‘Diario di un parroco di campagna’ di Bernanos: quando la fede non rassicura

L’opera Diario di un parroco di campagna (1936) dello scrittore francese Georges Bernanos, è una storia d’altri tempi, di un mistero che turba un animo alto e nobile, il racconto di un qualunque paese, che conduce una vita talmente regolare e banale, da apparire agli occhi del lettore moderno come impossibile e terribilmente lontana dal vero, seppur non vi siano elementi del fantastico a rendere paradossale o irreale la narrazione. L’elemento più improbabile e straniante rispetto alla moderna ed attuale quotidianità è sicuramente la figura del protagonista della storia: un giovane prete, dalla salute cagionevole e dal cuore puro, a cui viene affidata una piccola parrocchia di campagna, in Francia.

Non vi è quindi niente di straordinario nella trama messa a punto da Bernanos, nel succedersi degli eventi, nello scorrere dei giorni narrati: la vita scorre placida e monotona come in un qualsiasi paesino di campagna, ed il lettore vi assiste passivamente attraverso gli occhi del giovane prete, che si trova da un lato disarmato nei confronti della civettuola e sottile cattiveria dei compaesani, dall’altro lo si vede affrontare la propria missione con un passo forse anche idealista, nel suo semplice e limpido modo di vivere la propria vocazione, che lo porta a condurre una vita ridotta agli estremi, nel vano e spesso equivoco tentativo di riunire una comunità distante.

Il giovane prete di Ambricot è un personaggio debole, ma che accetta la propria diversità, tanto di struttura fisica quanto di psiche, una figura totalmente agli antipodi di un più famoso Don Camillo, fortunato personaggio e co-protagonista dell’opera di Guareschi, che tiene saldamente le redini e conduce con maestria ed ironia la vita del piccolo paesino emiliano a lui affidato. Ed ancora diverso è da un altro celebre curato della nostra letteratura, il Don Abbondio manzoniano, una figura anch’essa fragile, ma a causa di un timore molto più terreno che divino. Il curato di campagna di Bernanos è una figura nuova, che narra le sue piccole quotidianità con la forma narrativa più antica e introspettiva che vi sia, ossia la narrazione quotidiana del diario, nel quale i pensieri di un personaggio realistico si mescolano alle vicissitudini di un piccolo paese.

Ciò che invece appare fin troppo attuale e veritiero, nella storia, è la forza negativa e decisiva che acquistano le dicerie, espresse spesso in leggerezza, e senza una riflessione a priori delle possibili e quasi inevitabili conseguenze negative che queste possono avere sulla vita degli individui, in particolar modo su persone ingenue, guidate dalla buona fede e nella fiducia verso il prossimo. La mano dell’autore in quest’opera è leggera, nascosta da un’esposizione dei fatti descritta in prima persona ma, nonostante questo, la sua mentalità è determinante e conduce interamente non solo la narrazione, ma l’ideazione stessa del racconto. Georges Bernanos, autore parigino e cristiano “scomodo” del tardo ‘800, vede la sua vita caratterizzarsi profondamente dalla costante presenza dell’aspetto religioso, presente infatti anche in altre sue importanti opere come L’eretica e santa Giovanna, Sotto il sole di Satana e Dialoghi delle Carmelitane.

La lettura del Diario di un parroco di campagna è scorrevole, coinvolgente, pervasa da una stoica indifferenza e induce il lettore alla riflessione dato il suo taglio introspettivo; il libro si configura come una sorta di raccolta di aforismi contornati da avvenimenti che incorniciano eventi separati, dando un senso ed un filo conduttore a riflessioni più profonde e veritiere, quasi come in una ben strutturata predica domenicale. Bernanos ci consegna una Francia inquieta dal punto di vista religioso (pensiamo a Gide, Mounier, Mauriac), attraverso il dramma di un uomo di fede, semplice, umile, caritatevole, lontano dalla saccente e spesso superba sapienza dei dotti e degli alti prelati, che richiama alla mente il protagonista dell’Idiota di Dostojevskij, che ci dice che credere in Dio non è poi tanto rassicurante e rilassante come si suole pensare. Ma in fonda cosa importa? Come dice il parrocco stesso alla fine del libro: “Tutto è grazia”. Grazia che è riuscita ad assorbire la lotta interiore che consumava il protagonista di questo gioiello della letteratura contemporanea da cui è stato tratto un validissimo film diretto da Robert Bresson.

L’orribile karma della Formica, di David Safier

In un periodo storico ed in una situazione sociale in cui il concetto classico di “religione” non riesce più ad avere una valenza neutra, bensì subisce in automatico un’associazione mediatica o mentale a politiche estremiste oppure a vecchie concezioni e sentimenti che vanno via via perdendosi nella veloce superficialità dell’era moderna, ecco che un libro sempliciotto ma simpatico riporta in luce l’idea del valore e del senso degli atti che si susseguono quotidianamente, nonché l’interrogativo del “ciò che c’è dopo”, mantenendo però una leggerezza tale da renderlo leggero e frivolo quanto un romanzo rosa.

