‘Gargoyle’ di Alfredo Vassalluzzo: l’umanità dimenticata

Cosa accade davvero dentro le carceri? Nella percezione collettiva, il carcere è il luogo dove vengono confinati i condannati. Una sorta di girone infernale come lo aveva immaginato Dante Alighieri. Nella Commedia Dante suddivide i condannati in livelli a seconda della gravità del peccato commesso, ma la condanna era per tutti comunque e sempre eterna. Ciò non accade nelle carceri, nelle quali, pur condividendo gli stessi spazi, i condannati vi restano per periodi di tempo differenti, commisurati alla condanna di ognuno. Ciò che sembra accomunare l’Inferno dantesco e le carceri è il desiderio nutrito dalle altre persone, dalla società, dal mondo fuori da essi di dimenticarli. Il carcere è uno di quei luoghi che la società tende a rimuovere, a confinare ai margini della coscienza collettiva.

Gli interrogativi di fondo sono sempre gli stessi: è davvero utile il carcere per la redenzione dei condannati? Quali sono realmente gli effetti positivi dell’incarcerazione di massa sulla società?

Alfredo Vassalluzzo in Gargoyle (Sensibili alle foglie, 2026) porta la realtà carceraria al centro della sua narrazione, focalizzando sulle persone detenute, i ristretti confinati nel loro “girone” che ogni giorno devono affrontare la vita dietro le sbarre ma con lo sguardo e la mente sempre rivolti oltre di esse. Persone complesse che affrontano situazioni e sentimenti contrastanti, a volte infantilizzati dall’istituzione totale.

Leggendo le pagine del libro di Vassalluzzo ritornano alla mente quelle di Mery per sempre (Aurelio Grimaldi, 1989) ambientato nel carcere minorile Malaspina di Palermo avente sempre come voce narrante l’insegnate, come in Gargoyle. Con le dovute differenze, si potrebbe però egualmente idealizzare il romanzo di Vassalluzzo come un naturale prosieguo e aggiornamento di un genere narrativo/cinematografico legato al crudo realismo del racconto in carcere. Ovvero di un’istituzione la quale, tendenzialmente, dà l’impressione di adattarsi ai tempi senza modificare i suoi tratti sostanziali. Esattamente come accade leggendo i libri che parlano di essa e dei suoi ristretti. Libri diversi tra loro certo ma con un profondo legame che sembra unirli proprio nei punti bui di questi istituti che chiudono i peccatori circondandoli di sbarre nella speranza che ciò serva a costringerli a fare i conti con la propria coscienza. Le carceri non risolvono i problemi sociali, anzi li aggravano, trascinandosi dietro violenza, ingiustizie e altre forme di discriminazione. Ma un mondo senza carceri è davvero possibile? E se sì, allora dove sconterebbero la loro pena i condannati?

L’idea di un inesorabile mantenimento dello status quo si evince anche dal libro di Vassalluzzo, a partire già dal titolo scelto: Gargoylecome le immobili statue in pietra che troneggiano le facciate di imponenti palazzi. Immobili eppure necessarie. Come la figura dell’educatore: una presenza fissa, costante, necessaria ma per certo non risolutiva di tutte le problematiche esistenti e persistenti.

Vassalluzzo affronta tutte le problematiche più cogenti del sistema carcerario italiano e scrive il suo romanzo con un profondo spirito non di rivalsa ma di giustizia, con la ferma volontà di dare voce a chi non ne ha più o non ne ha mai avuta in realtà.

Non si può affermare che l’esperienza di insegnamento in carcere abbia fisicamente segnato l’autore, ma di sicuro la sua mente ne è stata fortemente colpita. Ci sono situazioni, emozioni, sentimenti, dolori che imprimono il loro segno in maniera indelebile e cambiano l’esistenza delle persone. Dalle pagine del libro traspare il bisogno dell’autore di raccontare la storia dei detenuti incontrati, del libro di Damir e tutto ciò che poi è stato. Quasi come se scriverlo sia stato un richiamo della sua coscienza. Non che egli abbia una qualche responsabilità personale ma un peso, lo stesso che grava si tutti noi allorquando ci scontriamo con la dura realtà e la consapevolezza di aver dimenticato, anche solo per un istante, la sofferenza che colpisce l’umanità abbandonata, dimenticata, emarginata, discriminata. Persone magari cui anche Dante avrebbe dato una pena leggera che avrebbe poi dato sollievo a tutti gli altri umani, per loro fortuna o virtù, esclusi dai gironi infernali.

‘Che il libeccio faccia il mio gioco’ di Luisa Aliotta; il mondo rifiutato e il mondo immaginato

Siamo sempre tutti preoccupati del nostro essere fuori da noi stessi: il ruolo familiare, quello lavorativo, il posto occupato in società. Ma quanto, davvero, ognuno di noi si preoccupa del nostro essere interiore? Che il libeccio faccia il mio gioco, vincitore del Premio Mestre 2025) di Luisa Aliotta si apre al lettore con una citazione di Pessoa che riporta invece la “vita interiore” al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni dell’essere umano, nella fattispecie dello stesso poeta.

Fernando Pessoa ha votato la sua intera esistenza al “sogno” e alla frammentazione dell’io, concentrandosi sulla sua realtà interiore, lontana dal banale quotidiano. Molta influenza del pensiero e dell’opera di Pessoa si ritrovano nell’opera di Aliotta la quale comunque è riuscita a fare propri gli insegnamenti di questo grande maestro del Novecento e scrivere un romanzo che racconti la sua personale visione del legame che unisce l’essere umano al suo io interiore.

