“Gli alberi dell’orgoglio”: tra scienza e superstizione

Gli alberi dell’orgoglio è un racconto contenuto ne L’uomo che sapeva troppo che Chesterton pubblica nel 1922. È un libro cardine diverso dagli altri contenuti in questa silloge: si tratta infatti di un giallo (come gli altri quattro, d’altronde), ma si caratterizza per presentare risvolti inaspettati, riguardanti l’uomo e lo scontro tra le sue paure irrazionali e la realtà.

La storia ruota intorno alla leggenda (inventata dall’autore) di tre alberi provenienti dall’Africa che avrebbero un’influenza malvagia, come affermano i contadini: forse infatti sono la causa della tremenda epidemia di peste scoppiata nelle vicinanze. Vane, il padrone del giardino dove si riuniscono i personaggi (l’amico Cyprian Paynter, il poeta John Treherne e il dottore Brown, pedina fondamentale nel racconto).

Tu cammineresti sotto una scala un venerdi per andare a cenare a un tavolo con tredici persone, ognuna delle quali farebbe cadere il sale sul tavolo”: questo è Vane, un razionalista fino al midollo che mai accetterebbe di tagliare gli alberi pavone nel suo giardino, come invece vorrebbero i giardinieri e il taglia legna. L’evento scatenante è però la morte della figlia del taglialegna: a questo punto Vane è deciso a smascherare la superstizione legata agli alberi pavone (simili a dei bambù, a quanto si capisce). La notte stessa entra nel bosco e va in direzione degli alberi incriminati. Di lui non si saprà più nulla. A questo punto nasceranno intrighi e supposizioni sulla scomparsa del proprietario della tenuta: verrà rinvenuto uno scheletro, un teschio e le cose si complicheranno per poi disvelarsi alla ri-appariazione di Vane.

Era quindi tutto frutto di una messa in scena: lo scheletro trovato nel pozzo non era di Vane, ma era stato messo dal dottor Brown, al quale Vane si era rivolto per trovare complicità nello smascherare la superstizione degli alberi di pavone. Peccato che non c’era nessuna superstizione da smascherare: gli alberi erano effettivamente nocivi: lo aveva provato lo stesso dottor Brown con i suoi studi e i suoi riscontri. Allora Vane si sbagliava: gli alberi, durante la sua assenza, erano stati fatti abbattere.

Il primo caso di leggenda popolare che “scredita” la verità scientifica: come può una susperstizione popolare avere ragione sui fatti? Non c’è la scienza per questo? I contadini “ignoranti” che avevano diffuso la credenza mistica della malvagità di questi alberi rappresentavano una aberrazione verso il metodo scientifico del dottor Brown. “Avevo contro di me qualcosa di più schiacciante e definitivo dell’ostilità degli eruditi; avevo il supporto degli ignoranti”: è questo quello che dirà alla fine il dottore. D’altronde Vane non si era mai lasciato persuadere a far abbattere gli alberi pavone, proprio perché pensava che il dottore fosse tremendamente suggestionato dalle paure superstiziose dei contadini.

Verità scientifica e misticismo, in questa piccola ma interessante opera di Chesterton, si sovrappongono, invitando a riflettere a tutto tondo: esistono i depositari della verità? Di chi ci si può fidare? Quanto conta il giudizio della gente? E la scienza? Ha davvero tutto questo potere, anche quando si trova in situazioni di imbarazzo, cioè a dover affrontare i pensieri e le paure irrazionali dell’uomo?

È sempre il Dio contro la Scienza, come sempre la costante delle produzioni di Chesterton: ma stavolta queste due entità giocano in squadra insieme, si completano. Allora il problema è “solo” l’irrazionalità dell’uomo, come e quanto si faccia influenzare e suggestionare da tutto ciò che lo circonda, come, quando c’è di mezzo la morte, non perda un attimo a sfoggiare il suo istinto bestiale di auto conservazione: combattere la morte, in questo caso, gli alberi di pavone. Senza pensarci due volte e senza farsi troppe domande. Vane rappresenta la scienza, la razionalità, che in questo caso fallisce, si deve arrendere e deve subire l’onta di condividere il podio con l’ignoranza dei contadini, dell’uomo. Anche Vane, se vogliamo, si era buttato a capofitto in un convincimento che non aveva basi scientifiche: gli alberi pavone non erano la causa dell’epidemia. Il dottor Brown dimostrerà il contrario. E allora il razionale Vane e gli ignoranti contadini sono sullo stesso piano? Probabilmente sì. Sono entrambi a loro modo irrazionali, vittime delle proprie convinzioni: ma solo uno avrà ragione, con l’aiuto della scienza, cioè il dottor Brown. Ma la scienza, in questo caso, era stata scalzata dalla potente influenza mistica, avrebbe perso di credibilità, anzi non l’avrebbe per niente avuta. Da qui lo stratagemma nello stratagemma di Vane per far abbattere gli “alberi della morte”.

 

“Il Napoleone di Nothing Hill”di Chesterton può salvare l’umanità?

“La repubblica è fondata sull’idiozia degli uomini, non sulla loro uguaglianza: vogliamo un uomo che sia uno, non una massa blaterante di persone che discutono su chi deve essere o non deve essere eletto”. A questa conclusione arrivano tre ufficiali gentiluomini del governo di una Inghilterra futuristica di questo strano romanzo di Chesterton, intitolato Il Napoleone di Nothin Hill, scritto nel 1904, il primo dei romanzi dell’autore inglese, è uno di quei racconti che non ti aspetti.

La soluzione che questi ufficiali gentiluomini del governo trovano, è semplice: visto che è impossibile avere un sistema perfetto, allora si sceglie una persona a caso che verrà trasformata in despota. D’altronde: “tutte le monarchie ereditarie sono una questione di fortuna, sono delle “monarchie alfabetiche”. Quindi una sorta di “dominio casuale del caos”, potremmo dire? È forse proprio questo quello che ci viene messo davanti agli occhi sin dalle prime pagine del libro: il caos e il caso come conseguenza all’indifferenza.

