Matilde Serao: nel ‘ventre’ della sua Napoli

Una personalità come quella di Matilde Serao  (Patrasso 7 Marzo 1856, Napoli  25 Luglio 1927) non ha certo bisogno di presentazioni. Greca ma trapiantata a Napoli, Matilde Serao resta una delle più grandi giornaliste e scrittrici che il nostro Paese può vantare di aver avuto. La Serao fonda quello che poi diventerà <<Il Mattino>> di Napoli ed è la prima donna in assoluto alla quale è riconosciuto un merito simile.

Figlia del giornalista Francesco Serao, la giovane Matilde ha la fortuna di conoscere molto presto il mondo del giornalismo che, di sicuro, non vive un periodo felice negli anni a cavallo tra ottocento e novecento. Questo però le consente di forgiare il suo carattere e raffinare metodo ed attitudine.
Inizialmente riesce, non senza sacrifici, a scrivere attraverso pseudonimi come quello di Tuffolina per il Giornale di Napoli e di Ciquita, una volta trasferita a Roma dove collabora con la nota rivista Capitan Fracassa. Fiera, schietta, immediata nelle sue analisi arriva al lettore in maniera chiara e semplice.

Un focus sul carattere e la determinazione della Serao ci è permesso anche dalla sua unione matrimoniale e professionale con il giornalista Edoardo Scarfoglio che avviene nel 1885. Un momento cardine questo per la storia stessa del giornalismo. I due insoliti innamorati danno vita a qualcosa di potentissimo dal punto di vista della carriera professionale. Inizia tra i due un sodalizio fondamentale per la vita del <<Corriere di Roma>> e poi del <<Corriere di Napoli>> che può vantare anche firme come quella di D’Annunzio e Carducci; premesse queste che inaugureranno la fondazione del <<Mattino>>, il cui primo articolo uscì nel 1892 e di cui Scarfoglio è direttore mentre la Serao, che scelse di firmasi con lo pseudonimo Gibus, è co-direttrice. Paradossalmente, l’equilibrio tra i due crolla ed in maniera inversamente proporzionale al successo del giornale; alcune vicissitudini sentimentali ed alcune inchieste ed accuse sui due impediscono la collaborazione che diventa sempre più aspra ed infelice al punto che la Serao sente di dove lasciare la redazione. Di lì a poco si dedica al Giorno, giornale da lei diretto assieme all’avvocato Giuseppe Natale che sposa dopo la morte di Scarfoglio. Una vita non facile, quella di Matilde Serao, fatta di amori difficili, primo tra tutti quello sacro per il giornalismo.

Matilde Serao: tenerezza e tristezza nella sua celebre opera Il ventre di Napoli

Matilde Serao è anche autrice di diversi romanzi e quello scritto nel 1886 Vita e avventure di Riccardo Joanna viene addirittura definito ”il primo romanzo del giornalismo italiano” da Benedetto Croce. Il romanzo sul quale però intendo soffermarmi è Il Ventre di Napoli .
Dedicato alla baronessa Giulia de Rothachild, Il Ventre di Napoli  si apre con una precisazione che la Serao fa sui diversi momenti in cui è stato scritto il romanzo, distanti tra loro circa un ventennio, prima e dopo il colera, ma ugualmente importanti. La sua è una vera è propria inchiesta giornalistica sulla città di Napoli, di cui denuncia i problemi con una lucidità estrema. Matilde Serao è come se accompagnasse gli uomini e le donne che incontra per le strade della sua amata città e le accompagnasse nella loro vita, nella loro storia. Li tiene per mano quando scende nei ”bassi”, quando entra nelle case dove lavorano le serve, quando li osserva mentre mangiano o si disperano, mentre muoiono di fame o tacciono le loro disgrazie con impressionante dignità. Li segue passo dopo passo con lo sguardo amico ed il cuore aperto.
Scandaglia tutti i colori di questa città, è attenta ai profumi, prova a spiegare e giustificare lo stile di vita dei dimenticati, degli oppressi, di coloro che sono semplicemente infelici e per colpe che non hanno. Ho trovato sorprendente il capitolo in cui ci parla del lotto, visto come opportunità di riscatto per la maggior parte della popolazione sofferente, il lotto come strumento di realizzazione personale e sogno da non infrangere.  Così come ho trovato di un femminismo vero e concreto la sua comprensione verso i problemi in cui incorrono le serve assunte nelle case dei ”ricchi”, completamente annullate in un triste rapporto di schiavitù, risultato della miseria in cui anche e soprattutto le donne versano. Come una madre le accarezza e le difende. Come una grande madre dal ventre accogliente, tiene i suoi figli in grembo e li protegge.

Il senso di protezione verso i napoletani emerge continuamente nelle sue pagine. La salute della sua città e dei suoi cittadini è una causa che la riguarda, che tiene a cuore più di ogni altra cosa perché crede nelle possibilità del suo popolo, tanto che alla fine del secondo capitolo le sue parole esortano ad una presa di coscienza collettiva e ad una riflessione più generale che va a colpire tutti i responsabili del degrado in cui si trova Napoli.

