Il cinema secondo Edgar Morin: l’uomo e il suo doppio

Nella sua introduzione al saggio di sociologia antropologica Il cinema o l’uomo immaginario, il filosofo francese Edgar Morin (Parigi, 8 luglio 1921) si sofferma sul concetto di doppio e di immagine. Fascino, doppio, fotogenia sono termini che sembrano assumere nuovi e complessi significati. Il cinema è considerato industria vera e propria, oltre che un fenomeno sociale, testimonianza dunque della modernità del nostro secolo.

Già con la nascita del cinematografo (1895), l’uomo comincia ad avvertire tutti i cambiamenti della sua epoca: la realtà è qualcosa che, in un certo senso, si può anche riprodurre. La macchina e le riproduzione meccanica trasforma anche il modo di pensare dei potenziali spettatori. Nel primo capitolo de Il cinema o l’uomo immaginario, possiamo leggere un interessante paragone con l’aeroplano:

Il XIX secolo che muore lascia in eredità due nuove macchine. Ambedue nascono quasi alla stessa data, poi si lanciano simultaneamente per il mondo, ricoprono i continenti. Passano dalle mani dei pionieri a quelle degli imprenditori, superano un “muro del suono”.

Accanto al desiderio di volare, ormai esaudito dagli uomini, c’è la macchina con la sua capacità di riprodurre la realtà.

Ma cos’è, secondo Morin, l’essenza del cinema? Dove possiamo ritrovarla?

Prima di addentrarci in un universo sconfinato di domande senza risposta, è opportuno concentrarsi su uno dei termini probabilmente più ambigui della letteratura cinematografica; da cui ogni riflessione potrebbe partire; la fotogenia. Questo termine viene ereditato dalla fotografia ma la fotogenia del cinematografo è da considerarsi ben diversa rispetto a quella della fotografia. Viene infatti intesa da Morin come fascinazione e come ciò che si distacca dalla definizione di pittoresco che sta ad indicare, invece, tutte le cose “belle”, che amano essere rappresentate.

L’uomo, posto dinanzi agli oggetti del quotidiano, s’interroga su di essi, esplora la nuova realtà che prende forma sotto ai suoi occhi: quella raccontata dal cinema, in un universo che diventa fluido, talvolta magico, un mondo che magari Lumière ancora non conosceva ma Méliès sì, un mondo dove anche gli oggetti sembrano avere un’anima, collocati in spazi e luoghi differenti. Anche questa è la magia del cinema.

Analizzato è, inoltre, il rapporto tra sogno e film, universi che vengono tutt’oggi  identificati tra loro poiché sia nel sogno che nel film “gli oggetti appaiono e scompaiono, la parte rappresenta il tutto”. Così le immagini assumono un significato che somiglia ai nostri desideri e ai nostri timori. Immagine e sogno, appunto.

Tutti i capitoli del saggio in questione riguardano essenzialmente lo studio dell’anima del cinema e della sua natura. La vita dell’essere umano si plasma sulla vita dello schermo, forse? Identificazione, proiezione ed alienazione sono processi inevitabili, al centro del cinema e della vita, che permettono la partecipazione cinematografica. Morin dedica molte pagine a questi temi.

La proiezione-identificazione (partecipazione affettiva) interiore gioca senza discontinuità nella nostra vita quotidiana, privata e sociale. Già Gorkij aveva mirabilmente evocato “la realtà semi-immaginaria dell’uomo”.

Fondamentale è il movimento originale delle cose e la capacità dell’uomo di partecipare emotivamente a ciò che egli stesso vede proiettato sullo schermo. L’identificazione può avvenire anche con esseri umani sconosciuti, apparentemente lontani da noi (basti pensare a Charlot, così tanto amato dal pubblico). Morin ci parla, a questo proposito, di ego-involvement , ossia del tentativo di fuggire da noi stessi e, allo stesso tempo, della possibilità di ritrovarci. Un cinema che vede protagoniste le emozioni dell’uomo e il suo doppio.

