‘The Young Pope’, 3° e 4° episodio: vanità e ricatto

L’ottimo esordio di The Young Pope di Paolo Sorrentino ha avuto l’effetto di amplificare l’interesse per gli episodi 3° e 4° trasmessi ieri sera su Sky. Che si trattasse di un papa vagamente – per utilizzare un eufemismo – sui generis lo si era capito già venerdì scorso, ma l’ingresso in scena di questa sera è stato a dir poco da rockstar: i titoli di testa con Pio XIII (l’enigmatico e spiazzante Jude Law) che attraversa un corridoio sulla cui parete sono esposti meravigliosi quadri, il sottofondo musicale rockeggiante, e lui che ci fa l’occhiolino per introdurci nel suo papato stravagante, valgono  da soli l’attesa di sette giorni.

Da un punto di vista narrativo, le puntate di The Young Pope di stasera sono state un po’ interlocutorie con l’aggiunta di un paio di ingredienti. La curiosità che aveva provocato Lenny Belardo lasciando in sospeso dei concetti non esattamente ortodossi, solo in minima parte, infatti, è stata soddisfatta; nel senso che il prosieguo della storia ancora non ha fatto sufficientemente luce sul suo passato turbolento, sulle dinamiche della sua elezione, né sul suo problema con la fede. La sensazione generale è che questo papa sia alla perenne ricerca dei genitori, di Dio, di se stesso, e chi è costantemente alla ricerca di qualcosa è condannato perennemente alla contraddizione.

I principali elementi di novità emersi rispetto ai primi due episodi, sono la vanità e il ricatto, rappresentati, rispettivamente – manco a dirlo -, dal papa stesso e dal cardinale Segretario di Stato Voiello (Silvio Orlando). Pio XIII è un Papa vanitoso oltre ogni immaginazione. Per lui la bellezza è un dono, e invita chi la possiede a gioirne. E lui, ben consapevole della propria, arriva ad affermare addirittura di essere più bello di Gesù. Al contrario, il Segretario Voiello può estrinsecare la propria vanità solo mediante il potere, quel potere che Belardo a poco a poco gli sta polverizzando. Ecco che quindi, per scoprire delle debolezze ataviche del pontefice e “salvare la Chiesa”, ordisce una trama di ricatti che involge alcune delle persone che orbitano attorno a Belardo. E in un certo qual modo, ci sentiamo ricattati anche noi, non solo perché è impossibile non empatizzare con Pio XIII, ma soprattutto perché siamo costretti a vedere come andrà a finire.

 

‘The Young Pope’ di Sorrentino: un esordio tra stravaganze e riflessioni

C’era grande attesa attorno all’esordio di The Young Pope, prima serie tv scritta e diretta interamente dal Premio Oscar Paolo Sorrentino. Attesa che, a giudicare dai primi due episodi trasmessi ieri sera su Sky, è stata ampiamente ripagata dagli ottimi ascolti. Di notevole e immediato coinvolgimento l’impatto visivo – grazie anche alla fotografia di Luca Bigazzi – , con i proverbiali ‘fellinismi’ entrati ormai in pianta stabile nella cifra stilistica di Sorrentino, e la sceneggiatura, esaltata da un buon ritmo complessivo e da dialoghi mai banali.

Ma la principale ‘attrazione’ di questo debutto non poteva che essere il protagonista, Lenny Belardo (Pio XIII), interpretato da un monumentale Jude Law, che condivide carisma da tutti i pori. Lenny è un giovane cardinale americano dal passato tormentato – i genitori in tenera età lo avevano abbandonato in orfanotrofio – e che vive con una certa inquietudine il suo personale rapporto con la fede; tuttavia, evidentemente per ragioni politiche, viene eletto papa dal collegio cardinalizio. Ma è proprio in Vaticano che, contrariamente a quanto avevano previsto i ‘manovratori’, Lenny dimostrerà una convincente riluttanza a farsi comandare.

