‘Freakshow’, il romanzo fantasy di Pee Gee Daniel

Freakshow (Kipple Officina Libraria, 2016) è un romanzo di fantascienza di Pee Gee Daniel (nome d’arte di Pierluigi Straneo), già autore di altre opere tra le quali Lo scommettitore (2014) e Ingrid e Riccione (2014). Freakshow ha vinto nel 2016 il premio Kipple, assegnato ogni anno al miglior libro che rientra tra i generi: horror, fantascienza, narrativa di anticipazione e neo-noir. Il romanzo è ambientato sul satellite Europa in un tempo futuro ai nostri giorni, seguendo le disavventure del circo Korallo e delle sue deformi attrazioni, freaks di ogni sorta che per necessità hanno deciso di unirsi a quella male assortita congrega di mostri reietti dalla società.

Le gemelle siamesi, la donna barbuta, il nano, i pinhead, la donna cannone e il ragazzo senza gambe sono solo alcune delle attrazioni di questo circo degli orrori che di città in città non manca mai si suscitare reazioni contrastanti nei suoi spettatori, a metà strada tra l’attrazione e la repulsione, così come non si può evitare di scostare lo sguardo dal luogo di un incidente nonostante si sappia già quale orrida immagine si presenterà davanti ai nostri occhi. I freaks di Korallo a poco a poco, emarginati sin dalla nascita, cominciano a desiderare qualcosa di più che venire sfruttati come carne da macello per un misero piatto caldo la sera, così abboccano facilmente alla favola del fantomatico Uincio Uancio, salvatore di tutti i freaks del mondo. L’idea di questo Messia dei mostri rimane una mera leggenda fino a quando ad uno ad uno tutti i freaks del circo Korallo scompaiono in circostanze misteriose…

Freakshow: una scrittura ricercata per raccontare la mostruosità

Freakshow si presenta come il ritratto crudo e ironico delle peggiori mostruosità del mondo, trattando il tema della diversità come forma, molto spesso, di esclusione dalla società. Il mondo presentato da Pee Gee Daniels è un tempo futuro ma ha a tratti toni ottocenteschi, periodo in cui in Europa prende piede la moda della mostra di queste rarità biologiche. Anche il modo in cui i cittadini guardano con diffidenza i freaks somiglia molto a come un tempo la deformità fosse associata al demonio, legando l’idea del ‘diverso’ a quella di ‘malvagio’. Il romanzo sembra diviso in tre parti: l’inizio in cui vengono presentati i vari freaks tramite dei ritratti descrittivi, la seconda parte dove inizia la narrazione delle disavventure del circo, la terza che si tinge di giallo fino allo svelamento del mistero di Uincio Uancio. Purtroppo l’azione troppo spesso viene interrotta da digressioni eccessivamente descrittive, che danno sì l’idea della grande opera di ricerca che l’autore ha fatto prima della stesura del libro, ma che purtroppo rendono lenta la prosecuzione cronologica degli eventi più importanti. Forse una maggiore attenzione alla trama ‘tragicomica’ delle disgrazie del circo Korallo e dei suoi misteri avrebbe reso la lettura molto più scorrevole. Il linguaggio usato dall’autore è ricercato e di grande impatto, mostrandosi crudo e violento, e di certo centra l’obiettivo di attrarre e disgustare il lettore, esattamente come farebbero i freaks.

‘Collateral Beauty’, di David Frankel: un affresco toccante sul dolore e la morte

Collateral Beauty (Warner Bros, 2017) è un film di David Frankel, regista de Il Diavolo veste Prada (2006) e Io e Marley (2008). Il cast è d’eccezione: Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Keira Knightley e Helen Mirren. Will Smith interpreta Howard, un manager di successo che ha perso la voglia di vivere dopo la tragica morte della figlia di sei anni. I suoi tre migliori amici e colleghi organizzano così uno stratagemma per riportarlo alla vita servendosi di tre attori teatrali che interpreteranno le tre astrazioni (la Morte, il Tempo e l’Amore), provando a scuotere Howard dal suo torpore.