 

Linguistica Cognitiva: i concetti astratti sono legati all’esperienza corporea

L’ipotesi della Semantica Cognitiva è infatti che anche i concetti astratti, non derivati direttamente dall’esperienza corporea, siano legati a essa grazie a processi immaginativi come la metafora, ritenuta in questo approccio un meccanismo mentale prima che linguistico.

Come è spiegato nel testo Introduzione alla Linguistica Cognitiva di L. Gaeta e S. Luraghi, la polemica intorno alla questione della Grammatica Generativa comincia verso la fine degli anni sessanta, anni in cui la Semantica Generativa accoglie le posizioni di semanticisti e sintatticisti. Chi dà una svolta sinatatticista alla Linguistica Generativa è senza dubbio Chomsky. Gli studiosi che si riconoscono nella Semantica Generativa (in accordo con le idee di Chomsky) mantengono una concezione modulare del linguaggio, considerato come qualcosa a sé rispetto alle abilità cognitive dell’uomo. Intorno agli anni settanta, studiosi come Langacker e Lakoff, elaborano un modello di grammatica che abbandona questo modularismo mantenendo invece un approccio più morbido: pongono sulle stesso piano le esperienze fisiche e la loro rappresentazione mentale. Questo nuovo modello viene nominato Space Grammar.

La psicologa Eleonor Rosch approfondisce le sue ricerche sulla categorizzazione e queste dimostrano in qualche modo che la mente umana separa le entità in categorie prototipiche, scontrandosi contro la certezza che le categorie fossero considerate qualcosa di indipendente dalle capacità cognitive.
E questo è un nodo sicuramente cruciale per la Linguistica Cognitiva. Quanto c’entra davvero la mente? Dietro i significati linguistici vi sono dei contenuti mentali?

Secondo Rosch, per la categoria ‘uccello’ abbiamo dei rappresentanti prototipici come, ad esempio, l’usignolo e altri che lo sono meno come il pipistrello che condivide con l’uccello solo la capacità di volare. Tra questi membri della categoria vi è un continuum, una ”somiglianza di famiglia”, come sosteneva Wittegenstein. Ne consegue che la mente umana ha un ruolo attivo e dunque la sua mediazione con il mondo esterno è necessaria. Per la Linguistica Cognitiva, quest’idea è riassunta nel concetto di embodiment: la mente non è qualcosa di astratto, non è separata dal corpo ma è in una dimensione corporea vera e propria. La mente non prescinde dal corpo.

La Semantica Cognitiva è la principale novità nel panorama della semantica degli ultimi decenni e rappresenta oggi l’alternativa più consistente agli altri due grandi modelli semantici esistenti, l’approccio componenziale di derivazione strutturalista, basato sull’analisi del significato in componenti semantici, e l’approccio formale di matrice logico-filosofica, che applica alle lingue naturali i metodi d’analisi originariamente pensati per i linguaggi formali della logica e della matematica.

Bisogna ricordare che quando parliamo di Semantica Cognitiva non ci riferiamo ad una sola teoria bensì ad un insieme di teorie che seguono un approccio cognitivista per la semantica, partendo proprio dall’assunto che il motore del linguaggio sia la semantica e non la sintassi, in quanto è essa a generare la struttura delle frasi. Tuttavia, ci sono degli assunti principali condivisi da tutti gli studiosi si riassumono nella non-autonomia del linguaggio e della linguistica, nella natura concettuale del significato e nella semantica intesa come teoria della comprensione, nel radicamento esperienziale e corporeo dei significati (embodiment, appunto) e nella centralità della semantica.

Tutto viene messo continuamente in discussione ed è forse proprio questo l’aspetto più affascinante dello studio della lingua e del linguaggio, al di là di ogni regola.

 

Fonte: Introduzione alla linguistica cognitiva, L.Gaeta e S.Luraghi, Carocci editore, 2003.