A farne immediatamente le spese sarà il cardinale Segretario di Stato Voiello, interpretato dal formidabile Silvio Orlando, che a causa delle ‘stravaganze’, per così dire, del nuovo pontefice, vedrà il suo potere subire una verticale dequotazione. Due sono gli aspetti che hanno colpito maggiormente in questi primi episodi, e riguardano entrambi il protagonista, oltre alla sua giovane età, si intende: le sue ‘bizzarrie’, appunto, che vanno dal suo vizio del fumo alla non curanza dei bilanci del Vaticano opponendosi fermamente all’utilizzo della propria immagine per finalità di merchandising, passando per il poco piacere per il cibo e la decisone di far vigilare il segretario da Suor Mary (Diane Keaton), una suora di cui Lenny si fida perché l’ha cresciuto e aiutato a farlo diventare papa; e la tensione che dipinge sui volti dei suoi interlocutori ogni volta che sta per parlare o porre delle domande, che sono quasi sempre indiscrete. Tensione che ha raggiunto il picco massimo alla fine del secondo episodio, quando Pio XIII, dopo essersi rifiutato di leggere un testo ‘equilibrato’ confezionatogli ad arte da Voiello, decide di optare, per la sua prima omelia, per un testo scritto di suo pugno a dir poco destabilizzante, che recita con grande trasporto in una Piazza San Pietro gremita di fedeli, per l’occasione accorsi di sera per volere di Belardo stesso.

Silvio Orlando tra i protagonisti di ‘The young Pope’

Sarà che in quel discorso emergeranno imperiose tutte le sue inquietudini ataviche, sarà che anche lo spettatore non può restare totalmente indifferente a quelle parole ‘rivoluzionarie’, ma sta di fatto che The Young Pope si è presentata come meglio non poteva: un prodotto di elevata qualità che ha tutte le carte in regola per tenerci incollati allo schermo per altri otto episodi, facendoci anche riflettere sul problema della fede. Che non è mai tempo perso.

‘La grande abbuffata’: la sempre attuale metafora antropologica di Ferreri

La grande abbuffata è un film del 1973 diretto da Marco Ferreri (I love you, Dillinger è morto, La cagna, Storie di ordinaria follia, Ciao maschio, L’ultima donna, Marcia nuziale, L’ape regina, La donna scimmia). Presentato in concorso al 26° Festival di Cannes, non ambiva a vincere la Palma d’oro, ma a qualcosa di diverso: trasformare in riflessione la sgradevolezza che, a guardarlo, inevitabilmente penetra attraverso gli occhi. E se a distanza di 43 anni siamo ancora qui a parlarne vuol dire non solo che il filtraggio è più che riuscito, ma che purtroppo quella società dei consumi che il regista intendeva colpire è ancora in piedi, saldamente al suo posto. Scritto a quattro mani con Rafael Azcona, La grande abbuffata rappresenta l’archetipo stilistico di Ferreri: vi si ritrovano, infatti, sublimati da immagini potenti e insieme moleste, i temi antropologici tanto cari al regista milanese: nutrizione, copulazione, deiezione. Insomma, è un film per palati forti tutto da consumare. A stomaco vuoto.

La grande abbuffata: trame e contenuti

Non ce l’hanno fatta i protagonisti de La grande abbuffata. Ugo (Ugo Tognazzi), Philippe (Philippe Noiret), Michel (Michel Piccoli) e Marcello (Marcello Mastroianni) non ce l’hanno fatta. Eppure ce l’avevano messa davvero tutta. Erano riusciti a diventare, rispettivamente, uno chef di successo, un giudice, un dirigente televisivo e un pilota di aerei; traguardi professionali di tutto rispetto con cui evidentemente si erano illusi di colmare quei disagi esistenziali atavici che si portavano dietro da sempre, di trovare un senso alle loro vite. Di essere finalmente compresi. Non è andata come speravano. La disillusione può assumere infinite forme e adattarsi perfettamente ad ogni circostanza. Hanno dovuto prenderne brutalmente atto, i quattro amici. A cominciare da Ugo, grande chef, che tuttavia non si sentiva davvero apprezzato, né da clienti solo affamati né soprattutto dalla moglie, sempre pronta a redarguirlo e a soffocare la sua vena artistica. Non andava meglio a Philippe, una vita sacrificata (scontando un deficit relazionale con il gentil sesso) per diventare magistrato inseguendo il sogno della giustizia: aveva scoperto ben presto che la giustizia e l’applicazione della legge raramente coincidono. Triste anche la parabola umana di Michel, un colto dirigente televisivo che non faceva che duellare, perdendo, con l’ignoranza alleata del consumismo che pressava per invadere gli studi televisivi. Per non parlare di Marcello, che aveva persuaso se stesso che la capacità di governare il mezzo più potente, l’aereo, avrebbe avuto un riverbero salvifico sulla sua disfunzione erettile: quanto si sbagliava.