Mieses KarmaL’orribile karma della formica (2007) è il divertente ed ironico romanzo d’esordio dello scrittore tedesco David Safier (L’insostenibile leggerezza della mucca innamorata, Delirio di una notte di mezza estate, La mia famiglia e altri orrori, L’orribile attesa del giudizio universale), già autore di una serie televisiva, Lolle, che ha riscosso discreto successo non solo in Germania ma anche a livello internazionale, arrivando a vincere il Premio Adolf Grimme nel 2003, e l’International Emmy Award come migliore commedia nel 2004.

Questo simpatico romanzo, a cui ha da poco fatto seguito il secondo volume della storia Mieses Karma hoch 2, non ancora tradotto in italiano, centra la narrazione su un filo teso tra la classica concezione buddista della vita spesa in modo corretto e l’indifferente e veloce stile di vita attuale, banalmente impersonato da un personaggio emblema della vita basata sull’apparenza e l’indifferenza: una conduttrice televisiva sull’onda del successo.

Kim Lange, protagonista e voce narrante del romanzo, rappresenta i più classici stereotipi moderni, che andrà a smentire e superare uno dopo l’altro, nel modo più evidente e prevedibile possibile: la sua carriera, guadagnata non troppo correttamente, viene interrotta bruscamente da una morte improbabile ed improvvisa, subito dopo aver raggiunto l’apice e da qui ogni reincarnazione che subirà e vivrà la porterà, quasi come in un antico Bildungsroman, alla crescita interiore, alla demolizione del carattere egocentrico da superstar, verso un Nirvana poco ortodosso, fino a raggiungere, ma forse senza mai accettarlo a pieno, una diversa e corretta consapevolezza di se e degli altri.

Lange, come si legge nella sinossi del romanzo, sa benissimo di essere un’arrivista disposta a sacrificare tutto, marito e figlia compresi. D’altra parte, così facendo, è arrivata a condurre il più noto talk-show televisivo di Berlino ed è all’apice del successo. Kim non si sta divertendo per niente: ha preso una gran botta in testa e le sembra di sprofondare in un immenso buco nero. Quando riemerge dal blackout, si sente strana, il suo corpo non è quello di sempre, ha una testa gigantesca, un addome assurdo. È diventata una formica. La sua vita mal spesa deve essere espiata, e questa è la punizione. Per di più, con i suoi nuovi occhietti da insetto, finisce nel giardino della sua ex casa, dove assiste impotente alle manovre della ex migliore amica che gira attorno, smorfiosa, al suo ex marito. Ora, per la ex Kim, c’è un solo modo per correre ai ripari: rimontare al più presto nella scala delle reincarnazioni per tentare la difficile risalita da insetto a essere umano. Ma la strada purtroppo è lunga, e non c’è più molto tempo.

L’orribile karma della formica è un libro leggero e piacevole, a tratti cinico, che si configura più come una sceneggiatura di un film, con la sua serie ininterotta di battute e gag, piuttosto che un romanzo, il quale tratta un tema impegnato con naturale scioltezza, come si nota già dall’incipit, in cui la protagonista, che narra in prima persona le sue vicende afferma che il giorno in cui morì, la sua morte fu solo il settimo, per ordine di importanza, di tanti altri eventi spiacevoli accaduti in quelle ultime 24 ore. Insomma, l’autore mette subito le mani avanti, ci tiene ad ammonirci che non ricopre le vesti di un guru, che non ha lezioni da insegnarci e non ci guarda dall’alto della sua moralità, bensì che tutto il romanzo deve essere preso per quello che è: una semplice e simpatica storia, avvenimenti non immaginabili che si susseguono uno dopo l’altro, in una vita post morte.

La morale, in fondo, è sempre la stessa: cercare di dedicare la vita agli altri, comportarsi correttamente, non fare agli altri ciò che non si vuole venga fatto a se stessi, insomma, il fine ultimo e fondante delle principali religioni monoteiste e non viene ripresentato in modo più accattivante, moderno e sicuramente ironico.

 

‘Lo straniero’ di Camus: l’assurdità di vivere

Quando un uomo che pensa che il suo dovere in quanto persona, e soprattutto in quanto scrittore, sia “parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo” vince l’ardito Premio Nobel per la Letteratura, in quel preciso momento, il nostro mondo diventa un posto migliore. 1957, ad Albert Camus viene assegnato il premio Nobel “per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo“. Questa semplice definizione della produzione scritta dell’autore, fornisce anche una chiara e completa chiave di lettura per l’interpretazione di uno scrittore, divenuto memorabile per il suo spiccato senso della giustizia, per la continua lotta, letteraria e non, per il raggiungimento della correttezza, della moralità, del trionfo dei deboli su una società opprimente.

Tale lotta viene riflessa nelle opere di Camus in un passaggio dall’esterno verso l’interno: le ingiustizie, la sofferenza del genere umano, e soprattutto l’irrazionalità e l’assurdità degli avvenimenti nelle vite dell’uomo entrano nella mente dei personaggi per diventare metafora di lotte più grandi, non alla portata del singolo.