 

Il Salone del Libro di Torino, edizione 2017: un bilancio

Il Salone del Libro di Torino 2017 è stato ospitato, per il suo trentesimo anno, nella città di Torino. Come ogni anno, la città piemontese è stata raggiunta da appassionati di ogni età, a testimonianza del fatto che il mondo dell’editoria continua ad interessare diversi target di lettori. Una fiera pensata benissimo,  dove  protagonisti sono i libri e che ha dato modo ad editori, autori e lettori di confrontarsi e creare uno scambio più che positivo. Bilancio ottimo per questo Salone  del Libro che, ancora una volta, si è rivelato un successo soprattutto per l’editoria italiana che ha avuto modo di respirare un po’.

Mille gli editori presenti, 165.000 visitatori e tanti gli ospiti, italiani e stranieri, che hanno dato il loro prezioso contributo a quest’evento dalla portata inaspettata. Cinque giorni, dal 18 al 22 maggio, in cui i libri sono stati, in effetti, il mezzo per discutere di altro; libri che hanno offerto l’occasione per riflettere sulla società e su quello che sta succedendo proprio oggi nel nostro mondo -si è parlato infatti di politica internazionale, di guerra e di immigrazione. La realtà, quella che non ci piace, portatrice di sofferenza e dolore, può essere raccontata in diversi modi e da diverse penne, attraverso le pagine.

Oltre il confine è il tema centrale che è stato scelto dal Salone del Libro per quest’edizione del 2017, più attuale che mai. Del resto, cos’è un libro se non un ponte che ci permette di oltrepassarlo questo confine e di valicare i limiti del pregiudizio? Cosa, se non uno strumento che ci dà la possibilità di guardare ”oltre”?  Alcuni grandi gruppi editoriali sono stati assenti, per la scissione tutta interna che ha riguardato l’AIE, ossia la ‘Società Italiana Editori’ (diciamocela tutta: Torino batte Milano con una vittoria schiacciante!) ma al pubblico questo è sembrato non interessare, sempre più innamorato dei contenuti e non certo dei meccanismi.

Interessantissima la sezione Another Side of America e Solo noi stesse, quest’ultima dedicata alle donne e al loro ruolo. Cina, Romania e Marocco i tre stand internazionali mentre assieme alle grandi case editrici presenti, come Laterza, Sellerio e Feltrinelli , meritano di essere citate le altre; ossia quelle che hanno fatto breccia nel cuore del visitatore  perso in quel labirinto, al Lingotto,  fatto di parole e carta.

I ragazzi della Marotta&Cafiero, sicuramente quelli con più fila vicino allo stand, travolgenti con il loro entusiasmo, geniali a dir poco.

Poi Keltia Edizioni, Henry Beyle e Edizioni Del Baldo, colorate e dallo storytelling accattivante, fanno innamorare delle loro copertine dallo stile inconfondibile.

Indubbiamente l’evento culturale più riuscito, come attestano numeri e biglietti strappati.  Inoltre, un momento di crescita meraviglioso che ogni lettore dovrebbe riservarsi almeno una volta.

Malnutrizione e come combatterla. Vincenzo Armini e il suo progetto NutriAfrica

La malnutrizione sembra essere un problema eterno che, oggi come ieri, riguarda una mole sempre più numerosa di persone, bambini in primis. C’è chi si impegna a raccontare cosa accade nel mondo e chi prova davvero a fare qualcosa di concreto.

Il giovane ricercatore Vincenzo Armini sta lavorando attualmente al progetto NutriAfrica  e crede fermamente che molto si possa fare per rivoluzionare le condizioni di vita in alcune zone tristemente note per casi di MAS e conseguente mortalità.

Dedizione e sacrificio sono sicuramente armi vincenti, assieme alla tenacia e alla forza di volontà. Ma tutto questo non basta, per cambiare le cose servono fondi.

 

 

1. La prima domanda da cui credo sia necessario cominciare, almeno per chi non mastica la materia, è: Che cos’è esattamente un RUTF?