Il libro racconta di una giovane donna, Ludovica De Broca, direttrice di biblioteca e scrittrice, amante della vita in una maniera spropositata si abbandona alla passione di tutto ciò ritiene essere bello, come una vera e propria esteta che ama “la purezza” in ogni sua forma. Rapita dal suo estro e dalla sua fantasia arriva addirittura allo scontro con colleghi e amici proprio perché, talmente presa dal suo mondo interiore, sembra quasi rinnegare quello reale e condiviso con gli altri esseri umani.

L’ebbra euforia interiore della protagonista sembra quasi isolarla dal mondo esterno, creare una barriera tra il suo essere protagonista del “vero mondo di carta” e il suo non riuscire a esserlo nel mondo condiviso con tutti gli altri. Un ostacolo alle relazioni, anche sentimentali, con le persone che la circondano. Questo fino a quando non incontra una persona che, in modi differenti, convive con una “barriera” con il mondo esterno al pari di Ludovica e anche questo, o proprio questo, li fa convergere in un nuovo ulteriore mondo, che riescono a condividere.

Che il libeccio faccia il mio gioco. Omaggio alle parole in volo (Mazzanti, 2025) è un libro che racconta la vita, l’euforia della giovane protagonista che origina proprio dall’incontro/scontro da questi due mondi nei quali lei sogna e vive eppure è una narrazione da cui traspare una tristezza che è, forse, la medesima che accompagna le esistenze degli uomini, qualsiasi sia il mondo che scelgono di abitare. Una sorta di malinconia che induce il lettore a riflessioni sulla vita certo ma anche sul tempo, la memoria, i ricordi, i sogni. Quelli realizzati e quelli infranti.

L’autrice non affronta direttamente le grandi tematiche esistenziali che hanno sempre suscitato domande e incertezze negli esseri umani, la sua narrazione di questo avviene più in maniera indiretta, ovvero attraverso la protagonista, il suo vissuto e, soprattutto, il suo immaginato.

Il premio Nobel per la letteratura José Saramago in Cecità (1995) avvolge i suoi protagonisti in una nube lattuginosa al punto da renderli incapaci di vedere. A causa di questa cecità essi si lasciano trasportare dalla violenza e dal terrore. La Ludovica di Luisa Aliotta sembra volersi estraniare dal mondo che la circonda per lo stesso motivo, perché tutti intorno a lei sono ciechi al vero amore, alla purezza. Incapaci di vedere ciò che solamente il mondo di carta sembra poterle donare.

La metafora della vista utilizzata da Saramago è molto espressiva e attuale, se si pensa alla società di oggi nella quale la cecità rischia di diventare l’incapacità di pensare. Egualmente significativo è il simbolismo nascosto dietro la scrittura di Aliotta: l’incontro con il ragazzo sordomuto diventa l’unica valida chiave per infrangere il confine tra il suo mondo di carta e quello reale. A nulla sono serviti tutti gli altri tentativi a superare l’incomunicabilità tra i due mondi: l’amore estremizzato al punto da cercare nel tradimento la sua vera essenza, lettere scritte e mai consegnate, giochi di significati e sguardi identitari… tutte forme di comunicazione interrotte, mal formulate o, per certi versi, mendaci le quali, invece di agevolare l’incontro e la comunicazione, hanno sortito l’effetto contrario.

Comunicare senza l’ascolto e senza la parola è un qualcosa che molto si avvicina alla ricerca introspettiva, fatta appunto di sogni, pensieri, silenzio e simboli. Nella ricerca interiore, la parola e l’ascolto superficiale spesso finiscono per diventare degli ostacoli alla ricerca stessa. Il silenzio diventa un qualcosa di necessario e irrinunciabile, il vero strumento comunicativo utile alla comprensione del sé, all’ascolto della voce interiore.

Il percorso introspettivo compiuto dalla protagonista del libro la quale, pur ricercando affannosamente la vita vera e l’amore puro, non riesce a vivere nella realtà esterna a sé stessa, ricorda a tratti il paradosso della novella di Pirandello Mondo di carta (1909) dove il protagonista è talmente innamorato della lettura da non vedere e non riconoscere altro mondo se non quello descritto nei suoi tanti libri. Pur amando la letteratura di viaggio, il protagonista della novella di Pirandello è un uomo immobile nella sua lettura al punto da chiedersi se sia mai davvero stato qualcosa di altro oltre questo. Allo stesso modo, leggendo il libro di Aliotta ci si chiede se Ludovica sia o possa mai davvero essere qualcosa di altro oltre la sua immaginazione, oltre il suo mondo di carta.

Anche se l’autrice ha costruito per i suoi lettori un finale dal quale traspare, in un certo qual modo, la speranza che i due mondi possano dialogare, emerge anche in esso quel profondo senso di malinconia che accompagna tutto il testo, molto simile a quello che si ritrova in Pirandello ma anche in Sciascia, una malinconia legata proprio al racconto della vita “vera” si essa esterna alla persona che interna a essa.

Un sentimento che non rattrista il lettore, come per certo non deve aver rattristato l’autrice durante la scrittura, perché legato a quella che lo stesso Sciascia ha definito la funzione sociale degli intellettuali. Gli scritti di Sciascia, come è stato anche per Pirandello, attraverso il racconto del “personale” dei protagonisti permettono di ricostruire elementi vivi della vita politica, sociale, culturale dell’epoca.

Il romanzo di Luisa Aliotta, attraverso il racconto delle vicende e delle vicissitudini di Ludovica, permette al lettore una riflessione sull’oggi, sull’essere sempre in bilico tra il reale e l’irreale, tra mondo reale e mondo virtuale, tra desideri e sogni infranti, tra sentimenti forti passioni e anaffettività. Tra un mondo rifiutato e un mondo immaginato.

