“Il posto giusto”, di Simona Garbarini

Per la sezione autori emergenti segnaliamo il romanzo d’esordio di Simona Garbarini, Il posto giusto è un libro che parla di calcio e di sogni da realizzare, di sogni infranti. Lo sport fa da sottoveste alla intera storia: Toni e Guido sono i due protagonisti che si incontrano con le loro vite e che fanno da trama a tutto il romanzo. L’autrice narrerà sapientemente i drammi familiari che si troveranno ad affrontare, le sfide e le lotte che incontreranno. Guido, un uomo di mezza età che, dopo aver visto naufragare il proprio matrimonio, si lascia abbindolare dall’alcol. Un tracollo che lo spinge ad abbandonare il mestiere di chirurgo e diventare medico sportivo per le giovanili del Torino Calcio. Toni è un ragazzino che ha un padre tossicodipente, ma che compare solo quando è ora di maltrattarlo, il ragazzino quasi non sa leggere e scrivere, sa solo correre dietro a un pallone. I due, entrambi con storie difficili alle spalle, si incontrano in un polveroso campetto alla Falchera, la periferia Nord di Torino, e Guido quando lo vede la prima volta sente che Toni ha davvero bisogno di aiuto, così pensa di prenderlo in affido.

Tossicodipenza, inconprensioni: il romanzo d’esordio della giovane autrice, che nella vita fa la pediatra, è il classico romanzo per adolescenti, dove passioni e contrasti si rincorrono senza giungere a una reale conclusione, ma anzi risultando solo sfiorati anche nella narrazione. I drammi e le problematiche vengono toccati con delicatezza, quasi abozzati e lasciati intendere. E’ un romanzo che merita di essere letto con la giusta leggerezza e un gusto tale che faccia apprezzare i non facili personaggi e le loro storie.

Il posto giusto non è un semplice romanzo che parla del Torino calcio e del sogno di un ragazzo difficile che vuole diventare un calciatore: è un romanzo fatto di persone e dei loro sentimenti che spesso faticano ad essere espressi e molte volte vengono mal interpretati, di quanto fatica si debba fare per trovare il nostro posto giusto nel mondo.

 

Festival della Letteratura di Salerno 2016: incontro con Idalberto Fei

 

Fino al 26 giugno è in scena il Festival della Letteratura di Salerno, una settimana di incontri, dibattiti e presentazioni. Giunto alla sua quarta edizione, nella prima giornata ha ospitato i finalisti del premio Strega: tra vari ospiti degni di nota, abbiamo incontrato un autore molto particolare, che si è fatto portatore di una missione non facile. Nella cornice di palazzo Panonia, lo scrittore e regista Idalberto Fei ha presentato, per la collana Nuove Frontiere Junior, I racconti di Shakspeare per ragazzi, il riadattamento de Il racconto d’inverno, Cimbelino e La tempesta, per i più giovani.

Il Salerno Festival della Letteratura ospita dunque un autore che si è reso abile nel raccontare ai più giovani gli impegnativi testi: “Shakspeare ha scritto cose vive, ci tiene a precisare, ma non sempre questo autore viene presentato ai giovani in maniera accessibile”. A corredare la presentazione, le illustrazioni di Anna Forlati.

Idalberto Fei ha scritto sceneggiature per la RAI, lavorando sia per la TV che per la radio. Ha vinto il Prix Italia nel 1999 con un testo di Federico Fellini, che ha portato in scena nel 2002 in Canada allo Stratford Festival. Nel 2007 ha curato I giorni della Metamorfosi, sui testi di Ovidio, un nuovo modo di visitare i musei tra arte, poesia, musica e danza. Per il Museo di Palazzo Venezia a Romana realizzato la messa in secna sonora dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

 

Quale è la vera funzione della riscrittura dei testi?

Penso che l’autore sia un universo, entro cui è bene entrare il prima possibile: il mio intento è quello di spalancare le porte ai più giovani. La particolarità di questo testo è che i dialoghi sono stati conservati in maniera originale, ho deciso cosi per non far scomparire il reale valore di questo grande autore.

 

Si è già cimentato precedentemente, a esperimenti simili?

Ho realizzato il riadattamento dell’Orlando Furioso, compresa la versione di Boiardo. Non è stato un compito semplice perché la storia è a scatole cinesi, è stata una vera sfida rendere leggibile quel mondo, i bambini sono a volte molto più avanti di noi e non è sempre facile immedesimarsi.

Ci sono altri progetti in programma?

Mi piacerebbe realizzare la versione per bambini di una opera di Cervantes.

