‘Belka’: la storia dei cani soldato delle Aleutine di Furukawa

Un romanzo davvero particolare e unico quello dello scrittore Furukawa intitolato Belka. I protagonisti indiscussi di questa vicenda sono cani, con qualche debita comparsa umana che lega i vari frammenti della trama. Tutto ha iniziato durante la Seconda guerra mondiale, quando un contingente giapponese conquista e prende possesso di un’isola americana. Trattasi di un isolotto appartenente alle Aleutine, nell’Oceano Pacifico. Le truppe nipponiche portano con sé tre cani da guerra, Katsu, Kita e Seiyu, mentre un quarto lo adotteranno sul posto, Explosion. Questi quattro animali saranno i capostipiti di una lunghissima genealogia di cani straordinari, militari e non. Veniamo così a scoprire che durante i conflitti del XX secolo i cani furono usati moltissimi dalle varie nazioni e per i più svariati compiti, durante la guerra in Vietnam, in Corea, in Afghanistan ecc. In questo libro è difficile ricostruire i confini precisi della finzione e quelli della veridicità storica, fantasia e realtà si confondono a piacimento dell’autore e per il lettore tutto questo si trasforma in un viaggio a dir poco avventuroso nella storia della seconda metà del ‘900.

Alla vicenda dei figli dei figli di questi quattro primi cani soldato si intreccia la storia particolare di un russo, un killer soprannominato l’Arcivescovo, ricercato e braccato dalle mafie di diversi paesi. L’esistenza dell’uomo è fittamente legata a quella dei cani e la loro vita insieme è destinata ad essere stravolta da una giovanissima ragazza giapponese, figlia di un capo yakuza in visita a Mosca.

Belka è fitta di intrecci narrativi, sorprese e personaggi dalle indubbie doti. I cani, però, rimangono i fili conduttori di queste vicende. I protagonisti a quattro zampe saranno moltissimi e ci accompagneranno in un giro infinito intorno al mondo: Belka e Strelka (cani astronauti sovietici), Ice (una mamma selvatica), Sumer (pastore tedesco di immemore bellezza), Anubi (mezzo cane mezzo lupo), Guitar (un cucciolo dai sensi acuti), Good Night (cane navigatore) e tantissimi altri discendenti. I due umani della storia presenti nel romanzo sono: il vecchio, addestratore di cani d’elitè, ex dei servizi segreti russi, ora disertore e deciso a mettere a ferro e fuoco la scala gerarchica mafiosa della Russia. L’uomo dichiara guerra al capo yakuza e gli rapisce la figlia, una ragazzina dalla strana fisicità e i modi burberi tipici di un’adolescente. Sarà lei la vera e ultima chiave per il successo della straordinaria, e pazza, impresa dell’uomo. Soprannominata Belka, come la mitica cagnolina sovietica a cui il ricordo del vecchio è ancora molto legato, si affezionerà con empatia e indipendenza ai cani. Tutti rinchiusi in una vecchia città abbandonata della Siberia, la bambina e gli ultimi nati della grandiosa genealogia canina, diventeranno una cosa sola, pronti a conquistare il mondo.

Lo stile di Furukawa è molto particolare, non disdegna né ha timore di dilungarsi in ampi capitoli dedicati a spiegazioni e fatti storici. Il tutto, naturalmente, utile allo scopo di raccontarci cosa accade ai discendenti dei cani soldato delle Aleutine. Il linguaggio, come si addice agli ambienti che descrive, è crudo e grezzo, non lascia spazio all’immaginazione. I personaggi sono fittamente delineati e nelle loro vite non c’è spazio per buonismo, sorrisi di troppo o perdite di tempo. La scrittura di questo autore è diretta, veloce, analitica, molto descrittiva.