 

L’autrice

Luisa Aliotta è una scrittrice e insegnante di Lettere e Filosofia, nata in provincia di Napoli il 28 giugno 1993. Laureata in Filosofia e Storia presso l’Università Federico II di Napoli, scrive con un approccio post-esistenzialista e influenze romantiche. Le sue opere esplorano temi esistenziali, riflettendo sull’individuo e le sue contraddizioni. Ha vinto premi letterari, tra cui il secondo posto al Premio Hombres di giornalismo nel 2023, il primo posto al Premio di poesia Amalia Vilotta nel 2021, e il primo posto al concorso Versi e Non Versi nel 2024 con l’articolo “Come nasce un insegnante di materie umanistiche”. Le sue influenze includono Pessoa, Moravia, Pavese, e Bufalino. Inoltre, gestisce un blog intitolato “La donna che guarda”, dedicato alla divulgazione culturale, dove esplora e condivide riflessioni su letteratura, filosofia e tematiche esistenziali. Nel giugno dell’anno corrente vince il Premio Città di Mestre, grazie al quale pubblica il suo primo romanzo, Che il libeccio faccia il mio gioco, edito da Mazzanti Editori.

 

 

‘Visite e altri incontri di apparente marginalità’, l’esistenza precaria secondo Marco Zenone

Uscito in seconda ristampa a ottobre 2025 con Scatole Parlanti, Visite e altri incontri di apparente marginalità di Marco Zenone è un libro che affronta con leggiadra leggerezza un tema molto profondo legato alla salute delle persone: l’ansia dell’attesa per una visita, un controllo, un esame, un consulto. Ovvero per qualsiasi cosa “costringa” l’essere umano a fare i conti con la caducità della propria esistenza.

Il libro è uno spin-off di Non ti voglio (Edizioni Effedì, 2020), privo questa volta di riferimenti autobiografici. Nel suo primo romanzo infatti l’autore aveva apertamente parlato della sua malattia, diabete di tipo 1, di cui ha sofferto fin dall’infanzia. Si ritrovano invece in questo nuovo romanzo alcuni dei personaggi caratterizzanti il primo romanzo di autofiction, in particolare Sandro “Highlander” Giovannetti. Il fulcro delle vicende narrate sono proprio le visite, i consulti, le indagini mediche che hanno quasi sempre un risvolto tragicomico e rappresentano il motivo conduttore del libro nonché il legame tra Highlander e Edoardo “Dino” Giovannetti.

Pur avendo scelto di non mettere riferimenti autobiografici, il libro di Zenone sembra rifarsi comunque al filone letterario che mescola realtà e fiction per narrare del fenomeno in atto della progressiva confusione tra i due mondi, reale e immaginario.

In un mondo, il nostro, nel quale la realtà sembra essere diventata solo un’operazione di marketing ormai, il realismo come modello di narrazione può aspirare a diventare credibile solo se usato in maniera paradossale. Ed è esattamente ciò che ha fatto Zenone in Visite e altri incontri di apparente marginalità. Ricordando in parte i registri narrativi fatti propri anche da Walter Siti in Troppi paradisi (Einaudi, 2006), Zenone inserisce in maniera quasi compulsiva tutti i registri narrativi della “comunicazione sincera”: dialoghi interiori, narrazione in prima persona, ricordi familiari e personali, espressioni tratte dal linguaggio parlato. Lo stesso Siti ha definito il suo libro come un’autobiografia di fatti non accaduti. Egual definizione si potrebbe usare per descrivere il romanzo di Zenone, nel quale egli racconta nel dettaglio tutta una serie di accadimenti mai realmente avvenuti eppure con un tale pathos da essere realistici. Come la stessa ambientazione: la cittadina di Borgoamaro, inesistente sulla carta ma realistica in tutto e per tutto.

Nei libri come quello di Zenone, l’ambientazione non è mai solo uno sfondo alle vicende narrate ma un elemento chiave per la comprensione del testo, del messaggio che l’autore vuol trasmettere con la sua opera e, dal punto di vista dell’io narrante, un mezzo per l’esplorazione del sé, per rievocare ricordi e accadimenti del passato e legarli al presente narrativo in maniera tale da rendere la narrazione più complessa, articolata eppure, al contempo, più soggettiva e personale anche se distante dallo sterile resoconto autobiografico.

Per un’inchiesta condotta da Les Annales politiques ed littéraires il 26 febbraio 1922, viene chiesta a Marcel Proust una spiegazione sulla natura analitica e psicologica della sua narrativa. Egli risponde di non preferire l’espressione romanzo d’analisi perché ha assunto il senso di studio al microscopio. Un’espressione falsata nel linguaggio comune, dato che le cose infinitamente piccole non sono affatto – come dimostra la medicina – prive di importanza. Dichiara inoltre di preferire il telescopio al microscopio. Come preferisce l’espressione romanzo di introspezione rispetto a romanzo di analisi.

Egual ragionamento sembra aver seguito Zenone in questo suo nuovo romanzo, che si distacca dal primo proprio nella sua mancanza di riferimenti autobiografici diretti. Quasi come se l’autore avesse voluto, per il tramite dell’introspezione, dare al libro un taglio più universale. Come se avesse accantonato il microscopio e abbracciato il telescopio. Leggendo i dettagliati racconti dell’io narrante del libro di Zenone sembra proprio che l’autore abbia voluto compiere un percorso che dal particolare conduce al globale, inteso non solo e non tanto come “il mondo” dei protagonisti quanto l’esistenza stessa degli esseri umani.