“Un sense of humor, delicato e strano, sarà la nuova religione per l’umanità”: queste sono le parole di Mr.Auberon Quin, futuro neo sovrano inglese, ed è la seconda conclusione a cui Chesterton ci fa arrivare: un caos leggero, un potere inconsapevole deve governare una massa di indifferenti. Mr. Quin infatti è un uomo strano, racconta strani aneddoti e vuole ispirare continuamente il riso e la leggerezza nei suoi interlocutori.

Quindi viene “eletto” il nuovo re, che subito scende bardato in frac tra le strade, raccogliendo saluti e referenzialità dei sui nuovi sudditi, e che sottoporrà tutti alla sua sfrenata passione per le tradizioni medievali, con tanto di rappresentazioni e coinvolgimenti  dei membri della “Society for the Recovery of London Antiquities”, che dovranno sotto stare alle sue bizze. Tutto sembra un eterno gioco, una rappresentazione medievale senza tempo e senza soluzione di logicità. Fino a quando il governatore di una delle città-stato in cui Re Auberon aveva diviso l’Inghilterra non decide di affrontare sul serio il folle monarca. La persona in questione è Adam Wayne il rettore della città stato di Nord Kesinghton: decide di non sottostare alla decisione di abbattere delle case nella sua contea per far spazio a una strada.

“Il rettore di Nord Kesington vuole un’udienza? E quali novità ci saranno dalla patria delle alte colline e delle donne oneste? Quale piacere!”, dirà Re Auberon, ma stavolta non sarà come organizzare un gioco medievale. Mr.Wayne metterà in campo passione, determinatezza e spregiudicatezza nello scontro con il despota inglese e sarà disposto anche ad arrivare allo scontro finale, come poi farà.
Se non c’è Dio al di sopra di noi e il paradiso è oscuro, per cosa altro un uomo dovrebbe combattere, se non per il l’Eden in cui ha vissuto da bambino e per il paradiso del primo amore? Se le scritture e i templi non sono sacri, cosa altro di sacro ci può mai essere se non la gioventù?”.

Il discorso fermo e accorato di Adam Wayne è tutto in queste frasi, non ci sono guerre giuste, ma c’è qualcosa per cui combattere. Quelle case di Nothing Hill non devono essere abbattute: con loro se ne andrebbe tutta l’umanità dei luoghi, tutto il senso di una città. È questo il tipo di ordine che Wayne assume come vessillo della sua battaglia: ripristinare l’umanità in un caos totale di cui il mondo è ormai assuefatto.  Ad instillare la fiamma indomita dell’animo ribelle in Adam fu proprio il Re Auberon, che tempo addietro consigliò a quello che allora era solo un bambino, di proteggere con ogni forza la sua casa, il suo mondo, la collina di Nothing Hill. Ironia della sorte, ora i due si trovano faccia a faccia, ma le carte in gioco sono cambiate, sono cambiati gli attori ed è cambiato lo scenario. Re Abueron come male da abbattere, ma che prima ha lasciato aperto un libro da cui il giovane Adam ha potuto trarre ispirazione.

Chesterton ci presenta il personaggio Wayne in maniera schietta durante il racconto: dirà che si è formato su letture mistiche, ma che soprattutto ha un cuore diverso dalla maggior parte delle persone del negletto mondo in cui si trova a vivere: “Adam Wayne ha per le placide colline di Nothing Hill quella passione e sentimento che esce fuori dalle antiche Atene o Gerusalmme. Conosce il segreto della passione, quei segreti che rendono reali le vecchie canzoni patriottiche, che suonano cosi strane al nostro mondo civilizzato e abbrutito”.

Le colline di Nothing Hill sono l’ultimo baluardo di pace e umanità nel mondo artificiale e artefatto di questa Inghilterra futuristica cherstertoniana. Proteggerle significa resistere in un mondo senza ragione e religione. Cercare ordine nel caos, fare rivoluzioni e spingersi oltre i propri limiti per seguire la verità e proteggere l’ umanità, non farsi trascinare nell’apatia e nell’inconsapevolezza: non accettare i dettami di un mondo assurdo. È questo quello che fa Adam quando si ribella al folle sovrano inglese, creatore di un mondo surreale. La guerra si farà, ci sarà l’impero di Nothing Hill con il suo Napoleone al comando: la battaglia si trasformerà in una guerra e coinvolgerà tutti: “Noi siamo più di una città, siamo una identità, siamo Nothing Hill!”

Ma la rivelazione più disarmante di tutte è alla fine. Dopo la battaglia, Re Aubueron confessa a “Napoleone” Wayne che in realtà a tutte le cose che ha fatto, non ha mai creduto. Le ha fatte pensando a un gioco, a uno scherzo, compresi i discorsi da “rispettabile gentleman” che anni e anni prima avevano tanto affascinato il giovane Wayne: era una semplice parte da recitare, alla fine.
Le interpretazioni di questa “opera prima” di Chesterton possono essere molteplici: sarebbe facile e forse scontato (ma anche giusto, se vogliamo) pensare a Re Auberon come un Dio che troneggia follemente su un mondo inerme e già sconfitto. Allora il giovane Adam Wayne dovrebbe essere il deputato al risveglio delle coscienze? Ci si può fermare a questa chiave di lettura, ma le ultime righe del libro ci fanno spingere oltre con il pensiero:

“La verità è che non siamo due pazzi, come tutti dicono. Siamo una sola persona, siamo due lobi dello stesso cervello: siamo opposti come maschio e femmina, ma attendiamo lo stesso momento. Quando le tenebre e i giorni difficili arrivano, io e te, il satirico e il fanatico, abbiamo rimediato a un grave errore, abbiamo trasportato le moderne città nelle poesia”

In fondo questi due nemici non sembrano poi così tanto diversi, anzi a loro modo sono entrambi vincitori: con le loro personalità hanno risvegliato dal sonno questa Inghilterra “orwelliana” (come definita da varia critica), comandata e costretta da un inspiegabile e irrazionale potere supremo, addormentata ancor prima di prendere sonno. Metafora di tutta la situazione umana, secondo il visionario Chesterton?

