Il bacio di Giuda, il dopoguerra raccontato da Sveva Casati Modigliani

“Non ho alcun ricordo di mia madre che mi bacia. Mia nonna, sua madre, diceva sempre che i bambini vanno baciati soltanto quando dormono”. Il bacio di Giuda, pubblicato da Mondadori quest’anno, porta i lettori di Sveva Casati Modigliani nella realtà del dopoguerra. Il romanzo, dedicato ai nipoti, si mostra come uno spunto, un elemento che porta la stessa autrice a ricordare, a tornare indietro, a rivivere momenti dolorosi che lasciano malinconia e sorrisi amari.

Attraverso uno stile liberatorio, una scrittura diretta, immagini costruite senza mezzi termini, la Modigliani, ci spinge a riflettere sui diversi temi raccontati e ambientati nella Milano del dopoguerra: la vita, straziata dal dolore della guerra, una nuova realtà pronta ad affacciarsi dopo lo strazio portato dalle bombe e dalla distruzione, una società che tenta di riprendere il suo posto in questo mondo distrutto, abbandonato, disarmato in tutto e per tutto. Ma anche la scuola e l’educazione, il rapporto con gli adulti, il pudore, il perbenismo legato alla chiesa, il ruolo degli uomini.

Il bacio di Giuda, “un piccolo libro”, come lo definisce la stessa autrice, si mostra come una continuazione di quell’opera, precedentemente pubblicata e che ha confermato un successo quasi scontato vendendo ben 150 mila copie, l diavolo e la rossumata. Ma in questo ultimo romanzo, la nostra scrittrice, si sofferma maggiormente sulle emozioni, su ciò che la memoria riporta a galla, su quel dolore, non solo fisico, che vive nella Milano del 1945, una città libera ma con infinite cicatrici che non riusciranno mai a rimarginarsi.

“Il freddo delle ossa e quello del cuore”, un freddo che penetra in ogni parte del corpo, quel freddo che, se chiudiamo gli occhi, ancora oggi, a distanza di anni, riusciamo a sentire. Per chi a sentito quel dolore, per chi a patito quel freddo, questo romanzo sembra essere un ritorno al passato. La voglia di ricordare, il desiderio di ricominciare, di andare avanti tornando indietro attraverso i ricordi.

Non è pienamente un romanzo né interamente un’opera autobiografica, anche se pende decisamente verso la seconda” spiega Casati Modignani. In un’intervista al direttore di Panorama, Giorgio Mulé, l’autrice de Il bacio di Giuda spiega le sue difficoltà nell’unire l’autobiografia al romanzo in un dolore che nulla ha di falso. Ciò che il lettore troverà in quest’opera è pura verità, legata ad un forte elemento narrativo.

Chi ha già letto il libro, lo definisce un ulteriore capolavoro della scrittrice, come tutti quelli fino ad oggi pubblicati. Al centro di un’opera che, la stessa autrice, definisce più rivolta all’autobiografia, il difficile rapporto con una madre intransigente, severa, che non esita a trattare la sua primogenita in malo modo, solo per “salvare la faccia”, quelle apparenze, quel perbenismo, parte di una società che cerca di rialzarsi nonostante un dolore ingestibile.

Dopo un primo impatto che mostra dolore e desiderio di scappare, il tono diventa più ironico, leggero grazie ad una serenità ritrovata e una felictà familiare ancora possibile, forse proprio grazie a quei ricordi che, forse, faranno male per sempre. Ciò che mostra la Modigliani, è una forza nuova, un desiderio di rivalsa, di cacciarlo via quel dolore, quella paura. Ciò a cui si avvicina il lettore, nelle ultime pagine del romanzo, è una consapevolezza forse strana, assurda, impensabile: si può cancellare un dolore tanto grande? Si può vivere ancora e di nuovo, felici, senza che quelle cicatrici ci impediscano di respirare?

Ancora un altro capolavoro, in questo modo lo definisce la critica. Ancora un ricordo, un emozione, per Sveva Casati Modigliani.

 

“È veramente bello battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione. Perdere con classe e vincere osando…
perché il mondo appartiene a chi osa! La vita è troppo bella per essere insignificante.”

 (Charlie Chaplin)

Acciaio, di Silvia Avallone

“Francesca ficcò il muso nel suo petto e finalmente riuscì a non fingere. Si lasciò scappare un pianto, quasi muto. Lui non cercò più spiegazioni. Solo, abbracciandola, aveva avuto un’erezione.”