Faccia il suo dovere chiunque, non altro che il suo dovere, verso il popolo napoletano dei quattro grandi quartieri, faccia il suo dovere come lo fa altrove, lo faccia con scrupolo, lo faccia con coscienza e, ogni giorno, lentamente, costantemente, si andrà verso la soluzione del grande problema, senza milioni, senza società, senza intraprese, ogni giorno si andrà migliorando, fino a chè tutto sarà trasformato, miracolosamente, fra lo stupore di tutti, sol perchè, chi doveva si è scosso dalla mancanza, dalla trascuratezza, dall’inerzia, dall’ignavia e ha fatto quel che doveva.
-Napoli, primavera 1904

Ma l’amore e la forza d’animo della Serao presenti nel Ventre di Napoli sembrano non bastare anche quando si scaglia con rabbia e forza contro certi meccanismi e certe realtà.
Matilde Serao, quando ritorna a Napoli, è profondamente delusa e consapevole che il cambiamento per far sì che avvenga deve coinvolgere tutti, dal basso come dall’alto. Ben’oltre il paravento di cui ci parla.
E non è forse dietro il paravento che, ancora oggi, si nascondono problemi e responsabilità di una città ormai da secoli martoriata e penalizzata per scelte sbagliate? E questo scelte vi assicuro che la Serao le spiega. Scelte retoriche e sbagliate praticamente da sempre. Scelte volte esclusivamente a salvare la faccia. E questo già due secoli fa.

‘Poesie Oggi’, reading poetico del 1° ottobre al Lord Byron di Roma

“Il trascorrere delle ere cambia tutte le cose- tempo, lingua, la terra, i confini dei mari, le stelle nel cielo, ed ogni cosa riguardante, o sopra od attorno o sotto l’uomo, eccetto la natura dell’ uomo stesso”. Questo sosteneva Lord Byron, uno dei più grandi poeti inglesi che la storia abbia mai conosciuto in epoca romantica. Anticonvenzionale a tutti i costi e affascinante avventuriero, stupì tutti con la sua penna.

Sarà questo che accadrà domani? Chi stupirà i lettori e gli ascoltatori nel reading poetico organizzato da Poesie Oggi? Parliamo dell’iniziativa che si terrà domani 1 Ottobre, dalle ore 19 alle 23 circa,  presso la panicoteca Lord Byron, a Roma, in via Ostiense 73.

L’idea di questo reading poetico nasce da Poesie Oggi ed ha come scopo quello di permettere il confronto tra tutti coloro che amano la poesia e che vogliono decantarla attraverso i loro scritti, dando libero sfogo alla propria creatività. Non vi è un limite da rispettare per quanto riguarda la lunghezza degli elaborati, l’unica condizione necessaria è aver raggiunto il diciottesimo anno d’età e che le poesie in gara siano in lingua italiana, dattiloscritte o manoscritte, pena l’esclusione. Infatti non sono ammessi tablet e supporti del genere.

Quanti saranno i Lord Byron presenti? Riusciranno a trasmettere in versi le loro emozioni e a conquistare il pubblico? La sfida è prevista tra coppie di poeti che saranno sottoposti al giudizio insindacabile dei presenti, i quali esprimeranno il loro consenso per le poesie che preferiscono. Rivolto sia ai poeti che alle poetesse, l’evento è gratuito ma è consigliata almeno una consumazione presso la sede che ospita partecipanti e lettori.

Sulla pagina facebook Poesie oggi, dove è possibile trovare tutte le informazioni utili per il contest, saranno poi disponibili le foto e i video relativi a quest’interessante evento.

 

Pagina dell’evento: https://www.facebook.com/events/1071157556309125/

Pagina di Poesie Oggihttps://www.facebook.com/poetryisallaround/

‘Romeo e Giulietta’ all’Anfiteatro Campano il 17 e 18 settembre

Quando dopo il Sogno, si legge Romeo e Giulietta, par di non essere usciti da quell’ambiente poetico, al quale espressamente ci richiamano Mercutio, col suo ricamo fantastico sulla Regina Mab, e, quel che è più, lo stile, le rime e la generale fisionomia della breve favola. Tutti, parlando di Romeo e Giulietta, hanno provato il bisogno di ricorrere a parole e immagini soavi e gentili; e lo Schlegel  vi ha sentito «i profumi della primavera, il canto dell’usignuolo, il delicato e fresco di una rosa mo’ sbocciata», e lo Hegel ha pensato allo stesso fiore: alla «molle rosa nella valle di questo mondo, spezzata dalle rudi tempeste e dall’uragano»; ed il Coleridge, di nuovo, alla «primavera coi suoi odori, i suoi fiori e la sua fugacità». Tutti lo hanno considerato come il poema dell’amor giovanile, e hanno riposto l’acme del dramma nelle due scene del colloquio d’amore attraverso il notturno giardino e della dipartita dopo la notte nunziale, nelle quali è stato scorto da taluni il rinnovarsi di forme tradizionali della poesia d’amore, l’«epitalamio» e l’«alba». (Benedetto Croce)

