‘La poesia non può ferirmi’, la nuova raccolta poetica di Alessia Pizzi

La poesia non può ferirmi (Eretica Edizioni, collana Quaderni di poesia) è la nuova raccolta di Alessia Pizzi, filologa classica, giornalista e fondatrice del progetto culturale poetessedonne.it.

In un tempo dominato dalla velocità, dall’esposizione continua e dalla cultura della prestazione, la raccolta restituisce alla poesia la sua funzione più autentica: diventare uno spazio di contemplazione, ascolto e trasformazione del vissuto.

I testi attraversano amore, perdita, desiderio, memoria e rinascita. Il dolore non viene negato né idealizzato, ma osservato da una distanza che permette alla parola poetica di trasformarlo in esperienza condivisibile. La poesia diventa così insieme conforto ed esorcismo, luogo in cui ciò che è stato può essere raccontato senza continuare a ferire.

L’immaginario della raccolta dialoga costantemente con la tradizione classica. Figure come Saffo, Medea, Dafne, Narciso e Omero convivono con la contemporaneità, creando un ponte tra memoria culturale e sensibilità presente. Accanto ai riferimenti mitologici e letterari emergono temi profondamente attuali: la fragilità delle relazioni, la costruzione dell’identità femminile, il corpo, il desiderio, la perdita e il bisogno di trovare un linguaggio per nominare ciò che resta.

La raccolta non si limita alla dimensione privata dell’esperienza amorosa. In testi come Giulia, dedicato a Giulia Cecchettin, la parola poetica si apre alla dimensione civile, interrogando il rapporto tra memoria, violenza e rappresentazione femminile. Il dialogo con la tradizione classica diventa così uno strumento per leggere il presente e le sue ferite.

Tra i testi più rappresentativi della raccolta figurano Ladra di tempo, scelta anche per la copertina del volume, Fantasmi dell’universo, Serva d’amore, Disarmata e Bambine mie, poesie che mostrano le diverse sfumature della scrittura di Alessia Pizzi: dalla riflessione intima alla tensione civile, dall’eros alla memoria, fino alla ricerca di una voce femminile consapevole e autonoma.

Ladra di tempo

Ti ho visto arrivare
ladro di tempo
la mattina in cui non ti ho mai cercato.
Ti ho visto entrare
ed era già tardi, troppo tardi, per chiudere a chiave.
Ti ho visto spogliare
il mio scheletro di bambina
Ti ho visto dare
un nome al mio seme di donna.
Potrei dire che mi hai derubata,
ma so quello che ho donato.
Potrei dire che mi hai avvelenata,
ma so quello che ho bevuto.
Che darei per sbagliare di nuovo
la vita giusta in quelle tue braccia,
brinderei con la saliva
leccando ancora l’ultimo istante
io, ladra di tempo, famelica delle
tue maestose briciole.

L’autrice

Alessia Pizzi è filologa classica, giornalista e consulente di digital marketing. Il suo lavoro si sviluppa all’incrocio tra cultura, letteratura e comunicazione digitale.

Dai suoi studi sulle scritture femminili nasce poetessedonne.it, il primo sito italiano dedicato al censimento delle poetesse assenti dai libri di scuola. Ha pubblicato il corto teatrale Qualcuno si ricorderà di noi, in cui Google risveglia tre poetesse dimenticate dalla storia con l’aiuto di Saffo, e la silloge Poesie sul tavolo, successivamente tradotta anche in lingua rumena.

Prima traduzione italiana per “I racconti malvagi’ del peruviano Clemente Palma. Prefazione di Miguel de Unamuno. Una carrellata di racconti ironici, grotteschi e cinici

Anche le più appassionate storie d’amore, quando vengono portate al limite, possono raggiungere gli estremi della crudeltà e dell’orrore. Ne sembra convinto lo scrittore peruviano Clemente Palma, che con Racconti malvagi (Bibliotheka) fissa il racconto peruviano moderno come genere propriamente definito. E non solo ne diventa il capostipite, ma ne stabilisce anche la componente fantastica all’interno della tradizione letteraria del suo paese.

