‘’Un’altra notte ancora’’, il libro di Domenico Cornacchia che racconta il Kilimangiaro e il viaggio di un’anima

“Un’altra notte ancora, Kilimangiaro Marangu Route” è il libro di Domenico Cornacchia pubblicato da Edizioni Efesto. Il testo nasce in seguito a un viaggio in Tanzania in cui l’autore resta quasi folgorato da questa terra così lontana ma, allo stesso tempo, accogliente nei suoi profumi, nel brusio dei suoni che la avvolgono e nei colori meravigliosi che la ammantano.

L’autore, insieme a un gruppo di amici, decide di raggiungere la vetta del Kilimangiaro; il fulcro dell’opera è proprio la narrazione di questo viaggio, meraviglioso e formativo, in cui emozioni, fatica e gioia diventano un tutt’uno mescolandosi in un vortice che culla e avvolge, al contempo, le emozioni dei viaggiatori scaturite da questa singolare esperienza. La bravura di Domenico Cornacchia consiste nel presentare al lettore un libro che, di fatto, è una guida ma che in realtà diventa pian piano un’avventura da seguire: chi si approccia alla lettura di questo libro emozionante non faticherà a immedesimarsi negli esploratori, protagonisti di un’impresa così suggestiva.

L’originalità dello scrittore risiede proprio in questa peculiarità; un libro che si distacca dalla cornice asettica della guide classiche ma, anzi, sembra accompagnare passo dopo passo il lettore attraverso la scoperta. I caldi colori dell’Africa sfumano, pagina per pagina, mescolandosi alle emozioni e alle avventure del viaggio; un cammino che non rimanda a sterili descrizioni, ma che anzi si accosta in modo intimo al lettore. E, in questo contesto, è proprio il lettore che si sente compagno di questa speciale spedizione di viaggiatori dediti all’avventura.

Il lettore come compagno d’avventura e le tappe di un viaggio straordinario

Domenico Cornacchia si concentra sì nella descrizione delle tappe del viaggio, ma anche sui dettagli minuziosi di cui ogni fase di questo lungo cammino è caratterizzata. La prima tappa del viaggio è Mandara Trail; un rifugio povero, poco curato, che accoglierà gli avventurieri durante l’impervio cammino. Il riparo trovato è molto semplice, ma assicura ai protagonisti dell’emozionante cammino un po’ di ristoro nonostante il freddo della notte e gli scarsi servizi igienici. Tuttavia, il riposo sarà apprezzato merito anche del clima sereno e delle succulente pietanze preparate dal cuoco del rifugio.

La seconda tappa raccontata dall’autore è Horombo Hut dove la magnificenza della natura si rivelerà ai viaggiatori in ogni dettaglio. Il rifugio sorge su colline pietrose con scarsa vegetazione la cui vista panoramica toglie il fiato; cielo e orizzonte si fondono in una tavolozza di colori pastello che trasmettono serenità. Alla vegetazione arida si contrappone il vociare della gente del posto con le loro tradizioni, i loro balli, la loro immensa cultura. L’autore abruzzese racconta, e presenta ai suoi lettori, la bellezza della Via Lattea che si rivelerà ai protagonisti in tutta la sua grandiosità. Lo scrittore interseca magistralmente immagini, suoni, natura, colori e cultura in un unico quadro che diventa, agli occhi del lettore, una grande opera variopinta in cui non si può non rimanere estasiati dalla meraviglia: uno stupore che proviene dalla bellezza dell’esplorazione e dall’importanza della diversità come valore e arricchimento. La natura selvaggia, a questo punto del libro, farà da sfondo all’emozione palpabile dell’autore che si rivelerà  in modo puro e autentico al lettore che avrà deciso di seguirlo in questo viaggio meraviglioso.

 Un’altra notte ancora non una semplice guida: consigli, emozioni e un parallelismo con il Viaggio dell’eroe

L’autore, all’interno del testo, dà consigli su come affrontare la scalata, parla del lessico e della lingua concentrandosi sulla terminologia più utilizzata; stila un prezioso decalogo sull’attrezzatura e gli oggetti da avere qualora ci si volesse avventurare in un’esperienza simile e descrive anche aspetti più pratici come costi, abbigliamento, usi e consigli medici con contributi di esperti. Ma oltre l’aspetto pratico colpisce il forte impatto emozionale; la penna dello scrittore, infatti, sembra quasi ‘’trasportare’’ in quei mondi lontani e inalterati chi si accosta alla lettura del libro.

