Un percorso critico nell’opera “La quercia del Tasso” di Achille Campanile

In occasione della Rassegna Nazionale “Campaniliana 2017“, avviata a Velletri lo scorso 10 giugno, la Dottoressa Valentina Leone, dottoranda in Italianistica all’Università di Pisa, ha scritto un articolo sull’opera di uno dei più grandi scrittori umoristi italiani, Achille Campanile, La quercia del Tasso, analizzando l’epistolario di Bernardo Tasso. Alla rassegna, composta da mostre, concorsi e altri eventi, parteciperanno anche il figlio dell’autore Achille Campanile, Gaetano Campanile, Giorgio Montefoschi, Vito Molinari, Arnaldo Colasanti, Silvio Moretti, Angelo Cannatà e Simona Marchini.

Valentina Leone, nel suo articolo, ripercorre la produzione di Bernardo e Torquato Tasso, ma si sofferma soprattutto sull’opera di Achille Campanile, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e giornalista italiano, morto a Lariano il 4 gennaio 1977. Molti critici lo hanno elevato al rango di “classico” del Novecento, famoso soprattutto, per l’appunto, per il suo umorismo e i suoi giochi di parole. Qui di seguito il contributo prodotto dalla Dott.ssa Leone sull’opera di Campanile La quercia del Tasso.

Passeggiate “campaniliane”: La quercia del Tasso e la scoperta della poliedricità della parola di Achille Campanile

L’incipit narrativo del breve scritto intitolato La quercia del Tasso, comparso prima in Manuale di conversazione del 1973 e poi nel 1975 in Vite degli uomini illustri, tutto concentrato sulla descrizione dello scenario dalla quale prende le mosse l’imponente affastellamento di lemmi, di suoni allitteranti connotativo della prosa di Achille Campanile, non è esente da un primo accenno di verve corrosiva che figura per i resti dell’albero sacro a Zeus, dove il Tasso andava a sedersi, l’ipotesi di una confusione con la comune legna destinata a usi pratici e non contemplativi:

Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.

Quando Campanile passò dal Gianicolo, uno dei colli in cui sembra di avere ai piedi l’enorme distesa di Roma, l’aspetto delle reliquie della quercia del Tasso, per la quale già al tempo poteva sembrare paradossale immaginare un passato di foglie frondose, doveva essere pressoché simile a quello odierno: un tronco superstite da cinque secoli, che ha perso il proprio aspetto fino a tornare a una originaria massa informe, sorretto non più da radici ma da mattoncini di un muretto artificiale, al tempo stesso indice della fragilità e della straordinarietà del cimelio. Impossibile, per il visitatore contemporaneo, non sovrapporre al quadro tracciato da Campanile l’attuale aspetto dell’anticofusto, rimasto carbonizzato nel 2014 a causa di un incendio doloso, facendo scoppiare un caso che ha sollevato le polemiche della cronaca cittadina. Ancora più ridotto nella sua superficie e divenuto quasi irriconoscibile, il tronco, in ogni caso sostitutivo dell’esemplare di epoca tassiana, è sorretto ora da una imbracatura di metallo, a sottolineare l’abbandono al degrado di una parte integrante della storia cittadina. Nella pluralità di sovrapposizioni letterarie che questo luogo ispira, per la stratificazione dei passaggi di personaggi d’eccezione nonché dei pellegrinaggi del Grand tour, da quel moncherino sembra emanare un grido lacerante, un dolore per una condizione irreversibile che potrebbe prendere in prestito le parole che Giacomo Leopardi, nella lettera dedicatoria dell’edizione Piatti dei Canti, attribuiva a sé stesso, rappresentandosi come «un tronco che sente e che pena». Un Leopardi richiamato con giusta causa, in quanto il recanatese ha lasciato una delle più potenti testimonianze di una visita al sepolcro del Tasso, ospitato nella chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, ma fu anche protagonista, insieme allo stesso autore della Gerusalemme liberata, di numerosi racconti frutto dell’inventiva di Achille Campanile, in cui i due grandi autori della letteratura, tali anche nel capilettera maiuscolo del cognome, sono immersi letteralmente in una “giungla” popolata dagli omonimi animali.