Scritti con “lessico sano e immagini suggestive”, i racconti ruotano attorno alla morte, mezzo di liberazione, fuga dalla noia e dal disincanto. I protagonisti cercano sempre la restituzione dell’ideale estetico della bellezza, nonostante ciò conduca nella direzione del fantastico, del grottesco o delle peggiori manifestazioni del male. “Gli occhi di Lina” e “La fattoria bianca” sono, a questo proposito, i titoli più noti della raccolta.

Clemente Palma propone testi mitologici (L’ultimo fauno), storie con risonanze bibliche (Il figliol prodigo e Il quinto Vangelo) e insolite vicende legate alle allucinazioni (Fantasie da hashish). Un ingegnoso e umoristico esperimento (L’ultima bionda) trasporta il lettore nel fantascientifico e distopico anno 3025, animato dalla speranza di ricreare l’oro scomparso dalla terra attraverso gli ormai rarissimi capelli gialli delle donne.
I temi del patto con il diavolo, il fantasma e il doppio (La fattoria bianca) e dell’eterna tensione tra il bene e il male (Le ceste) si alternano con il terribile diario di un uomo che ama la fidanzata, ma ne desidera la morte (Idealismi) o con la storia macabra e geniale, per molti aspetti sconcertante, di un innamorato che non riesce a sostenere il diabolico sguardo della donna amata (Gli occhi di Lina).
Un caleidoscopio narrativo che ammalia e stordisce dimostrando tutta la versatilità, la capacità affabulatoria e la maestria narrativa di uno dei più  innovativi scrittori del panorama latino-americano.

 

Clemente Palma Ramírez (Lima, 1872-1946), scrittore, giornalista e uomo politico, fu tra i più raffinati esponenti della narrativa modernista latinoamericana e, in Perù, tra i fautori dell’affermazione del racconto moderno come genere propriamente definito. Influenzato da Edgar Allan Poe, ma anche dagli scrittori russi dell’Ottocento e dal decadentismo francese, introdusse nella letteratura del suo Paese temi fantastici, psicologici, horror e di fantascienza, distanziandosi dalla tradizione del realismo regionalistico, di cui il padre, direttore della Biblioteca Nacional del Perù, era stato eccellente esponente. Console in Francia, fu in seguito deputato e direttore di riviste (Prisma e Variedades) e del quotidiano La Crónica.

Miguel de Unamuno y Jugo (Bilbao, 29 settembre 1864 – Salamanca, 31 dicembre 1936) è stato un poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo di origini basche che, rinnovandoli, ha portato sul piano filosofico i motivi più tipici del hispanismo, seppure in opere non sistematiche e quasi sempre di carattere letterario. Canonicamente, viene fatto rientrare nel movimento letterario chiamato Generazione del ’98, espressione del modernismo letterario spagnolo.

‘Spuma di mare’, l’atteso seguito di Mare avvelenato, di Elena Magnani

Roma, 1912. Mimma non è più la bambina fragile e spaurita arrivata da Messina all’indomani del terremoto. Ha quattordici anni e una sete di vita che Petra, la sua tutrice, fatica sempre più a comprendere. Cresciuta tra le mura del convento, Mimma sente il richiamo di una città inquieta, fatta di vicoli polverosi, promesse di libertà e pericoli taciuti. È proprio qui che viene folgorata da Alessandro, carismatico e sfuggente, capo di una banda di ragazzi che vivono ai margini tra espedienti e sfide. Con lui Mimma scivola in un gioco sempre più audace di segreti e silenzi, finché un evento drammatico non spezza l’equilibrio: l’innocenza si incrina e il peso della colpa – vera o solo creduta – comincia a modellare i destini, lasciando ferite destinate a durare.

A vegliare su Mimma c’è sempre Toma – so Mazzeo, che porta con sé il peso di una maledizione mai sciolta e di un passato feroce. Muratore a Roma, diviso tra la protezione per Mimma e l’amore irrisolto per Petra, Tomaso è l’esile punto di equilibrio di un mondo pronto a crollare. Come possono convivere anime così diverse, tutte segnate dalle cicatrici della perdita? A sparigliare definitivamente le carte arriva la grande Storia: una guerra che sconvolgerà il destino di milioni di persone, un Paese in cerca di rivalsa, e poi la Spagnola, un virus che si farà strada nelle case e nei corpi, portando con sé scelte irreversibili. E nulla resterà intatto.