 

I giorni sabato 17 e domenica 18 settembre, alle ore 19 e alle ore 21 (due repliche dello spettacolo), presso l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, nell’arena Spartacus, si terrà l’ennesima performance teatrale che vede come protagoniste le due famiglie storicamente nemiche dei Montecchi e dei Capuleti, ossia la celebre Romeo e Giulietta. L’iniziativa, promossa per favorire il turismo culturale nel nostro territorio, è anteprima della seconda edizione del Festival della letteratura I am Spartacus. A mettere in scena l’opera sicuramente più conosciuta di William Shakespeare è la compagnia teatrale, Il Demiurgo che, in modo innovativo e del tutto originale, promuove l’approccio alla conoscenza e alla scoperta del nostro patrimonio artistico.
Proprio per questo motivo, il fondatore della compagnia, Franco Nappi, ci tiene a precisare che il costo del biglietto, pari a 15 euro, è un incentivo a partecipare a queste due serate dedicate alla cultura in un contesto più ampio che permetterà agli ospiti di vivere a trecentosessanta gradi quest’esperienza grazie anche alla presenza di Amico Bio (primo ristorante biologico nato in un sito archeologico che gestisce l’arena Spartacus) e al resto delle iniziative, enogastronomiche e non solo, collegate all’evento. Evento in cui pubblico e personaggi saranno in simbiosi, quasi come se Shakespeare accompagnasse gli spettatori e li invitasse a salire sul palco, fianco a fianco ai grandi protagonisti. Questo assieme a delle musiche scelte accuratamente e affidate alla bravura del violoncellista Luigi Visco, della soprano Ester Esposito e del flautista Antonio Ferraro. Suoni suggestivi e atmosfere che ci rimandano indietro nel tempo.
Rievoca alla perfezione questo periodo storico anche la selezione dei costumi, a cura di Monica Fiorito e della sartoria napoletana Artinà. Ci si è avvalsi, inoltre, dell’aiuto di Marco De Filippo per quanto riguarda la coreografia dei duelli.
Alessandro Balletta e Roberta Astuti sono rispettivamente Romeo e Giulietta. Andrea Cioffi, invece, è Mercuzio mentre Massimo Polito interpreta Tebaldo, in questo valido cast di attori.

A rendere ancora più entusiasmante la partecipazione del pubblico, un William Shakespeare narrante, il regista Franco Nappi, al quale spetterà il compito di narrare le vicende introducendo i personaggi.

In quest’occasione, sarà possibile visitare l’anfiteatro e l’antica Capua (dunque il museo archeologico, il museo dei gladiatori ed il Mitreo) e deliziarsi con le specialità della ristorazione biologica e biodinamica. Per gli amanti delle gite fuori porta, il bio resort La Colombaia ha pensato a convenienti pacchetti per un tour turistico, ogni week-end di settembre ed ottobre.
Null’altro d’aggiungere per presentare un evento che ci fa riflettere sul concetto di letteratura immortale grazie ad un capolavoro che, a distanza di secoli, continua ad essere letto, studiato, interpretato e continua ad emozionare il lettore da ogni punto di vista.

Integratori alimentari. Cosa fanno realmente?

Integratori alimentari, assunzione e funzione.

Gli integratori alimentari, come lo stesso termine suggerisce, servono ad integrare la nostra alimentazione. Nati con lo scopo di incrementare il fabbisogno giornaliero, dovrebbero aiutare il nostro organismo a trovare il giusto equilibrio.

Ormai sempre più utilizzati in diversi ambiti, gli integratori, sebbene non siano sostituivi di una sana alimentazione, pare assolvano parecchie funzioni. Solitamente venduti sotto forma di compresse e bevande, possono contenere zuccheri, proteine, vitamine, sali minerali e altri elementi utili al nostro corpo e che, in alcuni casi, scarseggiano. Ma è importante sottolineare che la tipologia dei nutrienti necessari cambia in base al sesso e all’età e, di conseguenza, cambiano anche le dosi raccomandate. Per questo, le regole circa la loro assunzione non sono valide in ugual misura per tutti. Chi pratica sport, ad esempio, ha bisogno di quantità chiaramente differenti così come chi è affetto da determinate patologie. Dunque, ci muoviamo nella sfera delle necessità soggettive.

In ogni caso, gli integratori alimentari non sono considerati dei farmaci e le norme sul loro consumo risultano piuttosto severe. Chi vende questi prodotti è infatti obbligato a fornire tutte le corrette indicazioni sul loro utilizzo.

Che sia per questioni legate alle salute o semplicemente per un tipo di approccio favorevole alla scoperta delle loro presunte potenzialità (pensiamo alla categoria degli sportivi), questi integratori possono modificare le abitudini quotidiane di chi ne fa uso, agendo proprio sull’alimentazione.

