‘La pelle’: il viaggio nel ventre di Napoli di Curzio Malaparte

Kurt Erich Suckert, in arte Curzio Malaparte ha raccontato il canto del cigno della Napoli durante la seconda guerra mondiale nel suo romanzo più conosciuto, La pelle, un viaggio inquietante ed atroce nel ventre di Napoli (1950).

Lo pseudonimo è stato da lui ideato basandosi in chiave umoristica sulla paranomasia del termine “bonaparte”. Definito “cinico e compassionevole”, sostenitore in un primo momento del fascismo, giungendo in seguito ad opporsi ad esso, Malaparte è stato uno scrittore dallo stile realistico e a tal proposito Eugenio Montale ha detto di lui: «Un parlatore squisito e un grande ascoltatore pieno di tatto ed educazione».

La fama di Malaparte è cresciuta soprattutto all’estero con i romanzi Kaputt (diario di guerra che evidenzia le atrocità di quest’ultima tra cui le deportazioni degli ebrei rumeni, e spesso accusato di autocompiacimento) e La pelle. Quest’ultimo romanzo, continuazione di Kaputt, è stato pubblicato nel 1949 presso le edizioni Aria d’Italia e ripubblicato con Adelphi, non è altro (così come il romanzo precedente) che un resoconto autobiografico in cui l’autore narra dell’occupazione alleata in Italia dal 1943 al 1945 e ambientato per la maggior parte a Napoli. Si tratta infatti dell’esperienza di guerra dell’autore stesso quando ha svolto funzioni di ufficiale di collegamento aggregato all’Alto Comando Americano in Italia.

Prima dell’incipit, Malaparte  ha apposto tale dedica: «All’affettuosa memoria del Colonnello Henry H. Cumming, dell’Università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa».

Malaparte, che durante la seconda guerra mondiale ha lavorato come giornalista, pone a confronto l’innocenza degli americani con la disperazione di un popolo ormai sconfitto, una città vinta in un mondo di vinti, mettendo soprattutto in dubbio e concentrando la sua attenzione sulle interpretazioni moralistiche del conflitto. Il soffermarsi sulla situazione partenopea, la sua decadenza, la disperazione degli abitanti che sono disposti a far di tutto pur di sopravvivere (addirittura vendere i propri cari, o la dignità), è un po’ come evidenziare la presunta fine dell’Occidente. Napoli è vista dunque come metafora dell’Europa.

Tra le scene descritte nel romanzo non possiamo non annoverare la bellissima descrizione dell’eruzione del Vesuvio. Gli uomini che scappano, il caos totale, Vesuvio visto come forza purificatrice che può debellare il morbo insinuatosi nella città. Quindi una “rinascita”: distruggere per ricostruire, cancellare per ridisegnare.

La Pelle è una “rivelazione d’orrori” e Malaparte rimanda continuamente a tumulti provenienti dai vicoli della città, voci, clamori, una città che si sente attaccata. L’autore è stato spesso accusato non solo di aver descritto i “giorni bui” dell’occupazione alleata, interpretandoli secondo la sua visione, ma addirittura di provare gusto con queste macabre descrizioni (corpi straziati, sangue ovunque, miseria), oltre alle pagine definite “dello scandalo” dove emergono dettagli come le parrucche bionde sui sessi delle brune per invogliare i neri, la figliata omosessuale, insomma scene forti, inconsuete, che restano impresse quasi fossero un oltraggio ai napoletani.

Il critico Emilio Cecchi si è espresso negativamente nei confronti del romanzo di Malaparte, definendo l’autore un “fabbricante di bolle di sapone terroristiche”. Malaparte dal canto suo ha raccontato a suo modo come aveva partecipato alla liberazione di Napoli e di Roma insieme alla Vª Armata del generale Clark attraverso il tema dell’ orrore dei vinti e gli abusi dei vincitori, rappresentato in una Napoli che era stata popolata da un ciarpame di fatti e di misfatti, alcuni veri, altri  inventati di sana pianta, con uno stile che va dalla decadenza dannunziana all’espressionismo, dal barocco al surrealismo. Secondo alcuni infatti l’intento dello scrittore è stato quello di mostrare che tutti (o quasi) gli americani erano stupidi, mentre che gli italiani, e soprattutto i napoletani erano ignobili e squallidi; tra le due misere categorie si illumina di luce propria  l’unico  onesto, intelligente, raffinato che era proprio Curzio Malaparte, ascoltato dai generali americani ai quali impartiva lezioni di buone maniere e di storia italiana, e rispettato da tutti. Considerazioni legittime ma probabilmente l’intento di Malaparte andava ben oltre l’autocelebrarsi come unico detentore della cultura e dell’educazione italiana, sebbene ci presenti immagini e situazioni “d’alta macelleria” che mirano a colpire la coscienza e la sensibilità di ognuno di noi.

La pelle è un romanzo iperrealista, intriso di lirismo, arricchito di precise descrizioni ambientali (alla Maupassant: <<Simile a un osso antico, scarnito e levigato dalla pioggia e dal vento, stava il Vesuvio solitario e nudo nell’immenso cielo senza nubi, a poco a poco illuminandosi di un roseo lume segreto, come se l’intimo fuoco del suo grembo trasparisse fuor della sua dura crosta di lava, pallida e lucente come avorio: finché la luna ruppe l’orlo del cratere come guscio d’uovo, e si levò estatica, meravigliosamente remota, nell’azzurro abisso della sera>>, e ancora: <<Gli anni, la pioggia, il sole, l’abbandono, hanno stancato, addolcito quel rosso vivo, dandogli il colore della carne, qua rosea, là chiara, più in là trasparente come una mano davanti alla fiamma della candela. E fossero le screpolature, fossero le verdi macchie di muffa o quei bianchi, quegli avori, quei gialli smorti, propri della carne umana già stanca, già vecchia, già solcata di rughe, già prossima all’ultima, meravigliosa avventura del disfacimento. Grasse mosche erravano lentamente su quel muro di carne, ronzando..>>.

