traduzione  dal francese a cura di Fortuna Maiolini.

‘Nessuna come lei’ di Sara de Simone. Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia

Con “Nessuna come Lei”, Sara De Simone, vicepresidente dell’Italian Virginia Woolf Society, penna critica del Manifesto e traduttrice, ha dato luce ad aspetti solitamente poco esplorati, vagamente raccontati o clandestinamente trasmessi, non solo della biografia delle due grandi autrici Mansfield e Woolf, ma di una certa storia della letteratura che ha a che fare con le abitudini, i canoni e le convenzioni sociali, così come le abbiamo ereditate.

 La scena che troppo spesso non figura nella storia della letteratura è quella di due donne – due scrittrici – che parlano dei propri libri […] e si guardano negli occhi, e si temono, e si ammirano. E sono amiche

Pubblicato nel gennaio di quest’anno per i Colibrì di Neri Pozza, Nessuna come lei è un’autentica biografia di un’amicizia che al contempo racconta di un quotidiano tanto difforme – per quanto radicalmente simile – due vite da scrittrici perfettamente parallele.

Con serietà, accortezza e intelligenza, Sara de Simone restituisce gli anni del fervore artistico e intellettuale europeo del XX secolo. Dal 1916 al 1941, aneddoti intimi e mondani si intrecciano alla storia letteraria e sociale. Ai carteggi – significativamente importanti ai fini delle relazioni intrattenute dalle due scrittrici non solo fra di loro, ma anche con le persone coinvolte nelle loro vite – si aggiungono i diari, gli esimi testimoni di quello che risulta essere il fulcro vitale del libro, la sua ragione d’essere. In poche parole, la volontà di restituzione di un’ostinazione verso il vero, di una ricerca essenziale – ai limiti dell’ossessione – della verità non solo artistica, ma anche umana.

Una verità che De Simone ha voluto illuminare, raccontare – finalmente – dalla parte delle donne. Due, queste, che risultano irraggiungibili a loro stesse e fuse allo stesso tempo. Parallele perché in una condivisione quasi timida e tacita di una fragilità e sensibilità impareggiabili. Entrambe soffrono, si ammalano, vivono una posizione orizzontale che, nella costrizione, trasformano in azione creativa, in ricerca di quella stessa cosa che è uno sguardo differente che verte sulle differenze.

Sara De Simone lo racconta lungo tutto il libro, senza troppo ripeterlo, quanto la ricerca del vero di Mansfield e Woolf abbia abitato i loro inchiostri, immortali e discussi, sinfonici e vivifici, di falsa invidia e forse, pura gelosia.

Un lavoro di ricerca mastodontico, “Nessuna come Lei”, che in sostanza serve due voci umane di donne pilastro nella storia della letteratura. Il risultato di questa ricerca, secondo la penna di chi scrive, è che una delle due voci, quella di Virginia Woolf, che quasi si invocherebbe a mainstream – da postuma influenza la ricezione dell’altra, di Katherine Mansfield che, a sua volta, ha fatalmente viaggiato davanti, ha influenzato la scrittrice che Woolf è diventata.

Ci si augura che a questo saggio biografico ne seguano altri. Che pubblico resti, questo amore per le parole, il loro peso, il loro infinito silenzio.

«Entrambe mettevano la letteratura al primo posto. E questa non era un’affinità come un’altra: era tutto. Era come essere partecipi di un rito segreto, come camminare sulle stesse zolle di terra incandescente, dove nessun altro osava avventurarsi».

«Mio Dio, Virginia, adoro pensare a te come un’amica». – Katherine Mansfield

 

 

 

‘Trappola morale’, il romanzo giallo di Roberta Bobbi

“Trappola morale” è l’ultima creatura letteraria nata dalla penna della scrittrice umbra Roberta Bobbi, classe 1964 e già autrice di diverse pièces teatrali oltre che di fiction letteraria. Pubblicato da La Torre dei Venti nel gennaio di quest’anno, il romanzo è un giallo psicologico.

Il titolo, direttamente attraente secondo i dettami del mistero fittizio, suggerisce da subito un’immersione in quella che è una trama colma, forse al limite, di violenze subite e sorbite, schivate ed accolte, mai esplicitamente dette, ma che pure hanno un impatto decisivo su ogni pagina di cui si compone lo scritto.

