“Slowhand”: la nona vita di Eric Clapton

Dopo una disordinata ma straordinaria carriera spezzettata in brevi ma fondamentali esperienze, Yardbirds, Bluesbrakers, Cream, Blind Faith, Derek And The Dominoes, Delaney & Bonnie e collaborazioni di lusso (The Beatles, Plastic Ono Band, George Harrison), Eric Clapton, forse uno dei più significativi chitarristi del rock, decide di prendere in mano il suo avvenire. Dotato di un talento ed una passione per il blues fuori dal comune, ma anche di un carattere difficile che lo porta ad una continua ma vana ricerca di un assetto stabile, Manolenta nel 1970 pubblica l’omonimo album solista che pur contenendo ottimi spunti non stupisce ed entusiasma più di tanto. Dopo altri tre album (461 Ocean Boulevard, There’s One in Every Crowd, No Reason to Cry) in un crescendo quasi rossiniano, arriva la consacrazione nel 1977 con la pubblicazione di Slowhand. Abilmente sospeso tra brani originali e cover di grande prestigio, quest’album presenta un miscela esplosiva di blues, rock e pop che ottiene il consenso del pubblico e nel contempo dimostra la sua grande maestria a confrontarsi con generi diversi.

“L’unica pianificazione che faccio è circa un minuto prima di suonare. Cerco disperatamente di pensare a qualcosa che potrebbe essere efficace, ma non mi siedo mai a lavorare nota per nota”.

Da sottolineare il grande istinto di Clapton a scegliere brani adatti alle sue corde che lui, grazie ad un talento musicale mostruoso, lancia nelle classifiche e nell’immaginario collettivo. Ne è un esempio lampante Cocaine, in apertura di album, che composta ed incisa in origine da J.J.Cale, nelle sue mani diventa più famosa dell’originale, come accaduto anni addietro per I Shoot The Sheriff di Marley.

Eric Clapton e Pattie Boyd

La buona vena compositiva si conferma nel gioiello pop Wonderful Tonight, sognante ballatona dedicata alla moglie Pattie Boyd, il cui riff è tutt’ora un esercizio fondamentale per ogni aspirante chitarrista e nello pseudo-country di Lay Down Sally, perfetta canzone da viaggio, dominata da un poderoso arpeggio “in staccato”. Il reaggae (di moda in quel periodo) ed il blues si fondono come per miracolo in Next Time You See Her, che pur avendo un tono calmo e rilassato, nel testo risulta carica di minacce per un avversario in amore. Il riverbero e le voci soffiate caratterizzano We’re All The Way, dolente canzone d’amore cantata in duetto con Yvonne Hellman, come pure l’energica The Core, disegnata da un potente distorsore e dall’alternanza tra timbro maschile e femminile. Il country rock alla Eagles, di stampo tipicamente californiano, emerge in May You Never  a cui mancano solo i cori di Don Felder e Glenn Frey per essere un singolo spacca classifiche. Per una i lancinanti assolo di Manolenta sono lasciati da parte per far posto alla morbidezza della chitarra acustica e alla dolcezza dell’organo. Le cose cambiano quando si passa al puro blues di Mean Old Frisco storico pezzo di Arthur Crudup in cui a farla da padrone è, ovviamente, la slide guitar. La strumentale Peaches And Diesel chiude l’album con garbo ed ironia dal momento che in esso è contenuta un autocitazione di Wonderful Tonight. Grazie a questa scaletta “mista” ed esaltante, Slowhand si arrampica in cima alle classifiche e riceve ottime recensioni da parte dei critici di mezzo mondo. E’ un album di gran classe, perfettamente arrangiato ed inciso, il cui unico difetto, se proprio se ne vuole trovare uno, è l’eccessiva “commercialità”. E’ talmente perfetto da sembrare studiato apposta per vendere copie e far soldi. In ogni caso Clapton dimostra di aver trovato un suo equilibrio e di essere un musicista a tutto tondo, non solo un bluesman. Il suono della sua Strato è meraviglioso, in grado di passare con la stessa efficacia dal “pulito” più languido al “distorto” più rude. Anche la voce si adatta meravigliosamente alla qualità dei brani passando dai toni morbidi dell’amore ai graffianti registri del blues. Lo specchio dell’anima di Eric Clapton, del carattere erratico e apolide di Manolenta. Forse il suo miglior album, senza dubbio un album che bisogna avere ed amare per capire le mille sfaccettature di un artista unico.