 

Penso sia una domanda del tutto pertinente! RUTF è un acronimo che sta per “Ready-to-Use Therapeutic Food”, cioè Alimento Terapeutico a Rapido Utilizzo. Si tratta di una pasta molto simile al burro d’arachidi, con proprietà nutrizionali avanzate per supportare il miglioramento delle condizioni di salute dei bambini al di sotto dei 5 anni affetti dalla Malnutrizione Acuta Severa (MAS). In particolare, si adopera per curare gli stati lievi e intermedi della MAS, senza complicazioni cliniche, direttamente in villaggio, al fine di sfollare gli ospedali e consentire al personale sanitario di occuparsi dei soli casi con complicanze.

 

2. Ci parli dell’idea su cui sta lavorando. Innanzitutto, cosa l’ha spinta ad intraprendere questa strada, non facilmente percorribile, della ricerca?

 

La ricerca cui sono appassionato è quella vecchio stampo, pionieristica rispetto a nuovi filoni, ambiziosa, ma soprattutto votata al miglioramento effettivo delle condizioni di vita degli esseri umani. Oggigiorno, invece, assistiamo sempre di più all’affermazione di una ricerca tecnocratica e mecenatistica, dove si deve enucleare in partenza quali siano gli obiettivi, con annesse le spese previste per raggiungerli, pena il non finanziamento da parte dell’operatore pubblico europeo e/o del privato coinvolto.  E’ tutto calendarizzato, programmato, settorializzato, spezzettato, incastonato in compartimenti stagni, dove la speculazione intellettuale e tecnica della ricerca sono messe molto, molto indietro. Dunque, mi sono convinto di portare avanti quanto iniziato durante la mia Tesi Magistrale su un prototipo alternativo di RUTF, facilmente riproducibile direttamente in loco, dove c’è bisogno, con una tecnologia produttiva semplice ed efficace. Senza mecenati alle spalle. Senza soldi. Senza sponsor. Mi sono presentato al concorso di dottorato di ricerca in Scienze Agrarie e Agroalimentari nel 2014 e ho vinto. Da allora, ho dovuto fare i salti mortali per trovare i mezzi per proseguire, ma non demordo.

 

3. Crede che oggi il mondo si stia dimenticando di quei problemi che da sempre lo affliggono come, appunto, la malnutrizione? Quali sono le aree maggiormente colpite da questa patologia?

 

Credo che alla globalizzazione dei mercati debba necessariamente fare da contraltare la globalizzazione dei diritti e l’accesso agli alimenti è uno di quelli primari per gli esseri umani. Il mondo è concentrato sempre di più a focalizzare l’attenzione sul profitto e sull’efficienza, spersonalizzando le menti e le professionalità, depauperando di creatività e inventiva le arti e i mestieri. Stiamo andando verso una direzione perversa e alienante, in cui ciascuno di noi non pensa più per conto proprio, ma adoperando degli strumenti preconfezionati. Attualmente, nel mondo circa 800 milioni di persone sono malnutrite e di queste 160 milioni sono bambini, soprattutto nella zona Sub-sahariana ed equatoriale in Africa e nel sud-est asiatico.  

 

4. Quanto è stato fatto dalla Medicina fino ad ora per affrontare il problema della malnutrizione? In Uganda, dato che ha avuto modo di verificare con i suoi occhi ciò che nemmeno immaginiamo, lo affrontano? E in che modo?

 

Il punto è che la Medicina fa quel che può, nel proprio ambito di operatività. Oggigiorno, con l’alimentazione artificiale per i soggetti con complicazioni cliniche, è possibile avere ottime speranze di recupero per le persone affette da MAS, a meno che non siano persone affette da patologie molto gravi in stato avanzato. In Uganda, si fa quel che si può, ma come è lecito immaginare, le strutture adibite al recupero della MAS con complicanze sono carenti e, spesso, fatiscenti. Il vero problema è una distribuzione troppo disarmonica della ricchezza e delle opportunità. Bisognerebbe lavorare soprattutto su quello e la nostra idea è proprio provare a insistere su questo aspetto: su un’emancipazione effettiva e sulla sostenibilità.

