‘Oceano mar’e, la pomposità di Alessandro Baricco

“Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorare qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? Diciamo tutto in una sola parola o in una sola parola tutto nascondiamo? Sto qui, a una passo dal mare, e neanche riesco a capire, lui, dov’è. Il mare. Il mare”.

Oceano Mare è la seconda opera narrativa di Alessandro Baricco, pubblicata nel 1993 dall’editore Rizzoli. Il titolo è un superlativo, infatti il primo elemento ha valore di intensificativo del secondo e serve a celebrare il mito del mare che sarà alla base della storia, con evidenti richiami a Melville. Si tratta di un romanzo corale che appare dipinto, più che scritto, dato che la storia e i personaggi ivi narrati sono come pennellate sparse su di una tela, accennati ed impenetrabili, in un universo indefinito e senza tempo, che richiama elementi ottocenteschi. Alessandro Baricco elabora in questa sua seconda opera, dopo il romanzo d’esordio Castelli di rabbia, una tecnica di scrittura più consapevole e personale, più matura e scorrevole. Una vena antipsicologica, irrazionale, fantastica pervade la sua narrativa, dove le cose non hanno bisogno di motivi: accadono e basta, son lì a stupire, colpi di dadi nel gioco del Caso.

La locanda Almayer, nome che trae spunto dall’opera di J. Conrad, La follia di Almayer, è sita a Quartel e fa da sfondo e da non-luogo di passaggio per il viaggio metafisico dei protagonisti, posta tra la terra e il mare. La vicenda inoltre trae spunto da una tragedia, sepolta nel tempo, che ha visto naufragare una fregata francese, l’Alliance, al largo della costa del Senegal. L’intero equipaggio non poteva essere contenuto nelle poche lance a disposizione, così 147 uomini furono stipati su di una zattera collegata alle lance da una corda. Che la corda sia stata tagliata volutamente o meno, i naufraghi restarono presto sperduti nel mare, soli con i propri istinti e con una quantità esigua di scorte. Il marinaio Thomas sopravvive a questo inferno e  l’unico scopo della sua vita rimane la vendetta, la stessa che lo porterà a seguire un uomo, il Dottor Savigny, fino alla locanda Almayer, calamita di tutte le storie intrecciate nel romanzo. Il mare è luogo di salvezza, di ricerca di un senso, punto di snodo per raggiungere una più completa consapevolezza di sé, come afferma Giovanardi ne I segreti della locanda Almayer (La Repubblica 07-01-03):

“Dall’Odissea fino a Moby Dick, il mare ha sempre rappresentato in vari modi, il tramite per una clamorosa uscita da se stessi, dai propri limiti, dai propri ambienti, dalla propria natura, e ha dunque incarnato un´istanza di estroflessione, di scoperta anche rischiosa e violenta del mondo o comunque dell’altro da sé, qui esso finisce per circoscrivere un luogo immaginario […] in cui alcuni stralunati personaggi tentano disperatamente di incontrare se stessi”.

La narrazione si divide in tre libri:  La locanda Almayer, Il ventre del mare e I canti del ritorno. Tale suddivisione sembra essere spiegata ne Il ventre del mare, quando Thomas ricorda le parole del marinaio Darrell: “quelli che vivono davanti al mare, quelli che si spingono dentro il mare, e quelli che dal mare riescono a tormare vivi”.

La prima parte del romanzo rappresenta quindi  “quelli che vivono davanti al mare”; qui vengono dipinti i tratti essenziali di tutti i personaggi: Plasson il pittore, Elisewin, malata di “paura”, e il suo padre spirituale Padre Pluche, il Professor Bartleboom, studioso strampalato, Ann Deveria, l’adultera, Adams, falsa identità sotto cui si cela il marinaio Thomas e la sua voglia di vendetta.

La seconda parte simboleggia “quelli che si spingono dentro il mare” e narra, attraverso una digressione, la tragica e sventurata vicenda dei naufraghi della fregata Alliance. La terza sezione fa riferimento a “quelli che dal mare riescono a tornare vivi” e racconta di come tutti i personaggi sopravvivono alla locanda Almayer e a quello che per loro rappresenta, non tutti raggiungeranno il proprio obiettivo ma in un modo o nell’altro arriveranno alla salvezza agognata e a una maggiore conoscenza di sé. A chiudere le vicende dei protagonisti la scoperta dell’ultimo ospite, rimasto nascosto per tutto il tempo nella stanza numero sette. È uno scrittore inquieto, un alter ego del narratore, anche lui, come gli altri ospiti della locanda, schiavo di un sogno: dire il mare.

Consapevole del proprio tentativo e del suo successivo fallimento, fa le valige, abbandona la propria stanza  e si rimette in cammino. Dopo l’abbandono dell’ultimo ospite, ormai solo un’ombra in lontananza, la locanda Almayer e la spiaggia scompaiono sgretolandosi, mostrandosi ancora una volta non come un luogo di questo mondo ma come un frutto della mente del lettore,  si sgretolano volando via in milioni di frammenti che si librano in aria, leggeri di una leggerezza che pervade tutto il romanzo. Le storie dei personaggi, gli intrecci, i paesaggi, tutto sembra sempre appena accennato, privo di quella pesantezza che gli consentirebbe di posarsi e di attecchire, con l’utilizzo degli stessi artifici tecnici di Castelli di rabbia come l’uso del corsivo e i  sospensivi che indicano i silenzi.

