Lilia Carlota Lorenzo: “Il cappotto della macellaia”

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Edito in lingua spagnola, presente alla Fiera Internazionale del Libro di Bogotà 2012 e presentato dallo scrittore Ivo Fogliasso al Salone Internazionale del Libro di Torino 2012, “Il cappotto della macellaia” è un romanzo dell’architetto argentino, nonchè scrittrice, Lilia Carlota Lorenzo, che ormai vive in Italia da molti anni.

Romanzo incalzante, con un ritmo serrato e dal linguaggio crudo e inumano, basato sul mistero che sconvolge il paesino di Paolo Santo: l’assassinio di un uomo nella pampa argentina all’alba del 7 ottobre 1943. Una verità che sembra non venire mai a galla.

“L’unico testimone  che c’è non parla  perché è proprio lui  il vero colpevole”. Cosa  ha visto di cosi terribile e sconvolgente  il bambino della sarta, nella cucina della bellissima merciaia Solimana, per farlo fuggire  terrorizzato appena la vede? E perché lei attira gli uomini del paese a casa sua? Quale  inconfessabile segreto nasconde  Marcantonia, la sorella ritardata di Solimana?  Anche la  telefonista  che non si fa vedere da nessuno potrebbe celare qualcosa ed essere sospetta,   ascoltando  le telefonate e  segnandole dopo  in un quaderno. Cosi come  Zotikos, immigrante greco in pensione,  a cui non sfugge nulla dell’intero paese ; ma solo alla fine  il lettore, attraverso un colpo di scena  riuscirà a sapere e a capire tutto.

La frequenza di espressioni volgari, per rendere tutto più realistico agli occhi del lettore, potrebbe creare qualche difficoltà durante la lettura , meno  più fluida e gradevole, cosi come i lunghi monologhi. Ciò però è compensato dalla descrizione , da parte del narratore, fredda e distaccata dei personaggi , in modo tale da prendere parte  insieme a loro alle vincende in cui sono coinvolti, esaltando i loro difetti in maniera ossessiva.

Assistiamo ad un cambiamento soltanto verso la fine del romanzo dove l’azione si fa più concitata, per poi ritornare improvvisamente, nelle ultime pagine, all’andamento iniziale. I personaggi, inoltre, sono trattati singolarmente, creando una sorta di elenco dei loro destini e soltanto il colpo di scena finale rivelerà l’identità del colpevole.

Scelto da Bubok fra più di 800 titoli;  edito in spagnolo dalla newyorkese TheWriteDeal,  “Il cappotto della macellaia” può vantare di una trama originale e di una particolare predilezione per l’elencazione dei fatti  a scapito della narrazione e della descrizione  tradizionale.

 

 

“La strada verso casa”, “l’attesissimo” romanzo del mediocre Fabio Volo

Nonostante il nome d’arte (all’anagrafe Bonetti), il nostro “NON SCRITTORE” Fabio Volo, come ama lui stesso definirsi, ha i piedi ben piantati per terra e non tre metri sopra il cielo. Ma a ben pensare in realtà, qualche caratteristica “mocciana” l’ha ereditata: sfornare un gran numero di romanzi in un tempo ristretto, romanzi che a detta sua descrivono la società, ottenendo un successo tale da battere anche Dan Brown… un vero fenomeno!

Inspiegabile, addirittura invidiato, Fabio Volo, il trentasettenne bergamasco ex panettiere, ex barista ed ex Iena partner di Simona Ventura, riesce ancora una volta a stupirci pubblicando un nuovo romanzo dal titolo “La strada verso casa” (Mondadori).

Si racconta la storia di un amore tormentato e  di due fratelli,  Andrea e Marco, caratterialmente diversi e lontani, ma che gli eventi costringono ad avvicinarsi, a capirsi di nuovo e a confrontarsi con un inconfessabile segreto di famiglia che li segue come un fantasma, per una narrazione che procede tra la retorica sentimentale e abbondanza di luoghi comuni e con l’intento di emozionare e commuovere il lettore, spingendo l’acceleratore sul ‘fattore nostalgia’.

Il tour promozionale di questa ultima fatica letteraria che porterà Fabio Volo in giro per l’Italia è già partito ed è possibile non solo prenotarlo in tutte le librerie, ma anche  in formato e-book. Grande fervore dunque per i suoi numerosissimi fansche alla notizia, in meno di dieci minuti sono riusciti a fargli raggiungere cinquemila “mi piace”(la nuova frontiera) al suo post di Facebook.