 

 

 

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Dio e mistero nell’universo di Gilbert Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, autore caratterizzato dalla particolare sensibilità per le tematiche religiose e di fede, con L’uomo che fu Giovedi, pubblicato nel 1908, sembra voler cacciar fuori tutte le angosce e paure legate alla figura di Dio. Di un Dio o di Dio? È questa la domanda che forse emerge in questo particolarissimo romanzo, forse mai tanto considerato dalla critica.

L’uomo che fu Giovedì è a metà tra un thriller, un giallo, una descrizione onirica.
“C’era un lampione danzante, un melo danzante, una nave danzante: si sarebbe detto che il ritmo irresistibile di un musicista pazzo avesse trascinato tutti gli oggetti più comuni del campo e della strada a danzare una giga delirante”: è facile rimanere colpiti da questi squarci di stile sognante nel racconto.
L’intreccio tra metafisica, religione e sogno è la vera intelaiatura del racconto, ricoperta da questi squarci di particolare stile descrittivo. Il protagonista, Gabriel Syme, quando entrerà a far parte del segreto Consiglio Centrale Anarchico, si renderà pian piano conto di come un fitto mistero avvolge anche il loro capo supremo, che ha il simbolico nome di Domenica. Perché tutti i sei saggi che compongono questa setta segreta (oltre appunto al loro capo) hanno un nome come quello della settimana: a Syme, toccherà “Giovedi”.

Suggestivo è il rapporto tra l’essere poliziotto e l’interesse per l’anarchia:“Gabriel Syme non era solo un agente di polizia con pretese di poeta: era in realtà un poeta diventato agente di polizia”. La lotta senza quartiere che si instaurerà, a un certo punto, anche tra i sei saggi, l’intreccio di sospetti e di situazioni che si verranno a creare, decreterà un turbine di angoscia e ansietà, che le atmosfere oniriche del racconto contribuiranno a rendere, in alcuni punti, asfissiante. L’anarchia che, appunto, si leggerà in filigrana tra le pagine del romanzo, non riguarderà più la lotta dei saggi verso le genti del mondo, ma anche e soprattutto i loro intimi pensieri e ambizioni.

La lotta tra Lucian Gregory, anarchico anche nella “vita reale”, anche lui candidato a occupare un posto tra i sei saggi, e Syme, a lungo andare si fa complicata, coinvolge anche gli altri elementi del consiglio, e finisce per generare un vero inestricabile caos. In tutto ciò i saggi sono afflitti dal dover trovare un senso ai propri intenti, capire cosa cercano in realtà, quale è il senso della loro anarchica lotta nel mondo. Ecco cosa pronuncia loro Domenica: “Volete sapere che cosa sono io? Bull (Sabato), tu sei uno scienziato, fruga intorno alle radici di questo albero; Syme (Giovedì), tu sei un poeta: fruga in quelle nuvole mattutine. Ma io vi dico che avrete scoperto la verità fin sull’ultimo albero e fin sulla nube più alta, prima di scoprire la verità su di me. Voi capirete il mare, e io sarò ancora un enigma; saprete che cosa sono le stelle, e non saprete che cosa sono io”. Ma chi è Domenica? Sarà forse Dio? Il Dio che Syme-Giovedi teme incredibilmente e contro il quale cerca di combattere? E’ forse questo il vero senso della “ricerca anarchica”, vera protagonista del romanzo? L’ineffabilità di Domenica, il supremo che li comanda, serpeggia tra le pieghe di tutto il romanzo e rende incomprensibile il senso delle azioni dei personaggi (almeno fino a che non si arriva alla fine del racconto). L’atmosfera onirica induce a pensare che Syme sta sognando, forse un incubo, ma ciò non viene mai disvelato al lettore. 

Solo alla fine si legge: “L’esperienza di Syme era stata assai più strana, dal punto di vista psicologico, se pure ci fu davvero qualcosa di irreale, in senso terreno, nelle avventure per cui era passato: mentre, infatti, poté sempre ricordare, in seguito, di essere svenuto davanti al viso di Domenica, non riuscì mai a ricordare di essere tornato in sé”.

Cosa ci vuole comunicare Chesterton? È stato un sogno? La lotta di cui sono stati protagonisti, le battaglie e gli intrecci durante tutto il romanzo, cosa sono stati in realtà?

È il cercare di definire l’identità di Syme la questione che più stimola chi legge: Syme, ribellandosi al misterioso Domenica , fa forse da esempio a non arrendersi mai nelle lotte, ad aver coraggio, a non farsi soccombere da paure e privazioni. I richiami alla religione ci sono e sono forti, molte le allegorie: ma questo sembra intrecciarsi con la ricerca, con la volontà di capire se esiste e chi è Dio, se ha senso combatterlo o abbracciarlo. Senza dubbio l’esperienza personale dell’autore rientra molto tra le pagine di questo libro: Chesterton aveva trascorso un periodo di profonda crisi personale, da cui si era risollevato abbracciando teorie spiritische. Anche la sua storia con la religione è molto particolare: solo tardi nella sua vita, in età più che matura, deciderà di riabbracciare la fede cattolica, grazie alla figura di padre O’Connor, sul quale modellerà il padre Brown della sua omonima saga.