 

5. Perché dovremmo credere nel suo progetto e finanziarlo?

 

Il progetto è basato sulla piena sostenibilità economica della tecnologia produttiva presso i paesi in via di sviluppo, per cui si tratta di un approccio innovativo, dal momento che non si persegue una strada assistenzialistica, bensì costruttiva e concreta.

 

6. Fino ad adesso, che tipo di risposta ha avuto dalle persone? Insomma… come sta andando?

 

Sono piacevolmente sorpreso dalla risposta dei donatori che hanno, in poco più di tre mesi di lavoro, contribuito alla raccolta di 6.640 euro (ultimo dato aggiornato a oggi, 26/03/2017). Pur essendo ancora abbastanza lontani dal nostro obiettivo di 50.000 euro, siamo fiduciosi di raggiungerlo in tempi non troppo larghi.

 

Saluto l’esaustivo Vincenzo e lascio qui di seguito, per i lettori interessati a contribuire alla realizzazione del progetto, la pagina facebook dedicata alla Raccolta Fondi NutriAfricahttps://www.facebook.com/raccoltanutriafrica/?fref=ts

Regalare un libro a Natale, quale? Cinque consigli per gli acquisti

Regalare un libro vuol dire molto di più di consegnare un regalo. Anche quest’anno, in questa corsa affannosa verso scaffali di supermercati, negozi e locali stracolmi di chi si è ridotto all’ultimo minuto per regalare qualcosa agli amici e ai propri cari, cosa c’è di meglio di un libro a Natale o per il nuovo anno a venire ? Un libro non è solo la sana lettura da riservarsi in questi giorni che significano anche pausa dal lavoro e dalla solita routine, un libro è un’occasione, è un momento prezioso per ognuno di noi. Un angolo destinato alla propria mente e alla propria anima.

Che siano tra i ”libri più venduti” , esposti all’ingresso o depositati nei luoghi un po’ più polverosi di una libreria, ‘loro’ ci sono sempre, non ci deludono mai ed aspettano solo di essere acquistati.

Di seguito, cinque proposte che non deluderanno le aspettative di nessuno.

1. Storie di fantasmi per il dopocena , di Jerome K. Jerome, uno scrittore ”da treno”. Il libro, di scorrevole lettura, contiene un insieme di storie avvincenti che hanno come protagonisti dei divertenti fantasmi e tanti sono i misteri che li riguardano e che si celano attorno ad una inquietante ”camera azzurra”.

2. Orfani bianchi, di Antonio Manzini. La protagonista è una donna moldava che viene a vivere a Roma e lascia  dietro di sé tutto il dolore di una vita che somiglia a quella di mille donne pronte a rinunciare a tutto nella speranza di una vita migliore. Lontana anche dal figlio, Mirta,  finisce per sentire come sue le storie di altre donne solo apparentemente diverse da lei ma comunque speculari.

 

3. La casa del sonno, di Jonathan Coe. Ci troviamo nei primi anni ottanta, ad Ashdow dove un gruppo di studenti dalla condotta di vita estrema convive in un clima di caos assoluto. La città di Ashdow si trasforma poi in una clinica dove si cura la narcolessia e dove ”si avverano sogni e si dissolvono visioni”. Un sonno che, in misura diversa, è il sonno di tutti.

 

4. Cuccioli per i bastardi di Pizzofalcone, di Maurizio de Giovanni. Il noto scrittore napoletano ci racconta le vicende di un gruppo di poliziotti ”i bastardi” che cerca di riscattarsi dalla idea sbagliata che la città si è fatta sul loro conto. In questo romanzo, al centro delle vicende vi è la storia di una giovane domestica ucraina che ci terrà con il fiato sospeso fino alla fine. Contemporaneamente, scompaiono alcuni randagi dalla strada. Storie che camminano assieme potremmo dire. Il racconto infatti diventa sempre più corale. Impossibile non divorarlo fino all’ultima pagina.

 

 

5. Zazie nel metro, di Raymond Queneau. Zazie è una ragazzina ”ribelle” che arriva nella Parigi scombussolata degli anni ’50. Ed è proprio intorno al metro che ruotano i suoi insoliti ed interessanti incontri. Sicuramente il romanzo più famoso dell’autore, è definito un romanzo di formazione nonché ”una favola moderna”.

