The legend of Tarzan: un classico rivisitato

The legend of Tarzan (Warner Bros, 2016) è l’ultimo live action diretto da David Yates, regista di quattro film della saga di Harry Potter e di Animali fantastici e dove trovarli, in uscita a novembre 2016. La pellicola riprende la storia di Tarzan otto anni dopo che ha lasciato il Congo insieme alla sua Jane, si tratta dunque di un sequel che promette di riprendere il mito del personaggio disneyano arricchendolo di nuovi elementi e raccontando la storia da un’altra prospettiva. Tarzan vive a Londra con sua moglie Jane, è conosciuto come Lord Greystoke, John Clayton III, e si è ormai lasciato alle spalle l’infanzia passata in Congo. È solo quando George Washington Williams, unico personaggio storico nella trama, gli chiede in tornare in quelle terre, come emissario del parlamento per appurare se in Congo i colonizzatori praticano la schiavitù, che Tarzan dovrà fare i conti con il suo passato, con i bei ricordi e con ciò che vuole lasciarsi alle spalle per sempre. Il film è basato sul personaggio creato da Edgar Rice Burroughs, interpretato da Alexander Skarsgård, ma la trama è del tutto originale. Fanno parte del cast anche Samuel L. Jackson (George Washington Williams), Margot Robbie (Jane Porter), Djimon Hounsou (Capo Mbonga) e Christoph Waltz (Léon Rom).

The legend of Tarzan: stile e tematiche

The legend of Tarzan è un film che unisce azione, avventura, dramma e sentimenti, un progetto fin troppo ambizioso e complesso per riuscire bene in ogni sua parte. Gli elementi che vengono privilegiati dal regista sono di certo l’azione e l’avventura, puntando molto sulle scene di scontro sul modello epico delle battaglie di film come Il signore degli anelli e Troy, che risultano eccessivamente artefatte per una storia ambientata nella giungla. Un altro elemento che rende questi scontri irreali è l’uso che David Yates fa del rallenty, per dare ancora maggiore pathos alla scena, uno strumento che non fa altro che evidenziare le differenze visive fra chi è umano e chi è stato riprodotto al computer, come i gorilla. The legend of Tarzan avrebbe dovuto puntare molto di più sulla psicologia del protagonista, in contrasto fra il suo lato bestiale e quello civilizzato, ma nonostante questo tema sia presentato all’inizio del film non viene spiegato e trattato con la dovuta profondità nel corso della trama. Si può dunque affermare che i sentimenti soccombono per lasciare spazio all’azione, un’azione artefatta ed eccessivamente costruita. Buona la scelta di creare una ‘spalla’ per Tarzan, ovvero George Washington Williams, che smorza la tensione di certe scene delle battute ad effetto. Quello che non convince invece è il desiderio, da parte del regista, di rendere Tarzan una specie di supereroe, con abilità fisiche fuori dalla norma, una sorta di Spiderman che salta con agilità da una liana all’altra, un personaggio addirittura oggetto di leggenda:<<Stanno cantando la leggenda di Tarzan. Per molte lune fu creduto uno spirito malvagio, un fantasma fra gli alberi. Parlando del suo potere sugli animali della giungla, perché il suo spirito veniva da loro. Lui li capiva. E imparò ad essere una sola cosa con essi>>

Ciò che The legend of Tarzan lascia nello spettatore è soprattutto un forte desiderio di rivedere la pellicola originale della Disney, segno che l’esperimento di Yates non è del tutto riuscito.