“Senza Orario Senza Bandiera”: l’uomo secondo i New Trolls

Senza Orario Senza Bandiera-Fonit Cetra-1968

Il 1968 è stato un anno particolare in quasi tutto il mondo. La contestazione studentesca, le battaglie per i diritti civili, il Vietnam, la liberalizzazione dei costumi, le droghe, hanno reso quest’anno un punto di svolta cruciale per la storia del XX secolo. E’ stato altresì un anno di grande fermento intellettuale, culturale e musicale; è perfettamente inutile ricordare il numero di capolavori usciti in questo anno magico da una parte all’altra dell’Atlantico. In Italia, sebbene in maniera molto più blanda, alcune di queste istanze si sono fatte sentire ed uno dei dischi in cui sono maggiormente presenti è senza dubbio Senza Orario Senza Bandiera, storico debutto dei genovesi New Trolls, uno dei gruppi più importanti del progressive rock italiano. Già nota al grande pubblico per singoli di successo quali Una Miniera, Quella Musica, Visioni, la band capitanata da Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo ha più volte fornito prova di grande perizia tecnico/compositiva unita ad un’abilità vocale fuori dal comune, ma per l’esordio discografico vero e proprio sceglie di avvalersi della collaborazione di due “pezzi da novanta”: i concittadini Fabrizio De Andrè e Riccardo Mannerini che forniscono testi di grande impatto emotivo e poetico. Per la parte musicale si rivolgono a Gian Piero Reverberi già arrangiatore e compositore di grande successo. Il risultato è un concept album composto da dieci memorabili brani uniti tra loro da intermezzi musicali di grande bellezza e forza concettuale che rendono quest’opera un viaggio dell’Uomo alla ricerca di se stesso, della propria realtà e della propria storia. Un tuffo nell’animo umano effettuato senza preconcetti o idee di fondo, “senza orario senza bandiera” appunto.

“Andrò ancora per le strade del mondo con occhi sinceri/Cercherò ovunque il dolore la gioia dell’uomo” (Andrò Ancora-New Trolls-1968)

Il percorso si apre con la semi-acustica Ho Veduto, in cui l’andare per il mondo si trasforma in un’esperienza catartica di grande valore culturale e si prosegue con Vorrei Comprare Una Strada in cui la dimensione del sogno si trasforma in un rifugio dalle bruttezze della realtà. Signore Io Sono Irish affronta il tema della Fede attraverso gli occhi puri e l’ingenuo ottimismo di un operaio profondamente religioso mentre la solitudine assume le sembianze di Susy Forrester, persa nel suo assurdo narcisismo e nella sua irragionevole altezzosità. Il lato A si chiude con la forza dell’amore in grado di far dimenticare perfino gli inganni e le perdite al gioco in Al Bar Dell’Angolo. Il contrasto tra il progresso inarrestabile della civiltà umana e i valori che sono alla base della vita emerge in Duemila in cui la figlia di un pescatore guarda a bocca aperta le sue scarpe mentre i razzi volano nel cielo alla ricerca delle stelle. L’orrore della guerra è rievocato nel drammatico dialogo tra due ex marine in Ti Ricordi Joe?, mentre il pacifismo si veste delle accorate parole di Padre O’Brian, che chiede di destinare una parte dei fondi destinati agli armamenti per aiutare i lebbrosari; la timidezza paralizzante rivive nella figura dell’innamorato Tom Flaherty, incapace di dichiararsi e il grido di speranza finale è affidato ad Andrò Ancora, che riprendendo il motivo di Ho Veduto, chiude il viaggio.

I New Trolls con Fabrizio De Andrè

New Trolls, De André, Mannerini per un album che unisce  rock viscerale e genuino cantautorato

Tematiche universali, difficili da trattare che il duo De Andrè-Mannerini ha saputo affrontare disegnando personaggi in cui è molto facile rispecchiarsi dal momento che rappresentano archetipi delle pulsioni umane nascoste in ognuno di noi. A dar forza alle parole interviene la musica composta dai New Trolls in grado di unire il rock più viscerale al cantautorato più genuino facendo di quest’album una sorta di unicum nel panorama musicale italiano. Una curiosa e riuscita commistione tra chitarre distorte e poesia che dimostra l’altissimo grado di ispirazione degli autori e la validità del progetto. La parte del leone è ovviamente riservata agli stessi New Trolls che grazie alla loro vocalità (su tutte il timbro roco di De Scalzi e gli inarrivabili vertici di Di Palo) fatta di complesse armonie, soffici cantati, strepitosi falsetti non fanno rimpiangere i più famosi gruppi anglosassoni del periodo. Sarebbe ingiusto, tuttavia, limitarne la grandezza alle sole parti vocali, dal momento che anche dal punto di vista strumentale meritano un encomio, su tutti la batteria di Gianni Belleno, il basso di Giorgio D’Adamo e l’organo di Mauro Chiarugi. Un album atipico ma sensazionale in grado di coniugare alti valori poetici e tematici con il pop ottenendo grande successo di pubblico e di critica, a dimostrazione che alle volte quelle che possono sembrare idee assurde possono trasformarsi in splendide e durature realtà.