Tuttavia, bisogna stare attenti alle conseguenze perché queste pillole ”magiche” non fanno miracoli e, stando alle etichette, è proprio quello che promettono. Pubblicità ingannevoli e mancanza di informazione, infatti, potrebbero indurci all’acquisto di prodotti fortemente sconsigliati dagli esperti e che provocherebbero solo ulteriori danni.

Ma come possiamo, da profani, capire cosa ci fa davvero bene e cosa no? Da cosa è determinato il nostro stato di salute?

Quali strumenti abbiamo per difenderci, oltre ad una sana alimentazione?

Certo è che sono tanti i fattori che intervengono e noi non troveremo risposta né negli integratori alimentari, né in chi li promuove. Rivolgersi ad un medico manifestando le proprie perplessità a riguardo resta la soluzione più adatta assieme ad una costante prevenzione che può partire solo ed esclusivamente da noi stessi.

Del resto, Wendell Berry diceva: “La gente è alimentata dall’industria alimentare, che non bada alla salute, ed è curata dall’industria farmaceutica, che non bada all’alimentazione”.

Jean-Paul Sartre, dieci citazioni per ricordarlo

Molto si è scritto su Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 Giugno 1905 – Parigi, 15 Aprile 1980), filosofo controverso, politicamente impegnato, che in tanti hanno cercato di inquadrare e collocare dove più faceva comodo. Ma perché Sartre è stato così importante questo filosofo francese, soprattutto negli anni in cui sono esplose le vere rivoluzioni culturali e sociali? Quali sono state le questioni che ha sollevato? Quale responsabilità collettiva bisognava avere a quei tempi? Che poi sono anche i nostri, quelli di oggi?

Sartre ha posto al centro della sua riflessione l’infelicità e la solitudine dell’uomo, che è profonda e non conosce tregua. Ed è la solitudine dell’uomo che si incontra e scontra con altri soggetti umani, provocando ora amore, ora odio. Una solitudine che poneva e pone delle domande. Parliamo di un uomo che, in una società moderna come quella borghese, che non ha eliminato i contrasti tra le classi, ha appoggiato la classe operaia elevandola a soggetto dell’umanità, difendendone i diritti, gli unici ad essere ritenuti giusti.  Un uomo che ha scelto la letteratura come risposta alla realtà, cercando di fuggire quanto più possibile dall’errore di porre un muro con gli altri. Il mondo sognato dal filosofo era, notoriamente, quello della conversione di ognuno, della ”rivoluzione permanente”, dell’uomo ”da fare”, che getta i fondamenti per una nuova morale da costruire.

Sartre ha inteso come un impegno l’attività di ”esprimere il mondo” perché l’uomo di cultura, il filosofo, deve porsi come funzionario dell’umanità , al servizio di essa , uscendo finalmente dall’isolamento borghese in cui era confinato.

Di seguito, alcune delle sue più famose citazioni che indubbiamente fanno riflettere:

1. Per molto tempo ho preso la penna per una spada.

2. Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, poiché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive.
Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l’altro giorno, quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com’era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è così, proprio così, una specie di nausea nelle mie mani.

3. L’insieme storico decide in ogni mutamento dei nostri poteri, prescrive i loro limiti al nostro campo d’azione e al nostro avvenire reale; condiziona il nostro atteggiamento nei confronti del possibile e dell’impossibile, del reale e dell’immaginario, dell’essere e del dover essere, del tempo e dello spazio. E’ a partire da esso  che decidiamo a nostra volta dei nostri rapporti con gli altri, cioè del senso della nostra vita e del valore della nostra morte.

4. È dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto — il mondo esiste — ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. È strano che tutto mi sia ugualmente indifferente: è una cosa che mi spaventa. È cominciato da quel famoso giorno in cui volevo giuocare a far rimbalzare i ciottoli sul mare. Stavo per lanciare quel sassolino, l’ho guardato, ed è allora che è incominciato: ho sentito che esisteva. E dopo, ci sono state altre Nausee; di quando in quando gli oggetti si mettono ad esistervi dentro la mano. C’è stata la Nausea del «Ritrovo dei ferrovieri» e poi un’altra, prima, una notte in cui guardavo dalla finestra, e poi un’altra al giardino pubblico, una domenica, e poi altre. Ma non era mai stata così forte come oggi.

5. Non ci sono bambini”innocenti”.

6. La pace non è né democratica né nazista: è la pace.

7. Mi si dia qualcosa da fare, qualsiasi cosa… È meglio che pensi ad altro, perché in questo momento sto per recitarmi la commedia. So benissimo che non voglio far niente: far qualche cosa è creare dell’esistenza — e di esistenza ce n’è già abbastanza.