 

 

“Nella fine… il principio”: la ricerca della felicità secondo Paolo Santamaria

Il romanzo Nella fine…il principio (Lettere animate editore, 2015) dello scrittore marchigiano classe 1987 Paolo Santamaria è un profondo e allo stesso tempo rapido squarcio nella vita di Adam Calden: la vita di un bambino sensibile, timido e introverso dall’ età infantile a quella adulta. Santamaria riesce a far capire i dettagli più difficili e scomodi della vita di Adam: un’infanzia per niente facile, tra disagi scolastici, incomprensioni con il fratello Chad e il divorzio dei propri genitori. Adam riesce a convivere con le sue fragilità e gli ostacoli che gli pone la vita: denominatore comune sono le ragazze che incontra e di cui si innamora, soprattutto due di queste, Julie e Peyton. Conosciute in circostanze e periodi diversi della sua vita, Adam riuscirà a fare i conti con entrambe (e con se stesso) solo alla fine della sua storia.

La vita difficile che attraversa che il padre di famiglia Adam e la sua indole fin troppo sensibile finiscono per schiacciarlo: a seguito di un grave evento cade in l’infanzia, l’eterna complice, Carter, il suo primo vero grande amico, il fratello gemello Chad. E anche il dott.Stuart Drake, il suo analista, col quale stringerà un rapporto speciale durante gli anni della terapia e sarà grazie a lui che Adam vivrà il colpo di scena finale della sua vita, delle sue ultime pagine.

Dall’essere figlio all’ essere padre, attraversando conoscenze complesse, soprattutto con l’altro sesso, la storia di Adam, ambientata dagli anni settanta agli anni duemila, è un qualcosa a cui ogni lettore può facilmente rifarsi e compenetrarsi: narrare la vita, anche se per finzione, richiede un grande sforzo di realtà, più che di fantasia. Ed è proprio questo che Paolo Santamaria riesce a trasmettere, seppur con risultati altalenanti. Descrivere la realtà della vita senza smettere di sognare non è compito facile: il tempo della narrazione ora descrive dei lunghi periodi dilatati, ora ha delle impicchiate temporali, forse troppo frettolose, ma che riescono comunque a dare degli squarci efficaci di realtà. Questa storia, che scorre con ritmo lento e inesorabile tra le pagine, sprona a riconsiderare il concetto di “fine” delle cose: quando qualcosa finisce, non bisogna perdersi d’animo, ma invece essere attenti, in quel momento, a capire i segnali della fortuna, interpretarli e agire. Quei segnali che molte volte Adam non riesce da subito, nella corso della sua vita, ad interpretare: ma è un personaggio che nella narrazione cresce e si evolve: il lettore diventa quindi un silenzioso compagno di “vita” o, meglio, di pagine.

Il risultato fianle è che Paolo Santamaria, seppur in maniera a volte macchinosa, riesce comunque nell’intento di coinvolgere il lettore attraverso un’accurata analisi psicologica del protagonista, e di fargli capire le difficoltà che Adam, come tutti, incontra nella vita: la sua fragilità riesce però ad avere un risvolto positivo. Proprio la sua debolezza sarà fonte di rivalsa e capovolgerà la sua esistenza, ma solo nelle ultime pagine di questo romanzo di formazione acerbo ma emozionante che ci fa sperare in un nuovo inizio dopo un evento doloroso.

 

 

Tremiti di paura: il giallo sentimentale di Cesario Picca

Cesario Picca

 

Tremiti di paura (2015) dello scrittore salentino classe 1972 Cesario Picca è un piacevole e avvincente giallo “estivo” che ha per protagonista il giornalista Rosario Santacroce, detto Saru legatissimo alle sue Isole Tremiti ma da tempo vive a Bologna. Un delitto d’estate, alle isole Tremiti, con probabili moventi sentimentali, un cronista sempre all’attacco della notizia e anche delle donne: gli ingredienti per una storia sorprendente e accattivante sono conditi dal sognante scenario delle isole Tremiti e di una estate che volge al termine.

Rosario Santacroce si trova ad essere il protagonista della notizia, “nella notizia”: stavolta non è davanti ad al solito caso di cronaca nera ai quali era abituato, nella notizia ci entra direttamente: suo malgrado o sua fortuna, si trova nel momento giusto al posto giusto al momento dell’omicidio della notaia Lucia Benni. Probabilmente in un momento fin troppo giusto per gli inquirenti, che infatti lo iscrivono nel registro degli indagati. Nella notizia, quindi “ci inciampa” letteralmente: durante una tranquilla cena con la sua fidanzata Elisa, sente un urlo e si precipita in strada, cadendo dopo pochi metri, complice l’oscurità, proprio nel cadavere della sventurata notaia. Da lì inizia quella una intensa avventura. Il suo acume e la sua spigliatezza lo portano a stringere sincere amicizie con il maresciallo De Rocco, suo compaesano, a battagliare con il duro carattere della pm De Paolis, a confrontarsi intelligentemente con i suoi colleghi cronisti. Movente passionale o di eredità? Due personaggi sono soprattutto al centro delle indagini, il ricco costruttore Giovanni Ferretti e il designer bolognese Roberto Morgagni, rispettivamente marito e amante della vittima: ma le sorprese e le svolte sono sempre dietro l’angolo e la ricerca dell’esclusiva giornalistica va di pari passo con le indagini della magistratura,  spesso intrecciandosi.

