Sulla strada, il “testo sacro” di Jack Kerouac e della Beat Generation

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare». 
(Jack Kerouac, Sulla strada)

Sulla strada (1951), il più famoso e discusso lavoro dello scrittore statunitense Jack Kerouac, è considerato un cult intramontabile, un mito da generazioni e assurto quasi a testo sacro, una vera e propria “Bibbia” di quello che è stato il movimento generazionale degli anni ’50: la Beat Generation.
Tale movimento artistico, poetico e letterario, sviluppatosi soprattutto nel secondo dopoguerra, propugnava uno stile di vita basato sul nomadismo, il rifiuto dell’opulenza americana e la ricerca di nuove dimensioni visionarie nella droga. Temi certamente cari a Kerouac che, dopo aver vagabondato per gli Stati Uniti, per essere “purificato” dalla strada, non solo ha praticato personalmente questo stile di vita (soprattutto a New York e a San Francisco con i suoi cari amici W.S. Burroughs e A. Ginsberg), ma ha deciso di esporlo direttamente nel suo capolavoro On the road, Sulla strada.

Il romanzo è fortemente autobiografico. Pur presentando sostanzialmente una trama molto semplice è stato suddiviso in cinque parti, scritto sotto forma di episodi e ambientato negli anni ’40.
I protagonisti  Sal Paradise (sotto le cui spoglie si cela l’autore stesso), un ragazzo squattrinato spinto da ambizioni letterarie a viaggiare verso l’Ovest, e l’amico Dean Moriarty che, uscito dal riformatorio, è animato dalla voglia di vivere esperienze intense, affrontano insieme un “viaggio”, viaggio inteso come abbandono e alienazione dalla società di massa, abbracciando quella che è la vita “sulla strada” e che si concretizza poi materialmente quando i due affrontano una serie di esperienze insieme, sperimentando cose nuove e proibite portandoli a realizzare successivamente la loro insofferenza e incapacità di adattarsi alla società.

I due ragazzi non sanno cosa li spinga, ma sanno che devono andare, devono procedere nel loro cammino, quasi come se la strada fosse un richiamo; il viaggio è dunque il filo conduttore dell’opera. Sal e Dean vivono alla giornata, sono “costretti” a confrontarsi con nuove realtà, a mettersi in gioco, la noia per loro non esiste. il problema ridondante nel libro è sicuramente la fede, arrivando poi a sostenere l’esistenza di una forza maggiore che si identifica con la vita stessa e che si manifesta con la libera espressione della personalità umana. I mezzi  più efficaci per raggiungere tale stile di vita sono la droga, il sesso promiscuo, l’esaltazione musicale (nello specifico il jazz).

Dunque il motivo del viaggio va inteso anche in modo virtuale: attraverso l’uso di sostanze stupefacenti i due ragazzi si ritenevano liberi di abbandonarsi ai piaceri, che però, anche se risulta difficile, non deve essere visto come simbolo di un degrado, ma come sinonimo di creatività e immaginazione ormai soffocate dagli ideali dell’uomo moderno. Tuttavia, tra le pagine traspare anche la voglia di “mettere la testa apposto”: Dean capisce che lo stile di vita giusto non è quello che porta avanti, tra scappatelle, alcool e droghe, ma non riesce a farne a meno, la voglia di trasgredire è troppo forte, o meglio il desiderio tutto umano di afferrare un pezzetto di eternità, di essere a modo nostro “divini”. In questo senso, la tematica della gioventù bruciata si presenta soprattutto come una ricerca (che coincide con la fuga) di ciò che si è perduto e che si sente il bisogno di ritrovare, fuggendo dalla società consumistica e da se stessi e dalle proprie certezze.

La quinta e ultima parte del romanzo che tratta del viaggio dei protagonisti da Città del Messico a New York, mette quasi un punto a queste numerose esperienze, ma che in realtà non hanno fine in quanto la loro è considerata una fuga dal conformismo e destinata a proseguire, seppur solo nella loro mente. I due protagonisti si ritrovano dunque alla fine di un percorso, questo lungo cercare una vita perfetta che termina purtroppo con l’accettazione della realtà.

Merita una notevole attenzione lo stile narrativo utilizzato da Kerouac, così ritmato e spontaneo, frenetico, spesso ripetitivo e meno coinvolgente nel finale, di grande potenza evocativa, tale da rendere ancora più vere le sensazioni e le emozioni dei protagonisti. Sembra quasi che l’autore americano registri quello che vede, le descrizioni di paesaggi, la natura, la gente. Nell’opera scorrono i paesaggi di tutti gli stati americani, la California, il Texas, l’Ohio e tanti altri, fino a raggiungere il Messico.

Bisogna ammettere quanto Kerouac col suo romanzo faccia davvero viaggiare la mente in un modo molto più forte e intenso rispetto ad un viaggio reale e per chi ama viaggiare e “perdere paesi”, come ha sottolineato Pessoa, “la lettura di On the road è davvero qualcosa di speciale”, facendoci riflettere anche sulla questione della fede e sulla differenza tra la società borghese e conformista americana e quella nascente. Ma davvero oggi il tema della ribellione è così attraente? Davvero la ricerca della felicità debba avvenire (e soprattutto con esiti positivi) fuori dai cliché dettati dalla malvagia società capitalista?. Certo all’epoca Sulla strada ha “stregato” l’America e poi l’Italia in cerca di scrittori “di sinistra” (che in realtà non lo erano) per la nostra imminente rivoluzione.

Federico Garcia Lorca, cantore sanguigno e tragico

Il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros (non lontano da Granada) nasce Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, meglio conosciuto semplicemente come Federico Garçia Lorca, una tra le più autorevoli ed originali voci poetiche del Novecento spagnolo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo e appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, il gruppo di scrittori che ha affrontato con successo le Avanguardie europee.