Dopo l’eccezionale successo di Mare avvelenato, Elena Magnani prosegue la saga della famiglia Mazzeo con un romanzo intenso e corale, una storia di crescita, appartenenza e libertà, in cui il mare continua a chiamare anche chi crede di esserne fuggito per sempre.

ELENA MAGNANI è nata a Genova, ma vive da molti anni in Garfagnana dove lavora come coach di scrittura. Dopo aver pubblicato romanzi di genere con piccoli editori, ha esordito in ambito letterario con La segnatrice (2022), a cui ha fatto seguito Mare avvelenato (2024), entrambi amatissimi e usciti per Giunti.

 

‘Nel nome del padre’, la nuova raccolta poetica di Nunzio di Sarno

Nel nome del padre è l’ultima raccolta poetica di Nunzio Di Sarno, docente e psicologo, pubblicata da Eretica edizioni. Di Sarno ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.

Prefazione

La tabula rasa è un’illusione.

Questo vale per l’individuo e per i gruppi.

Si entra in questo mondo e se ne esce, intrecciati ai vivi e ai morti: i legami invisibili ci definiscono, rinsaldandosi ad ogni respiro e plasmandoci nelle lunghe catene transgenerazionali. Conoscere se stessi significa conoscere ciò che degli altri portiamo in noi, realizzando come e perché certe trasmissioni — e non altre — si siano fissate nella nostra coscienza.

La presente opera è il resoconto di un viaggio di individuazione.

Il poeta, addentrandosi nelle sue storie familiari e sondando le parti profonde di sé, rivive il rimosso e il represso, stando dentro e fuori, per integrare mancanze e traumi, comprenderne l’ineluttabilità sistemica e accettare la funzione omeostatica delle difese, così da ricostruire una nuova storia.

La ricerca è esperienziale: piani e processi sono sempre intrecciati per garantire una comprensione ampia e approfondita.

Le pratiche psicofisiche orientali, diverse forme di meditazione — soprattutto lo zen e il Vajrayana — insieme a filosofia occidentale, psicologia e psicoterapia sono vissute dal poeta in corpo, parola e mente (concetti del Dharma), per tenere insieme il rigore e la disciplina della scienza e l’intuizione, l’ascolto e l’empatia dell’arte, in un sentiero di conoscenza e trasformazione.

La relazione col padre, non solo per questioni edipiche, è al centro dell’opera, pur con rimandi multipli e diacronici alle altre figure, familiari e non.

La consapevole connessione tra inconscio individuale e collettivo apre, a intermittenza, alle corrispondenze con alcuni archetipi, che si rivelano per affinità. Nell’esplorazione di mondi interiori ed esteriori, la scrittura permette al poeta di tessere un filo di senso e di protezione, come la parola nella psicoterapia e il mantra nel Vajrayana.

 

Antenati

 

Canapa mattoni e poco più

A tener su la pelle bruciata

Di contadini e manovali –

Saggi ignoranti di provincia

 

Giacche e cravatte a mostrare

Una fierezza composta e dura

Per gli stenti superati a fatica

Dopo guerre e contrabbando

 

Eccovi con falci e martelli

Risplendenti nel lavoro

Che traccia sui vostri volti

La bellezza della rivincita

 

Voi che avete dato il pane

A noi che siamo venuti

Un tetto e tempo necessari

Per maturare conoscenza

 

A voi mi prostro perché

Senza di voi io non sarei

 

Ed è con voi riscattati

Dai nostri stessi mali

Che solo potrò essere

 

‘Profumo di viole sfiorite’, la speranza secondo Antonio Borsa

Dopo l’esordio con “I tre appuntamenti”, Antonio Borsa, informatore farmaceutico con un’anima da narratore, torna in libreria con un secondo romanzo che promette di lasciare il segno: “Profumo di viole sfiorite” (“Non solo parole Edizioni, 2025) che si presenta come un viaggio emotivo e simbolico; un’opera che mescola dramma, redenzione e un omaggio musicale al cantautore Max Pezzali, per parlare a chi, schiacciato dal peso della vita, ha pensato di arrendersi.

