‘Cronache quotidiane’ di Giuseppe di Matteo: un caleidoscopio dalle mille sfaccettature

Cronache quotidiane, edita da Les Flâneurs Edizioni, è l’ultima silloge poetica del giornalista barese Giuseppe di Matteo. A breve distanza da Frammenti di un precario, uscito nel 2019, di Matteo regala un nuovo scritto uscito il 18 maggio, quando ancora tutti erano rintanati a  casa a causa della pandemia.

 

Cronache quotidiane: Sinossi

Cronache quotidiane consta di 147 componimenti, in forma di frammenti.

L’emergenza Coronavirus ci ha costretti a restare a casa e a cambiare radicalmente le nostre abitudini. In tanti, com’era prevedibile, hanno cominciato a rimpiangere la loro vita (e il mondo) di prima. Ma si stava davvero meglio? E in che modo la quarantena forzata ci ha cambiati? Giuseppe Di Matteo prova a entrare nelle viscere del Belpaese e a raccontare ciò che vede lasciandosi guidare dalla scia dei suoi frammenti, strumento di cui da tempo non riesce più a fare a meno. E già prima della fine del viaggio si materializza un inquietante interrogativo: ne usciremo davvero migliori?

La pandemia, il dramma che ne è scaturito, l’isolamento, sono solo le premesse dalle quali il giornalista parte per costruire la sua antologia poetica. Il filo su cui viene intessuto l’intera raccolta è quello ermetico: frammenti brevi, a volte crudi e severi, ma intrisi di significati. “La sua poesia rappresenta un ermetismo 2.0 dallo stile elegante, garantendo la continuità con la tradizione degli Ungaretti e dei Quasimodo scrive Annibale Gagliani nella prefazione al libro.

 

Era l’Italiain cui non si usciva più.

Ogni tanto incontravo

un uomo in fuga

con la spesa della sua prigione.

 

Tutto andrà bene

come una preghiera

la mattina presto

e un bacio di caffè

sulla guancia del giornale.

alla poetessa autrice del primo post it “Tutto andrà bene”

 

Attaccata al tuo camice in trincea

è la vita di un pianto

e di un gioco da bambini

di tutti noi.

all’infermiera di Cremona, stremata dal sonno dei giusti, con riconoscenza

 

I versi sullo scrittore non sono circoscritti solo intorno a questo periodo storico. Leggendo la raccolta si ha l’impressione di guardare all’interno di un caleidoscopio. Come lo strumento ottico, anche Cronache quotidiane è un avvicendamento di luci, colori ed immagini diverse.

Tra le pagine ci si imbatte in riflessioni sul razzismo, morti sul lavoro, sfruttamento dei lavoratori, violenza, caporalato, migranti, ipocrisia di guarda ma non agisce e menefreghismo di chi governa. Virus altrettanto fatali per il nostro animo e nocivi per la nostra terra che ormai ospita creature inumane.

“Non cerca scorciatoie, Di Matteo: va dritto al centro del dolore, delle storie, dando voce agli invisibili, ai dimenticati, agli emarginati. La sua è una poesia civile. Dura, coraggiosa, necessaria. Giuseppe di Matteo non smette di essere cronista nelle sue vesti di poeta. Si immerge nell’attualità e ci offre il suo sguardo, attento, severo, dolce, spietato, sulle vicende di ogni giorno. Su questo tempo presente, in cui ci sentiamo tutti coinvolti e smarriti” scrive Darwin Pastorin nella postfazione

E quando si ha l’impressione di essere entrati in un vortice di pessimismo, degli spiragli di speranza si aprono al lettore, come la cura più efficace: la poesia:

 

Parlare con la carta

il mio rito più sano.

E poi fuggire

da un mondo che uccide

con parole di pietra

che hanno smarrito il confine.

Entrate in libreria

uno alla volta

e saccheggiatela

con quegli occhi di fame

che avete dimenticato.

 

la cultura;

Entrate in libreria

uno alla volta

e saccheggiatela

con quegli occhi di fame

che avete dimenticato.

 

e l’Amore:

Niente baci

abbracci, strette di mano

incontri nei luoghi affollati.

Su un lembo di terra

intanto si spara: l’Europa

si è ammalata. E non esiste

vaccino, se non l’Amore.

 

E come se lo scrittore nel mettere nero su bianco le sue riflessioni avesse soffiato sulla pagina regalando cristalli: pietre che ogni lettore raccoglierà e dove specchiandosi ritroverà un po’ di sé: “Non vi stancherete mai. Perché ci siete voi, ci siamo tutti noi in questi limpidi e taglienti versi. È questo il compito della poesia: raccontarci la vita in ogni suo spigolo, in ogni sua sfumatura, deve confortarci, essere arte maga, ma anche farci del male, colpirci alla bocca dello stomaco, nel cuore, deve lasciarci cicatrici per farci comprendere e rinascere” aggiunge Pastorin.

 

https://www.lesflaneursedizioni.it/product/cronache-quotidiane/

Luigi Pirandello: studi onomastici intorno ad ai personaggi di Mattia Pascal, Adriano Meis e Vitangelo Moscarda

Luigi Pirandello è uno degli autori italiani a quali sono stati dedicati innumerevoli studi di onomastica letteraria negli ultimi anni. L’Onomastica è il ramo della Linguistica che si occupa di studiare gli antroponimi ossia i nomi propri di persona.  La scelta onomastica affonda le sue radici nella poetica pirandelliana, nel suo relativismo, nel pedissequo contrasto tra forma e realtà e tra persona e personaggio.  L’uomo moderno è investito da una profonda crisi d’identità. L’autenticità della vita è costantemente messa a rischio dai meccanismi sociali che imprigionano l’uomo in una rete di convenzioni ed infigimenti e gli impongono l’identità fittizia di una maschera. Due sono le maschere: una indossata da noi e l’altra imposta da chi ci osserva. Da uno si diventa centomila e infine nessuno. Si smette di essere persona e ci si confina ad essere personaggio con una propria forma che si ripete indefessamente fino a giungere alla completa disgregazione dell’io. Il nome è tutto soprattutto quando si è convinti di vivere come personaggi.

Luigi Pirandello e l’importanza di chiamarsi

Per Luigi Pirandello il sistema onomastico è un gioco antinomico tra il nome proprio della persona e il nome letterario del personaggio. Luigi Sedita scrive “Il nome, anche per Pirandello, rappresenta la persona e la rimemora, ma sarà una persona diversa secondo i ‘centomila’ che le si rapportano e ne frantumano l’unità vanificandola in un angoscioso ‘nessuno’. Il segno onomastico conferisce certezza anagrafica al portatore, ma incapace di trasmettere il mondo «indiviso e pur vario» dello spirito, implica una dispersione esistenziale e pesa come un ingombro alienante. Se è dubbio che il nome proprio riassuma intera la persona, certamente quello letterario per Pirandello rappresenta invece il personaggio: il quale, però, dissentendo dall’autore, non sempre vi si riconosce.” Questa antinomia affonda le sue radici nello archetipo del Cratilo Platonico: Cratilo sosteneva che i nomi non venissero attribuiti per convenzione bensì che fossero collegati all’intima natura della cosa designata. Pirandello abbraccia in toto la riflessione cratiliana e ne fa un baluardo per le denominazioni dei suoi personaggi. L’interesse nei confronti dello scrittore novecentesco è sicuramente alto soprattutto perché ogni nome   assume riflessioni antropologiche, metalinguistiche e psicologiche.