Il mondo lontanissimo e incontaminato, il freddo notturno e la canicola del mattino, diventano tratti essenziali per immergersi nelle profondità del proprio Io. Quello di Domenico Cornacchia non è solo una viaggio verso una terra vergine, la cui potenza non risiede solo nella posizione geografica che la contraddistingue ma, specialmente, nel flusso emozionale che emana; il percorso dell’autore è soprattutto un viaggio dentro sé stesso e il proprio essere. La chiamata all’avventura sembra quasi quello che, in letteratura comparata, viene definito monomito o ‘Viaggio dell’eroe’: un parallelismo che sovviene alla mente del lettore che si emoziona, e accompagna l’autore, in modo automatico.

Le tappe del viaggio all’interno di un universo incontaminato rappresentano proprio i punti di un percorso personale, simili a un archetipo moderno del viaggio dell’eroe. Questa particolarità narrativa rende il libro di Domenico Cornacchia non una sterile guida fatta di elenchi, cose da fare e da vedere, né tanto meno un algido manuale per viaggiatori; ‘’Un’altra notte ancora’’ regala al lettore la visione di un mondo lontano fatto di profumi, colori, suoni di una terra ma è soprattutto un libro che racconta la vicenda di un’anima.

 

Un’altra notte ancora. Kilimangiaro Marangu Route – Il Club del Libro

Clemente Rebora, la poetica della ricerca spirituale e la lirica agonizzante soffocata dalla società capitalista

Clemente Rebora nasce a Milano il 6 gennaio 1885 dal garibaldino e massone Enrico Rebora e dalla poetessa Teresa Rinaldi. Nel 1903 intraprende gli studi di medicina che presto abbandona per seguire i corsi di lettere presso l’Accademia Scientifico-letteraria di Milano, dove si laurea nel 1910.

Fin dalla giovane età l’anima di Rebora sembra intrisa da profonde crisi spirituali; nel suo percorso accademico supera difficili momenti di depressione che lo portano sull’orlo del suicidio. Completati gli studi, dapprima, intraprende la via dell’insegnamento in istituti tecnici e scuole serali non tralasciando la passione per la scrittura; in questo periodo, infatti, collabora con numerose riviste fra cui ‘’La Voce’’, ‘’Diana’’ e ‘’Rivisita D’Italia’’.  Nel 1913 avviene il debutto letterario  con la pubblicazione del volume di poesie Frammenti lirici. Nel 1914 conosce  pianista russa Lydia Natus, l’unica donna che il amerà nel corso della sua esistenza.

Intanto scoppia la Prima Guerra Mondiale: l’episodio storico influirà nella vita di Rebora sia a livello personale che professionale, segnando la sua poetica. Dopo aver subito un trauma cranico sul Monte Calvario, a causa di una violenta esplosione, e il fermo dovuto a uno  stato di shock, il poeta milanese si riprende e annota le atroci esperienze belliche nella raccolta Poesie sparse, composta negli anni della Prima Guerra Mondiale ma pubblicata nel 1947.  Nella lirica Leggiadro vien nell’onda della sera, Rebora racconta questa sua dolorosa esperienza dove la ferita causata dallo scoppio di una granata lo porta ad errare lo porta a errare per ospedali psichiatrici e diagnosi di crisi nervose e disturbi post-traumatici da stress:

Leggiadro vien nell’onda della sera
un solitario pàlpito di stella:
a poco a poco una nube leggera
le chiude sorridendo la pupilla;

e mentre passa con veli e con piume,
nel grande azzurro tremule faville
nascono a sciami, nascono a ghirlande,
son nate in cento, sono nate in mille:

ma più io non ti vedo, stella mia.

 

Leggiadro vien nell’onda della sera ( Poesie sparse, 1947)

 

Il poeta, affascinato dalle stelle che spuntano all’imbrunire, scorge nella sera che avanza come un’onda che sommerge tutto un delicato palpito di stella: metafora di un cuore umano. L’astro che colpisce l’animo liliale dell’autore sparisce subito poiché oscurato da una nube leggera che all’etere regala faville scintillanti ma che, per sempre, ha celato ai suoi occhi l’astro amato: il palpito solitario che lo aveva colpito, adesso, lo ha abbandonato a sé stesso per sempre.

Dopo aver vagabondato da un ospedale all’altro, e in seguito a una diagnosi di infermità mentale, Rebora riprende la sua attività ma soprattutto si configura quello che, a tutti gli effetti, diventerà il tratto distintivo della sua poesia.