Francesca ha circa quattordici anni, nasce e cresce a Piombino, un luogo dove vivere, amare, sorridere, essere adolescenti, sembra essere un lusso che non tutti possono permettersi. Accanto a lei Anna, l’amica di sempre, quella sola persona grazie alla quale la vita sembra essere meno dura. Ogni tanto, un sorriso, a questa vita, lo riesci a strappare.
Acciaio, il romanzo della scrittrice appena venticinquenne Silvia Avallone, viene pubblicato per la prima volta nel 2010, due anni dopo la trasposizione cinematografica, porterà dinanzi agli occhi del pubblico un’opera che lascia in segno nella letteratura contemporanea. Tradotto in 22 lingue, il libro è vincitore del premio Campiello nel 2010, l’opera, porterà con se numerose critiche dovute alla negatività con cui viene descritto quel luogo in cui le vite di queste due adolescenti andranno avanti, Piombino, appunto.
Tra il disagio e la miseria, Francesca e Anna, crescono con la voglia di sopraffarlo quel mondo che non lascia loro via d’uscita. Un padre padrone, una madre senza la forza di combattere, avvolgono i giorni di Francesca. Un padre, piccolo delinquente con manie di grandezza, una madre politicamente impegnata, un fratello operaio specializzato che di notte si droga e ruba per “avere più grana”, sono il contorno della vita di Anna.
Con una bellezza fresca e disarmante, la voglia di prenderlo a morsi il mondo, il loro mondo, che sembra tutto tranne un mondo, una vita degna di essere vissuta., le due adolescenti, come sorelle, vivono l’una accanto all’altra. Sarà un momento, un attimo, avvolto nella notte e nel silenzio, che le dividerà. Romperà quell’amicizia che dava loro la forza di lottare, di andare avanti, di entrare nel mondo degli adulti, forse l’unica via d’uscita.
Silvia Avallone ci mostra così un mondo fatto di sogni perduti; Piombino non è un luogo per sognare, desiderare una vita migliore. Quel mondo è fatto di piccoli ladruncoli, ragazzine che si muovono come donne, che usano la loro bellezze per disarmare l’altro sesso, usarlo, renderlo proprio, ma non sempre tutto va come vorremmo. Forse, non accade mai.
In un romanzo che lascia senza fiato, le parole scorrono veloci, ma pesanti come un macigno, ci trascinano fino a quell’ultima pagina, fino a quell’ultima immagine, come fossimo lì, a Piombino con Anna e Francesca, con i loro desideri, i loro sogni, la loro voglia di crescere anche se troppo in fretta.
E poi c’è lui, Alessio, la sua storia d’amore, la sua voglia di avere di più, più soldi, più controllo, più forza, più potere.
L’autrice ci parla di adolescenti feriti, pronti a lottare con i soli mezzi che hanno a disposizione, con quel qualcosa che possono inventarsi per andare via o forse per restare, ma a modo loro. Adolescenti che non hanno quegli anni spensierati e felici e colmi di sorrisi. Padri violenti, madri che non sanno, o forse non vogliono, ribellarsi. Una vita che scorre lentamente o troppo velocemente, una vita che non è una vita, una vita che non ha scelta. Genitori assenti, figlie spregiudicate che usano i loro corpo per andare avanti. Esempi sbagliati che portano Francesca e Anna a credere che non vi sia via d’uscita se non legata a quei corpi non ancora maturi e, per questo, pronti ad essere accolti da adulti sbagliati, disonesti, amorali. Genitori che di un genitore, non hanno nulla.
Acciaio è un romanzo contemporaneo, forte, schietto, dal sapore amaro dei sogni infranti ma anche di un’amiciza solida come l’acciaio, che in quell’ultima immagine, porta al cuore un sorriso amaro, una dolce malinconia. Un libro che va vissuto, che si lascia vivere, prima di lasciarsi leggere. Un’amicizia ancor più forte, che si spezza per una frase sbagliata, un abbraccio non voluto, indesiderato. La forza di Acciaio è proprio la capacità di rendere reale l’immagine dei suoi personaggi di periferia, che ogni giorno lottano per non essere soffocati dalla banalità delle loro vite fatte soprattutto di violenza. L’autrice non può non usare un linguaggio colorito e volgare per essere fedele al quella realtà, facendoci riflettere sul duro lavoro nelle fabbriche e la drammaticità delle morti bianche. I personaggi non hanno molte sfumature e il finale probabilmente affrettato, ha scontentato molti
Silvia Avallone ci porta nel mondo di Piombino, di Francesca, di Anna, di Alessio, ad interrogarci sul significato del lavoro, su cosa esso rappresenti per molti. La sua trasposizione cinematografica non lascia spazio all’immaginazione. Quella realtà, quella vita, è intorno a noi. Quelle parole non ci lasceranno mai. La voglia di trovare una strada nella nebbia, nel buio, nell’acciaieria di Piombino.
Acciaio è un fenomeno editoriale frutto di una sapiente operazione di marketing,  o davvero un caso letterario?