Collateral Beauty: un film corale sul vero senso della vita

Collateral Beauty è un film che carica di attesa sin dal suo trailer di lancio e dalla pubblicità che ha preceduto l’uscita della pellicola nelle sale. Il cast stellare e il tema delicato che sta al centro della trama, il grande dolore per la perdita di un figlio, pongono lo spettatore in una posizione di grande aspettativa e forse questa condizione stessa ha penalizzato il riscontro del film da parte della critica. Troppi attori noti e un intreccio che richiama vagamente il Canto di Natale di Dickens sono stati la causa delle critiche negative che Collateral Beauty ha ricevuto, opinioni sin troppo aspre e immeritate. Collateral Beauty è un film sul senso della vita, sul modello de La ricerca della felicità e Sette Anime sempre di Will Smith, che sa sia commuovere che far ridere, già questo un incommensurabile pregio. L’intreccio risulta abbastanza complesso, è vero, unendo due sottotrame: quella di Howard e la moglie che affrontano il dolore in maniere differente; e quella dei suoi tre colleghi, ognuno dei quali si interfaccia con la Morte, con il Tempo e con l’Amore. Will Smith appare come assoluto protagonista all’interno di un film che nasce come corale, ma Howard attira l’attenzione sempre su di sé, penalizzando molto soprattutto i personaggi di Edward Norton e Kate Winslet.

Uno spazio a parte si ritaglia però la straordinaria Helen Mirren, che tratta il tema della Morte con una delicatezza che sfocia nella commedia, e che intervalla l’andamento prettamente drammatico della pellicola. Avrei preferito una maggiore attenzione del regista alle scene fra Howard e i tre ‘fantasmi’, un po’ troppo semplificate e banalizzate nei contenuti dei dialoghi. Bellissima la metafora del domino all’inizio e alla fine del film per rappresentare il grande dolore che, con una reazione a catena, distrugge ogni cosa accanto a sé, e che alla fine conduce per mano attraverso la spiegazione del titolo del film e verso lo svelamento dell’intreccio, che risulta straordinariamente collegato.

Collateral Beauty è stato tacciato di essere nato come un progetto troppo complesso, ma questa sembra l’opinione di chi è abituato alle trame che si svolgono secondo uno schema ben preciso, sempre uguale, mentre Collateral Beauty è ibrido, un copione che, nonostante l’iniziale riferimento a Scrooge, risulta assolutamente originale e godibile. Se non fosse stato già di per sé un film toccante e delicato, meriterebbe un premio anche soltanto per la fotografia curata nel minimo dettaglio, dando come scenario una New York sotto Natale, piena di luci e colori ma anche molto malinconica, in piena analogia con la trama.

‘Animali fantastici e dove trovarli’, il primo capitolo di una nuova saga, di David Yates

Animali fantastici e dove trovarli (Warner Bros, 2016) è il primo capitolo della nuova saga basata sull’universo magico di Harry Potter, uno spin-off ambientato nella New York del 1926, ben settant’anni prima de La pietra filosofale. La regia è di David Yates, che ha diretto anche gli ultimi film di Harry Potter e The legend of Tarzan. J.K Rowling ha collaborato alla realizzazione della sceneggiatura, basata sull’omonimo libricino ‘Animali fantastici e dove trovarli’ sul quale i maghetti di Hogwarts studiano le creature magiche. Il protagonista del film è proprio l’autore di questo volume, il magizoologo Newt Scamander, che arriva per la prima volta in America con la sua valigetta speciale piena di creature magiche. Il contenuto della valigia, per un caso fortuito, viene liberato e rischia di svelare il mondo della magia anche ai babbani.