Eppure, anche nella sfera del personale, all’interno della bolla di sapone nella quale si vive l’illusione di avere un potere determinante sul Fato e sul corso della propria vita, il susseguirsi degli eventi che descrivono la storia dei protagonisti mostrano chiaramente il contrario, ridicolizzano la chimera di una vita perfetta, evidenziando come il loro avvicendarsi non sia influenzabile dal volere dell’uomo, che diventa mero spettatore apatico della propria vita, riflesso di se stesso, fino all’ultima pagina di un libro da scrivere, ma secondo una trama definita ed intransigente verso le sbavature al di fuori delle righe.

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Così comincia il capolavoro Lo Straniero (1942), classico della letteratura contemporanea, e queste poche parole sono sufficienti per trasmettere una sorta di sconcerto che accompagnerà ogni pagina del libro. Meursault, il modesto impiegato di origine francese protagonista del libro, affronta infatti con la stessa laconicità e insensibilità comunicata da questa prima frase una serie di episodi che lo porteranno ad un epilogo che risulterebbe tragico, se però non fosse vissuto nella stessa maniera spregiudicatamente attonita. Ci troviamo ad Algeri, dove il sole battente, il caldo soffocante e il sudore pervadono le pagine del romanzo e attanagliano i sensi del protagonista; alla notizia della morte della madre nell’ospizio presso cui l’aveva ricoverata, segue il funerale, al quale Meursault assiste apatico, continuando a pensare di avere caldo, e sonno, e fame. Poi l’uomo torna a casa, vede la sua donna (sembra che lo sia per caso), Marie, la quale, anch’essa con indifferenza, gli chiede di sposarla. Meursault risponde che per lui è lo stesso, e che se proprio lei ci tiene possono farlo, ma il discorso cade, così come era cominciato. Successivamente irrompe nella sua solitudine di Meursault il vicino di casa, il quale gli chiede notizie del proprio cane che ha smarrito, disperato come se quotidianamente non lo maltrattasse come invece fa. L’impiegato prende atto dell’intervento del vicino, ma non ha molto da dire. Solo verso la fine del libro vediamo il protagonista avere una reazione (dalla quale traspare “un’angoscia esistenziale”), una sorta di ribellione quando, insofferente alla presenza di un prete di cui più volte ha rifiutato la visita, si scaglia contro la vita. Ma la ribellione dura poco Mersault torna ad attendere l’esecuzione della sua condanna con indifferenza.

Meursault, uomo senza bussola, testimone, e non protagonista della sua vita, diviene l’emblema ignaro della più completa indifferenza, apatia e incapacità di afferrare saldamente e manovrare il timone della propria esistenza, che non appare che come una sequela di sfortunate coincidenze, giochi negativi del destino, l’essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, fino all’apice: una condanna di morte. E, a differenza dei diversi romanzi che trattano in maniera più o meno approfondita la pena di morte, in questo caso l’autore non ci chiede un giudizio, non ci chiede di esprimerci a favore o contro questo avvenimento, bensì lo presenta come un dato di fatto, mettendo così i suoi lettori sullo stesso livello del personaggio: si può solo osservare l’avvicinarsi dell’evento, rassegnandosi ad esso, perché opporsi non è possibile.

L’assurdo, tematica centrale dell’opera, sembra quindi diventare un passo alla volta parte costituente della vita dell’uomo, non tanto per sua scelta, o per sua natura, ma come risultato di forze che introducono questa matrice irrazionale nella vita. La stessa tematica, particolarmente cara all’autore, si riscontra anche in opere come Il mito di Sisifo e Caligola, tanto da permettere ai critici di definire le tre opere come una sorta di trilogia dell’assurdo.

E’ interessante notare come, una tematica border-line quale è l’assurdo, che rischia continuamente di sfociare su temi più fantastici o irreali, viene qui maneggiata da Camus con grande destrezza, avvalendosi in un linguaggio semplice, fatto di frasi brevi e secche, dove domina il pronome personale io, rimanendo sempre nella sfera del plausibile, del concreto, del reale.

Una brillante interpretazione non solo dell’opera, ma anche dello stesso scrittore, è data da Roberto Saviano, nella sua prefazione a Lo straniero (edizione Bompiani) attraverso la quale egli riesce a leggere le diverse facce dello straniero, sia esso Camus, Meursault, o un individuo qualunque:

“Insomma, quando leggi Lo straniero, quando leggi del suo protagonista che per puro caso ammazza un arabo, quando leggi come tutto avvenga per fatalità, ti accorgi che Camus è riuscito in un’impresa impossibile: quella di descrivere l’esistenza come qualcosa che accade”. (Roberto Saviano, 2015).

Lo Straniero è un libro atroce consigliato a tutti gli uomini e le donne, credenti e non, che in questo mondo, in questa società si sentono “stranieri” e “alieni”.

 

Cose che nessuno sa, di Alessandro D’Avenia

Cose che nessuno sa è un romanzo giovane, pubblicato dal poco più che trentenne Alessandro D’Avenia, nel 2011 con la casa editrice Mondadori. Si tratta del secondo figlio dell’autore siciliano, più noto ai lettori per il suo romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue, pubblicato nel 2010 e soggetto di una fortunata pellicola prodotta grazie a Rai Cinema, nel 2013, che ebbe un discreto successo, soprattutto tra il pubblico più giovane, grazie anche alla toccante colonna sonora, che si sviluppa intorno al successo sanremese Se si potesse non morire del gruppo Modà, una canzone che sembra scritta per essere melodia nel racconto non solo di questo racconto, ma anche del suo autore e di Cose che nessuno sa.