L’attribuzione del nome è l’atto primario per la nascita del personaggio alla luce dell’arte, la certificazione della sua esistenza in vita, ma anche l’atto di riconoscimento e di affiliazione da parte dell’autore” precisa Sedita.

Nel coniare un nome o riadattandone uno esistente Luigi Pirandello compie una sorta di codificazione o ricodificazione, lasciando al lettore il compito della decodificazione. Il lettore deve scomporre, analizzare, scandagliare e riflettere. Nessun nome è casuale ma reca in sé un messaggio tutto da scoprire.

Mattia Pascal e Adriano Meis

Mattia Pascal è il protagonista del romanzo il Fu Mattia Pascal ma anche il personaggio a cui Pirandello si ispira per scrivere L’uomorismo. Luigi Pirandello nella premessa del Fu mattia Pascal scrive:

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

— Grazie, caro. Questo lo so.

— E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

Le interpretazioni onomastiche circa questo nome sono svariate. La prima, più semplice, ci viene suggerita dal Pirandello attraverso le parole di Roberto Pascal, fratello di Mattia: «Mattia, l’ho sempre detto io, Mattia, matto… matto! Ma no! Matto!». E quanto al cognome, esso è identico a quello di Théophile Pascal, uno degli autori teosofici del signor Paleari, l’affittacamere del romanzo.

L’altra è più peculiare e affonda la sua origine nei testi sacri. Il nome e il cognome Mattia Pascal sono collegati con il tema della Resurrezione. Mattia, negli Atti degli Apostoli (I, 15-26), è il seguace di Cristo che, dopo il tradimento di Giuda, «fu associato agli undici apostoli» come testimone della Resurrezione. Il cognome Pascal rimanda alla Pasqua e alla Resurrezione. Nome e cognome ribadiscono l’ansia di resurrezione del personaggio.  Ad un certo punto Mattia desidera cambiare identità. Per attuare il suo disegno di palingenesi è costretto a cambiare nome:

Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito da poche ore da Alenga per Torino.

Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente d’iconografia cristiana, in cui si dimostravano entrambi molto eruditi, per un ignorante come me.

Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, oppressa da una folta e ruvida barba nera, pareva provasse una grande e particolar soddisfazione nell’enunciar la notizia ch’egli diceva antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da non so chi altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo.

Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente con la sua aria da ispirato.

— Ma sì, ma sì, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo d’Alessandria! Sicuro, Cirillo d’Alessandria arriva finanche ad affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini!

L’altro, ch’era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena, col collo lungo proteso come sotto un giogo sosteneva invece che non c’era da fidarsi delle più antiche testimonianze.

— Perchè la Chiesa, nei primi secoli, tutta volta a consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo ispiratore, si dava poco pensiero, ecco, poco pensiero delle sembianze corporee di lui.

A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due statue della città di Paneade, credute immagini di Cristo e della emorroissa.

— Ma sì! — scattò il giovane barbuto. — Ma se non c’è più dubbio ormai! Quelle due statue rappresentano l’imperatore Adriano con la città inginocchiata ai piedi.

Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua opinione, che doveva esser contraria, perchè quell’altro, incrollabile, guardando me, s’ostinava a ripetere:

— Adriano!

— …Beroníke, in greco. Da Beroníke poi: Veronica…

— Adriano! (a me).

— Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura probabilissima…

— Adriano! (a me).

— Perchè la Beroníke degli Atti di Pilato…

— Adriano!

Ripetè così Adriano! non so più quante volte, sempre con gli occhi rivolti a me.

Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo nello scompartimento, m’affacciai al finestrino, per seguirli con gli occhi: discutevano ancora, allontanandosi.

A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese la corsa.

— Chi lo dice? — gli domandò forte il giovane, fermo, con aria di sfida

Quegli allora si voltò per gridargli:

— Camillo De Meis!

Mi parve che anche lui gridasse a me quel nome, a me che stavo intanto a ripetere meccanicamente: — Adriano… — Buttai subito via quelde e ritenni il Meis.

— Adriano Meis! Sì… Adriano Meis: suona bene…

Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio alla finanziera che avrei dovuto portare.

— Adriano Meis. Benone! M’hanno battezzato.

 

Sul piano onomastico Mattia Pascal e Adriano Meis sono riconducibili alla figura di Cristo. Nel romanzo si assiste ad una duplice mancata resurrezione il progetto di Mattia Pascal di rinascere in Adriano Meis e la reincarnazione di Adriano in Mattia. Mattia inizialmente è una persona reale ma alla fine il protagonista non è né Mattia né Adriano ma un uomo vuoto, senza identità. Un’ombra imprigionata in una vita senza nome. Il fluire onomastico va dal nome proprio di persona al nome letterario del personaggio e viceversa e nel finale tutto si frantuma a favore di un completo sradicamento dalla realtà e uno sgretolamento dell’io: “L’ombra di un morto ecco la mia vita rifletteva aggiungendo: Ma sì! così era! Il simbolo, lo spettro della mia vita era quell’ombra. Ecco quel che restava di Mattia Pascal, morto alla stià: la sua ombra”

 

Vitangelo Moscarda

Luigi Pirandello in una lettera a Bontempelli del 26 maggio 1910 scriveva: «Se sapesse in quale tetraggine io mi sento avviluppato, senza più speranza di scampo! Lo vedrà dal mio prossimo romanzo: Monarda – Uno, nessuno e centomila». Monarda, dunque, doveva essere il nome del protagonista del romanzo. Dal greco mónos ‘solo, unico’ e il suffisso con valore negativo –arda. Un antroponimo che in maniera lapalissiana suggeriva la disperata aspirazione di chi vuol sentirsi “Uno”, ma si scopre “Nessuno” perché angosciosamente “Centomila” per gli altri.

Forse proprio questa immediata corrispondenza aveva spinto Luigi Pirandello a sostituire Monarda con Moscarda. Alcuni in questo cognome leggono lo pseudonimo dell’autore Luigi Pirandello che negli ultimi versi della raccolta Fuori di chiave si era identificato con “mosca senz’ale”. L’altro riferimento è sicuramente all’insetto mosca. Il cognome Moscarda acconto al nome Vitangelo innesca un meccanismo antinomico, un onomastico sentimento del contrario: l’ossimorica corrispondenza –angelo, figura angelica librata del nome e l’insetto Mosca, imprigionato nel cognome. Lo stesso Vitangelo Moscarda si riferisce al suo cognome in questi termini:

“Il nome, sia: brutto fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e il dispetto del suo aspro fastidio ronzante.
Non aveva mica un nome per sé il mio spirito, né uno stato civile: aveva tutto un suo mondo dentro; e io non bollavo ogni volta di quel mio nome, a cui non pensavo affatto, tutte le cose che mi vedevo dentro e intorno. Ebbene, ma per gli altri io non ero quel mondo che portavo dentro di me senza nome, tutto intero, indiviso e pur vario. Ero invece, fuori, nel loro mondo, uno – staccato – che si chiamava Moscarda, un piccolo e determinato aspetto di realtà non mia, incluso fuori di me nella realtà degli altri e chiamato Moscarda”.