Animali fantastici e dove trovarli: uno spin-off dalla trama prevedibile

Animali fantastici e dove trovarli è un prodotto che va analizzato scorporato dalla sua saga originale, poiché se confrontato sullo stesso piano di Harry Potter il giudizio sarebbe assai impietoso. Si tratta di uno spin-off che riprende il mondo della magia che ha emozionato più generazioni di lettori prima e spettatori in seguito e che fa piacere ritrovare anche in questa pellicola. Piatti che si lavano da soli, creature magiche, smaterializzazioni, rapporti fra maghi e babbani (chiamati nel film no-mag senza alcun apparente motivo) catturano l’attenzione dei potteriani, riportandoli nell’universo che tanto hanno amato, ma il confronto deve finire qui. La regia è di David Yates e la sua ‘firma’ si nota nell’impronta dark che da anche allo spin-off, in cui si ‘respira’ la presenza del male anche quando non c’è. Il problema purtroppo sta proprio in questo, l’atmosfera lascia presagire per gran parte del film che qualcosa di terribile stia per accadere da un momento all’altro, ma in realtà non c’è alcun colpo di scena. L’Obscurial, la creatura maligna che viene combattuta alla fine, sembra un ‘cattivo’ assai blando e non sconvolge lo spettatore come dovrebbe.

Animali fantastici e dove trovarli si presenta come il primo capitolo di una nuova saga, ma purtroppo non lascia ‘l’acquolina in bocca’ in attesa del capitolo successivo. L’unica scelta intelligente sul finale del film che da spazio alla possibilità di un sequel è Johnny Depp nei panni di Grindelwald, la cui presenza era stata osannata nei mesi di promozione che hanno preceduto l’uscita del film ma che cattura la scena per meno di un minuto. Tolte le perplessità sulla trama e sui colpi di scena mancati, resta da salvare l’ambientazione e il contesto storico, riadattato magistralmente al mondo della magia. Siamo nella New York degli anni ’20, i Roaring Twenties, e vederli in chiave magica fa sorridere e riflettere al tempo stesso, soprattutto la parte della ‘caccia alle streghe’, una nuova tematica poco trattata nella saga di Harry Potter. Un ultimo punto da esaminare è la scelta degli attori, spiccano Eddie Redmayne (che però appare troppo timido e simile ai suoi personaggi ne La teoria del tutto e The danish girl) e Colin Farrel, che però vengono oscurati tutti gli altri. Si spera in una svolta nel secondo capitolo con la presenza forte di Johnny Depp, una potenzialità da sfruttare saggiamente.

‘Il labirinto degli spiriti’, dramma e mistero nell’ultimo volume della saga di Zafòn

Il labirinto degli spiriti (Mondadori, 2016) è l’ultimo volume della saga de ‘Il cimitero dei libri dimenticati’ di Carlos Ruiz Zafòn, cominciata con L’ombra del vento nel 2001. Zafòn racconta la Spagna di Franco unendo mistero, dramma, comicità, storia e amore in un romanzo che non è classificabile in nessuno di questi generi ma che è semplicemente un inno alla letteratura e al piacere della lettura. In quest’ultimo capitolo ritroviamo Daniel, Bea, Fermin e tutti i personaggi della saga più la vera protagonista di questo volume: Alicia Gris, investigatrice che ha il compito di portare alla luce la verità su Mauricio Valls e la generazione di scrittori maledetti di Barcellona. La prima parte de Il labirinto degli spiriti è composta dalle sue indagini, la seconda (ovvero circa le ultime cento pagine) ha come protagonista Julian Sempere, figlio di Daniel, e rappresenta la conclusione della tetralogia, dove tutti gli ‘ingranaggi’ trovano il loro posto.

Il labirinto degli spiriti: si chiude il cerchio della saga di Zafòn

Con Il labirinto degli spiriti, Carlos Ruiz Zafòn ci conduce per mano attraverso l’ultimo capitolo della saga de ‘Il Cimitero del Libri Dimenticati’, la tetralogia che lo ha reso famoso a livello internazionale, consacrandolo come il secondo autore spagnolo più letto al mondo dopo Miguel de Cervantes. Questo ultimo volume, imponente più di 800 pagine, segna sia la conclusione dei molti misteri attorno alla città di Barcellona, rappresentata in un dopoguerra oscuro e dai contorni gotici, sia la ‘chiusura del cerchio’, aperto con il primo volume e un Daniel Sempere che conosce per la prima volta da bambino il Cimitero del libri dimenticati e che nell’ultimo romanzo passa il testimone a due generazioni successive di Sempere.