La vera oscenità del romanzo non sta tanto del descrivere il cannibalismo pagano puramente estetico, che ha irritato e scandalizzato la Chiesa, ma la tragedia che investe vincitori e vinti i quali si divorano a vicenda, l’umanità perduta di una città, il suo nichilismo, la sua inquietudine. I limiti de La pelle sono semmai individuabili nella resa dei personaggi e nella trama stessa, assoggettate dalla “bellezza” delle descrizioni rese nei  minimi particolari secondo un periodare frenetico, così come il susseguirsi delle scene e degli eventi. Malaparte dunque non è più scrittore, né uno storico; il suo intento è quello di fornire un’opera d’arte. Nel 1950 il romanzo, proprio per le sue crude descrizioni della vita quotidiana (spesso sfocianti in grottesco) è stato condannato dal Vaticano e messo all’ Index Librorum Prohibitorum.

‘Il partigiano Johnny’, di Beppe Fenoglio: l’antiretorica della Resistenza

Tra i più importanti romanzi del Novecento non possiamo non annoverare il capolavoro di Beppe Fenoglio: Il partigiano Johnny, romanzo antiretorico sulla Resistenza italiana sia per il contenuto che per la forma. È possibile scorgere in esso una proiezione stessa dell’autore in quanto quasi tutte le vicende sono vissute in prima persona. Va tuttavia sottolineato che il romanzo è stato pubblicato postumo, in una versione che mescolava due stesure diverse, acefale e lacunose; inoltre lo stesso titolo va attribuito ai curatori della prima edizione Einaudi (1968).

Possiamo definire Il partigiano Johnny come il continuo del romanzo pubblicato da Garzanti nel 1959 Primavera in bellezza ( la prima stesura infatti inizia dal capitolo “decimosesto”) il cui protagonista è appunto Johnny, un giovane studente così soprannominato dagli amici per la sua passione per la letteratura inglese. Consigliato dai suoi stessi editori, tra cui Pietro Citati, Fenoglio conclude il romanzo con il ritorno nelle Langhe da parte del protagonista. Ne Il partigiano Johnny, dunque, la storia riprende dal momento in cui il giovane sottufficiale ritorna a casa prima di affrontare la Resistenza.

Dopo aver vissuto la monotona vita dell’imboscato, Johnny decide di lasciare la famiglia ed unirsi al primo gruppo di partigiani che incontra nelle langhe. Dopo le prime guerriglie, i partigiani commettono l’errore di fare prigioniero un ufficiale tedesco; la reazione è violenta e immediata con il conseguente sbandamento della formazione partigiana. Nella primavera del ’44 Johnny trova una formazione più consona ai suoi ideali, ma anche qui non mancano errori e ingenuità. Nell’ottobre dello stesso anno i fascisti della Legione Muti e delle brigate nere abbandonano Alba che prontamente è occupata dalle formazioni partigiane; ma il ragazzo sapeva bene che non sarebbero riusciti a tenere la città durante l’inverno rischiando di esporre la cittadinanza alle rappresaglie dei nazifascisti (cosa che poi accade). Johnny e i suoi compagni devono fuggire ancora una volta (le pagine che raccontano di questa fuga, con la descrizione delle colline, fino alle alpi liguri, sono forse le più intense del romanzo). Rifugiatosi insieme ai due amici Pierre ed Ettore in una casa di contadini, decidono di sbandarsi durante l’inverno per poter poi resistere al colpo finale in primavera. Il 31 gennaio 1945 Johnny partecipa al “reimbandamento” dei partigiani, ma ancora una volta sono costretti alla fuga, quest’ultima interrotta dall’arrivo del padre del nord, un combattente che li sprona ad agganciare la retroguardia. Inizia un conflitto a fuoco con i fascisti che avrebbe visto di lì a poco la morte dello stesso padre del nord. Nella seconda stesura del romanzo Fenoglio lascia intendere che Johnny trovi anch’egli la morte nel conflitto.

Johnny non viene visto come un eroe dal suo autore,non vi è niente di epico nelle sue gesta, egli è soltanto un uomo alla ricerca di una ragione, una verità. Fenoglio riesce a scavare molto più in profondità della superficie storica, arrivando ad analizzare tutta la condizione umana, ma con estrema semplicità e forse in questo risiede la grandezza del romanzo. Coinvolgente è il lessico dell’autore che compone ogni frase con ricercatezza; i periodi sono musicali, dal ritmo incalzante con frequente ricorso all’inglese oltre che a neologismi, laddove in italiano i versi sarebbero stati più aspri. Elementi che fanno de Il partigiano Jhonny un romanzo fuori dagli schemi, Fenoglio non celebra i partigiani comunisti ma percorre la strada dell’umanità, mettendo in risalto come il suo protagonista abbia bisogno di sentirsi umano non di gloria, di eroismo e di grandezza, per questa ragione il romanzo diventa un’esperienza umana universale: sono le nostre debolezze, le nostre sconfitte,i nostri dubbi, le nostre battaglie degne di essere raccontate, poiché ci conducono verso la libertà assumendo, una dimensione etica non ideologica.