Kita non lo sa, ma un giovane uomo ha deciso di occuparsi di lui. Ha ventidue anni e appartiene al personale di terra dell’aviazione americana. E’ stato reclutato ne 1942. E’ un grande amante dei cani. L’aspetto di Kita, in particolare, ha destato la sua attenzione. Nella sua terra d’origine non ha mai visto cani di questa specie. Kita non è un esemplare delle razze nordiche che lui conosce, non è un samoiedo, né tanto meno un alaskan malamute. E’ la prima volta che si imbatte in un cane di razza giapponese. Orecchie dritte e coda attorcigliata come quelle di uno spitz. In particolare, i cani di razza Hokkaido sono dotati di coraggio e un’energia davvero formidabili, e non a caso sono utilizzati nella caccia all’orso. Si tratta di un animale decisamente fuori dal comune. Di che cane si tratterà mai?, si chiede il giovane soldato ogniqualvolta rende visita a Kita, due volte al giorno. 

‘Atti umani’, il dolore nel romanzo storico e di denuncia della sudcoreana Han Kang

Atti umani, romanzo storico del 2017 della scrittrice sudcoreana Han Kang, ultima sua opera pubblicata in Italia, è un libro composto da sette quadri. Sette storie di sette personaggi legati da un unico evento: l’insurrezione di Gwangju avvenuta il 18 maggio 1980. Si tratta di un avvenimento storico quasi sconosciuto alla cultura occidentale, ma centrale nella vicenda moderna della Corea del Sud: dopo l’assassinio del presidente Park Chung-hee il 26 ottobre 1979 e l’instaurazione della dittatura da parte del generale Chun Doo-hwan, nella primavera del 1980, la popolazione di Gwangju, città del sud del paese, si ribellò al potere autoritario.

Il primo capitolo ci racconta qualcosa sulla vita del giovane Dong-ho, che si ritrova a registrare i cadaveri ammassati nella palestra della scuola in attesa dei parenti che vengano a riconoscere i corpi senza nome. E’ appena il giorno dopo la strage e su ogni azione aleggia un profondo senso di confusione e di attesa. La grande particolarità di questo primo capitolo lungo è la scelta dell’autrice di scrivere in seconda persona singolare: il narratore si rivolge al protagonista Dong-Ho dandogli del tu, una tecnica davvero rara. Più avanti sono altri i personaggi a salire su questo fosco palcoscenico, prima di tutto Jeong-dae, amico di Dong-ho, perito nel massacro del 18 maggio 1980.

E’ doveroso insistere su questo avvenimento storico. Si trattò di una vera e propria rivolta popolare. I cittadini di Gwangju scesero nelle vie del centro cittadino per inneggiare alla democrazia e protestare contro la dittatura di Chun Doo-hwan, divenuto Presidente della Corea del Sud con un colpo di stato nell’ottobre del ’79. Le manifestazioni aumentarono già nella primavera seguente, studenti e professori chiedevano il ripristino delle riforme democratiche, ma il governo rispose duramente, reprimendo con violenza le assemblee pacifiche ed estendendo la legge marziale in tutto il paese. Su ordine di Chun i militari spararono sulla folla durante più manifestazioni e nell’arco di dieci giorni uccisero quasi duemila cittadini.

Saranno le voci di tanti giovani a raccontarci questa triste storia, una favola nera di atti umani e soprattutto disumani. Nel primo capitolo ci vengono presentati tutti i personaggi che ruotano intorno al giovanissimo Dong-ho, e saranno poi loro a fare chiarezza sul destino del ragazzo e su tutto ciò che è accaduto in quei miserabili giorni. Prima Jeong-dae, poi la redattrice Eun-sook che trascina le sue giornate una dietro l’altra mentre i ricordi dei giorni in cui ha lavorato con Dong-ho, aiutandolo a sistemare i cadaveri, le ritornano alla mente. Segue la testimonianza di un prigioniero, diversi anni dopo; anche lui era uno degli studenti che organizzò la resistenza durante quella buia notte in cui Gwangju attendeva il ritorno dell’esercito. Si unisce poi la voce di Seon-ju, ormai quarantenne, che lavorava all’ospedale e alla palestra con tutti gli altri durante quei lunghi giorni di assedio. In conclusione assistiamo alla straziante testimonianza della madre di Dong-ho.