Nonostante la consapevolezza di essere distante anni luce dall’ Olimpo della letteratura, Volo riesce comunque a vendere milioni di copie, un continuo successo che può essere spiegato solo su base empirica.

Il giornalista e critico televisivo Aldo Grasso ha detto di lui che qualsiasi cosa faccia, “sente la vanga, la provincia che avanza”. Ma a Fabio Volo, dall’alto della sua torre d’avorio, quella definizione è piaciuta tantissimo, al punto da appenderla al muro in un quadretto. “L’ironia è fondamentale” ha sempre sostenuto  il non-scrittore , “la vita è stata fatta per essere semplice…” e ancora  “…da ragazzino non ho concluso mai nulla, anche se la lettura mi ha sempre aperto la mente, ma la mia metamorfosi può dirsi compiuta solo grazie ad una persona: Silvano Agosti… i suoi romanzi mi hanno cambiato la vita”.

Con semplicità e creatività Volo è andato avanti, col volto, lo stile e il talento di uno qualunque, e come spesso ha ripetuto “Chi va in mare, naviga. Chi sta a terra, giudica. Io navigo!” e volendo utilizzare termini leopardiani potremmo dire che “il naufragar gli è dolce in questo mare!”.

“L’assassino”: l’arguta psicologia di George Simenon

Georges Joseph Christian Simenon (1903-1989) è autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico come ideatore del personaggio Jules Maigret, commissario di polizia francese. Prolifico scrittore, inizia la sua carriera a poco meno di sedici anni, a Liegi, come giornalista nella sua città natale. Trasferitosi a Parigi negli anni venti, diventa autore di narrativa popolare ottenendo grandi successi. Negli anni ’70 produce un considerevole numero di romanzi (gialli e non), tale da renderlo uno degli autori più letti e tradotti del XX secolo.

“L’assassino” (in originale francese “L’assassin”), è appunto uno dei suoi romanzi, edito nel 1937 da Gallimard e pubblicato in italiano nel 2011 dalla casa editrice Adelphi ,tradotto da Raffaella Fontana.

Hans Kupérus è un medico, ma anche un uomo corpulento, metodico, abitudinario, riservato. Ha da sempre un’ambizione frustrata: quella di diventare presidente dell’unico posto di ritrovo del piccolo paese in cui è cresciuto: il circolo del biliardo. È un martedì di gennaio e Kupérus è ad Amsterdam per una periodica riunione medica dove è solito fermarsi anche a dormire per tornare il giorno successivo, ma al convegno questa volta non si presenta. Entra in un’armeria e compra una pistola anche se non sa ancora cosa farne, poi riprende il treno per tornare in paese a Sneek.

È ormai trascorso un anno da quando un biglietto anonimo l’aveva messo al corrente che la moglie, quando lui andava in città, passava la notte fuori casa tradendolo proprio con la persona che da sempre veniva eletto tacitamente, per la sua altolocata posizione, presidente del circolo impedendogli di coronare il suo modesto sogno. Non lontano dalla stazione d’arrivo, il treno improvvisamente si ferma e Kuperus prende una decisione. Scende di nascosto e si reca nel capanno dove è certo di trovare i due amanti. Colti sul fatto, li uccide. Poi getta i corpi nel lago che, ghiacciando, li occulterà per tutto l’inverno. Quindi rientra in paese e passa al solito caffè, chiacchiera con gli amici e torna a casa. Al rientro Neel, la domestica, gli comunica che la moglie è andata a trovare dei parenti e che sarebbe rientrata il giorno dopo. Kuperus, come se fosse la cosa più normale, ordina a Neel, sulla quale aveva da sempre fantasticato, senza mai osare nulla, di raggiungerlo in camera da letto. Dopo un debole tentativo di dissuasione lei cede alle sue richieste. Da quella volta, Kuperus rinnova ogni sera la pretesa che viene silenziosamente soddisfatta, divenendo sempre più  coinvolto in questo strano menage. Così comincia questo romanzo noir , intrigante e  gelido come il suo protagonista, in cui Simenon segue la discesa nell’abisso di uno dei suoi eroi più tipici: uno di quelli che osano “passare la linea” e ne pagano il prezzo.