Da questo passo di Uno nessuno e centomila appare chiaro di come Vitangelo non si riconosca nel cognome che porta. E questo è solo il primo passo che lo condurrà al completo straniamento che avverrò alla fine della narrazione:

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita.

Viatangelo Moscarda come Mattia Pascal riconoscono la non giustezza del loro nome perché incongruente con il loro mondo e la loro anima. All’anticratilismo dei personaggi si oppone il cratilismo dello scrittore per il quale il legame tra personaggio e nome resta indissolubile.

Questi sono solo due dei personaggi pirandelliani presi in esame per l’analisi onomastica ma tutte le opere di Luigi Pirandello sono costellati da una copiosa quantità di nomi, tutti diversi tutti portatori di significati alla ricerca del lettore più curioso e capace di scoprirli. Luigi Pirandello è capace di solleticare l’attenzione: in un perenne gioco di specchi rimette sempre tutto in discussione, sradicando le nostre certezze e trascinando il lettore nell’alveo di una proficua ambiguità, delegando al lettore la possibilità di sciogliere tutti gli enigmi. L’autore non smette mai di offrire punti di vista sempre inediti e questo non solo gli conferisce una disarmante ed infinità attualità ma risponde all’assunto della Letteratura, l’inesauribile arte di raccontare.

 

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Al via la mostra ‘Impressionismo tedesco. Liebermann, Slevogt, Corinth dal Landesmuseum di Hannover’ da domani ad Aosta

Parte domani la mostra Impressionismo tedesco. Liebermann, Slevogt, Corinth dal Landesmuseum di Hannover. L’esposizione aperta al pubblico ad Aosta sarà visibile fino al 25 Ottobre, presso il Museo Archeologico Regionale di Piazza Roncas.

Il progetto espositivo inedito viene proposto per la prima volta in Italia ed è il frutto della collaborazione istituzionale tra la Struttura Attività espositive e promozione identità culturale della Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta e il Landesmuseum di Hannover (Germania), che vanta una delle collezioni di Arte tedesca dell’Ottocento e del Novecento tra le più celebri al mondo.

La mostra, curata da Thomas Andratschke, responsabile della sezione “Nuovi maestri” del Landesmuseum di Hannover, e da Daria Jorioz, storica dell’arte e dirigente della Regione autonoma Valle d’Aosta, si pone l’obiettivo di raccontare la storia dell’evoluzione dell’Impressionismo tedesco attraverso una prestigiosa selezione di dipinti, opere grafiche e sculture, provenienti dal Landesmuseum di Hannover e per la maggior parte mai esposti al di fuori della Germania.

Leonhard SANDROCK, Piroscafo nel cantiere navale, 1911, olio su tela (© Landesmuseum Hannover)

L’esposizione dei capolavori di Liebermann, Slevogt e Corinth rappresenta un’occasione unica di indagine, studio e valorizzazione di importanti artisti, poco noti al pubblico italiano ma di grande interesse, tenuto conto del fatto che gli Impressionisti tedeschi hanno spesso ritratto la natura e i paesaggi italiani. Partendo dal rapporto con l’Impressionismo francese, la mostra si sviluppa in ordine cronologico su tre aree tematiche: la prima sezione accoglie i pionieri della pittura paesaggistica tedesca fino al 1890, la seconda propone i capolavori dei tre più celebri Impressionisti tedeschi, Max Liebermann, Max Slevogt e Lovis Corinth, mentre la terza sezione presenta i loro successori, gli altri esponentidell’Impressionismo tedesco attivi fino al 1930.

L’impressioniamo: il movimento artistico e le nuove tecniche pittoriche

L’Impressionismo è la prima corrente artistica internazionale nella storia dell’arte europea, sorta in Francia intorno al 1870, che ebbe alla fine del secolo una grande diffusione negli altri paesi europei, in particolare in Germania, Belgio, Inghilterra e influenze significative anche sull’arte italiana. Con colori lucenti e passaggi di pennello leggeri e frammentati, l’impressionismo francese si oppone al cupo formalismo della pittura accademia ottocentesca.

La pittura impressionista tende al vero e si allontana dalla riproduzione di personaggi e scene storiche. Gli impressionisti percepiscono la realtà come qualcosa di mutevole. È proprio questo aspetto ad incuriosirli maggiormente. L’immagine che si presenta all’occhio impressionista, è determinata dalla forma dell’oggetto che stiamo osservando ma soprattutto dalla luce che lo colpisce. Le condizioni di luce, però, a secondo della giornata, stagione o condizione meteorologica, variano  così come l’impressione visiva.

Nasce dunque l’esigenza di una nuova tecnica pittorica rapida ed immediata per fissare sulla tela quell’immagine che rischia di dissolversi nel tempo. Niente più bozzetti su carta, disegni preparatori sulla tela e contorni precisi delle cose. A farla fa padrone è il colore non mescolato, steso direttamente sulla tela con rapidi tocchi, con pennellate veloci e apparentemente poco precise.Il pittore dell’Impressionismo si mette personalmente di fronte al soggetto che vuole rappresentare.  Già a partire dal 1820 molti artisti abbandonano il chiuso dei loro atelier per dipingere la realtà en plein air, a stretto contatto con la natura.

Le sezioni della mostra

In Germania le origini del movimento impressionista sono individuabili nella pittura realistica di paesaggio, la “realistische Freilichtmalerei”, che contrasta il gusto conservatore dominante all’interno del regno tedesco dell’imperatore Guglielmo di Prussia (“Kaiser Wilhelm”).

La prima sezione della mostra  analizza proprio la tradizione realistica della pittura di paesaggio in Germania tra il 1828 e il 1890, presentando opere dei pionieri dell’Impressionismo tedesco, quali Carl Blechen, Franz Lenbach e Hans Thoma.

Dal 1901 nell’ambito della Secessione di Berlino, Liebermann, Slevogt, Corinth sfidano la corrente accademica dominante. Nella veste di “pittori incisori”, Liebermann, Slevogt, Corinth, seguendo l’esempio dei francesi “Peintre-Graveurs”, diventano i maggiori rappresentanti dell’Impressionismo in Germania. Questo passaggio epocale viene presentato in mostra nella seconda sezione grazie ad una pregiata selezione di opere dei tre famosi artisti e degli altri paesaggisti tedeschi che aderiscono convintamente all’Impressionismo fino al suo definitivo declino con la fine della Repubblica di Weimar e la nascita del movimento artistico della “Nuova Oggettività” (“Neue Sachlichkeit”).