Han Kang ci racconta del massacro attraverso un caleidoscopio, infinite sono le sfumature emozionali in cui veniamo immersi. Ogni protagonista porta dentro di sé il rumore degli stivali dei soldati che marciano sulla città, pronti a uccidere o i pianti dei parenti riversi sui cadaveri o ancora l’odore marcescente di tutti quei corpi anonimi. Bisogna sottolineare come il romanzo, nonostante l’inizio faticoso, si dipana con estrema leggerezza e un grande lavoro d’introspezione sui personaggi. Tra l’altro la fine toglie ogni dubbio, la storia è in parte autobiografica. Questo libro colpisce il lettore ed è evidente la grande capacità narrativa dell’autrice sudcoreana. La sua scrittura è coraggiosa ed abrasiva, non risparmia descrizioni raccapriccianti se aiutano il racconto della verità; un certo malcelato distacco sembra aleggiare su tutta la storia. Forse è quello spirito di sopravvivenza che usiamo noi vivi di fronte alla perdita di così tante persone, e per motivi così futili.

Han Kang concilia letteratura e denuncia; rivisita la crudele repressione dei moti di protesta antigovernativi nel 1980 a Gwangju, ma si interroga anche sulla capacità degli uomini riuniti in gruppi di immolarsi in nome di un ideale o di perpetrare violenza: «[…] l’esercitò usò i lanciafiamme contro i civili disarmati. Ai soldati erano state distribuite munizioni che la Corte internazionale di giustizia aveva messo al bando per ragioni umanitarie». La scrittrice coreana sembra suggerire che quelli riferiti siano atti umani, nella misura in cui la ferocia e la follia possono renderci carnefici o vittime, e anzi è forse questa la nostra reale natura: «La dignità a cui ci aggrappiamo non è altro che un’autoillusione, un modo per nasconderci questa unica verità – che ciascuno di noi può essere ridotto a un insetto, a una bestia rapace, a un ammasso di carne?». 

Atti umani è un romanzo con una forza tematica e narrativa unita ad una portata etica con pochi eguali nella letteratura contemporanea, in cui Hang Kang modifica continuamente prospettiva e narratore, passando da quello interno alla seconda o alla terza persona. Nel primo capitolo si rivolge al giovane Dong-ho dandogli del “tu” e racconta come e perché egli abbia deciso di partecipare attivamente alla protesta per vergogna più che per convinzione; nel secondo capitolo, sempre ambientato a Gwangju, il narratore è interno, ma incorporeo, poiché si tratta dell’anima di un manifestante assassinato; nel terzo prevale l’utilizzo della terza persona, la scena si sposta a Seul nel 1985 e si concentra sull’umiliazione subita da una redattrice passata a ritirare una traduzione dall’ufficio censura; nel quarto Han Kang ci porta nel 1990 e dà la parola a un ribelle fatto prigioniero e sottoposto a ripetute torture, così come la donna al centro del quinto capitolo ambientato nel 2002 e alla quale la scrittrice si rivolge in seconda persona. Infine, nel sesto capitolo e nell’epilogo il narratore è interno, prima la madre di Dong-ho come si è detto, e poi la stessa autrice. Ebbene, a dispetto di quanto possa sembrare, questa apparente complessità si traduce in una struttura estremante compatta ed efficace.

Aveva diciotto anni. Passando in autobus lì vicino, aveva serrato gli occhi strizzandoli. Riverberate da una gocciolina dopo l’altra, piccole schegge affilate di luce le erano passate attraverso le palpebre calde, trafiggendole le pupille. Era scesa dall’autobus alla fermata di fronte casa sua ed era andata dritta alla cabina telefonica. Lasciandosi scivolare la cartella dalle spalle, si era asciugata il sudore che le colava sulla fronte, aveva inserito una moneta nella fessura, aveva composto il 114 e aveva aspettato. “Ufficio provinciale, sezione reclami. Dica, prego”. Aveva digitato il numero che le era stato dato e aveva aspettato di nuovo. “Ho appena visto uscire dell’acqua dalla fontana, non penso che dovrebbe essere permesso”. All’inizio tremante, la sua voce era diventata più chiara mano a mano che continuava a parlare. “Voglio dire, come è possibile che abbia ripreso a funzionare? E’ rimasta spenta dall’inizio dell’insurrezione, e adesso va di nuovo, come se tutto fosse tornato alla normalità. Com’è possibile?”.