Alla disperata ricerca di un’illusione, i quattro protagonisti de La grande abbuffata si decidono a chiedere aiuto a un caro amico in comune, Marco Ferreri, un regista dalle idee alquanto bizzarre, il quale senza mezzi termini consiglia loro di farla finita. Ma di farla finita in modo particolare, spettacolare. Devono abbandonare questo mondo lasciando il segno, polemicamente. La società non vuole uomini, bensì solo consumatori? Bene, che muoiano consumando, allora! Che si rinchiudano in una casa per appagare tutti i più bassi istinti! E affinché il loro sacrificio non sia inutile, Ferreri si propone di filmare il tutto per lasciarlo ai posteri, con grande onestà e senza prodursi in giudizi morali. Dire che i quattro disillusi si mostrano entusiasti dell’idea pare un po’ eccessivo, tuttavia si convincono dell’assenza di alternative, per cui accettano di buon grado il loro destino e qualche giorno dopo si riuniscono in una casa di proprietà di Philippe per quello che definiranno un “seminario gastronomico”. Mangeranno a tutte le ore del giorno e della notte, daranno fondo a tutta la loro avidità, insceneranno dei veri e propri duelli di consumismo: emblematica, da questo punto di vista, la sfida tra Ugo e Marcello a chi mangia più ostriche nel minor tempo possibile. E’ incredibile la pornografia di cibo stipata in ogni angolo di quella casa dell’edonismo: carne di maiale, pesce, pollame, formaggi, pasta, pizza, dolciumi di tutti i tipi. Le mani sapienti di Ugo sembrano conferire vita a queste leccornie che, insieme all’alcol, seguono i nostri personaggi ad ogni passo, li braccano a tutti gli effetti: a volte sembra che siano le pietanze a mangiare loro, e non viceversa.

Naturalmente il consumatore tipo non può rinunciare al sesso, perciò ad un certo punto si rende necessaria, per il compimento della missione, la presenza femminile. Detto fatto. Si aggiungeranno al banchetto delle prostitute nell’intento di appagare anche le pulsioni sessuali dei quattro; sennonché non tutto va come previsto, perché non tutti riusciranno a goderne appieno, a consumare come si deve. Anzi, magre e frivole, le donne ingaggiate finiranno col giudicare negativamente tutta quell’esagerazione cibaria e molleranno la casa del piacere. Chi, invece, mostrerà una grande comprensione, se non addirittura una sincera compassione per quei poveri consumatori disillusi sarà una maestra di scuola, Andrea (Andréa Ferréol), che, trovandosi nei paraggi della villa con la sua scolaresca, accetterà l’invito ad unirsi al seminario gastronomico.