A Saru capita di pensare che il suo lavoro sia per lui proprio “come una amante gelosa e possessiva che lo vorrebbe tutto per sé”: è proprio questo l’altro “caso” che Saru si trova ad affrontare: iniziano le prime incomprensioni con Elisa, che si trasformano poi in definitiva rottura. Tra un piatto a base di pesce e uno scambio di confidenze con De Rocco, Saru deve gestire ed affrontare anche il confronto con i suoi colleghi: si trova senza dubbio in una posizione privilegiata, essendo parte integrante della notizia e del caso. È ancora più difficile gestire questa strana situazione con Irene, sua collega con la quale si ritrova presto a gestire intimi e carnali interessi: la tensione, la sospensione che vive nella sua triplice veste di cronista, indagato e amante gli renderà particolarmente difficile la vita, ma il carattere del caparbio cronista è un valido alleato per gestire, in un modo o in un altro, tutte le pressioni che i tribolati giorni salentini gli offrono.

Lavoro e amori e amore per il lavoro sono quindi gli estremi entro cui l’avventura di Saru si sviluppa: il tratto distintivo del racconto di Cesario Picca è proprio quello di far emergere come il protagonista riesca ad infondere passionalità e carnalità nei suoi amori estivi e allo stesso modo nel suo lavoro di cronista. I due tipi di amore si confondono, si mescolano nell’unicum del carattere del protagonista: la cronaca e la notizia, la suspence e la buona tavola, le donne e l’amore nello stesso vortice di passione in questo giallo sentimentale arricchito da divertenti citazioni del dialetto salentino che offre all’autore l’occasione di presentarci un’Italia “colorata”e godereccia.

 

‘Il mondo nuovo’: la società senza futuro di Aldous Huxley

Aldous Huxley (1894-1963), visionario e tormentato autore inglese, pubblica nel 1932 la sua opera, forse, che sarà destinata a diventare una delle pietre miliari per il genere distopico/fantascientifico: appassionato di filosofia (avvicinatosi anche al misticismo) Huxley non ha problemi a imbastire un racconto di spietata visione filosofica sul futuro dell’umanità. Come in ogni narrazione distopica, i pensieri e le azioni degli uomini sono immaginate sino alle estreme conseguenze, ma qui c’è un qualcosa in più che caratterizza Il mondo nuovo (1932), opera di fantascientifica di Huxley.

Tutta la narrazione è pervasa da quel senso di oppressione tipico delle opere distopiche/post apocalittiche: e qui Huxley dimostra, per l’epoca in cui ha scritto il suo romanzo, di essere capace di vedere già molto al di là dell’orizzonte del suo tempo. Ecco quindi che il mondo che descrive, il mondo del 2500 circa, è stretto dalla morsa non solo dei “controllori” ma anche di pratiche scientifiche spietate e di indottrinamenti subconsci a cui tutta la popolazione è sottoposta. “Il Processo Bokanovsky è uno dei maggiori strumenti della stabilità sociale! Uomini e donne tipificati; a infornate uniformi”; è questo quello che il direttore del “Centro di incubazione e di condizionamento” spiega ai suoi allievi: qui gli embrioni vengono infatti creati, sviluppati secondo precise esigenze per essere inidirizzati in particolari e precise categorie di persone (gli alfa, i beta, i gamma, i delta e gli epsilon) che hanno determinate caratteristiche e determinate peculiarità in base al loro quoziente intellettivo programmatogli. “Comunità, Identità, Stabilità” è il motto planetario che ricorre in questa società che vede quindi annullata ogni forma di personalità individuale e ogni libera espressione: in questo modo i Controllori hanno la pretesa di assicurare la felicità delle persone:una felicità creata, indotta, controllata, frutto dello spietato calcolo scientifico e quindi non reale.

Noi condizioniamo le masse a odiare la campagna concluse il Direttore. Ma contemporaneamente le condizioniamo ad amare ogni genere di sport all’aria aperta. Nello stesso tempo facciamo sì che tutti gli sport all’aria aperta rendano necessario l’uso di apparati complicati. In questo modo si consumano articoli manufatti e si adoperano i mezzi di trasporto. Ecco la ragione delle scosse 20 elettriche”. I bambini infatti venivano educati alla visione dei libri e dei fiori in concomitanza con scosse elettriche e assordanti rumori, in questo modo si trovano a sviluppare un disgusto verso questo genere di cose.