Il labirinto degli spiriti è Barcellona, ovvero la città vista con gli occhi di Victor Mataix, uno degli scrittori maledetti periti durante la guerra nel carcere di Montjuic a causa delle azioni illecite di Mauricio Valls, allora a capo del carcere e in seguito ministro del regime. Victor Mataix, Julian Carax e David Martìn compongono la generazione di scrittori maledetti di cui Barcellona si è cibata durante gli anni bui e sui quali si torna a far luce grazie alle indagini di Alicia Gris, protagonista de Il labirinto degli spiriti, personaggio in bilico fra il bene e il male, come ogni cosa in questa tetralogia, che seduce dalla prima pagina. Alicia Gris è piena di luci e ombre, incattivita da una vecchia ferita di guerra cerca di raggiungere una vita ‘normale’ pagando i suoi debiti con un’ultima indagine: trovare il ministro Valls scomparso nel nulla da giorni. Sembra che siano molti ad avere un conto in sospeso con lui, compresa la famiglia Sempere, e spetta ad Alicia scavare nel suo passato e trovarlo. Ma per salvarlo o metterlo a tacere per sempre? Questo interrogativo avrà risposta solo alla fine del romanzo. Alicia, la seducente femme fatale che non si fa scrupoli ad usare qualsiasi trucchetto per raggiungere la verità, ha una fedele ‘spalla’, il capitano Vargas, che nella coppia rappresenta ‘la forza bruta’.

Carlos Ruiz Zafòn riesce così nel difficile compito di creare un duo convincente, un compito che molti autori di thriller non riescono a portare a termine in anni di carriera, mentre lui ci riesce senza scrivere neppure un giallo ‘puro’. Il labirinto degli spiriti, come dice lo stesso Zafon a fine romanzo, è il quarto capitolo della saga, che lega assieme i fili rimasti sciolti negli altri volumi, e li intreccia portando alla luce gli intrighi politici della Barcellona della seconda guerra mondiale. L’ombra del vento era stato un inno alla letteratura, Il gioco dell’angelo un romanzo psicologico all’interno della follia dello scrittore David Martin, Il prigioniero del cielo il racconto del carcere di Montjuic dal punto di vista sarcastico e profondo di Fermin Romero de Torres. Tutti e quattro i volumi rappresentano porte d’accesso alla storia, leggibili anche in ordine sparso, e con Il labirinto degli spiriti Carlos Ruiz Zafon ci dona l’ultima imperdibile chiave d’accesso al ‘Cimitero dei Libri Dimenticati’.

‘Una mamma per amica – Di nuovo insieme’: spoiler sul revival

Dopo otto anni dalla fine della serie tv di successo Una mamma per amica, ecco ritornare sullo schermo il duo madre/figlia più famoso di sempre: Lorelai e Rory Gilmore, interpretate rispettivamente da Lauren Graham e Alexis Bledel. Grazie a un accordo stipulato tra Netflix e Warner Bros Television, il 25 Novembre 2016 i fan della fortunata serie sono tornati a Stars Hollow, dove troviamo la famiglia Gilmore in lutto per la morte del patriarca Richard. Emily affronterà la perdita rivoluzionando la propria vita, Lorelai metterà in discussione se stessa e la sua relazione con Luke e Rory si ritroverà all’improvviso ad un punto morto nella sua carriera giornalistica. La produttrice Amy Sherman Palladino decide di ambientare la nuova serie quando Rory ha trentadue anni e Lorelai quarantotto, entrambe alle prese con una fase diversa della loro vita rispetto alla settima stagione.