La casa dei profumi dimenticati, di Jan Moran

La casa dei profumi dimenticati (Newton Compton Editore, 2016) è un romanzo storico sentimentale di Jan Moran, primo libro dell’autrice statunitense tradotto anche in italiano. Si tratta di una storia ambientata nella California degli anni Cinquanta, una saga familiare che si dipana dal primo dopoguerra alla crisi economica del ’29, dai Roaring Twenties agli anni del boom economico, fra l’America, la Francia e l’Italia. La protagonista è Caterina Rosetta, una ragazza moderna e indipendente, etichettata in malo modo dalla società perché nubile e con una figlia piccola, avuta in seguito a una notte di passione con il suo amico di infanzia e grande amore Santo. Caterina vive a San Francisco ed è cresciuta nella Napa Valley, famosa per la produzione del vino, che più che un semplice prodotto da vendere è una filosofia di vita. Lei e la madre sono imprenditrici agricole, conosciute per la prestigiosa etichetta Milles Ètoiles, due donne molto forti che a volte finiscono con lo scontrarsi, come quando Caterina confessa alla madre l’esistenza di Marisa, la bimba avuta da Santo. Ava, la madre di Caterina, caccia la figlia  in malo modo, costringendola a trasferirsi a Montalcino, nella campagna toscana, dove la giovane donna ha ereditato un casale dalla nonna paterna morta di recente. Caterina decide così di volare in Italia per cominciare una nuova vita, ma troverà ben più di quanto di sarebbe aspettata. Con la sua sola presenza aprirà il vaso di pandora del passato della sua famiglia, scoprendo che il padre che crede morto in realtà non lo è, e che la strana freddezza di Santo, dopo la notte che hanno passato assieme, ha una spiegazione che non avrebbe mai immaginato, collegata alle radici delle loro due famiglie.

La casa dei profumi dimenticati: un romanzo storico d’evasione

Jan Moran, con La casa dei profumi dimenticatisi, si inserisce a pieno titolo nel filone di romanzi storici e d’evasione già tracciato da Lucinda Riley, Corina Bomann e Kate Morton, le quali miscelano sapientemente avventura, dramma, mistero e sentimento. L’unica pecca nella trama è una dimenticanza forse voluta dall’autrice, che per dare risalto alla vita di Caterina e al suo rapporto con la madre lascia un po’ in disparte Santo, e all’approfondimento psicologico che meriterebbe in seguito alla scoperta del passato della sua famiglia. La prima parte de La casa dei profumi dimenticati scorre molto più lentamente rispetto ai capitoli finali, in cui i momenti introspettivi sono messi da parte per lasciare la scena all’azione, ma in entrambi i casi Jan Moran presta molta attenzione alle descrizioni e agli intrecci passato/presente, presentando come molto spesso accade, un’America dove tutto è possibile e i desideri si realizzano: <<Ava aveva protetto Caterina dal dolore e dall’angoscia fin dal giorno della sua nascita. Perché mai Caterina – una giovane donna bella e moderna con tutta la vita davanti – avrebbe dovuto preoccuparsi di qualcosa che era accaduto molto tempo addietro? In America, ognuno poteva cambiare la sua vita, al riparo dagli occhi degli antenati. E dai loro errori>>.

La casa dei profumi dimenticati dipinge un variopinto universo di sentimenti, passioni, segreti inconfessabili e intrighi familiari, il tutto tenuto assieme da un’atmosfera ricco di fascino, colorata dei toni caldi della campagna toscana, e profumata dell’aroma del vino sapientemente invecchiato e della fragranza di violetta di Parma.

Senza più paura, di Roberto Fancellu

Senza più paura (Lettere Animate, 2016) è il romanzo d’esordio di Roberto Fancellu, giovane autore lurese laureato in Psicologia. Il protagonista della storia è Massimo, musicista di strada alla soglia dei quarant’anni, che sta provando a raggiungere finalmente un equilibrio nella sua vita, dopo anni da alcolista e un periodo da barbone per le strade di Firenze. Ad aiutarlo a risollevarsi ci pensano i professionisti dell’Officina, centro che si occupa del recupero di persone in difficoltà a causa di gravi dipendenze, e soprattutto Sara, la psicologa con la quale ha una relazione segreta. Ma il fragile equilibrio raggiunto da Massimo viene scosso dalla notizia del suicidio del padre (chiamato nel romanzo il Maestro), con il quale non ha rapporti da anni, e dalla comparsa di un misteriosostalker, nascosto sotto lo pseudonimo di Starsky, che perseguita Massimo, lasciando intuire un desiderio di vendetta che trae le sue radici dal passato. Starsky fa irruzione in casa di Sara per lasciare un messaggio scritto sul muro e rivela a tutti, in via anonima, la relazione fra lei e Massimo, provocando il successivo allontanamento di Sara dall’Officina. Fra pacchi anonimi e regali inquietanti nasce in Massimo il desiderio di scoprire chi lo segue nell’ombra, minacciando la sua vita e quella della donna che ama.