In breve la trama: al centro della misteriosa e momentanea scomparsa di una giovane donna avvenuta in seguito al suo incidente d’auto in piena notte, altre due donne si ritrovano coinvolte nel caso. Innocenti a un tempo per l’occasione fortuita, eppure colpevoli per l’infelice egoismo che le protegge e reclude dal mondo.

Sono elementi questi, oltre agli effettivi indizi tra cui la rintracciabilità di un cellulare ed un numero a quel cellulare connesso, che gioverebbero al commissario De Sanctis per affermare il suo potere di poliziotto e risolvere quello che, alla fine della storia, è un caso di rapimento nella sua sola confusa mente frustrata.

Quella che rappresenta me mostra una donna dal sorriso bonario tinta di bruno. Chissà chi è e se lo sa che mi presta la faccia perché io mi vergogno di metterci la mia.

In Trappola morale, Roberta Bobbi sembra adottare il genere giallo per scherzo, per giocare con la sua storia, come per innescare una valida scusa per la messa in scena di ogni pura formalità creando una matassa che durante la lettura si sciorina in ventinove capitoli, ciascuno a sua volta depositario della vita e della storia di ognuno dei quattro personaggi ed insieme, delle ore di convivenza delle sorti – dentro la pagina – di queste quattro anime in pena.

Tutti i personaggi si ritrovano legati a forza da una storia che non ha spina di per sé, che non riguarda nessuno di loro e che pure ha che fare col buon senso, con i principi dell’agire umano, qui più o meno tragicamente stroncati all’infanzia e decostruiti quando presenti a brandelli.

Fitto di dialoghi, riflessioni, salti temporali ed interessanti espedienti spaziali – si veda ad esempio il museo dei climi in cui De Sanctis resiste ad una crisi esistenziale – Trappola morale, in virtù della sinossi stessa, ha una costruzione insolita, non convenzionale e forse troppo ambiziosa.

Una delle donne parla in prima persona e sembra proprio che parli o che scriva su un diario di tutto quello che le accade o le è accaduto – , a tal proposito, ci si domanda se lo faccia davvero –  mentre per gli altri, Roberta Bobbi si serve di una terza persona che chiaramente solo conosce i confini dello sguardo a cui presta voce. Una trovata che forse ha le radici nella scrittura per il teatro, quella di raccontare in terza persona il solo universo di ciascun io a lei affidato.

Questo perché ciascuno dei personaggi, pur nelle descrizioni, non sa andare oltre se stesso e dunque deforma costantemente il reale – sebbene non senza differenti sforzi – affidando ogni volta la colpa all’altro da sé in un tentativo di giustificare le proprie azioni per decisa mancanza di responsabilità.

Di qui il senso di soffocamento, di frustrazione e insofferenza che è onnipresente nel romanzo, poco importa la declinazione dei verbi ed il loro tempo. Probabilmente con una costruzione più omogenea, la lettura risulterebbe meno snervante. Nonostante questa lieve disomogeneità, si ha l’impressione che sia la composizione stessa, spezzettata e a volte monca, a rendere i personaggi coinvolti, delle persone “malate”; chi di noia e di paura del giudizio, chi di potere, chi di sensi di colpa. Tutti di mancanza d’affetto. Tutti hanno a che fare col peso delle loro scelte, dei loro fallimenti, col peso della forza che agisce su ciascuna delle loro debolezze.

Tuttavia, una sorta di evoluzione – o involuzione – avviene, un movimento che, sebbene non sposti l’asse centrale di nessun personaggio – i cambiamenti sono superficiali, del tutto marginali – pure svela il mistero mastice per quello che è ovvero una grossa perdita di tempo e di energie, una possibilità di mettere in discussione, per ciascuno, la propria prospettiva.

Una possibilità mancata, per cui, alla fine, tutto è stato un altro niente da dimenticare. Ognuno torna alla propria vita ed il lettore conserva un’ironica amarezza e rassegnazione nella quale tutti noi possiamo rivederci, tra momenti intimistici e azione, i due principali cardini dell’esistenza umana. RobertaBobbi è abile nel creare curiosità intorno al destino dei suoi personaggi, o meglio delle sue tre protagoniste; chi infatti riuscirà ad affrontare le proprie paure e ad uscire dal guscio della solitudine?