Pur utilizzando uno stile narrativo asciutto e poco incline a estetismi letterari, le opere di Simenon dimostrano una notevole capacità di ritrarre con arguta psicologia vicende dal sapore profondamente umano. Si parla addirittura di borghesizzazione del racconto giallo: uomini umili appartenenti alla borghesia, si trovano coinvolti in vicende drammatiche, passando sotto la lente di un osservatore attento e analitico, che nelle sue opere non si dilunga in descrizioni favolistiche, ma anzi ad esse dedica poche ed esaustive righe. Tutto è realtà e naturalmente anche il bigottismo e l’ipocrisia della società perbenista che condanna senza pietà l’assassino. Simenon attraverso la vicenda criminale e la discesa nelle tenebre della coscienza di Kuperus, dà grande prova di conoscere profondamente l’ambiente di provincia (in questo caso quella olandese ma è universale).

Molti dei romanzi di Simenon sono diventati film, sceneggiati e serie televisive. “L’assassino” è stato portato sullo schermo da Ottokar Runze, in un film tedesco dal titolo “Der Mörder”, uscito nel 1979.

Alice Munro, Nobel per la letteratura 2013

Considerata una tra le più grandi scrittrici viventi di racconti, Alice Munro, è la dodicesima donna a vincere il riconoscimento assegnato da Stoccolma. Nata nel 1931 a Wingham, nell’Ontario, da sempre appassionata di giornalismo, la Munro ha iniziato la sua prolifica attività di scrittrice di sottili e penetranti racconti nel 1950 con “The dimensions of a Shadow”.

Legatasi a James Munro, rampollo borghese (col cui nome è diventata famosa, nata a Laidlaw), si trasferisce a Vancouver e successivamente a Victoria dove aprono il “Munro’s books”, stimolo decisivo per la sua carriera.

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, la Munro pubblica regolarmente una raccolta di racconti ogni quattro anni. In Italia giunge soltanto nel 1989 conquistando però, anche se tardivamente, un posto tra i grandi della letteratura contemporanea. Molti dei libri di racconti sono stati pubblicati da Einaudi: “Il sogno di mia madre”(2001), “Nemico, amico, amante…”(2003), “La Luna di Giove”(2008)…

L’universo immaginario di questa casalinga non tarda dunque ad affermarsi presto come uno dei solidi e penetranti specchi del vissuto quotidiano. Definita spesso la “Checov canadese”, per le sue storie intime e delicate, per lo studio psicologico di personaggi e ambienti, dominati dall’introspezione e dalla simbologia. I suoi racconti ambientati per lo più in piccole cittadine dell’Ontario sudoccidentale, mescolano osservazione precisa della realtà sociale e introspezione psicologica, caratterizzandosi per la raffinatezza formale. I temi principali sono i problemi delle ragazze adolescenti, il rapporto con la famiglia e l’ambiente circostante, il matrimonio, la solitudine.

La struttura del racconto viene costruita con una precisione ed una sottigliezza tali da avere pochi confronti attualmente. Dunque la sua è una vera e propria dote, la capacità di estraniamento: portare il lettore in questo mondo facendoglielo scoprire lentamente. Anche i luoghi delle vicende, seppur luoghi comuni, appaiono immediatamente idonei al racconto, si trasmette subito il senso della situazione esistenziale narrata e non si ha mai l’impressione di vivere in un posto qualsiasi.

 

Giuseppe Ungaretti: rinnovatore ermetico

Nato ad Alessandria d’Egitto, nel quartiere periferico di Moharrem Bey, da genitori lucchesi l’8 febbraio 1888, il poeta dell’ “essenziale”, Giuseppe Ungaretti, trascorre lì l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza.

Il porto sepolto

Il padre Antonio, emigrato in Egitto come sterratore al canale di Suez, muore per una malattia contratta nel suo massacrante lavoro quando il figlio Giuseppe aveva solo due anni. Allattato da una nutrice sudanese, alla quale poi il poeta farà cenno in una delle sue poesie, “Le suppliche” (poi “Nebbia”), soffrirà in seguito di una grave forma di tracoma agli occhi costringendolo al buio per mesi.

Importante fu il ruolo svolto dalla madre Maria Lunardini nella formazione di Ungaretti che, nonostante le preoccupazioni legate alla necessità di crescere da sola i figli, riuscì a mandare avanti la gestione di un forno di proprietà con il quale garantì gli studi al figlio, che si potè così iscrivere in una delle più prestigiose scuole di Alessandria, la Svizzera École Suisse Jacot.

Gli anni egiziani sono segnati dall’amicizia fraterna con Moammed Sceab (che morirà suicida a Parigi e a cui saranno dedicati nel 1916 i versi d’apertura del “Porto Sepolto”). Con l’amico condivide la lettura del “Mercure de France”, prestigioso organo di diffusione della letteratura simbolista e decadente.