Non a caso i protagonisti sono tutti in viaggio, solo di passaggio a Quartel, che non è né punto di partenza né di arrivo, centro di smistamento delle anime che indica la via per poi proseguire. Il mare è fonte battesimale di una nuova vita, il mare è divinità pagana a cui affidare le proprie pene, il mare che non ha né inizio né fine, il mare che non si può dire. Il mare che invita a non avere limiti e a provare nostalgia e pena verso il passato, carico di rimorsi dettati dalla paura di vivere davvero. Terminato il proprio compito, la locanda Almayer può dissolversi.

Baricco si avvale di  una scrittura ricca di discorsi diretti fulminei, di pause, del “flusso di coscienza”, di illusioni che confinano con le disillusioni, di flashback e di continui cambi di ritmo, di colori e di tante sfumature, a tratti anche di pomposità, ariosità probabilmente inducendo qualche lettore a pensare che si tratti di ostentazione, vista l’attitudine da parte dello scrittore a giocare con le parole, mentre altri troveranno il linguaggio sofisticato dell’autore molto suggestivo. Sublime o puro esercizio di stile?

Il giorno della civetta, l’inquietante attualità di Sciascia

Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia rappresenta il primo esempio di denuncia sociale dell’esistenza della mafia in un clima politico, quello dell’inizio degli anni ’60, che preferiva glissare sulla questione piuttosto che ammetterne apertamente l’esistenza.

Sciascia pubblica il suo romanzo breve nel 1961 per Einaudi narrando con il ritmo del racconto poliziesco la storia dell’omicidio di Salvatore Colasberna, capo di una cooperativa edilizia, personaggio inventato sul modello del sindacalista comunista Accursio Miraglia, ucciso dalla mafia nel 1947 a Sciacca. L’imprenditore viene assassinato poco prima di salire sull’autobus per Palermo, un autobus pieno di gente che, poco prima dell’arrivo della polizia, scompare per non essere costretta a testimoniare sul fatto. A occuparsi delle indagini sarà il capitano Bellodi, indicato nel libro sempre per cognome, personaggio inventato ma basato anch’egli su una figura reale, quella del comandante dei carabinieri di Agrigento Renato Candida.

Il titolo Il giorno della civetta richiama il tema dell’omertà e trae spunto dall’Enrico VI di Shakespeare, dal passo in cui la regina Margherita incoraggia i suoi uomini a combattere: “E chi non vuole combattere per una tale speranza vada a casa e a letto e se si alza, sia oggetto di scherno e di meraviglia come la civetta quando di giorno compare”. I codardi rappresentano gli omertosi che vedono ciò che accade davanti ai loro occhi ma decidono di volgere lo sguardo altrove. Il capitano Bellodi riesce, dopo un colloquio con il suo informatore Calogero Dibella, detto Parrinieddu, e grazie ad una lettera anonima, a collegare l’omicidio a un giro d’affari di stampo mafioso e anche alla scomparsa di Paolo Nicolosi, che accidentalmente aveva visto l’assassino di Colasberna fuggire dal luogo del delitto. La moglie di Nicolosi, durante l’interrogatorio, finge di non ricordare il nome dell’uomo visto dal marito: “Il maresciallo, con gli occhi che tra le palpebre parevano diventati due acquose fessure, violentemente si protese a guardarla: e lei precipitosamente, come se il nome le fosse venuto su con un singulto improvviso, disse <Zicchinetta>”. Quell’ingiuria, che richiama un gioco d’azzardo che si fa con le carte siciliane, appartiene a Diego Marchica. Dopo il suo arresto viene ucciso anche Parrinieddu, che prima di morire aveva scritto un biglietto indirizzato al capitano Bellodi con su scritto due nomi: Rosario Pizzuco e Mariano Arena, capomafia del paese. Grazie a uno stratagemma in caserma viene fatto credere a Marchica di essere stato tradito da Pizzuco, che alla fine ammette l’uccisione di Colasberna ma attribuisce quella di Nicolosi a Pizzuco.

Uno dei passi più conosciuti del libro è di sicuro una parte dell’interrogatorio di Bellodi a don Mariano Arena, presunto mandante degli omicidi:

“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… “.

Ma al processo, che avviene durante una licenza del capitano Bellodi, viene ribaltato l’esito della sua indagine, grazie alla costruzione di alibi di ferro per gli indagati, creati ad arte da un boss, di cui non si fa il nome, ma superiore allo stesso don Mariano, e alla proposta di un movente passionale. Il romanzo si conclude tristemente con Bellodi che ricorda il suo periodo in Sicilia, promettendo a sé stesso di tornarci: “Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. <<Mi ci romperò la testa>> disse a voce alta”.

Questo romanzo giallo tratta il tema della mafia sottolineando soprattutto il tema dell’omertà e del legame fra mafia e potere, che insieme insabbiano crimini come quello di Colasberna e non a caso nel romanzo viene citato nel romanzo il rapporto di amicizia fra Marchica e l’onorevole Livigni. Sciascia sollecita la coscienza di tutti noi, costringendoci a convivere con i personaggi, ad annusare il pericolo a ogni svolta, immerso nell’atmosfera rarefatta della realtà di un Paese soffocato dalla mafia. La scrittura deliberatamente tralascia il superfluo, è essenziale, chirurgica, si avvale di frammenti e di fermo-immagini, scevra da qualsiasi compiacimento.