Un purgatorio tra amore e speranza

La storia ruota attorno a Ryan, un giovane che, devastato dalla fine di un amore, si toglie la vita. Ma invece di trovare l’oblio, si risveglia nella Valle, un purgatorio desolato dove un Angelo lo guida in un percorso di rivelazioni. Qui, tra ombre e visioni, Ryan incontra anime che hanno affrontato il dolore senza cedere. La Valle non è solo un luogo di espiazione, ma una aula magna della vita, dove ogni storia insegna a Ryan che il suicidio non è una soluzione, ma una ferita che si propaga. Il protagonista si rivolge direttamente al lettore con un appello sincero: “Non mollare, potresti cedere sul più bello”. È un messaggio che riflette la missione di Borsa: offrire speranza a chi lotta contro delusioni amorose, lutti o difficoltà economiche.

Un autore con un cuore in bilico tra scienza e arte

Laureato in Scienze Biologiche e in Economia e Management, Antonio Borsa non è uno scrittore di professione, ma un informatore farmaceutico che ha trovato nella scrittura una via per elaborare il dolore e condividerlo. Dopo il successo di “I tre appuntamenti”, Borsa dimostra con “Il Profumo Delle Viole” una maturità narrativa che va oltre l’esordio. Se il primo romanzo era un’esplorazione dell’amore e del rispetto, il secondo si allarga a una riflessione universale sulla resilienza, con un intento quasi terapeutico.

L’omaggio a Max Pezzali

Un elemento distintivo de “Il Profumo Delle Viole” è il suo legame con la musica di Max Pezzali, icona degli anni ’90 e voce di generazioni. Borsa intreccia nella trama citazioni da canzoni come “Nessun Rimpianto”, “Come deve andare” e “Grazie mille”, usando le loro parole per dare ritmo e profondità Emotiva alla storia. “Certi capitoli si chiudono, altri se ne aprono”, scrive Ryan, riecheggiando il pragmatismo malinconico di Pezzali. La felicità, definita come “un’isola che non c’è”, richiama quel senso di ricerca e perdita che permea brani come “Grazie mille”, mentre il tono di “Nessun rimpianto” sembra sostenere l’idea di lasciar andare il dolore senza voltarsi indietro. Questo omaggio non è solo un vezzo stilistico, ma un ponte tra la narrazione e il vissuto del lettore, che potrebbe ritrovarsi a canticchiare mentre riflette.

Stile e simbolismo

La prosa di Borsa è diretta, quasi confidenziale, come un dialogo tra amici, ma si arricchisce di momenti poetici quando descrive la Valle o medita sulla felicità. Il Profumo Delle Viole Sfiorite, con la sua atmosfera spettrale, è un simbolo potente: un limbo che non punisce, ma educa, trasformando il dolore in consapevolezza. I riferimenti a Peter Pan, con la sua “trappola” del crescere, si fondono con le suggestioni di Pezzali, creando un mix di nostalgia e introspezione.
E proprio questa autenticità, questa urgenza di comunicare, a rendere “Il Profumo Delle Viole Sfiorite” speciale e che aspira a essere un compagno per chi ha bisogno di un motivo per andare avanti.
Il Profumo delle Viole Sfiorite si concentra sulla salute mentale e sul suicidio, un tabù ancora troppo silenzioso. Con il suo invito a “sposare il proprio dolore e andare avanti”, l’autore offre una risposta concreta alla disperazione, dimostrando che anche dal fondo si può risalire. Il finale, con Ryan che parla al lettore – “Resta sul ring, ti assicuro che ne sarà valsa la pena” – è un pugno nello stomaco e una carezza allo stesso tempo.

Un impegno che va oltre la pagina

Antonio Borsa non si limita a scrivere: porta il suo messaggio anche fuori dai libri. Partecipa a presentazioni pubbliche, incontri scolastici e conferenze in cui affronta i temi della salute mentale.. È attivo sui social, dove condivide riflessioni, testimonianze e parole di incoraggiamento per chi sta attraversando momenti difficili. Per lui la scrittura è solo l’inizio: la vera sfida è generare empatia e consapevolezza. Il Profumo delle Viole Sfiorite è quindi non solo un romanzo, ma un tassello in un percorso più ampio, che mette al centro il rispetto della vita e dell’altro, sempre.