Sono questi gli anni in cui il giovane Giuseppe Ungaretti si avvicina alla letteratura francese e, grazie all’abbonamento a “La Voce”, alla letteratura italiana. Ha anche uno scambio di lettere con Giuseppe Prezzolini e successivamente inizia la frequentazione di Enrico Pea con il quale condivide l’esperienza della “Baracca Rossa”, un deposito di marmi e legname dipinto di rosso che diverrà sede di incontri per anarchici e socialisti.

Nel 1909 si trasferisce a Il Cairo dove s’impiega come curatore della corrispondenza francese negli uffici di un importatore di merci dall’Europa, ma dopo una serie di investimenti sbagliati, si sposta nuovamente e questa volta a Parigi, dove poi svolse gli studi universitari.

Venuto a contatto con un ambiente artistico internazionale, stringe amicizia con G. Apollinaire, ma anche con Giovanni Papini, Ardengo Soffici e Aldo Palazzeschi, con i quali inizia la collaborazione a “Lacerba”. Ma solo dopo qualche pubblicazione, decide di partire volontario per la Grande Guerra.

Quando nel 1914 scoppia la Prima Guerra Mondiale, Ungaretti partecipa alla campagna interventista, per poi arruolarsi volontario nel 19° reggimento di fanteria;  combatte sul Carso dopo l’entrata in guerra dell’Italia ed in seguito a questa esperienza scrive le poesie che, raccolte dall’amico Ettore Serra (giovane ufficiale), verranno stampate in 80 copie presso una tipografia di Udine nel 1916 col titolo di “Il Porto Sepolto”.

Stabilitosi a Parigi alla fine del conflitto, Giuseppe Ungaretti riceve da Mussolini l’incarico di corrispondente dalla Francia per il quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Alla fine del 1919 appare “Allegria di Naufragi”, nel quale confluiscono le poesie del “Porto Sepolto”, il volumetto “La guerra” e altre liriche pubblicate su varie riviste italiane e francesi.

Gli anni ’20 segnano un cambiamento nella vita privata e culturale del poeta; si trasferisce a Marino (Roma), sposa Jeanne Dupoix, dalla quale ha due figli, e successivamente aderisce al fascismo firmando nel 1925 “Il Manifesto degli intellettuali fascisti”.

Nel 1936, durante un viaggio in Argentina, gli viene  offerta la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile, che Ungaretti accetta; trasferitosi con tutta la famiglia, vi rimarrà fino al 1942.

In quello stesso anno ritorna in Italia dove venne nominato “Accademico d’Italia” e per chiara fama, professore di letteratura moderna e contemporanea presso l’Università di Roma.

In Italia raggiunge una certa notorietà e il 4 giugno 1970 si svolge il suo funerale a Roma, ma non vi partecipa alcuna rappresentanza ufficiale del governo italiano.

Allegria dei naufragi

“L’Allegria “segna un momento chiave della storia della letteratura italiana:  Giuseppe Ungaretti rielabora in modo molto originale il messaggio formale dei simbolisti (in particolare i versi spezzati e senza punteggiatura dei “Calligrammes” di Apollinaire, oltre all’uso delle cosiddette “mots-outils”, parole utensili che, collocate in posizione isolata aumentano la frantumazione metrica intensificando così i silenzi, in attesa di rivelazioni) coniugandolo con l’esperienza atroce del male e della morte nella guerra.

Al desiderio di fraternità nel dolore si associerà la volontà di cercare una nuova armonia con il cosmo, culminando nella poesia “Mattina” (1917):

“M’illumino d’immenso”.

 

o in “Soldati”:

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”

 

Ungaretti durante il servizio militare

Questo spirito mistico-religioso, si evolverà nella conversione di “Sentimento del Tempo”raccolta caratterizzata da una complessità retorica , ritorno al classicismo, nonchè al Barocco come sentimento di decadenza di eterno, di caducità; e nelle opere successive, dove l’attenzione stilistica al valore della parola, indica nei versi poetici l’unica possibilità dell’uomo, o una delle poche possibili, per salvarsi dall’ “universale naufragio”.