In questa società massificata, Huxley fa però emergere due protagonisti: Lenina e Bernand, entrambi infatti si distinguono da tutti gli esseri umani che si incontrano nel romanzo. Lenina per alcuni periodi è alla ricerca di un partner “fisso”, contravvenendo alle “regole” della società che invece vuole che il sesso e il godimento erotico siano esaltati e praticati, così da prevenire frustrazioni e sentimenti negativi. Bernard invece è uno psicologo che dimostra un alto grado di consapevolezza per quanto riguarda il fatto che la felicità che vivono è illusoria,  indotta in alcuni casi dalla “soma”, una droga sintetica che provoca stati di euforia e che addirittura accompagna anche le persone verso la morte. Nel romanzo si parla di Corso Elementare di Coscienza di Classe, di Lezione Sessuale Elementare, del ruolo di “Assistente Predestinatore”, del Collegio di Ingegneria Emotiva, del  Direttore delle Incubatrici, del trattamento di Surrogato di Passione Violenta: tutto ciò che serve per far emergere un quadro incredibilmente asfissiante della società che Huxley immagina.

Ma non è tutto, infatti: “Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte. Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato”, così racconta Mustafa Mod, il controllore dell’Europa occidentale, quando ricorda la decisione dell’annullamento di ogni forma di espressione artistica umana: l’arte non bisogno praticamente solo di sensazioni pure, ed è quindi nemica dello sfruttamento delle risorse, quello a cui invece tutto è qui volto e indirizzato: si indirizzavano i bambini verso godimenti e felicità per giochi che ad esempio richiedevano un grosso dispendio di materiale elettrico per esser costruiti.

Ma per capire cosa veramente è il mondo disegnato da Huxley, si deve aspettare l’incontro con il “Selvaggio” John, conosciuto da Bernarnd e Lenina durante il loro esilio in Islanda, a causa dei loro comportamenti giudicati eccentrici dal controllore dell’Europa Occidentale. John e Linda, sua madre, sono cresciuti e vissuti nelle “riserve”, ovvero dove vivono gli appartenenti alla casta degli alfa non allineati con il Governo. John ha però una altra peculiarità: è riuscito a leggere alcune opere di Shakspeare (L’Amleto, Romeo e Giulietta, l’Otello) prima che tutti i libri venissero distrutti. Ciò gli permertte di affrontare il governatore dell’Europa occidentale in un discorso appassionato tra le diverse visioni del mondo: “Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio. Libertà!”

Il selvaggio John verrà quindi portato nel “nuovo mondo”, ma le conseguenze saranno disastrose: una volta resosi conto che è stato ormai irrimediabilmente attaccato e compromesso dalla società, deciderà di tornare nella sua isola e autoflagellarsi per espiare le sue colpe, ma a lungo andare troverà la morte.

L’intreccio che Huxley realizza nel Nuovo mondo è ravvisabile anche nel gioco che fa compiere alla figura di Henry Ford, vista come un Dio dalla società che descrive (infatti gli anni partono dalla data della sua nascita) e dalla figura di Sigmund Freud, molte volte chiamata indirettamente in causa: quindi i due miti della produzione  e della psicoanalisi. L’estremizzazione di queste due discipline portano Huxley a immaginare questa società disumanizzata in cui non c’è posto per l’arte, per i libri, per la libera espressione, in cui l’essere umano è programmato e condizionato psicologicamente sin dalla nascita verso una esistenza precisa e prestabilita in funzione della produttività.

Il suicidio del Selvaggio, forse l’unico elemento di speranza e di rottura, contribuisce a rendere ancora più cupa la visione del mondo futuro dell’autore inglese: il mondo nuovo che vede Huxley sembra essere quindi privo di una qualsiasi speranza in un futuro.

E questo, aggiunse il Direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale”. (Il mondo senza futuro)

“Il tallone di ferro”: la società distopica di Jack London

“Fece una pausa e mi guardò, a lungo, poi aggiunse: “L’evoluzione sociale è troppo lenta, non trovi, mia cara?”. Lo circondai con le mie braccia; la sua testa mi si posò sul cuore. “Cullami”, mormorò come un bambino viziato, “vorrei dimenticare questa mia visione dell’avvenire“. (Da Il tallone di ferro)

L’universo distopico letterario è ricco e variegato, con molteplici sfumature di temi e argomenti: è forse impossibile tracciarne una galassia dettagliata, ma si può partire da quelli che a ragione sono ritenuti i capostipite di questo genere. Uno di questi è senza dubbio il fantapolitico Il tallone di ferro (The Iron Heel) di Jack London (La crociera del Saetta, La figlia delle nevi, Il richiamo della foresta, Zanna Bianca, La Valle della Luna), pubblicato nel 1908.