Zenone ha inserito nel testo una quantità considerevole di flashback e flashforward. Il risultato è una narrazione continuamente interrotta da salti nel passato dell’io narrante o anticipazioni sul futuro dello stesso che, in alcuni passaggi, catturano l’attenzione del lettore mentre in altri ingenerano una certa confusione nella lettura. Il bilancio sull’intero libro rimane comunque positivo,   al punto che chi legge si chiede se il tutto non sia poi effettivamente voluto dallo stesso autore.

Zenone racconta la tragicità dell’esistenza umana utilizzando l’arma potente dell’ironia. Un’abilità che non può non far pensare a Italo Calvino e le sue Cosmicomiche: racconti che sono deliri sull’impossibilità di pensare il mondo se non attraverso figure umane, o meglio smorfie umane. Il serio e il divertente non sono poi così distanti e, per Calvino, esiste un dramma al fondo di ogni comicità. E questo sembra essere proprio il filo conduttore che ha segnato il tracciato lungo il quale Zenone ha scritto Visite e altri incontri di apparente marginalità.

‘I tre gemelli imperfetti’ di Enrico Casartelli: generazioni a confronto

I tre gemelli imperfetti di Enrico Casartelli è un romanzo che guarda alle grandi saghe familiari, in particolare della letteratura americana. La storia si svolge tra le città di Pisa e Como, in Italia, e New York, Boston e Southampton negli Stati Uniti. Una vicenda che rimanda il lettore alla narrazione di Singer ne La famiglia Karnowski: un affresco familiare che viene narrato attraverso le vicende quotidiane di tre diverse generazioni.

Nel libro di Casartelli la generazione “parlante” è quella dei figli, i tre gemelli che vivono, o meglio cercano di sopravvivere, con una grande ombra a oscurare il loro cuore. La tragica morte dei genitori e l’alone di mistero che la circonda ha condizionato non poco le loro esistenze. La tenacia di Sara porterà i tre a una sorta di rinascita, ingenerata dalla consapevolezza della verità svelata, ristabilendo ordine equilibrio e benessere economico all’intera famiglia, esattamente come accade per Georg Karnowski, il quale incarna il vertice di un percorso di integrazione e ascesa sociale. Percorso poi vanificato dall’indole distruttiva del nipote. Nel libro di Casartelli sarà invece il destino a decidere, ancora una volta, l’interruzione di un percorso appena iniziato.

Il romanzo di Casartelli, anche per le contenute dimensioni, non rientra pienamente nei canoni del genere ma lo ricorda per i tratti caratterizzanti la vicenda e i suoi protagonisti.

Leggendo il libro si configura l’idea che l’autore abbia voluto, raccontando la storia familiare dei Riva, rappresentare un percorso privilegiato per parlare d’altro. Una tendenza che aiuta a meglio comprendere le ragioni di un ritorno del romanzo di famiglia nel panorama letterario italiano del XXI secolo.

In psicoanalisi si definisce romanzo famigliare dei genitori l’insieme delle finzioni che sostengono le ricomposizioni e i malfunzionamenti famigliari di oggi a vantaggio della genitorialità scelta. I figli hanno la tendenza a immaginare genitori diversi, a ricomporre la loro famiglia. Un po’ quello che è accaduto a Giorgio, Enrico e Sara i quali per anni non hanno mai neanche parlato apertamente tra di loro di quanto accaduto ai genitori, alzando dei muri dietro i quali ognuno ha “inventato” le proprie ragioni. Una apparente normalità fortemente voluta per dissimulare la finzione che ha generato un dualismo nelle loro vite, spezzandole. Svelato il mistero sulla morte dei genitori, i tre gemelli possono fare i conti anche con il resto delle loro esistenze, tormentate da incertezze, paure, indecisioni, finzioni e paradossi. In particolare, risulta interessante la figura di Enrico, detto Chicco. Un ragazzo che, contrariamente ai fratelli, non ha compiuto un percorso di studi completo, non ha un ruolo sociale elevato, preferendo lavorare il minimo indispensabile nell’officina dello zio e immaginandosi una vita diversa, alternativa, grazie alla complicità del web e dei social. Posta foto ritoccate o scattate ad uopo per far sembrare, sui social, di essere un benestante che vive a City Life e guida macchine sportive lussuose quando, in realtà, vive in provincia e va in giro con un vecchio motorino.

Questo è un aspetto che invita il lettore a meglio riflettere su quella che è la società oggi. Piuttosto che separare e contrapporre, i media moderni hanno tentato di rendere sempre più flebile la linea di demarcazione tra realtà e rappresentazione, con l’intento di innestare la dimensione immaginaria all’interno di quella materiale. Fin quasi a sostituirla. Ormai tutti sembrano avere una vita perfetta. Ma solo sui social. Chicco ne è un esempio lampante. Solo il ritorno alla vita reale, però, gli restituirà quell’equilibrio necessario a far funzionare la sua esistenza, quella vera.

Enrico sembra aver utilizzato la sua vita social immaginata come rifugio per paure e delusioni di quella reale, esattamente come Giorgio e Sara i quali, pur non trovando un approdo virtuale, hanno egualmente costruito una barriera intorno a sé stessi a protezione di quei sentimenti, di quel dolore che tanto li spaventava.

Sono diversi i temi che Casartelli affronta nel libro, a tratti sembrano esserci anche dei riferimenti a recenti fatti di cronaca che potrebbero, in qualche modo, aver ispirato l’autore in alcuni punti della vicenda, eppure ciò che maggiormente risalta agli occhi del lettore è il costante e pressoché invariato tono narrativo. L’intreccio è molto fitto, gli accadimenti numerosi eppure il ritmo della narrazione rimane, dall’inizio alla fine, ancorato a una modalità che potrebbe essere definita slow motion. Non ci sono scenografici coupe de theatre, litigi violenti o aggressioni verbali o fisiche, i protagonisti mantengono sempre un atteggiamento misto tra l’educazione e la rassegnazione eppure gli accadimenti in più occasioni li mettono a dura prova. Contribuisce a ciò anche lo stile di scrittura adottato dall’autore con un fraseggio breve, dialoghi concisi, riflessioni laconiche e puntuali. Il tutto articolato in numerosi capitoli molto corti, modulati quasi come scene o atti di una rappresentazione teatrale.