Un documento antropologico scevro da moralismi ed ideologie

L’ingresso nella casa dell’opulenta e meravigliosa Andrea sarà un vero e proprio atto rivoluzionario: per la prima volta nella loro vita Ugo, Philippe, Marcello e Michel si sentiranno compresi da una donna, che offrirà letteralmente tutta se stessa. Li amerà incondizionatamente. Mangerà con loro e più di loro. Esaudirà tutti i loro desideri. Per questo Ferreri le riserva i primi piani migliori, per immortalare la sua dedizione totale. Ma nonostante la comprensione finalmente trovata, sarà troppo tardi, per i consumatori, tornare indietro e venir meno al patto suicida, anche perché il cibo si è divorato tutte le forze che occorrono per amare. Così, i quattro amici effettivamente si ingozzeranno fino a morire. Prima Marcello, poi Michel, poi Ugo, infine Philippe, il quale aveva persino temuto di tradire i compagni sopravvivendogli; ma gli verrà in soccorso ancora una volta Andrea preparandogli un dolce ipercalorico che si rivelerà fatale per il suo diabete: di lì a poco si accascerà mortalmente su una panchina in giardino. A questo punto tutto lascia supporre che, vista l’ingente quantità di cibo ingurgitata, la prossima a morire sarà proprio Andrea; e invece, come se nulla fosse, la donna entra nella casa lasciata ormai incustodita, e non si sa se per autocompiacersi di essere infinitamente più forte o perché, avendo terminato lì il suo lavoro compassionevole, deve prendere le sue cose e andare a curare altri disillusi. In entrambi i casi, ha vinto lei.

La grande abbuffata è una potente metafora sulla società che tutto divora, se stessa compresa, un racconto sui cambiamenti del costume italiano, senza imitare pedissequamente la realtà e soprattutto senza moralismi ed ideologie. Se nel sottovalutato La carne il regista ci dice l’evoluzione del pensiero e la  civilizzazione impediscono all’uomo di mangiare l’oggetto del proprio amore, ma, in casi di patologia ciò può accadere (l’amante uccide per gelosia o per paura della perdita l’amato/a, e il sesso in fondo è un mangiarsi reciproco), nel censurato La grande abbuffata ci mostra la degradazione (non a caso il Cahiers du cinéma inserì il film in una sorta di ideale “trilogia della degradazione” con Ultimo tango a Parigi  e a La maman et la putain) della nostra società edonista ed ideologica colta nei suoi gesti quotidiani.

La mozzarella è un essere vivente!

Avete presente la scena iniziale del film di Giuseppe Tornatore La leggenda del pianista sull’oceano quando, alla vista della Statua della Libertà, un passeggero del transatlantico richiama l’attenzione di tutti gli altri gridando “L’America!? Bene, una cosa analoga capita nelle famiglie numerose del centrosud Italia che si ritrovano per il pranzo domenicale nei minuti che precedono l’inizio del banchetto. Tra convenevoli ipocriti, lamentele, monologhi, posizioni politiche (e calcistiche) opposte e granitiche, ad un certo punto si leva una voce non identificata che grida: C’è anche la mozzarella!

Basta questa semplice esclamazione a rendere di colpo tutti i commensali sinceri, ottimisti, aperti al dialogo e rispettosi delle diversità di vedute. Di fatto è sufficiente l’annunciazione del cosiddetto “oro bianco” a sospendere gli egoismi, almeno per qualche minuto; egoismi che però potrebbero ben ricomparire nel momento topico, quello dell’assaggio, laddove la mozzarella rivelasse un deficit democratico. Già da questo aspetto si evince l’immane responsabilità che investe non tanto l’annunciatore, che resta anonimo per tutta la durata del pranzo, quanto colui che, spontaneamente e inconsapevolmente, si è fatto carico di portare il prezioso dono e che si palesa con una certa riluttanza. Infatti alla fatidica e preventiva domanda  “ma chi l’ha portata?” il temerario ospite risponde timidamente e non senza una venatura di pentimento “i… io…”.

Diventare improvvisamente il bersaglio di tutti quegli occhi colmi di speranza ha come conseguenza la dissipazione quasi totale della vanità esibita poco prima nel suo caseificio di fiducia – che ovviamente lui reputa essere il migliore al mondo -, quando con estrema baldanza ne aveva acquistati tre chili, sicuro di fare un figurone. Ma negli attimi che precedono l’assaggio, la prospettiva di disporre degli stati d’animo di tutte quelle persone si trasforma nel più gravoso degli oneri. Basterebbe un palato diverso dal suo a travolgere quel principio di armonia e soprattutto a farlo passare da salvatore a traditore.