Il tema sviluppato in questa narrazione distopica è legato al concetto di società capitalista, rivoluzione proletaria, potere di pochi e rivoluzione delle masse e London traccia infatti un appassionante scenario dominato dalle lotte tra potere oligarchico e lavoratori, lotte sanguinose che coinvolgono pian piano tutto il mondo, fino a gettarlo nel caos. La storia de Il tallone di ferro è narrata da Avis, figlia di un curioso docente universitario che è solito riunire  a casa sua periodicamente varie personaggi, scatenando dibattiti ferventi su politica e economia. In uno di questi salotti Avis conosce Ernest Everhard, un giovane pensatore socialista.

Avis si innamora presto del giovane, attratta dalla sua verve politica e dal suo fascino ribelle: “Che fosse il mio amore per Ernest a far di me una rivoluzionaria, o la chiara visione da lui offertami della società in cui vivevo, non saprei dire. Ma rivoluzionaria divenni, e fui travolta da un turbine di avvenimenti che appena tre mesi prima mi sarebbero sembrati impossibili. La crisi del mio destino coincise con grandi crisi sociali.”

Avis infatti diventa ben presto desiderosa di intraprendere un cammino per conoscere la verità del mondo, offuscatagli fino a quel momento dagli stantii studi universitari; fa la conoscenza di Jackson: un operaio delle filande rimasto mutilato in seguito a un incidente sul lavoro e mai più risarcito a causa di vari cavilli burocratici. Da questo incontro ne rimane profondamente segnata: “Ma che tutta la nostra società fosse fondata sul sangue, mi sembrava mostruoso, impossibile. E tuttavia c’era Jackson, e non potevo cancellarlo. Il mio pensiero ritornava continuamente a lui, come la calamita verso il polo. Era stato trattato in modo abominevole. Non gli avevano pagato il suo sangue onde ricavarne un più grosso interesse

Intanto il suo amore per Ernest cresce sempre di più, visto che continua a frequentare i salotti che suo padre indiceva. Nei i suoi accalorati discorsi Ernest si scaglia contro la chiesa, la stampa, l’esercito e mette alle strette gli altri ospiti, per lo più grandi produttori industriali, con una impeccabile dialettica dominata da un senso di razionalità, coscienza e conoscenza di leggi e procedimenti. Ernest arriva anche a dimostrare matematicamente, davanti a un consesso di uomini d’affari, l’inevitabile, a suo dire, crollo del sistema capitalistico: “Quando ogni paese si troverà in possesso di beni in eccedenza inconsumabili e invendibili, il sistema capitalistico crollerà sotto l’enorme peso dei profitti che ha accumulato, e quel giorno non ci sarà nessuna distruzione di macchine, bensì la lotta per il loro impossessamento. Se il lavoro ne uscirà vincitore, il vostro cammino sarà facile. Gli Stati Uniti, anzi il mondo intero entreranno in un’era nuova e prodigiosa”

In seguito la narrazione smette i panni quasi tipici del trattato filosofico e inizia a tingersi dei tratti dei grandi kolossal d’avventure, con scenari apocalittici e cupi. Iniziano quindi  le crisi industriali negli Stati Uniti: scioperi di lavoratori, valori di borsa che crollano, le Centurie Nere che iniziano a spargere sangue per sedare le rivolte: è solo l’inizio.
Ernest viene eletto al Congresso, subentra l’esproprio dei piccoli agricoltori: “La crisi nazionale aveva provocato un’enorme riduzione dei consumi. I lavoratori, disoccupati, senza denaro, non facevano acquisti. Di conseguenza, la plutocrazia si trovò così a disporre come mai prima di allora, di un’eccedenza di beni.”

Allora si inizia a delineare la vera battaglia: i tedeschi si dicono disposti ad andare al fianco degli americani in questa loro lotta proletaria contro l’oligarchia. Viene indetto lo sciopero generale per una settimana: rivoluzioni e sommosse, l’esercito tedesco bombarda gli Stati Uniti: “La novità di quello stato di cose stava nella passività della loro rivolta. Non si battevano; non facevano nulla, e la loro inerzia legava le mani al loro Kaiser, il quale cercava solo un pretesto per sguinzagliare i suoi mastini e dare addosso al proletariato ribelle; ma il pretesto non venne mai. Non poté né mobilitare l’esercito per la guerra contro lo straniero, né scatenare la guerra civile per punire i suoi sudditi recalcitranti. Non una ruota del meccanismo del suo impero si muoveva, i treni non viaggiavano e i telegrammi non erano trasmessi perché i telegrafisti e i ferrovieri sostenevano lo sciopero, come il resto della cittadinanza. Gli Stati Uniti erano paralizzati. Nessuno sapeva ciò che accadeva: non c’erano più né giornali né posta, né telegrammi.” Dopo questa tremenda settimana tutto ricomincia ad assestarsi e i governi di Germania e Stati Uniti si stringono in alleanza per poter affrontare il comune nemico: il proletariato rivoluzionario dei due Paesi.