8. A Napoli ho scoperto l’immonda parentela tra l’amore e il Cibo. Non è avvenuto all’improvviso, Napoli non si rivela immediatamente: è una città che si vergogna di se stessa; tenta di far credere agli stranieri che è popolata di casinò, ville e palazzi. Sono arrivato via mare, un mattino di settembre, ed essa mi ha accolto da lontano con dei bagliori scialbi; ho passeggiato tutto il giorno lungo le sue strade diritte e larghe, la Via Umberto, la Via Garibaldi e non ho saputo scorgere, dietro i belletti, le piaghe sospette che esse si portano ai fianchi. Verso sera ero capitato alla terrazza del caffè Gambrinus, davanti a una granita che guardavo malinconicamente mentre si scioglieva nella sua coppa di smalto. Ero piuttosto scoraggiato, non avevo afferrato a volo che piccoli fatti multicolori, dei coriandoli. Mi domandavo: «Ma sono a Napoli? Napoli esiste?»

9. A che serve arrotare un coltello tutti i giorni se non lo si usa mai per tagliare?

10. Il lavoro migliore non è quello che ti costerà di più, ma quello che ti riuscirà meglio.

Premio Pavese 2016, i vincitori a Santo Stefano Belbo

Il giorno 28 Agosto, alle ore 10 delle mattino,  a Santo Stefano Belbo (Cuneo), presso la casa che ha dato i natali allo scrittore de La luna e i falò , si terrà la tanto attesa premiazione dei vincitori della trentatreesima edizione del Premio Pavese 2016, concorso letterario dedicato ad uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Il Premio è promosso ed organizzato dal Cepam-Centro Pavesiano Museo Casa Natale.

La Regione Piemonte e i Lions Club del territorio Unesco (che si occupano del Premio Lions per ciò che riguarda le prefazioni e le postfazioni) hanno collaborato alla realizzazione dell’evento Premio Cesare Pavese, assieme anche al comune di Santo Stefano, alla Fondazione Cesare Pavese e ad altri enti. Lo scopo è quello di premiare gli autori che più di altri sono stati in grado di raccontare il legame con il proprio territorio e il senso di appartenenza. Presidente del Premio Pavese 2016 sarà il professor Luigi Gatti accompagnato dalla professoressa Giovanna Romanelli, presidente di Giuria.

Per le opere edite, a vincere il Premio Narrativa è stata la scrittrice e regista Cristina Comencini con il suo Essere Vivi (Einaudi, 2016), romanzo incentrato sulla riscoperta del proprio io e della propria natura. Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky si è aggiudicato il Premio di Saggistica con Senza Adulti (Einaudi, 2016), un’esortazione a vivere a pieno la vita a prescindere dall’età e dai presunti limiti.

L’altro Premio di Saggistica è andato a Franco Ferrarotti per Al santuario con Pavese. Storia di un’amicizia (Dehoniane, 2016), emozionante viaggio nel passato dell’autore, caro amico di Pavese, opera testimonianza dunque della loro amicizia. Il Premio Speciale per la Giuria è spettato invece al giornalista Mario Baduino che ha scritto Lo sguardo della farfalla (Bompiani, 2016), un romanzo che non può essere ridotto ad un solo genere, piuttosto un avvincente mix post-moderno. Grande merito è stato attribuito allo studente Edoardo Cagnan per la sua tesi Parola a malincuore. Studio di forme e sensi della reticenza nel Diavolo sulle colline, un attento approfondimento sulle scelte stilistiche e non dell’autore.

La premiazione è divisa comunque in più sezioni (tra cui, Medici scrittori e Arti visive) e menzioni di merito (citiamo solo alcuni dei diversi autori premiati tra cui Gabriella Greison, Osvaldo Di Domenico e Pietro Reverdito). Il Premio Letterario Lions, per le opere edite, è stato vinto da Gianni Turchetta per la prefazione all’Opera Completa di Vincenzo Consolo.

Il giorno precedente al Premio Pavese 2016, alle ore 21,  si terrà l’incontro Dalla nostalgia del passato ai primi fermenti di una rinascita, verso “un nuovo modo di stare al mondo” , presieduto dal professore Andrea Raffaele Rondini che vedrà anche la partecipazione dei quattro vincitori. Al centro del dibattito i temi analizzati dagli autori nelle opere premiate.

Entrambi gli eventi sono gratuiti.

Davide Bacchilega, autore del noir ‘Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati’

Pubblicato a Maggio di quest’anno da Las Vegas edizioni, Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati è il romanzo del giovane scrittore romagnolo Davide Bacchilega, nato a Lugo, in provincia di Ravenna, già autore di I romagnoli ammazzano al Mercoledì e Bad News e reduce dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2016.
Ci troviamo in Emilia Romagna, durante il periodo natalizio. Una Emilia Romagna fredda in cui si snodano le vicende di uomini e donne con mestieri differenti eppure imprescindibilmente legati tra loro. Al centro un delitto e tre ex prostitute che ricevono una lettera minatoria. Da questo momento in poi Michele, giornalista di cronaca nera, non smetterà per un solo minuto di cercare la verità. Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati è un noir con molti colpi di scena che tengono sulle spine il lettore più attento, uno spietato ed ironico affresco della provincia italiana, attraverso quella dell’Emilia Romagna, descritta nel romanzo come una terra piena di contraddizioni.
 