Tanto mistero, tanti interrogativi, nessuna risposta: questo sembra voler comunicare questo strano ma coinvolgente racconto che non si riesce a comprendere mai fino in fondo: ma forse è questo quello che vuole l’autore. D’ altronde, come potrebbe mai essere un romanzo in cui si cerca di capire il mistero per eccellenza?

 

Il fantastico mondo di Laxness: quale Dio “sotto il ghiacciaio?”

Sotto il ghiacciaio: un romanzo irriverente di difficile collocazione: fantascienza? Allegorico? Religioso? Forse c’è un po’ di tutto questo nel romanzo del premio nobel del 1951 dello scrittore islandese Halldór Laxness.

L’interpretazione della storia che si articola in Sotto il ghiacciaio, scritto nel 1968, non è di facile comprensione: a tratti appare quasi come un giallo da risolvere. In effetti è proprio quello che è chiamato a fare il protagonista, studente di teologia, inviato dal vescovo d’Islanda nel lontano ovest, ai piedi del leggendario vulcano Snæfell, dove Jules Verne fece iniziare il suo viaggio al centro della terra. Giunta infatti notizia che il pastore della chiesa locale non celebra più battesimi e funerali, insomma sembra esserci qualcosa che non va.

Il giovane studente si troverà quindi ad essere un reporter in una terra difficile, fuori dall’ordinario: dovrà tentare di capire cosa si annida tra la gente del luogo e cosa spinge il pastore a comportarsi in maniera così strana. Verrà quindi a contatto con le varie persone del luogo, vivrà per un certo periodo di tempo “sotto il ghiacciaio” e si farà una idea degli usi e costumi dei queste genti.
Il famigerato “culto del ghiaccio”, che sembra aver soppiantato il cristianesimo, è una dottrina sfuggente, che nel corso del racconto non è mai spiegata in maniera chiara. I dialoghi e gli argomenti sono di difficile comprensione, ma, una volta inseritisi nella “mentalità” delle vicende, anche i concetti più strani si definiscono con una loro logica.

È il panteismo contro la dottrina di Dio: lo strano reverendo John  afferma che “un dio vale l’altro, tranne quello che risponde alle preghiere” e non riesce a dare una spiegazione compiuta di cosa volesse dire che dio è in ogni luogo. È questo quello su cui gioca Laxness: una indefinitezza di fondo, una allegoria totale verso un qualcosa che non può mai essere del tutto compreso.

La contrapposizione che ne esce fuori, dottriva vs misticismo, è da leggere in prospettiva ampia, senza badare troppo ai particolari, lasciandosi trasportare dalla narrazione a volte di echi bucolici, a volte di echi favolistici (suggestiva la descrizione del paese e del suo ghiacciao).
Il mondo  paradossale, onirico, spirituale, dove succedono cose strane, si dicono cose strane, e non mancano personaggi davvero stravaganti: riuscirà l’inviato-teologo a raccapezzarsi? Forse Laxness ci vuole far capire lo spaesamento di ritrovarsi in un mondo che non riconosce più la fede millenaria nel Dio cristiano. L’idea del pellegrino che va e che scopre altri mondi è strettamente moderna, ma si ricollega, in questa occasione, a un tutto panteistico, l’uomo che fa i conti con le profondità del pensiero religioso, seppur in maniera favolistica.

Ad ogni modo ne viene fuori  una visione ironica e onirica, proprio perché i dialoghi tra i personaggi assumono le caratteristiche di una assurda complessità, incomprensibile, impenetrabile: il modo di affrontare il tema della crisi della religione, da parte di Laxness, definito da molti “sincero credente ma dubbioso cattolico”, lascia col sorriso, e forse solo dopo aver completato tutta l’immersione nel mondo da lui descritto, ci si può rendere conto della sua idea sulla religione, particolare e criptica.

 

Letteratura e religione: Dio nella letteratura di Steinbeck e Benson

Robert Hugh Benson e John Steinbeck: due personalità opposte da mettere a confronto, due visioni completamente contrastanti riguardo il pensiero religioso e Dio. John Steinbeck è ancora oggi uno dei più apprezzati e letti scrittori vissuti nel Novecento, mentre Benson è stata una figura curiosa, scrittore e pastore anglicano, figlio dell’arcivescovo di Canterbury.

Il pastore Benson abbraccia inizialmente la fede anglicana, ma un viaggio in Oriente gli permetterà di rendersi conto della vera natura della sua religione: comprende che la Chiesa anglicana, legata a interessi nazionalistici, non aveva nulla di universale. Al contrario capisce che la Chiesa di Roma si erge al di sopra di tutte le altre, predicando la civiltà a tutti i popoli. Andando avanti nei suoi studi, in Benson affioravano sempre più contrasti intimi: da un lato (come egli stesso scriverà nelle sue omelie e lettere) sentiva richiamarsi dalla Chiesa Anglicana per “accenti patetici e affettuosi”, lo avvinceva “con tutti i legami della parentela e dell’amicizia”, ma dall’altro affermava ormai che non poteva “più dubitare fosse la vera sposa di Cristo, imperiosa e dominante, avvolta in un raggio di luce abbagliante”.

In The Lord of The World , pubblicato nel 1907, lo scrittore  presbitero inglese si preoccupa di tirare le fila delle sue teorie, di renderle fruibili presso un pubblico più vasto. È il romanzo con cui Benson si propone di mettere in guardia tutti gli uomini: la la religione cattolica sta iniziando ad essere scalfita con una altra religione: la religione del benessere, molto più rassicurante delle parole di Dio, ma che non è nutrimento per l’anima, bensì per il corpo, per l’effimero. Un romanzo ucronico su di un mondo dominato dal Partito Comunista (salito al potere sempre nel 1927) in cui l’estremo progresso del pensiero (oltre che della tecnologia) vuole assicurare la nuova ideologia della felicità tramite la completa soddisfazione dei sensi, dell’Uomo. Benson traccia le linee quindi di un cristianesimo relegato ai margini, che non conta quasi più. Nel corso della narrazione il punto di svolta sarà affidato alla comparsa di Giuliano Felsemburg, trentatré anni (ovviamente non una coincidenza) che scioglierà la difficile tensione nata tra Occidente e Oriente, prossimi alla guerra.