Il romanzo è stato portato sul grande schermo nel 2000 dal regista Guido Chiesa.

 

 
 
 

 

 

 

 

Guido Piovene, indagatore del declino umano

                                                              (Vicenza, 27 luglio 1907 – Londra, 12 novembre 1974)

Scrittore e giornalista italiano, Guido Piovene nasce a Vicenza nel 1907 da una famiglia di nobili. Si avvia senza indugi alla carriera giornalistica, incominciando a collaborare con <<Il Convegno>> e <<Pegaso>>. Nel 1935 entra a far parte de <<Il Corriere della sera>> (per il quale lavora come corrispondente estero a Parigi e Londra) per poi passare a <<La Stampa>>, del quale è collaboratore fino alla fondazione, con Indro Montanelli e altri, del quotidiano milanese <<Il Giornale>> (1974). Collabora più avanti anche con <<Solaria>>, <<Pan>>, <<Il Tempo>>.

Nel 1931 pubblica i suoi primi racconti: “La vedova allegra” e dieci anni dopo “Lettere di una novizia”.L’opera di Piovene varia dalla corrispondenza e dai servizi di giornalismo d’alto livello alle pagine di viaggio e di riflessione (in un secondo momento della sua produzione infatti, la sua attenzione si rivolge ai reportage di viaggio; ricordiamo a tal proposito il “De America” del 1953 e “Viaggio in Italia” nel 1957, una delle sue opere più famose), al racconto, al romanzo, è quella di uno scrittore- saggista formatosi a metà strada tra un cattolicesimo sensuale, dal sapore fogazzariana, e un illuminismo che si ispira ai moralisti e ai romanzieri francesi del Sei-Settecento; e fondendo queste due peculiarità in un suggestivo freudismo esistenzialista (riferendosi specialmente a Nietzsche).

Nel 1968 è presidente della giuria della Mostra internazionale del cinema di Venezia, ma la massima riuscita della mai dimenticata introspezione psicologica dei personaggi la ottiene grazie al romanzo del 1970 “Le stelle fredde”, dove una trama asciutta, ridotta all’osso fa da cornice ad un’acutissima analisi della morale.“Le stelle fredde”è stato insignito del premio Strega nello stesso anno, ricevendo consensi positivi anche dal pubblico.
Al centro delle riflessioni di Piovene, come si è accennato, vi sono il declino morale e quindi anche umano, l’aspetto psicologico,i costumi della provincia, un’ ambigua e repressa sensualità che nasce dal sentimento religioso. Sono tutti elementi che danno consistenza alla complessità del personaggio-io proposto dallo scrittore vicentino.

Tuttavia “Le stelle fredde” che insieme a “Lettere di una novizia” costituisce l’opera più nota di Piovene, offre diverse chiavi di lettura da quella psicoanalitica (sebbene in questo romanzo Piovene cerca di “purificare” la narrazione da risvolti psicoanalitici) a quella semiologica ed intertestuale, entrando a pieno titolo nell’incandescente territorio della postmodernità. Piovene riflette anche sulla condizione della mitografia occidentale che ha eseguito ormai il suo ultimo canto: il grande mondo umano non c’è più, al suo posto c’è il mondo della finzione e dei simulacri. Questa è l’amara constatazione del conservatore Piovene che dimostra tutta la sua sensibilità nell’indagare intorno al declino della morale i cui protagonisti hanno paura di conoscersi fino in fondo, preferendo condurre una vita misera basta su rapporti di convenienza.

Sottrattosi alle istanze ottocentesche dove il realismo la faceva da padrone, Guido Piovene riserva un posto ristrettissimo al suo anti-personaggio (protagonista assoluto del romanzo novecentesco) che descrive con uno stile essenziale, scarnificato, quasi a voler fare terra bruciata di tutti i generi letterari, per poterne creare di nuovi, in fondo solo distruggendo si può creare nuove forme. Lo scrittore è dissacratorio, ironico, sottile, mimetico, quando entra nel cuore delle situazioni, dei personaggi, delle storie, consapevole di appartenere ad un mondo culturale ormai sull’orlo della fine e di essere vittima anch’egli di quel declino umano. Questa presa di coscienza è soprattutto supportata dalla sofferenza di Piovene dovuta alla sua malattia che ne avrebbe causato la morte.

Di Ilaria Formisano.

Beppe Fenoglio, lo scrittore-partigiano

Beppe Fenoglio è sicuramente da annoverare tra gli scrittori italiani più monumentali e innovatori del Novecento. Scrittore-partigiano (come si è definito lui stesso), nonché traduttore e drammaturgo, Fenoglio nasce ad Alba nelle Langhe il 1°marzo 1922. Primogenito di tre figli, cresciuto in una famiglia di lavoratori (il padre è macellaio e la madre donna forte caratterialmente che ambisce per i figli una vita migliore della propria) impara l’italiano sui libri, perché la lingua madre è il piemontese di Alba, dialetto capace di raccontare la guerra, la Resistenza, la giovinezza, il territorio, l’amicizia e l’amore come nessuno. Con dignità, poesia, genio, smarrimento e civiltà. Nonostante le ristrettezze economiche, su consiglio del maestro elementare, Fenoglio frequenta il Liceo, diventando un alunno modello e appassionato soprattutto di inglese iniziando anche delle traduzioni (le prime di una lunga serie).