Questi due romanzi infatti, seppur nell’affrontare tematiche diverse, si collocano su uno stesso filo conduttore, che è il perno della vita stessa dell’autore, che è necessario ripercorrere, per interpretare le sue produzioni sotto un’ottica corretta.

Il giovane autore, nato a Palermo, dopo un’infanzia felice in una grande famiglia, subì durante il liceo l’influenza positiva di due personalità che ne segnarono certamente lo sviluppo successivo. Come si può immaginare, e sperare data l’età e l’ambiente del momento, questa influenza derivò da due insegnanti, personaggi con i quali ogni adolescente passa, volente o nolente, un monte ore considerevole. Per D’Avenia si trattò dell’insegnate di italiano Mario Franchina e di Padre Pugliese che insegnava religione. Queste due figure, riguardo le quali lo stesso autore attribuisce un’importanza rilevante nello sviluppo della sua personalità, si ritrovano nei due romanzi citati, che ruotano inevitabilmente intorno all’ambiente scolastico, mettendo in mostra le classiche difficoltà e problematiche affrontate dagli studenti del liceo: non solo amore e amicizia ma spesso anche distacco, sofferenza, perdita.

L’autore cerca, non senza qualche esagerazione o forzatura, di rientrare nella vita da teenager, cercando di rievocarne sentimenti, paure. Questa particolare attenzione dedicata ai più giovani non deriva solo da un orientamento verso i potenziali lettori, ma appare come una ricerca di se stessi in qualcosa che ormai è passato, e che l’autore rievoca ogni giorno, in quanto ad oggi egli stesso è diventato docente di liceo.

I suoi romanzi diventano dunque racconti in potenza ed in realizzazione: parla di giovani anime, come lui era, in cerca di una guida, ed allo stesso tempo, si propone egli stesso come Virgilio, per condurre non solo i suoi studenti, ma anche i suoi giovani lettori, attraverso il percorso tenebroso e altalenante dell’adolescenza.

Per quanto queste doppie narrazioni, che coinvolgono studenti e docenti, quindi doppiamente D’Avenia, il filo narrativo appare quasi forzato. Mentre in Bianca come il latte, rossa come il sangue la narrazione si sviluppa attorno ad una scoperta tragica e attraverso il processo di rifiuto prima, e di accettazione poi, Cose che nessuno sa appare come il susseguirsi improbabile e poco chiaro di una serie di eventi negativi, esagerati. Durante la lettura, la prosa non sempre scorrevole, cerca di mostrare la presa di coscienza di diversi personaggi, tra cui un giovane e nevrotico docente, un uomo che lascia la famiglia, una donna che si ritrova abbandonata. Tutti questi personaggi sono accomunati da una figura, una giovane ragazza, che infine risulta come lo strumento necessario per portare alla maturità degli altri personaggi. Il tutto, gira intorno ad una semplice metafora, il detto “ciò che non uccide, fortifica” espresso attraverso l’immagine della perla, che si forma a causa di un attacco esterno e volto a ferire, ma che da vita a grande valore. Si tratta di una metafora sottile, piacevole e con diverse chiavi di lettura che, però, vengono esasperate dall’autore, in una trama che, durante lo scorrere delle pagine, perde di credibilità.

‘La canzone di Achille’ di Madeline Miller, un mito moderno

“Dimenticate la violenza e le stragi, la crudeltà e l’orrore. E seguite invece il cammino di due giovani, amici prima e poi amanti e infine anche compagni d’arme – due giovani splendidi per gioventù e bellezza, destinati a concludere la loro vita sulla pianura troiana e a rimanere uniti per sempre con le ceneri mischiate in una sola, preziosissima urna”. (M. G. Ciani)

L’epica attualmente è una disciplina trascurata dalle scuole, tanto da non esser degna di un cattedra a sé o di un monte ore considerevole, seppur necessario, per introdurre le anime giovani e aperte degli studenti ad una materia che narra il significato della vita, sempre diverso e sempre identico attraverso i secoli. Trascurata da adulti che la classificano come una semplice sfumatura di un programma più ampio e, di conseguenza, trascurata da studenti, che finiscono col pensare ad essa come ad un addizionale ed ingombrante libro da aggiungere al peso quotidiano da portare sulla schiena. Forse non hanno ancora avuto la possibilità di capire che il peso di quelle pagine dipende dal carico emotivo, culturale e storico rinchiuso nelle parole che vi sono impresse.

Tuttavia, ogni qual volta un regista, più o meno noto ai più, decide di investire su una sceneggiatura che si sviluppa liberamente attorno ai classici più antichi, ecco che vengono scomodati gli attori più celebri ed ammirati del momento, quasi la bellezza di tale opera fosse fruibile solo attraverso il riflesso di volti e corpi acclamati. Ed ecco che troviamo Brad Pitt ad impersonare Achille, Orlando Bloom, Paride. Allora l’Epica viene risvegliata e scomodata, per qualche tempo, per poi essere ricondotta nella stanza delle cose dimenticate, dove può tornare a lasciar cadere su di sé strati di polvere legati alla superficialità dei più.