In Senza più paura, Roberto Fancellu traccia i contorni di un’ ambientazione ben riuscita in cui tutti i personaggi, anche quelli secondari, sono delineati con accuratezza, grazie soprattutto all’uso di epiteti e soprannomi: Jimmi due dita, NedFlanders, Er monnezza. Questa scelta stilistica, insieme al presente storico, contribuisce a far immergere il lettore nella storia e a creare la cornice che da senso alla trama: i sobborghi di Firenze, terra di emarginati e falliti. La struttura di Senza più paurarisulta, però, eccessivamente riflessiva e introspettiva per appartenere a un thriller, i lunghi monologhi e i flashback collegati al passato di Massimo rendono lenta la lettura e stonano con quelle che dovrebbero essere le caratteristiche proprie del genere: suspense e ritmo incalzante.

‘La migliore offerta’: suspence e menzogna

La migliore offerta (Warner Bros, 2013) è un film di Giuseppe Tornatore, regista dell’indimenticabile e magico Nuovo Cinema Paradiso (pellicola che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 1988), La leggenda del pianista sull’oceano (1998), Malèna (2000), La sconosciuta (2006) e Baarìa (2009). Il protagonista de La migliore offerta è Virgil Oldman (interpretato da Geoffrey Rush), un eccentrico esperto d’arte che vive la sua vita in solitudine, soprattutto lontano dalle donne, eccetto quelle rappresentate nei quadri di cui ama circondarsi. Un giorno riceve un’insolita chiamata da parte di Claire Ibbetson, una giovane ereditiera che richiede i suoi servigi per inventariare e vendere all’asta i beni di famiglia. La donna però non si presenterà a nessuno degli appuntamenti fissati con Virgil che, irritato dal comportamento della cliente, deciderà di rifiutare l’ingaggio. Sarà solo dopo aver scoperto che Claire soffre di agorafobia e che non esce di casa dall’età di quindici anni che Virgil prenderà a cuore il caso della donna, aiutandola con l’eredità di famiglia e finendo con l’innamorarsi perdutamente di lei, nonostante la grande differenza di età fra loro. Il cast de La migliore offerta, oltre a Geoffrey Rush, può vantare attori del calibro di Donald Sutherland (nei panni di Billy, migliore amico di Virgil) e la modella olandese Sylvia Hoeks, che interpreta la misteriosa Claire Ibbetson. Le musiche del film sono del premio Oscar Ennio Morricone, un binomio, quello fra Tornatore e Morricone, che il regista porta avanti sin dall’inizio della sua carriera.

La migliore offerta: trama e stile

La trama de La migliore offerta inizia con un andamento ricco di suspense, che promette dei risvolti horror, continua come un film sentimentale per poi concludersi in un vero e proprio thriller, ma in realtà la pellicola non appartiene a nessuno di questi generi. Difatti La migliore offerta è un film di formazione, nonostante il protagonista abbia più di sessant’anni, che racconta della vita e delle sue mille sfaccettature. Le tematiche ricorrenti nella trama sono: il dualismo finzione/realtà (lo stesso Virgil afferma: “In ogni falso si nasconde qualcosa di autentico”), il concetto di bellezza (Virgil è un banditore d’asta e ha un’ossessione per i ritratti di donna) e il disagio esistenziale nell’entrare in contatto con il mondo esterno (Claire soffre di agorafobia e Virgil porta sempre dei guanti di pelle che usa come barriera per non lasciarsi contaminare dalle persone). La migliore offerta è il racconto di come dietro una menzogna possa celarsi la verità, persino Virgil è un impostore: nell’ambito lavorativo spesso truffa i clienti delle sue aste per aggiudicarsi i pezzi migliori al minor prezzo, e nella vita privata è un automa, per paura di soffrire ha vissuto una vita solitaria traslando il suo bisogno d’amore nelle immagini statiche delle donne dei suoi quadri, credendo che questo surrogato potesse bastargli per sempre. Sia all’inizio che alla fine del film vediamo il protagonista cenare da solo in un ristorante, come se Tornatore volesse dare un andamento ciclico alla trama (come accade anche in Baaria), ma in realtà il Virgil dell’ultima scena a Praga non è lo stesso dell’inizio, ora è un uomo pieno di speranza, che ha perso sì le cose materiali alle quali più teneva, ma forse ha trovato qualcosa di più importante. Finalmente qualcosa di autentico.

