Led Zeppelin II: Il martello degli dei

Il secondo album è sempre il più difficile. Non sempre e non per tutti. In questo caso il dirigibile più famoso del rock si stacca da terra e prende il volo. Dopo un ottimo debutto, nel 1968, con l’album omonimo, i Led Zeppelin, nati quasi per caso dalle ceneri degli Yardbirds, smettono di essere una buona band per vestire i panni di demiurghi dell’hard rock. E come fanno? Semplice, elevando il blues all’ ennesima potenza. Distorcono le chitarre, accelerano i ritmi, sporcano i suoni, ispessiscono il basso e ingigantiscono le percussioni. Il risultato è una miscela esplosiva su cui si innesta una voce stridula e acuta che non esita a dissertare su temi considerati tabù, uno su tutti: il sesso. Led Zeppelin II è carne e sangue, amore e sesso, vita e morte fusi in un tutt’ uno solido come una roccia.

Dall ’indiavolato balbettio di Jimmy Page in Whole Lotta Love, al rombo tonante di John Bonham in Moby Dick, passando per l’incandescente riff di Heartbreaker”, la sorprendente tenerezza di Thank You”, o gli incredibili fraseggi di John Paul Jones in Lemon Song”, il gruppo non fa sconti. Registrato in tour, nei ritagli di tempo tra una data e l’altra, è un album che fa dell’immediatezza il suo punto di forza. Non è il cervello, infatti, ad essere colpito, ma lo stomaco e l’anima di chiunque ne entri in possesso. C’è poco da capire o da decifrare. Bisogna ascoltarlo più col cuore che con la testa. E’ necessario lasciarsi trasportare dal ritmo travolgente e dall’ululato selvaggio di Robert Plant, per entrare definitivamente nel fantastico mondo degli Zep.

I Led Zeppelin nel 1969

Considerato immediatamente “un classico”, Led Zeppelin II mise immediatamente d’accordo pubblico e critica arrivando a scalzare dai primi posti in classifica nientemeno che Abbey Road”, l’ultimo grande capolavoro dei Beatles. Agli inizi del 1970, ne furono vendute tre milioni di copie solo negli Stati Uniti. L’immenso successo di un album così decisamente in controtendenza con le mode musicali del momento (siamo nel 1969, l’anno di Woodstock, della psichedelia e del flower power), dimostra, senza ombra di dubbio, il suo valore intrinseco, capace di trascendere rigide classificazioni stilistiche e gusti musicali. Le sue eco, infatti, sono ovunque.

La Gibson Les Paul di Page o la batteria mastodontica di Bonham sono, ormai, delle vere e proprie icone. Il look e lo stile di Plant hanno contribuito a concettualizzare e definire il termine rockstar. Da questo momento in poi, decine di gruppi hanno cercato, per tutta la vita, di somigliare, anche solo lontanamente ai Led Zeppelin. AC/DC, Van Halen, Bon Jovi, Guns ‘N’ Roses, Aerosmith e Iron Maiden, solo per citarne alcuni, hanno a più riprese ammesso l’enorme importanza che quest’album ha avuto per le loro carriere. Page & Co. in futuro non scriveranno più pezzi così eccitanti e travolgenti. Certo, scriveranno altri capolavori ma non avranno la stessa furia e lo stesso suono delle tracce contenute nel loro secondo disco. E’ considerato il lavoro più duro e “virile” della band, ma nel contempo il più seminale e influente.

Qui, d’altronde, c’è già tutto: le radici blues, i sentori psichedelici, le divagazioni tolkeniane, i richiami folk, le love ballad,  perfettamente amalgamati ed eseguiti con tecnica stupefacente ed incredibile potenza. In altre parole la rabbia, gli istinti animaleschi, i punti deboli e l’energia dei Led Zeppelin catturati da un microfono e distillati in nove magnifici brani. E’ il manifesto programmatico di gran parte del rock che verrà negli anni successivi; “le  tavole della legge” per una intera corrente musicale che da quel momento prenderà il nome di hard rock per evolversi, poi, in heavy metal (e suoi derivati). Negli anni, schiere di ascoltatori e di musicisti si sono confrontati con gli standard zeppeliniani qui contenuti cercando di riprodurne i riff funambolici ed i vocalizzi inarrivabili, a dimostrazione che, a trentaquattro anni dallo scioglimento, gli Zep continuano a solcare cieli talmente alti che solo il loro dirigibile è in grado di raggiungere.

 

 

 

 

“The dark side of the moon”: il vaso di Pandora del rock

 

“The dark side of the moon”- album

Cervellotico. Raffinato. Difficile. Ma anche dannatamente bello ed incredibilmente commerciale. The Dark Side Of The Moon”, opus magnum dei Pink Floyd datato 1973, è un concentrato di filosofia e sperimentazione musicale allo stato puro.