1.Contrariamente all’idea che molti italiani hanno dell’Emilia Romagna, quella descritta da lei appare come una terra piuttosto ostile, fatta di strade asettiche e tanta nebbia che appesantisce l’aria e anche l’anima dei personaggi. Loro stessi sembrano vivere questa contraddizione tra desiderio irrefrenabile di vivere tutto a trecentosessanta gradi e momenti di accettazione della realtà. Insomma, come due facce della stessa medaglia. La sua è stata una scelta precisa?

È la scelta su cui si fonda il libro. D’altronde credo che il compito di chi scrive sia quello di cercare di illuminare tutte le facce di una realtà, che non sono necessariamente solo due. La realtà è un solido complesso che spesso, per pigrizia, viene osservato da un unico punto di vista. Scrivere significa invece muoversi attorno a quel solido e provare a rischiarare anche gli angoli e gli spigoli che si nascondono dietro. Ciò che più mi interessa è esplorare il confine e il conflitto tra apparenza e realtà, tra forma e sostanza, sempre che siano concetti scindibili. Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, c’è da dire che si tratta di un territorio in cui il livello di benessere è senz’altro elevato, e anche gli stereotipi con i quali la regione viene descritta spesso non sono sbagliati. Nonostante ciò non può essere una terra priva di contraddizioni, proprio perché non ne possono essere prive le persone che ci vivono. In più, questo è un romanzo dalle forti connotazioni noir: pescare nel torbido è il divertimento principale di chi maneggia questo genere letterario.

2. Un giornalista di cronaca nera, un “tanatoprattore” (uno che ”aggiusta i morti”) e una donna incaricata di piangere ai funerali sembrano figure speculari che ho trovato pervase da uno spietato cinismo (forse un po’ meno Mauro che è più paranoico), è davvero così? Le minuziose descrizioni fatte da Mauro sono state indispensabili per la comprensione di alcuni suoi comportamenti. Quanto è importante la caratterizzazione psicologica dei personaggi, per lei?

La caratterizzazione psicologica dei personaggi per me è tutto. Senza trascurare la rilevanza dell’intreccio e lo stile linguistico con il quale la storia prende corpo, i miei romanzi sono incentrati soprattutto sui caratteri, le aspirazioni e le ossessioni di chi si muove sulla scena: personaggi a volte strambi e insoliti, ma sempre verosimili, o perlomeno possibili. Quasi mai li raffiguro attraverso tratti fisici, oppure osservandoli da fuori. Preferisco lasciare emergere le loro riflessioni e le loro emozioni, cercando di imitare con la scrittura il modo in cui ragionano e sentono. Il giornalista di cronaca nera, Stefano, è senza dubbio il più cinico di tutti. In lui combaciano alla perfezione lo squallore del suo privato e la sua missione professionale. La donna che piange ai funerali, Barbara, è cinica per necessità: il suo atteggiamento è una forma di difesa. Il tanatoprattore, Mauro, avrebbe più motivi degli altri per essere cinico (“aggiustare i morti” non è proprio un lavoro che mette allegria), ma in fondo non lo è. Seppure a modo suo, Mauro è un sognatore: spera di diventare milionario partecipando a un noto quiz televisivo e nonostante sia quotidianamente accerchiato dalla morte conserva uno sguardo pieno di dolcezza verso tutto ciò che lo circonda.

3. Un giro di prostituzione, una serie di omicidi compiuti nella stessa zona e un elenco di casi irrisolti fanno da scenario. “Bad news is good news”, quindi è proprio vero, come sostiene il cronista di Romagna sera, che i morti ammazzati fanno più notizia? Questo vale anche per un romanzo?

Per un romanzo giallo o noir vale per definizione. Per un romanzo non di genere il morto ammazzato è pur sempre un acceleratore narrativo. Ma la teoria secondo la quale “Bad news is good news” è valida soprattutto in campo giornalistico e ne abbiamo conferma ogni volta che un omicidio irrisolto (altrimenti non ci sarebbe il mistero, il giallo) sale ai primi posti delle notizie più trendy del momento. I casi che hanno coinvolto Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, Chiara Poggi e Meredith Kercher, tanto per ricordarne solo alcuni, hanno rappresentato ottime notizie per qualsiasi redazione di cronaca, per gli inserzionisti pubblicitari e ovviamente per le audience (le cose brutte che capitano agli altri, magari in un luogo lontano, hanno sempre un notevole effetto catartico).

Come se non bastasse, a me sembra che per rendere più appassionanti le notizie di cronaca nera, la “narrazione” giornalista vada a ricalcare quella dei romanzi gialli, come se la realtà, per essere venduta meglio, debba rifarsi agli schemi della finzione.

 

4. Si può dire che le donne sono le uniche figure, forse un po’ disincantante, che tentano di reagire? Il loro punto di vista mi ha permesso di leggere gli eventi sotto la loro prospettiva. Giorgia accoglie la possibilità di curare il suo disturbo, Didi prova ad immaginare un futuro altrove e così Marta che lotta per sperare almeno in quello immediato, ad esempio…

Sì, è proprio così. Giorgia, Didi e Marta partono tutte da una condizione di disagio, per diversi motivi. Ma ognuna di loro attinge a tutte le risorse possibili per cambiare la situazione. C’è chi ci riuscirà e chi no, ma nessuna si arrende. Come sempre, a dare un senso ai nostri sforzi non è tanto l’ottenimento di ciò che desideriamo, ma le battaglie che combattiamo per guadagnarcelo.