Max SLEVOGT, Il pittore a Capri, 1889, olio su cartone (© Landesmuseum Hannover)

Alla fine del XIX secolo artisti specializzati nella pittura di paesaggio di tutta Europa si trasferiscono in campagna e fuori dai centri urbani. Nello stabilirsi in luoghi ritenuti “pittoreschi”  creano vere e proprie colonie di artisti, che fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale sono presenti in tutta l’area della Mitteleuropa. Tra le più famose ci sono la colonia francese di Barbizon, quella di Skagen in Danimarca e di Worpswede nella Bassa Sassonia.

Tra i fondatori della colonia tedesca di Worpswede, compaiono i nomi di Otto Modersohn e Hans am Ende. Accanto a questi pittori, nella terza sezione della mostra vengono presentate le opere di altri artisti significativi, tra cui l’Impressionista bavarese Max Feldbauer, Henrich von Zügel di Monaco di Baviera, Philipp Klein di Mannheim e lo scultore August Gaul.

Philipp KLEIN, Sulla spiaggia di Viareggio, 1906, olio su tela (© Landesmuseum Hannover)

La mostra di Aosta Impressionismo tedesco è corredata da un catalogo bilingue italiano-francese, riccamente illustrato, contenente i testi critici di Thomas Andratschke e Daria Jorioz, edito da Silvana Editoriale.

 

Per info e costi:

-Regione autonoma Valle d’Aosta. Assessorato del Turismo, Sport, Commercio, Agricoltura e Beni   culturaliSoprintendenza per i beni e le attività culturali.Struttura Attività espositive.  Tel. 0165.275937; u-mostre@regione.vda.it

-Museo Archeologico Regionale: tel. 0165.275902; http://www.regione.vda.it

Biglietti: Intero 6 euro, ridotto 4 euro. Ingresso gratuito per i minori di 18 anni.

Tessera Abbonamento Musei Piemonte / Valle d’Aosta. Abbonamento con la mostra Memorie di terra al Centro Saint-Bénin di Aosta dal 7 agosto al 29 novembre 2020: 10 euro intero, 6 euro ridotto

Orario di apertura: tutti i giorni, dalle 9.00 alle 19.00.

 

 

‘Quel poco che basta’ di Samuela Pierucci: un romanzo da meditazione

Quel poco che basta, edito da Intrecci Edizioni, è l’ultima pubblicazione di Samuela Pierucci. La scrittrice è originaria di un piccolo paese toscano, vive oggi a Sesto Fiorentino e lavora come anestesista all’Ospedale Careggi.  La sua opera prima Vuoto fino all’orlo, edita dalla stessa Intrecci, risale al 2016.

“Siamo nati nel 2015, grazie alla volontà di Lucia Pasquini e alla sua passione per l’editoria e la letteratura. Il nostro team è composto da persone con esperienza decennale in questo settore. Proprio la nostra esperienza e il confronto con altre realtà editoriali ci ha portato ad elaborare un nuovo progetto, analizzando ciò che nel mondo editoriale non ci piaceva proprio. Da lì siamo partiti. Siamo un editore con idee nuove ma soprattutto con la voglia di ascoltare ciò che gli autori e in particolare i lettori hanno da dirci, perché ascoltandoli e coinvolgendoli potremo riuscire a cogliere tutta la forza che un  libro può sprigionare”, così si presenta la casa editrice Intrecci Editori che ha pubblicato anche il secondo romanzo della scrittrice.

All’origine di Quel poco che basta c’è il credo “Tutto è collegato” – dalle microstorie alla macrostoria.

 

Quel poco che Basta: Sinossi

Quel poco che basta esce sul mercato editoriale il 17 Febbraio 2020.

 

Sono morto tre anni fa. Ricordo tutto perfettamente, tra l’altro. Non proprio i particolari precisi, a essere sincero, ma le circostanze sì, quelle le ho presenti. Era una ragazza esile, con la pelle chiara e giusto un’idea di abbronzatura. Correvano i primi giorni di maggio e cominciavano le giornate lunghe e calde. La primavera ronzava appesa a grappoli di glicine,   nell’aria si stipavano vapori di insettucoli volanti. Il sole arrivava a mazzi, tagliente, tra le foglie nuove, con le ombre marcate della prima sera che ingigantivano tutto. La ragazza si chiamava Nada, ventitré anni precisi, portava uno zaino da montagna scuro, di quelli tecnici con gli spallacci imbottiti. Lo aveva comprato parecchi anni prima, ci aveva fatto svariati viaggi. Se lo era portato carico di vestiti di ricambio, poche cose per l’igiene personale e piccole porzioni di cibo, perlopiù barrette e frutta secca, oltre all’immancabile borraccia. Amava camminare in montagna. Era una sua precisa, pungente necessità. Quella volta, però, era tutto molto diverso.

 

Quel poco che basta è la tragica storia, raccontata in chiave ironica, dell’amore e del fallimento di due ragazzi in cerca del proprio posto nel mondo. Seba e Nada si lanciano in un progetto di vita sballato e inciampano nel destino. Le loro vicende personali, le loro scelte, in apparenza leggere, e i loro fragili sentimenti di giovani innamorati si rivelano strettamente intrecciati, loro malgrado, alla Storia con la s maiuscola. Quella dell’Undici Settembre che ha cambiato il volto del mondo e che contribuisce, in questa narrazione dall’impostazione teatrale, a mettere un prematuro punto al programma semi-rivoluzionario di due esistenze insoddisfacenti.

“Ho scritto questo libro in un momento non facile della mia vita. Presa da mille impegni, piena di dubbi su alcune scelte fatte, stanca. L’ho scritto di getto, è stato terapeutico e liberatorio. Ho riflettuto su un periodo passato, sui miei 23 anni, in cui tutto sembrava possibile benché talora doloroso e difficile da realizzare. Nel mese di Settembre del 2001 ero stata in Brasile per un mese di esperienza di volontariato: mi si era spalancato davanti un orizzonte nuovo, un ventaglio di possibilità. Volevo parlare di quel tumulto di emozioni e pensieri provato nei giorni in cui un altro tumulto scuoteva il mondo con il crollo delle Torri Gemelle, l’attacco all’Occidente con le sue paure globali. Volevo intrecciare esperienze vissute e immaginate, amore e morte, unione della storia raccontata sui libri e della storia che si vive ogni giorno” – ha dichiarato l’autrice.

Quel poco che basta tratta di temi molto cari alla scrittrice toscana: la fuga come possibilità, il libero arbitrio e la sua inscindibilità con il destino. Il titolo riprende un modo di dire stravolto conferendogli un significo diverso: non è quel tanto che basta, ma quel poco, ed in questa differenza sta il senso degli eventi narrati.