“The Dark Side of the Moon” era un’espressione di carattere politico, filosofico e umanitario che doveva essere comunicata” (Roger Waters). I Pink Floyd avevano bisogno di dare una svolta sostanziale alla loro carriera, scrollandosi definitivamente di dosso quel clichè di band psichedelica dovuto agli anni passati sotto l’egida del folle membro fondatore Syd Barrett.

Per far ciò abbandonano le lunghe digressioni strumentali ed i versi onirici per concentrarsi su tematiche più concrete e soluzioni armoniche più immediate. Le improvvisazioni catatoniche di Ummagumma, Oscured By Clouds e Middle spariscono per far spazio ad un nuovo progetto sonoro.

Le vendite mostruose ed il plauso unanime della critica confermano che la direzione intrapresa è quella giusta. I suoni inseriti quasi casualmente (tintinnio di monete, battiti cardiaci, ticchettii di orologi) colpiscono gli ascoltatori e, nel contempo, rendono i brani immediatamente riconoscibili. La perizia tecnica della band fa il resto. L’assolo lancinante di David Gilmour in Time”, il fantastico vocalizzo (ad opera di un’oscura corista) di “The Great Gig In The Sky”, il basso sghembo di Roger Waters in Money”, le liquide tastiere di Richard Wright in “Us & Them”, sono entrati di diritto nell ’immaginario collettivo. Ogni traccia, poi, è collegata alle altre in una sorta di continuum musical/temporale di estatica bellezza ed immensa efficacia. Il colpo di genio, poi, è l’assoluta riproducibilità dei brani nonostante l’evidente complessità. Al contrario di molti grandi gruppi (Beatles e Beach Boys su tutti), che avevano pesanti difficoltà nel presentare dal vivo i loro capolavori a causa degli imponenti arrangiamenti orchestrali e degli accorgimenti usati in sala d’incisione, i Pink Floyd riescono nell ’impresa di portare “The Dark Side Of The Moon” in giro per il mondo imbarcandosi in un tour durato quasi un anno.

Perfino la copertina, un prisma attraversato da un fascio di luce su sfondo nero, è una delle più celebrate e riconoscibili mai prodotte. La valenza storica e culturale dell’album è evidente. I numerosi omaggi, richiami e rifacimenti (“Dub Side Of The Moon” degli Easy Star All-Stars o “The Not So Bright Side of the Moon” degli Squirrels) ne fanno, tutt’ora, una delle opere più studiate ed ammirate di sempre. La sua permanenza in classifica Billboard 200 per 741 settimane, dal 1973 al 1988, non lascia spazio a dubbi circa l’importanza e l’impatto presso il grande pubblico. A più di quarant’anni di distanza, questo disco risulta assolutamente refrattario allo scorrere del tempo grazie alla capacità di aprire orizzonti nuovi ed inesplorati ad ogni ascolto. Lo sanno bene quelle milioni di persone che, anno dopo anno, restano affascinati dal lato oscuro della luna.

Il secolo d’oro

Bob Dylan

Gli ultimi cento anni del millennio appena conclusosi sono stati, senza dubbio, i più prolifici per la storia dell’uomo (nel bene e nel male). Enormi balzi in avanti sono stati fatti in ogni campo. Lo sbarco sulla luna, le guerre mondiali, la bomba atomica, la penicillina, l’automobile, l’elettricità, cose oggi abbastanza scontate ma che erano pura fantascienza soli 150 anni fa. La cultura non ha potuto rimanere insensibile a cambiamenti di tale portata. La musica, in particolar modo, ha subito dei mutamenti epocali grazie all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa (o mass media). Il nastro magnetico, il giradischi, le musicassette, la televisione ma soprattutto la radio, hanno ridisegnato confini e competenze dell’ ambito musicale. L’invenzione di Guglielmo Marconi ha sdoganato l’arte dei suoni dagli ambienti colti in cui era relegata nell’ 800 (teatri, salotti e quant’altro) portandola in tutte le case e rendendola popolare. Da passatempo per pochi, pochissimi eletti a fenomeno globale. La possibilità di raggiungere gli ascoltatori in ogni angolo del globo ha aperto degli scenari inimmaginabili fino a qualche anno prima. Milioni di persone hanno potuto conoscere il messaggio poetico e rivoluzionario di Bob Dylan, la magnificenza dei Beatles, la rabbia dei Nirvana, la depressione dei Cure, il blues dei Rolling Stones o le oniriche visioni dei Pink Floyd. E’ stato possibile scuotere coscienze e stimolare avvenimenti importanti come accadde per il Festival di Woodstock del 1969, i concerti sull’Isola di Wight del 1970, il Concerto per il Bangladesh del 1971 o, più recentemente, il Live Aid. L’avvento della radio ha fornito a tutto l’universo musicale la concreta possibilità di cambiare il mondo attraverso la creazione di miti, leggende, sogni e passioni, contribuendo, così, a forgiare l’identità collettiva del XX secolo.