Rebora: le tematiche risorgimentali e la folgorazione religiosa

Nel 1922 pubblica la racconta Canti anonimi in cui Rebora si pone al cospetto di una quasi illuminazione spirituale; è una poesia di ricerca che possiede, all’interno della ritmicità e della semantica del verso, un retaggio culturale ben delineato.

Il poeta propende verso idee risorgimentali, costrutti di pensiero appresi dal retaggio paterno, e nello specifico alla figura di Giuseppe Mazzini di cui Rebora ammira le idee, intravedendo nell’operato del patriota una sorta di evangelismo laico dedito ai bisogni del popolo e alla giustizia sociale. Ma oltre le alte idee risorgimentali, la poesia di Rebora si caratterizza soprattutto come ricerca di fede e attestazione di quest’ultima.

Nel 1928, a tal proposito, il poeta subisce una folgorazione convertendosi al Cattolicesimo. Nel 1929 prende i sacramenti, mentre nel 1930 entra come novizio al Collegio Rosmini. Nel 1936, pronunciando i voti perpetui, viene ordinato sacerdote. Dall’improvvisa illuminazione religiosa nascerà la silloge Poesie religiose, i cui componimenti risalgono al periodo fra il 1936 e il 1947. Nel 1955 compone il Curriculm Vitae in cui  l’autore ripercorre la sua storia autobiografica mentre nell’ultima raccolta, Canti dell’infermità (1956), esplora l’aggravarsi della malattia che lo aveva condotto alla paralisi.

La poetica della ricerca spirituale e la critica alla società capitalista e industriale: la lirica soffocata dalla modernità

La raccolta Frammenti lirici rappresenta l’opera più vasta di Clemente Rebora  ma, soprattutto,  è la silloge in cui emerge l’attenzione del poeta verso i problemi esistenziali dell’uomo. La buona volontà, intesa come parte positiva dell’esistenza, e la depressione come contesto di connotazione negativa sono le tematiche principali che dominano la raccolta.

Ma è soprattutto la trasformazione della città che si riversa nel moderno, e il conseguente stato d’animo  dovuto al primo conflitto mondiale che imperversa nel popolo italiano, a fare da sfondo all’immagine poetica qui descritta da Rebora.

Il poeta cerca un compromesso esistenziale nell’indifferenza della vita cittadina voltata, ormai, al progresso moderno; la società industriale e il capitalismo diventano ombra della poesia autentica che Rebora immagina fagocitata da una modernità che avanza. La poesia è agonizzante: sommersa dalla società industriale e dalle masse che si piegano a un consumismo sempre più dilagante. Nella visione di Rebora, in questo senso, il poeta è adesso solo con il proprio Io; mentre cerca di non annaspare nel mare dell’opportunismo si rivolge a una visione metafisica nel tentativo di un’amara consolazione che è, in realtà, un’illusione per sopravvivere.

 

O pioggia feroce che lavi ai selciati
lordure e menzogne
nell’anime impure,
scarnifichi ad essi le rughe
e ai morti viventi, le rogne!
Quando è sole, il pattume
e le pietre dei corsi
gemme sembrano e piume,
e fra genti e lavoro
scintilla il similoro
di tutti, e s’empiono i vuoti rimorsi;
ma in oscura meraviglia
fra un terror di profezia
tu, per la tenebra nuda
della cruda grondante tua striglia,
rodi chi visse di baratto e scoria:
annaspa egli nella memoria,
o si rimescola agli altri rifiuti,
o va stordito ai rìvoli di spurghi
che tu gli spazzi via.

Pioggia feroce ( Frammenti lirici, 1913)

 

Gli antichi valori sono ormai sparsi, mentre aleggia nell’anima del mondo una profonda vacuità. Peculiarità di questa raccolta è la massiccia presenza di rimandi danteschi. Le raccolte Canti anonimi (1920-1922), le Poesie sparse pubblicate nel 1947e le Prose liriche (1915-1917) sono uno sviluppo tematico della prima opera che risente non solo del periodo bellico e dell’ansia della guerra, ma anche della rottura del rapporto con la pianista Lydia Natus.

La visione del mondo, in queste sillogi, si fa cruda; Rebora descrive l’esistenza umana come composta da infinite pieghe di infelicità e smarrimento. L’uomo, secondo queste concezioni, è costretto a vivere non solo in una condizione di isolamento ma anche in un estremo contesto di violenza dovuto a un’umanità superficiale, vuota e futile. Solo la morte rimane come consolazione; morire, per Rebora, è l’unico modo che ha l’uomo  per sfuggire alla ferocia della guerra, nonché l’unico sollievo.

