La città dei libri: Bookcity Milano 2013

BCM 2013

Bookcity Milano, la parola d’ordine è una: libro. La manifestazione si svolge dal 21 al 24 Novembre; quattro giorni in cui la città sembra raccogliersi intorno al libro. Le sedi più note, pubbliche, private, quelle sconosciute e tutte da scoprire sono messe a disposizione dell’evento. In primis il Castello Sforzesco, che per l’occasione è il cuore dell’evento, sede di un grande laboratorio, sede degli avvenimenti più importanti.

Eventi a tema nelle sedi della cultura e della vita sociale milanesi, eventi “fuori luogo” così come sono stati definiti dall’organizzazione, che portano il libro e la lettura a voce alta in sedi nuove e soprattutto in nuovi scenari sociali. Una carrellata di altri eventi sparsi su tutto il territorio, promossi e gestiti da editori, librerie e, diverse istituzioni culturali e scolastiche. E ovviamente numerosi eventi nelle biblioteche della città.

L’idea è appunto quella di promuovere non solo l’oggetto libro ma tutto ciò che di costruttivo e positivo, si muove attorno ai libri: presentazioni, letture a voce alte, spettacoli, mostre, seminari, visite alle raccolte e alle biblioteche storiche sia pubbliche che private. Al centro c’è anche Milano, città reinterpretata come una grande area metropolitana aperta alla visibilità nazionale ed internazionale, in cui c’è spazio per una grande produzione editoriale. Una città che sa coniugare tradizione  e innovazione e che propone la lettura come un’esperienza che dà valore; ma non solo. L’oggetto libro può rappresentare anche un’occasione di crescita e di lavoro. L’evento è infatti condiviso oltre che dall’Assessorato alla Cultura, da tutti gli editori italiani. L’obiettivo è dare sostegno e visibilità a tutto il mondo editoriale ed attuare una diffusione dell’informazione e della cultura sull’intero territorio urbano; si è cercato dunque di trasmettere anche un forte segnale di identità alla città.

Il programma aperto, poliedrico, e addirittura personalizzabile, prevede eventi a tutte le ore in parti diverse della città. Laboratori di scrittura,  mostre di costume e di arte bibliografica, cacce al tesoro orchestrate da librai misteriosi, rassegne stampa, seminari sull’editoria e sul mestiere dello scrittore, giochi educativi e interattivi per i più piccoli, percorsi per gruppi e famiglie, lezioni di filosofia e di economia, attività che intrecciano libri e cinema, percorsi storici; insomma c’è davvero di tutto, è un vero e proprio festival. Una città dei libri è forse una città utopica.

Eppure durante questi quattro giorni si è riusciti a realizzarla.

Foto: BCM 2013

Pierre Lemaitre trionfa al Prix Goncourt 2013

 

Il premio Goncourt è uno dei più autorevoli premi letterari francesi, nato per volere di Edmond de Goncourt ed istituito nel 1896. Creato per premiare ogni anno la migliore opera d’immaginazione in prosa pubblicata, il premio vanta autori illustri tra la sua rosa di eletti; per citarne alcuni ricordiamo Marcel Proust vincitore nel 1919 con il romanzo “All’ombra delle fanciulle in fiore”, Simone de Beauvoir vincitrice nel 1954 con il romanzo “I mandarini”, Marguerite Duras nel 1984 con il romanzo “L’amante”. Il prestigioso riconoscimento viene assegnato dopo il tradizionale pranzo nel salone del ristorante Drouant a Parigi. Quest’ anno senza grandi sorprese, così come è stato detto, il premio è stato assegnato al romanzo di Pierre Lemaitre “Au revoir là-haut”. Per molti anni Lemaitre è stato insegnante di Letteratura francese e americana coniugando così all’insegnamento la sua passione di scrittore e sceneggiatore. Ha lavorato infatti anche per il cinema e la televisione.

La sua scrittura si sposta dal giallo al thriller al poliziesco connotandosi sempre in maniera originale e mai banale. Il suo romanzo di esordio “Travail soigné” ed. Du Masque, 2006 è stato insignito del Prix du primer roman. Il suo secondo romanzo Robe de marié uscito in Italia nel 2012 per Fazi editore col titolo “L’abito da sposo” è un thriller puro, autentico, un romanzo che avrebbe potuto ispirare Alfred Hitchcock. La sua ricerca continua con “Cadres noirs” del 2010 (in Italia edito da Fazi col titolo “Lavoro a mano armata”) al genere classico del thriller associa una sfumatura sociale denunciando il mondo della finanza considerato dall’autore come la grande rapina del secolo. La sua penultima opera “Alex “(uscito in Italia per Mondadori nel 2012) riprende il protagonista del suo primo romanzo, il comandante di polizia Camille Verhoeven, coniugando la vicenda narrata con lo stile adottato in “Robe de marié”.