L’autrice

Roberta Bobbi nasce a Narni, in Umbria, nel 1964. Si trasferisce poi a Roma dove intraprende studi di recitazione e di drammaturgia. Scrive dapprima alcuni testi teatrali tra cui Ustascia, prodotto e messo in scena dalla Compagnia Beat 72 e La farina del diavolo, allestito dal Teatro Argentina. Nel 2016 pubblica, insieme ad un’altra autrice, il romanzo Da principio venne il diavolo, firmato Agatha Beta e pubblicato da Walkabout Agency. Nel 2018 pubblica il romanzo Velia, amorevole estetista delle salme con La Caravella Editrice. Nel 2022 collabora con un suo racconto all’Antologia Scritti per gioco edito da Ronchetti Editore. Sempre nel 2022, con un altro racconto partecipa all’Antologia Estate in cento parole edito da Giulio Perrone.

‘Nemmeno una virgola’, il fortunato romanzo d’esordio di Guido Domingo

Guido Domingo esordisce felicemente con la giovane casa editrice Pathos, intitolando la sua prima fatica Nemmeno una virgola (2021).

Protagonista della vicenda è la Vecchia, una signora anziana, da anni rimasta vedova, sola, che non si aspetta più nulla dalla vita se non morire. Con quella che è chiamata la Figlia non hanno da anni un gran rapporto. Le giornate dell’anziana sono tutte uguali, senza sorprese e slanci.

La donna ha buoni rapporti con il Vicino, che a volte le fa compagnia e l’aiuta con dei piccoli lavoretti. Un giorno l’uomo sta aggiustando la maniglia del frigorifero, quando, sistemando un pannello, trova 300.000 delle vecchie lire e, nei meandri delle interiora dello sportello rotto, scova infatti una busta postale ingiallita con su scritto un numero di telefono e al cui interno sono riposte trecentomila lire del vecchio conio.

Un espediente, questo, che mette in gioco il presente della Vecchia e inevitabilmente tutto il suo essere una Vecchia imprigionata nella propria routine.

Voleva davvero turbare quella monotonia in cui tutto sommato si sentiva protetta e al sicuro?

In breve: la Vecchia riconosce la scrittura del marito, è confusa, agitata, vorrebbe sapere, ma indugia. Eppure la Vecchia è una donna curiosa, ha letto molti libri, da ragazza ha abbandonato il paese per l’euforia cittadina –non senza rimpianti presenti– ha un cuore che una volta sapeva essere impaziente. Si decide, telefona. Dall’altra parte della linea le risponde una giovane donna, è un’insegnante che vive in affitto presso quell’abitazione cui fa voce quel numero fisso. Si interessa alla Vecchia e le fa sapere che la linea fu riattivata in tempi in cui le lire non esistevano già più.

La Vecchia non lo sa, ma l’autore ha tirato una bella mano ai dadi e, mentre lei trascorre notti insonni temendo questa sorta di scintilla che le acceca i pensieri tra le mani, uno sconosciuto richiama quel numero cercando tal Martinoli. L’insegnante informa la Vecchia, la Vecchia informa la Figlia.

La Vecchia adesso sa, adesso ricorda, adesso è connessa e la scintilla può diventare energia.

In quello che è forse il capitolo che meglio raccoglie l’agilità dell’autore nel cambiare registro e colori durante la costruzione della storia e dei personaggi – restando comunque fedele ad uno stile delicato, quasi dipingesse a colori pastello – si scopre che il rifugio Martinoli, ai piedi del Monte Rosa, è il luogo dove la Vecchia, appena maggiorenne, incontrò il suo futuro Marito e se ne innamorò. Ricorda, la Vecchia, che il Marito voleva tornarci per festeggiare il loro ventesimo anniversario di nozze, ma non fecero mai in tempo, morendo lui prematuramente, lasciandola vedova ad invecchiare da sola.

Ricorda e, come sembra suggerire l’autore, la memoria è vita.