‘Nella futura città di Edenia’ di Zingman per la prima volta tradotto in Italia

Edenia è una città tecnologicamente avanzata, dotata di grattacieli e aero-treni volanti e con un clima regolato artificialmente a seconda delle stagioni, tanto che non servono più cappotti d’inverno, né si sente troppo caldo d’estate. È un’affascinante fantasia letteraria sulle possibilità della vita ebraica in Europa e sulla pace in Palestina il racconto di Kalman Zingman, pubblicato nel 1918 e ora tradotto per la prima volta in italiano dall’yiddish da Stefania Ragaù.

In questo raro racconto utopico della letteratura yiddish, pubblicato all’indomani della rivoluzione russa e della Prima guerra mondiale, l’antisemitismo è scomparso e gli ebrei della diaspora hanno ottenuto la piena emancipazione. Nel futuro immaginato dall’autore, i popoli della terra sembrano aver raggiunto una pace perpetua e duratura e persino in Palestina, dove l’impresa sionista ha sviluppato una vivace civiltà ebraica secolare, arabi ed ebrei vivono tranquillamente gli uni accanto agli altri.

Kalman Zingman (1889–1929), nato in uno shtetl vicino a Kaunas, in Lituania, ricevette un’educazione tradizionale ebraica che però non portò a termine, dovendo ben presto mettersi a lavorare in un piccolo negozio di stoffe. Grande amante della letteratura e della poesia, che leggeva in yiddish, ebraico e russo, nel 1917 decise di fondare una piccola casa editrice dedicata alla letteratura yiddish e cimentarsi lui stesso in alcuni tentativi letterari. Proseguì l’attività editoriale a Kaunas, in Lituania, e poi a Berlino. Nel 1928 si recò con un visto turistico in Unione Sovietica, dove morì l’anno dopo a Simferopol, capitale della Crimea.

Stefania Ragaù, dottoressa di ricerca in Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è borsista Humboldt al Buber-Rosenzweig-Institut dell’Università Goethe a Francoforte sul Meno. Ha pubblicato Sognando SionEbraismo e sionismo tra nazione, utopia e Stato (1877-1902) (Viella, 2021).

Per la prima volta in italiano “Due racconti” di Virginia e Leonardo Woolf e “Indagine su Cézanne” di Charles F. Ramuz

Per la prima volta in italiano due volumi che ci conducono alle origini della modernità letteraria e artistica europea: i primi racconti pubblicati da Virginia e Leonard Woolf con la nascita della Hogarth Press e la raffinata lettura che Charles-Ferdinand Ramuz dedica all’arte di Cézanne.

 

Virginia e Leonard Woolf

DUE RACCONTI

Traduzione e cura di Sara Grosoli

Con le silografie dell’edizione originale di Dora Carrington

Pagine 68

OLIGO

Dal 28 novembre

 

Nella primavera del 1917 i coniugi Virginia e Leonard Woolf installarono una macchina da stampa nella sala da pranzo di Hogarth House, la loro residenza a Richmond. Nasceva così la Hogarth Press. Two Stories fu il primo volume pubblicato e comprendeva i racconti Il segno sul muro di Virginia e Tre ebrei di Leonard, un testo – quest’ultimo – pressoché sconosciuto in Italia, in cui l’autore, nato in una famiglia ebraica d’orientamento liberale, ironizza sui modi di vivere britannici.

Sara Grosoli, laureata in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna, ha concentrato i suoi studi sulla narrativa vittoriana. Ha lavorato come lettrice di narrativa straniera per la casa editrice Rizzoli. Ha tradotto opere di Charlotte Brontë, Mary Wollstonecraft, Louisa M. Alcott, George Sand, Mary Shelley, Isaak Babel’, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell, M.E. Braddon, Sarah Bernhardt e George Eliot. Ha curato un’edizione critica delle lettere di Anna Bolena e la pubblicazione della biografia di Jane Austen scritta dalle nipoti dell’autrice. Per Oligo Editore ha tradotto Come Shakespeare giunse a scrivere La tempesta di Rudyard Kipling, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges e Tu non sconosci la mia dottrina di Anne Bronte.