 

Atti umani di Han Kang

‘Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera’, la felicità legata ad un momento secondo Natsume Soseki

Più che un’opera di fantasia, Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera di Natsume Soseki è l’insieme di esperienze realmente vissute dall’autore, scritti inventati e sperimentazioni stilistiche. Ciò che li lega non è un tema o un genere, ma piuttosto una sensazione, un desiderio molto umano. Quello di volere che il tempo si dilati, che non arrivi mai la fine di una giornata splendida, che le lancette di un orologio immaginario rallentino a dismisura. Questo è il leitmotiv della raccolta di Soseki, la necessità di apprezzare ogni singolo lungo attimo. È lo stesso titolo originale a indicarcelo, infatti la parola eijitsu in cinese antico (lingua che Soseki conosceva molto bene) significa “giornata lunga di primavera, una giornata in cui il sole sembra non tramontare mai”. In giapponese il concetto ha perso quella connotazione stagionale, andando a inglobare qualunque giornata infinita e coniugandoci l’idea che sia l’uomo stesso a volere che quel tempo si dilati e rallenti. I personaggi di Soseki rimangono in una sofferta attesa, di un’evento, di una persona, di un’emozione, di un alito di vento, cercando di rivivere la felicità di un momento passato, nella speranza che non possa finire mai.

I venticinque racconti sono brevi e intensi. Due racconti in particolare meritano nota: quello del serpente per la veemenza della pioggia, la vera protagonista di una battuta di pesca. Davvero suggestivo. La vicenda vede protagonisti un ragazzo e suo zio, durante un diluvio vanno a pescare, imbattendosi in un grosso serpente d’acqua. Nel mezzo della lotta sincopata con l’animale si ode una voce, ma chi ne sia il proprietario rimane un mistero, fluttuante sulle loro teste, incastrato a forza tra i goccioloni neri del temporale. Il secondo scritto che non può lasciare indifferenti è La tomba del gatto, che ci consegna uno scrittore delicatissimo, nostalgico e parole piene d’amore e di stupore. Difficile stabilire se sia parte di quelle memorie di vita di Soseki o sia piuttosto frutto della sua immaginazione, né è di grande importanza scoprirlo. Affascina dalla figura ieratica di questo gatto casalingo, ma ormai vecchio e stanco. Da che tutti paiono indifferenti alla sua presenza costante si ritrovano poi, dopo la sua dipartita, ad onorare la tomba ogni giorno. Lo scrittore, più di tutti, pare accorgersi che il gatto si consuma con lentezza e in silenzio, ma si sente impotente. In questo racconto l’attesa è quella di un evento, che solo una volta passato si concretizza e acquisisce materialità.

Capodanno, Il ladro, L’incendio, L’uccello di montagna, Kigensestu, La sfilata, Il denaro, Il cuore e Il cambiamento raccontano episodi della vita di Soseki. Sprazzi difformi e diapositive vivide di ricordi, chissà perché rimasti più impressi di tanti altri nella mente dell’autore. Scene domestiche, che per la maggior parte lo vedono protagonista insieme ai suoi allievi e ad altri scrittori. Anche le donne hanno un ruolo particolare nei racconti, sembra che la loro importanza debba ancora essere definita. Sono forme fluttuanti, come offuscate da un velo che ne lascia intravedere solo alcune parti o certi comportamenti. Sfuggono.

Il caco, Un essere umano, Monna Lisa, La voce, Lavori proficui e Kakemono (supporto di carta o seta da appendere, su cui poi viene incollato un’opera o un dipinto da esporre) sembrerebbero vere e proprie storie inventate, puri atti di narrativa. È qui, più che nelle altre scritture, che troviamo la volontà di Soseki di sperimentare. Il suo stile era ancora in continua evoluzione.
Del suo soggiorno in Inghilterra (Soseki visse là per due anni, dal 1900, per fare ricerche sulla lingua inglese) parlano gli scritti L’odore del passato, Pensione familiare, Un sogno di tepore, L’impressione, In tempi antichi e Il professor Craig. Questi racconti condensano le memorie dell’autore. Le sue forti e profonde sensazioni di estraneità nei confronti degli inglesi e del vivere occidentale, è questo che traspare più di tutto leggendoli. Di questo gruppo di scritti inglesi molto bello è La nebbia.