Del resto Erving Goffman stesso ha indicato la vita come una rappresentazione teatrale, riprendendo posizioni che già sono state di Shakespeare e Pirandello. In nessun momento di una rappresentazione teatrale il pubblico si convincerà che quella sul palco sia la vita reale eppure osservando la “messa in scena” degli attori esso non potrà non riflettere su quanto di reale vi sia. Egualmente il lettore de I tre gemelli imperfetti in nessun momento penserà che quella sia una storia “vera” eppure sarà proprio la multivalenza degli individui rappresentati che le donerà l’autenticità del realismo che il lettore si aspetta.

 

‘Amore negli Stati Vaticani’, il romanzo storico-giallo di Diomede Milillo

Il pensiero reazionario conosce la sua compiuta manifestazione intellettuale nella prima metà del XIX secolo. Di “reazione” in termini filosofici e politici si comincia a parlare durante la Rivoluzione francese, quando essa diviene sinonimo di controrivoluzione. La carica reazionaria del tradizionalismo filosofico è in primo luogo, e pressoché esclusivamente, un rabbioso rigetto degli ideali dell’Illuminismo che ruotano attorno a quattro concetti di fondo: individuo, ragione, natura e progresso. La critica a questi ideali fa tutt’uno con la condanna senza appello della loro concreta espressione storico-rivoluzionaria. Nei più diversi campi, dalle scienze naturali alla filosofia morale, “reazione” diventa la risposta a una stimolazione, a un’alterazione di stato, a una rottura di equilibrio o combinazione di elementi.

Nel nuovo libro dell’ex top manager Diomede Milillo, Amore negli Stati Vaticani, pubblicato da Il Seme Bianco, emerge tale assunto: C’è nella Rivoluzione francese un carattere satanico che la distingue da tutto quello che si è visto fino a quel momento. I discorsi di Robespierre contro il sacerdozio, la solenne apostasia dei preti, la profanazione degli oggetti di culto, l’inaugurazione del culto della dea Ragione: tutto ciò esce dall’ambito ordinario del crimine e sembra appartenere a un altro mondo. E, nello stesso tempo in cui la rivoluzione si è assopita, i maggiori eccessi sono scomparsi, ma i principi sono rimasti.

Dalle più grandi istituzioni che hanno segnato la storia fino alla più piccola organizzazione sociale, dall’impero fino alla confraternita, tutte hanno una base divina, e la potenza umana, ogni volta che se ne è distaccata, non ha potuto dare alle sue opere che un’esistenza effimera e fasulla.

Se le nostre moderne costituzioni devono anche alla Francia degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione l’idea stessa di una Carta costituzionale scritta come legge fondamentale dello Stato, il pensiero controrivoluzionario – cui il movimento del tradizionalismo francese appartiene – esalta l’idea di un ordinamento frutto della tradizione storica, dove la permanenza di antichi retaggi e costumi non è che il segno tangibile di un assetto sociale e politico di stampo feudale, con le sue gerarchie, i suoi privilegi, le sue “libertà”. La lotta al razionalismo “astratto” del pensiero illuministico, prima, e rivoluzionario, poi, e l’attaccamento al mondo feudale (fondato sulle istituzioni naturali, a partire dall’autorità paterna fino a quella religiosa, passando attraverso il potere del monarca e del ceto della nobiltà e dell’alto clero) prendono le forme dell’organicismo politico, una concezione secondo la quale una comunità è un organismo vivente, la cui messa in forma è compito della Provvidenza che agisce tramite il suo inviato, il monarca, che assume le caratteristiche del pontefice.[1]

È esattamente questa la cornice storica e politica entro la quale Diomede Milillo inserisce le vicende del suo romanzo.

La Restaurazione in Italia non fu una reazione ma una terza edizione del dispotismo illuminato, indebolito moralmente, intellettualmente e praticamente. Indebolito moralmente perché le riforme settecentesche ebbero l’appoggio morale entusiastico del fior fiore della cultura militante italiana, e il dispotismo illuminato napoleonico, se incontrò l’opposizione liberale e democratica del Foscolo e dell’Angeloni, trovò in Cuoco e Romagnoli coloro che seppero dargli ancora una brillante formula giustificativa, ma il dispotismo illuminato della Restaurazione fu considerato dalla cultura militante italiana come un’imposizione estera.[2]

Dalla Restaurazione, la Chiesa cattolica, nella sua dimensione giuridico-istituzionale, si identificò prevalentemente nelle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche, e in primo luogo della Santa Sede. La crescente spinta verso una prospettiva interiore nell’approccio alla religione doveva essere respinta nel nuovo contesto post-rivoluzionario come una forma di individualismo religioso, analogo al protestantesimo, che finiva per minare non solo la dimensione comunitaria della Chiesa e l’influenza delle gerarchie ecclesiastiche, ma anche la stessa obbedienza nei confronti delle autorità politiche. Già con Pio VII si ebbe la proposta dello Stato pontificio come visibile modello di organizzazione statuale in cui si era realizzata una compiuta restaurazione.[3] Leone XII, poi, si impegnerà molto nella valorizzazione dei più importanti siti archeologici romani, dei resti delle basiliche paleocristiane e di quant’altro nella Diocesi di Pietro sia in grado di dimostrare la millenaria presenza del cristianesimo. Così pure, in un breve periodo, egli svilupperà una vera e propria opera di restaurazione dell’autorità sovrana sulla capitale e sulle province rimodellando l’intero assetto amministrativo impostato dal Consalvi, segretario di Stato con Pio VII, durante quella che fu la restaurazione in senso classico nel decennio precedente il pontificato leonino. Con Leone XII la città di Roma velocemente recupera il suo ruolo di centro della cristianità e di faro di un nuova cultura che voleva tornare a leggere le testimonianze del passato per ricavarne energie nuove per l’avvenire.[4] Eppure il pontificato di Leone XII è sempre stato visto come uno dei periodi più oscuri della storia della Chiesa, durante i quali il papa era visto alla stregua di un semplice esecutore delle volontà dei cardinali zelanti e della cancelleria viennese.