“Da amante del vino lo definirei un libro da meditazione: va letto lentamente, assaporato, va fatto scaldare. È un libro breve ma denso, a cui devo molto” Ha concluso Samuela Pierucci.

https://www.intrecciedizioni.it/prodotto/quel-poco-che-basta/

 

‘Gli Eletti’: la nuova collana della casa editrice Alter Ego per riscoprire le pietre miliari e libri meno conosciuti della letteratura

Gli Eletti è una delle collane proposta dalla casa editrice Alter Ego. Alter. La casa editrice è stata fondata nel 2012 a Viterbo da Danilo Bultrini e Luca Verduchi ed è specializzata nella pubblicazione di narrativa. Attiva inizialmente sul territorio della Tuscia e del Lazio, dal 2014 ha esteso il proprio raggio d’azione a tutta l’Italia, ed è distribuita a livello nazionale. Dal 2020 la casa editrice ha aperto alla pubblicazione di autori contemporanei stranieri.

I romanzi di Alter Ego raccontano gli uomini e le donne di oggi, noi, la nostra società. Particolare attenzione viene riservata al tema del “doppio”.  Una ricerca sapientemente condotta attraverso le molteplici collane: Specchi, Spettri, Egonomia  e Crocevia. Le prime contengono generi  che spaziano dal romanzo di formazione al romanzo psicologico, passando attraverso il distopico il romanzo umoristico, fino ad arrivare al giallo e al thriller. In Crocevia, invece, trovano spazio alcune proposte che si discostano dal resto del catalogo. Insomma, pubblicazioni dai mille sapori capaci di accattivare i gusti di qualsiasi lettore.

Oltre ad editare nuovi talenti la casa editrice, fin dalla sua fondazione, si è proposta di indagare nel panorama culturale internazionale riscoprendo le gemme dimenticate della letteratura. Da questo presupposto nasce gli Eletti: capolavori della letteratura italiana e internazionale in formato economico e tascabile. La collana valorizza i classici intramontabili del panorama letterario, riproponendoli in una veste completamente originale.

La grande attenzione alla cura editoriale del progetto – grazie alla consulenza letteraria di Dario Pontuale – la grafica ricercata e le traduzioni inedite  rendono gli Eletti unici e collezionabili.

Nel catalogo sono presenti le Pietre Miliari, immancabili nelle librerie di un lettore, come Alice nel paese delle meraviglie, Attraverso lo specchio, La sirenetta e Canto di Natale. Ma non mancano le Gemme, perle dimenticate o introvabili dell’opera letteraria delle grandi penne del passato: I racconti di viaggio di Charles Dickens, La cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti e racconti di Guy De Maupassant, Robert L. StevensonHonoré de Balzac, Edgar Allan Poe, Luigi Capuana e tanti altri. Questo  consente di far conoscere ai lettori, a partire dai giovanissimi, i grandi autori al di là dei loro romanzi più famosi.

Per consultare la collezione completa: http://www.alteregoedizioni.it/gli-eletti/

Ad aggiungersi alla già ricca collana sono altri due titoli: L’informatore di Joseph Conrad e I morti di James Joyce.

 

Gli Eletti e le new entry: L’informatore di Conrad e I morti di Joyce

Fresco di pubblicazione, inserito nel catalogo, è  l’Informatore di Joseph Conrad:

Ambientato nell’Inghilterra vittoriana del 1908 il racconto ha come sfondo il microcosmo dei circoli anarchici, di cui l’autore si prende sistematicamente gioco. Spie, doppiogiochisti, anarchici cinici,  anarchici convinti e finti anarchici sono i protagonisti di questa commedia nera. Il narratore si trova così immerso nel racconto di una vicenda sporca, intricata, dove il signor X racconta dei suoi sforzi per scoprire l’identità del viscido delatore che si nasconde tra le fila di  un gruppo di anarchici londinesi e che ne sabota sistematicamente i piani. Un racconto che parla di ideali traditi, di significati sfuggenti, di maschere e pose, della fine di un’era e dell’inizio di un’altra. Un racconto che si racconta da sé, fin dal titolo: L’informatore – un racconto ironico.

 

L’altra new entry è I morti di James Joyce.

In questo ultimo, breve e stupendo racconto della raccolta Gente di Dublino, e come in tutti i precedenti, i personaggi di James Joyce rinunciano ai sogni e alle illusioni. “Era venuto per lui il momento di andare a ovest”, scrive Joyce: dove si trova Michael Furey, dove si trovano i morti e il loro ricordo. Nel racconto i coniugi Gabriel e Gretta si rendono conto che il presente è inscindibile dal passato, così come i vivi sono inscindibili dai morti.

Accanto agli Eletti c’è anche Gli Eletti XL che vanta titoli come Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, Il primo fuoco e altre novelle di Gabriele D’annunzio e le Lettere d’amore tra Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti.

La Casa editrice Alter ego è infinitamente sorprendete, nuovi progetti si stagliano all’orizzonte.  Tante sono le novità di prossima pubblicazione: un testo di Pavese, un racconto Fitzgerald, una selezione di racconti di Lovecraft e la raccolta di racconti popolari Nani e folletti dell’antropologa Maria Savi Lopez.

Un appuntamento importante è fissato a settembre 2020 per la collana di narrativa contemporanea straniera. In arrivo il primo titolo di un’autrice canadese, pluripremiata e mai tradotta in Italia, dedicato alla vita di Emily Dickinson.

Proprio la citazione della Dickinson “A tutti è dovuto il mattino, ad alcuni la notte. A solo pochi Eletti, la luce dell’aurora“ è stata scelta dalla casa editrice Alter ego per presentare al pubblico la loro nuova collana.

 

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Addio a Carlos Ruiz Zafón: le 10 più belle frasi del capolavoro ‘L’Ombra del vento’

Carlos Ruiz Zafón è stato un scrittore catalano. Nato a Barcellona nel 1964 si è spento ieri a Los Angeles all’età di 55anni.

Già sceneggiatore, autore di libri per ragazzi, copywriter e direttore creativo lo scrittore si rimette nuovamente in gioco nel 2001. Questa volta nel mondo della narrativa degli adulti, esordendo con il romanzo L’ombra del vento, intriso di gotico, mistero ed intrigo. Il libro scala i vertici delle classifiche letterarie, diventando ben presto un best seller.

Il successo  consacra Carlos Ruiz Zafón nel mondo dell’editoria e nel cuore di molti lettori. Autore spagnolo più letto dopo Cervantes, Zafón, attraverso artifici narrativi catapulta il lettore nel magico e ammaliante mondo dei libri e della letteratura. Ed è proprio questa la sua più grande eredità.

L’ombra del vento ha venduto oltre 15mila copie in tutto il mondo, più di un milione solo in Italia. Da qui nasce è nata una quadrilogia intitolata Il Cimitero dei libri dimenticati, che dopo L’ombra del vento è proseguita con Il gioco dell’angelo (2008), Il prigioniero del cielo (2012), concludendosi con Il labirinto degli spiriti (2016), tutti editi da Mondadori e tradotti da Bruno Arpaia.