Garcia Lorca nasce in una famiglia benestante, il padre infatti è un ricco proprietario terriero e la madre una maestra colta; la quale, non godendo di buona salute, fa allevare il piccolo da una balia, la moglie del capataz del padre, che influisce molto sulla sua educazione e sulle sue passioni. Considerato quasi un bimbo prodigio, il piccolo Lorca manifesta subito una grande sensibilità per la musica esaltandosi al suono del pianoforte e della chitarra, un amore per le canzoni popolari, senza escludere il disegno e la pittura da autodidatta e successivamente si sviluppa in lui anche una grande “memoria plastica” per i luoghi visti anche una sola volta.

Nel 1909, in seguito al trasferimento con la famiglia a Granada, inizia i suoi studi universitari, rimanendo anche coinvolto nelle attività dei circoli culturali del luogo. Qui scrive la sua prima opera letteraria Impresiones y paisajes- impressioni e paesaggi pubblicata nel 1918, che non riscuote grande successo e un Libro de poemas- libro di poesie. È proprio in questo periodo che stringe amicizia con il giurista Fernando de Los Rios che gli sarà amico per tutta la vita.

Successivamente prosegue gli studi in filosofia e diritto a Madrid, laureandosi in giurisprudenza nel 1923. Nonostante la sua laurea, la scuola e lo studio in generale, non sono  mai stati il forte dello scrittore, il quale ha prediletto, grazie anche alla sua indole allegra e giocosa, attività di gruppo, riuscendo sempre a coinvolgere con successo numerose persone e creando così le condizioni per la nascita di un’altra sua grande passione: il teatro. Durante gli anni universitari infatti stringe amicizia con personaggi di grande rilievo, tra cui Salvador Dalì e Gregorio Martinez Sierra, il direttore del Teatro Eslava dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa- il maleficio della farfalla che però non viene accolta bene dal pubblico. A seguire il dramma storico-romantico Mariana Pineda (1925) di scarso successo.
Nel giro di pochi anni, Garcia Lorca riesce  a ribaltare questa situazione di poco gratificante, superando non solo il periodo di insuccessi, ma addirittura riuscendo nel 1931 a fondare il teatro universitario La Barraca, diretto con Eduardo Ugarte.

Nel frattempo compone e recita agli amici della Residencia le liriche delle Canciones- canzoni  del 1927 e soprattutto del Romancero gitano, opera che dà a Garcia Lorca una fama quasi nazionale.
La sua vita continua a riempirsi di nuove esperienze, lavori e amicizie tra cui spiccano sempre grandi nomi: Pablo Neruda, il torero Ignacio Sanchez Mejias, ma nonostante ciò il suo animo è turbato, cade in una depressione sempre più profonda esacerbato frutto dei sensi di colpa per la sua omosessualità che ormai non riesce più a nascondere. Le condizioni psicologiche dello scrittore peggiorano sempre più al punto che l’amico Fernando de Los Rios, ignorandone i motivi, organizza per lui un viaggio negli Stati Uniti d’America, soggiorno che durerà dieci mesi.

Il soggiorno a New York, durante il quale Garcia Lorca frequenta la Columbia University, è sicuramente importante per la sua produzione. Qui compone quello che è stato considerato il suo capolavoro: Poeta en Nueva York. Affascinato e sconcertato dal dinamismo degli americani, dal miscuglio di razze e dal crollo di Wall Street cui si trova ad assistere per caso, il giovane poeta spagnolo raccoglie qui, attraverso quindici lettere inviate ai familiari, le sue impressioni. Un’opera molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni settanta del Novecento, e mai integralmente. In forma vertiginosamente surrealista, essa rappresenta la metafora del dramma intimo che vive il poeta stesso, applicando in essa anche le idee del teatro della crudeltà teorizzate da A. Artaud nel 1935.

Dopo un breve soggiorno a Cuba, Lorca ritorna in Spagna e quasi presago della prossima fine, inizia un’intensa attività di scrittore e di uomo di teatro. Pubblica molte liriche tra cui Llanto por Ignacio Sanchez Mejias (Compianto per Ignacio Sanchez Mejias), splendida elegia in memoria dell’amico torero, suo capolavoro poetico assoluto.
Il teatro lorchiano, preannunciato da La zapatera prodigiosa-la calzolaia prodigiosa, arriva alla piena maturità nei quattro i drammi: Bodas de sangre, del 1933 (Nozze di sangue), Yerma (1934), Dona Rosita la Soltera, del 1935 (Donna Rosita nubile) e La casa de Bernarda Alba (1936). Con tali opere Garcia Lorca si discosta dai motivi aneddotici e folcloristici abbandonandosi alle passioni dominanti.

Federico Garcia Lorca è stato senza dubbio il poeta più originale se non addirittura l’unico della sua generazione, ha contribuito allo sviluppo culturale spagnolo e ha valorizzato l’impegno civile della poesia. Cantore di figure reali, nobili e tragiche come Antonio Camborio, Mariana Pineda, Rosalia Castro e figure apocalittiche, il poeta spagnolo ha ridonato loro linfa vitale e armonia, recuperando quel senso di pietà umana che ai nostri giorni sembra latitare. La grandezza umana per il grande poeta umana sta soprattutto nella sua sconfitta che egli sublima.

Inimitabile per il suo essere popolare, per la sua capacità di ascoltare le voci interiori che molti ignorano perché ne hanno paura, ma allo stesso tempo aristocratico e intriso di sangue, spirito e stile andaluso universale. Grande interprete dell’elegante crudezza dell’arena che ripete la lotta mortale tra luce ed ombra come ha affermato Pablo Neruda, la produzione lirica di Garcia Lorca è dominata dai motivi di sangue, dolore e morte, dall’idillio, dal fasto e dal funereo, da allucinanti fantasie che catturano il lettore, ma anche dalla tenerezza e dal mistero:

L’ombra dell’anima mia

fugge in un tramonto di alfabeti,

nebbia di libri

e di parole.