Colpa delle stelle, di John Green

“Mi hai regalato un per sempre dentro un numero finito.”

 In testa alle classifiche dei libri più letti da molte settimane, Colpa delle stelle, dello scrittore e blogger statunitense John Green, è il classico racconto strappalacrime per teen-ager alla ricerca di una lezione di vita.

Un tempo finito per una vita che non si è scelta. Hazel ha sedici anni, un’età in cui si dovrebbe amare con spensieratezza, cogliere ogni momento, occasione, istante, per vivere immensamente. Ogni istante vissuto come se fosse l’ultimo. Ed è così per Hazel. In un cielo colmo di stelle, infinite, come il tempo, Hazel, di tempo, non ne ha più. Il cancro ha deciso di portarla via con se quando aveva solo tredici anni. Ma la vita a volte è strana, ti sorprende e ti lascia senza fiato regalandoti ancora un momento, ancora un attimo, ancora un ultimo sogno.

La parole scorrono veloci, come i pensieri di Hazel, come la sua vita aggrappata a un filo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, prima di un bacio, un abbraccio. Prima di quel bacio, di quell’abbraccio. E cosa resta quando il cancro, maledetto e mortale, avvolge la nostra vita ancora prima di poterla vivere, quella vita. Un gruppo di sostegno, stupido, inutile, in cui nessuno sembra capire, nessuno sembra voler comprendere. Poi lui. Uno sguardo, uno scontro, un sorriso. Augustus entra nella vita di Hazel all’improvviso, quando tutto sembrava già scritto, dal destino, dalle stelle.

Augustus è più grande, con la forza e la voglia di lottare ancora, con il desiderio di non cadere nell’oblio. Un eroe d’altri tempi, un giovane Achille il cui unico desiderio è che le sue imprese siano ricordate in eterno. Ad Augustus non basta essere vissuto, lui vuole essere ricordato.

E’ così che tutto ha inizio. Quella che doveva essere una fine segna l’inizio di una storia dolce, forte, colma di paure, pensieri e dolori nascosti. La morte, nascosta dietro un angolo, li segue, i due giovani innamorati. Ma non tutto ciò che è scritto può avere un lieto fine, non sempre le storie che amiamo lasciano in noi sorrisi che non siano amari.

All’interno del suo romanzo John Green ci trasporta in un mondo che avvolge dolore e speranza; la speranza che un miracolo possa ancora accadere, che si possa ancora credere in quel dolce lieto fine. E quel miracolo è li, pronto ad accadere. Hazel, grazie ad un farmaco sperimentale, riesca ancora a respirare, a camminare a vivere. E mentre, a tentoni, cerca di star dietro al mondo, quel mondo va avanti, non aspetta nessuno, figuriamoci un’adolescente che non riesce nemmeno a salire due gradini. Ma lui no, Augustus è li. Con quella voglia di amare quel sorriso sarcastico, forte, dolce, pieno d’amore pronto solo ad esplodere.

Entriamo nel romanzo, lo viviamo rendendolo nostro in ogni suo punto. Scorrono veloci le parole come inesorabili le lacrime, in ogni sua parte, in ogni momento, guardando le stelle che avvolgono il mondo di Hazel e Augustus. Li amiamo, entrambi, nessuna pietà per loro. Sorridiamo attraverso le loro parole, quegli sguardi che, a volte, un libro riesce a mostrarci; siamo lì, consapevoli che quel male incurabili si nasconde ancora dietro l’angolo, pronto a colpire, pronto a portarli via. Eppure, continuiamo a sorridere. Un sorriso forse un pò amaro, un sorriso malinconico, un sorriso colmo di stelle.

Il romanzo ci trasporta in un mondo di adolescenti. Una giovane donna che cerca il suo posto in un mondo che con lei è stato crudele, cattivo, fino a quel giorno. Fino al momento esatto in cui i loro occhi si sono scontrati.  E Augustus, il suo sorriso accattivante, la sua voglia di vivere, di non perderli quegli attimi, di non perdere neanche un secondo, perchè la vita, a volte, corre troppo velocemente per poterla raggiungere.

Un romanzo che porterà il lettore a ridere, piangere, amare. Sentiremo di voler essere accanto a loro a viverli quei momenti. Perché la vita è fatta di momenti, irripetibili, da divorare con fame, Augustus lo sa ed è per questo che la trascina con se la sua Hazel.

Dal libro è stata tratta l’immancabile ed omonima traspozione cinematografica, spudoratamente ricattatoria per la regia di Josh Boone.