Il sottile confine tra realtà e finzione

Da questo tronco assai scarno, Achille Campanile ricava spazio per costruire una situazione verosimile, eppure giocata, attraverso la polisemia delle parole, sul sottile confine tra realtà e finzione.Si intrecciano sullo stesso piano biografia e produzione letteraria. L’ombra della quercia, rifugio del «tasso della quercia del Tasso» e del poeta che a Roma sperava di trovare pace nell’ultimo scorcio di una travagliata esistenza,è un motivo della produzione lirica di tassiana, dove intende alludere, in forma metaforica, allo stemma e alla protezione ricevuta dalla famiglia Della Rovere. Ma l’«antica Quercia» da «l’altiero crine e ’l tronco forte e saldo» trama, con la stessa venatura encomiastica, anche il libro di Rime del Tasso padre, quel Bernardo che Campanile, con una funambolica prova di maestria, risuscita e rende antagonista del figlio, creando un conflitto “Tasso contro Tasso” in cui hanno parte specie arboree – la quercia, l’olmo, il tasso («l’albero delle Alpi»), il tasso barbasso –, il mammifero appartenente alla famiglia dei mustelidi e le due guerce:

Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta «la guercia del Tasso della quercia», per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due). Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: «la quercia della guercia del Tasso»; mentre quella del tasso era detta: «la quercia del tasso della guercia»: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.

Achille Campanile moltiplica l’esistente, sottopone alla massima tensione il linguaggio per saggiarne integralmente le possibilità e le sfumature, con una continua ricerca stratigrafica della parola e un gusto per il ritmo allitterante. L’autore conteso tra Velletri e Lariano, come Omero dalle undici polis greche, fa leva su parole che informano la vita quotidiana per innescare una situazione credibile proprio sulle basi di una logica grammaticale, quindi di un rapporto di dipendenza tra le cose non necessariamente obbligato da un unico punto di vista: E lo chiamavano: «il tasso della quercia della guercia del Tasso», mentre l’albero era detto: «la quercia del tasso della guercia del Tasso» e lei: «la guercia del Tasso della quercia del tasso».

Spinta a esiti estremi, poco prima di giungere al paradosso, La quercia del Tasso stabilisce prima di chiudersi una vera tassonomia (sic!) della realtà. Nel mondo di Campanile l’omonimia non sottrae l’identità e non è di ostacolo, anzi favorisce l’approssimazione verso una soluzione finale che si solleva nella leggerezza dell’ironia:

Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso barbasso del Tasso. (Ibidem). Così, appena sfiorata la sottesa materialità caratteristica dell’animo umano, si conclude la pagina scritta e oltre lo spazio bianco, nella mente del lettore, sembra poter dare inizio a una nuova catena di combinazioni.

 

‘La ragazza del dipinto’ di Amma Ansante, una storia vera

La ragazza del dipinto è un film storico e drammatico del 2013, diretto dalla regista britannica Amma Ansante. I protagonisti sono Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson, Miranda Richardson, Penelope Wilton, Sam Reid, Matthew Goode, Emily Watson, Sarah Gadon, Tom Felton e James Norton. Il film è tratto dalla storia vera di Dido Belle, ragazza mulatta figlia del capitano Sir John Lindsay e di una donna di colore, vittima del razzismo e delle norme aristocratiche nell’Inghilterra del 1700.

La ragazza del dipinto: razzismo e sessismo tra l’aristocrazia inglese

Dido, alla morte della madre, viene condotta dal padre nella casa di famiglia, a Hampstead, per crescere come una vera aristocratica accanto alla cugina Elizabeth, alla quale sarà legata da una profonda amicizia minacciata di continuo dal diverso colore della loro pelle.

Dido dice spesso al prozio, conte di Mansfield: “Come mai il mio rango è troppo elevato per cenare con la servitù e troppo basso per cenare con la mia famiglia?