Sicuramente il momento più drammatico del cammino di Giuseppe Ungaretti, è raccontato ne “Il Dolore”: la morte in Brasile, la cui natura è percepita come ostile e matrigna dal poeta, sulla scia di Leopardi, del figlioletto segnerà definitivamente il pianto dentro del poeta anche nelle raccolte successive ;struggente e drammatica a tal proposito la lirica “Gridasti: soffoco”:

 

“Non potevi dormire, non dormivi…

Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,

Gli occhi, che erano ancora luminosi

Solo un attimo fa,

Gli occhi si dilatarono… Si persero…

Sempre era stato timido,

Ribelle, torbido; ma puro, libero,

Felice rinascevo nel tuo sguardo…

Poi la bocca, la bocca

Che una volta pareva, lungo i giorni,

Lampo di grazia e gioia,

La bocca si contorse in lotta muta…

Un bimbo è morto…

 

 

Nove anni, chiuso cerchio,

Nove anni cui nè giorni, nè minuti

Mai più s’aggregeranno:

In essi s’alimenta

L’unico fuoco della mia speranza.

Posso cercarti, posso ritrovarti,

Posso andare, continuamente vado

A rivederti crescere

Da un punto all’altro

Dei tuoi nove anni.

Io di continuo posso,

Distintamente posso

Sentirti le mani nelle mie mani:

Le mani tue di pargolo

Che afferrano le mie senza conoscerle;

Le tue mani che si fanno sensibili,

Sempre più consapevoli

Abbandonandosi nelle mie mani;

Le tue mani che si fanno sensibili,

Sempre più consapevoli

Abbandonandosi nelle mie mani;

Le tue mani che diventano secche

E, sole – pallidissime –

Sole nell’ombra sostano…

La settimana scorsa eri fiorente…

 

 

Ti vado a prendere il vestito a casa,

Poi nella cassa ti verranno a chiudere

Per sempre. No, per sempre

Sei animo della mia anima, e la liberi.

 

Ora meglio la liberi

Che non sapesse il tuo sorriso vivo:

Provala ancora, accrescile la forza,

Se vuoi – sino a te, caro! – che m’innalzi

Dove il vivere è calma, è senza morte.

 

 

Sconto, sopravvivendoti, l’orrore

Degli anni che t’usurpo,

E che ai tuoi anni aggiungo,

Demente di rimorso,

Come se, ancora tra di noi mortale,

Tu continuassi a crescere;

Ma cresce solo, vuota,

La mia vecchiaia odiosa…”

 

 

Come ora, era di notte,

E mi davi la mano, fine mano…

Spaventato tra me e me m’ascoltavo:

E’ troppo azzurro questo cielo australe,

Troppi astri lo gremiscono,

Troppi e, per noi, non uno familiare…

 

 

(Cielo sordo, che scende senza un soffio,

Sordo che udrò continuamente opprimere

Mani tese a scansarlo…)

A riconoscere in Giuseppe Ungaretti il poeta che per primo era riuscito a rinnovare formalmente e profondamente il verso della tradizione italiana, furono soprattutto i poeti dell’ermetismo che, all’indomani della pubblicazione del “Sentimento del tempo”, salutarono  il sensibile autore quale  maestro e precursore della propria scuola poetica, iniziatore della poesia “pura”, della  sacralità, del miracolo, del mistero, della parola, da recuperare insieme ad  un mondo primitivo, segreto ed innocente, attraverso la memoria (secondo le teorie di Bergson e Platone). Da allora la poesia ungarettiana ha conosciuto una fortuna ininterrotta. A lui, assieme a Umberto Saba e Eugenio Montale, hanno guardato come un imprescindibile punto di partenza molti poeti del secondo Novecento.

Premio Campiello 2013: vince ‘L’amore graffia il mondo’ di Ugo Riccarelli

La Giuria dei Trecento Lettori anonimi della cinquantunesima edizione del Premio Campiello 2013, promosso e organizzato da Confindustria Veneto, proclama vincitore con il romanzo “L’amore graffia il mondo” (edito da Mondadori), Ugo Riccarelli scomparso lo scorso 21 luglio.

Per la prima volta nella storia della manifestazione culturale, vince un’artista della penna che non c’è più. A ritirare il premio infatti vi era la moglie Roberta Bortone che così  ha commentato al Corriere del Veneto: Sono orgogliosa di essere qui per lui! Sono molto emozionata e capirete i motivi. Ho sempre detto a mio marito che l’ho sposato perché mi faceva ridere e portava il caffè a letto la mattina. E’ un premio dedicato a tutte le donne”.