Una mamma per amica – Di nuovo insieme: contenuti e analisi del revival

Il revival di Una mamma per amica, atteso dai fan per quasi un decennio, è stato pensato per coprire un anno di storia delle Gilmore’s girls e l’intero pazzo universo di Stars Hollow. Una mamma per amica – Di nuovo insieme è diviso in quattro puntate da 90 minuti: Inverno, Primavera, Estate, Autunno. Amy Sherman Palladino è riuscita nell’intento di ‘onorare’ le sette stagioni passate ‘resuscitando’ quasi l’intero cast, in una celebrazione che è sia uno sguardo al passato ma soprattutto al futuro. Edward Errmann è il grande assente, l’attore che interpretava nonno Richard, defunto nel 2014, ma la cui presenza si respira durante tutti gli episodi del revival, nel ricordo delle ragazze Gilmore. Molti i momenti commoventi, sin dal principio con l’intro realizzata con un meadley di alcuni dialoghi delle passate stagioni, ma non mancano le risate, ritornano infatti le conversazioni super veloci fra mamma e figlia e le esilaranti gag di Kirk. Bellissimi sia i passi in avanti nel rapporto fra Lorelai ed Emily, sia la scelta di Rory di scrivere un romanzo su se stessa e la madre, sia la maturazione di Lorelai nella volontà di un impegno per la vita con Luke. Invece restano molti, anzi troppi, punti interrogativi su Rory.

La famosa ‘scelta’ di Rory fra Dean, Jess e Logan in realtà non c’è e il finale è davvero al cardiopalma, di quelli che fanno restare con la bocca aperta anche durante i titoli di coda, ovvero sono presenti le famose ‘ultime quattro parole’ che l’autrice aveva già detto di aver scelto per far terminare la serie molti anni prima. Una decisione molto intelligente quella della Palladino, nel chiudere il cerchio madre/figlia con una Rory incinta, una madre single così come Lorelai. Il padre del bambino è un moderno Christopher, Logan Huntzberger, un uomo debole che rinuncia a lei pur di accontentare la famiglia sposando un’ereditiera. Si lascia intuire anche che Jess sarà il ‘Luke’ di Rory, quello che la aspetterà sempre, ma si lasciano dei dubbi sul fatto che lei lo ricambierà ancora. Durante le puntate però sono state fatte anche delle scelte poco azzeccate dall’autrice, ovvero l’inserimento di pezzi di riempimento (come la scena lunghissima del musical) che annoiano un po’, e sketch ripetitivi (come il personaggio di Paul che viene dimenticato sistematicamente, mostrando una Rory molto meno dolce e sensibile di quanto non fosse, il che dispiace non poco ai fan). Ma quello che resta alla fine del revival, nonostante le scelte fatte e i gusti soggettivi, è una gran gioia da parte dei fan, riassumibile nella frase (anche qui in quattro parole) : ci eravate mancate tanto!

‘I Medici’, un bilancio sulla period drama targata RAI

I Medici è una serie tv anglo-italiana andata in onda su Rai 1 tra Ottobre e Novembre 2016, la prima serie della televisione italiana trasmessa anche in Ultra HD. È composta da otto episodi di 55 minuti, una produzione internazionale creata da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer e diretta da Sergio Mimica-Gezzan. I Medici ripercorre la storia della famosa dinastia fiorentina dal passaggio di testimone a capo della banca e della famiglia da Giovanni (interpretato da Dustin Hoffman), morto avvelenato in circostanze misteriose, a Cosimo de Medici (Richard Madden). Le otto puntate della prima serie, alla quale farà seguito una seconda con al centro le vicende di Lorenzo il Magnifico, sono incentrate sui tentativi di spodestamento dal posto di comando che i Medici hanno nella signoria fiorentina da parte di Rinaldo degli Albizi, e dalle indagini di Cosimo circa la morte del padre. Gli altri attori facenti parte di questo cast stellare sono: Guido Caprino, Alessandro Sperduti, Annabel Scholey, Lex Shrapnel, Frances Barber, Alessandro Preziosi, Sarah Felberbaum e Brian Cox.