Nel film in più occasioni si sottolinea il turbamento della giovane per la ricerca della propria identità, eternamente in bilico fra due mondi. La ragazza, con un salto temporale, raggiunge l’età adulta, quel periodo che per ogni donna, soprattutto se di rango elevato, corrispondeva alla ricerca di un buon marito di ottima estrazione sociale. Ma nonostante Dido abbia una cospicua rendita in denaro, lasciatale dal padre, deceduto in mare, avrà dei problemi a farsi accettare in società per il colore della sua pelle. La protagonista dovrà percorrere un cammino di ricerca della propria identità, scoprendo che nascondere la sua parte “nera” rappresenta la strada per l’infelicità.

Il film tratta anche il famoso caso Zong, una vicenda giudiziaria che costituirà una pietra miliare per la futura abolizione della schiavitù. Dido è un esempio di donna emancipata e indipendente per l’epoca. Rifiuta un matrimonio di mera convenienza e si ostina a far valere la sua voce circa la condizione degli schiavi, giocando un ruolo fondamentale nella decisione di suo zio, il magistrato del caso Zong, a favore della compagnia assicurativa contro la frode della nave negriera. I punti forti de La ragazza del dipinto sono di certo il cast d’eccezione, l’ambientazione storica accurata, che ricorda L’età dell’innocenza, e la componente non-fiction della storia, collegata a veri fatti di cronaca e all’esistenza di Dido Belle, dipinta in un quadro insieme alla cugina Elizabeth a Kenwood House. La ragazza del dipinto è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival l’8 settembre 2013 e ha ricevuto numerosi riconoscimenti: nel 2015 ai Satellite Awards due nomination come attrice a Gugu Mbatha-Raw e per i costumi a Anushia Nieradzik, sempre nel 2015, agli Empire Awards, la nomination per il miglior debutto femminile a Gugu Mbatha-Raw.

 

‘Palme nella neve’, il viaggio metafisico di Fernando Gonzàlez Molina

Palme nella neve (Spagna, 2015) è un film di Fernando Gonzàlez Molina, regista della versione spagnola di Tre metri sopra il cielo (2010) e Il guardiano invisibile (2017). La storia è ambientata negli anni ’50 e ’60 sull’isola africana di Fernando Poo (oggi Bioko), colonia spagnola fino al 1968, e trae spunto dall’omonimo romanzo bestseller di Luz Gabas. La trama narra le vicende di Clarence Rabaltué che, dopo la morte del padre, trova un plico di lettere nella casa di famiglia sui Pirenei, cioè la corrispondenza tra il padre Jacobo e lo zio Kilian durante gli anni che hanno trascorso a Fernando Poo. Clarence si appassiona alla storia della sua famiglia e parte alla volta dell’Africa per scoprire i segreti celati tra le righe di quelle lettere. Palme nella neve è una storia che parla del rapporto tra colonizzatori europei e popoli indigeni, della violenza e della nascita di insolite amicizie, dell’amore che abbatte tutte le barriere e dell’odio che crea fratture impossibili da ricucire.

Palme nella neve: lo sviluppo narrativo

L’isola di Fernandoo Poo fa da sfondo a un film sul filone de La mia Africa, un continente magico dove spesso si intraprende un viaggio più metafisico che reale, a contatto con la natura e con se stessi. Questo è ciò che accade a Jacobo e Kilian, due fratelli molto legati che si troveranno a scontrarsi e a separarsi per sempre a causa di divergenze di opinioni sul modo di trattare gli autoctoni: Jacobo è il classico colonizzatore, che vede gli abitanti di Fernando Poo solo come oggetti, gli uomini per il lavoro nei campi, le donne come strumenti del suo piacere; Kilian invece vuole integrarsi, su quell’isola trova degli amici e anche l’amore, purtroppo brutalmente interrotto a causa della guerra civile e anche delle convenzioni sociali dei popoli africani.