 

5.Davvero molto efficace la metafora della partita a biliardo. Crede funzioni davvero così l’esistenza? Questione di geometrie e matematiche?

Se sapessi davvero come funziona l’esistenza smetterei subito di scrivere! Più semplicemente, nella scena a cui fa riferimento, quella in cui il dottor Benelli riallinea i suoi pensieri giocando a biliardo, ho cercato di descrivere una piccola mania del personaggio, e assieme la sua filosofia: date determinate cause si otterranno determinate conseguenze (così come la traiettoria impressa al pallino indirizza la sfera colpita nella direzione voluta, se il gesto tecnico è compiuto esattamente). Ma questo ineffabile rapporto di causa-effetto si può ritrovare letterariamente solo nel giallo classico, in cui la metodologia “scientifica” dell’investigatore conduce alla soluzione del caso. Di sicuro, non funziona così nella realtà. Il mio approccio narrativo è invece più vicino al pensiero di Friedrich Dürrenmatt, l’autore del romanzo La promessa: troppo spesso è il caso e non la logica a influire sull’esito delle nostre azioni.

 

6.Arrigosacchi è indubbiamente il mio personaggio preferito. Qual è il suo?

È curioso sapere che fra i tanti personaggi del libro il suo preferito è un cane! In effetti, non è la sola ad avermelo detto: questo piccolo Jack Russell terrier ha fatto breccia in molti cuori. La mia preferenza si divide invece tra il giornalista Stefano Guerra e il tanatoprattore Mauro Garavini.

 

7.Mi permetta la citazione forse azzardata ma è un’”Emilia paranoica” quella in cui si muovono i protagonisti del libro? Quanto è affezionato alla sua terra?

Si riferisce alla canzone dei CCCP, vero? Beh, allora l’accostamento mi piace. In questo caso però è meglio parlare di “Romagna paranoica” visto che le vicende del libro si svolgono a sud del torrente Sillaro. Come saprà, emiliani e romagnoli sono molto campanilisti e non vogliono essere confusi: si è dunque emiliani oppure romagnoli, mentre non ho mai sentito nessuno definirsi emiliano-romagnolo. Sono affezionato alla mia terra? Sì, pur non essendo un vitellone o un ballerino di liscio.

 

8. Sulla linea di confine tra giallo, noir e black comedy dove meglio si colloca il suo romanzo? Cosa è cambiato rispetto al precedente romanzo I romagnoli ammazzano al mercoledì?

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati si avvicina al noir, mentre I romagnoli ammazzano al mercoledì vira più sulla black comedy.I due libri sono strettamente legati tra loro dalla stessa ambientazione, dalla presenza del quotidiano Romagna sera e da due personaggi che ricorrono in entrambe le vicende (Ermes e il suo cane Arrigosacchi, eccolo che ritorna), ma lo spirito di fondo è sensibilmente diverso: I romagnoli vuole essere più divertente e leggero; Più piccolo è il paese propone temi, atmosfere ed episodi più cupi e inquietanti, senza però rinunciare a quella dose di ironia che trasforma il macabro in grottesco.

 

9. Come è andata al Salone Internazionale del libro?

Per chi ama leggere e scrivere, partecipare a eventi come il Salone di Torino è sempre una festa. Prima di tutto perché si incontrano persone con le quali si condividono gli stessi interessi. E poi perché è l’occasione per conoscere dal vivo blogger, critici, librai e addetti ai lavori con cui in precedenza si era in contatto solo sui social network. Grazie ad Andrea Malabaila e Carlotta Borasio di Las Vegas edizioni, che hanno creduto nel libro, ho avuto inoltre la possibilità di presentare in anteprima Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati presso lo spazio Incubatore. Monica Coppola mi ha affiancato durante la serata, mentre gli attori Palma Della Rocca e Pier Mario Prandi hanno dato voce ai personaggi del romanzo. Per finire, cosa che non guasta, durante i giorni del Salone il libro è stato molto richiesto. Diversi lettori che avevano già acquistato I romagnoli ammazzano al mercoledì sono tornati allo stand Las Vegas per procurarsi anche l’ultimo nato.

10. Chi sono questi 25 affezionati lettori?

Sono i venticinque lettori di manzoniana memoria, a cui il buon Alessandro si rivolgeva ironicamente nelle pagine dei Promessi sposi. Vorrà concedermela anche a me una citazione, no?

Giovanni Battista Angioletti, autore neoclassico

Giovanni Battista Angioletti nasce a Milano il 27 Novembre del 1896, da una famiglia medio-borghese. Già a diciassette anni fonda il suo primo settimanale La TerzaItalia, di stampo nazionalista ed interventista. Il romanzo che invece ha fatto sì che si diffondesse la sua fama in quanto autore è stato Il giorno del giudizio, grazie al quale si è aggiudicato anche il Premio Bagutta.