Ed è proprio all’ombra di questi misteri e intrighi che si sviluppa il romanzo giallo di Milillo, lungo i “bui” corridoi dello Stato Vaticano.

Il dispotismo successivo al Congresso di Vienna fu molto diverso da quello settecentesco. Esso divenne reazionario, cercando cioè di reagire ai cambiamenti introdotti dalla rivoluzione francese, combattendoli e rifacendosi a un quadro di valori tradizionali. L’aristocrazia, un tempo élite delle monarchie europee, passò a rappresentare i resti di un mondo ormai superato, fatto di privilegi e disuguaglianza. La lettura reazionaria della rivoluzione francese fu affidata a Joseph de Maistre, che vedeva nel cristianesimo l’ultimo baluardo contro la diffusione delle idee atee e illuministiche e nella rivoluzione un castigo voluto da Dio per punire la Francia del suo malefico clima intellettuale.  Il diffondersi in tutta Europa di un clima poliziesco e di repressione di idee contrarie alla restaurazione favorì la nascita e la diffusione di moltissime società segrete. Al concetto di nazione venuto fuori dalla rivoluzione francese si affiancò un secondo e differente concetto di popolo-nazione, nato in Germania dal pensiero di autori quali Johann Gottfried Herder: esso faceva riferimento a un’unità assoluta e inscindibile di territorio, lingua, razza, costumi e religione. Si tratta della concezione che più influenzò la temperie culturale che caratterizzò l’Ottocento europeo: il romanticismo.[5]

Nobiltà e clero guardavano con livore ai moti rivoluzionari e ai loro promotori, considerati dei miscredenti, dei sovversivi. In effetti l’ordine che essi volevano “sovvertire” era proprio quello che questi volevano, al contrario, “restaurare”. Una condizione politica e sociale carica di tensioni che va a costituire  la tela su cui Milillo ha intessuto la sua trama, modellando i personaggi in base al loro ceto di appartenenza. Persone per le quali il mantenimento dello status quo, e dei relativi privilegi che ne conseguivano, aveva maggiore importanza delle libertà e dei diritti altrui.

Leone XII fin da giovane si era messo in luce, oltre che per le doti intellettuali e per l’origine sociale, per certe qualità che, pur rimanendo in un ambiente ovattato e presumibilmente sensibile alla trascendenza come quello della capitale del cattolicesimo, non erano passate inosservate: qualità come la solennità della figura, la fierezza del portamento, l’eleganze innata e la bellezza dei tratti fisici. Si narra che Stendhal avrebbe insinuato che proprio Annibale della Genga, futuro papa Leone XII, non sempre aveva saputo resistere alle seduzioni alle quali veniva esposto da questa sua qualità. Di buon grado coltivava il piacere della vita di società e delle conversazioni salottiere, nel corso delle quali i suoi modi aristocratici accentuavano agli occhi del pubblico presente, e a quanto sembra soprattutto di quello femminile più volte ricordato nella sua corrispondenza privata, il fascino di un personaggio che, come lui, non si privava mai del piacere di stimolarne curiosità e frivolezze.[6]

Anche a Monaldo, protagonista del libro di Milillo, piace lasciarsi stimolare da dette curiosità e frivolezze.

Ancora oggi, nella Chiesa cattolica romana l’amore tra un prete e una donna è severamente vietato. Non sempre però, oggi come in passato, la promessa del celibato viene rispettata e spesso nascono amori proibiti e relazioni clandestine. Di fronte al bivio “o la donna o il sacerdozio” alcuni scelgono l’amore per la propria compagna, riconoscendole un ruolo fondamentale nella loro vita, altri non si sentono pronti a rinunciare alla vocazione e, pur di continuare a esercitare il ministero sacerdotale, sono disposti a vivere in segreto la propria sessualità e le relazioni sentimentali.[7]

Quella combattuta dalla Chiesa contro l’incontinenza e il concubinato clericale è ed è stata una lunga e aspra battaglia: le sue radici affondano nell’esaltazione della verginità, condizione preferibile al matrimonio secondo gli scritti patristici che contribuirono a costruire la separazione tra sacro e profano.[8]

Anche se da un punto di vista fenomenologico il celibato potrebbe venire analogato alla continenza, alla castità, all’astinenza sessuale, alla rinuncia o all’impossibilità a contrarre matrimonio, a una condizione sociale, irreversibile o transitoria, di celibe/nubile, a situazioni psicopatologiche di sessuofobia o di altre condizioni morbose, antropologicamente se ne diversifica in modo sostanziale. Non è facile intendere il celibato né da un punto di vista umano né tanto meno da un punto di vista delle scienze del comportamento. Per un cristiano cattolico, celibato vuol dire celibato apostolico. Significa essere come Gesù.[9]

In quel mondo claustrofobico, chiuso, autoritario e tutto maschile che è il clero cattolico tornerebbe molto utile comprendere quale sia realmente la natura del legame tra il sesso e la formazione clericale, indagare sul motivo per cui i membri del clero sono, nei confronti del sesso, tanto disinteressati in pubblico quanto ossessionati in privato, chiarire se per caso sia proprio quella della sessualità una delle chiavi per comprendere la natura dell’istituzione millenaria che li ha con molta cura allevati e forgiati.[10]

Per certo quella della sessualità è stata una “chiave di indagine” utilizzata da Milillo per raccontare i personaggi, in particolare il protagonista, e il loro agire.