Palme nella neve è un mistero a cavallo fra due archi temporali, una storia di integrazione e rinascita per la famiglia di Kilian, ma anche per un intero popolo. Si tratta di un dramma sentimentale spagnolo tratto dal romanzo Palme nella neve di Luz Gabas, una saga familiare sul genere de La notte ha cambiato rumore di María Dueñas. Purtroppo l’andamento narrativo di questo film è discontinuo, a tratti molto lento e altre volte eccessivamente veloce, per poi arrivare a un finale della storia che non soddisfa. Il rapporto fra Kilian e la giovane indigena non termina né bene né male, semplicemente non viene mostrato, lasciando intuire allo spettatore una loro separazione di lì a breve.

Palme nella neve è interpretato da un cast che vanta gli attori spagnoli più famosi del momento: Mario Casas, Berta Vázquez, Adriana Ugarte, Macarena García, Fernando Cayo, Daniel Grao, Alain Hernández, Laia Costa e Luis Callejo, alcuni dei quali hanno anche recitato nella serie tv tratta dal romanzo La notte ha cambiato rumore di Marìa Dueñas.

 

 

‘The Crown’, la serie targata Netflix rinnovata per una seconda stagione

The Crown è una serie tv anglo-americana realizzata per Netflix da Peter Morgan, pubblicata sulla piattaforma il 4 Novembre 2016 e composta da dieci episodi. Si tratta di un dramma storico che ripercorre i primi anni di regno della regina Elisabetta II, dal suo matrimonio con Filippo fino al ritiro dalla vita politica del primo ministro Winston Chuchill. Netflix ha già annunciato una seconda stagione, raddoppiando il budget già stellare. Il cast è composto da Claire Foy (nei panni della Regina Elisabetta II), Matt Smith (Principe Filippo), Vanessa Kirby (Principessa Margaret), John Lithgow (Winston Chuchill).

The Crown: il peso della Corona

La fortunata serie, apprezzata da pubblico e critica, ha riscontrato anche il favore della regina stessa che, secondo l’ufficio stampa di Buckingam Palace, guarderebbe la serie insieme al figlio minore Edoardo e alla nuora Sofia. The Crown è una serie tv sulla nobiltà inglese, ma vista dall’insolito punto di vista della ‘normalità’. La Corona è rappresentata non solo come privilegio concesso da Dio, ma dovere che comporta più obblighi e privazioni che altro. Elisabetta dovrà combattere contro se stessa in più occasioni, trovandosi a scegliere tra la sua vita privata e la sua famiglia e i doveri della Corona, arrivando a corrodere anche il proprio matrimonio con Filippo e il rapporto con la sorella Margaret. Un altro punto forte della serie è senz’altro la presenza di costumi curati nei minimi dettagli da Michele Clapton, costumista anche di Game of Thrones, dalle gonne a ruota anni ’50 all’elegante vestito dell’incoronazione di Elisabetta, riprodotto ad arte.

Un dettaglio da non sottovalutare è anche la scelta degli attori, che incredibilmente somigliano molto agli originali, soprattutto la regina e il principe Filippo. The Crown ha vinto due Golden Globe nel 2017 come ‘Migliore serie drammatica’ e ‘Migliore attrice protagonista in una serie drammatica’ (a Clare Foy), nonché i premi come ‘Migliore attrice in una serie drammatica’ (a Clare Foy) e ‘Migliore attore in una serie drammatica’ (a John Lithgow) agli Screen Actors Guild Award sempre nel 2017. La seconda stagione di The Crown verrà rilasciata a un anno dalla prima, a Novembre 2017, e coprirà un periodo storico che va dal 1955 agli anni ’60.