Da imporre in tutte le scuole, da leggere e rileggere. Soprattutto in questo momento storico italiano, sporcato, tra le tante cose, dallo scandalo della Mafia Capitale, Il giorno della civetta si rivela ancor di più un romanzo di un’inquietante e drammatica attualità.  C’è bisogno di parlare di giustizia, di un’ostinata ricerca della verità, c’è bisogno di tanti (e ci sono) capitani Bellodi, del suo voler rompersi la testa contro un muro che a quaranta anni di distanza è ancora ben protetto.

Il giorno della civetta ha ispirato il film omonimo diretto da Damiano Damiani nel 1968, con Franco Nero e Claudia Cardinale.

Temi e stile in “Vertigo”, di A. Hitchcock

Nel 1958 Alfred Hitchcock, all’acme della sua carriera e già consacrato come uno dei registi più amati di sempre di Hollywood, poco prima dei successi mondiali come Intrigo Internazionale (1959), Psycho (1960), Gli Uccelli (1963) e Marnie (1964), dirige un film poco acclamato dalla critica sul momento, ma rivalutato soltanto in seguito, fino ad entrare nel 1998 nella classifica dei cento migliori film statunitensi di tutti i tempi; si tratta di Vertigo. La donna che visse due volte, tra i film più sperimentali e visionari del maestro del brivido, ritornato al cinema lo scorso anno in alta definizione. Il film, un mix di thriller psicologico, poliziesco e melodramma, è stato prodotto dalla Paramount e diretto dal grande regista basandosi sul romanzo D’entre les morts (1954), scritto da Thomas Narcejac e  da Pierre Boileau.

La trama, “ossessionata” dalla teoria dell’eterno ritorno, si articola in due sezioni ben delineate, secondo uno schema di narrazione che, riprendendo il titolo Vertigo, segue uno svolgimento ciclico, come fosse una spirale. Il tema della vertigine è centrale sia nella storia, infatti il protagonista Scottie Ferguson, (James Stewart), soffre di acrofobia, sia nei dettagli, nell’acconciatura a ricciolo di Madeleine Elster (Kim Novak), sia nelle tecniche di ripresa, per l’utilizzo di una pratica innovativa per quei tempi usando una carrellata avanti e uno zoom indietro per simulare la vertigine del protagonista. La trama parla di un poliziotto in pensione, Scottie Ferguson, costretto a dare le dimissioni a causa di un trauma ricevuto durante un’indagine, che gli ha procurato il disturbo di cui soffre, l’acrofobia. Decide di ritirarsi a vita privata ma un vecchio amico, Gavin Elster, lo assume per una missione personale: pedinare sua moglie Madeleine. La donna, secondo il marito, sarebbe posseduta dal fantasma di una sua antenata, Carlotta Valdes, che si suicidò a 26 anni.

Il signor Elster, temendo per l’incolumità della moglie e intuendo dai suoi strani comportamenti che potrebbe fare del male a sé stessa, chiede in via confidenziale a Scottie di condurre un’indagine segreta. Madeleine compie sistematicamente ogni giorno una serie di azioni apparentemente insensate, sotto lo sguardo attento e invisibile della sua guardia del corpo. Ogni giorno va a comprare un mazzolino di fiori, sempre gli stessi, e va a far visita alla tomba della sua antenata. Dopodiché, si reca alla pinacoteca e siede di fronte a un quadro, sempre lo stesso, osservando l’immagine dipinta. La donna del quadro è Carlotta Valdes. Infine va in un piccolo hotel e trascorre qualche ora chiusa in una delle camere, completamente sola. A fine giornata torna a casa e dimentica quasi del tutto i suoi spostamenti. Scottie segue il mistero dapprima con scetticismo, poi con curiosità, infine con morbosa ossessione, dettata anche dai sentimenti che comincia a nutrire per la donna. Un giorno la salva da un tentato suicidio nella baia di San Francisco e per la prima volta fa conoscenza diretta della donna. Da quel momento i due cominciano a vedersi di nascosto e Scottie cerca di dipanare la matassa del mistero di cui Madeleine sembra sia vittima, si fa raccontare i suoi incubi e la convince a seguirlo nel luogo che tanto la ossessiona, pochi chilometri fuori San Francisco, alla missione di San Giovanni Battista. La donna, appena arrivata lì, corre preda di una strana frenesia su per le scale della torre, per poi gettarsi dal campanile. Scottie non riesce a seguirla fino in cima a causa delle vertigini.