L’epica, che si riduce per molti a soli due titoli, lanciati come sassi nel vuoto, ad una leggenda su un autore cieco e di dubbia esistenza, qualche epiteto, tanti piccoli aforismi e niente di più. Si perde l’amore, la tradizione, la metrica, gli esempi di vita, sacrificio ed onore.

Eppure, libri, e ricerche, e studi, e scavi archeologici sono stati condotti alla ricerca della gloriosa Troia, poesie celebri e sulla bocca di tutti fanno riferimenti agli Dei invocati in quei versi epici, opere teatrali gloriose tentarono di cogliere ed incarnare la forza di queste narrazione, ed infine Dante, il quale non può che riservare un posto nella sua Commedia a certi eroi indimenticabili. Ma ecco che ancora ricerche, poesie, spettacoli e componimenti Divini non sempre raggiungono le anime che realmente dovrebbero nutrirsi dell’Epica, una delle discipline fondamentale per la formazione non di studenti, ma di individui. Ed ora che Settembre inizia e accompagna ai banchi menti ancora assonnate, ora l’Epica dovrebbe essere svegliata e portata a vivere il suo momento. Ed una chance c’è, una possibilità per avvicinare queste menti alla gloria. Questa possibilità è rappresentata da La canzone di Achille (Sonzogno, 2013), della studiosa americana di antichità classica Madeline Miller.

La canzone di Achille è un romanzo forse ancora poco conosciuto a livello internazionale, nonostante si sia aggiudicato l’Orange Prize nel 2012, importante premio britannico. Si tratta di un romanzo assolutamente degno di nota, adatto ad un pubblico colto di professori ed esperti letterati, così come trampolino di lancio per giovani studenti, che in esso troveranno storia, guerra e amore.

La canzone di Achille è una rivisitazione originale che narra di uno dei tanti fili intrecciati che compongono la leggenda, dando voce a sospetti, non per diffamare, ma con la tenerezza di una cantilena bisbigliata e sussurrata da una madre al figlio, e mostra sotto nuova luce, ricca di forza e poesia, il lato nascosto di una storia già conosciuta, ma che appare nuova e sorprendente in ogni riga, in ogni pagina, in ogni giorno che viviamo attraverso di essa, tanto da portare il lettore a sperare con ogni forza che il finale possa cambiare e donare speranza ed amore ai gloriosi eroi che descrive. Si tratta di un romanzo dolce ed impegnato, chiaro, scorrevole ed avvincente, che ha richiesto alla sua autrice ben dieci anni di assiduo lavoro per riportare alla luce una storia vecchia sotto forma nuova, senza tradire la fedeltà della narrazione, pur donando nuove e appassionate sfumature. Tuttavia il sospetto che si tratti di un’operazione furbetta per vendere e portare avanti la sacrosanta crociata contro l’omofobia dimostrando il rapporto omosessuale tra Achille e Patroclo, è presente.

Nell’Iliade i due hanno una profonda amicizia; i commentatori dell’epoca classica hanno facilmente tradotto il rapporto esistente tra i due attraverso la chiave interpretativa della propria cultura. Ad Atene durante il V sec a.C. il rapporto è stato considerato alla luce tradizionale della pederastia pedagogica (la quale non necessariamente sfociava nell’atto sessuale). Mentre alcuni lettori contemporanei mantengono il punto di vista pederastico, altri ritengono invece sia stata semplicemente una forte amicizia virile tra due uomini di guerra.

Durante il V e IV sec a.C. la relazione tra i due eroi epici è stata ritratta sempre più come un rapporto pederastico tra eromenos ed erastes (come sostiene Eschilo nella sua trilogia dedicata ad Achille e pervenutaci frammentata), anche se questi ruoli risultano anacronistici ed invertiti, così come è invertito il rapporto d’età: Achille, il più giovane, risulta dominante avendo maggior fama di guerriero, mentre Patroclo, il più adulto, svolge ruoli domestici e di servizio. Non ci sono quindi prove certe della relazione omosessuale tra i due personaggi e probabilmente se l’autrice avesse raccontato la storia d’amore tra Paride ed Elena, il libro non avrebbe avuto lo stesso successo e considerazione.

La canzone di Achille è una piacevole scoperta, è il ritrovare un sentiero percorso nell’infanzia, accompagnati da gambe più esperte e forti, e ritrovarsi poi, anni dopo, a ripercorrerlo in solitudine, carpendo ogni sensazione dimenticata o nascosta, fino ad arrivare all’ultima curva, che apre sulla meta finale, sul visuale panoramica, con una lieve nostalgia.

“La bambina che non esisteva”: il dramma di nascere donna

La bambina che non esisteva è la fortunata traduzione di Samira e Samir, il secondo romanzo della polivalente ed acuta scrittrice Siba Shakib, una donna forte e fiera, che onora il nostro paese con la sua presenza. Siba Shakib si può considerare come rappresentante della famosa massima”uno su mille ce la fa“: è nata in un paese che risulta lontano e inaccogliente, difficile e dilaniato, arretrato e povero agli occhi europei. Siba Shakib è iraniana, e soprattutto, è una donna, e nascere donna in un paese come l’Iran è non è cosa semplice.