Di li a poco la svolta. I giornali annunciano un aumento di salario senza precedenti e, nello stesso tempo, una riduzione delle ore lavorative per i dipendenti delle ferrovie, i lavoratori del ferro e dell’acciaio, i metalmeccanici e i macchinisti. Sono privilegi atti a creare divisioni tra i lavoratori. Nascono quindi lavoratori privilegiati, sindacati privilegiati e ogni appartenente a uno di questi poteva dotarsi di armi per la difesa, visto che erano osteggiati dal resto della popolazione. Tumulti e violenze aumentano. Dai sindacati nascono delle vere e proprie caste di lavoratori privilegiati e alla maggioranza sono tolti vari diritti, come l’educazione scolastica. In tutto il resto del mondo rivolte e sommosse, organizzazioni segrete di lavoratori contro gli oligarchi: l’America settentrionale era invece sotto lo scacco del Tallone di Ferro, l’oligarchia che non poteva essere messa in discussione. Altre rivolte si susseguono, quella degli agricoltori, quella dei minatori: tutte sedate nel sangue dalle milizie.

Durante una seduta del Congresso viene lanciata una bomba (probabilmente stesso dagli esponenti oligarchi) e gli esponenti socialisti vengono incarcerati, ma Ernest, il leader, a sorpresa, non viene giustiziato. Anche Avis viene catturata, ma riuscirà a fuggire e a ritrovarsi con il suo amore Ernest in un rifugio sulle montagne. Ma intanto dove era arrivata l’oligarchia? “La condizione del popolo nell’abisso era pietosa. La scuola comune non esisteva più; viveva come bestie in grandi e squallidi ghetti operai, marciva nella miseria e nel degrado. Tutte le antiche libertà erano state abolite. A questi schiavi del lavoro era negata persino la scelta del lavoro

La rivoluzione dunque (solo la prima, a detta di Avis e Ernest) ha inizio: ma ha i caratteri del massacro, della lotta senza quartiere e della sonora sconfitta per i ribelli, nonostante “il popolo dell’abisso” fosse dominato dall’ardente desiderio di vendetta.

La narrazione si interrompe bruscamente. Una nota a piè pagina informa appunto che il racconto “S’interrompe bruscamente, a metà d’una frase. Avis dovette essere avvisata dell’arrivo dei Mercenari, perché fece in tempo a mettere in salvo il manoscritto prima di scappare o di essere fatta prigioniera.” L’espediente è quindi uno dei più classici e funziona molto bene: la narrazione è un crescendo di pathos e emozioni, nonostante un inizio molto teorico, con il riportare dei numerosi discorsi che Ernest compie nei salotti del padre di Avis.

Il tallone di ferro è una storia d’amore, una storia di una crisi personale e di un intero sistema sociale: queste tre situazioni si intrecciano nel romanzo di London che è abile a far intravedere un futuro cupo e senza via d’uscita, ma allo stesso tempo a mostrarsi quasi fiducioso nelle capacità dell’uomo, lasciando sospesa la chiusura della storia. Il futuro in fin dei conti deve ancora essere scritto e per quanto ci si possa spingere nell’elaborare congetture, questo dipende sempre e solo dalle azioni che mettiamo in campo: proprio come Ernest Everhard, il leader di una rivoluzione mondiale (forse) fallita.

I tratti geniali della narrazione di London ne Il tallone di ferro sono conditi da un grande senso storico e filosofico: l’impressione è quella di non avere a che fare con un’opera fantascientifica, ma anzi molto razionale e realistica. Le ambizioni dell’uomo portate all’estremo, spinte al punto più alto per poi precipitare rovinosamente in un turbine di sangue, rivolte, guerre e macchinazioni strategiche. Se questo romanzo è stato considerato la prima delle distopie moderne, a ragione si può ben dire che molte successive produzioni hanno trovato spunto da questo sorprendente autore.