La grandiosità e particolarità delle descrizioni di Soseki è che sono reali. Leggendole si ha la sensazione che da qualche parte stia succedendo sul serio, che quelle parole così vivide prendano forma. Hanno consistenza sotto le dita e non svaniscono subito dopo aver chiuso il libro, permangono in una dimensione altra ubicata tra la nostra mente e la nostra pelle. Molto forte è la componente poetica della sua prosa, spesso vi capiterà di imbattervi in frasi e incastri di parole che assomigliano molto di più a una poesia. Questa è la forza della sua scrittura, così attuale anche nella contemporaneità.

Quando, rimasto senza fiato, mi fermai e guardai verso l’alto, le scintille mi passavano già sopra la testa. Volano a migliaia verso il cielo stellato, limpido e profondo, per scomparire poi all’improvviso. E nello stesso momento, sospinta dal vento su tutta la superficie, una nuova ondata brillante compare dappresso furiosamente, inseguendomi scintillando, per poi scomparire, anch’essa di colpo. Se guardo nella direzione da cui volano, si uniscono in un’unica radice, come se ampi getti d’acqua fossero stati raggruppati assieme, e tingono il freddo cielo senza che resti nessuno spazio libero. C’è un grande tempio buddhista cinque metri più avanti. A metà delle lunghe scale di pietra, da entrambi i lati, grossi abeti si ergono alti, distendendo i rami silenziosi nella notte. Il fuoco si originava proprio dietro di essi; risparmiava intenzionalmente il tronco nero e i rami immobili, ma tutto il resto era di un rosso scarlatto. L’origine dell’incendio era senza dubbio sopra quell’alta sponda. Se mi fossi spostato ancora di un centinaio di metri, salendo per la salita a sinistra, sarei riuscito ad arrivarci.

 

‘Una storia crudele’, il thriller psicologico di Natsuo Kirino che fa trapelare una giustificazione per l’autoalienazione

Non è usanza di Natsuo Kirino andarci leggera con le storie truci e con questo Una storia crudele, romanzo thriller del 2004, ce ne da ulteriore conferma, non è un libro per stomaci delicati. La trama stessa, e non solo la grande capacità introspettiva dell’autrice, lo suggeriscono. La storia parte infatti con una lettera, tanto semplice quanto crudele. Anzi da due. La prima è quella che il marito della protagonista (Ubukata Keiko, conosciuta con lo pseudonimo di Koumi Narumi) invia all’editore di lei, che è una scrittrice, avvertendolo che la donna è scomparsa ormai da due settimane e che ha lasciato quel manoscritto per lui. La seconda lettera è la causa scatenante di tutti gli eventi, che viene inserita dalla stessa Keiko in testa al suo nuovo romanzo, Una storia crudele appunto. Quest’ultima le è stata inviata da Abekawa Kenji, l’uomo, da poco uscito di prigione, che l’aveva rapita quando aveva appena dieci anni. Da qui ci immergiamo nel romanzo di Keiko, che decide di raccontare dopo più di vent’anni la storia del suo sequestro.

Keiko viveva con i suoi genitori in una casa popolare della zona industriale nella città di M., non distante dal quartiere notturno di K. Molto legata alla figura paterna, è invece sofferente alle disattenzioni e alla mancanza d’affetto da parte della madre, punto di riferimento assai evanescente. Una sera la bambina decide di avventurarsi fuori casa per cercare il padre, andando a finire tra le braccia di Kenji. A un certo punto un ragazzo giovane con in braccio un grosso gatto la ferma per la strada, convincendola a seguirlo. Arrivati in un vicolo, lontano da occhi indiscreti, le mette un sacco nero in testa e la rapisce. Per un anno nessuno avrà più notizie di Keiko.