I Medici: analisi della trama e del contesto storico

I Medici risulta una serie tv che, nonostante l’impronta della Rai, guarda al panorama internazionale senza sfigurare. Oltre al cast d’eccezione, troviamo un’ambientazione storica ricca di dettagli, nonostante le inesattezze e gli anacronismi (voluti e non voluti) che servono a ‘romanzare’ la trama. Tra le differenze con la Storia troviamo la morte di Giovanni de Medici, di Rinaldo degli Albizi e di Lorenzo, nella serie tv uccisi ma in realtà morti di morte naturale. Tra gli anacronismi alcune vedute dall’alto della città di Firenze, che presenta opere artistiche che nel 1400 ancora non erano state realizzate. La storia de I Medici presenta un andamento alquanto discontinuo: l’inizio è accelerato, lo spettatore segue due archi temporali distanti vent’ anni, scoprendo sia la giovinezza che la maturità di Cosimo, dualismo temporale che sembra atto a svelare dei misteri del passato della famiglia fiorentina ma che in realtà viene abbandonato dopo un paio di puntate senza apparente motivo; da metà serie l’andamento risulta più lento, focalizzato sulla maturità di Cosimo e sulle vicende legate a Rinaldo degli Albizzi, mostrandosi a tratti un po’ noioso e ripetitivo. Il protagonista, ovvero Cosimo, non riesce a entrare in empatia col pubblico, diventandone il beniamino, ruolo che cede chiaramente alla moglie Contessina de Bardi, una donna forte che tiene le redini della famiglia pur vivendo nell’ombra del marito. Un personaggio anacronistico per certi versi, soprattutto nella scena in cui consola la nuora Lucrezia Tornabuoni che ha appena perso un figlio, dicendole: “Una donna ha molti modi di rendersi indispensabile, non solo avendo figli”.

I Medici risulta quindi un prodotto discreto, che si lascia seguire, nonostante le inesattezze, i troppi flashback, la scarsa tensione emotiva, la recitazione da soap opera e poco realistica, e le lacune nella trama, incorniciato da una sigla d’apertura che ‘stona’ con l’ambientazione storica ma che non guasta, dando alla serie un’impronta più innovativa: ‘Renaissance’ cantata da Skin. Siamo comunque lontani dal valore didattico e culturale che dovrebbe avere un’opera simile, oltre che più avvincente, come lo è stato ad esempio il capolavoro del 1973 di Roberto Rossellini, L’età di Cosimo de Medici, pellicola che riesce ad erudire senza annoiare, riflettendo anche sul ruolo dell’artista e dell’intellettuale.

‘Inferno’ di Ron Howard, tra azione e una love story non banale

Inferno (Warner Bros, 2016) è l’ultimo film di Ron Howard, un thriller psicologico che consacra il rapporto fra il regista di A Beautiful Mind e il carismatico attore Tom Hanks, ancora una volta nel ruolo del professor Robert Langdon. Nel cast anche Felicity Jones, una ‘spalla’ efficace per Tom Hanks, e Irrfan Khan, personaggio perennemente in bilico fra Bene e Male con una spiccata vena ironica. Dopo Il Codice Da Vinci (2006) e Angeli e Demoni (2009) tornano le indagini del simbolista di Harvard che stavolta non avrà a che fare con enigmi riguardanti la religione cattolica, bensì con argomenti più attuali, come il sovrappopolamento della popolazione terrestre.

Inferno comincia con Robert Langdon ricoverato in un ospedale di Firenze, reduce da un colpo di arma da fuoco e affetto da un’amnesia momentanea che non gli consente di ricordare le ultime 48 ore. Qualcuno lo sta cercando per ucciderlo e la dottoressa che lo ha in cura, Sienna Brooks, lo aiuterà a scappare e a cercare di ricordare quanto accaduto. L’ ‘incidente’ di Robert Langdon ha a che fare con il suo ruolo nella ricerca di Inferno, un virus letale che il miliardario visionario Bertrand Zobrist ha creato prima di morire e che, se messo in circolo, dimezzerebbe la popolazione terrestre in pochi giorni, risolvendo così il problema del sovrappopolamento. Le ricerche di Langdon, nella migliore tradizione del binomio Howard- Hanks, vertono sul simbolismo nell’arte (la città di Firenze ne è lo scenario perfetto) e nella letteratura (con un omaggio all’Inferno di Dante Alighieri).