Di fatti, la Vecchia si ostina, si fa coraggio e va. Ci prova, almeno. Fallisce il primo tentativo, troppo difficoltoso da sostenere da sola, per lei che non era più uscita nemmeno a gettare la spazzatura. Per lei che aveva dimenticato di ricordare.

Qui l’autore dà un ulteriore prova di sensibilità e indiscusso talento perché in realtà dà voce ad un corpo più che a un personaggio e non scade mai nel patetico raccontando i pochi, dolenti passi che questo corpo compie coraggiosamente pesando a se stesso e nel terrore di pesare agli altri. La Vecchia infatti torna a casa e si deprime. La Figlia non capisce, si allontana, è arrabbiata e la si immagina come un fascio di nervi dal cuore indurito e dolorante.

Passano diversi giorni e saranno il Vicino e l’insegnante ad accompagnarla al rifugio. Gli ultimi capitoli sono dedicati a questo viaggio verso la natura, verso l’immutabile bellezza senza età che desta meraviglia e la scatena, che ci rende tutti uguali nelle nostre differenze. La Figlia andrà a cercare sua madre in montagna, la ritroverà come forse non l’aveva trovata mai. E la morte arriverà come alleata della vita, quando la Vecchia, la Figlia, il Vicino e l’insegnante avranno saputo cosa vuol dire un ri-torno.

Il romanzo di Domingo può annoverarsi tra i migliori libri sulla vecchiaia della contemporaneità insieme a La tentazione di essere felici e Resto qui di Marco Balzani. La Vecchia risulta essere un personaggio molto riuscito, affascinante, che alla fine della sua “avventura” sembra fare sue le parole di T.S. Eliot: <<Noi non cesseremo l’esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere laddove siamo partiti e conoscere quel posto per la prima volta>>.

 

Amazon.it: Nemmeno una virgola – Domingo, Guido – Libri

‘L’Adriatica scorre negli anni ’80’. Il soft thriller del fotografo Marco Guidi

“L’Adriatica scorre negli anni ’80” è il primo romanzo scritto e pubblicato nel giugno di quest’anno, dal fotografo romagnolo Marco Guidi, classe 1992 e pubblicato da Dialoghi Edizioni.

Di netta ispirazione cinematografica, il libro vuole essere un romanzo che, attraverso la morte, possa celebrare la vita riflettendone il tragicomico gusto. Un soft thriller, volendolo dotare di una specifica collocazione.

La trama è piuttosto semplice: una spensierata comunità romagnola, così precisamente descritta quasi ci si trovasse a sfogliare un massiccio album di fotografie con mappe geografiche incluse in didascalia, si trova a fare i conti con se stessa e prendere decisioni più o meno importanti in conseguenza allo scandaloso ed efferato omicidio ai danni di una “escort polacca” di zona, Alena.

Nello sgomento chiacchierato negli storici locali di Gatteo, cuore della vicenda e della Romagna –come l’autore ci tiene a ripetere – si innescano diverse reazioni collettive e soggettive che Guidi racconta senza sosta attraverso l’espediente delle indagini.

Ovvero: se da una parte c’è la polizia locale, grettamente provinciale, che ammanetterà un innocente – “lo scemo del villaggio” – per poi ammettere l’errore e scagionarlo, dall’altra c’è un irriducibile gruppo di amici, capitanato dall’unico personaggio di cui si distingue più o meno la voce – Max Bellavista – il quale è determinato a vederci più chiaro. Tra fittizi colpi di scena e un genuino, appassionato coraggio, il mistero verrà risolto, il colpevole reso alla giustizia, l’amicizia trionferà e dal letame nascerà un fiore.

Il tutto, inclusi i pensieri sparsi di Max Bellavista nel mezzo di questa ampia storia corale, viene scandito nel numero di sessantasei capitoli che si susseguono in modo abbastanza rapido.

Alena non era come le altre: essere una vera escort significava essere un po’ amica e un po’ psicologa. Per alcuni un po’ madre, in una spinta e a volte drammatica commedia di stampo edipico.