Una mattina il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all’oblio. Daniel viene attratto dalla copertina di un libro intitolato L’ombra del vento di Julian Carax, un autore sconosciuto. Da quel momento comincia ad appassionarsi sempre di più alla storia. Il ragazzo viene catturato dalla storia e vuole assolutamente avere maggiori notizie sull’autore. Comincia ad indagare dapprima in biblioteca e poi in maniera più profonda attraverso viaggi. Le frenetiche ricerche condurranno il protagonista in atmosfere misteriose ed intrigati labirinti. La vita di Daniel e quella del protagonista del suo libro si intrecciano irrimediabilmente portando a galla numerosi parallelismi. La narrazione si snoda in una Barcellona, ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e al contempo quella cupa del dopoguerra.

Attraverso l’espediente narrativo, la trama mescola fantasy, realismo ed elementi del giallo. Un romanzo storico, una tragedia d’amore che ricorda il feuilleton ottocentesco sapientemente modernizzare da Zafón.

Un caso editoriale che ha proclamato Carlos Ruiz Zafón una delle voci più significative della narrativa internazionale, destinato a stregare chiunque intercetti le sue pagine. Un romanzo in cui i bagliori di un passato angosciante si riflettono sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.

 

1 “Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della propria mediocrità” 

2 “Quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro si perde nell’oblio, noi, custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno”

3 “Ogni libro, ogni volume possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza”

4 “Ignoravo il piacere che può dare la parola scritta, il piacere di penetrare nei segreti dell’anima, di abbandonarsi all’immaginazione, alla bellezza e al mistero dell’invenzione letteraria” .

 5 “Quel libro mi ha insegnato che la lettura può farmi vivere con maggiore intensità, che può restituirmi la vista. Ecco perché un romanzo considerato insignificante dai più ha cambiato la mia vita” .

6 “La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L’idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all’istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione. Si sente orgoglioso in quanto può rompere le palle, con licenza parlando, a tutti coloro che considera diversi, per il colore della pelle, perché hanno altre opinioni, perché parlano un’altra lingua, perché non sono nati nel suo paese o, come nel caso di don Federico, perché non approva il loro modo di divertirsi. Nel mondo c’è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti”. 

7 “In genere il destino si apposta dietro l’angolo, come un borsaiolo, una prostituta o un venditore di biglietti della lotteria, le sue incarnazioni più frequenti. Ma non fa mai visita a domicilio. Bisogna andare a cercarlo” .

8 “Nulla succede per caso, non credi? Tutto, in fondo, è governato da un’intelligenza oscura. Il tutto fa parte di qualcosa che non riusciamo a intendere, ma che ci possiede” .

9 “Non volevo abbandonare la magia di quella storia né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti. Un giorno sentii dire a un cliente della libreria che poche cose impressionano un lettore quanto il primo libro capace di toccargli il cuore. L’eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale – non importa quanti altri libri leggeremo, quante cose apprenderemo o dimenticheremo – prima o poi faremo ritorno”.

9 “La vita è breve, soprattutto la parte migliore” . 

 

 

Laura Riboldi, Vice Direttore della Fondazione Pirelli: ‘Celebriamo l’umanesimo industriale’

La Fondazione Pirelli nasce nel 2008 per volere della famiglia Pirelli con l’intento di conservare il patrimonio storico dell’azienda, dalla sua fondazione, nel 1872, ad oggi. Ubicata a Milano, nel cuore del quartiere Bicocca, la sua sede è all’interno dell’Headquarters  dell’azienda. Dodici anni di lavoro, 17 membri, tra Consiglio di Amministrazione e staff, per raccontare una storia lunga 148 anni. La Fondazione promuove, in concerto con altre istruzioni culturali, svariate iniziative: progetti editoriali, mostre, eventi, percorsi e visite guidate con lo scopo di valorizzare le attività del Gruppo Pirelli.

Un fiore all’occhiello è senza dubbio l’Archivio Storico, che custodisce oltre 3,5 kilometri tra documenti, fotografie, audiovisivi, disegni, manifesti, pubblicazioni e riveste che ripercorrono tutta la storia dell’azienda dai suoi primi passi. Un ricco e straordinario scrigno di memoria ma al contempo un luogo da cui partire per tramandare l’eredità storica aziendale alle generazioni future. Un testamento visivo, dalla forte potenza comunicativa, che si arricchisce, sempre più, di nuovi materiali grazie ad un lavoro zelante di catalogazione e digitalizzazione. Tutto ciò che l’archivio contiene è stato dichiarato di interesse storico dal Ministero dei Beni Culturali. Il patrimonio archivistico consta anche di significative opere tra cui lo scatto di Luca Comerio L’uscita delle maestranze Pirelli dallo stabilimento di via Ponte Seveso (1905): la fotografia ritrae migliaia di lavoratori all’uscita dal primo stabilimento Pirelli di via Ponte Seveso, che verrà distrutto dai bombardamenti nel corso della seconda guerra mondiale e sulle cui macerie nel 1960 è stato eretto il grattacielo Pirelli. L’immagine è una delle testimonianze fotografiche più significative dell’Archivio Storico aziendale, un ritratto collettivo simbolo dello sviluppo e della solidità dell’azienda.

Scatto di Luca Comerio, L’uscita dalle maestranze Pirelli dallo stabilimento di via Ponte Seveso, 1905

Unita ad essa la raccolta completa di Pirelli. Rivista d’informazione e di tecnica, pubblicata dal 1948 al 1972, sfogliabile on line sul sito della fondazione.

A sinistra la copertina del primo numero della rivista, uscita 1948;
A destra quella dell’ultimo numero, uscita nel 1972

 

Per finire il mosaico del dipinto La Ricerca Scientifica (1961) di Renato Guttuso, collocato oggi nella sala consultazioni della Fondazione. L’opera ritrae studiosi in camice bianco in un attento lavoro di ricerca.

La Ricerca Scientifica di Renato Guttuso, 1961

Proprio su questo baluardo la Fondazione basa il suo lavoro: le due biblioteche, una Tecnico-Scientifica Pirelli e l’altra della Fondazione stessa, ne sono l’espressione massima,un ambiente fruttuoso di analisi e di studio.

Oltre a Storia, Memoria e Ricerca, a far parte del linguaggio della Fondazione è anche la parola cultura: attraverso Fondazione Pirelli Educational la Fondazione mette in campo interessanti percorsi formativi e didattici gratuiti rivolti agli studenti, della scuola primaria fino agli universitari e ai docenti per accorciare le distanze e diffondere ai più i valori fondanti della cultura d’impresa Pirelli.

 

Con il Vice Direttore della Fondazione Pirelli, Laura Riboldi, intrapendiamo un viaggio all’interno della Fondazione

 

 

La Fondazione propone svariati progetti editoriali, in cosa consistono e perché sono stati messi in campo?