Nel 1940 si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino che frequenta fino al 1943 quando è richiamato alle armi prima a Cuneo e poi a Roma al corso di addestramento per allievi ufficiali.
Alla fine della guerra, Fenoglio riprende per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all’attività letteraria. Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, viene assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permette di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura.

Nel 1949 compare il suo primo racconto intitolato “Il trucco”, firmato con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti. Nello stesso anno presenta a Einaudi i “Racconti della guerra civile” e “La paga del sabato” (quest’ultimo romanzo abbandonato per dedicarsi alla stesura di dodici racconti, alcuni già inclusi in “Racconti della guerra civile”. Nel 1952 esce nella collana Gettoni l’opera “I ventitrè giorni della città di Alba”; libro “asciutto ed esatto”, come lo definisce Italo Calvino; un resoconto lucido sia di vicende partigiane, sia di sentimenti, amori, tradimenti e famiglie sullo sfondo di una cultura contadina tanto cara a Fenoglio. Nel 1954 pubblica il romanzo breve “La malora” (una vita sancita dalla fatica del lavorare la terra, ma anche dal contegno e dalla dignità).
Nel 1960 si sposa con Luciana Bombardi e l’anno successivo ha anche una figlia, Margherita. In occasione del lieto evento Fenoglio scrive due brevi racconti: “La favola del nonno” e “Il bambino che rubò lo scudo”. Nel 1962 si trasferisce a Bossolasco, in seguito ad una grave forma di asma bronchiale ed emottisi, trascorrendo così il suo tempo tra lettura e amici. Aggravatesi le sue condizioni, la morte lo coglie il 18 febbraio 1963 dopo due giorni di coma.

Senza dubbio l’opera più conosciuta di Fenoglio rimane l’antieroico Il partigiano Johnny” ma dell’autore si parla sempre poco nonostante la sua straordinaria attualità.Perché? Probabilmente perché si pensa, erroneamente, di aver detto e scritto tutto su Fenoglio, come se fosse facilmente leggibile, imbrigliato nelle ideologie; la Resistenza di cui ha parlato tanto Fenoglio non è solo storica ma anche eterna come ha notato Zanzotto, una sorta di moralità della scrittura, una resistenza della scrittura. E in effetti Fenoglio scriveva con fatica: invenzioni linguistiche, le dinamiche sociale, l’amore per la propria terra,le dilatazioni di spazio e di tempo per rendere le vicende universali,la resa profonda della dimensione esistenziale, sono queste le principali caratteristiche delle opere dello scrittore piemontese, sbrigativamente etichettato come “neorealista”, per l’uso di espressioni dialettali e gergali e per la trattazione dell’ambiente contadino. Questa resistenza la si può chiaramente notare ne “La malora” dove il protagonista, a differenza del partigiano Johnny che alla fine crollerà, sembra avere davanti a sè uno spiraglio di luce, un barlume di speranza, poiché ha resistito.

Beppe Fenoglio scrivendo non agisce su un luogo ma in altri spazi che lo portano lontano dal luogo reale, portandoci a scoprire la vera essenza di esso e questo fa di lui uno scrittore certamente non di provincia, altro motivo per cui lo scrittore-partigiano andrebbe riletto senza implicazioni, o meglio,forzature ideologiche.

 

 

 

‘Fontamara’: la critica sociale di Ignazio Silone

Tradotto in innumerevoli lingue e con ampio riconoscimento di pubblico in tutto il mondo, Fontamara (1933) rappresenta uno dei romanzi più noti di Secondo Tranquilli, in arte Ignazio Silone (Pescina, 1°maggio 1900- Ginevra 23 agosto 1978), uno degli intellettuali italiani più conosciuti e letti non solo in Europa, ma nel mondo, è infatti soprattutto all’estero che lo scrittore è stato particolarmente apprezzato, mentre in Italia, tanto per cambiare, è stato spesso osteggiato dalla critica e solo tardivamente riabilitato.

Nel 1929-30, durante il suo soggiorno svizzero di Davos e Ascona come esule politico in fuga dai numerosi arresti che colpirono in quel periodo il partito comunista, scrive in pochi mesi il suo romanzo dandogli come titolo il nome immaginario di un paesino dell’Abruzzo: Fontamara.

Semplice nella trama e nel linguaggio, il romanzo ha spesso il tono di fiaba, assumendo però nel contesto un aspetto epico. Vengono descritti luoghi che rievocano in realtà l’infanzia pescinese dello scrittore e narrate vicende di umili contadini, i “cafoni”, coloro che lavorano la terra per sopravvivere, che parlano solo in dialetto, che si sforzano di estinguere i debiti e si sentono ricchi se possiedono un mulo. Dunque proprio loro sono in rivolta contro i “potenti”, i cittadini che cambiano il mondo, per un corso d’acqua deviato che irrigava le loro campagne. In un universo contadino dove le ingiustizie vengono sempre  subite passivamente, la rivendicazione dell’acqua è definita in un certo qual modo “un fatto strano”.