 

L’ombra dell’anima mia!

 

Sono giunto alla linea dove cessa

la nostalgia,

e la goccia di pianto si trasforma

in alabastro di spirito.

 

(L’ombra dell’anima mia!)

 

Il fiocco del dolore

finisce,

ma resta la ragione e la sostanza

del mio vecchio mezzogiorno di labbra,

del mio vecchio mezzogiorno

di sguardi.

 

Un torbido labirinto

di stelle affumicate

imprigiona le mie illusioni

quasi appassite.

 

L’ombra dell’anima mia!

 

E un’allucinazione

munge gli sguardi.

Vedo la parola amore

sgretolarsi.

 

Mio usignolo!

Usignolo!

Canti ancora?

Nel 1936 è  il poeta figura tra i fondatori dell’Associazione degli intellettuali antifascisti. Arrestato all’inizio della guerra civile, viene fucilato a Viznar dalla guardia civile franchista nei pressi della sua Granada il 19 agosto 1936, a soli 38 anni. Garcia Lorca, in eterno conflitto tra passione e ragione, ci ha lasciato una poesia che pare chieda molto alla vita, una poesia rivoluzionaria che, come ha affermato egli stesso, “è qualcosa che cammina per le strade, che si muove, che passa accanto a noi. Tutte le cose hanno il loro mistero e la poesia è il mistero di tutte le cose. Si passa accanto ad un uomo, si guarda una donna, si percepisce l’incedere obliquo di un cane e in ciascuno c’è la poesia”.

Il Ventuno a Primavera, al via l’edizione 2015

L’Associazione Culturale CircumnavigArte, con il Patrocinio della città di Brescia, organizza per la giornata mondiale della poesia (che si tiene il 21 marzo), l’evento “Il ventuno a Primavera” giunto alla sua seconda edizione nazionale.
Si tratta di un concorso nazionale di poesia, haiku (componimento poetico giapponese) e fotografia, nato con l’intento di omaggiare la grande scrittrice e giornalista Oriana Fallaci scomparsa del 2006.
L’evento si propone di promuovere e divulgare non solo la poesia italiana contemporanea, ma anche l’estro creativo attraverso l’immagine fotografica. In tal modo vengono utilizzate due espressioni artistiche per uno scambio di emozioni e sinergie.
I proventi dell’iniziativa saranno destinati a fondazioni ed enti no profit per far sì che il nostro umile impegno nel coinvolgere e avvicinare le persone all’arte e alla cultura possa dar spazio anche a coloro che sono meno fortunati di noi e non limitandoci alle nostre iniziative.
Il concorso è aperto a tutti gli autori italiani e stranieri che desiderino avere una maggiore visibilità e soprattutto voglia di confrontarsi tra loro. A tal proposito verranno scelte le poesie e gli scatti migliori che verranno inseriti nell’omonima antologia la quale sarà presentata al pubblico durante la premiazione degli autori, prevista per il giorno 21 marzo 2015 appunto, presso una prestigiosa location del lago di Garda.

Il concorso si svilupperà in 3 sezioni e la quota di partecipazione è di 10 euro per ciascuna:
A) Poesia: rivolta a tutti gli autori italiani e stranieri maggiorenni. Si partecipa con 1 Poesia oppure con HAIKU fino ad un massimo di 4 per autore
B) Poesia: la sezione B è rivolta a tutti gli studenti di scuole medie superiori. Si partecipa con 1 Poesia oppure con HAIKU fino ad un massimo di 4 per autore
C) Fotografia : la sezione C è rivolta a professionisti e dilettanti di qualsiasi età, purché maggiorenni. Si partecipa con una/due foto ad alta risoluzione e rigorosamente in bianco e nero che in qualche modo rispecchino il tema “ non il tuo corpo, bensì la tua anima “ ispirandosi al brano tratto dal libro “ Un uomo” di Oriana Fallaci.
Per maggiori informazioni riguardanti i requisiti di ammissione e i le modalità di pagamento, si rimanda al sito www.concorsiletterari.net.

Alessandro Falzani: “Lorian, l’alleanza dei caduti”

“La neve fatica ad imbiancare le vaste pianure di Roxville, nulla pare essere cambiato, solo qualche piccola casa in più. I fiumi dei camini avvolgono il cielo grigio e i pavimenti lastricati della cittadina sono coperti da un manto soffice e tenue, le impronte delle scarpe creano solchi a terra che subito la neve ricopre, l’aria è gelida e per le strade le persone sono difficili da riconoscere, coperte da molti manti e cappelli”.

Le poche righe, estratte da pagina 52 del romanzo Lorian, l’alleanza dei caduti, sono sufficienti per apprezzare le doti del giovane scrittore Alessandro Falzani, autore di un insolito genere fantasy, quasi un nuovo stile in cui i personaggi sono noti, ma hanno sfumature originali ed imprevedibili, sviluppati quindi in un modo inatteso e sorprendente.
Lorian è il suo romanzo d’esordio, storia epica ed avvincente e di grande impatto in cui il protagonista, Lorian appunto, tra mille peripezie arriva a trascendere la propria condizione di uomo per salvare il mondo e l’intero universo.