‘Tredici’, la serie tv targata Netflix che ha diviso la rete

La serie tv Tredici, conosciuta negli Stati Uniti come 13 Reasons Why, è sbarcata sulla piattaforma Netflix il 31 Marzo 2017. La serie è stata creata da Brian Yorkey sull’omonimo romanzo di Jay Asher, autore conosciuto per i suo romanzi indirizzati prettamente al pubblico adolescente e che trattano i temi propri di quest’età. Tredici racconta la storia di Hannah Baker, ragazza suicidatasi prima dell’inizio dell’episodio pilot e che, nelle ore che hanno preceduto la sua morte, ha inviato una serie di tredici cassette (da qui il nome della serie) a tutti coloro che, in minima o grande misura, hanno contribuito a spingerla al suicidio. Il primo episodio vede uno dei più grandi amici di Hannah, Clay Jensen, ricevere il pacco di audiocassette e cominciare a interrogarsi sulla morte della ragazza della quale era segretamente innamorato da anni.

Analisi di un fenomeno della rete: i difetti di Tredici

La serie Tredici, non a caso, è composta da tredici episodi, ognuno concernente una delle ‘verità’ di Hannah. La storia è raccontata dalla sua voce narrante, ma la ragazza è protagonista degli episodi raccontati a Clay anche fisicamente. Il ritmo della narrazione si mostra, nei primi episodi, incalzante e carico di suspense, e così anche nei tre episodi finali, durante i quali viene svelato interamente il mistero sulla morte della protagonista. Ma, isolando gli episodi centrali, si può notare un profondo calo di interesse dovuto alla volontà di allungare la storia più del dovuto, pecca che di certo si può riscontrare anche nell’omonimo romanzo di Jay Asher. I racconti di Hannah si concentrano su piccoli e grandi episodi di bullismo, fino a sfociare nella violenza sessuale, eppure per la prima parte della serie è difficile per lo spettatore entrare davvero in empatia con la protagonista, che sembra in alcuni casi causa dei suoi stessi problemi, ovviamente escludendo dal discorso i casi di violenza. Per il resto Hannah sembra risentire con eccessiva sensibilità di episodi più adatti alle ‘burle’ da scuola elementare che alla vita di una ragazza di 18 anni, come il furto di alcuni foglietti indirizzati a lei o la pubblicazione di una sua poesia sul giornale della scuola senza il suo consenso. Così facendo, il regista ha spostato il focus dalle vere ragioni del suicidio di Hannah, descritte solo nelle ultime audiocassette. Per non parlare del protagonista, Clay Jensen, inglobato nel gruppo degli ascoltatori e potenziali istigatori al suicidio senza alcun valido motivo.

Tredici è una serie che ha diviso l’opinione pubblica fra chi l’ha aspramente criticata per il modo in cui è stata realizzata, lenta e piena di episodi non necessari, e chi l’ha lodata, sicuramente ritenendo più importante il tema trattato. Ma su questo genere di storie sono state create molte serie di successo, da I segreti di Twin Peaks alle più recenti Pretty little liars e Big little lies, in cui i temi caldi, dalla violenza al bullismo, sono stati ben bilanciai da un ritmo narrativo di certo più accattivante. Cavalcando l’onda del successo, Netflix ha già commissionato una seconda stagione di Tredici per l’anno prossimo.

Malia Delrai, dal self publishing alla fondazione della Delrai Edizioni

La Delrai Edizioni nasce nel 2016 per opera di Malia Delrai, autrice proveniente dal campo del self publishing che ha deciso di mettersi in gioco anche nel mondo della piccola editoria. La sua casa editrice ha l’obiettivo di arrivare al lettore privilegiando la passione e le esigenze dei suoi scrittori, e non limitandosi alla mera parte commerciale. La Delrai Edizioni pubblica, senza chiedere alcun anticipo agli autori, vari generi letterari: dal romance al thriller, dall’erotico al fantasy. Abbiamo incontrato l’autrice-editrice che ci ha raccontato delle sue passioni e anticipato alcune novità riguardanti la Delrai Edizioni che sarà presente al Salone del Libro di Torino del prossimo 18 maggio.

 

 

Malia Delrai nasce come scrittrice e approda all’universo dell’editoria. Come sono nate queste due passioni? Quando hai capito la necessità di scrivere e quando hai maturato la voglia di metterti al servizio di altri autori?