Tornatore fa rientrare La migliore offerta nel filone del thriller metafisico insieme alla Sconosciuta e a Una pura formalità, intessendo in un raffinato gioco di ingranaggi, una storia d’amore tra un esigente misantropo ossessionato dall’arte e dalla bellezza e una sua cliente, una misteriosa giovane agorafobica su uno sfondo di una città mitteleuropea. Il regista non vuole redimere il suo protagonista, si limita a smascherarlo costruendo intorno a lui un labirinto di visioni ed immagini. La pellicola analizza la complessità dei rapporti umani, tra inganni e menzogne, in bilico tra dramma e suspence, sconfinando soprattutto nel finale in un autentico thriller dove si sovrappongono troppi piani temporali che disorientano lo spettatore, cui il regista, nel finale, fornisce troppe soluzioni e spiegazioni. Due certezze sembrano emergere dal film: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico!” e “I sentimenti umano, come le opere d’arte, si possono simulare”.

Il discorso del Re: linguaggio e stile

Il discorso del re (See-SawFilms, 2010) è un docu-drama diretto da Tom Hooper incentrato sui problemi di balbuzie di re Giorgio VI e sul suo rapporto col logopedista, e in seguito amico, Lionel Logue. Una vicenda sconosciuta ai più, tenuta nascosta per volere dell’attuale Regina Elisabetta d’Inghilterra. Il film ha vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival, al British Independent Film Awards 2010, ha ottenuto 7 candidature ai Golden Globe 2011 (una ha fruttato il Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico al protagonista Colin Firth), 7 BAFTA incluso miglior film dell’anno e miglior film britannico, nonché 4 premi Oscar su 12 candidature: miglior film, miglior regia, miglior attore.

Il discorso del Re: trama, contenuti, stile

Protagonista e miglior sceneggiatura originale. Il cast è d’eccezione: Colin Firth interpreta il principe Albert, futuro re Giorgio VI, Geoffrey Rush veste i panni del logopedista Lionel Logue, Helena Bonham Carter la moglie del principe Albert, Elizabeth Bowes-Lyon, Guy Pearce interpreta Edoardo VIII e Michael Gambon re Giorgo V. La storia, su modello della tradizione teatrale, comincia con un’ouverture che introduce lo spettatore alla prima scena: siamo nel 1925 e il duca di York, futuro re Giorgio VI, deve tenere il discorso di chiusura dell’Empire Exhibition di Wembley. Ma il principe non riesce a parlare fluentemente, a causa di un problema di balbuzie che ha sin da bambino, e purtroppo rende pubblico il suo disturbo a tutta la Nazione grazie a una nuova invenzione: la radio. La trama de Il discorso del re si sviluppa dagli anni ’20 allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dalla morte di re Giorgio V all’abdicazione del figlio maggiore re Edoardo VIII in favore del fratello, il principe Albert, in seguito alle polemiche causate dal suo matrimonio con una donna divorziata. Albert vive un profondo disagio circa il suo problema di balbuzie e in un clima di demotivazione decide di non tenere più discorsi pubblici, fino a quando la moglie contatta un logopedista di origine australiana, Lionel Logue, famoso per le sue tecniche di cura ‘particolari’. Il professionista, infatti, invita il duca a mettersi in bocca sette biglie, affermando che si tratti di un approccio classico che aveva curato anche Demostene. Elizabeth, la moglie del principe, rimane interdetta davanti ai metodi di Lionel, anche se ripone fiducia in lui: “È stato nell’antica Grecia!”, commenta la donna, aggiungendo: “Ha più funzionato?!”.