Dal 1° giugno del 1929 nel paese non arriva più l’elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino firma una misteriosa “carta bianca” che, con il passare delle pagine, si scoprirà l’autorizzazione a togliere l’acqua per l’irrigazione portandola ad irrigare i possedimenti dell’Impresario, un “galantuomo” che diviene sindaco del capoluogo. Egli è un imprenditore appoggiato dal “regime di Roma”. Capito l’inganno, i fontamaresi si recano a casa dell’Impresario, dove tentano di convincerlo a restituirgli quel bene indispensabile per la loro sopravvivenza. Essi però ottengono solo altri inganni che portano alla riduzione del loro salario. Dai soprusi ottenuti con le parole, si passa ovviamente  ai soprusi fisici e uno di loro,  Berardo Viola, l’uomo più forte e robusto, decide di reagire tentando di trovare maggior fortuna fuori dal paese. Durante il viaggio verso il capoluogo  si rende conto che al di fuori di Fontamara,sono cambiate molte cose. Quando ormai è evidente il fallimento di Berardo, egli viene a conoscenza della morte di Elvira, la sua amata che egli avrebbe dovuto sposare non appena tornato dal suo “viaggio in cerca di lavoro”. Allora l’uomo si convince che per lui la vita non ha più senso. Durante uno dei suoi tanti spostamenti però avviene una svolta: incontra un partigiano che lo mette al corrente dell’avvento del fascismo e di molti altri cambiamenti avvenuti in Italia e sconosciuti da tutti i fontamaresi. Tale incontro gli apre gli occhi sulla realtà che stanno vivendo.

I due vengono arrestati per un equivoco e nel periodo in cui sono costretti alla convivenza in cella, il contadino sviluppa una notevole maturazione politica. Questo suo nuovo impegno morale lo porta ad autoaccusarsi di essere il “Solito Sconosciuto”, ossia un sostenitore attivo della resistenza. Dopo questa falsa testimonianza  viene torturato affinché riveli i nomi dei suoi complici fino all’atroce ed ingiusta morte. Venuti a conoscenza del fatto i fontamaresi fondano il “Che fare?”, un giornale in cui scrivono degli ingiusti soprusi subiti e della ingiusta morte del loro compaesano. La conclusione è tragica in quanto il regime decide di punire tutti i fontamaresi mandando una squadra della Milizia che fece strage di abitanti. Per fortuna però non tutti morirono, ma qualcuno (tra i quali i vari narratori) trovò la salvezza nella fuga verso la montagna.

Silone  mette in evidenza il sentimento religioso popolare ( Silone era un cristiano puro, di stampo francescano) quando nei dialoghi l’opera di deviazione del corso d’acqua è considerata un sacrilegio, un peccato contro Dio, poiché cambia la natura che Egli ha creato:

« In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.

Questo ognuno lo sa.

Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.

Poi vengono le guardie del principe.

Poi vengono i cani delle guardie del principe.

Poi, nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi, ancora nulla.

Poi vengono i cafoni.

E si può dire ch’è finito. »

Sul piano linguistico prevale una costruzione paratattica del periodo con un linguaggio piuttosto semplice e colloquiale, mentre i cittadini più istruiti ed importanti si esprimono in una forma più ricercata e arricchita anche da citazioni e vocaboli latini. Una sottile ironia diffusa attenua, talvolta, la tragicità di alcuni momenti.

Fontamara è un libro  di denuncia e di critica sociale, non di propaganda come si potrebbe sbrigativamente definire, non una  facile scorciatoia per raggiungere la fama andando contro il regime,non infarcito di ideologia ma traboccante di cultura (soprattutto quella contadina) e di storia; un affresco sul mondo dei “cafoni”, la speranza da parte di questi ultimi di raggiungere una coscienza civile dei quali Silone intelligentemente non racconta solo la durezza, il sacrificio, lo spirito di abnegazione ma anche certi intrallazzi, pettegolezzi, il loro fatalismo.

Ma ciò che si respira tra le pagine di Fontamara è una profonda consapevolezza sulla difficoltà che spesso riscontriamo nel distinguere il bene dal male che rende il romanzo ancora più sincero ed onesto intellettualmente.

 

Vittorio Sereni, poeta dell’incertezza

“Ci sono momenti della nostra esistenza che non danno pace fino a quando restano informi”. Così motiva la passione per la scrittura  in versi il poeta Vittorio Sereni (Luino, 1913- Milano, 10 febbraio 1983), morto il 10 febbraio 1983 a Milano, all’età di 70 anni.

Trascorre la sua giovinezza a Luino, luogo che ha lasciato la traccia maggiore nella sensibilità del poeta, oltre i luoghi del Lago Maggiore dove Sereni ne trarrà la sua ispirazione più alta. Nonostante ciò, egli considera Brescia la sua seconda patria, città dove sono emersi i suoi primi interessi letterari anche in seguito alla  lettura del grande poeta del Novecento, Giuseppe Ungaretti.

Nel 1933 Sereni si trasferisce nuovamente, questa volta a Milano. È qui che si laurea in lettere ed entra in contatto con numerosi poeti, tra cui Salvatore Quasimodo. In questi anni raggiunge uno dei primi importanti traguardi: il promettente poeta Carlo Betocchi nel 1937 pubblica due sue poesie sulla rivista <<Frontespizio>>.

Nel 1937, il poeta entra, con Dino Del Bo, Ernesto Treccani, Alberto Lattuada, a far parte della redazione di <<Corrente>> dopo aver collaborato alla rivista <<Letteratura>>. Nel 1940 la rivista si trasforma in casa editrice pubblicando nel ’41 la prima edizione di “Frontiera” ed in seguito la ristampa che porta il titolo di “Poesie”.