 

 

 

“Dal verde chiaro al verde scuro”: l’Irlanda del cuore di Francesco Memoli

Dal verde chiaro al verde scuro, con sottotitolo (o meglio avvertimento), Le conseguenze dell’Irlanda dello scrittore Francesco Memoli non è una semplice cronaca di un viaggio tra amici, un diario di viaggio, o meglio, non ha la pretesa di essere altro, ma riesce ad esserlo ugualmente. Un viaggio in auto e zaino in spalla alla scoperta dell’Irlanda, tra pub e panorami mozzafiato, musica e baci rubati, chiacchiere con gli sconosciuti e amori fugaci riscoprono il piacere dello stare insieme. Un libro dedicato soprattutto a tutti quelli che amano viaggiare, anche solo con la mente.

La narrazione del viaggio in Irlanda di quattro amici, Daniele, Marco, Antonello e Alberto, parte in realtà da lontano: nel loro caso inizia molti mesi prima della partenza effettiva, inizia nei sogni e nei progetti di Daniele che spinge per intraprendere questa avventura. In effetti quella che ha in mente è proprio una avventura: tre giorni a Dublino, fittare un’auto e poi via in giro per l’Irlanda.

Tra scetticismi, timori, pian piano tutti i partecipanti si convincono dell’idea, si convicono soprattutto sul bisogno impellente di concedersi un periodo di libertà assoluta dopo un anno pesante. Ognuno dei quattro ha buoni motivi per volersi lasciare alle spalle, almeno per un po’, incomprensioni, fallimenti, disillusioni: viaggiare e conoscere aiuta lo spirito, e di questo se ne renderanno conto.

Tra viaggi in auto, posti magnifici, Daniele scopre la vera complicità, la fiducia che si cementa pian piano in quel gruppo di amici: ma per tutti arriverà presto una dura prova da affrontare. Già in aereoporto notano due ragazze. Arrivati in Irlanda, le incontrano di nuovo e, in un impeto di sfrontatezza, decidono di avvicinarle: si scopriranno essere di Bari e fanno quasi il loro stesso giro per l’Irlanda. Destino? Forse. Da quel momento inizia un rincorrersi per le città irlandesi, tra gli arrivederci e i bentrovati. Il rincorrersi però non è solo “ambientale”, ma anche emotivo: Daniele e Alberto saranno impegnati con loro stessi per capire davvero quanto queste due ragazze hanno fatto breccia e cosa può significare per loro. Tra disillusioni, speranze, momenti di esaltazione, la storia nella storia cresce sempre di più. Le descrizioni delle emozioni sono nitide e precise (Memoli si dimostra inoltre, un abile descrittore di paesaggi, peccando però troppo spesso di volgarità), anche quando la confusione nella mente di Daniele sfoca le immagini e turba le certezze dell’innamoramento, dell’essere ricambiato, dell’aver compreso o meno l’essenza di Cristina, la ragazza che lo ha stregato pian piano.

Storia nella storia perché da un lato c’è il viaggio, senza mete precise (tematica largamente battuta) quasi da nomadi, dei quattro amici, e dall’altro perché è anche un altro viaggio, tumultuoso al pari, nell’ intimità dei due ragazzi, soprattutto di Daniele. E le due storie si somigliano: senza mete precise, senza obiettivi prefissati, lasciarsi portare dal sentimento e dall’istinto. Tutto ciò dominerà sia il viaggio “interiore” che quello attraverso la verde Irlanda, in un incrociarsi e perdersi di luoghi e di destini.

Alla fine del viaggio l’Irlanda rimarrà nel cuore dei protagonisti, come ci rimarranno le due ragazze di Bari: forse proprio perché i luoghi e le persone, in fondo, si somigliano.


“Dingo”: il cane di Mirbeau e il post realismo

Octave Mirbeau è uno di quegli autori marchiato dal sottotitolo: “dimenticato dalla critica”. Vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Mirbeau non ha avuto vita facile: molte sue opere e commedie teatrali sono state travisate addirittra per romanzi erotici, e quindi censurati, tanto della rottura delle stantie moralità che ha rappresentato.

Tra i grandi innovatori del romanzo, tra i più fini traghettatori verso un nuovo modo di scrivere, Mirbeau nelle sue opere riesce a far intravedere in filigrana quello che Marinetti andava teorizzando in quel periodo. Ci sono diversi livelli di lettura di questo romanzo, strano, particolare, ma che a noi lettori del duemila non deve sorprenderci: per noi che abbiamo il quadro della storia già completo e non dobbiamo far altro che voltarci indietro e guardare, magari non sorprenderà molto che lo scrittore riesce a segnare anche una tensione che decreta netta distanza dal passato balzachiano e degli echi zoliani. Non a caso sono suoi i tre capitoletti, censuratissimi all’epoca, che ha chiamato proprio “La morte di Balzac”. Per sua stessa definizione, o meglio, “autodefinizione”, Mirbeau è un espressionista, un Van Gogh dalle nervose e imprevedibili pennellate.