La donna racconta che quella sera d’autunno, mentre era sull’autobus che l’avrebbe riportata dalla lezione di danza sino a casa, già durante quel tragitto che poi sarà destinato a interrompersi, il desiderio manipolatorio del rapitore era mutato in una sorta di presenza attiva nella sua vita. Kenji si era già trasformato in burattinaio e muoveva abilmente i fili della vita della piccola Keiko, questa almeno è la sensazione straziante che ne ha la donna, scrivendo e ricordando. Dal bus, infatti, la bimba vede la cittadina di K. dalle luci scintillanti nell’oscurità imminente. Le passa la voglia di andare a casa e raggiungere la madre sempre distante, vederla cucinare e annoiarsi; vuole andare incontro al padre, sicura che sia a bere con i suoi colleghi in uno di quei locali. Un’impresa quasi impossibile, visto l’alto numero di bar e ristoranti del quartiere, ma che da subito si trasforma in un’avventura entusiasmante agli occhi della bambina. E’ così che, già guardando lo sfarfallio delle lanterne dal finestrino della corriera, Keiko viene spinta dritta per la strada invisibile che la porterà a scomparire per dodici lunghi mesi.
Cosa accadrà durante questo interminabile periodo, mentre la bambina rimarrà prigioniera nell’appartamento del giovane Kenji? Non posso svelarvi tutti i segreti del romanzo, ma posso dirvi che la cangiante mutevolezza dei sentimenti umani, dei pensieri, delle decisioni, delle pulsioni che spingono a sopravvivere, posso dirvi che tutti questi saranno i temi che vi accompagneranno in questa storia a tinte forti, nere.

Abekawa Kenji è un ragazzone di venticinque anni con qualche problema di sviluppo mentale, immerso nella solitudine come un frutto acerbo in un liquore denso. Impossibile per lui liberarsi e riscattarsi da un destino malsano e bieco che è già pronto per lui da tempi immemori. Keiko diventerà la sua migliore amica, le darà anche un soprannome, Micchan. Sarà colei con cui sfogarsi per notti intere sulle ingiustizie che il mondo gli rovescia sulle spalle giorno dopo giorno. Il ragazzo passa le sue giornate tra casa e lavoro, si sente fuori luogo ovunque, tranne quando riesce a condividere i suoi infantili pensieri con il suo piccolo animaletto da compagnia, la bambina rapita. La lettera, che ci introduce nella storia sin dall’inizio del libro, è un tornasole molto cristallino della mente di Kenji e della sua visione distorta del mondo.

Buona parte del romanzo della Kirino è dedicata al ritorno alla vita della bambina dopo la separazione dalla casa del rapitore. E’ un lento percorso quello di Keiko, non viene capita né compresa da nessuno, tanto meno dai genitori e dallo psichiatra che la ha in cura. Come racconta la stessa Keiko nel suo libro-verità, si crea in lei una spaccatura. Di giorno si comporta come qualunque altra alunna e figlia educata, ma di notte inizia a vivere una vita alternativa plasmata dalla sua fervida immaginazione. E’ questo l’unico luogo in cui si sente al sicuro.

Una storia crudele è uno dei libri più crudi di Natsuo Kirino. Con un tono leggerissimo, quasi noncurante, srotola davanti ai nostri occhi un telo colmo di brutture, di brividi lungo la schiena, di esempi atti a dimostrarci quanto la natura umana possa essere incomprensibile. Potremmo dilungarci molto sulla scrittura di questa autrice: grande indagatrice dell’animo umano, le sue frasi vanno dritte al punto, le sue descrizioni sono semplici, ma efficaci, forse uno dei suoi più grandi pregi è quello di saper creare situazioni di disagio, di fastidio nei suoi protagonisti. E la scintilla scocca quando anche il lettore percepisce questa sensazione contro natura: qui si rivela la grandezza di Natsuo Kirino. Il coinvolgimento epidermico è il suo asso nella manica, non manca mai di darne prova. Kirino è molto abile nel dare spazio ad un forte senso di pudicizia e di imbarazzo, tanto potente da poterci addirittura scorgere qualcosa di autobiografico, oltre a far trapelare una giustificazione per l’autoalienazione scaturita dall’incapacità di un mondo adulto idealizzato in maniera negativa.
L’atmosfera generale del romanzo è grigia, dimessa, costituita da immagini distorte o dai molteplici significati in cui i ruoli si ribaltano e si confondono con fatti intricati che vengono resi più sopportabili nello svelamento di contatti tra immaginato e reale.