“Grace”: un angelo di nome Jeff Buckley

Che Jeff Buckley fosse un predestinato era chiaro fin dall’inizio. Figlio d’arte, il padre Tim Buckley era uno dei cantautori più innovativi del rock e la mamma, Mary Guibert una discreta violoncellista. Cresciuto a pane e musica, riceve in eredità dal padre una voce incredibile, bellissima, angelica ed uno spiccato senso per la sperimentazione. Dopo diversi anni on the road in cui affina sia la sua tecnica chitarristica che compositiva, Jeff approda ai Bearsville Recording Studio dove, sotto al guida di Andy Wallace (già produttore dei Nirvana) registra il suo folgorante debutto per la Columbia Records. Con l’ausilio di un pugno di musicisti scelti personalmente dall’autore (Mick Grondahal al basso, Matt Johnson alla batteria e Gary Lucas alle chitarre) prendono forma tra quelle mura le dieci magnifiche canzoni che andranno a comporre la scaletta di Grace.

 “il mio disco preferito del decennio” (Jimmy Page)

Pieno di dissonanze, fusioni, commistioni, Grace è senza dubbio uno degli album più importanti di fine millennio. La jazzata Mojo Pin offre un lampante esempio di tale ecletticità con continui cambi di tempo e delicati fraseggi uniti a distorsioni lancinanti. Gli umori grunge della title track con il suo famosissimo riff in apertura di canzone, la tenerezza obliqua di Last Goodbye, lo splendente dolore di Lilac Wine, le magistrali esplosioni strumentali in So Real, l’incredibile performance per sola chitarra e voce di Hallelujah (composta da Leonard Cohen), una delle migliori cover di sempre, la splendida ballata Lover, You Should’ve Come Over, la dolcezza infinita di Corpus Christi Carol, il torrido rock di Eternal Life, la magia di Dream Borthers, ne fanno immediatamente un capolavoro ed un’opera che trascende le definizioni consuete di rock e pop.

Jeff Buckley

Jeff Buckley e la carica emotiva di Grace

Sicuramente lontano dalle mode musicali del periodo in cui è stato composto e pubblicato, è tuttora un album che stupisce per la freschezza, l’originalità e la carica emotiva che riesce a trasmettere. Passionale, implorante, rabbioso, nelle sue note possono essere rintracciate tutta una serie di emozioni capaci di travolgere chiunque si avvicini al disco, anche per un ascolto superficiale. Mai titolo fu più azzeccato Grace, grazia, a testimonianza di una ispirazione e una abilità rare a trovarsi in una opera prima. Stupisce la maturità di Buckley come compositore ed interprete, la bellezza degli arrangiamenti misurati e studiati per mettere in evidenza una voce a dir poco straordinaria. E’ proprio la voce a colpire l’ascoltatore, a scatenare sensazioni fortissime grazie alla capacità di trasformarsi da urlo di dolore in flauto angelico, di farsi roca e disperata per poi divenire un suono purissimo in grado di raggiungere vette inarrivabili; duttile, modulabile, fragile, potente, paragonabile per bellezza forse solo a quella di Demetrio Stratos  (ma Stratos era più “tecnico”), senza dubbio tra le migliori che si siano mai sentite in un album di musica leggera. Per queste caratteristiche “uniche”, Grace ottiene un consenso unanime di pubblico e di critica. Il successo porta l’autore a tenere una monumentale tourneè che lo terrà occupato per i successivi due anni, dal 1994 al 1996. Al rientro comincia a lavorare al disco che ne avrebbe dovuto decretare la definitiva consacrazione, Sketches for My Sweetheart the Drunk, ma un tragico destino pone drasticamente fine alla breve carriera di Buckley, quando il 29 maggio 1997 muore per affogamento nelle acque del Wolf River, trasformandosi definitivamente in “una goccia pura in un oceano di rumore” (Bono Vox).