 

 

 

Una vita veloce, di Zoe Jenny

“Vorrei andarmene, il più lontano possibile. Ma lì non ci andrò, dove hanno deciso di mandarmi quando sarà arrivato il momento. Non obbedirò per niente al mondo, non farò quello che vogliono loro…” Una vita veloce della scrittrice svizzera Zoe Jenny è un inno all’amore disperato raccontato con eleganza e senza troppi giri di parole.

Le parole della protagonista della storia Ayse scorrono limpide tra le pagine del suo diario. Ayse è un’adolescente turca che cresce nella Berlino di oggi, circondata da una famiglia benestante ma ancora troppo ancorata alle tradizioni, con un fratello ossessivo e geloso che cerca di controllare anche il suo più piccolo respiro. Poi, una sera, le luci che illuminano le strade di Berlino e quegli occhi che forse l’attendevano da tutta una vita: lui è Christian, giovane tedesco cresciuto nella casa nella quale ora vive “la sua Ayse”. Un ragazzo che, con poca convinzione, frequenta un gruppo formato da giovani appartenenti all’estrema destra.

Ayse e Christian: divisi da chi non capisce il loro amore, separati da chi non accetta che quelle differenze sociali e culturali che dovrebbero tenerli lontani l’uno dall’altro, sono ciò che li rende la parte mancante l’uno dell’altra. Loro, giovani amanti legati ad un destino beffardo, crudele, inconsapevole di una realtà inaccettabile ad uno sguardo adulto.

“…c’è un tipo d’amore che si lancia dritto contro la luce e brucia, come una falena.” 

Lettere e poesie, foto rubate, scatti rapiti nella consapevolezza di un amore che nulla potrà spezzare.

La scrittrice svizzera ci accompagna nelle pagine di un diario scritto e vissuto da una dolce adolescente della Germania odierna. Una ragazza forte, capace di vivere ciò che sente anche nel silenzio e nel buio della notte. Quel buio e quel silenzio che nascondono un amore proibito che porterà i due giovani amanti ad un tragico epilogo.

Una vita veloce viene pubblicato per la prima volta nel 2003, da Fazi Editori. Nello stesso anno la giovane scrittrice incontrerà nell’istituto Mario Pagano di Napoli, un gruppo di giovani studenti. Uno sguardo profondo, due occhi che mostrano dolcezza, una dolcezza che proviene da un amore altrettanto profondo di quello raccontato, l’amore di una figlia verso il padre, a cui il romanzo è dedicato. Durante l’incontro con quei giovani studenti che avevano letto la sua opera, la scrittrice parla dei suoi amori  letterari, di quei libri che l’hanno colpita, emozionata, portandola ad amare la scrittura più di ogni altra cosa nella vita. E così, tra le prime opere lette, giunge il bardo di stratford. 

Le parole di Zoe Jenny scorrono veloci nella mente del lettore, immagini dolci ma forti, immagini che restano legate ad un sapore amaro e malinconico. Come quell’amore, quel tragico epilogo, quelle foto strappate, quel dolore che il destino ha scritto tra le sue pagine.

E così torniamo indietro, riviviamo attraverso le parole della giovane autrice svizzera, Zoe Jenny, quel momento esatto in cui William Shakespeare mostrò al mondo intero che l’amore, quello vero, reale, unico, non puoi spingerlo in una direzione diversa da quella che il destino ha scelto per lui. Ancora una volta, a distanza di anni, secoli, ritroviamo quella forza che hanno forse solo gli adolescenti, coloro

“…ancora abbastanza giovani da amare disperatamente.”

Una storia struggente ed emozionante che rende giustizia ai sentimenti dei giovani, raccontati senza luoghi comuni e con superficialità.

 

Di Gabriella Monaco

Senza sangue, di Alessandro Baricco

“…Capiva solo che nulla è più forte di quell’istinto a tornare dove ci hanno spezzato, e a replicare quell’istante per anni.”

Senza sangue, il romanzo, scritto da un Baricco che mostra attenzione per ogni parola, viene pubblicato nel 2002. Edito da Rizzoli, tocca, in modo immediato, i punti più alti delle classifiche letterarie. L’opera si divide in due parti, “Uno” e “Due” ed è  incentrato sulla figura di Nina, figlia del proprietario della fattoria di Mato Rujo.

Esistono, nella vita di ogni essere umano, momenti che ti spezzano, che ti lasciano lì, rannicchiato in un angolo, senza un perché, senza un motivo, senza la forza di andare avanti, di andare oltre. Nina, in quell’età dove l’unica cosa da fare dovrebbe essere sognare, assiste inerme alla fine di una vita e poi di un’altra ancora. Ed è così che si spezza la sua. Un istante, un attimo, pochi secondi, il rumore di uno sparo, un’esplosione diritta al cuore e tutto finisce.