La trama, abbastanza scontata, segue il filone catastrofista: la peggiore delle minacce incombe sulla terra, ma non solo: l’intero universo, il paradiso e l’inferno sono prossimi a scomparire. Non ci sono speranze, addirittura Dio stesso è succube di tale minaccia, ad essa è in realtà profondamente legato, la conosce bene e sa che nulla, nemmeno il suo potere, può fermarla. Forse, l’unico barlume di speranza si nasconde nel più disperato tentativo: Dio si rivolge alla razza umana, ai suoi figli e tra questi uno soltanto è in grado di sentirlo e di rispondere alla sua chiamata: Lorian. Corre l’anno 1812, l’anno che vedrà un umano affrontare ostacoli indescrivibili e ricevere sostegno e aiuto da forze insperate, nel tentativo di diventare l’unica speranza di salvezza per tutte le razze e per l’universo intero. Lorian sarà privato di qualsiasi affetto, solo morte e tormento lo seguiranno per tutta la vita, perderà ogni cosa e desidererà ardentemente la morte; ma quando anch’essa gli verrà negata, comprenderà che dietro vi è un disegno immensamente più grande.

Ricordiamo inoltre l’altro romanzo di Alessandro Falzani, Glenvion, la matrice che ha come protagonista Patrich Martens. Ma quale oscuro segreto custodisce la sua memoria? La misteriosa morte del padre, quell’emblema che alla mente torna, l’incontro casuale con un sacerdote, sul petto di quest’ultimo uno strano emblema. Due fattori che destano Patrick Martens da un torpore interno e le notti insonni e gli incubi ricorrenti lo riconducono sempre e solo a quel simbolo: cosa significa e perché lo crede importante? In lite con la madre per avergli nascosto particolari del suo sofferto passato, e deciso a chiarire i suoi dubbi, Patrick parte per il Belgio, diretto alla sua città natale e qui la sua incredibile avventura ha inizio. Uomini all’apparenza normali lo seguono e lo bramano con insistenza, attentando alla sua vita senza che lui ne sappia il motivo. Altri lo seguono nell’ombra, lo hanno sempre fatto e lo condurranno ad una realtà per Patrick impossibile da accettare: riportare alla luce un’antica leggenda e darle vita, trovare la matrice, la chiave di un potere oscuro ma allo stesso tempo essenziale, per lui e per il suo antico ordine. Patrick scoprirà luoghi nascosti ai più, da secoli celati agli occhi più attenti, ma andrà ben oltre quello che i suoi custodi gli offriranno, ben oltre la loro stessa immaginazione, verso un destino che mai avrebbe voluto. Un antico ordine lo segue nell’ombra, lo protegge da una minaccia di cui è egli stesso, a sua insaputa, la causa. Questi cercheranno di salvarlo e condurlo al suo destino: una realtà incredibile, una verità celata da secoli che a pochissimi eletti è concessa e di cui egli è l’ultimo custode.

Le storie raccontate da Alessandro Falzani mostrano situazioni complesse e misteri da svelare, elementi che, sebbene siano trattati frequentemente, catturano facilmente l’attenzione del lettore. Una strada facile, troppo battuta da scrittori emergenti? Può darsi, ma vale sempre l’assunto “Non conta cosa ma il come” e il romanzo di Falzani da questo punto di vista è una storia avvincente che promette ottimi spunti di riflessione intorno a tematiche come la predestinazione e i concetti di bene e di male.

Edoardo Sanguineti, il “chierico organico” studioso di Dante

Esponente di spicco nonché tra dei fondatori del Gruppo ’63, Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010), soprannominato “chierico organico”, in quanto le sue opere avrebbero frantumato, messo in discussione il vecchio sistema, è stato docente di letteratura italiana, poeta, saggista, autore teatrale, studioso e critico di Dante.

Nato a Genova il 9 dicembre 1930, si è spento all’età di 79 anni il 18 maggio 2010. Formatosi a Torino, già da giovanissimo inizia ad interessarsi di letteratura dando origine nei primi anni cinquanta al suo poema più famoso: Laborintus (1956). Il titolo prende spunto dall’utilizzo di uno schema labirintico e secondo il critico Risso anche dalla “complessità della realtà atomica di quegli anni, i cui esiti potevano davvero essere benjaminianamente catastrofici”. Si tratta di una raccolta di poesie che poggiano su un complesso sistema narrativo articolato in ventisette componimenti, tutti privi di titolo, ma numerati progressivamente, accomunati dalle stesse caratteristiche tecniche e tematiche. In questo modo i singoli brani si intrecciano tra di loro costituendo un poema labirintico. In realtà il testo risale all’omonima opera latina, un trattato di arte poetica di Everardus Alemannus del XIII secolo. Dall’opera  di Sanguineti emerge dunque il labirintico e contraddittorio disordine e confusione della società neocapitalistica, e segna una svolta nella lirica italiana, dato il suo sperimentalismo.

Tale opera è stata pubblicata nell’anno della laurea di Sanguineti, grazie anche alla collaborazione del direttore Luciano Anceschi, che sulla rivista <<Il Verri>> nel 1960 afferma: “Accade in questi anni – e vogliamo mettere come data di inizio del movimento il 1956? – nel nostro paese qualche cosa di naturale, di prevedibile, di necessario: nasce probabilmente una nuova generazione letteraria”. Per quano riguarda il compito del critico, Sanguineti afferma:

“Compito del critico è non di ‘missione’ ma di ‘dimissione’. Il problema non è stabilire ciò che è bello o ciò che è poesia, quanto di farsi storici: uscire fuori dalla categoria giudicante dei critici, verso un’interpretazione storica concreta. La ‘missione’, insomma, è di dare le dimissioni da critico ‘puro’”

Dalla sua tesi su Dante con il professor Giovanni Getto, pubblicata poi nel 1961 con il titolo Interpretazione di Malebolge, Sanguineti getta le basi per altre sue opere critiche come Realismo di Dante e Dante reazionario. Tra il 1956 e il 1959 assistiamo ad un reale passaggio dall’intellettualismo alla concretezza della quotidianità, proseguendo con poesie di tema trattato in chiave visionaria, che vanno sotto il nome di Erotopaegnia.