Riportiamo la poesia “Le mani”, da “Frontiera”:

Queste tue mani a difesa di te:

mi fanno sera sul viso.

Quando lente le schiudi, là davanti

la città è quell’arco di fuoco.

Sul sonno futuro

saranno persiane rigate di sole

e avrò perso per sempre

quel sapore di terra e di vento

quando le riprenderai.

E ancora In me il tuo ricordo:

In me il tuo ricordo è un fruscìo

solo di velocipedi che vanno

quietamente là dove l’altezza

del meriggio discende

al più fiammante vespero

tra cancelli e case

e sospirosi declivi

di finestre riaperte sull’estate.

Solo, di me, distante

dura un lamento di treni,

d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,

ti perdi nella sera.

Scoppia in questi anni la seconda guerra mondiale e la notizia del conflitto sorprende Sereni a Modena dove insegna italiano e latino in un liceo. Viene richiamato alle armi con il grado di ufficiale di fanteria e nell’autunno del 1941 è assegnato ad un reparto destinato all’Africa settentrionale. Come egli stesso racconta : “non arriverà mai a destinazione”. Il 24 luglio del 1943 infatti, viene fatto prigioniero a Paceco, vicino Trapani e trascorre due anni di prigionia in Algeria e nell’allora Marocco francese, facendo ritorno a casa soltanto a guerra terminata. Nel 1947 pubblica “Diario in Algeria”; ricordiamo la poesia “Dimitrios”:

Alla tenda s’accosta

il piccolo nemico

Dimitrios e mi sorprende,

d’uccello tenue strido

sul vetro del meriggio.

Non torce la bocca pura

la grazia che chiede pane,

non si vela di pianto

lo sguardo che fame e paura

stempera nel cielo d’infanzia.

È già lontano,

arguto mulinello

che s’annulla nell’afa,

Dimitrios, su lande avare

appena credibile, appena

vivo sussulto

di me, della mia vita

esitante sul mare.

L’esperienza della guerra è stata traumatica per il poeta lombardo in quanto ha demolito il suo  giovanile sogno di speranza e di attese, come dimostra la seguente lirica:

Un improvviso vuoto del cuore

tra i giacigli di Sainte-Barbe.

Sfumano i volti diletti, io resto solo

con un gorgo di voci faticose.

 

E la voce piú chiara non e piú

che un trepestio di pioggia sulle tende,

un’ultima fronda sonora

su queste paludi del sonno

corse a volte da un sogno.

Negli anni seguenti Sereni lascia l’insegnamento per lavorare presso l’ufficio stampa dell’azienda milanese Pirelli, dove rimarrà fino al 1958. Nel 1981 esce dall’editore Einaudi il quaderno di traduzioni “Il musicante di Saint-Merry” e altri versi tradotti dall'”Orphée Noir”, da Pound, Char, Apollinaire, Bandini e Corneille. Il lavoro di traduttore di poesie gli farà ricevere, nel 1982, il Premio Bagutta. Nel medesimo anno Garzanti pubblica “Stella variabile” che gli farà vincere il Premio Viareggio. Il 10 febbraio del 1983 muore improvvisamente in conseguenza di un aneurisma.

La poesia di Vittorio Sereni è stata inizialmente inserita  sia nel modernismo minore (anche per l’influenza di poeti quali Ungaretti e Quasimodo), sia nell’ermetismo fiorentino, mostrando oggetti, situazioni e sentimenti diversamente concreti. Tale visione muta con la prigionia e la guerra: il mondo diventa ai suoi occhi indecifrabile, così come si nota in “Diario in Algeria” (la voce parlante e gli elementi lessicali arcaizzanti servono spesso a distanziare la realtà, mentre il ritmo modulato tra una strofa e l’altra, simboleggia la condizione di prigioniero simile a quella dello stato umano). Ne risulta un lirismo sfocato, esitante ma al tempo stesso che induce alla scelta, al coraggio seppur intriso di angoscia ed incertezza esistenziale. Al senso di inadeguatezza e di smarrimento (che lo accomunano a Montale) sia psicologici che ideologici, Sereni contrappone pochi momenti di gioia, dei veri e propri “scatti” che hanno il volto dell’amore e dell’amicizia, che compensano in parte la  sua delusione  ( soprattutto per il fallimento degli ideali socialisti  e democratici in Italia) e il  suo sentirsi prigioniero della storia. Il poeta incerto non riesce a non sentirsi estraneo nel mondo tanto che affermerà: <<Non lo amo il mio tempo, non lo amo>>.

 Molto impegnativo risulta il libro  scritto nel trentennio successivo ,“Gli Strumenti umani”, dove è reso palese il difficile e tormentato dopoguerra del poeta. È possibile al suo interno individuare ben tre periodi distinti: PRIMO MOMENTO (1945-50), ritorno dalla guerra e voglia di cancellare le brutture del passato; SECONDO MOMENTO (1950-60): si alterna il rimorso per non aver partecipato alla guerra e aver vissuto ai margini della vita e dall’ altro il timore di un nuovo imprigionamento; TERZO MOMENTO (1960-65): impegno civile e chiarezza intellettuale. Quest’ultima, ben visibile anche nel tema dei morti, ossia coloro che possono svelare il senso ultimo dell’esistenza ed incoraggiare il poeta ad andare avanti per riempire quel vuoto che si è formato.