La prima parte si svolge proprio in quella vecchia fattoria, dove Nina, ancora bambina, è protagonista passiva di ciò che le accade attorno. Costretta ad assistere, nascosta ed impotente, all’assassinio del padre e del fratello da parte di un commando in cerca di vendetta, scampa all’eccidio grazie ad una botola dove il padre le aveva detto di nascondersi, dentro la quale rimane rannicchiata.

All’interno della seconda parte, Nina, ormai cresciuta, ritrova Tito, uno di componenti di quell’efferato delitto a cui anni prima aveva assistito. Lo stesso Tito sarà invitato in un caffè dalla nostra protagonista a ricordare il passato. Lo scopo ultimo di Nina sarà tornare indietro, fino a giungere a quell’episodio che segnerà profondamente la vita di entrambi.

Qualcosa, al termine della narrazione, colpirà il lettore come un pugno allo stomaco. Un’immagine, una serie di parole e scene che si costruiscono nella mente e che difficilmente la lasceranno. Nina inviterà uno stupito Tito in un albergo per fare l’amore, ritrovandosi ad assumere la stessa posizione rannicchiata che tanti anni prima l’aveva preservata dalla morte. Un ritorno al passato, ancora una volta, un ritorno a quella notte, quella notte in cui tutti ha avuto una fine. Una notte in cui, di inizi, non ce ne sarebbero più stati.

Alessandro Baricco, scrittore controverso e spesso stroncato dalla critica, in una serie quasi infinita di “scatti fotografici”, in una descrizione di eventi che porta il lettore a “divorare” immagine dopo immagine un racconto che lascia senza parole, ci porta in quel luogo dove ognuno di noi ha visto spezzare il proprio legame con i sogni. E cosa ci resta dopo se non la ricerca di una vendetta che dia almeno un senso, ancora uno, a quella vita spezzata? Ma Nina non cerca vendetta, cerca un ricordo, cerca “quell’assurda fedeltà all’orrore”, forse un perché di quel legame incomprensibile con colui che, la vita, gliel’ha rubata troppo in fretta.

Così siamo lì, accanto a Nina. Quella bambina che vede la propria vita spezzarsi; è inerme, silenziosa, rannicchiata in un angolo oscuro dal quale non saprà più far ritorno. E ancora lei, Nina, adulta, matura, che forse cerca vendetta, forse, solo quella conclusione per poterla vivere ancora, per poterla vivere ora, per la prima volta, quella vita spezzata tanti anni prima.

C’è tutto nell’opera di Baricco: tecnica narrativa, parole e immagini costruite a dovere che trascinano il lettore in ogni singolo fotogramma che nasce. Uno stile sobrio, diretto, per un romanzo molto breve, che crea una storia in cui il pubblico può entrare e crescere, capire, stupirsi, porsi domande a cui forse non si troveranno risposte.

E una conclusione degna del più grande Baricco, un grande scrittore; un’opera degna di nota.

Pagina dopo pagina, istante dopo istante, ricordo dopo ricordo, ci immergiamo, poi, in quel momento finale, in quella pace assoluta. Il ricordo di chi ti ha strappato alla vita, il pensiero e, forse, la certezza, che quel qualcuno sia l’unico essere in grado di ridarci ancora una respiro che non sia amaro.

Di Gabriella Monaco.

‘I pesci non chiudono gli occhi’, di Erri De Luca

La voglia di crescere, di cambiare, quel desiderio di vedere il corpo maturare, trasformarsi; c’è tutto questo in I pesci non chiudono gli occhi dello scrittore partenopeo Erri De Luca.

“L’infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. Smette ma non succede niente, si sta dentro lo stesso corpo di marmocchio inceppato dalle altre estati, rimescolato dentro e fermo fuori.”

Erri De Luca torna, nel 2011, con un romanzo edito da Feltrinelli, infarcito di frasi che sembrano poesia. Una musica che accompagna una dolce e amara malinconia, sembra attorniare queste pagine. Un uomo che torna indietro con la propria mente, la guerra, il dopoguerra, gli americani, i tedeschi, una città distrutta e un padre che cerca fortuna altrove. Ancora un’isola, probabilmente Ischia, dove De Luca aveva ambientato “Tu, mio”, dove trascorrere l’estate, tra enigmi da risolvere e due nuovi occhi da guardare.

Da quei cinquant’anni tutto è cambiato, tutto o niente. Quel bambino è ancora li, ricorda e sente, sente e ricorda. Vede ancora quegli adulti, conosciuti attraverso i libri del padre, nient’altro che “…bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali, patetici e prevedibili.”  