Il 1963 è un anno importante per Edoardo Sanguineti: a Palermo infatti si forma il Gruppo ‘63, risultato dei legami e dei contatti degli anni precedenti ed ottiene la cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea presso la facoltà di lettere di Torino.
La sua attività poetica va avanti per un cinquantennio, finchè nel 1969 si assiste allo scioglimento del Gruppo 63, dando l’avvio ad un periodo pieno di impegni accademici e politici. Ricordiamo infatti che il critico è stato eletto come parlamentare indipendente nelle liste di Pci (1979-1983).

Sanguineti predilige l’aspetto satirico, clownistico ed ironico, combinando oggetti e segni tra loro sotto il segno del plurilinguismo, arrivando a definire se stesso “poeta patetico del Novecento”. Egli attua una dissoluzione delle forme linguistiche registrando la crisi ideologica e letteraria della borghesia, recuperando il linguaggio “basso” come dimostrano gli scritti: Orlando furioso, un travestimento ariostesco (1969), Faust, un travestimento (1985), Dialogo (1988), Commedia dell’Inferno (1989).

Il critico “dimissionario” ha cominciato interpretando a modo suo la lezione dei Cantos di Pound, (fatto rivoluzionario) per poi passare ad una poesia intimista, perfino crepuscolare, come dimostra l’interessante saggio su Gozzano ed infine approdare alla neoavanguardia.

Edoardo Sanguineti ha ricevuto numerosi premi letterari tra i quali la Corona d’oro di Struga, il Premio Capri dell’Enigma (1998), nel  2006 gli è stato assegnato il Premio Librex Montale, nonché candidato alle primarie dell’Unione per l’elezione del sindaco di Genova, il 4 febbraio 2007 e, nonostante non sia stato un grande poeta, a dispetto del saggista, probabilmente rimane tra i pochi scrittori davvero innovatori che ha partorito il Gruppo 63 che celebrava lo smantellamento della sintassi dell’io, l’antipoesia e l’antiromanzo, mettendo in ombra poeti come Luzi e Caproni. In un momento storico come quello, dove la cultura stava cambiando pelle, non bisogna però dimenticare che il PCI, cui ha aderito Sanguineti, aveva il proprio portafoglio a Mosca, e seguendo i diktat del COMINFORM, organizzazione internazionale di movimenti comunisti, costituita  in Polonia nel 1947, che gestiva numerose pubblicazioni, promettendo carriere impiegatizie a poeti “sbiaditi”. Non sempre la letteratura è nemica del potere, anzi può essere un valido mezzo per raggiungerlo, soprattutto quello culturale, del quale la sinistra italiana si è sempre sentita detentrice.

 

Domenico Rea, il narratore di “Nofi”

A vent’anni dalla scomparsa di Domenico Rea (Napoli, 8 settembre 1921 – Napoli, 26 gennaio 1994), scrittore e giornalista italiano, la figlia Lucia ha scelto di dedicare al padre un sito internet; non un convegno, non un tout court, ma un archivio online per mantenere vivo il suo ricordo. Non possiamo di certo parlare di un’operazione esaustiva data la mole della sua produzione e forse sarebbe anche riduttivo limitarsi solo ad essa per ricordare il noto scrittore. Per tale motivo e soprattutto grazie alla facile consultazione, il sito vuole offrire al lettore un’idea generale del pensiero di Rea, descrivendo non solo la sua vita e le origini, ma i motivi che hanno spinto l’autore a cimentarsi in questo campo; una sorta di esempio dunque reso più interessante anche per l’inserimento di una sezione in cui si dà voce all’autore stesso. Il tutto ovviamente è facilitato da alcune foto personali e, come si sa, un racconto attraverso le immagini in Internet seduce e attira l’attenzione.

Domenico Rea nasce a Napoli l’8 settembre 1921, è stato ribattezzato dalla figlia come “narratore di Nofi” (appellativo con cui egli stesso si definisce in un’intervista rilasciata a Corrado Piancastelli nel febbraio 1975, indicando così la sua città, Nocera Inferiore):

“Come ti nacque l’idea di chiamare Nofi Nocera Inferiore? A quindici anni, quando scrissi il mio primo racconto, mi venne fatto di scrivere, invece di «C’era una volta a Nocera Inferiore… », «C’era una volta a Nofi…». Non saprei dire le ragioni motivazionali per cui si verificò questa sostituzione. Forse per non avvertire il peso di un nome di città così lungo e composto. Ma c’è un’altra versione di cui mi compiaccio. Nofi era il nome di un regno dall’orizzonte illimitato. Nocera un’identità storica, la rivale della Pompei romana, una terra di conquista di Annibale, una campagna ubertosissima ben segnalata da Luigi Einaudi. Nofi era invece una terra mia in cui qualche volta i protagonisti rassomigliavano a quelli realmente incontrati, conosciuti e frequentati di Nocera Inferiore”. (http://www.domenicorea.it/perche-scrivo/dallintervista-di-corrado-piancastelli-a-domenico-rea/).

Nato in una famiglia semi-analfabeta e povera, ultimo di tre figli (dopo le sorelle Raffaella e Teresa), nel 1924 Domenico Rea si trasferisce a Nocera Inferiore, paese dell’entroterra vesuviano e luogo d’origine di suo padre (lui ex carabiniere e la madre, Lucia Scermino, una levatrice). Trascorre un’infanzia “libera”, così come lui stesso ama definirla, impiegando il suo tempo nelle campagne di Nocera, correndo scalzo con gli amici, rubando frutta e verdura.
Nonostante la sua predisposizione all’italiano e alla geografia, dopo la licenza elementare abbandona la scuola, seguendo così il suggerimento degli insegnanti e successivamente lascia ogni tipo di studio per motivi economici. Fondamentale però si rivela per lui la lettura di un libro ritrovato per caso in soffitta e appartenuto alla sorella: Il viaggio intorno alla vita di Pierre de Coulevain. Letto da Rea con difficoltà, viene ritenuto infine incomprensibile, al punto che il suo amico Osvaldo, per invogliarlo e facilitargli così la lettura, gli fa recapitare a casa un vocabolario. Rea inizia a leggerlo e cercava di memorizzare quante più definizioni possibili, destandosi in lui una sorta di avidità del sapere.