Per desiderio del poeta, sono usciti postumi nell’ottobre ’83 “Gli immediati dintorni- primi e secondi”, “Il saggiatore” e nel 1986 “Tutte le poesie” (Mondadori) a cura della figlia Maria Teresa. Nel novembre dello stesso anno Dante Isella raccoglie con il titolo “Senza l’onore delle armi”, (Scheiwiller, Milano), i testi : “La cattura”, “L’anno quarantatré”, “L’anno quarantacinque”, “Ventisei”, “Le sabbie dell’Algeria”.

Sereni, al quale nel 1956 era stato assegnato il premio internazionale “Libera Stampa” per alcune poesie di cui facevano parte i “Frammenti di una sconfitta”, è stato anche redattore-collaboratore della <<Rassegna d’Italia>> e critico letterario di <<Milano-sera>>.

Numerosi saggi, scritti vari, poesie, sono state pubblicate in <<Paragone>>, <<Nuova Corrente>>, <<Tempo Presente>>, <<Il Menabò>>, e in numerose altre riviste e giornali. La figlia Maria Teresa ne ha avviato la raccolta in volume. 

 

“La coscienza di Zeno”: la malattia come punto di forza?

<<Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza. Ecco che ho registrata l’origine della sozza abitudine e (chissà?) forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò via subito, disgustato>>. Il romanzo “La coscienza di Zeno” di Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, pubblicato nel 1923 a Trieste dall’editore Cappelli di Bologna, assurge il romanzo italiano a concezioni e dimensioni europee. La coscienza di Zeno segna l’esordio della psicoanalisi, quella dottrina filosofica (clinica e teraupetica) che più influenzerà il Novecento nella narrativa italiana.

Il diario si compone di tre parti contrassegnate dalle date di tre giorni distinti negli anni di guerra 1915-1916. Nella prefazione del libro il sedicente psicoanalista Dottor S. dichiara di voler pubblicare “per vendetta” alcune memorie, redatte in forma autobiografica di un suo paziente, Zeno Cosini (rivoltosi a lui per guarire dal vizio del fumo e facilitare il processo di guarigione), che in realtà si è sottratto alla cura. Gli appunti dell’ex-paziente costituiscono il contenuto del libro, dunque l’unica voce narrante.

Nel preambolo Zeno spiega la sua difficoltà nel “vedere” la propria infanzia e ogni volta che prova ad abbandonarsi alla memoria, cade in un sonno profondo. La narrazione non offre la cronologica, lineare successione degli avvenimenti, ma segue il filo della memoria. Oltre l’inettitudine, vizio che caratterizza il personaggio, l’altro problema su cui ha effettivamente inizio il romanzo è appunto il vizio del fumo. Egli  rievoca le prime esperienze con i sigari lasciati per casa dal padre e i vari tentativi messi in atto (falliti) per liberarsene, non facendo altro che confermare quanto in realtà sia accanito per la sua “ultima sigaretta”, dimostrandosi a tratti addirittura nevrotico. Attraverso i ricordi, si giunge poi ad un delicato tema: il rapporto conflittuale col padre, basato su incomprensioni e silenzi.

Altri temi motivo di analisi ne La coscienza di Zeno sono: il suo matrimonio con Augusta Malfenti (in realtà inizialmente innamorato della sorella Ada, che sposerà invece il suo nemico Guido Speier); il conflittuale rapporto con la sfera femminile, la sua sindrome Edipica e la ricerca per l’amante, come Carla Gerco (giovane pianista realmente innamorata di Zeno che non vuole mettere però a repentaglio la sua storia coniugale); e infine il rapporto con Guido Speier con cui collabora per mettere in piedi un’azienda, ma in realtà è solo un’occasione per dimostrare la sua superiorità nei confronti del rivale d’amore che ha sposato Ada. Nelle riflessioni finali Zeno si sente guarito, riuscendo ormai a prendere coscienza della sua personalità ed accettare i propri limiti, fino a sfociare in amare considerazioni sull’umanità.

I fatti della vita del protagonista de La coscienza di Zeno sono giudicati dallo stesso, secondo prospettive, modificazioni e ripensamenti che variano nel tempo. Dominano l’introspezione e l’analisi psicologica, mentre la soggettività e l’interiorità prevalgono sull’oggettività. Nel monologo interiore condotto da Zeno si avverte l’influenza della narrativa di James Joyce e del suo “flusso di coscienza”. Svevo, d’altronde, conobbe personalmente a Trieste lo scrittore irlandese.

Lo scrittore fa sì che la sola voce che il lettore immagini di ascoltare sia solo quella di Zeno attraverso le sue confessione, delle quali però non ci si può  fidare.

 Per quanto riguarda la cronologia, i fatti non secondo uno schema lineare e odinato: molto spessp  il passato si confonde con il presente formando un unico tempo che non si puà dividere. Il risultato, che rappresenta una novità letteraria, è  definito da Svevo «tempo misto».

 Zeno, come Nitti e Brentani è scisso, scontento, arrendevole, ma sembra essere più maturo e consapevole. La sua forza rispetto a quelli che non lo sono, è proprio quella di non vivere nella certezza  che potrebbe crollare da un momento all’altro, ma di mettersi sempre in discussione, grazie alla nevrosi. Questo fa la differenza, secondo Svevo, tra i “sani” e i “malati”.

Naturalmente, oltre agli echi della teoria darwiniana applicata alla società e della noluntas di Schopenhauer, si avvertono nel romanzo gli influssi delle teorie di Sigmund Freud e della sua psicoanalisi, che proprio nella Trieste del tempo di Svevo conobbe un terreno di coltura favorevole.