Abilissimo nella diplomazia, Felsemburgh salva l’umanità dalla prossima e definitiva “guerra delle guerre”: grazie a lui non ci saranno più violenze, niente più guerre. Felsenburg quindi viene eletto Presidente d’Europa: a tutti gli effetti appare come il nuovo Gesù. Il nuovo “salvatore” del mondo propugna una “grande fratellanza universale”, attraverso il nuovo culto dellospirito del mondo”. Ora il mondo crede a un Dio che non resta nascosto, che non è morto, ma bensì vivo, che ha salvato le genti e vuole per tutti gli uomini felicità e fratellanza. Il soprannaturale quindi muore, l’umanità tutta deve affidarsi al suo nuovo profeta in carne e ossa. Viene poi il momento dello scontro finale, con la comparsa di padre Franklin, che, una volta diventato Papa di un cattolicesimo vittima di dolorose persecuzioni, affronterà l’anti Cristo Felsemburg nella vera battaglia finale.

Secondo gran parte della critica The Lord of the World è stato scritto da Benson per glorificare la Chiesa di Roma, per ammonire sui tempi moderni e sullo smarrimento della coscienza a cui l’uomo moderno va in contro. L’anti Cristo di Benson trionfa in terra, ma verrà sconfitto e sarà condannato per l’eternità: il suo regno infatti era tutto quello che si contava nel mondo terreno. Padre Franklin, l’ultimo papa, è l’ultimo avamposto del cattolicesimo, che alla fine vince proprio perché non crede nella religione del benessere di Felsemburg, per cui, in fin dei conti, si muore con il corpo: il cattolicesimo superstite di Franklin invece assicura l’immortalità dell’anima.

L’uomo al centro di tutto: nel mondo immaginato da Benson la carità non ha più valore, l’umanità vive abbacinata da un materialismo e un socialismo estremo. Si deve essere tutti felici e tutti fratelli, senza più guerre, l’uomo deve preoccuparsi del qui e ora. Per contrasto, quindi, in The Lord of the World, Benson vuole ribadire che al centro di tutto non c’è l’uomo, ma Dio, e che solo grazie al suo amore l’uomo potrà elevarsi dalla misera condizione terrena, potrà distogliere lo sguardo da se stesso e puntarlo verso il cielo, verso la salvezza dell’anima.

Per quanto riguarda Steinbeck invece, la vita non è stata per niente caratterizzata dalla religione né dal rapporto con Dio: cronista di guerra durante la seconda guerra mondiale, ha sempre, nelle sue importanti opere, privilegiato il realismo, la cronaca e i contorni nitidi della realtà del tempo in cui è vissuto. Nel 1962 gli viene assegnato il Nobel per la letteratura proprio per “Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”; lo scrittore americano è ritenuto uno degli esponenti di quella “generazione perduta” indicata da Hemingway e Stein, quella generazione di giovani scrittori che ha prestato servizio nella guerra. Steinbeck rivolge la sua attenzione soprattutto verso l’America delle contraddizioni, delle lotte per la sopravvivenza quotidiana, ovvero quei temi che meglio sono supportati dalla sua scrittura realista e quasi da giornalista.

To a God Unknown, pubblicato nel 1933 e tradotto da Montale, è una delle sue opere meno conosciute, forse la sua opera più misticheggiante: è la storia di, Joseph Wayne, che lascia la vecchia fattoria del Vermont per traversare l’America e stabilirsi insieme ai fratelli in una fertile vallata della California. Le vicende della famiglia, anche dolorose, fanno da costante sfondo all’idea panteistica della natura, dell’appartenenza alla madre terra. Una terra che può essere la fonte di gioie o di sofferenze, che può dare la vita o la morte, che può essere crudele o compassionevole. Una forza impalpabile, ineffabile, diafana, inafferrabile, che si attualizza nei frutti della terra: è la forza di un Dio sconosciuto che rende tutto questo possibile? Che rende la terra capace di provvedere all’uomo? Steinbeck se lo domanda, anzi ci induce a questa domanda, ci trasporta in questo strano e ineffabile pensiero durante tutta la narrazione, grazie ai suoi personaggi. Joseph poserà il suo agognato figlio appena nato tra i rami più bassi della sua quercia, per devozione alla forza misteriosa che domina quei luoghi e che ne permette la vita: l’albero verrà poi ucciso da Burton, fervido credente in Dio, nel tentativo di distruggere tutto ciò che il suo Dio, invece, condanna. Dopo ciò sulla fattoria di Joseph si abbatterà una pesante siccità, portatrice di morte: la giusta punizione del Dio sconosciuto per averlo oltraggiato? Ma esiste un Dio? Un Dio nascosto tra le pieghe della natura?

 

 

Letteratura e religione, un rapporto indissolubile

“La luce stessa è tenebra profonda” (Giobbe 10, 22). Forse questo è il versetto che meglio descrive quello che succede nei fondamentalismi religiosi: il pensiero, la religione possono essere strumento di morte. Ai primi fatti eclatanti di cronaca riguardanti stragi religiosi rispondiamo sempre sorpresi, quando invece la storia ci ha insegnato che questo tipo di crudeltà sono sempre dietro l’angolo. Oggi più che mai. Un punto di partenza per capire il nostro tempo, le sue contraddizioni, può senz’altro essere quello di concentrarsi a fondo sulle espressioni che il pensiero religioso ha prodotto.

Preambolo un po’ atipico questo, per un sito che si occupa fondamentalmente di letteratura, ma in realtà è proprio da questa espressione del pensiero umano che si dovrebbe partire. Come scrive chi crede? Cosa scrive chi crede? Come lo spartiacque della religione come ha influenzato le produzioni letterarie del Novecento, il secolo della psicanalisi?