La prima parte del film si conclude qui, con il processo che stabilisce ufficialmente il suicidio di Madeleine Elster per infermità mentale e si conclude anche la componente sovrannaturale della storia. La seconda parte comincia mesi dopo: Scottie,  preda del senso di colpa e di una forte depressione, si rinchiude in una clinica psichiatrica. Appena ne esce incontra per strada una ragazza che somiglia molto a Madeleine e la segue fino all’hotel dove vive. La donna dice di chiamarsi Judy Barton e di essere una commessa, stabilitasi a San Francisco da tre anni. Secondo un’espediente narrativo a questo punto della vicenda viene svelato allo spettatore la soluzione dell’enigma in una scena che nel libro originario non era presente, ovvero  quello in cui Judy scrive una lettera a Scottie, che poi straccerà, in cui gli rivela di essere Madeleine, o meglio una donna assunta dal signor Elster per fingersi sua moglie, in modo tale da ingannare Scottie e renderlo testimone inconsapevole dell’omicidio della vera moglie di Elster, sapientemente camuffato da suicidio.

Quel giorno Judy salì le scale della torre e si incontrò con il signor Elster che lanciò la vera moglie dal campanile. Era certo che Scottie, a causa del suo problema di acrofobia, non sarebbe riuscito ad arrivare fino in cima. La scena della rivelazione fu in dubbio fino alla fine, ma poi fu inserita dal produttore Barney Balaban, capo della Paramount. Scottie,  ossessionato dal ricordo della donna amata comincia una relazione malata con Judy, costringendola a vestirsi e pettinarsi come lei. Ma è solo quando le vede al collo il ciondolo di Carlotta Valdes che capisce che Judy in realtà è Madeleine. Così la porta alla vecchia missione spagnola per costringerla a confessare. Il film termina con la caduta accidentale di Judy giù dal campanile (Hitchcock lascia fare alla natura), nella scena conclusiva della narrazione ciclica cominciata nella prima parte della trama. I temi trattati e gli elementi di fondo sono il marchio di fabbrica delle opere di Alfred Hitchcock: l’ossessione, nella prima parte quella di Madeleine per Carlotta Valdes e nella seconda quella di Scottie per Madeleine; il feticismo, in cui sfocia l’ossessione di Scottie per la donna amata, facendo indossare a Judy lo stesso tailleur grigio di Madeleine e costringendola a tingersi i capelli; il quadro nel quadro, quello di Carlotta Valdes alla pinacoteca chiuso nella cornice immaginaria della ripresa, tecnica già usata dal regista in Rebecca- La prima moglie (1940); la sensualità e il mistero incarnati da una femme fatale bionda:  Kim Novak in Vertigo e Janet Leigh in Psycho .

Anche la città di San Francisco è una componente che contribuisce allo svolgimento della trama, e a suggestionare lo spettatore, con le sue strade diritte e sconfinate, in salita e poi in discesa, creando un gioco di linee e di rimandi alle altre tematiche, come quella del labirinto, del tema del doppio, grazie alla presenza di specchi e del sogno, come la scena degli incubi di cui soffre Scottie, che sottolineano il suo disagio psichico e la sua ambiguità morale (che del resto appartiene anche alla protagonista), attraverso una carrellata di primi piani su sfondi accesi, colorati, dipinti da linee a spirale e ritmo incalzante.

Nel 1959, Vertigo ha avuto due nomination agli Oscar: per la Migliore Scenografia e per il Miglior Sonoro.

Irène Némirovsky: Nascita di una rivoluzione

“Qual è l’ istante esatto in cui nasce una rivo­lu­zione? Vor­rei ritro­vare nella mia memo­ria quel giorno dell’ inverno 1917, quando a un tratto diventò visi­bile, non solo per gli ini­ziati, per gli uomini al potere, ma per la folla, per un bam­bino, per me. Il giorno prima, la rivo­lu­zione era una parola uscita dalle pagine della Sto­ria di Fran­cia o dai romanzi di Dumas padre. Ed ecco che le persone grandi dice­vano (senza ancora crederci): Stiamo andando verso una rivo­lu­zione… Vedrete, tutto que­sto finirà con una rivoluzione!”. Negli ultimi anni è cominciata una riscoperta delle opere di Irène Némirovsky da parte delle case editrici italiane, come l’Adelphi con la pubblicazione di Suite Francese nel 2005, in seguito al settantesimo anniversario della morte della scrittrice ucraina deportata nel 1942 ad Auschwitz. L’opera di diffusione dei suoi scritti comprende anche opere inedite come la raccolta di racconti Nascita di una rivoluzione, edita da Castelvecchi editore nel 2012, comprendente due scritti pubblicati per la prima volta nel 1938 e l’ultimo solo postumo nel 2011. Illuminante la prefazione di Susanne Scholl a quest’edizione, dal titolo Cosa fa la rivoluzione con gli uomini e cosa fanno gli uomini con la rivoluzione, nella quale pone gli interrogativi fondamentali su cui si basa la raccolta della Némirovsky, soprattutto se sia giusto o meno anteporre un ideale alla vita e ai diritti del singolo. Le sommosse cominciano sempre con i migliori propositi, ovvero l’euforia per il futuro, una “gioiosa sensazione d’attesa”, come afferma la Scholl, dettata dal rifiuto e dal disprezzo del passato. Ma nel loro svolgersi le rivoluzioni attraversano sempre un punto di non ritorno, dopo il quale non si può che fallire, ovvero la perdita dell’umanità. Ecco le parole di Susanne Scholl in proposito:

“E ancor prima di formulare i loro obiettivi, i rivoluzionari iniziano a uccidere. (…) La lezione di tutte quelle rivoluzioni del passato che si sono concluse con la perdita di ogni valore umanitario sembra ormai essersi dissolta nella miseria morale dei sopravvissuti.”