La prosa risulta tutt’altro che accattivante per il lettore, tanto da far definire alcuni“La coscienza di Zeno” un libro noioso ma che induce a riflettere, e numerosi sono i richiami alla lingua tedesca, oltre a termini tecnici e burocratici.

Ma la riflessione che viene da porci in riferimento a La coscienza di Zeno è la seguente: davvero la malattia, il disagio, la nevrosi, possono rappresentare un punto di forza, una nuova occasione, un modo di essere intellettualmente diversi dagli altri? In un certo senso la malattia mentale, pur facendoci soffrire, ci fa sentire cose che da “sani” non sentiremmo, ci rende più sensibili, e più profondi?

Fa riflettere anche il finale, terribilmente vero ed inquietante ma forse non così tragico come potrebbe sembrare.

“Una vita”: storia di un inetto

Italo Svevo

“Una vita” è il primo romanzo di Italo Svevo, pubblicato nel 1892 dall’editore Vram, inizialmente passato inosservato nel panorama letterario italiano forse perchè inizialmente  recava il titolo di “Un inetto”, per sottolineare meglio la psicologia del personaggio principale, oltre al pessimismo dello scrittore. Rifiutato dall’editore, Svevo pensa di modificarne il titolo richiamando quello  di un noto romanzo di Guy de Maupassant: “Une vie”.

Protagonista del romanzo è Alfonso Nitti, giovane intellettuale con aspirazioni letterarie, che trasferitosi a Trieste, trova impiego presso la banca Maller. Ricevuto successivamente un invito per partecipare al salotto letterario riunitosi in casa Maller e  guidato appunto dalla figlia del banchiere, Annetta, Alfonso pensa finalmente di poter mostrare le sue ambizioni ed elevarsi socialmente. Inizia una relazione amorosa con Annetta che si rivela una donna capricciosa che in parte ostacola la grande voglia di riconoscimento artistico del protagonista. Giunto però al momento centrale, il matrimonio con Annetta, Alfonso scappa per assistere alla madre malata e in parte fuggire a questa nuova vita e ritornare alla sua speculazione interiore. Quando Alfonso ritorna a Trieste, scopre ormai una situazione ben diversa da quella che pensava: Annetta sta per sposare un cugino. Alfonso chiede così di poterla incontrare e ricevere qualche chiarimento, ma all’appuntamento si presenta il fratello che lo sfida a duello. Ormai vittima della sua inettitudine, si suicida.

Come sottolineato inizialmente, nel romanzo la figura centrale che poi va a caratterizzare anche i romanzi successivi di Svevo, è l’inetto, colui che è  incapace di vivere con gli altri, dominato da un costante senso di inadeguatezza e che si mostra paralizzato al momento di compiere scelte importanti.

Svevo ha dichiarato apertamente di essere stato influenzato nella stesura del romanzo da A. Schopenhauer; infatti ritorna spesso nel romanzo il motivo della volontà individuale e della negatività della vita sociale. Sono le persone, non i fatti ad essere enigmatici secondo Svevo, imprigionate nella loro incapacità di maturare, di uscire dal loro isolamento borghese, soffocate dalla società. I protagonisti dei romanzi sveviani sono degli antieroi, resi ancori più tragici dalla squallore e dal grigiume dell’ambiente in cui sono immersi (Trieste infatti, che in quegli anni viveva una straordinaria fioritura intellettuale, è ridotta ad una cupa e uggiosa città, come l’animo di Nitti).

Svevo in questo suo romanzo rigoroso e meccanico, è bravissimo ed acuto ad intrecciare i motivi sociali con quelli psicologici, e sebbene, il romanzo risenta di una certa rigidità dovuta probabilmente alla mancanza di padronanza da parte dello scrittore nato ai confini della Slovenia, della lingua italiana è un chiaro esempio di opera letteraria d’avanguardia, in quanto si allontana dai canoni naturalistici ottocenteschi per indirizzare la propria attenzione verso la coscienza e i suoi meccanismi.

Una vita è in sintesi, la storia di un uomo dentro se stesso, continuamente assorto nel flusso delle proprie cadenze sensibili, di un mondo sociale che soffoca, di una solitudine che al contempo gli fa comodo ma gli arreca danno. Il vivere è un peso da dividere con gli altri, in una società malata che detta mode e desideri, mentre nulla calma lo spirito degli inetti. Alfonso è un uomo ricettivo che avverte la necessità di sopportare la vita di banca che lo assilla; è una figura paradossale e commovente che si illude a rincorrere sogni che lo salveranno dentro ingranaggi micidiali. In questo senso anche la seduzione, non basta più, Annetta è lo specchio di un mondo in cui Alfonso non sa stare.

Questo primo romanzo di Italo Svevo forse non è ai livelli di Senilità e de La Coscienza di Zeno, ma è comunque un’opera interessante in quanto ci mostra come lo scrittore intende discostarsi dal naturalismo francese e dal verismo, anche se non sa ancora bene quale stile adottare. Non è più un realista, ma sembra temere di addentrarsi in un territorio meno conosciuto. È importante sottolineare come in Una vita si trovino rade descrizioni degli ambienti e dei personaggi, solo sommarie indicazioni su tempi e luoghi e la trama è scarna, costellata dai soliloqui e dai pensieri del protagonista per il quale Svevo non mostra alcun pietismo.