Nelle parole di De Luca conosciamo un altro piccolo protagonista senza volto, siamo noi, è lui, siamo noi. Un’infanzia fatta di silenzi, di sguardi persi nel vuoto, in quella voglia di cambiare, di apportare al corpo quella trasformazione che la mente già sente sua, in ogni più piccolo centimetro di essa. Ma il corpo resta li, fermo, immobile, e allora resta da scegliere una strada da percorrere per forzarlo, quel cambiamento. Con una rottura dello stesso corpo, solo così, qualcosa, sarebbe cambiato.

Le parole scorrono con dolcezza, attraverso quella malinconia che ci riporta indietro ogni qual volta osserviamo i luoghi che hanno accompagnato la nostra infanzia, quei luoghi fatti di quegli attimi che ci hanno cambiato. E allora il bambino cambia, il corpo inizia la sua trasformazione, “forzata”; attraverso il sangue, le lacrime nascoste, prese di posizione di fronte ad una madre che non sa scegliere, che sembra aver bisogno dell’appoggio di un “bambino” di dieci anni per trovare le sue risposte. O è forse quel bambino, a sentire di doverle dare, quelle risposte.

Il romanzo, racchiuso nella sua dolcezza, ci parla di una storia ordinaria, ma indimenticabile. Poche parole, poche notizie, piccoli accenni, spesso brevi commenti. L’indispensabile per raccontare quei momenti che tutto cambiano.

E poi lui, quel sentimento che sconvolge l’animo, che lo riempie e lo svuota, che smuove dentro, che arricchisce con le sue mille ferite. L’amore, quel solo verbo, “amare”, che il bambino non riesce a comprendere. I grandi se ne riempiono la bocca senza nemmeno sapere cosa sia. Ma quell’estate anche questo cambia. L’ amore arriva e ha due occhi che, il nostro giovane protagonista non riesce a smettere di guardare.

“Ero rimasto immobile a guardarla. “Ma tu non chiudi gli occhi quando baci? I pesci non chiudono gli occhi.””

I racconti di quei momenti che riportano all’ infanzia, si alternano ai pensieri dell’uomo ormai divenuto adulto: lo scrivere di oggi, il salire su un palco a strimpellare la chitarra, la morte dei genitori, la mano di sua madre che posava tiepida sulla fronte, fino all’ultimo. E ancora la madre, che amava tanto gli scrittori e che lo amava, anche come scrittore. Spesso, quando qualcuno dei suoi libri le era particolarmente piaciuto, lo guardava e diceva “Aro’ sì asciuto?” (Da dove sei uscito). E lo stupore, accompagnato da un dolce sorriso, per quell’amore, per quel verbo che, ancora oggi, gli adulti non sono in grado di comprendere.

Lo scrittore si lascia andare ad un certo autocompiacimento, ma le pagine scorrono veloci. I pesci non chiudono gli occhi è nn altro libro da “divorare”, come tutti quelli con cui lo scrittore napoletano ci ha appassionato. E quella lingua, il napoletano, quella che anche chi non la conosce, non può fare a meno di amarla. E così, Erri De Luca, torna a Napoli, noi camminiamo accanto a lui, ascoltiamo quella musica dolce, quella malinconia che accompagna le nostre giornate, gli anni che passano, inesorabili, come il tempo che corre troppo velocemente. Ma a De Luca, come un dono, è stato fatto quel dono che si concede solo ai grandi scrittori. Lui lo ferma il tempo, il nostro tempo, quello passato: ai ricordi andati, rimasti in quell’isola dove, quel tempo da bambini, si fermava per imparare a vivere.

“Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.”

‘La vita è altrove’, il saggio-romanzo di Milan Kundera

“E non c’è niente di più bello dell’attimo che precede la partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse.” Sembra essere racchiusa in questa frase l’essenza del romanzo La vita è altrove (1973) dello scrittore, poeta e drammaturgo ceco naturalizzato francese Milan Kundera, reso celebra dal grande romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere (1989), realistico e metafisico nello stesso tempo.

Dal momento esatto in cui Jaromil viene concepito, egli è il poeta. Così vuole sua madre. Le sue fantasie la porteranno a credere che il proprio figlio sia nato non per fecondazione del marito, ma di un Apollo di alabastro. Sarà con questo spirito che la madre accompagnerà il figlio, invisibilmente, nel letto dei suoi amori, lo assisterà nei momenti che precedono la morte; la morte di un giovane poeta che ha reso le sue fantasie, la sua stessa realtà.

Con la sua scrittura, a metà strada tra il saggio letterario e il romanzo, Kundera ci accompagna nella vita di Jaromil, un giovane poeta ceco che deciderà di immergere la propria vita in quel mondo poetico e letterario rappresentato dalle sue opere. Una madre apprensiva, una madre onnipresente, quella madre creata da Kundera, secondo quegli stereotipi letterari che, forse, non possono esistere nella realtà.