La Fondazione Pirelli è nata 12 anni fa per “custodire la memoria dell’azienda”. Trova infatti collocazione nella sua sede il ricco patrimonio storico-artistico di Pirelli, un archivio di oltre tre chilometri e mezzo di materiali, tra disegni, manifesti, riviste, fotografie, audiovisivi, carte societarie che documentano l’evoluzione di un’azienda, tra i maggiori produttori mondiali di pneumatici, nata quasi 150 anni fa. Mantenere viva la storia di un’impresa significa aiutarla a costruire il futuro. È con questa consapevolezza che ogni anno vengono ideate e promosse molteplici iniziative culturali tra le quali mostre ed esposizioni, seminari, attività didattiche, visite guidate, oltre ai progetti editoriali pensati e curati fino a oggi.

 

Proprio tra questi ne figura uno, Umanesimo Industriale. Che cos’è e cosa significa umanesimo industriale?

Umanesimo Industriale. Antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni

Umanesimo Industriale. Antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni(ed. Mondadori) è il nostro più recente progetto editoriale: un volume che ripercorre la storia della Rivista Pirelli attraverso i grandi autori che sulle sue pagine hanno animato, per oltre vent’anni a partire dal 1948, il dibattito socio-culturale su tematiche molto trasversali, complesse, ma ancora estremamente attuali. Dagli articoli sullo sport, commentati ad esempio da grandi firme come quella di Gianni Brera, a quelli sulla mobilità di massa affrontati da Dante Giacosa. Il cambiamento dei costumi e dei consumi raccontati da Corrado Augias e Albe Steiner, politica ed economia da Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli, le innovazioni della scienza e della tecnologia da Umberto Veronesi. Antonio Cederna e Gino Valle invece sulla tutela dell’ambiente, architettura e design affidati a Gillo Dorfles e Gio Ponti. E ancora arte e letteratura lasciati alle firme, tra gli altri, di Paolo Grassi, Morando Morandini e Ignazio Silone.

Possiamo dire che questo libro rappresenta la celebrazione del legame tra cultura e impresa che la Pirelli ha voluto stringere fin dalla sua nascita: saperi scientifici e conoscenze umanistiche che si fondono per dare origine, appunto, a quello che possiamo definire “umanesimo industriale”. Non è stata un’operazione culturale amarcord, ma pensata per poter discutere dell’attualità di Pirelli e di come, ancora oggi, fare cultura e fare impresa siano la sintesi di uno stesso paradigma.

 

Allestite anche delle mostre. Cosa esponete?

I locali della Fondazione Pirelli, che si trova nell’Headquarters dell’azienda a Milano nel quartiere Bicocca, accolgono al piano terra l’archivio storico aziendale oltre alla biblioteca tecnico-scientifica del Gruppo costituita da circa 17.000 volumi e alla biblioteca della Fondazione Pirelli.Al primo piano, dove è collocata anche un’ampia sala di consultazione, gli spazi ospitano percorsi espositivi temporanei, rinnovati due volte l’anno, che valorizzano fondi inediti dell’archivio o che approfondiscono tematiche d’attualità, quali ad esempio la sostenibilità,cui nel 2016 è stata dedicata un’importante mostra. Attualmente è allestito il percorso dal titolo “La pubblicità con la P maiuscola” che indaga l’evoluzione della storia della comunicazione visiva di Pirelli dagli anni Settanta ai primi anni Duemila. In questo momento particolare per la vita di tutti noi, abbiamo voluto essere vicini al nostro pubblico, potenziando gli strumenti digitali di divulgazione del patrimonio storico. Abbiamo ad esempio recentemente lanciato il tour virtuale #fondazionepirelliexperience, navigabile dal sito https://experience.fondazionepirelli.org/it/, che permette di muoversi all’interno della Fondazione e di fare un’esperienza immersiva di visita. Uno strumento molto apprezzato anche dalle scuole e dalle università alle quali rivolgiamo la nostra offerta didattica, orientata, anche in questo caso, al digitale.

 

La Fondazione organizza eventi e percorsi guidati di grafica, arte, musica, cinema, spettacolo e comunicazione. Come si fa a combinare tutti questi elementi e fonderli con l’attività dell’impresa Pirelli con l’unico obiettivo di fare cultura?

Per sua natura, la cultura d’impresa è “politecnica” e inclusiva. È cioè in grado di riunire in un unico approccio integrato diverse manifestazioni della cultura. Proprio il superamento, avvenuto nella seconda metà del Novecento, del solco storico tra cultura classico-umanistica e cultura tecnico-scientifica, permette oggi una visione unica e coerente: tanto la grafica quanto la musica, il cinema, l’arte moderna sono parte della vita dell’impresa nel suo rapporto con la comunità esterna ed interna.

Le collaborazioni di cui vi avvalete sono internazionali. Quali sono e quanto sono importanti?

Nelle sue attività di valorizzazione del patrimonio aziendale, la Fondazione Pirelli si avvale della collaborazione di altri enti e istituzioni culturali, anche di respiro internazionale. Penso soprattutto ai rapporti, storicamente consolidati, con musei come il MoMA di New York, che da decenni ospita opere in un modo o nell’altro legate al mondo Pirelli. Penso alle grandi reti internazionali degli archivi d’impresa, oppure alla fitta attività di dialogo con le università e le comunità accademiche di tutto il mondo, in questo sostenuta anche dalla internazionalità di base del Gruppo Pirelli presente oggi in 12 paesi nel mondo con 19 impianti produttivi.

Chi sono gli utenti della Biblioteca della Fondazione Pirelli?

La Fondazione conserva e gestisce il patrimonio librario aziendale. Dal 2010 accoglie una biblioteca tecnico-scientifica costituita da oltre 16.000 volumi sulla tecnologia della gomma e dei cavi dall’Ottocento fino ai nostri giorni e da riviste tecniche straniere di cui Pirelli detiene le uniche copie presenti in Italia. È stata creata dall’azienda per i suoi ricercatori e ingegneri e oggi è consultata da centinaia di studiosi. Il patrimonio librario è composto inoltre da circa 2.000 libri sulla storia dell’azienda, storia economica, comunicazione d’impresa, arte, architettura e urbanistica, design, sport. Pirelli è da sempre molto attiva anche nella diffusione della lettura nei luoghi di lavoro, seguendo una tradizione che l’ha vista aprire la prima biblioteca aziendale già nel 1928. Oggi sono attive tre biblioteche aziendali rivolte a tutti i dipendenti, nell’Headquarters di Milano e negli stabilimenti di Bollate e Settimo Torinese. Hanno molto successo e contano una media di 300 prestiti al mese.

 

Attraverso Fondazione Pirelli Educational, la Fondazione offre attività didattiche rivolte a scuole ed università. Com’è l’approccio con uno studente della scuola primaria, secondaria di I e II grado e con il mondo dell’università?