La cerimonia di premiazione si è svolta al Gran Teatro La Fenice di Venezia ed è stata trasmessa per la prima volta in diretta televisiva su Rai 5 e con delle finestre su Rainews 24. La serata condotta da Neri Marcorè e da  Geppi Cucciari è stata un giusto mix di contenuti alti e divertimento e come ha tenuto a precisare Roberto Zuccato, Presidente della Confindustria Veneto e della Fondazione il Campiello: “Il Premio Campiello è uno dei riconoscimenti letterari più prestigiosi in Italia, per questo sentiamo la responsabilità di portare avanti con passione il nostro prezioso progetto, anche in tempi difficili”.

E’ stato dunque sottolineato spesso nel corso della serata l’importanza del romanzo dedicato “a tutte le donne”. Protagonista infatti della vicenda è la giovane, fragile, tenera e determinata Signorina, vista come una sorta di eroina del quotidiano come milioni di donne. Elemento principale all’interno del romanzo che accresce dunque la figura della protagonista è il suo spirito di sacrificio.

Figlia di un capostazione e di una contadina, Signorina nasce all’inizio degli anni ’20 in un paese dell’Italia centrale. Secondo la madre, leggere e scrivere non sono attività adatte a una ragazza come si deve, ma il padre decide di mandare comunque le figlie a scuola. Alla fine delle elementari, però, Signorina deve abbandonare gli studi, nonostante il parere contrario della maestra che riconosce il talento e l’intelligenza della bambina. L’incontro con un misterioso orientale, che con due rapidi gesti della mano saprà trasformare un pezzo di stoffa in un origami capace di vestire una bambola, fa sì che la creatività di Signorina trovi uno sbocco inaspettato. Impara a cucire e, come per magia, con pochi colpi di forbice riesce a fare bellissimi vestiti. Ma la sua vita viene travolta dalla guerra e dall’amore: le nasce un figlio gravemente malato, a cui dedica tutte le sue forze, nella convinzione che l’amore sappia risolvere ogni cosa e che possa tutto.

Nel corso della serata è stato consegnato anche il Premio Fondazione Il Campiello, assegnato quest’anno ad Alberto Arbasino. Tra gli invitati alla cerimonia ricordiamo Riccardo Cavallero Direttore Generale Trade Gruppo Mondadori.

Walter Siti si aggiudica il Premio Strega 2013

Walter Siti con il libro “Resistere non serve a niente”, edito da Rizzoli, è il vincitore del Premio Strega 2013.

Professore universitario di letteratura in pensione, critico e saggista italiano, il cui nome appare anche nei titoli di coda di una delle prime edizioni televisive del Grande Fratello, è riuscito a sbaragliare la concorrenza con 165 voti aggiudicandosi il Premio Strega 2013.

Non dedico il premio a nessuno in particolare, le persone a cui tengo sono tante…ho scritto per loro”. Queste le prime parole dello scrittore emiliano. Tanta l’emozione e la gioia per una competizione che non è stata per niente all’ultimo voto, anche se poco prima dello spoglio egli  stesso ha sottolineato: “Mi sono dato perdente già da ieri…è un esercizio zen, bella tattica per restare tranquilli!” .

Walter Siti nel suo ultimo romanzo “Resistere non serve a niente”, ha pensato di porre in esergo una citazione di Graham Greene: “La narrativa è più sicura: tanti editori avrebbero paura a pubblicare saggi su questi temi”, introducendo già il lettore in temi scottanti e scomode verità che diventano materiale per la costruzione di un grande romanzo contemporaneo.

Siti sceglie la finzione per indagare quella che viene comunemente definita “zona grigia” tra l’alta finanza e la criminalità. Attraverso la visione dei personaggi che si muovono come pedine della scacchiera della politica corrotta, viene descritto un mondo più che reale.

Il romanzo si apre con una scena alquanto agghiacciante di un’esecuzione di stampo mafioso e con un breve intervento-saggio sul divario tra prostituzione reale e prostituzione percepita nella nostra società. Dunque già dalle prime pagine il lettore si renderà conto di non trovarsi di fronte il solito romanzo, ma i dubbi si ingenerano di continuo suscitando così maggiore curiosità e interesse nel proseguire la lettura.

Struttura narrativa complessa e multi-livello: l’autore fa agire e parlare i personaggi e allo stesso tempo muove altre figure in modo da creare un discorso articolato. I dialoghi presenti sono sempre in bilico tra la “sciocchezza” recitata e il conformismo contro corrente e poiché Siti sa che i suoi personaggi in fondo sono bugiardi, omettendo spesso le loro ragioni, racchiude in note il proprio pensiero su di loro.