 

[1]U. Eco, Storia della Civiltà Europea, EncycloMedia Publishers, 2014 (L’Ottocento – Filosofia, vol.64).

[2]G. Santoncini, Appunti per una bibliografia critica sulla seconda Restaurazione pontificia, in Proposte e ricerche, fascicolo 32 (1/1994).

[3]G. Vian, La Chiesa cattolica dalla Restaurazione e Francesco, in G. Vian, (a cura di): Alessandro barbero Gustavo Corni, Storia dell’Europa e del Mediterraneo, vol. 14, Salerno, Roma, 2017.

[4]G. Piccinini (a cura di), Il pontificato di Leone XII. Restaurazione e riforme nel governo della Chiesa e dello Stato, Atti del Convegno, Genga, 1 ottobre 2011.

[5]F. Benigno, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Laterza, Bari, 2005.

[6]G. Monsagrati, Leone XII, papa, in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 64 (2005), Treccani100.

[7]A. Fiore, Uomini proibiti (documentario), Maxman Coop Società Cooperativa, Italia, 2015.

[8]S.T. Salvi, Diabolo Suadente. Celibato, matrimonio e concubinato dei chierici tra riforma e controriforma, Giuffré Editore, Milano, 2018.

[9]F. Poterzio, L’espressione celibaria dell’affettività, Pontificia Università della Santa Croce – Centro di Formazione Sacerdotale.

[10]M. Marzano, La casta dei casti. I preti, il sesso e l’amore, Bompiani, Milano, 2021.

‘Purgatorio’, l’esistenza deragliata di Ilaria Palomba

Il canto XV del Purgatorio di Dante è un’eccezione. Si tratta di un canto di passaggio, dove la consueta narrazione si ferma per far posto a una parentesi meditativa. Il primo elemento incontrato è la luce, messa in rilievo, come spesso avviene nell’opera, da una precisazione astronomica. La luce attraversa l’intero canto, tiene assieme gli altri temi solo all’apparenza irrelati; e in questo frangente è sia quella del sole sia quella dell’angelo che indica l’uscita dal girone. Il lettore si confronterà con tre vicende: quella di Maria, che anziché rimproverare il figlio smarritosi nel tempio si rivolge dolcemente a lui mettendo a nudo il suo patimento; quella di Pisistrato che, malgrado l’avversione della moglie, perdona il ragazzo reo di aver baciato sua figlia; la sequenza culmina infine con Stefano – il martire che, lapidato, perdonerà i suoi carnefici.[1]

Anche la vita di Ilaria Palomba raccontata in Purgatorio è un passaggio: dalla morte alla vita. Dal buio alla luce. Ma non si tratta di una vera e propria resurrezione. Di sicuro non è stato un percorso facile. Iniziato con lunghi mesi di degenza ospedaliera durante i quali a farla da padrone è stato il dolore, provato fin dal primo risveglio in ospedale, nel «ventre del Leviatano», uno «spazio liscio tra terra e cielo, un Purgatorio».

La vicenda narrata da Alighieri dello smarrimento di Gesù ragazzo a Gerusalemme e della reazione dolce di Maria, propria della poetica e del linguaggio del Purgatorio dantesco, ricorda molto la relazione che Ilaria ha con sua madre, l’atteggiamento di quest’ultima la quale, in netta contrapposizione al comportamento del marito, è molto accondiscendente con la figlia, nonostante la sua riottosità e scontrosità. Anche se è con il padre che Ilaria ha lo scontro maggiore perché questi proprio non riesce a comprendere le ragioni delle sue azioni.

Nella società contemporanea stiamo assistendo, tra l’altro, a un ritorno in grande stile di un atteggiamento di stampo neo-romantico, caratterizzato principalmente da una sempre più diffusa rivalutazione degli aspetti affettivo-emotivi come valore fondamentale per l’essere umano.[2]

L’individuo delle “tribù” contemporanee è un enfant eternel, un bambino completamente assorbito in un suo universo affettivo-emotivo. Usciti definitivamente dalla cultura “eroica” giudaico-cristiana che ha caratterizzato la modernità, basata sulla concezione di un individuo attivo e padrone di sé e dell’ambiente circostante, si sarebbe entrati nell’universo del “vitalismo” delle tribù postmoderne, fondato non più sulla pianificazione e sulla realizzazione di determinati progetti ma prevalentemente orientato a lasciar godere del piacere di stare insieme, di condividere l’intensità del momento, di prendere il mondo per quello che è.[3]

Quello che stiamo vivendo oggi sembra dunque un processo di slittamento da un individuo dotato di un’identità stabile che esercita le sue funzioni sulla base di rapporti contrattuali ben definiti, a una persona fornita di molteplici possibili identificazioni, in grado di ricoprire indifferentemente svariati ruoli all’interno di “tribù affettivo-emotive”.[4]

Sulle spalle dell’individuo occidentale incombeva, circa un secolo fa, una patologia psichica definita clinicamente nevrosi. Oggi incombe la depressione. Se la nevrosi va considerata un “dramma della colpa”, la depressione è una “tragedia dell’insufficienza”. La conquista della definitiva emancipazione dell’individuo finalmente sovrano, il diritto di scegliere, il dovere di diventare se stessi, senza poter fare appello ad alcun ordine esterno, avrebbe imposto un pesante tributo, rappresentato appunto in una forma alternativa di dipendenza: la dipendenza da se stessi.[5]