La vita è altrove è ambientato in Cecoslovacchia, a cavallo tra gli anni trenta e la fine degli anni quaranta. Il nostro protagonista, Jaromil, vive e cresce tra gli agi, quei vizi donatigli dalla madre capace di creare un mondo che non sembra reale. Jaromil, in seguito ad una serie di scottanti delusioni, trasformerà la sua vita nelle sue opere; nelle sue poesie ci sarà ciò che la vita non è stata in grado di offrirgli.  In questa sua fuga dalla quotidianità, comincerà a scrivere poesie e racconti creando le avventure di un giovane personaggio vincente, Xavier. Jaromil si immedesimerà a tal punto nel suo personaggio da arrivare a immaginare di vivere una vita parallela poetica e romantica, che fa da contraltare a una realtà che lo lascia profondamente insoddisfatto. 

Durante gli anni del secondo dopoguerra, con la presa del potere da parte dei comunisti in Cecoslovacchia, il protagonista riesce a conquistare il successo nel ruolo di poeta di regime, scrivendo versi involontariamente demenziali sulla costruzione di centrali elettriche e macchinari agricoli. Assorbito da un coinvolgente idealismo comunista e inebriato dal successo ottenuto come poeta, Jaromil perde ancora di più il contatto con la realtà. Arriverà a convincersi di essere il suo eroe. Sarà quella la sua realtà, sarà quella la sua vita. Ma la vita non lascia scampo, non abbandona i propri protagonista nella finzione e nella menzogna. La vita è pronta a scaraventare e riportare il ragazzo alla vita vera. Quel sonno in cui sembra essere caduto, quell’illusione sta per terminare. Attraverso una pesante umiliazione, il nostro protagonista, sarà costretto ad aprire gli occhi, forse, per la prima volta. 

Il poeta, la madre, la giovinezza, la rivoluzione, questi i temi centrali trattati da Kundera all’interno di un’opera che porta il lettore a porsi domande, sulla vita, sulla realtà, su quel mondo immaginario nel quale ognuno di noi si getta profondamente quando la vita sembra essere troppo dura, quando questa vita non lascia spazio ad un sorriso.

Il protagonista in quest’opera resta, senza dubbio, la poesia con tutto ciò che essa porta dentro di se. Sarebbe, forse, più corretto dire, con tutto ciò a cui essa porta il poeta, l’uomo, il fanciullo, il giovane poeta nella sua rivoluzione. Ma la poesia non può essere un riparo assoluto dalla vita, dal dolore. La vita è altrove… La vita resta in quella quotidianità che cerchiamo di fuggire, quella che spesso non lascia scampo, quella fatta di dolori, paure, ma anche gioie inaspettate. La vita è altrove…

All’interno del romanzo lo stile si presenta particolare: l’autore si appella spesso al lettore, richiama i capitoli precedenti o successivi, ci avvisa che narrerà vicende saltandone altre. La prosa di Kundera ci sorprende sempre poiché non segue le regole comuni della finzione letteraria, ma instaura un rapporto col lettore che lo rende complice della finzione stessa. Lo scrittore gioca con il lettore, al quale regala pagine piene di intensità, riuscendo sempre a trasmettere gli stati d’animo dei protagonisti.

Realtà e finzione si fondono all’interno del romanzo di Kundera. Realtà che diventa finzione, o viceversa. E allora giunge un dubbio, un’interrogativo. Quanto si può vivere nella finzione? Quanto si può vivere nella realtà senza fuggire in un mondo poetico e finto che riscalda il cuore? Quanto si può vivere in quelle illusioni che ci allontanano dal dolore, prima che questo dolore esploda senza lasciare il tempo di capire?

Poi la fine. L’ultimo respiro. Quella finzione non è più realtà. Da quella realtà non si può più fuggire. Ancora, un ultimo respiro. Sostiene infatti Baudelaire: “Bisogna essere sempre ubriachi… di vino, di poesia o di virtù, a vostra scelta”. Il lirismo è ebbrezza, e l’uomo si ubriaca per potersi fondere più facilmente col mondo”. Sembra che sia stata scritta apposta per Milan Kundera.

 

 

Montedidio, di Erri De Luca

“Fai bene a dire tenere invece di avere. Avere è presuntuoso, invece tenere lo sa che oggi tiene e domani chi sa se tiene ancora.” Montedidio di Erri De Luca è una storia narrata con dolcezza e passionalità, con amore e orgoglio in quella lingua, quel dialetto che ti si “appiccica” addosso se sei nato e cresciuto a Napoli.