 

Charles-Ferdinand Ramuz

Indagine su Cézanne

A cura di Marino Magliani

Traduzione di Sandro Ricaldone e Marino Magliani

Prefazione di sandro Ricaldone

Con disegni e acquerelli di Cézanne

Pagine 72

OLIGO

Dal 28 novembre

Charles-Ferdinand Ramuz (Losanna, 1878-Pully-1947), poeta e scrittore, è stato tra i più significativi intellettuali svizzeri della prima metà del Novecento. A Parigi tra il 1902 e il 1914, rientrato in patria fonda la rivista “Cahiers vaudois”, sul cui primo numero pubblica Raison d’être, il manifesto in cui esprime la sua volontà di profonda identificazione con la natura, il paese e la lingua romanda. Nel 1918 scrive l’Histoire du soldat, musicato da Igor Stravinskij. Non stupisce, quindi, il suo interesse verso la ricerca pittorica di Cézanne che ha dato vita a questi due brevi saggi narrati, uno del 1914 e l’altro uscito postumo nel 1948, qui pubblicati in italiano per la prima volta e anticipati da una recensione di una mostra parigina del 1906. L’attenzione al paesaggio, al dato naturale, alla sintesi espressiva accomuna infatti lo stile del grande pittore francese alla prosa ricercata di Ramuz.

Marino Magliani, di origini liguri, ha vissuto per anni tra Spagna e America Latina, per poi trasferirsi in Olanda. Scrittore e traduttore, ha pubblicato per molti editori, tra cui 66thand2nd, Chiarelettere, Hopefulmonster, Italo Svevo, Longanesi, L’Orma, Sironi. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti. Nel 2022 è rientrato nella dozzina del Premio Strega e nel 2024 è stato tra i finalisti del Premio Alassio. Per Oligo dirige la collana Ronzinante.

Sandro Ricaldone (Genova, 1951), studioso e critico d’arte di formazione giuridica, dall’inizio degli anni Ottanta ha avviato approfondimenti su gruppi e movimenti del secondo Novecento attraverso saggi confluiti nella rivista “Ocra”, da lui fondata e, in seguito, curando mostre e rassegne. Ha collaborato a numerose riviste e quotidiani, fra cui “Il Secolo XIX”. Tra i suoi volumi più recenti: L’avant-garde se rend pas (2018) e Da una non breve unità di tempo (2023) entrambi per l’editrice Il Canneto.

‘L’alba di una lunga notte’, il thriller distopico di Alex Mai

Non è un futuro lontano quello immaginato da Alex Mai in L’alba di una lunga notte. È un domani fin troppo vicino: Roma, anno 2036. La città che conosciamo, con le sue piazze, i suoi palazzi e il suo rumore di fondo, resta sullo sfondo, ma è attraversata da una mutazione profonda. Le riforme — legalizzazione di prostituzione, droga, gioco d’azzardo, eutanasia — sono solo la facciata di un sistema in cui il potere ha smesso di essere riconoscibile. Non ha più un volto, ma agisce tramite strutture opache, apparentemente legittime, che lavorano in simbiosi con la criminalità organizzata.
La democrazia è morta, ma nessuno se ne è accorto.
Valerio Romani si risveglia in una clinica senza ricordi del proprio passato. Nella Capitale che porta il suo cognome, la morte è diventata spettacolo e i cittadini votano online per decidere chi deve morire nell’Arena. L’Impero delle Ombre governa attraverso app che sembrano social network ma sono strumenti di controllo totale.
Mentre Valerio cerca disperatamente la verità su se stesso, l’ispettore Anselmo Pagani indaga su omicidi che potrebbero svelare i segreti più oscuri del nuovo regime. Entrambi dovranno affrontare una cospirazione che decide chi ha il diritto di sopravvivere.
“L’Alba di una Lunga Notte” non è solo distopia: è una profezia inquietante su dove stiamo andando. Alex Mai costruisce una Roma del futuro prossimo terribilmente plausibile, dove tecnologia e potere si fondono in un cocktail tossico che trasforma i cittadini in gladiatori inconsapevoli.
Un thriller distopico che unisce l’investigazione urbana alla speculazione politica, perfetto per lettori di Black Mirror e George Orwell che vogliono vedere cosa succede quando il futuro distopico non è più fantascienza, ma cronaca.
Primo volume della saga “L’Impero delle Ombre” – una serie che promette di ridefinire il thriller italiano contemporaneo.