E ciò che resta non è altro che vuoto. Il vuoto riempie la falla creatasi in seguitoalla morte di ogni ideologia. È proprio questo di cui parla il racconto che da il nome alla raccolta, Nascita di una rivoluzione, ovvero un ricordo di infanzia della stessa Irène, quando era ancora una bambina appartenente a una famiglia benestante con una tata francese. Ricorda il Febbraio del 1917, lo scoppio della rivoluzione russa. Ricorda la folla in marcia, il popolo pieno di speranza, il volto di una rivoluzione che non aveva ancora versato sangue. Eppure il momento di cui parla la Némirovsky si colloca poco dopo. Ricorda di aver assistito, affacciata alla finestra della propria casa, a una finta esecuzione ai danni del portiere del suo palazzo, un tale Ivan, davanti a tutta la sua famiglia. Un gesto insensato solo per fargli paura. La scrittrice attribuisce a questo ricordo il vero scoppio della rivoluzione: “Solo più avanti, compresi. Fu quel giorno, fu in quell’istante che vidi nascere la rivoluzione. Avevo visto il momento in cui l’uomo non si è ancora spogliato delle abitudini e della pietà umana, il momento in cui non è ancora abitato dal demonio, che già però gli si avvicina e turba la sua anima”.

Il secondo racconto, Magia, parla di un gruppo di esuli, fuggiaschi russi, in Finlandia nel 1918, ragazzi e ragazze che esorcizzano la paura, nel mezzo di una foresta, organizzando una seduta spiritica, durante la quale viene scherzosamente profetizzato a uno dei giovani il nome della donna del suo destino, Doris Williams. Anni dopo il ragazzo incontrerà per un istante una donna con lo stesso nome, chiedendosi scioccamente se fosse davvero la donna della sua vita. Il destino risponderà al suo posto, dato che Doris Williams, giornalista inglese, venne trovata morta poco tempo dopo nel suo appartamento. La Némirovsky commenta:

<<Ci deve essere stato a un certo punto, nel filo che il destino tesse per noi, una maglia mancata>>.

In questo secondo racconto si evince il senso di straniamento della scrittrice nella Francia della sua fuga, quando la sua colpa era solo di non essere una vera francese. L’ultimo racconto, dal nome Émilie Plater, parla della giovane polacca che combatté nel 1831 durante la rivoluzione per liberare il suo Paese dal giogo russo e che morì per il suo ideale. Susanne Scholl riassume il racconto in questo modo:

“Ma non è proprio questo ciò che le rivoluzioni fanno agli uomini? La rivoluzione scatena in loro la speranza, la gioia, ma abbatte anche tutti quei confini di cui l’uomo ha bisogno per non abbrutirsi. E l’uomo, a sua volta, utilizza la rivoluzione per impadronirsi di ciò che altrimenti gli sarebbe sempre negato. Non per stimolare un cambiamento positivo in sé per sé. Ragion per cui, alla fine, si può solo fallire”.

Il gioco segreto del tempo, di P. S. Garnica

 

Giunse con tre ferite:
dell’amore,
della morte,
della vita.

Con tre ferite viene:
della vita,
dell’amore,
della morte.

Con tre ferite io:
Della vita,
della morte,
dell’amore

Con queste tre strofe del poeta Miguel Hernàndez viene introdotto Il gioco segreto del tempo, l’ultimo romanzo della scrittrice spagnola Paloma Sànchez-Garnica, che ha raggiunto il successo nel 2012 con la pubblicazione del suo terzo romanzo storico, La cattedrale ai confini del mondo, grazie al quale ha scalato le classifiche spagnole e italiane. Il gioco segreto del tempo narra la storia di due generazioni di uomini: coloro che sono vissuti in un periodo di grande sofferenza per tutta la Spagna, durante la guerra civile, e chi, ai giorni nostri, cerca di scavare in quel passato non troppo lontano per scoprirne i segreti e cercare di dare un senso a ciò che è accaduto.

“Quando tutto finirà… quando tutto finirà…” Queste sono le parole che nel 1936 Andrés Abad Rodrìguez imprime come un mantra nella sua mente, mentre guarda la fotografia ormai sgualcita della moglie, sdraiato sulla sua sudicia branda insieme al resto del battaglione, pensando a ciò che ha perduto e che forse prima o poi riuscirà a recuperare. La storia di Andrès e della moglie Mercedes Manrique Sànchez viene riesumata dalla polvere dei ricordi nel ventunesimo secolo da Ernesto Santamaria, aspirante scrittore squattrinato, per quella strana tautologia che vede il genio incompreso sempre relegato dentro una cornice modesta fatta di loft sporchi e disordinati e vite al limite. Ernesto, girovagando fra i mercatini dell’usato, trova una vecchia scatola dentro la quale vede la fotografia di Andrès e Mercedes, scattata nel 1936 nel piccolo paese di Mostoles. Da quel momento Ernesto comincia a scavare dentro al passato di quei due sconosciuti, intuendo la scintilla che può dargli l’ispirazione a scrivere il suo romanzo.