Ora, per chi vive nell’agio dell’era mediatica, il fatto di nascere, crescere e vivere sono fatti naturali quanto il sorgere del sole ogni mattina, sono dei diritti. Diritto, una parola di cui queste persone “normali” forse non captano il significato completo, non ne vivono la forza e la pienezza in prima persona: è qualcosa di dato e statico, da tenere in bocca nei discorsi importanti per reclamare qualcosa, o nascosto nelle penne che preparano i temi di maturità. Non è qualcosa di faticato e guadagnato. Ma, chi invece ha come dato il significato della parola Guerra, della parola Fame e Povertà, quelle persone, sebbene lontane e difficilmente riscontrabili nelle menti occidentali, quelle persone sono ancor più vere e conoscono una normalità ed una quotidianità ben diversa da quella descritta nei programmi televisivi di intrattenimento pomeridiani, il cui massimo interrogativo si focalizza sui dettagli, più o meno veri, della vita di persone forse mediocri, ma note ai più.

Siba Shakib viene definita, sul sito Pilosio – building peace (Associazione Non Profit di cui è ambasciatrice ndr), come “Iranian filmmaker, writer and political activist“, una regista, scrittrice e attivista politica. Siba Shakib è quello che in letteratura scolastica si definisce un personaggio a tutto tondo, una personalità completa, che ha avuto la grande opportunità di poter ricevere un’istruzione e sfruttarla al meglio, sperimentando tutti i linguaggi a lei conosciuti e raggiungibili, per raccontare, poi, una realtà diversa da quella che l’Europa vuole vedere e che non è permesso accantonare in un angolo della memoria.

La scrittrice iraniana, che ha raggiunto la notorietà in campo letterario, con il romanzo Afghanistan, Where God Only Comes to Weep tradotto in Italia come Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, con la sua seconda produzione scritta La bambina che non esisteva, parte dal delicato tema della forte divisione tra i sessi suggerita dalla religione Islamica per intrecciare con essa ed in essa il problema religioso, il dramma della guerra, la piaga dell’analfabetismo, il terrore della violenza e degli stupri, la tragedia della povertà e della fame.

Protagonista della narrazione, il simbolo estremo della debolezza e del bisogno, una bambina, Samira, che diviene la vittima sacrificale di una grande colpa, di una immane maledizione, del desiderio di soddisfare la tradizione, che piega un uomo ed una donna a celare l’identità della propria creatura, rendendola al contempo corpo abitato di impronunciabili insicurezze interiori ed ostentazione di forza ed onore nelle sue apparenze. Solo la pubertà, l’età del cambiamento, nella quale le perdite aumentano e le trasformazioni devono essere celate, la decisione deve essere presa e Samira dovrà capire se vuole, e se può, vincere la sua lotta contro Samir, scegliendo in questo modo quale vita vuole vivere, a quale categoria appartenere, nella forte distinzione che caratterizza il suo mondo, tanto diverso e lontano, da non sembrare reale.

La bambina che non esisteva è un libro che inevitabilmente subisce il paragone con Il cacciatore di aquiloni di  Khaled Hosseini: realistico ma che si fatica ad accettare come moderna descrizione dell’Afghanistan, complici forse le descrizioni sfumate e con pochi riferimenti geografici, o gli accenni quasi inesistenti al periodo storico in cui scorre la storia, o ancora lo stile fluido e scorrevole (inizialmente ridondante e ripetitivo), che avvolge la narrazione con un velo, chiedendo al lettore di aprire gli occhi e liberare questa realtà dall’incubo della finzione e lontananza in cui è stato celato.

il Maestro e Margherita: la Storia delegata a potenze sovrannaturali

La strada che conduce al desiderio di affrontare la letteratura russa, specie quella dei grandi, dei celebri e altisonanti nomi difficili da pronunciare è un sentiero tortuoso da intraprendere, in costante salita, ma fonte di grande soddisfazione una volta giunti sulla vetta. L’idiota, Anna Karenina, Delitto e Castigo, titoli che nessuno ignora, letture impegnative, forse troppo, soprattutto per i caldi mesi estivi. Ma l’incontro con la lontana e misteriosa Mosca può avvenire anche in modo diverso, partendo da una narrazione che offre al lettore una prospettiva inusuale ed accattivante. Il percorso è tracciato da un grande classico, Il Maestro e Margherita di Michail Afanas’evič Bulgakov, oggi considerato uno dei più grandi romanzi del 900, nonostante la sua apparizione tardiva e postuma al suo creatore, a causa della nota censura che per anni ha tediato l’Unione Sovietica.