Con il romanzo “Au revoir là-haut” si allontana dai suoi generi abituali per avvicinarsi al romanzo storico; ambientato alla fine della prima guerra mondiale, sulle rovine del grande massacro del XX secolo, seguiamo la storia di due superstiti delle trincee, che tra vendette, sogni di gloria e sovversioni scopriranno che la Francia non scherza con i propri morti; affresco di rara crudeltà, notevole per la sua architettura e la sua forza evocativa, mostra l’illusione dell’armistizio, dello Stato che glorifica i suoi scomparsi e si libera di quelli che restano perché troppo ingombranti. In un’atmosfera crepuscolare popolata  da pupazzi miserabili e da vili che vengono ricevuti come  eroi, Pierre Lemaitre orchestra la grande tragedia di questa generazione perduta, dove la guerra non finisce neppure quando si firma la pace.

“Le carabattole”, di Eugenio Montale

autoritratto di Montale

Diario del ’71-’72 è una delle ultime raccolte di Eugenio Montale che continua in qualche modo la linea poetica di “Satura”; assume toni più attenuati, lievi, sussurrati come segreti ma non abbandona l’ ironia e la parodia. Oscillando tra pessimismo e ottimismo il poeta vuole confrontarsi con il linguaggio della cultura contemporanea; percepisce una società che trascina come un vortice, dove tutto è deciso da ingranaggi incontrollabili e prestabiliti. L’unica forma di comunicazione e di sopravvivenza nella società di massa che sempre più sembra trasformarsi in una trappola, rimane la poesia; eppure diventa impossibile muoversi perché il mondo ha subito una «decozione/di tutto in tutto» e «vede il trionfo della spazzatura». Il poeta allora decide per un «rispettabile prendere le distanze» che rappresenta il fuggire da un presente che sembra non avere più nulla da dare, ma l’unico modo possibile che gli consente di osservare i movimenti, i gesti, i rumori e le voci di una vita oramai artificiale e lontana.

Eppure, nonostante tutto, la poesia non gli garantisce più nessuna salvezza, anche la Musa è stata sporcata dalla lordura e dalla degradazione. Cerca di fissare alla pagina il vuoto, quella percezione di mancanza che travolge il suo tempo. Guarda, osserva e dissacra tutto cioè che è condizionato, illusorio, ogni tentativo di persuasione e di convincimento fallace e grigio; nel piatto modernismo che avanza, le esistenze si susseguono senz’anima, l’umanità pensa e cammina tutta allo stesso modo, è fatta in serie e tutto ciò in cui crede è insensato e senza fede colorato da scialbi e inefficaci dogmi di poca verità. In questa crisi senza freni dove il crollo e la decadenza sono l’unica certezza si affaccia in questa poesia il tema della morte, che si colora di tinte inusuali e fosche.

Il poeta percepisce l’intera umanità come un mondo di morti-viventi o di viventi-morti: «chi sta sul trampolino/è ancora morto,morto chi ritorna»; sembra non esserci davvero più speranza quando scrive che «tutti siamo già morti senza saperlo». L’insopportabile peso della realtà che non ha più spessore sembra travolgere ogni piega dell’esistenza, gli oggetti, i luoghi, i ricordi, il tempo stesso. Eppure in questo pessimismo venato di esistenzialismo e metafisica c’è un luogo nascosto, segreto, che custodisce e immortala la vera sofferenza di Montale. Ed è proprio Nascondigli il titolo della poesia in cui Montale sussurra il suo dolore, il suo dispiacere; dedicata alla moglie, Drusilla Tanzi, morta nel 1963, affettuosamente soprannominata Mosca per lo spessore dei suoi occhiali. In questi versi assistiamo quasi ad una confessione: la quotidianità è difficile da vivere, rimbalza tra gli oggetti cari, e fa stringere il cuore:

Quando non sono certo di essere vivo la certezza è a due passi ma costa pena ritrovarli gli oggetti, una pipa, il cagnuccio di legno di mia moglie, un necrologio del fratello di lei, tre o quattro occhiali di lei ancora!, un tappo di bottiglia che colpì la sua fronte in un lontano cotillon di capodanno a Sils Maria e altre carabattole. Mutano alloggio, entrano nei buchi più nascosti, ad ogni ora hanno rischiato il secchio della spazzatura. Complottando tra loro si sono organizzate per sostenermi, sanno più di me il filo che le lega a chi vorrebbe e non osa disfarsene. Più prossimo negli anni il Gubelin automatico tenta di aggregarvisi, sempre rifiutato. Lo comprammo a Lucerna e lei disse piove troppo a Lucerna non funzionerà mai. E infatti…

Immerso nelle carabattole, “Ossi di seppia” che ancora invadono il suo cammino, Montale è circondato dagli oggetti che gli ricordano la sua Mosca; sono lì, feticci insostituibili di un’esistenza che non c’è più; occhiali che non potranno più vedere, un necrologio che non potrà mai essere letto, un tappo di bottiglia che non colpirà più nessuna fronte; oggetti che complottano per tenere vivo il filo della memoria, amati ed odiati che rischiano di essere buttati via; si nascondono, si negano, si manifestano, sono come la memoria che nonostante faccia male non può essere cancellata. E poi infine appare l’oggetto più prezioso di tutti, un vecchio orologio, imponente simbolo della vita e della morte. Questa volta il tempo si è fermato per il nostro poeta, il Gubelin automatico, ricordo adorato e melanconico, non funziona più; forse si è fermato proprio lì a Lucerna, e ha smesso di funzionare, dispettoso, molesto quasi a ricordargli un tempo che non potrà più tornare.