Non siamo a Gerusalemme, bensì a Napoli in uno dei suoi luoghi più antichi, forti, colmi di storia, di realtà, di verità, quella che scorre nelle vene, quella che non puoi dimenticare, allontanare, ma solo vivere. Un ragazzino sembra essere il protagonista di uno dei libri più belli scritti da colui che continua ad emozionarci con quel dialetto, quella lingua e tutto dice attraverso poche parole, piccoli gesti.

L’italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole. Attaccata con lo sputo: per una suola di scarpa non va bene, ma per il dialetto è una buona colla.”

Ma qui, tra queste pagine, ancora una volta nei romanzi di De Luca, la nostra protagonista è Napoli, raccontata e vissuta. Un ragazzo mette per iscritto i suoi pensieri, la sua vita. A tredici anni impara il “mestiere”, l’italiano, “l’ammorre”, quello con due emme, quello che forse non puoi raccontare. O forse si. Perchè lui, Erri De Luca, ci riesce. Riesce a spingersi oltre con semplicità e dolcezza, riesce a portarci in quei quartieri, vicoli, strade stretta dove anche i fantasmi sembrano non avere pace.

“… per le scale di sera passano gli spiriti. Senza il corpo hanno nostalgia solo delle mani e si buttano addosso alle persone per desiderio di toccare.”

Il primo lavoro è nella bottega di un falegname dove il nostro piccolo “protagonista” di Montedidio incontra e conosce un vecchio ebreo giunto a Napoli solo per caso. La sua meta era un’altra, Gerusalemme, appunto. Giunge in treno Don Rafaniello. E lì, mentre osserva e spera, odori, rumori, un qualcosa d’immenso mai visto prima lo porta in quella città, in quel paradiso che nessuno sembra aver compreso, non ancora, non oggi, non ora, non qui. Don Rafaniello resta a Napoli, insegna al piccolo bambino che vuole diventare uomo, a osservare la gente, il loro modo di stare al mondo, a comprendere i loro sogni, quei desideri nascosti, quegli adulti che non sanno che farsene della felicità. L’infelicità sembra più facile, si attacca addosso, come la colla, come il napoletano, come quella lingua.

Un mistero avvolge la vita di questo vecchio ebreo, una predizione, il sopraggiungere di quella fine, lieve, tanto attesa, che porta sollievo. Le ali di un angelo, o forse è lui, quell’angelo.

E poi il degrado familiare, la malattia della madre, un padre assente e l’ammore, quello per Maria. Una ragazzina, una bambina che la vita e le attenzioni malsane del padrone di casa hanno reso già grande. E ancora lui, il nostro piccolo uomo che sogna di salvarla, la sua amata e continua a vivere accanto a quell’angelo ebreo aspettando quelle ali che spunteranno dalla sua gobba. Lui lo sa, è solo questione di tempo. Volerà.

E poi un’immagine. Un oggetto che percorre le pagine di questo romanzo. Un pezzo di legno magico, un “bumeràn“, un regalo ricevuto dal padre con cui il ragazzo si allena ogni giorno, ma senza farlo volare. Aspetta, osserva. Lì non c’è spazio, presto ce ne sarà.

“…sopra questo quartiere di vicoli che si chiama Montedidio se vuoi sputare in terra non trovi un posto libero tra i piedi”.

Ma sarà questo continuo esercizio a portare in lui la consapevolezza del cambiamento. Il corpo cresce e cambia, così come la mente, i pensieri. Bisognerà attendere quella notte, la notte di capodanno. Quella notte in cui tutto finisce e tutto ha inizio. La notte della profezia, la notte del volo di un angelo, la notte fatta di libertà e speranze. Una notte che lascia “due piume e un paio di scarpe“.

“Le Monde” ha definito Montedidio il miglior lavoro di De Luca. In un tempo che sembra essere avvolto in un solo secondo, lo scrittore napoletano mostra un’adolescenza mai cominciata. Dal primo giorno di lavoro all’ultimo giorno dell’anno tutto sembra svolgersi in un istante. Un tempo veloce e inesorabile. E ancora lei, Napoli. Le sue strade, la sua forza, la sua voglia di essere compresa, l’impossibilità di riuscirci. Non tutti sono nati per capirla, questa città. I tentativi di capire, comprendere. Capire se stessi, capire ciò che cambia e ci avvolge, capire il mondo, quello degli adulti e quello che tocca la vita, in ogni sua sfumatura.

Piccoli capitoli, brevi, forti, intensi. Immagini che escono fuori attraverso poche parole. Eccolo. Un altro. Un capolavoro. Un’opera degna di essere vissuta.

“Mi chiedo da solo: non me ne potevo accorgere per conto mio di esserci? Pare di no. Pare che ci vuole un’altra persona che avvisa.”