Addio a Prince

Prince, al secolo Prince Roger Nelson, ci ha lasciato oggi, 21 aprile 2016, in questo anno incredibilmente luttuoso per la musica. Una delle icone degli anni ’80, per anni pretendente al titolo di “re del pop” in contrapposizione con Michael Jackson, se ne è andato in un silenzio che stride col vigore della sua produzione musicale. Produttore, polistrumentista, musicista colto e raffinato, sperimentatore, attore, Prince è stato colui che più di tutti ha svecchiato la black music, traghettandola direttamente nel nuovo millennio. La sua miscela di funk, soul, pop, ha creato un suono nuovo e innovativo e la sua immagine fortemente erotica e sessualmente ambigua ne ha accresciuto a dismisura il fascino e la notorietà anche grazie a testi dal contenuto esplicito e dissacrante. Spesso in contrasto con l’industria discografica (sono notissime le sue esibizioni con la scritta Slave sulle guance o i suoi numerosi pseudonimi: TAFKAP, The Artist), il genio di Minneapolis, ha ampiamente dimostrato di volere il controllo totale sulla sua produzione fregandosene delle logiche di mercato. In una discografia imponente è molto difficile scegliere un solo titolo quale esempio del talento di questo formidabile artista quindi abbiamo deciso di recensire quello che è forse il suo album più famoso: Purple Rain. Uscito nel giugno del 1984 quale colonna sonora dell’omonimo film (certamente meglio il disco della pellicola), che vedeva proprio Prince quale attore principale, contiene al suo interno un universo sonoro capace di spaziare da Jimi Hendrix a James Brown per arrivare alla disco degli Chic:

Mentre Jackson, al pari di Stevie Wonder, può essere considerato il più alto livello della black identity capace di piacere anche al pubblico bianco, Prince è qualcosa di completamente nuovo. Il suo personaggio, così come la sua musica, sono figli bastardi delle due culture, una perfetta fusione tra il lessico più aggressivo dei neri (funky, rhytm’ n’ blues, electric boogie) e il nuovo rock bianco. Tra le due componenti non c’è alcuna contrapposizione. Si tratta forse del primo prototipo di una cultura di frontiera del tutto nuova, che confonde le sue identità razziali, ma che riunisce le ceneri del dopobomba, il narcisismo dandy della new wave elettronica, la violenza delle minoranze etniche. Prince è di quelli che sembrano nati già col marchio della grande star. In un certo senso lo era già ai suoi esordi” (La Repubblica 19 settembre 1984)

Prince e il suo rock infuriato

Il rock infuocato di Let’s Go Crazy, i bassi pulsanti di Take Me With U, l’inarrivabile falsetto di The Beautiful Ones, l’elettronica di Computer Blue, i tormenti sessuali di Darling Nikki, l’incredibile When Doves Cry, la ritmatissima I Would Die 4 You, l’autoreferenziale Baby I’m A Star, la struggente Purple Rain con il chilometrico assolo finale di chitarra, costituiscono la scaletta di un’opera rivoluzionaria per l’epoca.

Prince nel 1984

I suoni dei synth e delle batterie elettroniche mescolati con potenti linee di basso di matrice funk, i testi al limite dell’osceno (che hanno costretto Tipper Gore a creare il Parental Advisory), una vocalità torbida ed una tecnica compositivo-strumentale stupefacente, ne fanno immediatamente un classico senza tempo. I premi si moltiplicano (tra cui l’Oscar quale miglior colonna sonora), le vendite sono altissime, gli stadi sono pieni anche grazie a show ad alto tasso di spettacolarità e Prince si trasforma immediatamente in superstar. Negli anni a seguire pubblicherà altri dischi di qualità superlativa e notevolissimo impatto ma la bellezza incredibile di quest’album rimane inalterata col passare degli anni. Basta ascoltare con attenzione una delle tracce in esso contenute per capire da dove abbiano tratto ispirazione artisti come Lenny Kravitz che evidentemente hanno attinto a piene mani dal lavoro di questo incredibile artista. Ovviamente Purple Rain è solo il punto di partenza per capire e conoscere il lavoro del “folletto di Minneapolis” la cui carriera è praticamente irripetibile, il lascito enorme e la mancanza incolmabile.