Il Maestro e Margherita (1967) è un’opera che si allontana dalla tradizione e dall’idea generale che si associa al concetto comune di letteratura russa; si tratta sì di un romanzo talvolta difficile da seguire, che non permette distrazioni, ma che tenta continuamente di indirizzare il lettore su sentieri diversi ed intricati, che solo alla fine si ricongiungeranno in un’unica via verso la follia. Un romanzo di cui non si può semplicemente definire l’argomento o descriverne l’intreccio: è una storia d’amore che comprende due storie parallere, è una satira, una critica alla società, un piccolo trattato di metafisica. Il suo brillante autore l’ha definita una storia sul diavolo. E non si può negare che satana giochi un ruolo fondamentale nell’opera, è forse il filo conduttore, la base che porta al delirio di tutte le strade e le vite dei personaggi che ne entrano in contatto. Satana in persona (che nell’ Antico Testamento non è altro che un funzionario, un collaboratore di Dio, inviato sulla Terra per controllare la condotta morale degli uomini, non un angelo superbo punito dopo essersi ribellato al Creatore), giunto a Mosca (città fissa al periodo tra l’esaurimento della Nep e l’inizio della collettivizzazione), sotto le spoglie di un mago con un bislacco corteo di aiutanti, sconvolge la pigra routine della capitale sovietica. Alle tragicomiche sventure di piccoli funzionari e mediocri burocrati della vita e dell’arte fa da contraltare la storia d’amore tra uno scrittore, il Maestro, e Margherita, la sua dolce ed inquieta amante.

Ma nonostante questa demoniaca premessa, non si tratta di un’opera gotica, anzi, il male è qui descritto come una forza che crea il caos, ma secondo una logica precisa, una forza dettata da un obiettivo preciso, che non coincide con le brucianti fiamme della distruzione. Il male guarda in faccia i vizi, li riconosce e li condanna, ed in accordo con la sua forza opposta viene concesso il riposo ai meritevoli. Una sorta di Arca rivisitata e opposta, un equilibrio stabile tra forze opposte e necessarie, un mondo visto da dietro le quinte, come un piccolo globo da poter tenere in mano.

Woland, questo è il nome del diavolo sceso su Mosca per rendersi conto dell’esistenza di quell’inferno in terra, restituisce al Maestro un manoscritto che quest’ultimo, vinto dalle critiche e dalla disperazione, aveva bruciato. Ma di certo Woland non ha un animo altruista; se fa riavere allo scrittore il manoscritto, è perché esso narra la storia di Gesù Cristo e apre la strada alla seconda venuta del Messia. Se Woland vuole giustificare la sua presenza deve salvare il romanzo del Maestro. “I manoscritti non bruciano”ed è quindi lecito pensare che la forza della parola conferisca loro anche un’esistenza autonoma.

Il Maestro ha una funzione puramente strumentale, alla fine egli merita solo il riposo ma non la luce, per aver commesso la colpa di aver cercato di disfarsi del suo romanzo. Bulgakov sembra annettere forza alla parola detta, quella stessa parola che, se scritta, rischia di essere travisata, come fa Levi Matteo verso Jeshua. L’arrivo di Woland identifica in Mosca il mondo che deve finire e qui lo scrittore russo compie una geniale operazione: nel rifiuto delle sperimentazioni stilistiche tipiche dell’avanguardia a lui contemporanea e si ricollega alla tradizione russa ottocentesca. La grandezza di Bulgakov inoltre risiede nell’aver intuito il bisogno della Mosca della Nep di liberarsi della sua condanna ad essere luogo provilegiato della temporalità russa, proponendosi come identità estranea alla storia stessa il grande scrittore, contrario alla Nuova politica di Lenin, si serve di potenze esterne e sovrannaturali, delegando a loro il compito di cambiare il corso della Storia, fermando il tempo nel caos.

Avvalendosi di una scrittura lussureggiante e di letture evangeliche interpretate però letteralmente e non figurativamente (Apocalisse vuol dire rivelazione e non coincide con la fine del mondo ma con la fine dei tempi, dei poteri e degli idoli rappresentati dalle stelle, dalla luna e dal cielo), Bulgakov ha creato una storia difficile da raccontare e predispone, a cui ha lavorato per ben dodici anni, al contempo, infinite traiettorie: dalle diverse prospettive si sono infatti sviluppate diverse e brillanti interpretazioni, che rendono la storia immortale ed indimenticabile, attraverso più generi e mezzi comunicativi: i Rolling Stones hanno avuto comprensione per il diavolo, nel 1968, facendo cantare la figura più contorta ed inaspettata del romanzo; mentre il regista Petrovic ha esasperato il lato romantico, intrecciandolo alla dura critica sociale della vecchia Russia, nel suo film del 1972, gestendo brillantemente una storia ricca di sovrannaturale senza gli effetti speciali a cui siamo oggi interamente assuefatti.

Non può inoltre sfuggire ai lettori di questo capolavoro il rifiuto del destino loro imposto da parte dei personaggi: il Maestro, Pilato, Jeshua e perfino Mosca tentano di sfuggire a quell’inesorabilità con cui non a caso il romanzo si apre: basta dell’olio versato per innescare una catena di eventi e che a garantire l’intangibilità di questa catena scenda sulla terra proprio Woland, probabilmente non è solo un paradosso.

Il Maestro e Margherita è un libro che copre ogni tipo di preferenza letteraria, commuovendo e facendo riflettere, un libro sugli stereotipi e sulle cattive abitudini, che capovolge e disorienta le nostre conoscenze, portandoci a credere che anche nel male, vi è forse giustizia, pietà e compassione.

 

Bibliografia: M. Martini, prefazione a Il Maestro e Magherita di M. Bulgakov.