Durante il ventennio fascista, in Giovanni Battista Angioletti, come spiegato nell’antologia di C. Salinari -C.Ricci

prende vita una visione apocalittica del mondo, suggerita non soltanto dall’inquietudine per la sorte dell’uomo, ma soprattutto per la sorte di quei beni spirituali, di una vita morale, di una civiltà dello spirito che sono la creazione di generazioni innumerevoli succedentisi nei millenni, minacciate dal sopravvenire di una civiltà della tecnica che, frutto anch’essa dell’intelligenza e della civiltà umana, è tuttavia, forse perché troppo spesso nelle mani di uomini impreparati moralmente ai suoi vantaggi, incline a degenerare una forza negativa, pressoché demoniaca.

Appassionato di giornalismo, Angioletti, ha scritto articoli per numerose testate ed è stato condirettore dell’ Italia letteraria, assieme a Curzio Malaparte, negli anni che vanno dal 1928 al 1935. Un ruolo come direttore dell’istituto italiano di cultura a Praga e come insegnante di letteratura italiana presso alcune città come Diogene e Parigi, lo tengono lontano dalla sua città natale, nella quale ritornerà solo con lo scoppio della guerra. Intorno al ’45, dirige la Fiera Letteraria. Angioletti, inoltre, è stato uno dei fondatori della Comunità europea degli scrittori, restando al contempo anche segretario del Sindacato Nazionale Scrittori Italiani:

In realtà le mie battaglie si svolsero quasi tutte sul terreno letterario; specie durante la lunga contesa tra i calligrafi e i contenutisti (e io, a torto o a ragione, ero considerato come un capofila dei primi).

Suggestionato dalla letteratura europea soprattutto quella di matrice inglese e francese (nonostante le differenze evidenti dal punto di vista culturale e sociale), Giovanni Battista Angioletti considera la letteratura ”puro stile”, prosa d’ arte che non deve mescolarsi con nient’altro ma restare autonoma e indipendente. Angioletti insiste sulla distinzione tra poesia e prosa, polemica piuttosto accesa in quegli anni, ritenendo che la prosa meriti la stessa dignità letteraria fino ad allora riservata alla poesia; secondo lui infatti, l’autore, bravo, infatti, è proprio colui che riesce a fondere entrambe senza sacrificare i contenuti.

Giovanni Battista Angioletti: tra letteratura e giornalismo

La linea di Angioletti, palesemente neoclassica e lontana soprattutto dalla letteratura naturalistica e realistica, da lui seguita è quella abbracciata dalla <<Ronda>>, anche se non manca in lui il bisogno di un rinnovamento e di un’apertura verso quell’Europa già più moderna ma sempre portatrice di saldi valori nei quali il letterato può riconoscersi. Un’intesa attività come giornalista ha accompagnato la sua attività di scrittore: gusto formale ma soprattutto una grande forza morale restano i capisaldi del suo pensiero: ”il nuovo romanticismo” (interessanti in questo senso gli articoli scritti per il volume Le carte parlanti). Nel ’49 lo scrittore milanese risulta vincitore del Premio Strega, con La Memoria, la sua opera più conosciuta ma anche aspramente criticata perché ritenuta troppo monotona.

Ritratto del mio paese (1928) e Italia felice (1947) sono invece i testi in cui la descrizione del paesaggio (tema costante e molto caro allo scrittore) non è affatto idilliaca come si potrebbe pensare, non prevalgono sentimenti ancestrali ma anzi dietro l’angolo si cela il pericolo della noia, da cui si può sfuggire solo attraverso un dialogo con gli altri e una predisposizione maggiore alla vita. Odio e amore, dunque, verso la propria terra ma anche speranza nel cambiamento e nelle belle pagine. Angioletti si spegne a Santa Maria la Bruna il 3 Agosto del 1961, presso Torre del Greco.

Giovanni Battista Angioletti, come riporta il sito http://www.cristinacampo.it/public/giovan%20battista%20angioletti.pdf, si interroga sulle reazioni di Giacomo Leopardi di fronte ai luoghi vesuviani: la natura feconda, il sole splendente, la bellezza dei paesaggi avranno smentito le teorie pessimistiche? La gioia della gente, la vitalità degli abitanti, le voci squillanti avranno messo in dubbio le convinzioni del poeta? Solo apparentemente, sostiene Angioletti: il poeta di Recanati non poté non percepire la tristezza di quei contadini. In ogni caso Angioletti ha amato Torre del Greco, con le sue campagne e questo amore ha forse anche una precisa spiegazione: lo scrittore si scagliò sempre contro la civiltà moderna, distruttrice dei valori spirituali con il suo tecnicismo materialistico e contro il lucido e freddo razionalismo di origini illuministiche: forse in quella campagna Angioletti ritrovava la sua “poesia”, l’atmosfera surreale, l’essenza originaria e profonda delle cose.