La narrazione de Il gioco segreto del tempo alterna passato e presente, le vicende di Mercedes che scappa dal suo paese dopo l’arresto del marito per andare a Madrid a nascondersi in casa del medico benestante Eusebio Cifuentes, e le indagini di Ernesto a ritroso nel tempo. Essenziale per lo svolgimento della trama è l’incontro e l’amicizia nata da subito fra Mercedes e Teresa Cifuentes, figlia di Eusebio, entrambe innamorate e tenute lontane dai loro uomini dalla guerra civile. Mercedes, incinta del marito, e Teresa, pecora nera della famiglia perché parteggiante per i “rossi” e fidanzata con uno di loro, Arturo, vivono una vita parallela alla famiglia Cifuentes, composta per il resto da avidi nazionalisti, arrivisti e sottomessi al regime, per cercare di ritrovare Andrès e uscire tutti indenni dal conflitto. Il desiderio di ricominciare e lasciarsi alle spalle il proprio passato si evince da questo passo del libro:

Il mio spirito ribelle, quello spirito che ho saputo assecondare solo quando sono riuscita a lasciarmi alle spalle tutto ciò che ostacolava la mia vita, e ho deciso di correre dei rischi per cercare qualcosa di meglio, per andare avanti, per guadagnare e anche per perdere perché la vittoria di ciascuno di noi si costruisce sulle rovine delle proprie sconfitte.

La storia di Ernesto si snoda fra indizi e intuizioni, nella migliore tradizione di Arthur Conan Doyle, con l’inserimento anche di elementi paranormali, mentre la storia di Mercedes e Teresa rientra nella migliore tradizione del dramma storico, genere molto diffuso in Spagna con Ildefonso Falcones, Maria Duenas e Carlos Ruiz Zafòn, quest’ultimo amante anche del mistero e dell’indagine a ritroso nella storia. I temi trattati sono molteplici: dalla condanna della guerra al tradimento e agli accordi sottobanco per sopravvivere nelle condizioni più difficili, dall’amore e i rapporti coniugali di quel periodo alla condizione della donna, non solo all’interno del matrimonio ma anche nelle gerarchie sociali. Le due linee temporali si uniranno con l’incontro fra Ernesto Santamaria e un personaggio principale della storia da lui narrata, e con la scoperta che la chiave del mistero sta proprio nella gravidanza portata avanti da Mercedes.

‘Chiedi alla polvere’, il viaggio esistenziale di John Fante

Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro. (John Fante)

Chiedi alla polvere dello scrittore italo-statunitense John Fante, rappresenta uno dei successi letterari più trascurati e sottovalutati del Novecento. In realtà dalla sua uscita, nel 1939, fu quasi dimenticato fino all’inizio degli anni ’80, riportato alla luce da un suo grande estimatore, Charles Bukowski.

John Fante pur non essendo elencato fra gli autori della Beat Generation, ne ha saputo tracciare le linee guida principali, tra le quali la vita sulla strada, il sesso “liberato” e l’utilizzo di sostanze stupefacenti. La “polvere” del romanzo è quella delle strade di Los Angeles, proveniente dal deserto Mojave, ma è anche la polvere che seppellisce le speranze dei giovani d’America, sulle ruote di vecchi autobus che promettono la speranza di una nuova vita sulle coste californiane, ma ciò che trovano non è Pasadena o le spiagge di Santa Monica, bensì i marciapiedi polverosi dei sogni infranti di tutti gli immigrati del Middle West. A questo gruppo di giovani appartiene anche all’incoerente e narcisista, ma anche sensibile e generoso Arturo Bandini, alter ego dello stesso John Fante, aspirante scrittore di origini italiane natio del Colorado e alla ricerca del successo. Arturo vive nell’albergo “Alta Loma”, a Bunker Hill, alla ricerca dell’ispirazione per scrivere il grande romanzo americano. Afferma il protagonista:

“Ah, il grande scrittore! Come fa a parlare delle donne, se non ne hai mai avuta una? Ehi, tu, miserabile impostore, fasullo che non sei altro, per forza non riesci a scrivere! Non c’è da stupirsi se non c’è nemmeno una donna in Il cagnolino rise. Non c’è da stupirsi se non c’è una storia d’amore, povero scemo, scolaretto presuntuoso. Dovevo scrivere una storia d’amore, imparare cos’era la vita!”.

E sarà proprio l’incontro- scontro con Camilla Lopez, giovane cameriera messicana di un bar malfamato, della quale si innamorerà ma con la quale non riuscirà ad avere una vera storia d’amore, a dargli l’ispirazione per scrivere. In Chiedi alla polvere non c’è alcun romanticismo, c’è la cruda realtà delle insicurezze e delle contraddizioni dei primi contatti con l’altro:

“Mi baciò ancora una volta e fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo. Ero disperato […]. Poi sentii che il suo disprezzo si stava trasformando in odio e fu allora che cominciai a desiderarla. Evviva, Arturo, gioia e forza, forza e gioia…”

Camilla Lopez è un altro personaggio autobiografico, è la Marie Baray di John Fante, con la quale l’autore ruppe in malo modo nel 1936, una giovane dal fascino latino che ha in comune con Camilla anche il destino amoroso. Lo stesso Fante suggerisce una lettura politica dell’incapacità di Arturo e Camilla a relazionarsi normalmente, come lo scontro razziale fra la cultura messicana e quella italiana.