Somigliano, questi sessantasei scompartimenti in cui è confezionato il racconto, a delle immaginifiche inazioni. Sono ritratti di personaggi, per lo più maschili, intenti ad assaporare le delizie della vita materiale, del desiderio inteso come impulso vitale e che in vita li tiene tutti, anche a costo della morte. Tra sesso e vino, donne e motori, musica in luoghi sicuri perché d’immancabile ritrovo, ciascuno di loro, dotato di un’identità perché ognuno chiamato per nome e cognome – quando non per soprannome – sembra appartenere a una gigantesca fotografia collettiva. Fotografia che, attraverso la parola scritta di Guidi, restituisce se non altro alcuni odori, sapori e costumi di un paesaggio decisamente umano. Marco Guidi lo presenta del tutto romagnolo.

E forse risiede qui, la pecca di tanto affetto. Perché se da un lato si sorride e si incoraggia l’esaltazione – ai limiti della ridondanza – di una porzione di terra tanto amata, dei suoi innumerevoli personaggi, dei loro ricordi che inoltre spostano l’azione da un preciso presente a puntuali episodi, dall’altro l’esaltazione è puramente autoreferenziale. Come se l’autore, nel probabile tentativo di sciogliere il proprio io in quella dei vari personaggi – si tratta di un romanzo – e dunque di tradurne il pensiero, per cui anche il linguaggio, non riesca a creare voci capaci di parlare ciascuno la propria lingua. Una ce n’è, come accennato, e trova ampio spazio nelle parole affidate ai capitoli- pensieri di Max Bellavista, personaggio mastice e silenziosamente eroe della combriccola.

Si ha l’impressione, a volte, che nulla di ciò che accada stia accadendo, come fosse un sogno. Che il giallo si trovi nei colori della chioma bionda di Alena, unico personaggio dallo spessore diegetico differente, per quanto tipicamente ritratto come femminile. Celebrata nell’assenza, resta nei pensieri di tutti e tutte. Le sue azoni, sono affidate agli uomini che l’hanno toccata, desiderata, uccisa. I personaggi femminili, spesso le mogli o le figlie di qualcuno, non intervengono mai, se non quando attrici del proprio destino di seducenti amanti, amiche, mamme e psicologhe. Solo Barbara, hacker per passione, ha un certo peso ai fini della risoluzione del mistero ed agisce con gli uomini e come un uomo.

Peccato, dal momento che nella nota dell’autore, in calce al romanzo, Marco Guidi dichiara di aver voluto spolverare la visione bigotta che si può avere della donna. Una nota che stona irrimediabilmente con la narrazione. Per lo meno, nei riguardi dell’approccio verso quello che Guidi chiama “l’universo femminile”.

Se con “L’Adriatica scorre negli anni ‘80”, l’autore  aveva in cuore di restituire, attraverso le parole il suo lavoro di fotografo, ha certamente centrato il bersaglio. In definitiva, i moltissimi personaggi, troppi forse per un romanzo che muove le istanze da un giallo, restano sagome più o meno sottili: Figure immobili, evanescenti per quanto vogliose di vita. Questo, perché lo scavo psicologico nei meandri del passato di vittime e carnefice, che pure avviene e si pretende dalla lettura di un thriller, non trova sbocchi che destino un pensiero empatico, una certa profondità. Sono risolte, queste indagini dell’animo, con episodi superficialmente rappresentativi di una certa, scontata natura.

Ma la natura umana è vasta, infinita nella sua finitezza. E Marco Guidi questo lo sa. Perché che la vita non muoia, l’autore ne dà ragione di scrivere, trovando modo, nell’intreccio finale, di creare un nuovo capitolo non scritto e che pure è chiaramente un rinnovarsi della vita.

In sostanza, si potrebbe asserire che più che un romanzo, “L’Adriatica” somigli piuttosto a una stravagante base per la sceneggiatura di un film. I personaggi, attraverso i loro stessi volti, le loro espressioni, i loro movimenti avrebbero forse più ragione d’essere, invece che trovarsi rappresentanti, come alla fine risultano, di un determinato voluttuoso paesaggio, di una certa tradizione tutta italiana.

Nonostante le buone intenzioni, parzialmente soddisfatte durante la lettura, si invita l’autore a distaccare il suo occhio di fotografo, chiaramente allenato e devoto, in sostegno di una più decisa consistenza nel rappresentare la finzione letteraria.

 

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