PROLOGO

Roma, via Chiana

Prima domenica di maggio, 2024

Il cortile, ampio e inondato di sole, concedeva qua e là rifugi d’ombra sotto gli alberi. L’aria frizzante di una promessa estiva spingeva un gruppetto di ragazzini a liberare le biciclette dalle catene, gli sguardi fiduciosi rivolti al cielo incerto: plumbeo in direzione della Nomentana, sereno verso la Salaria. Poco distante, il ritmo cadenzato di un pallone calciato da tre ragazzi rompeva la quiete, un’attesa vibrante per la consueta partita pomeridiana a Villa Ada.

Voci si mescolavano, un brusio ora sommesso ora più vivace, tessendo la trama sonora del mattino.

«Monica, è stato un pensiero davvero gentile portarmi questi libri» sussurrò Valerio. I suoi occhi, attratti da quelli scuri della ragazza, faticavano a distogliersi, mentre le mani stringevano i volumi con un’intensità quasi dolorosa.

«Me li avevi chiesti, immaginavo ti avrebbe fatto piacere» replicò lei con un tono più distaccato. Valerio le piaceva, certo, ma non più degli altri volti familiari che animavano le sue giornate tra i banchi di scuola e le strade del quartiere.

Poco lontano, Marco e Chiara trafficavano con i lucchetti delle biciclette.

«Mio fratello dice che siete gialli perché vi pisciate in faccia controvento» esordì lei, la voce tagliente, evitando il contatto visivo. «Quanto è scemo, ha un cervello minuscolo…»

«Tranquilla,» rispose lui con un sorriso che non raggiungeva gli occhi, «ne ho sentite di peggiori e probabilmente ne sentirò altre prima di stasera.»

«Poi, tu hai il nome italiano. Gliel’ho detto, ma lui se ne frega… è ignorante come un… non lo dico! Non sono razzista come lui!»

Marco combatté contro l’istinto di allontanare lo sguardo verso le scarpe, poi fissò gli occhi in quelli di lei.

«Quello non sarebbe razzismo, Chiara. Il colore della pelle non si sceglie, l’ignoranza sì. Se uno vuole davvero imparare, prima o poi ci riesce. Anche se non ha tempo o soldi. Giusto?»

Chiara rimase in silenzio, il tema dei soldi era un tasto dolente. I jeans strappati andavano di moda, ma i suoi erano proprio consumati. Sognava una chitarra, le cui corde aveva imparato ad accarezzare l’anno precedente grazie a un amico.

Senza uno strumento proprio, i progressi che desiderava ardentemente sarebbero rimasti un miraggio, un ostacolo al suo sogno di trasformare la musica in un’ancora di salvezza, un riscatto da quella vita sfilacciata che aveva avuto fin lì. Con un gesto deciso, spinse sul pedale e si lanciò fuori dal cortile, immediatamente seguita da Marco.

«Pagnotte’, allora? Si va al mare?» domandò Anselmo, la voce impaziente.

«Aspetto il Gatto. Non lo vedo da ieri, era con Roberta, chissà in quale anfratto si saranno nascosti. Temo che dovremo lasciarlo perdere. Anche Pallonaro è ormai un fantasma, da quando ha preso a studiare seriamente è sparito dalla circolazione: sembrava lo facesse per dispetto al padre, invece eccolo lì, ansioso di indossare la cravatta come lui! Nadina tra poco scende… e pure Anna, che magari non sarà una bellezza, ma le sue battute ti fanno piegare in due dalle risate. Me le rivendo, ma non riesco a far ridere quanto lei!»

«Eccomi» annunciò Nadina, la sua figura slanciata che compariva sulla soglia. «Però ve lo dico subito, niente mare per me oggi, devo andare a pranzo da…»

«Ancora tua zia?» sbuffò Anselmo. «Sentite, ragazzi, che ne dite di una partita a pallavolo a Villa Ada? Non sarà la stessa cosa della spiaggia, ma almeno ci muoviamo un po’…»

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