La storia di Chiedi alla polvere è il più classico viaggio esistenziale di un ragazzo che diventa uomo, nello scenario dei bassifondi e delle strade deserte della West Coast. In altre parole non accade mai nulla nel romanzo. Dissacrante, ironico, scanzonato, struggente, disperato, racconta la storia di un ragazzo perso, perso dentro, che si affanna alla ricerca di qualcosa che alla fine non è neanche certo di aver trovato. La scrittura è spezzata, schizofrenica e trasuda realismo, tracciando con linee asciutte un paesaggio disincantato, forse fin troppo. Immediato il paragone con Salinger e Il Giovane Holden, sia per lo sperimentalismo linguistico sia per la rappresentazione dissacratoria dell’America dimenticata della prima metà del Novecento; sebbene dal confronto con Holden Caulfield, Arturo Bandini ne esca sconfitto.

Un capolavoro o un libro sopravvalutato? Chiedi alla polvere è uno di quei libri che dividono, di cui probabilmente non si afferra pienamente il significato pur essendo consapevoli di trovarci davanti ad un romanzo importante (si è detto che anticipa la scrittura beat), che ci sussurra di interrogare la polvere per avere delle risposte, per far riafforare ricordi e sentimenti.

Nel 2006 è stato anche realizzato un film con lo stesso titolo per la regia di Robert Towne con Colin Farrell e Salma Hayek.

Castelli di rabbia, di A. Baricco

Castelli di rabbia è la prima opera narrativa di Alessandro Baricco, edita dalla casa editrice Rizzoli nel 1991 e vincitrice del Premio Campiello e del PrixMédicisétranger 1995. Il titolo ha una duplice valenza semantica: l’immagine del castello rappresenta i sogni infranti, la tendenza utopica all’infinito, tipica dell’infanzia, che inesorabilmente termina in un abisso di dolore e nell’inevitabile scontro traumatico con la realtà; la rabbia è una componente caratteriale di tutti i personaggi della storia, elemento che viene sottolineato da un linguaggio molto forte e, sovente, da scene di grande intensità. Ne è un esempio l’episodio della morte del signor Andersson, socio in affari e amico del protagonista, il Signor Rail:

“Addio, signor Rail. Un buio nero, da non vederci a bestemmiare. – Addio, Andersson. Il vecchio Andersson morì con il cuore spaccato, quella notte stessa, mormorando una sola, esatta, parola: Merda”

Il romanzo è permeato da un forte positivismo che, in maniera quasi ossimorica, non si basa sulla Ragione ma sembra legato all’ambito metafisico. In questo romanzo, più che nelle altre opere di Alessandro Baricco, si respira l’aria del progresso propria dell’Ottocento, l’attrazione verso la scienza e i prodotti dell’industria, che non sono usati, come si potrebbe immaginare, per semplificare la vita e avvicinarsi alla modernità, (sono infatti opere prive della benché minima utilità pratica), bensì per concretizzare l’irrealistica tendenza all’infinito. Il progetto della locomotiva Elisabeth prevede che viaggi su 200 km di rotaie perfettamente diritte senza condurre in alcun luogo preciso, senza dunque fermarsi in nessuna stazione, il Crystal Palace di Hector Horeau è un palazzo di vetro che non mira a rivoluzionare le tecniche architettoniche con l’utilizzo di ferro e vetro, senza più limitarsi a calce e mattoni, ma serve ad intrappolare la luce in modo che chi vi entri possa sentirsi al chiuso e all’aperto al tempo stesso, a contatto con il mondo eppure distante oltre un vetro. L’opera, divisa in sette capitoli, è ambientata nell’immaginaria Quinnipak, un non-luogo al pari della Locanda Almayer, paese all’interno del quale si snodano le vicende dei personaggi, presentate a frammenti, intrecciate l’una all’altra eppure distanti, cariche di significato simbolico eppure incomprensibili fino al capitolo finale, con un metodo per cui ogni personaggio sta nella narrazione come un bottone sta nell’asola.

Nelle ultime pagine, per le quali lo scrittore adopera una tecnica di scrittura mutuata dal cinema, si inquadra la narratrice, fino a quel momento rimasta in disparte come una voce fuori campo, e la si vede spiegare che la storia, i personaggi, la stessa Quinnipak, altro non sono che invenzioni della stessa per sfuggire alle proprie sventure, un modo per rifugiarsi nella fantasia e non pensare al presente. Eppure, se per i personaggi da lei inventati non c’è lieto fine, né soddisfazione, per lei la storia viene lasciata in sospeso, dando come unica speranza la parola America, e forse proprio lì la protagonista troverà una vita vera alla fine di un lungo viaggio, sia fisico che metaforico.