In seguito, recatosi in una delle tante fiere, riesce ad impadronirsi di due libri: Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e le Operette morali di Giacomo Leopardi. Proprio tali opere danno l’avvio al periodo creativo del nostro Domenico Rea. Scrivere diventa per lui un qualcosa di vitale al punto che nel 1939, a soli diciassette anni, partecipa ad un concorso letterario bandito dalla rivista <<Omnibus>>, diretta da Leo Longanesi, con il racconto È nato; non vince il concorso, ma Longanesi è colpito dal talento del giovane napoletano e lo invita a continuare a scrivere.

Nel 1944 si iscrive al PCI e diventa segretario della sezione di Nocera. Inizia a frequentare il gruppo di giovani intellettuali che darà vita alla rivista <<Sud>>. Determinante è l’incontro con Arnoldo Mondadori e suo figlio Alberto, avviando con loro una sofferta corrispondenza che precede e accompagna le sue pubblicazioni con la grande casa editrice. Alla fine del 1947 Mondadori pubblica il libro di racconti Spaccanapoli, un grande successo di critica, ma non di vendite.
Nel 1948 esce il dramma Le formicole rosse (successivamente rappresentato anche teatralmente con discreto successo), mentre elabora un altro libro di racconti intitolato Gesù fate luce. Si tratta di opere che rimandano agli aspetti più umili e quotidiani della vita napoletana e del Mezzogiorno, nelle quali si confondono realismo e barocco. Nel 1958 è la volta del romanzo Una vampata di rossore, storia di una tragedia familiare e di un’agonia che si dilata per tutta la lunghezza del romanzo. Il libro non viene accolto come Rea spera, né dalla critica né dal pubblico e ciò provoca in lui una crisi. Il suo periodo di silenzio durerà molti anni finchè, nel 1965 vince il Premio Settembrini con una raccolta di novelle intitolata I Racconti.

Nel 1970 Rea diventa giornalista alle dipendenze del Centro RAI di Napoli e collabora a <<Il Corriere della Sera>>. Il libro importante di questi anni è Fate bene alle anime del Purgatorio è pubblicato ancora da Mondadori. Dal 1980, collabora assiduamente con <<Il Mattino>>, per la cui testata scrive alcuni reportage di viaggi. Il 1985 si può considerare come l’anno del suo ritorno: con l’editore Rusconi pubblica Il fondaco nudo, una rielaborazione di racconti e saggi degli anni precedenti. Infine vince il Premio Strega col romanzo Ninfa plebea.

Domenico Rea è stato uno scrittore irrequieto, gioioso e addolorato, ironico e drammatico, lontano dalla vita politica, non si è mai assimilato a nessuna corrente letteraria, sebbene tutta la sua narrativa possa essere considerata per certe sfumature, neorealista, trattando il disagio ambientale e le ingiustizie, ma certamente Rea non è né Silone Carlo Levi. In lui convergono classicismo, romanticismo (Boccaccio e Manzoni) e cultura partenopea (Basile, Mastriani, Imbriani).

 

Corrado Alvaro, il cronista calabrese

Il nome di Corrado Alvaro (San Luca, 15 aprile 1895 – Roma, 11 giugno 1956), non compare molto spesso nei manuali scolastici e nei libri di testo e la sua notorietà è legata al suo capolavoro Gente in Aspromonte, in cui mette inaugura il cosiddetto “tema calabrese” che poi risulterà ricorrente nella sua produzione. Probabilmente ad Alvaro la cultura italiana ha preferito la tradizione della narrativa di ispirazione regionale e meridionale di Verga, Capuana, De Roberto e Pirandello, trascurando però una differenza sostanziale: alla società meridionale vista, dagli autori citati, come qualcosa di immutabile e senza speranza, dove nulla possono né la storia né gli uomini, Alvaro contrappone, forse in maniera troppo elementare, nonostante non tralasci il lirismo neorealista (aspetto questo che ha potuto giocare a  sfavore di Alvaro sull’opinione e sui giudizi della critica), un mondo arcaico tragico, fatto di ignoranza, superstizione e povertà e che però non è immutabile: è un mondo in trasformazione che può essere giudicato soltanto con gli occhi della memoria. Ma come raccontare un mondo chiuso e già di per se elementare?

Poeta, scrittore e giornalista italiano Corrado Alvaro nasce a San Luca (piccolo paese sul versante ionico calabrese ai piedi dell’Aspromonte) nel 1895. Figlio (primo di sei) di Antonio e Antonia Giampaolo; frequenta il collegio gesuita di Villa Mondragone a Frascati, studiando avidamente e iniziando a comporre le prime poesie. Qui entra in contatto con i rampolli dell’alta borghesia romana, coloro che andranno poi a costituire la futura classe dirigente italiana.
Compie gli studi liceali a Catanzaro fino al 1915, anno in cui parte per la prima guerra mondiale. Il periodo che precede la sua partenza è davvero importante per la sua formazione intellettuale. Iniziano a delinearsi i termini di quel problema meridionale dietro il quale Alvaro percepisce la frattura dell’Italia postrisorgimentale, ma che allora sente come conflitto individuale, personale di giovane studente meridionale perduto.

Nel 1916, durante la guerra, viene ferito nei pressi di San Michele del Carso e fa così ritorno a Roma iniziando a collaborare al Resto del Carlino finchè non ne diviene redattore. Nello stesso anno si trasferisce a Bologna con la sorella Maria e sposa Laura Babini. Gli anni che seguono sono molto intensi: nel 1919 si trasferisce a Milano come collaboratore del Corriere della sera e nello stesso anno consegue la laurea in Lettere all’Università di Milano. Nel 1921 diventa corrispondente a Parigi de Il Mondo di Giovanni Amendola; nel 1928 è a Berlino dove continua la sua attività di giornalista collaborando con La Stampa e L’Italia letteraria; infine nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.