“Here’s Little Richard”: la via nera al rock’n’roll

Here’s Little Richard-Specialty Records-1957

Il rock’n’roll non è nato dal nulla. Per anni studiosi e musicologi hanno tentato di capire quale fosse la fonte primigenia ed indiscutibile della “musica del diavolo” senza tuttavia riuscire a trovare una risposta univoca e soddisfacente. Persino sulla data di nascita c’è discordanza. Personalmente ritengo che il rock’n’roll sia nato da due filoni musicali differenti per poi fondersi in un’unica corrente. Esiste il r’n’r “bianco”, derivato da country e bluegrass ed il r’n’r “nero, derivato da blues, gospel, jazz e swing. Bill Haley, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash erano aspiranti cantanti country che hanno cercato di svecchiare la tradizione americana. Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley dal canto loro sono bluesman o cantanti di gospel che hanno tentato di diffondere e “nobilitare” la musica nera. In particolare Little Richard (nato Richard Penniman) è una delle figure iconiche del genere che, grazie ai suoi pezzi infuocati, al suo look eccessivo ed alle sue interpretazioni superlative ha semplicemente fatto scuola aprendo la strada al funk ed al soul. La sua infuocata miscela di piano “boogie”, ottoni incandescenti, l’uso del non-sense, i caratteristici urli che spezzano il cantato, una voce roca, implorante, altissima, lo rendono immediatamente riconoscibile e ne fanno uno dei più grandi artisti dell’ultimo mezzo secolo.

“Venivo da una famiglia in cui a mio padre non piaceva il rhythm and blues. Bing Crosby, “Pennies From Heaven”, Ella Fitzgerald: ecco tutto ciò che mi capitava di ascoltare. E sapevo che c’era qualcosa che poteva essere molto più rumoroso, ma non sapevo dove trovarlo, Poi lo scoprii in me” (Little Richard- Rolling Stone-1970)

Brani semplici, trascinanti, testi immediatamente memorizzabili e cantabilissimi ne decretano l’immediato successo che arriva all’indomani della pubblicazione di una manciata di singoli che saranno poi riuniti nell’epocale album di debutto, Here’s Little Richard, pubblicato nel marzo del 1957.

Little Richard sul palco

Il primo brano in scaletta basta a dare la scossa. Tutti Frutti con la sua leggendaria intro, forse uno dei testi più ispirati e noti di sempre, non ha certo bisogno di presentazioni. Ricantata praticamente da tutti è un’evergreen ancora in grado di riempire ogni sala da ballo del pianeta. True Fine Mama è un altro indiavolato boogie basato sul botta e risposta tra la voce principale ed il coro. Il blues (che si trasforma magicamente in uno slow) di Can’t Believe You Wanna Leave concede una piccola pausa prima che il ritmo torni ad essere travolgente con Reddy Teddy, semplicemente uno dei brani più celebri del rock. La splendida Baby, la magnifica Slippin’ And Slidin’, con la sezione fiati in grandissima evidenza, l’arcinota Long Tall Sally, vera materia d’esame anche per i Beatles, l’accorata Miss Ann, l’implorante Oh Why?, la tambureggiante Rip It Up (altro classico), gli urli di Jenny Jenny, la trascinante She’s Got It, non ne fanno solo un’ottima raccolta di singoli ma uno delle opere fondamentali del r’n’r. Non ci sono pause al ritmo, la tensione rimane sempre altissima dalla prima all’ultima canzone. Non c’è impegno intellettuale, denuncia sociale o poesia in musica, liriche semplici, onomatopeiche, quasi scioglilingua, adatte a far ballare la gente, facili da ricordare e da cantare. Semplici storie giovanili, che siano d’amore o di divertimento poco conta, asservite alla melodia ed al ritmo della canzone. Non importa ciò che dice Little Richard, importa come lo dice. Dal punto di vista compositivo e tecnico i brani sono basati su un giro armonico di pochi accordi, che li rende immediati, accattivanti ed assolutamente riproducibili, sia dal ragazzo con la chitarra come dalla big band. Forse è proprio questa trasversalità il segreto del successo praticamente perenne di quest’album che, evidentemente, trascende ogni limitazione spazio-temporale per assumere lo status di “pietra miliare” o di “patrimonio culturale dell’umanità”. Certo gli anni ’50 sono passati da un pezzo, il rock è cambiato, si è evoluto, ma sfido chiunque a rimanere fermo ogni volta che qualcuno attacca “A wop bop a lu bop a lop bam boom”.