Evidente è lo stretto legame che intercorre fra Castelli di rabbia e il monologo teatrale Novecento, pubblicato nel 1994: anche qui troviamo il sogno americano e la componente musicale attorno alla quale si snoda la trama, in Novecento è opera del pianista Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, in Castelli di rabbia è legata alla figura di Pekish, grande musicista di note inesistenti e inventore di un nuovo strumento: l’umanofono. Le storie dei personaggi, il signore e la signora Rail, Pekish, Penht, Hector Horeau, Mormy, la vedova Abegg, sono costruite come le strade di un labirinto, che si snoda a partire da un centro. Il centro per Castelli di rabbia è la scena del giorno di San Lorenzo, momento in cui le due bande, partendo da poli opposti, si incontrano al centro del paese; è un processo a matrioska che secondo un espediente narrativo composto da flashback (analessi ) e flashforward (prolessi), da finzione e realtà, che è anch’essa finzione, si pone a più livelli di analisi e su più linee temporali e spaziali, in un gioco di incastri tipico dello stile di Alessandro Baricco. Il percorso psicologico per raggiungere l’agognata chimera porterà ai personaggi nient’altro che sventura: Hector Horeau e Pekish prede della follia, Il signor Rail della miseria e della solitudine. Eppure dalla loro disgrazia rinasce una nuova vita, come una fenice dalle proprie ceneri, o meglio si crea una possibilità di vita. Aspettarsi che il finale di un’opera di Baricco sia chiuso e definito senza essere preda delle più svariate e personali interpretazioni? Questa è un’altra chimera.

L’ Alchimista, di Paulo Coelho, allegoria del percorso umano

“Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose”. L’ Alchimista è considerato il capolavoro di Paulo Coelho, pubblicato nel 1988. È stato tradotto in 56 lingue e ha venduto oltre 100 milioni di copie. La “Bibbia” di Coelho racconta il viaggio dei viaggi, allegoria dell’umano percorso che, anche se già scritto, spesso se ne ignora l’obiettivo e si lascia fluire senza controllo davanti ai nostri occhi. L’insegnamento di Santiago, protagonista della storia, è  quello di ascoltare attentamente il cuore e compiere la propria “leggenda personale”. Inoltre l’obiettivo di Santiago, pastore andaluso che ha conosciuto in giovinezza il latino, lo spagnolo e la teologia durante il suo periodo in seminario, è quello di trovare un tesoro sepolto in Egitto ai piedi delle Grandi Piramidi. A rivelargli la sommaria ubicazione è stato un sogno premonitore, e a dargli la forza e il coraggio di abbandonare tutto, vendere il proprio gregge e intraprendere il suo viaggio, è stato il vecchio Re di Salem, che gli consegna due pietre, una raffigurante il sì e l’altra il no, che gli indicheranno il cammino da compiere.

Il romanzo si snoda in un arco temporale sospeso, non indicato, ma che sommariamente circoscrive la narrazione in due anni: Santiago parte dall’Andalusia e arriva a Tangeri, lì viene derubato e per riguadagnare i soldi necessari al viaggio rimane nella città per un anno. Dopo aver messo da parte una bella somma nella bottega del Mercante di Cristalli, riprende il suo percorso, grazie a una carovana arriva a ElFaiyum dove incontra due personaggi fondamentali: la ragazza di cui si innamora, Fatima, e un Alchimista, che gli insegnerà l’importanza di conoscere sé stessi, di scoprire l’Anima del Mondo, l’Amore e il Linguaggio Universale, di parlare al sole e al vento e di compiere la propria Leggenda Personale:

“La tua Leggenda Personale. […] è quello che hai sempre desiderato fare. Tutti, all’inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. […]. Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell’anima dell’Universo. Quella cosa rappresenta la tua missione sulla terra […]. L’Anima del Mondo è alimentata dalla felicità degli uomini. O dall’infelicità, dall’invidia, dalla gelosia. Realizzare la propria Leggenda Personale è il solo dovere degli uomini. Tutto è una sola cosa. E quando desideri qualcosa, tutto l’Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio.”

Poco prima di arrivare in Egitto, però, Santiago viene rapito da una banda di predoni. Verrà rilasciato soltanto dopo aver rivelato loro lo scopo del suo viaggio e aver raccontato del sogno che lo ha indotto a partire, scoprirà così che anche uno dei predoni aveva fatto lo stesso sogno e gli indicherà la sua meta esatta. Il tesoro, infatti, non si trova in Egitto ma nel luogo esatto in cui lui pascolava il suo gregge in Andalusia. Dopo essere tornato a casa e aver trovato il tesoro, Santiago decide di vivere finalmente il suo amore con Fatima, reo di aver capito ciò che davvero conta nella vita, ovvero il viaggio che porta alla costruzione e alla scoperta di sé. Noi siamo Santiago. E il suo viaggio è il viaggio esistenziale che tutti siamo destinati a compiere. I predoni sono gli ostacoli da superare con coraggio e astuzia. L’Alchimista e il Re di Salem sono quelle guide, quei mentori che spesso trascuriamo di ascoltare, e la cui saggezza viene spesso accantonata come spicciolo nozionismo. Fatima è la meta ultima, i sentimenti che sono la vera ricchezza della vita. E la morale è che siamo già dove vorremmo essere, la felicità non è un luogo da inseguire, ma la consapevolezza di essere noi. Uno spettacolo irripetibile.

Paulo Coelho racconta un viaggio dell’anima, sul modello di Hermann Hesse, con grande poesia e leggerezza, adatto a chi si affaccia alla vita ma anche a chi vi si trova immerso e ancora non ha capito da che parte si sta dirigendo, intrappolato nella monotonia della quotidianità. “E quando tutti i giorni diventano uguali è perché non ci si accorge più delle cose belle che accadono nella vita ogniqualvolta il sole attraversa il cielo”.