“Signor Yatabe!” urlai con tutto il fiato che avevo in gola, battendo i pugni contro la porta. “Aiuto! Aiuto!”. Ero sicura che in questo modo Yatabe si sarebbe finalmente accorto della mia presenza. E invece non accadde nulla. La porta si riaprì e venne dentro solo Kenji. Fremente di rabbia, mi mollò un pugno sulla testa, mandandomi distesa al suolo. Un tonfo risuonò nella stanza e dopo un paio di secondi, un dolore pulsante alle tempie, non potei fare a meno di lanciare un urlo. “Micchan, così non va…così non va…così non va”. Mugugnando all’infinito quella stessa frase, Kenji prese a sferrarmi un pugno dopo l’altro sul capo, mentre cercavo disperatamente di parare i suoi colpi con le mani.
“Perdonami… ti prego… non lo farò più!” balbettai tra un singhiozzo e l’altro.
“Stai dicendo la verità?” mi chiese ansimando “Non griderai più? Giuramelo!”
“Sì, sì, te lo giuro, non lo farò mai più, te lo prometto!”.
Com’era possibile che Yatabe non mi avesse sentita urlare? Accortosi del mio sguardo perplesso, Kenji mi fissò con un ghigno diabolico.

E proprio questo è il fascino di Una storia crudele, di una narrazione che la Kirino schiude nella zona liminale fra il sogno e il reale, e, nel gioco di specchi e di immagini rifratte che costruisce, riesce a mantenere alta la tensione e a tenere avvinto il lettore dalla prima all’ultima riga.

‘Tokyo Express’, il noir allusivo di Matsumoto

Con Tokyo Express, noir dal fascino ossessivo del 1943, tutto incentrato su orari e nomi di treni – un congegno perfetto che ruota intorno a una manciata di minuti –, Matsumoto ha firmato un’indagine impossibile, ma anche un libro allusivo, lucido, privo di ridondanze, che sa con sottigliezza far parlare il Giappone.

I corpi di Sayama Ken’ichi e della giovane Otoki vengono ritrovati a Kashii, precisamente sulla spiaggia del promontorio che affaccia sulla baia di Hakata. Sono distesi su una lastra di roccia scura, i vestiti smossi dal freddo vento marino. Dai primi rilievi della polizia è subito chiaro che i due si sono suicidati e le analisi di poco successive confermeranno l’uso del cianuro, anche contenuto in una bottiglietta vuota di succo di frutta posta a fianco dei cadaveri. il caso viene subito etichettato come il suicidio amoroso di due tristi amanti. Iniziano le ricerche per scoprire l’identità dei due corpi e da subito, agli occhi del vecchio ispettore Torigai Jutaro, qualcosa non quadra in quella scena apparentemente perfetta.

Ma facciamo un passo indietro. Una settimana prima del ritrovamento, Yasuda Tatsuo è a cena in un ristorante di cucina occidentale di Ginza in compagnia di due donne, Yaeko e Tomiko. Si conoscono da tempo perché lui è solito portare i clienti della sua azienda a bere nel locale dove lavoravano le ragazze, il Koyuki nel quartiere di Akasaka. Anche Otoki lavora con loro e tutti e tre la conoscono bene. Alla fine della cena Yasuda chiede alle ragazze di accompagnarlo in stazione, deve prendere il treno della linea Yokosuka che parte alle 18.12 per raggiungere Kamakura, dove vive la moglie malata. Quando arrivano al binario il treno non è ancora arrivato e così rimangono a guardarsi intorno e chiacchierare, almeno finché l’uomo non nota un viso conosciuto due binari più in là. Precisamente da dove parte l’espresso Asakaze diretto nel Kyushu, ad Hakata. Tutti e tre si accorgono così di Otoki in compagnia di un uomo, entrambi indossano vestiti da viaggio ed è chiaro che camminano sul binario, apprestandosi a salire sul treno. Yasuda, Yaeko e Tomiko ne rimangono molto sorpresi, visto che non hanno mai sentito la ragazza parlare di un amante o di un fidanzato. La scena si chiude così, nello stupore generale.