Il “Ciciarampa” di Lewis Carrol: traduzione e comprensione dei testi non-sense

Secondo Umberto Eco, per poter comprendere un testo è necessario fare ipotesi riguardo al mondo possibile che quello specifico testo vuole rappresentare. Il problema intrinseco a questa affermazione sgorga quando il testo stesso, il testo di base da tradurre, o da leggere, altro non è che la vera e propria creazione di un mondo dell’assurdo, dell’impossibile e dell’inimmaginabile. E, ovviamente, tra i re indiscussi della letteratura del non-sense e del fantastico vi è Lewis Carrol con la sua scaltra Alice. Come formulare, quindi, ipotesi di un mondo possibile, se questo si basa sull’assurdo e sul non-sense?

Prima in Alice in wonderland (1871) e in seguito in Through the looking-glass and what Alice found there (1871), Carrol demolisce, un passo alla volta, tutte le convenzioni sociali, dando vita all’inaspettato. Tutti conoscono il fortunato classico che Disney ha modellato sulla storia di Alice, creando un simpatico mix delle due storie, ma pochi hanno letto, e compreso a fondo, il testo originale, ricco di insidie per chi lo affronta a cuor leggero, illudendosi di aver scelto una semplice favoletta per bambini. E, se il testo risulta un’intricata matassa per i curiosi lettori, peggio è stato per tutti i traduttori che, nel corso dei decenni hanno affrontato questo testo, che sembra non seguire alcuna logica apparente.

In particolare, fonti di grandi problemi per questi ultimi, sono quelle che Carrol stesso definì “parole-valigia”, ossia neologismi di sua invenzione nati dall’unione di tratti di diverse parole, dando vita ad un’unica parola, il cui significato contiene entrambi i significati delle parole di base, ma la cui comprensione risulta ardua, in quanto gli ingredienti base sono resi irriconoscibili. Il problema di queste parole, in traduzione, risiede quindi su tre livelli: la mera comprensione del testo, la scelta di parole che abbiano un significato comparabile a quelle del testo originale, ed infine le parole scelte devono essere anche spezzabili, divisibili, e poi ri-unibili in una nuova forma, per creare il neologismo equivalente. Ed altrettanto incomprensibile.

Un ulteriore, ma correlato problema che traduttori e linguisti prima, lettori e studenti poi, hanno dovuto affrontare è quello riguardante la filosofia a cui l’autore si ispira nel suo redigere queste due opere: il nominalismo. Si tratta di una reale corrente filosofica, presente in modo più o meno accentuato in molti tratti delle teorie più classiche, che nel suo punto di massima forza rinuncia ad un significato fisso ed universale delle parole, in favore delle scelte personali e del più estremo soggettivismo. Esponente e portavoce di questo approccio nel libro è Humpty Dumpty, figura poco conosciuta, ma di importanza fondamentale nell’esprime il pensiero dell’autore, in quanto, in un dialogo con Alice, arriva ad affermare: “quando dico una parola, questa significa solo ciò che io voglio che significhi“; una sorta di estremismo linguistico dunque, che riduce al minimo le possibilità di comprensione tra i dialoganti, tanto che lo stesso autore, lungo il testo, dissemina spiegazioni, senza le quali non sarebbe possibile comprendere il testo.

Il bel viaggio onirico di Alice nasconde insomma numerose insidie non solo per la protagonista, ma anche per i suoi fan. Si abbandoni quindi la semplificazione Disneyana o lo sviluppo ombroso e recente dell’eccentrico Burton, per affrontare le insidie linguistiche. E se vi sono ancora dei dubbi, se si crede che tutto questo sia un’esagerazione, ecco di seguito la traduzione del poema del Ciciarampa, uno dei tanti intrigati esempi che si ritrovano al di là dello specchio:

Ghiarivan foracchiando nel pedano:
Stavano tutti mifri i vilosnuoppi,
Mentre squoltian i momi radi invano.

«Rifuggi il Ciciarampa, figliuol mio!
Ganascia sgramia e artiglio scorticante!
Sfuggi all’uccello Ciciacià, perdio.
Guardati dal Grafobrancio ch’è friumante!»

La spada bigralace ei strinse in pugno;
L’omincio drago cominciò a cercare –
Infin che stanco sotto il pin Tantugno,
Fermossi un poco per poter posare.

E mentre egli broncioso ponderava,
Il Ciciarampa come d’ira spinto,
Sbruffando sortì fuor dalla sua cava,
Di schiuma e bava sbiascico e straminto.

L’un colpo appresso all’altro si raddoppia:
Scric-scrac trinciava il bigralace brando!
Lo lasciò morto, e la sua testa moppia
A casa riportava galonfando.

«Il Ciciarampa! E lo uccidesti tu?
Ti stringo al petto, mio solare figlio!
O gioiglorioso giorno! Ippioh! Ippiuh!»
Ansante, ei ridonchiava in suo giupiglio!

Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi
Ghiarivan foracchiando nel pedano:
Stavano tutti mifri i vilosnuoppi,
Mentre squotian i momi radi invano.

 

La maggior parte delle parole presenti sono ovviamente una invenzione di Carroll e molte rientrano nella categoria delle parole macedonia, parole nuove formate dalla fusione di due parole diverse.