Le peculiarità socio-psicologiche che caratterizzano l’attuale fase del processo di individualizzazione, sarebbero legate fondamentalmente alla paralisi dettata da una sorta di terrore: quello che l’uomo contemporaneo ha di scoprire in se stesso i motivi della sua dipendenza, la sua fragilità, la sua inevitabile mortalità, in breve tutto ciò che gli ricorda la sgradevole verità dei suoi limiti. Egli soffre della “malattia di non saper soffrire”.[6]

Per Ilaria il reincanto è l’amore, lo cerca senza neanche rendersi conto di farlo, lo rifiuta con la stessa intensità, inconsciamente, perché le forze lesioniste e distruttive hanno sempre o quasi la meglio. Anche l’amore per lei è dolore. Un dolore che spesso si trasforma in rabbia o in ossessione.

«Essere ossessionati è vivere il pensiero come un doppio mostruoso, farselo scivolare dentro senza nessuna forma di erotismo. È uno stupro. Io non volevo sognare, ogni volta sognavo qualcuno che mi assediava, erano le persone che avrei ucciso se non avessi deciso di uccidere me. Il suicidio è un omicidio mancato».

In tutto il mondo, quasi 800.000 persone si suicidano ogni anno. Le evidenze suggeriscono che per ogni persona che muore suicida, vi sono molte più persone che tentano il suicidio. Circa l’85-95% delle morti per suicidio si verificano in persone con una malattia mentale diagnosticabile al momento del decesso. Il disturbo più comune che contribuisce al comportamento suicidario è la depressione. Le esperienze infantili traumatiche, tra cui soprattutto l’abuso fisico e sessuale, aumentano il rischio di tentato suicidio. L’isolamento, quasi tutte le malattie mentali e alcune malattie croniche pongono i soggetti a rischio di suicidio.[7]

Ilaria non ha malattie mentali eppure, secondo lo psichiatra che la segue, una volta fuori dall’unità spinale potrebbe essere a rischio suicidio. Ancora. Per lei «vivere è un Purgatorio senza uscita, neanche la morte è vera, non si può fuggire da nessuna parte. Ogni porta è sbarrata. Vivere è un obbligo cui non posso sottrarmi, devo solo scegliere se farlo da cadavere o da persona».

Si è tentati di pensare che un incidente possa restituire senso a una vita dilaniata, come quella di Ilaria che non voleva vivere ma neanche morire: sospesa nel mezzo di tutti i mondi, sospesa tra le dimensioni. Sospesa in quel pensiero dissociato che diventa realtà, verità. Ella considera il deragliamento una feritoia attraverso cui il reale si mostra. E invece l’incidente può rappresentare solo la luce che illumina il buio, il nascosto, l’incompreso.

Una scelta difficile da comprendere quella di Pisistrato nel già citato canto del Purgatorio. Dante lo scelse come esempio di mitezza d’animo, riprendendo un episodio raccontato da Valerio Massimo: un giovane, innamorato della figlia del tiranno, l’abbraccia e la bacia in pubblico suscitando l’ira della madre della ragazza che chiede vendetta per l’offesa subita. Ma Pisistrato risponde con atteggiamento pacato e contenuto, dimostrando grande temperanza e dominio di sé.

L’episodio rimanda a quanto narrato nel libro da Palomba anche se nel lettore rimane il dubbio se riferirlo al comportamento di Ilaria, la quale non riesce a contenere se stessa oppure a suo padre il quale sembra non vedere e non capire le reali e profonde ragioni alla base degli atteggiamenti di sua figlia. Oppure ancora nell’atteggiamento remissivo di sua madre, laddove diventa ella stessa una contemporanea Pisistrato e, nonostante gli incitamenti del marito, non riesce a dare addosso alla figlia perché in fin dei conti sembra proprio questo ciò che Ilaria vuole. Prendersi la colpa. Di tutto. Farsi del male. Sentirsi vicina al suo faro oscuro: «Sono una suicida, la diagnosi più consona è suicida, perché è sin dalla nascita che faccio l’amore con la morte». E che la ricerca. Nello scontro con i genitori come nelle storie d’amore: «Gli uomini che ho amato erano tutte le manifestazioni della morte».

Esattamente come il canto XV del Purgatorio dantesco, anche il libro di Ilaria Palomba è un’eccezione. Una narrazione di passaggio che racconta il percorso di un’esistenza deragliata la cui protagonista comunica con il e al lettore la sua esigenza meditativa e riflessiva senza uno scopo prefissato se non quello di capire e dare risposta ai tanti interrogativi che attanagliano la mente e il corpo di Ilaria. È questa la luce che ella rincorre per l’intero libro.

 

Il libro

 

Ilaria Palomba, Purgatorio, Alter Ego Edizioni, Viterbo, 2025

[1]M. Renzi, Dal tenue allo straziante: Purgatorio XV, L’Indiscreto, 11 marzo 2021.

[2]G. Pecchinenda, Il coinvolgimento tecnologico: il Sé incerto e i nuovi media, in Quaderni di Sociologia, 44/2007 – la società contemporanea / Giovani e nuovi media.

[3]M. Maffesoli, Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, Milano, 2004.

[4]G. Pecchinenda, op.cit.

[5]A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino, 2010.

[6]H.E. Richter, Il complesso di Dio, Ipermedium Libri, S.Maria C.V (CE), 2001.

[7]C. Moutier, Comportamento suicidario, in Manuale MSD.

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