Il percorso di cura, fra alti e bassi, e frequenti scontri fra Albert e Lionel, continua anche quando il duca di York sale al trono col nome di re Giorgio VI. Lionel curerà ogni discorso pubblico del nuovo sovrano, dall’incoronazione allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il discorso del re analizza accuratamente il disagio psicologico e l’ansia da prestazione che impedivano are Giorgio VI di parlare fluentemente, frenato anche dalla derisione suscitata da sempre nel padre e nel fratello maggiore. Grazie a un accurato sostegno psicologico, operato dalla moglie Elizabeth, e da un incentivo professionale, messo in atto da Lionel Logue, re Giorgio VI riuscirà a superare il suo problema, trovando in Lionel anche un amico fidato che gli resterà accanto per tutta la vita. Il discorso del re è stato anche approvato da Elisabetta II, figlia di re Giorgio VI, che ne ha lodato la precisione storica, pur essendo un film basato su un rapporto di amicizia e fiducia, e non un documentario di approfondimento storico, dentro l’Europa dei totalitarismi. Nella sua raffinatezza, la pellicola di Hooper riesce ad essere pop, accessibile a tutti, avvalendosi di un linguaggio aristocratico, alto per il Re, e uno basso, eccessivamente popolano per il logopedista, nonché giocata su diversi piani di lettura: è presente la critica alle regole di corte e alla Chiesa stessa, Chiesa Anglicana apparentemente servile nei confronti del Re ma alla ricerca della supremazia del potere; una riflessione sull’utilizzo delle comunicazioni di massa e sulla propaganda politica; il tutto configurato come un godibile mix di dramma e umorismo per un film non perfettamente riuscito, lacunoso dal punto di vista storico-politico.

Massimo Bisotti, anima zen

Massimo Bisotti è nato e vive a Roma, ha studiato Lettere e suona il pianoforte. Compone musica, è un appassionato di letteratura, psicologia, filosofie orientali, e in particolare ama la cultura Zen. Nel 2012 ha pubblicato il suo romanzo di esordio La luna blu (prima edizione Psiconline, seconda edizione 2013 Ultranovel), che è stato uno dei casi editoriali dell’anno. Il successo è stato confermato e accresciuto dal romanzo seguente, Il quadro mai dipinto (Mondadori), uno dei libri più letti di tutto il 2014. Il suo ultimo romanzo è Un anno per un giorno, edito da Mondadori a Maggio 2016. Massimo Bisotti afferma di aver iniziato a scrivere per vedere rimarginarsi le sue cicatrici e mettersi completamente a nudo. Riportiamo di seguito alcuni frammenti tratti dai suoi romanzi.

 

“Spesso ci ostiniamo a tenere in piedi cose che non hanno avuto la forza di sfidare il vento. Ci mettiamo noi controvento a camminare al loro posto. Ma l’amore non ha bisogno di essere convinto, l’amore è sicuro di sé. Per cui forse non è amore, per cui forse meritiamo altro vento. Per ogni sogno che va a puttane ce n’è sempre uno che resta.”  “Da grande voglio fare il bambino, per conservare una parte che lasci sempre spazio all’entusiasmo, che non lo perda mai, per continuare a pungermi con le rose senza mai la paura di toccarle. Alla felicità ci si arriva navigando fra le nuvole ma senza sottovalutare la forza delle braccia, la forza del desiderio. Ci vuole applicazione.” (La luna blu, Ultranovel, 2013)

“Le cose le lasci andare per tantissimi motivi, non soltanto perché un sentimento muore, le lasci andare per la tua inadeguatezza, per codiardia. Le lasci andare per insicurezza, per paura di rischiare ancora, o per non affrontare la fatica che comporta lo scendere a compromessi con la parte più rigida di noi”. “Gli addii intossicano ma intossicano di più le presenze assenti. E delle persone spesso ci manca ciò che credevamo fossero e non sono mai state, piuttosto che la loro più concreta assenza”“La parte più intima di una donna non l’avrai mai mentre la spogli, l’avrai mentre l’ascolti.
Si è nudi e sconosciuti, vestiti e fusi. La parte più intima di una donna l’avrai quando le toccherai un punto che non avrà mai toccato nessun altro così: la sua anima”. (Il quadro mai dipinto, Mondadori, 2014)

 

 

Self publishing: opportunità o antagonista per il mercato editoriale?