 

Carolina Sellitto, embriologa e scrittrice, autrice del romanzo ‘Sul nascere’

Il 5 Dicembre scorso è uscito per la casa editrice C1V Edizioni il romanzo Sul nascere, dell’embriologa e scrittrice Carolina Sellitto, con prefazione a cura del genetista Edoardo Boncinelli. Il romanzo introduce la collana Sul Palco, ideata da Cinzia Tocci.

Protagonista del romanzo è Andrea Pozzi, un ginecologo che tiene lezioni sulla fecondazione assistita agli studenti di Medicina e poi c’è una coppia, quella di Luca e Serena che sperano nel miracolo della vita, ”miracolo” che tutto è, come vediamo, tranne che opera del divino. Il libro si chiude con una lettera aperta da parte della scrittrice che ha il merito di lanciare anche l’affascinante parola embryositter.

Sul nascere è un romanzo attualissimo, dallo stile avvincente e anche divertente.

Dirigente del Laboratorio di Embriologia presso l’Ospedale di Marcianise, ricordiamo Carolina Sellitto già autrice di Manipolazioni e Sole di Plastica  anche per le sue opere teatrali (Sul nascere è, infatti, un adattamento di una sua opera) e per le apparizioni al Maurizio Costanzo Show, risalenti agli anni 90. Oggi è possibile seguirla su facebook sulla pagina Oxygen (in cui si avvale della collaborazione di Giovanni Brancaccio), finestra sempre aperta su quello che succede nel mondo della scienza,

Abbiamo incontrato Carolina Sellitto per rivolgerle alcune domande e toglierci qualche curiosità su temi forse ingiustamente ritenuti ostici e spesso bistrattati da chi fa informazione.

 

 

1.Quando e, soprattutto, perché ha sentito il bisogno di scrivere su un tema così ”rischioso”, come quello della fecondazione assistita ?

E’ un bisogno cresciuto man mano, alimentato da tutte le volte, tantissime ormai, che mi apprestavo a utilizzare il micromanipolatore per inserire lo spermatozoo nell’ovocita. Quel gesto, seppure meccanico, riusciva a racchiudere tutta la bellezza della vita.

 

2. Da stimata embriologa qual è, quanto le dà fastidio l’espressione ”mamma surrogata”? Cos’è che gli italiani in primis, secondo lei, ancora non comprendono?

Mi da’ fastidio l’arroganza che c’è in questa espressione, e la possibilità che offre alla gente comune di essere fraintesa. Il mio “embryositter” rende l’idea del ruolo tecnico di chi porta avanti una gravidanza al posto di chi non lo può fare senza offrire il fianco a chi non ne capisce ancora nulla di queste cose.

3.Perché c’è ancora molta ostilità nei confronti di possibilità come quelle offerte dalla fecondazione assistita?

La gente ha paura del nuovo, delle possibilità che la tecnologia offre. Dimentica che se non ci fosse la conoscenza noi avremmo ancora paura dei fulmini credendoli un segnale degli Dei.

4.L’affascinante incastro tra teatro e scienza è una costante ispirazione nella sua vita. Chi la conosce, lo sa. Dunque, la nostra vita è anche teatro?

Altrochè.

5.Il libro stesso si ispira ad una sua opera teatrale. Come ha fatto, durante gli anni, a far combaciare questi due mondi apparentemente così distanti (forse solo per noi profani)? C’è un punto preciso in cui si intersecano?

Credo che le Arti si intersechino sempre fra di loro. Quello che piace a me, in particolare, è intersecare la Scienza con l’Arte.

6. Sul nascere è un titolo che dà la sensazione di qualcosa che ”ancora non è”, che resta in bilico in un fermento di idee…del resto, lei è così, sempre pronta a mettersi in gioco, a sperimentare e dare tutta se stessa nel lavoro. C’è qualche reazione che spera di suscitare nei lettori? Un maggiore avvicinamento alla scienza?