Navigando nel secolo in cui “Dio è morto”, non si può far altro che mettere a confronto autori che credono e autori laici: una suddivisione netta che lascia il tempo che trova, ma che proprio per questo, deve essere smontata e ricomposta. Ed è questo quello che si farà in questo spazio tematico: un confronto “laico” tra testi e autori, senza pregiudizi di sorta o parteggiamenti. Quello che emergerà dai testi servirà come spunto di riflessione per comprendere la realtà in cui viviamo, a capire se il Novecento è davvero finito oppure se si è solo trasformato.

Quanti buoni cristiani e bigotti, ci sono fra i laici e i rivoluzionari del Novecento, o viceversa, quanti veri rivoluzionari ci sono tra i cristiani del nostro tempo? Riflettere sulla letteratura, cioè su come si attualizza e si rende pratico il pensiero degli uomini, può portare anche a riflessioni del genere.

Italo Svevo fa dire a Zeno Cosini: “Se credessi in Dio, non farei altro che pregare”: e ora che non c’è più? Chi ci crede ancora? Chi è che si ostina? Chi vuole credere ancora in Dio? Tocca fare tutto da soli?  Possiamo aver guadagnato dalla morte di Dio? Se è morto Dio, è morta anche la religione? Probabilmente no. Anzi, proprio perché Dio è morto, lo si deve cantare con più forza, la fede deve rinsaldarsi, l’unione con Dio ora può essere ancora più morbosa, in nome dello smarrimento della società contemporanea. Svevo ha avuto come maestro uno scrittore di origine cattolica, ovvero quel James Joyce che si era formato in seminario cattolico su testi di Tommaso d’Aquino e che teorizzava come epifanie i modi di manifestarsi dell’essere dentro i più trascurabili fenomeni quotidiani.

La morte di Dio, che è anche metafora della morte di un padre in cui credere, provoca in Svevo quella indifferenza che può chiamarsi nevrosi, male di vivere, male invisibile o oscuro. Come combattere quell’indifferenza? Forse non cercando Dio, che ormai non esiste, ma cercando l’originalità, l’originalità del pensiero, il rinnovamento laico, “cercando l’uomo”, per dirla alla Diogene.

Insomma, pensare una cosa nuova, logica, e crederci: questo pare che vogliano Palazzeschi, Gadda, Bontempelli, Alvaro e tanti altri. I laici possono benissimo avere fede nella scienza e nell’uomo, in un modo che non contrasta con la fede religiosa.

Il Novecento è il secolo dell’uomo al centro di tutto: e per “uomo” si intende anche il suo smarrimento, come ci rammenta T.S. Eliot nella sua Waste Land, che testimonia lo smarrimento dell’uomo contemporaneo privo del senso del sacro. In questo spazio tematico, dunque, si tenterà di tirare le fila di tutti questi spunti fin ora venuti fuori, confrontando chi ha creduto e chi no. Per tentare di capire cosa cambia e cosa resta uguale.

I narratori da considerare cattolici con ruolo di protagonisti sono effettivamente pochi: alla rinfusa, per dare una idea, contiamo, tra gli altri: Rebora, Ungaretti, Luzi, Pizzuto, Testori, Boine, Soldati, Buzzati, Pierro, Campanile, Turoldo, Bonura, Crovi, Pomilio.

Quelli che si sono sentiti abbandonati da Cristo, invece, sono molti di più. Alla rinfusa, per darne una idea, ecco quelli imprescindibili: D’Annunzio, Pirandello, Bontempelli, Marinetti, Soffici, Palazzeschi, Gadda, Montale, Svevo, Saba, Michelstaedter e Savinio. Possono bastare questi, ma ce ne sarebbero molti altri che sarebbe meglio scoprire man mano. Paradossalmente, se ci si pensa, senza di loro il Novecento sarebbe molto meno cristiano.

“A te, solo a te, io faccio sapere che non esisto”, fa dire Zavattini in dialetto emiliano a Dio apparso in sogno nel suo Totò il buono.

 

 

 

 

Amore e religione: il dramma di Gide in “Sinfonia Pastorale”

Da molti definito solo un “esercizio di stile”, la Sinfonia pastorale di André Gide probabilmente non ha mai goduto di una grande eco: trascurare un’opera del genere sarebbe però un grave errore. Scritto nel 1919, è la storia, raccontata in forma di diario, del rapporto tra un pastore protestante e una giovane ragazza non vedente. Tra le pieghe di questo diario-confessione, è facile scorgere l’intimo dell’autore: il suo travaglio religioso, la sua vita, le sue battaglie interiori che lo hanno contraddistinto.

Mi avete spesso detto che le leggi di Dio erano le stesse dell’amore”

L’amore che qui parla non è più quello che si chiama anche carità.

E per carità voi mi amate?

Sinfonia pastorale è un diario di conversioni, di amore, di pulsioni: da quando il pastore accoglierà nella sua abitazione la giovane ragazza non vedente, rimasta orfana, la sua vita non sarà più  la stessa. Gertrude è il nome che le assegneranno, visto che fino a prima aveva vissuto sola con una vecchia che non parlava e che l’ aveva sempre abbandonata nel suo abbrutimento. Ma ora Gertrude vive: il pastore le insegna a riconoscere il canto degli uccelli, le descrive paesaggi e visioni, le legge passi della Bibbia e del Vangelo. Gertrude ne rimane affascinata: “Ma la terra è davvero cosi bella come il canto degli uccelli?”.