“Trilogy”: in ricordo di Keith Emerson

Trilogy-Island-1972

In ricordo di Keith Emerson

In questo annus horribilis per il rock è da segnalare la scomparsa, il 10 marzo scorso, di Keith Emerson, forse il miglior pianista, tastierista, organista (insieme a Rick Wakeman) dell’intero panorama musicale del secondo dopoguerra. Geniale, istrionico, raffinato, spettacolare (leggendarie le coltellate inflitte sul palco al suo organo Hammond), tecnicamente inarrivabile, Keith Emerson è stato paragonato più volte a Jimi Hendrix per le innovazioni, i suoni e le soluzioni armoniche apportate allo strumento. Gran compositore, arrangiatore e produttore è stato capace di unire i tumulti del rock alle suggestioni classiche diventando immediatamente un gigante del progressive rock. Innovatore, sperimentatore, è stato un pioniere nell’utilizzo del sintetizzatore Moog da lui immediatamente trasformato in un classico per milioni di tastieristi. Non va però dimenticata la sua folgorante parabola musicale cominciata con i T-Bones, proseguita egregiamente con i Nice e culminata nel trionfo degli EL&P con cui diventa una superstar ed assurge a gloria imperitura. E’ proprio con uno degli album del più celebre supergruppo degli anni ’70 che intendo omaggiare Keith Emerson: il magnifico Trilogy. Pubblicato nel luglio del 1972, è l’album in cui il sound del gruppo assume la sua forma definitiva grazie allo sviluppo di suggestioni musicali già presenti in Tarkus (1971) e Pictures At An Exhibition (1971).

“Se fossi costretto a scegliere un solo album dal catalogo di ELP, allora probabilmente sarebbe Trilogy, Questo disco fu registrato nel momento in cui ispirazione e affiatamento all’interno della band erano al massimo: suonavamo in trio da un arco di tempo sufficiente a formare la nostra precisa identità musicale” (Greg Lake)

La monumentale suite The Endelss Enigma prende buona parte del lato A. Divisa in tre movimenti, Part.1, Fugue e Part.2, vede in grande evidenza la batteria tonante di Carl Palmer e le inarrivabili divagazioni pianistiche di Emerson. Di stupefacente bellezza tecnica, questo pezzo mette in mostra le grandissime doti dei tre musicisti capaci, di riprodurre le suggestioni di un’orchestra sinfonica. La stupenda ballata From The Beginning evidenzia le voce di Greg Lake e le sue qualità di bassista-chitarrista, dando vita ad pezzo dilatato, sognante e malinconico.

Keith Emerson

La sincopata The Sheriff introduce una grandissima rivisitazione di Hoedown, brano di Aaron Copland, che diventerà un classico delle esibizioni live del gruppo. La mastodontica title-track è il capolavoro pianistico di Keith Emerson che qui mette in mostra tutto il suo genio, giocando con le note e gli effetti, supportando magnificamente il cantato lunare di Lake e l’energia percussiva di Palmer. Il rock di Living Sin traghetta verso Abbandon’s Bolero che con il suo maestoso crescendo chiude il disco. Si tratta di un disco difficile che necessita della conoscenza approfondita di linguaggi musicali distinti, quali il jazz, l’honky tonk, la musica classica, per essere capito ed apprezzato fino in fondo. La bellezza è indubbia ma si tratta di un opera di difficile digestione che certamente può non colpire al primo ascolto. Tuttavia le vendite sono enormi e le recensioni entusiastiche. I concerti diventano l’occasione per milioni di fan di vedere le pirotecniche esibizioni degli EL&P, fatte di luci, spettacolo e milioni di note. Emerson diventa un guru del rock capace di incantare chiunque con la potenza delle sue performance la magia del suo organo. Subito dopo Trilogy il gruppo si perderà, nonostante la fama, in scelte sbagliate e cali di creatività finendo inevitabilmente per sciogliersi nel 1979. I vari progetti solisti non porteranno i tre ai traguardi raggiunti negli anni ’70, relegandoli al mito di una stagione musicale eccezionale ed esaltante e, soprattutto adesso che Keith Emerson se n’è andato, probabilmente irripetibile.