Nel 1930 la casa editrice Le Monnier pubblica per la prima volta un romanzo che racconta la dura vita dei pastori: Gente in Aspromonte. Raccolta di tredici racconti considerati la più alta espressione della letteratura meridionalistica, se non addirittura tra le più significative del neorealismo del Novecento. Il primo racconto non solo è ambientato in Calabria, in una delle zone più depresse (l’Aspromonte appunto) dove i pastori sottostanno alle condizione che la natura e i padroni impongono, ma è anche il racconto più lungo a cui seguono gli altri dodici considerati minori.

Il 1942 è l’anno del romanzo Il viaggio, dove lo scrittore mette in evidenza l’insofferenza per ogni soprastruttura imposta dalla civiltà industriale all’antica civiltà contadina, non minore dell’idea tormentata di uscire dalla propria terra, di emigrare verso il mondo moderno. Emerge non solo una propensione a rifugiarsi nei ricordi d’infanzia, ma anche un’aperta sollecitudine verso i problemi sociali e culturali per le sorti dell’umanità, della libertà e della giustizia.
Nel 1943 assume la direzione del Popolo di Roma, già critico teatrale dal 1940 al 1942. In seguito all’occupazione tedesca di Roma, Alvaro si rifugia a Chieti sotto il nome di Guido Giorgi e si guadagna da vivere impartendo lezioni d’inglese.
Dal 1 al 23 Marzo 1945 riesce a ricoprire un ruolo importante: direttore del giornale radio nazionale della Rai, nominato da Luigi Rusca.

Nel 1951 vince il premio Strega con Quasi una vita,  Anno questo detto della “grande cinquina” in cui figurano oltre al romanzo di Alvaro, L’orologio di Carlo Levi, Il conformista di Alberto Moravia, A cena col commendatore di Mario Soldati e Gesù, fate luce di Domenico Rea. E questo fa capire quanto fosse di  ricca, competitiva e soprattutto di qualità la compagine letteraria di quel periodo.

Alvaro, in cui convivono sia l’uomo antico che moderno, ha dimostrato di saper cogliere tutte le novità e i segni di cambiamento della sua epoca e che la società meridionale stava vivendo, giudicando severamente e al tempo stesso vivendo in maniera passionale la sua gente. Segni tangibili nell’arrivo di strade, nell’estendersi dell’istruzione, nell’emigrazione che certamente migliorarono le condizioni economiche della Calabria:

«Ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo con l’ultima mina… i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro… Ma per poco ancora. Come a contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».

 

Bertold Brecht, il drammaturgo socialista

Nato il 10 Febbraio 1898 ad Augusta, in Germania, da una famiglia borghese, Eugen Berthold Friedrich Brecht, più semplicemente conosciuto come Bertold Brecht, è stato uno dei personaggi più influenti del Novecento: drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco.
Influenzato dalla fede protestante della madre che segna la sua educazione linguistica e culturale, vive un’infanzia poco felice per i frequenti problemi di salute e per il carattere schivo (anche al liceo Brecht mostra un comportamento indipendente, anticonformista, polemico e tendente a primeggiare sugli altri).
Nel 1913 inizia a scrivere poesie. Negli anni a seguire la produzione poetica aumenta e quasi tutti i componimenti sono imbevuti di patriottismo, esaltando non solo il lavoro dei militari tedeschi durante la Grande Guerra, ma tutto ciò che è tedesco.
Al redattore Wilhelm Brüstle di certo non sfugge il suo talento, e lo paragona, in un articolo che è stato poi pubblicato negli anni seguenti, per la sua ventata di novità, a quella apportata da Baudelaire nella poesia francese.
Con la morte della madre avvenuta nel 1920 (in suo onore le dedica la poesia Canzone di mia madre)  lo scrittore lascia Augusta per trasferirsi a Monaco, città che offre numerose possibilità culturali, soprattutto nel mondo dello spettacolo. Ben presto infatti Brecht si ritrova nella Lachkeller, La cantina delle risate, un gruppo diretto dal cabarettista Karl Valentin, che si esibisce in spettacoli clowneschi e canori.

La produzione poetica di Brecht è molto vasta e allo stesso tempo disordinata, spesso non raccolta in volumi. Le sue prime opere sono sicuramente influenzate da alcune correnti di pensiero come il dadaismo, il futurismo e in particolare l’espressionismo. Egli rielabora tutti i pensieri, ma in realtà non vede un mondo migliore, né una neo-umanistica fiducia nell’uomo.
Secondo Brecht la poesia non deve essere intesa come il più alto momento dell’attività intellettuale, ma un “utensile”, cioè uno strumento di azione e insegnamento. Ovviamente il tutto si riflette nella scrittura, nei versi che si misurano con la realtà (ricordiamo che i temi brechtiani trattano la cronaca) e di conseguenza non è ricercata la raffinatezza retorico-formale. La lingua è intesa come conoscenza, asservita ad un fine pratico di persuasione e dunque mai intesa come oggetto di interesse in se stessa. Va inoltre sottolineato che nella poetica brechtiana manca la figura dell’io e quando è presente è oggetto di riflessione e di analisi.