La passione per la scrittura è nata una decina d’anni fa, direi quasi per caso. Cercavo a tutti i costi qualcosa che mi identificasse e che potesse dar senso alla mia vita. Sorrido quando penso che la scrittura non fosse la mia prima opzione, ho provato un corso di disegno e anche uno per fare a maglia, ma poi è stato inevitabile che non riuscissi a combinare niente di buono, non erano adatti a me. Sono entrata in un sito dove all’epoca si scrivevano fan fiction e ho tentato, così per gioco, e non è più finita. In realtà pubblicare per se stessi, da soli, non è poi granché per me, nel senso che dà tante soddisfazioni, questo certo, ma se ami lavorare insieme agli altri, condividere le tue passioni con altre persone, arriva il bisogno di impegnarsi in questo, perciò ho maturato il desiderio di aprire una casa editrice e di condividere i miei scrittori con i lettori. Sai qual è la cosa più bella? Appassionarsi ad altre storie, viverle dentro come se fossero proprie, riconoscere la bravura di altri autori e cercare di fare il meglio per loro. È qualcosa che va al di là di qualsiasi soddisfazione personale, ed è molto molto più gratificante.

 

Cosa consigli a chi sta provando ad emergere come scrittore? Meglio il self-publishing oppure affidarsi all’esperienza e all’appoggio di una casa editrice?

Non potrei mai dire cosa sia meglio, perché tutto parte da punti di vista differenti, obiettivi diversi. Se un autore punta a un guadagno immediato, o comunque a un percorso “solitario”, allora di sicuro è meglio il self-publishing, ma se invece vuole e desidera coltivare il lavoro di squadra, il rapporto con altri autori e con un editore, cercare insieme insomma una risposta alle sue esigenze insieme ad altri che lavorano nel campo, allora è bello anche affidarsi a un editore. Per certo so che il mondo dell’editoria non è così facile, perché c’è di tutto nel calderone, ma non credo che il mondo del self sia poi tanto differente.

 

Cosa consigli invece a chi ha il sogno di aprire una piccola casa editrice? In Italia ne nascono moltissime ogni giorno eppure l’impero editoriale è comandato sempre dalle stesse ‘big’. Ne vale la pena? C’è la possibilità di farsi conoscere e creare qualcosa di proprio e indipendente dai grandi colossi? Cosa ricordi dei primi passaggi per aprire la Delrai Edizioni?

Io mi sono affidata a persone competenti, da sola sarebbe stato impossibile. Non è solo questione di passaggi da fare, ma di persone che ovviamente ti seguono in questo percorso: è necessario un commercialista, un legale, una persona competente che possa dirti come effettivamente ci si deve muovere. Se ne vale la pena? Dipende dagli obiettivi che si hanno, dal tempo che ci si vuole dedicare. A volte penso di impazzire, altre invece mi sento soddisfatta. Aprire una casa editrice è qualcosa che si fa per passione all’inizio, si pensa: Ehi, i libri mi piacciono! E poi ci si scontra col resto e si capisce che “il libro” è “solo una” delle cose che si deve creare. Il resto: la logistica, la burocrazia, gli eventi… è tutto da gestire e lo si deve fare, non si può abbandonare. È tutto importante, tutto. Il comando delle big è naturale perché hanno un grande capitale da investire e tanti soldi per potersi permettere quello che hanno, un piccolo editore invece questa possibilità non ce l’ha. Ma a volte mi domando se siano i soldi che fanno la differenza, se veramente servono questi e basta per poter essere definiti “grandi”. Spero che ci sia la possibilità di farti conoscere e creare qualcosa di proprio a prescindere dai grandi editori, spero di riuscirci, lo vedrò nei prossimi anni, ora è presto, per ora cerco di fare del mio meglio e mettercela tutta.

 

Descrivi Malia Delrai in tre parole.

Sole, cuore, amore. 😛

 

Qual è l’autore che non hai pubblicato e che vorresti pubblicare?