Il poeta, però, conferisce alla morte anche un altro significato tutto pedagogico; la morte è l’unico mezzo che hanno i soldati, protagonisti degli atti più efferati e criminosi che si possano compiere in guerra, di comprendere l’antico concetto di Pietas; una pietà che, in vita, non potrebbero mai comprendere in quanto assoggettati alle oscure dinamiche di un mondo che ha smarrito l’etica e gli alti valori.

La visione della poetica reboriana successiva alla conversione: Poesia e Fede come compagne di sventura

La folgorazione religiosa di Rebora diventa, per il poeta milanese, una speranza a cui aggrapparsi; la fede cattolica, secondo questo nuovo modo di interiorizzare il suo percorso letterario, è la chiave della speranza utile alle angherie del mondo moderno: avere fede significa, soprattutto, essere coscienti che nonostante la perdizione terrena uno spiraglio di redenzione dell’animo umano esiste ancora.

La ricerca spirituale che muove la poetica di Clemente Rebora sembra, in un certo senso, conclusa con la conquista della fede. Un concetto che, tuttavia, farà traballare lo spirito reboriano poco dopo l’illusa certezza di aver trovato una strada spianata per la ricerca del proprio Io. In Canti dell’infermità (1956), dove l’autore è già gravemente malato, traspare tutta la sua sofferenza: colpito da ictus e affetto da paralisi, Rebora attraverso questa silloge pone al centro una profonda sofferenza fisica che sconfina nella disperazione e  che fa appurare al poeta che sia la poesia che la fede non sono altro che due compagne nella vita di un uomo. Una concezione che unisce tutta la produzione reboriana, come confermano alcuni versi contenuti in Curriculum vitae (1955):

Quando morir mi parve unico scampo,
varco d’aria al respiro a me fu il canto:
a verità condusse poesia.

Curriculum vitae, 1955

 

Nel componimento La poesia è un miele, scritta il 15 ottobre 1955, Clemente Rebora sottolinea come l’ars poetica sia arte, appunto, qui in terra ma vita in cielo.

La poesia è un miele che il poeta,
in casta cera e cella di rinuncia,
per sé si fa e pei fratelli in via;
e senza tregua l’armonia annuncia
mentre discorde sputa amaro il mondo.
Da quanto andar in cerca d’ogni parte,
in quanti fiori sosta, e va profondo
come l’ape il poeta!
L’ultime cose accoglie perché sian prime;
nettare, dolorando, dolce esprime,
che al ciel sia vita mentre è quaggiù sol arte.
Così porta bontà verso le cime,
onde in bellezza ognun scorga la mèta
che il Signor serba a chi fallendo asseta.

La poesia è un miele ( Canti dell’infermità,1956)

 

Risulta chiara, in questi versi, la tematica della fratellanza e dell’importanza della solidarietà degli uomini con Dio. Poesia e fede sono state per Rebora non solo compagne tacite di vita  ma dolci sorelle che lo hanno accompagnato, attraverso la sofferenza, in un mondo sempre più proiettato verso un futuro veloce, poco dedito all’attenzione e all’approfondimento, per lasciar spazio a una modernità che si configura nella praticità come valore essenziale e risolutivo. In questo senso Rebora è stato lungimirante: la poesia, salvo poche eccezioni, è stata soffocata dalla concezione moderna dell’uomo che si piega all’edonismo del consumo a discapito dell’autenticità della sua essenza.

 

Corrado Govoni, l’eterno fanciullo amante della natura

Nato il 29 ottobre 1884 in provincia di Ferrara, Corrado Govoni è stato un autore dallo stile eclettico e sperimentale che dopo una prima esperienza poetica crepuscolare, decide di aderire al futurismo per poi staccarsene e ritornare alle origini del suo stile letterario. Lavora nell’azienda di famiglia quando, fin da ragazzo, si accorge di avere una propensione pulsante verso la poesia; Govoni, infatti, esordisce giovanissimo nel mondo della letteratura.

E’ il 1903 quando pubblica presso la Casa Editrice Lumachi di Firenze, a sue spese, due raccolte di poesie in cui prevale la tipica malinconia crepuscolare: Le Fiale e Armonie in grigio e in silenzio. In seguito, collabora con diverse riviste letterarie per poi, nel 1905, sperimentare la visione poetica futurista. La svolta di adesione al futurismo si concretizza attraverso due sillogi poetiche: Fuochi d’artifizio (1905) e Gli aborti ( 1907). Proprio in questo periodo, fra le altre cose, stringe un profondo legame con Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Movimento Futurista.