Analisi stilistica e tematica di Inferno

Inferno si configura come un film dall’andamento diverso rispetto ai due precedenti della stessa serie, è più d’azione e mette da parte la componente simbolica che invece era stata la ‘chiave di lettura’ ne Il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni. Questo penalizza di molto la riuscita della pellicola, che punta tutto sulla corsa contro il tempo per impedire che il virus venga rilasciato. La costruzione della storia è a puzzle e quindi non segue l’andamento cronologico. Inferno comincia in medias res e nel corso dell’azione si cerca di colmare le lacune lasciate all’inizio, purtroppo non riuscendoci. Quello che ne viene fuori è un film confuso, che lascia più interrogativi che risposte alla fine. Sono da salvare la fotografia (bellissime le riprese col drone su tutta Firenze , nonché le scene visionarie dell’Inferno dantesco dentro la mente di Robert Langdon) e la filosofia che fa da sfondo al film. Una massima che si ricorda anche quando lo schermo diventa nero è: “i luoghi più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali”. Quali sacrifici è giusto compiere per un Bene più grande? Qual è il confine fra il Bene e il Male? Sia nel film che nella vita vera la differenza non è così netta come potrebbe sembrare.

L’eclettico Ron Howard è riuscito a districarsi abbastanza bene dalla macchinosità delle due precedenti pellicole (troppo didascaliche) della saga di Dan Brown giocando sulle differenze tra la prima parte fatta di azione spericolata e la seconda che si concentra sui risvolti sentimentali per nulla banali dell'”introversa” relazione tra i due protagonisti.

‘Niente è mai acqua passata’, l’ ultimo noir di Alessandro Bongiorni

Niente è mai acqua passata (Frassinelli, 2016) è un noir italiano di Alessandro Bongiorni, il suo quarto romanzo dopo Capitale mortale (2009), Se tu non muori (2011) e La sentenza della polvere (2014). Tutti i suoi libri sono ambientati a Milano, la sua città natale. Niente è mai acqua passata è la seconda indagine del vice commissario Rudi Carrera, un vero talento nello scegliere indagini ‘sbagliate’ e ‘scomode’ come quella sulla tratta delle bianche in Europa.

A poco a poco la sua determinazione nello scoprire la verità si mescola a una motivazione personale, ovvero vendicare la scomparsa di Sanja, prostituta albanese che ha salvato dalla strada, e la morte del proprio figlio, ucciso ancora prima di nascere da alcuni magnaccia dell’Europa dell’Est. Le sue indagini si intrecciano con quelle di Beppe Modica, padre di una ragazza scomparsa misteriosamente quattro anni prima, probabilmente rapita per essere esportata all’estero come prostituta. Rudi Carrera e Beppe Modica: due facce della stessa medaglia. Due uomini mossi dai propri demoni personali alla ricerca della verità. Attorno a loro Pelide, Esposito, Monica, Erika, Raimondo… volti di una Milano inedita, non quella presentata ai turisti, che compongono le varie sfumature di questa storia.

Struttura e analisi di Niente è mai acqua passata

La scrittura di Alessandro Bongiorni è asciutta e segmentata, i periodi sono brevi, quasi dattilografati. I capitoli sono composti da poche pagine e hanno ognuno un punto di vista diverso sulla vicenda, ma questo alternarsi di personaggi crea talvolta confusione, non riuscendo a dare al lettore il giusto filo logico da seguire per inquadrare la trama. Alessandro Bongiorni usa spesso delle metafore ad effetto in Niente è mai acqua passata, precise e senza fronzoli, come quella presentata in questo passo:

“Ecco cos’era diventata Milano per Raimondo. Un vecchio zio che incontri solo ai matrimoni e che si affanna ogni volta a ricordarti quanto sei cresciuto. Gentile, simpatico, inutile”.

Niente è mai acqua passata è un poliziesco che trasmette l’ansia e l’attesa che le lunghe indagini della polizia spesso comportano per tutte le persone coinvolte, ma così facendo l’autore ha reso il ritmo della narrazione un po’ troppo lento, dando l’idea che non avvenga mai una vera svolta nell’indagine. Una maggiore adrenalina sarebbe di certo servita a rendere la lettura più accattivante, come accade ad esempio nei migliori noir scandinavi, con Henning Mankell, Camilla Läckberg e Stieg Larsson.

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