Impara anche a suonare l’organo: la sinfonia pastorale è il componimento che le riesce meglio e che la ispira di più. Pretesto per il titolo dell’opera, si potrebbe pensare. In realtà non vuole essere cosi: le descrizioni che il pastore fa a Gertrude dipingono i paesaggi e visioni quasi bucoliche, idilliche, armoniose, che si uniscono in sinfonie. Questa sinfonia però non è destinata a durare: il figlio Jacques la frequenta nascostamente durante le lezioni di organo in chiesa. La ama, vuole sposarla, ma il pastore non può accettare la compromissione della castità di Gertrude: non sopporta che su di lei Jacques faccia pensieri impuri. Ma non è facile fermare un amore, anzi, sarà impossibile. Jacques è cristiano, tra le altre cose: da questo confronto, nell’animo del caparbio pastore protestante, si insinueranno tarli inaspettati, derivati proprio dalle letture del Vangelo e dalle discussioni con il figlio.

Jacques è sconfitto: costretto dal padre ad allontanarsi dalla figlia, è spedito lontano,mentre  Gertrude tornerà ad essere solo del pastore. Riprendono quindi le lunghe camminate, le lunghe descrizioni: ma ora Gertrude è cambiata. Vuole sapere se Jacques la amava davvero, se voleva sposarla: e con grande sorpresa, arriva a confessare il proprio amore per lo stesso pastore che la aveva presa in consegna: “Ci sono molte cose tristi, sicuramente, che non posso vedere, e che voi non mi raccontate. Preferisco sapere piuttosto che essere felice”. Ma non è solo questo che turba profondamente l’animo del pastore: “Gertrude, pensi che il tuo amore sia colpevole?” –  Risponde la donna: “Che il nostro amore, dico a me stessa che dovrei pensarlo: non ci si può amare al di fuori del matrimonio, i dettami religiosi sono chiari”.

Il calvario del pastore, tra pulsioni umane e sentimenti divini, va avanti, fino a far confondere le acque: “Signore, a volte mi pare di aver bisogno del suo amore per amarti”– dice il pastore,  interpretando in un certo senso il mistero della comunione d’amore tra l’uomo e Dio, l’amore tra uomo e donna come riflesso e partecipazione all’amore di Dio, quando Getrude si opera agli occhi. Le tornerà la vista: sarà ancora innamorata di lui? Non regge questo peso, soffoca, non trova risposte.

Il giorno del giudizio arriva. Gertrude vede e capisce che ama Jacques, al primo loro incontro: confessa al pastore che la prima cosa che ha visto, entrando in casa, è stato invece il peccato, il peccato di quell’ amore colpevole che aveva sbagliato a nutrire. Ora il buio si è dischiarato: vuole Jacques, vuole sposarlo.

Getrude comprende anche che lei è la causa del dolore di quelle due persone: non ne sopporta il peso. Si getta nelle acque di un vicino fiume, sarà poi ritrovata al vicino mulino. Getrude confessa al suo pastore, prima di morire, che il suo getto è stato voluto: ma prima di morire fa anche una altra azione. Insieme a Jacques decidono di convertirsi, di essere uniti in Dio per l’eternità: il padre-pastore capisce solo ora il male che le ha fatto, tendendola lontana dal suo vero amore, mentendole. Ora Getrude può  essere unita a Jacques per l’eternità, quando in vita non le è stato concesso.

Amore, carità cristiana, desideri, passioni, menzogne, c’è tutto questo in Sinfonia pastorale, c’è tutto questo nella vita di Gide, ci sono le proibizioni, il rigido costume puritano, le rigide regole da rispettare. Il cuore arido del pastore, incapace di piangere per la morte di Gertrude, è il fantasma che lo scrittore francese cerca di allontanare dalla sua coscienza.

 

 

André Gide, tra coraggio e prudenza

La vita di André Gide è lo specchio delle sue opere e del suo percorso di scrittore: cosa non scontata per molti suoi colleghi. Gide nasce a nel 1869 e vince il premio nobel nel 1947: pilastro della letteratura francese, la sua vita è stata caratterizzata da forti travagli interiori. Il suo percorso esistenziale è stato difficile, lungo, fatto di profonde cadute: “Gli spiriti non sottomessi sono il sale della terra e i responsabili di Dio”: queste sue parole sono forse quelle che più spiegano la sua complessità, complessità che ha donato interrogativi essenziali per chiunque legga le sue opere.

Sartre ne riconosceva il ruolo di protagonista, scrivendo a proposito di Gide:

“Coraggio e prudenza: quest’insieme ben dosato spiega l’interna tensione della sua opera. L’arte di Gide vuol creare un compromesso tra il rischio e la norma: in lui si equilibrano la legge protestante e l’anticonformismo dell’omosessuale, l’individualismo orgoglioso del grande borghese e il gusto puritano  del rispetto sociale”.

L’omosessualità di Gide tarderà moltissimo a uscire fuori: educato in una famiglia borghese e considerata da tutti austera, il giovane scrittore incontra ben presto problemi di relazione. La morale puritana della famiglia lo soffoca: un segno chiaro lo sono i continui richiami a quello che è il “vizio solitario”, ovvero la masturbazione. Nel suo caso il vizio non è tanto solitario, infatti sarà allontanato dalla scuola che frequenta proprio per questo motivo: il percorso formativo di Gide è difficile. La madre pensa di fargli da maestra, con delle lezioni private, per poi iscriverlo alla scuola di musica, dove studia pianoforte.

Frequenta anche corsi di filosofia, ma incorrendo in varie delusioni scolastiche. Una prima svolta della sua vita si registra quando si innamora della cugina Madeleine, se ne invaghisce quando la giovane parigina vive un momento difficile: trova l’amore perfetto quando ha solo 13 anni, come poi scriverà, o meglio, farà dire al suo alter ego nel suo primo romanzo Les cahiers d’André Walter. Romanzo che per lui “non è l’esordio, ma una summa”, una summa di sentimenti già a 21 anni, li mette nero su bianco traslando su carta il suo travaglio interiore con Madeleine. Amore spirituale e amore carnale, puritanesimo e carnalità: sono gli anni dei grandi travagli per Gide, sempre troppo in bilico tra stati d’animo opposti.