La Fondazione opera in campo formativo dal 2013 con percorsi didattici e creativi gratuiti. Lo scopo principale di questo programma formativo è quello di far conoscere anche ai più giovani il mondo della produzione e del lavoro, avvicinandoli ai valori su cui si fonda la nostra cultura d’impresa. L’approccio adottato è multidisciplinare: la storia e la tecnologia del pneumatico, l’evoluzione della grafica pubblicitaria, la robotica e la trasformazione digitale del mondo dell’industria, il lavoro e i processi produttivi all’interno di una fabbrica, la sostenibilità, e ancora la sicurezza stradale e la mobilità sostenibile, il cinema e la fotografia sono solo alcuni degli argomenti del programma educativo, rinnovato ogni anno scolastico. Le attività, che si rivolgono annualmente a oltre 3.000 studenti, vedono in alcuni casi la partecipazione di esperti dell’azienda e l’utilizzo di nuove tecnologie per agevolare l’apprendimento dei contenuti.

 

La Fondazione opera la cosiddetta Cultura impresa attraverso blog, approfondimenti e recensione libri. Cos’è per voi la cultura d’impresa e perché avete scelto di realizzarla proprio attraverso questi strumenti?

È ancora una volta una scelta di approccio multidisciplinare alla cultura d’impresa. L’utilizzo dei canali web di comunicazione risponde proprio alla vocazione della Fondazione Pirelli a un dialogo non univoco con tutti gli stakeholders. Significa capire la complessità del mondo e di conseguenza adottare stili e linguaggi diversi, pur nella logica di un sistema unico e coerente di valori condivisi.

 

 

 

 

 

 

‘Donna con due ombre’: l’esaltazione della bellezza unita alla denuncia ambientale

Donna con due ombre, edito da Homoscrivens è l’ultimo romanzo di Rita Guardascione.

Classe 1964, la scrittrice nasce a Monte di Procida, in provincia di Napoli. Diplomata, insegna prima nella scuola elementare, poi si dedica al commercio.

Amante del teatro e delle fiabe, rappresenta la pièce Una condizione assolutamente privata (teatro Leopardi 1994)(Castello aragonese di Baia1996)(Benevento città spettacolo rassegna 1997). Nel 2003 pubblica Il lago rapito con Homoscrivens; nel 2005 la filastrocca La particella Universale. Nel 2006 vince il concorso internazionale “Una poesia per l’Alzheimer” con il racconto L’assenza.
Del 2017 è il romanzo Donna con due ombre.

Donna con due ombre: Sinossi

La copertina del libro

Donne con due ombre è una spy-story dal sapore thriller.

Micol conduce una vita apparentemente normale. Ha trentacinque anni e si muove in una Napoli affascinante e contraddittoria, che fa da sfondo alle sue vicende e a quelle degli altri personaggi.

Pur essendo un’affermata psicoanalista conduce una doppia vita, celando a tutti il suo impenetrabile ruolo di killer. Un’arma di morte mirata e precisa che lavora alle dipendenze di un uomo potente e spietato, Mario Alain.
Mario Alain vanta un legame di parentela con la protagonista, conosce il suo passato e tiene sotto minaccia suo padre, obbligando la donna, indirettamente, a uccidere per lui. Ma dopo diciassette anni, le due vite di Micol cominciano a scontrarsi, a incrinare il delicato equilibrio che le teneva insieme. Mentre la Micol-psicoanalista si imbatte in Jessica, quattordici anni e cinque tentativi di suicidio, e nel suo mondo di degrado e miseria, la Micol-killer è costretta a sparare ancora per saldare il debito con lo zio, il quale le impedisce di estinguere il suo obbligo.

Una fitta rete di personaggi si intersecano in questa doppia esistenza, palesandosi a poco a poco per quello che realmente sono: pedine di un gioco lucido e crudele, architettato dal boss per consolidare il suo potere.
Intanto l’odio cresce dentro Micol: l’odio per quell’uomo che ha deciso di avvelenare la propria terra e uccidere la propria figlia; quell’uomo senza sentimenti e senza scrupoli, ennesimo esempio di “etica camorristica” in un paese stuprato incessantemente.
In uno scontro finale Micol riesce a uccidere Mario Alain, mettendo fine al suo regno di terrore. Oramai libera dal giogo del ricatto, Micol finalmente può iniziare a rimettere insieme i pezzi della propria esistenza.

Era il cinque settembre di un anno fa, il vento che soffiava dal mare era caldo, troppo caldo, eppure tremavo, il cuore aveva ac- celerato i suoi battiti improvvisamente. Mi guardai le mani, erano instabili. Inspirai ed espirai tre boccate d’aria, una dietro l’altra, rilassai le spalle, presi la Glock 19c e l’appoggiai sul muretto, tra le gambe per proteggerla dagli sguardi. Di colpo il tremore si arrestò. Una forza sconosciuta mi salì dalle viscere, per la prima volta pro- vai una sensazione di sollievo, senza il peso e la freddezza di quel ferro appoggiato alla mia pelle.
Sarebbe stato bello poter scegliere di liberarmene, abbandonarla lì come una disgrazia da fuggire, se solo avessi avuto un’alterna- tiva. Purtroppo non era quello il tempo. La infilai di nuovo nella tasca del K-way, proprio in mezzo al seno, e contemplai la sua for- ma sul cuore mentre seduta rivolta verso il mare guardavo oltre gli occhiali da sole sperando di non trovarmi mai troppo lontana da lì, da quella terra che chiamano flegrea.
L’unico luogo dove mi sono sempre sentita a mio agio.

A differenza dei personaggi principali, – ha dichiarato la scrittrice Rita Guardascione – i luoghi che descrivo sono tutti reali. C’è Napoli e ci sono i Campi Flegrei dove io sono nata e con la quale la protagonista ha un legame inconsapevole e indissolubile.

E ha aggiunto: Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo oltre alla voglia di creare e dare corpo al mio personaggio, c’era la volontà di evidenziare un disagio intimo che molti come me vivono ogni giorno perché spettatori di realtà contrastanti, convivenze di bellezza e disarmonia. L’obiettivo era quello di dirigere spot su vari luoghi evidenziando la propria fisicità attraverso un personaggio, inoltre, sottolineare come, certi soggetti, concorrono alla invivibilità di questi posti a discapito di molte persone che vivono lì e giorno dopo giorno diventano invisibili.

Contemporaneamente desideravo esaltare la bellezza della terra flegrea e di Bacoli che, la protagonista, sente come la sua seconda casa. Micol, infatti, pur ignorando le sue origini attribuisce alla bellezza di questi posti il suo attaccamento e li ama, come li amo io, dimenati tra l’armonia della natura, della storia che si respira ovunque e l’incuria, figlia di un immobilismo ancestrale del quale siamo vittime e artefici.
Per anni siamo rimasti a guardare fingendo di non vedere chi la stava stuprando. Purtroppo è accaduto e le ferite sono evidenti. Anche se la bellezza le occulta, noi sappiamo che ci sono. Nel romanzo ho dato a Micol il potere di difenderli prima che fosse troppo tardi. Nella realtà speriamo nel potere della politica giovane e consapevole”.

 

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