Dingo, insieme a La 628-E8, il romanzo che ha per protagonista una automobile, rappresenta proprio una di queste pennellate folli, ma di quella follia che serve a spingere oltre l’asticella dell’umano possibile. Pubblicato nel 1913, Dingo è un romanzo che vede come protagonista un cane. Il narratore-personaggio è coinvolto solo da spettatore nell’opera: assiste come potrebbe assistere ognuno di noi. Forse dietro questo scrittore spigoloso, che non sopporta le ipocrisie, duro e irreprensibile, c’è forse l’alter ego di Mirbeau: ma non è questo quello che di questo romanzo preoccupa più di tanto.

“Preoccupano” invece le infinite (o perlomeno molteplici) possibilità di lettura. Dingo è un cane selvaggio, che, affamato, arriva al piccolo paesino di Ponteilles-en-Barcis, nel Vexin. È affamato, ammazza le pecore, semina terrore. Si aggira e vagabonda. Una ondata di selvaggia prepotenza. Ma non fa male a nessuno: un po’ come la bella Juliette Binoche in Chocolate, che arriva vestita di rosso e apre una cioccolatteria nel bigotto paesino.

A proposito delle molteplici possibilità interpretative: <<Surtout un chien tel que Dingo, “animal réfractaire à la classification par espèces”, et qui, au lieu de n’être qu’une copie conforme fabriquée en série, est tout à la fois, selon Pierre Dufief, “un individu unique”, un “modèle esthétique” contrastant avec la laideur ambiante des humains>> (<<Soprattutto come cane Dingo “animale refrattario alla classificazione per specie” e che, invece di essere una copia fatta in serie è allo stesso tempo, secondo Pierre Dufief “, un individuo unico” un “modello estetico” in contrasto con la bruttezza della specie umana>>) È quello che dice Pierre Michel parlando di questo libro. E ancora: <<L’ennui, pour cette interprétation naturiste, c’est que Dingo n’est pas seulement un de ces  bons chiens chantés par Baudelaire, compagnons de misère des poètes et des marginaux, modèles de pitié pour les humbles et les souffrants de ce monde>>. (<<Il problema di questa interpretazione naturista è che Dingo non è solo uno di questi buoni cani raccontati da Baudelaire, compagni di poeti miseria e modelli marginali di pietà per gli umili e per la sofferenza di questo mondo>>.)

Insieme al suo padrone, attraversano la Svizzera, l’Italia, la Germania: pian piano il suo padrone si accorge delle grandi e non comuni abilità del suo cane. A volte è rabbioso, aggredisce le persone, altre è mansueto e sembra farsi carico di una umanità forse anche sconosciuta agli stessi umani.

Durante questo lungo viaggio, tra l’uomo e il cane si stabilisce un legame profondo, intimo, come se Dingo non fosse un cane: “À Paris, Dingo redevint triste. Il ne sut plus que faire. Trop de gens, trop de maisons, de rues encombrées, plus assez d’espaces et de grands horizons. Il languissait, s’étiolait, ne montrait aucun empressement à sortir, dormait presque tous les jours, roulé en boule, sur des cousins”. (“A Parigi, Dingo è diventato triste. Non sapeva cosa fare. Troppe persone, troppi case, strade affollate, sufficienti spazi e ampi orizzonti. Lui languiva, è appassito, non ha mostrato alcuna smania di uscire, dormiva quasi tutto il giorno, raggomitolato su cugini.”)

È un romanzo in cui le solitudini si incontrano: o meglio, Dingo le mette in risalto, come se le evidenziasse quando si accosta a uno dei qualsiasi personaggi: Sir Herpett,  Jules Claretie. Di questo ce ne rendiamo conto quando Dingo muore, lasciando solo il suo “compagno umano”, che tanto aveva voluto allontanarsi dai suoi simili.

Dingo è un testo di satira sociale, come molta critica francese afferma: è forse giusto non divagare troppo e dare una più o meno netta sistemazione a questo romanzo. Anche se le speculazioni filosofiche, gettate come semi in tutta l’opera letteraria e teatrale di Miabeau, non possono esimerci dal leggere anche questo romanzo con gli occhi offuscati dalla patina della satira. La tecnica di Mirbeau sembra incavarsi in quel solco di destrutturazione dell’io, quell’allontanarsi dall’essere. Con personalità come questa non bisogna essere prevenuti ed affidarsi ciecamente alla critica: è innanzitutto uno sperimentatore, uno dei primi che lascia spazio al lettore, che lo lascia libero di pensare, che non lo immobilizza in pagine di crudo realismo.