Ma come deve essere una mozzarella democratica, che vada incontro cioè alle esigenze di tutti? La mozzarella di bufala, quella vera, presenta tre caratteristiche fondamentali cui corrispondono altrettanti effetti che essa esercita sull’animo umano. Perché, sapete, la mozzarella, quella vera, non è mica un latticino; è un essere vivente, è anch’essa invitata al banchetto. Anzi, del banchetto, è la protagonista assoluta.

 

Mozzarella: come deve essere

Bella e rassicurante. La mozzarella deve essere bella. Di color bianco porcellana, deve avere una forma rassicurante, cioè irregolare. Non deve essere perfettamente tonda, bensì leggermente ovale perché deve accettarsi così com’è. Dal suo aspetto deve percepirsi il sapiente e paziente lavoro manuale e non il frettoloso e freddo lavoro di un macchinario. Chi si appresta a consumarla, soprattutto se contrario alla meccanizzazione, si riconcilierà con l’eccellenza artigiana e con le imperfezioni. E accetterà anche i propri, di difetti.

Salata e intelligente. La mozzarella deve essere intelligente. Addentarla vuol dire parlare con lei, stabilire un dialogo. E se vuole lasciare il segno con le sue osservazioni, la mozzarella deve essere salata. Ma non troppo, il giusto. Perché vuole sì dire la sua, ma non imporsi sui pensieri altrui. Vuole offrire un punto di vista differente, valido, sincero senza tuttavia essere invadente.

Generosa di latte e salvifica. La mozzarella deve grondare latte sin da prima che si affondi il coltello. Deve essere generosa e dare tutta se stessa a chi ha confidato in lei. Mangiare una mozzarella deve equivalere a confessarsi. Chi è divorato dai sensi di colpa si aspetta, almeno dalla mozzarella, di non essere giudicato. Perciò una mozzarella che trattenesse per sé il latte sarebbe la negazione della possibilità di salvezza.

Ecco perché chiunque si accinga a consumare una porzione di “oro bianco” è molto esigente, e basta il venir meno  anche di una sola di queste funzioni per trasformare una grande occasione di riscatto in una cocente delusione, con la conseguenza di una recrudescenza improvvisa di tutti gli egoismi sospesi. Adesso, però, se domenica siete invitati a un pranzo e intendete portare in dono un po’ di mozzarella, non fatevi paralizzare da queste responsabilità. Voi iniziate a portarla.

 

Un borghese piccolo piccolo: condanna al costume italiano

Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli è un significativo esempio di ciò che ha caratterizzato la grande commedia all’italiana, la cui cifra è quella di aggredire e deformare, anche in maniera spietata, la realtà, estremizzando situazioni e personaggi, sebbene con questo e altri film come Brutti sporchi e cattivi si decreti la fine della gloria della commedia italiana, virando la propria critica nell’angoscia e nel grigiore, non più nel riso amaro. In questo senso i film di Monicelli, sin dalla svolta epocale rappresentata dalla pellicola della fine degli anni ’50 I soliti ignoti, passando per La Grande Guerra, Il Generale della Rovere fino ai successi commerciali Brancaleone e Amici miei (atto I e atto II), hanno sempre un risvolto politico, raccontando l’evoluzione della società e del costume italiano.

Un borghese piccolo piccolo: una condanna al costume di un intero Paese

Se nella vita non avete altro obiettivo che curare il vostro orticello stando bene attenti a delimitarne i confini, sappiate che c’è un manuale fatto apposta per voi. In Un borghese piccolo piccolo, tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, troverete tutte le informazioni che cercate. E non state a preoccuparvi troppo del fatto che il film sia uscito nel 1977, perché l’immobilismo della società, nonché il fatto che si tratta di un vero e proprio ‘classico’, sono garanzia di attualità.