Uberto Ceretoli. Lo considero un grande del fantasy e dello steampunk, però non pubblica con me, purtroppo. Credo che sia uno dei più grandi che ultimamente io abbia letto e che mi è rimasto nel cuore. Lo trovo un autore di grandissimo talento. Tu pensa che invece forse si avvererà il mio sogno di pubblicare una persona che stimo, ma per ora non faccio nomi. Finché non succede, non ci crederò.

 

Quali sono le tue letture preferite?

Amo tantissimo lo steampunk, è uno dei generi che preferisco, ma anche il fantasy non mi dispiace. Poi ovviamente c’è il romance, l’erotico… diciamo che amo parecchi generi. Ho letto anche thriller che mi hanno lasciata senza parole. Sono piuttosto onnivora come lettrice, spesso però mi rendo conto che ricerco anche io, come molti, una realtà per ruggire dalla mia. Non perché la mia non mi piaccia ovviamente, anzi, ma perché mi piace vivere diverse vite e sognare diversi mondi.

 

Per finire, sei stata alla fiera di Milano e sarai a quella di Torino. Cosa dobbiamo aspettarci come novità firmate Delrai?

Oh, non so nemmeno io cosa aspettarmi. Tutto sta succedendo molto velocemente, troppo velocemente, e io fatico a stare dietro a ogni cosa. Ho conosciuto persone meravigliose, davvero meravigliose, che mi stanno sostenendo, che lavorano con me, ed è bello. Vorrei poter vivere di questo lavoro, anche se per ora non è possibile, mi impegno e do il massimo perché è un grande amore. Cosa aspettarsi dalla Delrai? Tanti nomi, di autori bravi, capaci, che ce la stanno mettendo tutta, che ci credono ancora, che non pensano che i lettori siano solo numeri, che con umiltà cercano ancora di farcela. Io non posso mollare, per me loro sono tutto, sono importantissimi. Vorrei poter far nomi, ma è prematuro. Però… io penso in grande!

 

 

La bella e la bestia, il nuovo live action della Disney con Emma Watson

La bella e la bestia (Walt Disney Pictures, 2017) è l’ultimo rifacimento cinematografico, diretto da Bill Gordon, della nota favola Disney del 1991, un film che vanta un cast d’eccezione: Emma Watson, Dan Stevens, Luke Evans, Emma Thompson, Kevin Kline, Josh Gad, Ewan McGregor, Ian McKellen, Audra McDonald, Stanley Tucci, Gugu Mbatha-Raw, Hattie Morahan, Adrian Schiller, Nathan Mack, Henry Garrett. Dopo il flop della pellicola con Vincent Cassel e Lèa Seydoux del 2014, le aspettative su questo nuovo live action sono state elevate, soprattutto per la presenza nel cast di Emma Watson, nel ruolo di Belle, già famosa al grande pubblico per la sua interpretazione di Hermione Granger nella fortunata saga di Harry Potter.

La bella e la bestia: dal sogno alla realtà

Il live action de La bella e la bestia, attesissimo dai fan di tutte le età della favola Disney, prometteva grande sentimento e attinenza alla trama originale, in barba a tutti i rifacimenti sempre più distanti dal classico tanto amato, e in effetti non ha deluso le aspettative. La reazione più comune è stata quella di un riconoscimento di luoghi e personaggi da parte degli spettatori, che hanno visto finalmente sul grande schermo un rifacimento che non distorcesse negativamente un prodotto che ha sempre funzionato così come è stato concepito.

Il risultato è un live action che fortunatamente non spicca in originalità, niente Bella del nuovo millennio e nessuna ambientazione moderna, ma ne acquista in sentimento, con un ritmo che trasmette tensione emotiva dalla prima all’ultima scena, divertendo e commuovendo. Bisogna però dire che ci sono alcuni dettagli che hanno rovinato un po’ l’effetto finale, piccole migliorie che di certo avrebbero dato un senso di completezza alla pellicola che manca: prima di tutto la musica, la melodia è quella originale ma il testo no per questioni di copyright, e questo crea un senso di straniamento che fa storcere la bocca (chi non conosce a memoria anche solo il ritornello delle canzoni de La bella e la bestia?), in secondo luogo il doppiaggio italiano (pessimo quello della bestia, gli altri poco legati all’immagine del parlato). Sono state apportate anche delle aggiunte alla trama che però non guastano, come le scene dell’infanzia dei due protagonisti, e uno spazio maggiore a Gaston, interpretato da Luke Evans, probabilmente il personaggio meglio riuscito di tutta la pellicola.