Reinterpreta il mito di Narcisso in Le traité du Narcisse: “Ogni cosa possiede, virtuale, l’intima armonia del suo essere. Il poeta è colui che guarda. E cosa vede? Il Paradiso”, scrive in questo “trattato”, dopo un incontro con Valéry. Decifrare i simboli per essere strumento di rivelazione, questo è il poeta per Gide.

Gide e Wilde

Nel 1891, a 22 anni, Gide incontra Oscar Wilde, ed è un incontro devastante. Scriverà a Valéry: “Wilde si impegna a uccidere ciò che mi resta dell’anima, sostiene che per conoscere un’essenza bisogna distruggerla: vuole che mi penta della mia anima”. Il fascino di Oscar Wilde spaventa il giovane Gide, gli fa affiorare pulsioni che soltanto molto dopo ammetterà a se stesso: il tema della sessualità distruttiva è affrontato dallo scrittore  in Le voyage d’urien, con moderni argonauti che incontrano in mare miraggi orientali, che diventano voluttuosi, ma sarà anche “il viaggio del nulla”. È questo il primo guitto di ribellione verso la sua educazione puritana, lanciarsi verso un mare sconosciuto, verso la libertà.

Il viaggio in Africa è un altro punto fondamentale per la sua vita: paesaggi, genti, nuove frontiere rinverdiscono un’anima troppo ripiegata tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In questo periodo scrive L’Africa e Paludes con richiami al mondo latino.
Quando muore la madre, Gide è pervaso da un vero senso di libertà e può finlamente liberare il sogno della sua adolescenza: sposare la cugina Madeleine. Con Les norritures terrestres supera la morale puritana e la logica del conflitto in virtù di spazi di “autonomia esistenziali”. Insomma Gide è cresciuto e ne è consapevole.

Si dedica anche a testi teatrali, come Saul, Philoctete, e ad un’opera sperimentale, Les Prométhée mal enchaine: una trasposizione del mito del Prometeo, un Prometeo che confessa che ora che ha liberato gli uomini, ama solo ciò che li ha divorati, cioè quella grossa aquila. Capovolgere il mito, dissacrare, è questo quello a cui è arrivata la sfrenata libertà di Gide.

Nell’ estate del 1900 scrive L’Immoraliste, una nuova tappa auto biografica: “Un giovane e distinto pederasta (sissignore!) prende coscienza della sua vocazione in seguito a una malattia”; basterebbe questo per far intuire le vette raggiunte da questo uomo, ormai, che si è deciso ad affrontare situazioni dissacranti e scabrose, rinnegando tutto quello che è stata la sua educazione puritana. Qui Gide si dichiara omosessuale, forse ama Oscar Wilde? Non è dato saperlo, ma dedicherà all oscrittore inglese, nel 1904 Oscar Wilde. In memoriam. Da qui inizia la crisi di Gide: i moralisti fanno capolino, lo stroncano, lui non regge. Si ferma, non scrive più, ma riesce a portare avanti la sua attività di critico letterario.

Lo scrittore francese riemerge con La porte étroite, in cui rievoca i difficili periodi che ha vissuto, richiamandosi al Vangelo di Luca, perché “passate dalla porta stretta, perché è ampia la porta che conduce alla distruzione, e molti ci entreranno, ma stretta è la porta che porta alla vita, e pochi ci entreranno”.
Seguiranno esericizi narrativi, volti all’impersonalità e a esplorare altri confini letterari e linguistici, come Isabelle e Les Caveus du Vatican.

L’avvicinamento al comunismo sovietico

Ma è nel 1917, a 48 anni, che Gide vede una svolta nella sua vita: si innamora del giovane diciassettenne Marc Alegret: questo gli costerà ovviamente il matrimonio con Madeleine; ne possiamo leggere traccia ne La symphonie pastorale. Il diritto all’esistenza autentica, è questo che Gide vuole manifestare al mondo. Ora Gide, soprattutto insieme a quelli che saranno i surrealisti francesi, è visto come un pericoloso eversore della morale: alle accuse, lo scrittore rivendica sempre una fiera schiettezza d’animo.
Il suo capolavoro più apprezzato ( tutte le sue precedenti opere sono andate incontro a insuccessi editoriali) è Les Faux-monnayers: un romanzo complesso, strutturato, con molti personaggi, è chiara una altissima consapevolezza letteraria e stilistica.

Con Voyage in Congo e Le retour de Chad, scritti durante il suo ritorno in Africa, Gide esprime le sue preoccupazioni per le tematiche sociali inerenti alla colonizzazione.
Gide poi si avvicina al comunismo sovietico, siamo  negli anni più caldi per l’Europa,partecipa a molte manifestazioni comuniste, va in Russia, si spende per la liberazione di prigionieri politici, ma poi rimane deluso dalla stessa ideologia che avea sposato. In Russia si rende conto che le condizioni di vita non sono come esattamente l’ideologia propugnava: allora scrive Retour de l’URSS, in cui prende le distanze dal comuniscmo e susciterà grande scalpore. Ma c’ è hi si chiede: “Gide è mai stato comunista?”

Durante la seconda guerra mondiale, Gide si tiene in disparte, è a Tunisi, occupata dai tedeschi, e poi ad Algeri. La sua ultima opera, Thesée, suona come un testamento:

“Mi è dolce pensare che dopo di me gli uomini si riconosceranno più felici. Per il bene dell’umanità futura, ho compiuto la mia opera. Ho vissuto”.

Nel 1947 riceve il premio Nobel per la letteratura e subito dopo, instancabile, parte per un nuovo viaggio in Africa, la terra che lo ha stregato per tutta la sua vita: morirà però nel 1951, in Marocco, a causa di una congestione polmonare.