“Volunteers”: la rabbia degli Jefferson Airplane

Volunteers-RCA Victor-1969

Dopo la prematura scomparsa di Paul Kantner, membro fondatore dei Jefferson Airplane e padre della psichedelica made in USA, avvenuta il 28 gennaio 2016, è quantomeno necessaria una disamina di una delle opere fondamentali del quintetto di San Francisco per rendergli doveroso omaggio. L’album prescelto è Volunteers, forse l’album più politicizzato e polemico dei Jefferson, che segna la fine della loro fase “classica” ed una netta cesura con il loro passato di fricchettoni tutti “peace & love”. Dopo la solenne sbronza della Summer Of Love, i fasti di Monterey (1967), Woodstock (1969), Wight (1970) e l’inferno di Altamont (1969); dopo esser diventati uno dei gruppi più famosi e pagati al mondo, veri simboli della “controcultura” di fine anni ’60, Kantner e soci si destano da questo sogno meraviglioso per prendere atto delle contraddizioni in cui era stritolata la società americana, dalla guerra del Vietnam ai diritti civili, dalla rivolta studentesca alla guerra fredda, che l’epopea hippie non era riuscita a cancellare. E’ giunto il momento di lasciar da parte l’innocenza e cominciare a fare la rivoluzione (o almeno provarci):

“Guarda cosa sta accadendo fuori nelle strade/C’è la rivoluzione, vai alla rivoluzione” (Jefferson Airplane- Volunteers-1970)

I testi dei Jefferson Airplane si inaspriscono, il linguaggio si colorisce, le chitarre si distorcono ed i bassi pulsano. Niente più “conigli bianchi” e “qualcuno da amare”, solo sommosse in strada, cariche della polizia, e una realtà non più cosi bucolica ed esaltante. Il disco si apre con la corale We Can Stand Together  in cui l’imbizzarrita chitarra di Jorma Kaukonen fa da sfondo ad una autentica presa di coscienza da parte del gruppo della realtà sociale in cui vivono e alla quale si contrappongono (We are all outlaws in the eyes of America). La magnifica ballata acustica Good Shepherd, ritorna verso i territori più familiari del folk psichedelico, ma il contesto in cui viene inserito questo brano tradizionale (opportunamente riarrangiato) lo trasforma in un inno di speranza e redenzione, aumentandone a dismisura la carica sovversiva. Il tema dell’ecologia, tanto caro ai figli dei fiori, viene affrontato nella bucolica The Farm, in cui la natura è vista come unico rifugio da una società corrotta e decadente. La voce inconfondibile di Grace Slick caratterizza Hey Frederick, il brano più sperimentale dell’album, snocciolando un testo particolarmente ermetico su una base musicale fatta di chitarre lisergiche, dissonanze e percussioni torrenziali.

Paul Kantner 1969 ca.

La delicata Turn My Life Down, dolente ballata sull’amore perduto, introduce la spettacolare Wooden Ships, scritta da David Crosby, Paul Kantner e Stephen Stills, capolavoro assoluto e nucleo elegiaco dell’opera. Lo scenario apocalittico della guerra nucleare caratterizza un testo complesso e profondo, mentre la melodia allucinata e allucinante del brano ricrea perfettamente il dramma della realtà post atomica. Il disco prosegue con l’inquietante Eskimo Blue Day  per poi addolcirsi nel country di Song For All Seasons e nel classicismo strumentale di Meadowlands per arrivare all’urlo distorto e selvaggio di Volunteers, sorta di inno generazionale e vera e propria chiamata alle armi per schiere di contestatori. Un brano esaltante e violento, ma ricco di fascino e di potenza, che ha creato non pochi problemi di censura ai Jefferson per la sua enorme carica rivoluzionaria e satirica. Pubblicato nel novembre del 1969, l’album ottiene esaltanti riscontri commerciali ma critiche abbastanza contrastanti a causa dei messaggi altamente destabilizzanti in esso contenuti. Musicalmente ineccepibile vede la partecipazione di numerose guest-star quali David Crosby, Stephen Stills, Nicky Hopkins e Jerry Garcia che impreziosiscono le tracce con i loro virtuosismi. E’ senza dubbio un disco “datato”, ovvero fortemente legato al momento storico in cui è stato composto, ma rappresenta un eccezionale documento dell’atmosfera che si respirava nei tardi anni ’60, quando ci si auspicava la fantasia al potere e si credeva in un mondo migliore e pazienza per qualche testo che oggi fa sorridere (o commuovere a seconda dell’età che uno ha)….in fondo era il ’68.