Il risultato finale appare comunque un film che fa sognare a tutte le età e già questo basta per promuovere a pieni voti quest’ ultima versione de La bella e la bestia.

Sara Rattaro, autrice del romanzo ‘Splendi più che puoi’

La scrittrice Sara Rattaro, autrice genovese di molte opere di successo tra le quali Un uso qualunque di te (2011) e Non volare via (2013), ha gentilmente concesso un’intervista a ‘900 letterario in occasione della sua visita a Messina per presentare il suo ultimo romanzo Splendi più che puoi (2016), pubblicato per Garzanti. Il suo stile di scrittura va dritto al cuore, affrontando tematiche vere e toccanti che trasmettono il potere dei sentimenti e il valore dell’imperfezione.

 

  • Come è nata in lei la passione per la scrittura? E quando ha deciso di provare a pubblicare il suo primo romanzo?

La passione per la scrittura è iniziata tanto tempo fa, quando ero una ancora ragazzina ma la mia grande paura era proprio quella di farmi leggere. Per questo, mai avrei immaginato di poter fare questo mestiere. Ho deciso di scrivere il mio primo romanzo nel 2004 per pubblicarlo nel 2010. Sei anni di ricerca incessante di qualcuno che mi leggesse. Le cose si erano invertite.

  • Quali sono il primo romanzo che ha letto e il suo romanzo preferito in assoluto?

Il mio primo romanzo credo risalga ai tempi della scuola e potrebbe essere Zanna Bianca o le Piccole Donne. Romanzi preferiti ne ho troppi. Ho amato molto Remarke, Marquez, Hamingway, Steinbeck.

  • Nel 2011 la svolta con l’agente letterario Silvia Meucci. Quanto è importante per uno scrittore affidare il proprio talento alla persona giusta? Cosa consiglierebbe ai giovani scrittori?

È fondamentale avere un agente e che sia quello giusto. Un agente deve anche saperti guidare in un percorso di crescita dandoti i consigli più giusti e adatti alla tua scrittura. Ai giovani consiglio di affidarsi ad un agente che non chieda denaro per la lettura del testo proposto.

  • Mi dica una parola per descrivere ciascuno dei suoi romanzi.

Sulla sedia sbagliata è reale

Un uso qualunque di te è sconvolgente

Non volare via è commuovente

Niente è come te è emozionante

Splendi più che puoi è vero.

  • Fra tutti i personaggi dei suoi libri, in quale si rivede di più?

Li amo tutti. Non uso mai l’autobiografia per raccontare storie. Sicuramente c’è qualcosa di me in tutti ma non sono io in nessuno.

  • Splendi più che puoi è un romanzo toccante che parla di un argomento molto delicato, ovvero la violenza di genere. Come mai la scelta di questo tema? E che messaggio vuole dare ai suoi lettori?

È stata la storia a scegliere me. Dopo averla ascoltata mi sono accorta che non avrei potuto sfuggirgli. L’ho raccontata perché parla di speranza e di riuscita. È una storia drammatica con un messaggio positivo. Oggi la vera protagonista è una donna splendente, padrona della sua vita.

 

  • In primavera uscirà il suo prossimo romanzo, stavolta per Sperling&Kupfer. Può anticiparci qualcosa?

 

Sarà una storia di fiction e non più ispirata a qualcosa di vero. Sono più storie che si sono incrociate nella mia vita e che io ho modellato a mio piacimento. Sarà soprattutto una storia di amore, di famiglia e di tutti i non detti con i quali spesso siamo obbligati a convivere.

 

La ringrazio per la sua disponibilità e affabilità, in bocca al lupo per i progetti futuri.