L’ispettore Torigai inizia a indagare, ricostruendo il viaggio della coppia e ripercorrendo i luoghi della tragedia. Qualcosa continua a non convincerlo e tutti i suoi dubbi si attorcigliano intorno a uno scontrino trovato nella tasca del cappotto di Sayama Ken’ichi. E’ la ricevuta del vagone ristorante dell’Asakaze, datata 14 gennaio e relativa a un solo coperto. E’ proprio questo il dettaglio che mette in allarme il poliziotto: perché mai la ragazza non ha accompagnato il suo amante a cena? Che avesse già mangiato prima della partenza e fosse sazia? Che stesse riposando nello scompartimento? Tutte queste probabili ipotesi non convincono Torigai e una curiosa conversazione con sua figlia rende il tutto ancora più incerto.

Come a confermare i suoi sospetti, non condivisi dai suoi colleghi di Hakata, arriva direttamente da Tokyo il giovane investigatore Mihara Kiichi della seconda sezione investigativa che si dedica ai casi di corruzione. Infatti si scopre che Sayama lavorava proprio al Ministero della capitale coinvolto in un enorme scandalo. Il poliziotto sembra voler indagare a fondo sul suicidio di questo funzionario chiave per l’indagine, ma da subito fa amicizia con Torigai e quest’ultimo lo fa partecipe dei suoi sospetti. Ben presto anche Mihara si convince dell’esistenza di un vero mistero e, tornando a Tokyo, darà il via alla sua lunga indagine personale.

Lo svolgimento e il finale di Tokyo express sono tutt’altro che scontati, ma anzi mirabilmente narrati dall’autore che sa intrecciare verità e bugia con grande maestria. Infine ci ritroviamo con la ricostruzione di un’inusuale e originale vicenda drammatica, per nulla banale e ben orchestrata. Siamo di fronte a un giallo in piena regola e anzi uno dei migliori esempi di questo genere, a volte sottovalutato ed erroneamente accoppiato al thriller (invenzione molto più recente). Seguire i due investigatori nelle loro elucubrazioni su intenzioni umane, orari ferroviari, coincidenze e sentimenti, è un vero piacere per il lettore. Si viene trascinati con calma, ma è impossibile liberarsi dalla corrente. Si riscontra in Tokyo Express un bellissimo esempio di giallo giapponese di un’altra generazione e  si spera vivamente che siano tradotti per noi molti altri suoi scritti (l’autore non è, come sembra, a noi italiani del tutto sconosciuto. Furono infatti pubblicati, diversi anni fa, alcuni suoi romanzi per la collana Giallo Mondadori).

Senti, Sumiko, tornando dal cinema tu e Nitta siete andati a bere qualcosa?”.
La figlia si mise a ridere. “Che domande sono, papà? Sì, certo, abbiamo preso un tè insieme”.
“Davvero? Allora senti” continuò Jutaro come se gli fosse venuto in mente qualcosa “metti per esempio che Nitta avesse fame e ti proponesse di mangiare con lui, mentre tu hai lo stomaco pieno e non riusciresti a mandar giù nemmeno…”.
“Che strana idea!”.
“Ascoltami. E se Nitta ti dicesse: <Mentre io mangio tu fatti un giro, guarda qualche vetrina>, tu che faresti? Lo staresti a sentire?”.
“Che farei?” ripeté la figlia con aria pensierosa. “Ma no, andrei con lui al ristorante. Se no mi annoierei, scusa”.
“Davvero? Ecco, come pensavo. Anche se non avessi voglia nemmeno di una tazza di tè?”.
“Ma sì. Vorrei comunque stare con Nitta. Se proprio non riuscissi a mangiare niente potrei comunque prendere un caffè per fargli compagnia”.
Appunto, è proprio così, pensò il padre annuendo. […]
“Lo faresti perché non farlo ti sembrerebbe poco gentile nei confronti di Nitta, giusto?”.
“Beh, sì. Non è tanto una questione di appetito, quanto di affetto” rispose la figlia.

 

 

Tokyo Express di Matsumoto Seicho

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