Gli Eagles spiccano il volo con “Desperado”

Desperado-Asylum Records-1973

In occasione della morte di Glenn Frey, membro fondatore degli Eagles, avvenuta il 18 gennaio scorso, è doveroso ricordarlo e omaggiarlo proponendo uno degli album più famosi della band cui apparteneva. In questo senso Hotel California sarebbe senz’altro la scelta più semplice, dal momento che si tratta del vero blockbuster del gruppo, il disco della gloria imperitura, ma proprio per questo sarebbe anche la scelta più banale. Bisogna ricordare il vero merito degli Eagles, ossia quello di aver sdoganato definitivamente il country presso il grande pubblico portandolo in cima alle classifiche di tutto il mondo, codificando, una volta per tutte, quello stile che sarà famoso col nome di country-rock. Già altre band avevano tentato un esperimento simile, come i Flying Burrito Brothers, i Byrds, ma solo Frey e soci hanno saputo trovare l’alchimia giusta per far si che la musica tradizionale americana acquisisse milioni di fan trasformandosi in fenomeno di costume. Proprio tenendo conto di queste premesse, la scelta si è orientata su Desperado, concept album del 1973, dedicato alla vita dei fuorilegge del vecchio West, i desperados appunto, sempre in bilico fra distruzione e leggenda. Figura chiave su cui poggia tutta la costruzione tematico/musicale, è la gang dei Doolin’ Dalton, banda criminale attiva negli Stati Uniti alla fine dell’800. Si tratta di un lavoro crepuscolare, malinconico, dolente che riflette perfettamente il dramma umano dei banditi americani costretti, molto spesso da una situazione miserevole, ad una vita al limite.

“La cosa bella è che, anche se si tratta di un insieme unificato di canzoni, non è un’opera rock, un concept album, o qualsiasi altra cosa che pretenda di essere molto più di un insieme di buone canzoni che stanno bene insieme”. (Paul Gambaccini- Rolling Stone-1973)

Questa citazione aiuta a capire quanta fluidità e coerenza ci sia tra i brani in scaletta sia dal punto di vista stilistico che tematico. Il suono è ancora sospeso; non è propriamente country ma è ancora lontano dalle divagazioni rock e pop degli album successivi. Con la primigenia formazione a quattro, gli Eagles danno il loro meglio, producendo meravigliose armonie vocali e memorabili interpretazioni che danno vita a canzoni di grande impatto emotivo. Non mancano, ovviamente i successi spacca classifiche, come la stupenda title track affidata al timbro roco di Don Henley, oppure l’arcinota Tequila Sunrise, cantata proprio da Frey, che ipnotizza col suo incedere rilassato.

Glenn Frey-1973

Un album complesso

Non bisogna dimenticare però l’epica bellezza di Doolin Dalton, gunfighter ballad caratterizzata da una lamentosa armonica che soffia lungo tutta la melodia; la tambureggiante Twenty-One col banjo di Bernie Leadon in grande evidenza; il ritmo infuocato di Out Of Control,  il cantato altissimo del bassista Randy Meisner in Certain Kind Of Fool, la durezza di Outlaw Man, la tenerezza di Saturday Night, l’allucinata e psichedelica Bitter Creek, che segnano le tappe di un incredibile viaggio musicale nel West più selvaggio e pericoloso. Le atmosfere sono perfette, i testi estremamente evocativi, la perizia tecnica della band stupefacente. Frey, Henley, Leadon e Meisner fondono gli strumenti della tradizione (il mandolino, il banjo e l’armonica) con quelli tipici del rock (chitarra elettrica, piano, organo e batteria) dando vita ad una miscela veramente esplosiva ed innovativa. La grande ispirazione compositiva gli ha permesso, inoltre, di affrontare con classe temi difficili quali, il crimine, la violenza, la vita al di fuori della legge, evitando di cadere nella celebrazione o nell’apologia. Il risultato è dunque un album complesso ma estremamente efficace e gradevole, ben suonato e arrangiato, che merita, senza dubbio, un posto d’onore nell’intera produzione musicale degli anni ’70. I successi planetari sono dietro l’angolo per gli Eagles, che attraverseranno quarant’anni di musica mantenendo pressoché inalterato il loro richiamo ed il loro fascino e continueranno a riempire gli stadi, nonostante polemiche, scioglimenti, cambi di formazione e riappacificazioni. La loro turbolenta parabola fa parte del mito, come i continui litigi e le hit immortali, ma quest’album ci restituisce un gruppo ancora giovane in cerca della suo stile, capace ancora di fantasticare sugli eroi del West senza badare troppo alle vendite, di osare mescolando suoni e stili. Proprio per questi motivi Desperado va ascoltato con attenzione e rispetto, soprattutto adesso che le Aquile non voleranno più.