Il mondo dell’Editoria si trova oggi a dover affrontare un fenomeno controverso che minaccia di cambiare radicalmente il mercato del libro: il self publishing, espressione che letteralmente significa “autoedizione”, ovvero la pubblicazione in proprio di un libro da parte dell’autore, senza la figura della casa editrice come mediatore, un fenomeno frutto della semplificazione e della disintermediazione del mercato editoriale. Perlopiù il self publishing è circoscritto al mercato degli ebook e dunque a dispositivi e-reader come il Kindle o il Kobo, anche se molti autori self con l’aggiunta di un investimento economico ricorrono anche alla tradizionale distribuzione cartacea. I vantaggi del selfpublishingsono evidenti: l’accorciamento dei tempi di pubblicazione, di solito molto lunghi se ci si affida a una casa editrice, il massimo controllo su tutte le fasi di produzione e vendita, dato che l’autore diventa imprenditore di se stesso, e un maggiore rientro economico sulle vendite: infatti la percentuale che spetta allo scrittore sale dal solito 10% al 30%-80%.

Quale tipologia di autore sceglie il self publishing al posto dell’editoria tradizionale? Di solito o chi non ha trovato riscontro da parte di nessuna casa editrice, oppure chi possiede uno spirito imprenditoriale e una certa disponibilità finanziaria, visto che trasformare un manoscritto in libro è un processo che richiede tempo, esperienza e denaro, elementi che di solito vengono forniti dalle case editrici ma che se si agisce in proprio bisogna fornire in prima persona. Per prima cosa è necessario contattare un editor, per la correzione del testo, un grafico, per creare la copertina, e in seguito i canali di pubblicità, per sponsorizzare il libro. Il self publishing si è rivelato un fenomeno molto più complesso di quello che si crede, un percorso che, se intrapreso con consapevolezza e serietà da parte dell’autore, non si limita al mero caricamento gratuito di un file su Amazon.it e allo spam selvaggio sui canali social. Ma se da una parte il fenomeno dell’autoedizione appare come la diretta conseguenza della volontà di farsi conoscere da parte degli autori emergenti, spesso non presi in considerazione da parte delle grandi case editrici, diffidenti nei confronti di chi non possieda già una fetta di pubblico, dall’altra parte la mancanza di un marchio che autentica la qualità del prodotto-libro rischia di abbassare il livello delle opere pubblicate, spesso prive del benché minimo lavoro di editing e di correzione bozze.

Il self publishing si configura dunque come una grande opportunità, soprattutto se usato come vetrina per farsi conoscere dagli scout delle grandi case editrici (è il caso del romanzo Miradar di Ilaria Mavilla, pubblicato prima in self e in seguito da Feltrinelli), ma bisogna intraprendere questo percorso consci dell’impegno e della responsabilità di occuparsi personalmente di ogni aspetto della pubblicazione. Se l’autore self è interessato, oltre alla pubblicazione digitale, anche a quella cartacea, può prendere in considerazione i siti di print on demand. Il maggiore portale italiano per l’autoedizione è Ilmiolibro.it, nato a metà del 2008, con oltre trentacinquemila autori pubblicati ad oggi, che bandisce annualmente un progetto di scouting letterario, “Ilmioesordio”, che promette al vincitore la pubblicazione con Newton Compton. A differenza dell’editoriatradizionale, il self-publishing elimina il problema di dover cedere, anche se temporaneamente, i propri diritti sull’opera, spesso senza avere in cambio l’ adeguata pubblicità e la dovuta attenzione da parte dell’editore per vendere il libro sui maggiori canali distributivi, soprattutto nel caso degli editori che pubblicano a pagamento dato che il loro rientro economico è già assicurato dal numero di copie acquistate dall’autore per contratto.