Un borghese piccolo piccolo vi insegnerà tutte le tecniche per ‘sistemarvi’, in modo tale che possiate continuare indisturbati la vostra vita fatta di soddisfazioni piccolo-borghesi. E se siete già sistemati, sarà uno strumento imprescindibile per estendere il vostro ‘status’ anche ai vostri figli. Perché il benessere è un qualcosa che deve durare nel tempo, il benessere va pianificato. Pianificazione è sinonimo di benessere. Se seguirete pedissequamente tutte le istruzioni, il vostro orticello non sarà che il punto di partenza per arrivare in Paradiso passando per il giardino della massoneria. Tuttavia, come i foglietti illustrativi contenuti negli scatoli dei medicinali, Un borghese piccolo piccolo ha cura di non omettere i possibili ‘effetti collaterali’, e vi rende edotti del fatto che c’è una (remota, per carità) possibilità che le cose non vadano esattamente come le avevate previste. Talvolta quell’armonia che vi eravate faticosamente conquistati – anche a colpi di ‘compromessi massonici’ -, può essere alterata dal ronzio di un insetto, che, nato in palude, cede alla tentazione di librarsi, per una volta, tra alberi perfettamente ordinati e sentieri fioriti: anche l’insetto non rimane indifferente al fascino dell’orticello.

Così può capitare che vostro figlio venga coinvolto in una sparatoria proprio mentre sta per andare a vincere il concorso per la vita comoda. Ed è proprio quello che succede al protagonista del film, Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi che qui dimostra grandi doti drammatiche, superando la maschera della macchietta), che una volta messo di fronte a quella che è per lui un’’alterazione’ inaccettabile della sua pianificazione, avrà come unica ragione di vita la vendetta, la soppressione dell’elemento di disturbo, l’uccisione dell’insetto. Le sue pulsioni vendicative non sono soltanto figlie del dramma della perdita del povero figlio Mario (Vincenzo Crocitti); nascono, principalmente, dall’incontro ravvicinato e improvviso con il disordine, il peggior nemico della piccola borghesia. Perché il disordine costringe a pensare, riconsiderare, riprogrammare tutta la propria vita. E allora Vivaldi persuade se stesso e la moglie di poter ripristinare l’ordine perduto attraverso il sequestro  dell’assassino (involontario) del figlio; sequestro che, tuttavia, si dimostra inadeguato a colmare il vuoto lasciato, in quanto l’agonia del ragazzo, che i coniugi Vivaldi speravano tenesse loro occupati per un tempo indeterminato, sarà molto breve per il rapido sopraggiungere della morte. Nuovo disordine inaspettato, dunque; disordine cui i coniugi Vivaldi reagiranno in modo solo formalmente differente. Perché se la moglie Amalia di lì a poco perderà la vita a causa della sua depressione logorante, Giovanni si illuderà di continuare a vivere. Ma sarà solo una caccia agli insetti.

Un borghese piccolo piccolo, muovendosi tra dramma e commedia, scava nelle miserie umane del quotidiano offrendo allo spettatore un ritratto feroce del costume italiano, tutt’altro che consolatorio, costituito da raccomandazioni e clientelismi; è un’Italia impaurita, egoista, disillusa e disperata quella rappresentata da Monicelli che però qui non ha optato per una satira ficcante, in un momento storico (siamo ormai alle porta degli edonistici anni ’80) dove gli italiani non fanno più ridere, non ‘inciampano’ più, presi come sono dal soddisfacimento dei propri miseri interessi; per questo motivo Monicelli ha realizzato un film attingendo dai problemi di quella società aspramente criticata da Pasolini. E il film sembra, per certi aspetti, un omaggio allo scrittore brutalmente ucciso solo due anni prima. Vincenzo Cerami, autore del romanzo da cui trae spunto la pellicola, era infatti amico di Pasolini, e il suo editore, Garzanti, era sia amico sia coimputato dell’autore di Ragazzi di vita. Non solo. Anche il finale del film è un rimando a Pasolini, in quanto la seconda ‘vittima’ di Vivaldi è interpretata da Ettore Garofolo, un ragazzo di borgata che aveva esordito come attore in Mamma Roma.