Avvicinare la Scienza alla gente è il mio sogno. Ed è per questo che faccio la trasmissione Oxygen, primo esperimento di TV solo su Facebook e creata per quegli utenti,  insieme al mio compagno di lavoro il prof Giovanni Brancaccio. E’ una faticaccia mi creda organizzare gli ospiti e le puntate. Ma il successo che stiamo avendo ci ripaga di tutto

7.”Embryositter” è una provocazione?

No, è una spiegazione.

8.In ultimo, senza pretenziosità, le chiedo di lasciarci con una citazione tratta dal suo libro, che possa diventare un invito a riflettere sull’esistenza, con i suoi rischi ed i suoi drammi.

Scelgo questa: “L’Arte incita la Scienza a trovare le risposte”. Sul Nascere, C1V Edizioni. E seguiteci sulla Pagina Oxyfen di FB ogni Sabato alle 15 in diretta.

Eduardo De Filippo, dieci frasi per amarlo

Eduardo De Filippo nasce a Napoli il 24 Maggio del 1900. Figlio del celebre Eduardo Scarpetta ha modo sin da subito di entrare a contatto con quello che sarà per sempre il suo mondo. Grande maestro di drammaturgia, attore ma anche poeta ed intellettuale del nostro secolo (non dimentichiamo la sua candidatura al premio Nobel per la letteratura), Eduardo De Filippo è stata la prova vivente di come si possa essere artisti a trecentosessanta gradi senza mai smettere di mettersi in discussione e sperimentare. La nostra cultura deve sicuramente tantissimo al più comunemente noto ”Eduardo”. Grazie alla sua indiscussa bravura, professionalità e all’impegno costante di un’intera esistenza, Eduardo De Filippo viene nominato senatore a vita dal presidente della repubblica Sandro Pertini.

Se c’è una cosa su cui non possiamo nutrire alcun dubbio è che l’autore della commedia Natale in casa Cupiello dedica la sua vita al teatro, come egli stesso sostiene, visibilmente provato, anche nell’ultima apparizione in pubblico, a Taormina. Una vita di sacrificio ed amore la sua, in cui non mancano momenti di crisi e difficoltà come quello che lo vede non più accanto al fratello Peppino (come dimenticare la maschera di ‘Pappagone’) e alla bravissima sorella Titina De Filippo.

Eduardo De Filippo ci ha raccontato una realtà espressione del dopoguerra con i suoi drammi e gli stravolgimenti di anni che restano ”a cavallo”, dolorosi e forse incomprensibili (pensiamo a Napoli Milionaria) ma anche storie individuali che non hanno tempo e che potrebbero riguardare, oggi come ieri, ognuno di noi (Filomena Marturano ne è sicuramente un esempio).

Non sempre capito dalla sua amata Napoli, Eduardo è sempre sul palcoscenico ma mai distante dallo spettatore e dalla gente, fino alla fine. Si spegne a Roma il 31 Ottobre del 1984, lasciandoci un’eredità culturale dal valore inestimabile assieme a dei grandi interrogativi su quella che è la nostra realtà attuale.

 

  1. ”Voglio dire che tutto ha inizio, sempre da uno stimolo emotivo: reazione a una ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi”.

 

  1. ”Voi sapete che io ho la nomina (non di senatore, per carità) che sono un orso, ho un carattere spinoso, che sfuggo… sono sfuggente. Non è vero. Se io non fossi stato sfuggente, se non fossi stato un orso, se non fossi stato uno che si mette da parte, non avrei potuto scrivere cinquantacinque commedie”.

 

  1. ”Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”.

 

  1. ”A vita è tosta e nisciuno ti aiuta, o meglio ce sta chi t’aiuta ma una vota sola, pe’ puté di’: «t’aggio aiutato»”.

 

  1. ”Essere superstizioni è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

 

  1. ”Non possiamo essere noi a distribuire il bene e il male: non conosciamo le proporzioni”.

 

  1. ” Se un’idea non ha significato e utilità sociale non m’interessa lavorarci sopra”.