Il self publishing divide spesso l’opinione dei lettori e degli addetti ai lavori, soprattutto sulla questione della concorrenza al mercato editoriale tradizionale. Bisogna comunque evidenziare che gli autori self non possiedono la stessa visibilità degli autori promossi dalle grandi case editrici, i cui libri sono in vetrina in qualsiasi libreria, e la loro notorietà spessosi limita al web. Quindi vedrei il self publishingpiù come un mercato alternativo e come un trampolino di lancio per chi ha talento e non riesce ad emergere altrimenti, che come una forma di concorrenza. Tutti gli altri autori, più che abbassare il livello dell’editoria nazionale, semmai verranno risucchiati dal mercato e scompariranno senza lasciare traccia. Dal fenomeno del self-publishing sono venuti fuori talenti come Amanda Hockinge e John Locke, casi ovviamente rari, ma interessanti.

‘Disturbia’, il teen-thriller di Caruso

Disturbia (Universal Pictures, 2007) è una rivisitazione in chiave moderna della nota pellicola di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile (Paramount Pictures, 1954), un remake realizzato dal regista Daniel John Caruso, che ha diretto lungometraggi come Identità violate (2004) e Minuti contati (1995).

Disturbia: trama e stile del film

Disturbia è un thriller che unisce alla componente di azione e mistero l’elemento giovanile, introducendo nella trama argomenti tipici dei film per ragazzi, quali i problemi scolastici, il rapporto genitori- figli, l’amicizia e l’amore adolescenziale. Il film racconta la storia di Kale (interpretato da ShiaLaBeouf), un ragazzo problematico che, dopo la morte del padre, ha perso interesse nei confronti dello studio e si è chiuso in se stesso. Viene confinato agli arresti domiciliari dopo aver picchiato un insegnante, e si troverà costretto a trascorrere il tempo spiando dalla propria finestra la vita dei vicini. Durante uno dei suoi consueti appostamenti nota dei comportamenti equivoci da parte del Signor Turner, e insieme all’amico Ronnie e alla ragazza di cui è innamorato, Ashley, scaverà nella vita dell’uomo, scoprendo inquietanti retroscena. Disturbia comincia con delle sequenze girate di giorno e all’aperto, quando il protagonista Kale va al lago con il padre, ma dalla terza sequenza in poi notiamo una forza centripeta che convoglia l’azione verso gli spazi chiusi: prima a scuola, poi a casa di Kale, per poi concludersi a casa di Turner, o meglio nel claustrofobico scantinato, dando l’idea del passaggio della storia dalla luce all’oscurità, ovvero dalla vita normale alla scoperta di un omicidio. Lo spazio inquadrato è perlopiù rappresentato dalla visuale della finestra del protagonista verso il cortile e tutto il vicinato, nella migliore tradizione hitchcockiana.

L’intera pellicola gioca sulle antitesi “casa- cortile”e “giorno-notte”, di notte avvengono le scene di maggiore tensione come quella in cui Kale, Ronnie e Ashley fanno le prime ipotesi su Turner, quella in cui avviene l’omicidio e la scena finale, quandoKale entra in casa di Turner. Kale e Ashley sono i personaggi principali della storia, un po’ come Jeff e Lisa lo erano ne La finestra sul cortile, Ronnie è una sorta di ‘aiutante’(un po’ come il detective Doyle e l’infermiera Stella nell’equivalente hitchcockiano) e Turner è l’antagonista, il nuovo Thorwald. Ma la vera protagonista di Disturbia è la musica che funge da caratterizzante per i personaggi principali. Quando compare sulla scena Kale si sente quasi sempre musica Rock, Ronnie è accompagnato da musica Reggae, mentre le sequenze di Kale e Ashley assieme hanno una propria colonna sonora, più soft e romantica. Turner, invece, è spesso introdotto in scena da un breve Synth, ben più incisivo di una vera melodia, adatto ad ogni momento di tensione. Nel complesso Disturbia rappresenta un remake poco riuscito in termini di successo, ma che ha avuto almeno il merito di creare un ponte tra le nuove generazioni, attratte dal teen-thriller, e il vero autore della storia, Alfred Hitchcock, con la speranza che nasca in loro la curiosità di vedere anche la pellicola originale.

 

Exit mobile version