Nel 1922 viene rappresentata la sua prima commedia, scritta nel 1920; e nel 1927 esce la sua prima raccolta di poesie Hauspostille (Libro di devozioni domestiche). Tra il 1929 e il 1932 Brecht scrive vari drammi didattici in cui si propone di “trasformare” anziché interpretare la realtà. Dunque una forma di teatro volta esclusivamente all’insegnamento della dottrina marxista.
L’idea di Brecht è quella di creare una sorta di “racconto filosofico” impegnando dunque lo spettatore in un dibattito di idee, uno scontro tra tesi opposte. È di sicuro una delle novità nella storia del teatro, per poi arrivare successivamente all’idea di eliminare tutto l’impegno politico e partitico che non fa altro che soffocare il teatro; questo si rifletterà soprattutto nelle opere seguenti in cui Brecht si abbandona totalmente alla componente pedagogica, ricercando solo il divertimento che ormai concepisce come essenziale nel teatro.

Dal 1933 al 1947 risiede in esilio in Danimarca, Svezia, Finlandia, Unione Sovietica e Stati Uniti. Sono anni duri, ma anche quelli della sua produzione più nota; di quegli anni infatti ricordiamo Terrore e miseria del terzo Reich e La resistibile ascesa di Arturo Ui.
Accusato di avere idee comuniste, nel 1947, dopo essere stato interrogato dalla Commissione per le attività antiamericane, fugge a Zurigo rimanendovi un anno e ottenendo la cittadinanza austriaca. Qui mette in scena Antigone di Sofocle, tragedia scritta da lui e ispiratosi a quella sofoclea.
Negli anni seguenti si occupa quasi interamente di teatro, nonostante alcune rappresentazioni nelle città europee gli creano problemi con i vertici del partito SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands).
Muore nel 1956 a Berlino, seppellito secondo la sua volontà senza cerimonie, di fronte alle tombe di Hegel e Fichte e sotto una lapide dai contorni irregolari con incise solo le lettere del suo nome.

Brecht è curioso nei confronti del mondo e lo racconta con disincanto ed con un’ironia corrosiva che si diverte a demolire i valori  tradizionali della borghesia guglielmina, attraverso la ricerca delle ragioni materiali che influenzano azioni e comportamenti degli individui. Sbocco naturale di tale posizione critica  non può non essere una prospettiva sociologica, che  da un lato mette a fuoco il tema della massificazione nella società moderna, dall’altro illustra la tesi anarchica e antiborghese proudhoniana della proprietà privata come furto ed ostacolo all’uguaglianza e il processo capitalistico di feticizzazione del denaro sorte dal felice incontro con l’estro musicale di Kurt Weill.

Non c’è spazio quindi per divagazioni psicologiche, le opere di Brecht spesso hanno come sfondo la fame, la miseria, il degrado, ma proprio in mezzo alla povertà, l’autore tedesco manifesta una sincera pietà per le vittime, per i poveri e gli emarginati. Si muove tra espressionismo e realismo lasciandosi influenzare dalle idee di Marx, fa resuscitare la ballata tradizionale con uno stile più semplice. Brecht non ha mai avuto paura di opporsi alle “verità assodate”, come quella oraziana che tiene onorevole morire per la patria, ebbene Brecht si è espresso in questi termini« Il detto che dolce e onorevole è morire per la patria può essere considerato solo come propaganda con determinati fini […] solo degli stupidi possono essere così vanitosi da desiderare la morte, tanto più che pronunciano simili affermazioni quando si ritengono ancora ben lontani dall’ultima ora. Ma quando la comare morte si avvicina, ecco che se la squagliano con lo scudo in spalla come fece nella battaglia di Filippi l’inventore di questa massima, il grasso giullare dell’imperatore».

Lo studio del marxismo, e l’ espansione dei suoi interessi ideologici, sono documentati dai cosiddetti “drammi didattici” (Das Badener Lehrstück vom Einverständnis, 1929; Der Jasager e Der Neinsager, 1929-30; Die Massnahme, 1930; Die Ausnahme und die Regel, 1930; Die Horatier und die Kuriatier, 1933-34

 Le vicende politiche europee dall’avvento del nazismo allo scoppio della seconda guerra mondiale  gli ispirano opere di appassionata denuncia (Die Rundköpfe und die Spitzköpfe, 1932-34; Die Gewehre der Frau Carrar, 1937;  Die Gesichte der Simone Machard 1941-43).

Senza dubbio una delle sue opere più conosciute e di maggior successo è L’opera da tre soldi, sempre attuale, di graffiante ironia attraverso la quale l’autore narra la vita quotidiana anche sul piano musicale (senza enfasi e retorica), sebbene la trama manchi di una maggiore consistenza.

La maggior parte delle liriche di Brecht, come si è potuto notare, è quella di essere destinata al canto, allontanandosi in questo modo dalle suggestioni della poesia pura e del simbolismo, preferendo orientarsi verso forme narrative e drammatiche affrontando quasi sempre tematiche politiche e sociali. Brecht è un autore “impegnato” attraverso la poesia, non vuole allontanarsi dal mondo, ma avvicinarsi ad esso per modificarlo, avvalendosi di un linguaggio diretto e di facile comprensione.

Bertold Brecht, che si potrebbe identificare non come un artista ma come un filosofo della teatralità realista, ossessionato dal desiderio di dover raccontare la verità (aspirazione troppo ambiziosa), è andato oltre la contemporaneità, ha reso le poesie opere drammaturgiche, i testi teatrali spettacoli sportivi per avvicinare ancora di più il pubblico, invogliandolo a fare il “tifo” per quello che avviene sul palcoscenico (sostituendo la tecnica di immedesimazione aristotelica con lo straniamento brechtiano, ovvero fingere di non stare recitando). Il teatro deve stimolare lo spettatore all’azione secondo Brecht, il quale negli anni Cinquanta giunge alla formulazione di “teatro dialettico”, un modo di fare teatro certamente non accessibile a tutti. L’idea di base è  quella di rappresentare solo gruppi di persone nei conflitti che esistevano in loro o tra di loro, ponendo la sua attenzione sui processi sociali a scapito (e forse questo potrebbe rappresentare il suo limite) di quelli individuali.