 

  1. ”Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare… è stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto”.

 

  1. ”Con la tecnica non si fa il teatro. Si fa il teatro se si ha fantasia”.

 

  1. ”Buongiorno, Signor De Filippo, qui è la televisione.” “Va bene, aspetti che le passo il frigorifero”.

‘REM’, di Loreto M. Crisci

REM è il romanzo dello scrittore Loreto M. Crisci, pubblicato nel 2016 e che racconta la di Lorenzo Torrisi, uno scrittore di successo bloccato nella fase REM del sonno che cerca un modo per tornare a “casa”. La sua, un’evasione da un sogno per tornare alla realtà oppure un’evasione dalla realtà per tornare in un sogno?

Loreto M. Crisci non lascia molte tracce di lui e ci racconta una storia che potrebbe essere quella di chiunque possa incarnare l’uomo contemporaneo nella sua crisi, colui che vuole definirsi, che cerca una sua realizzazione, il suo ruolo in una società che corre e non ha tempo per te, l’uomo che tenta di capire qual è il gioco di incastri e combinazioni di cui spesso è vittima.

REM, la curiosità dello scrittore 

Lorenzo Torrisi è uno scrittore interessato al mondo che lo circonda, attento osservatore che mette in discussione se stesso e si pone non poche domande. Un uomo alla continua ricerca di qualcuno o qualcosa ma senza saper bene cosa e chi. Il Torrisi cerca di dare materia al suo romanzo, cerca un confronto, vuole capire. S’interroga sulla fase REM del sonno. E pensa che rivolgersi ad un esperto sia la soluzione più utile a comprendere certi meccanismi. La fisica quantistica può giustificare certi vuoti? Gli abissi dell’anima possono essere spiegati? L’uomo scivola davvero verso il buio e l’infinito? Perché questa sembra essere la premessa che il nostro autore vuole farci leggere tra le righe, quindi nemmeno tanto una premessa quanto un invito ad interrogare noi stessi, andando a scavare nel passato, nelle relazioni intraprese, nell’affettività e nell’ anaffettività, nel paradosso in cui ci muoviamo. L’incontro con il dottor Orlando Ferri che cura l’interessante rubrica Maglia Nera, è preannunciato in tempi non sospetti e rappresenta proprio questo: un faccia a faccia con la propria coscienza.

Giulio Torrisi (quello che preferisco) è anche l’artefice delle sue scelte e sappiamo bene che non è così per tutti gli autori, disposti a diventare pezzo di un ingranaggio che nemmeno conoscono. Il pezzo mancante per il successo altrui.

Confusione esistenziale o fase REM ?

Si fa molta confusione a cogliere il pensiero di certi passaggi, durante la lettura dei primi capitoli soprattutto. Vi è un continuo rimando a personaggi che sembrano essere di contorno ma che poi si configurano come reali, esistenti al punto da costituire nuovi stimoli alla riflessione, come Alice o Paolo che fanno crollare certi equilibri incombendo all’improvviso, dato che a loro basta semplicemente fare qualche domanda in più a Giulio per insinuare dubbi anche esistenziali. Lascia molti dubbi anche l’editore, ossia Tommaso Zen. Insomma, cosa pensa realmente del Torrisi?

Diviso in otto capitoli (o forse sono di più o di meno) questo romanzo è frammentato, poco lineare ma allo stesso tempo si concede ad una lettura agevole che ci lascia con nuovi punti di domanda, letteralmente parlando. Accompagna il lettore nella sua fase REM.

«Le idee, i concetti, non hanno e non devono avere nome» disse, «Diffidi dai personaggi in prima fila. Antipolitici, anticonformisti, finti anarchici, che con una propaganda retorica, preferendo non attingere alla propria ricchezza o a quella del padre senatore, si fanno finanziare telegiornali “liberi” e spettacoli teatrali dai loro stupidi discepoli. Si tratta di trasmettere un messaggio? Vuoi aprire le menti? fallo gratis!» (Citazione tratta da REM)