 

Maurizio de Giovanni, giallista narratore di sentimenti

Maurizio de Giovanni, giallista napoletano classe 1958, dopo aver vinto nel 2005 un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura dell’ormai mitico malinconico commissario Ricciardi, il quale crede di essere pazzo e nel quale si riflette l’autore stesso, attivo nella Napoli degli anni Trenta, comincia un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, ispirati proprio al celebre commissario, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera, In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce Il metodo del Coccodrillo, edito da Mondadori che si aggiudica anche il Premio Scerbanenco, e dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone. Nel 2014, ancora per Einaudi Stile Libero, de Giovanni pubblica anche l’antologia Giochi criminali, insieme a Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli. Nel 2015 esce per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana. Tutti i libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. Lo scrittore partenopeo è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra del Napoli, della quale è visceralmente tifoso, nonché di opere teatrali. Intenso ed originale, de Giovanni sa coinvolgere il lettore come pochi scrittori sanno fare e probabilmente creando dipendenza verso i suoi personaggi (Ricciardi, Enrica, Bambinella), generando curiosità e aspettative per il romanzo che verrà già mentre si legge quello attuale. Ribaltando l’immagine tipica da cartolina delle città, de Giovanni svuota la sua Napoli della banale retorica calando il lettore in una città dall’atmosfera insolita, quasi metafisica, senza rinunciare a volte al folklore autoctono e ai sentimenti.

Maurizio de Giovanni e la cronaca nera

Ogni volta che ci si trova al cospetto di un delitto efferato, cediamo naturalmente alla tentazione di puntare il dito verso il suo autore, che da omicida si trasforma rapidamente in “mostro”. Il fatto che qualcuno abbia ‘sbandato’ più di noi è sinistramente rassicurante, ci fa sentire in qualche modo migliori, e soprattutto ci fa parlare. Parlare del “mostro”, certo. Ci fa parlare tanto. Purtroppo, però, in quel gran parlare che genera un caso di cronaca nera, troppo spesso ci si dimentica che a commettere quell’azione delittuosa è stato pur sempre un uomo, perché si è portati a pensare che ci sia uno strappo netto tra l’omicida e l’essere umano.

Maurizio de Giovanni, nella sua recente opera Nove volte per amore, prende spunto da nove celebri casi di cronaca nera per inventare altrettante storie, e soprattutto per tentare di ricucire quello strappo. E ci riesce, e come se ci riesce! Con una precisione sartoriale degna della migliore tradizione napoletana, restituisce ai c.d. “mostri” l’umanità dissoltasi nel chiacchiericcio. E lo fa con grande onestà, senza giudicare e senza giustificare. Si limita soltanto ad offrire dei punti di vista differenti, che siano quelli delle vittime o quelli dei carnefici. Quei punti di vista che faticano a trovare spazio in TV o sui giornali, perché i media tendono sempre più a banalizzare l’uomo: a loro interessa il delitto. De Giovanni, invece, ‘banalizza’ il delitto: a lui interessa l’uomo. Ma, la sua, è una banalizzazione virtuosa. Nella sua reinterpretazione frutto della fantasia, lo scrittore napoletano rende gli autori di questi nove delitti molto più normali di quanto possano sembrare. Spesso si scopre che il delitto può nascere da un’incomprensione, da quella incomunicabilità che troppo spesso permea i rapporti umani; può nascere dalla noia figlia dell’imborghesimento, può nascere dalla solitudine.

L’abilità di de Giovanni è proprio quella di rendere sorprendenti situazioni assolutamente normali. E per farlo si avvale dei suoi personaggi, lasciando che siano loro ad esprimersi. Ce li avvicina. Letteralmente. Con il suo inconfondibile stile asciutto e delicato, gli fa spazio allontanandosi in punta di penna senza intromettersi tra loro e il lettore, che accetta di buon grado questo attestato di fiducia e divora i suoi racconti con avidità. Con la ricompensa di un punto di vista differente.