Tuttavia, l’adesione al futurismo come concezione ideologica e poetica è per Govoni una brevissima parentesi, o come lui stesso in seguito avrebbe definito ‘’un gioco’’. La sua resterà per sempre una poesia  di appartenenza alla natura e al sensibile, nonostante l’avvicinamento alle avanguardie letterarie del tempo. Nel 1916 collabora con la rivista napoletana Diana, in cui appaiono alcune sue liriche che anticiperanno la visione ermetica della poesia. Nel 1919 si trasferisce a Roma dove diventa  vicedirettore della sezione del libro alla Siae,  poi segretario del Sindacato Nazionale Scrittori e Autori dal 1928 al 1943.  Nonostante il figlio Aladino Govoni fosse un partigiano, successivamente vittima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine nel 1944, Corrado Govoni resta grato al fascismo; probabilmente per le opportunità che il Movimento Fascista gli concesse. Il poeta, infatti, scrisse anche due poemetti di lode dedicati a Benito Mussolini.

La poetica di Corrado Govoni; un viaggio nel parnassianesimo e nel crepuscolarismo

In una lettera all’amico Gian Pietro Lucini, datata 1904, il poeta scrive:

‘’Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendichi pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli autunni melanconici pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le campane magnetiche, le chiese dove piangono indifferentemente i ceri, le rose che si sfogliano sugli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l’erba; tutte le cose tristi della religione, le cose tristi dell’amore, le cose tristi del lavoro, le cose tristi delle miserie’’.

Dal passo tratto da questa lettera è facilmente riscontrabile la propensione del Govoni al crepuscolarismo e alla sua delicata malinconia, così come al parnassianesimo; movimento poetico francese che aveva come sua caratteristica centrale l’elemento romantico rigettando, in ogni sfumatura, l’impegno politico o sociale. Per i parnassiani l’arte non ha fini, non deve esser né utile né virtuosa: l’unico scopo è la bellezza.

Rientra in questo schema l’estetismo di Gabriele D’Annunzio,  a cui pure Govoni si ispira in questa sua fase poetica. La preziosità delle immagini e del discorso lirico lasciano il posto, però,  alla visione malinconica oltre che alla propensione alla campagna come locus amoenus, e al paesaggio agreste,  tipico topos di ispirazione Pascoliana. Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli e i simbolisti francesi influenzeranno, quindi, il Govoni delle prime fasi; il contributo del poeta al crepuscolarismo sarà, tuttavia, differente da quello dato da altri autori come Sergio Corazzini o Marino Moretti. Un’evidenza che già si coglie nel componimento ‘’Paesaggio’’, inserito in ‘Reliquie’: prima sezione della raccolta Le Fiale (1903).

 

La casina si specchia in un laghetto,
pieno d’iris, da l’onde di crespone,
tutta chiusa nel serico castone
d’un giardino fragrante di mughetto.

Il cielo dentro l’acque un aspetto
assume di maiolica lampone;
e l’alba esprime un’incoronazione
di rose mattinali dal suo letto.

Sul limitare siede una musmè
trapuntando d’insetti un paravento
e d’una qualche rara calcedonia:

vicino, tra le lacche ed i netzkè,
rosseggia sul polito pavimento,
in un vaso giallastro una peonia.

‘’Paesaggio’’, Le Fiale (1903)

 

Al grigiore della provincia, alle strade ammantante di ricordi nostalgici e memorie dolciastre dal retrogusto amaro, Corrado Govoni contrappone il colore. La sua è una poetica dove i colori del mondo, le visioni variopinte della natura, sono al centro del verso; i componimenti hanno un ritmo che riprende una vivida gioia fanciullesca, sia nelle strofe che nel ritmo.  La differenza del Govoni con gli altri crepuscolari risiede nel tradurre i fenomeni in realtà utilizzando una variopinta e cangiante tavolozza di sfumature, segno inequivocabile che anticipa la sua adesione al movimento futurista.

La poesia visiva e immaginifica dell’esperienza futurista

Corrado Govoni è considerato il poeta eclettico e sperimentatore della poesia italiana in quanto, come autore,  ha fluttuato attraverso vari stili in tutta la sua esperienza letteraria. La parentesi futurista  non marginalizza l’estro impressionistico del poeta ma, anzi, lo vivifica esaltando e acuendo maggiormente il legame parola-immagine. Se in Fuochi di artifizio (1905) persistono ancora dei tratti crepuscolari, nella raccolta Gli aborti, del 1907,  si assiste alla svolta espressionistica di Govoni che in alcune tematiche si avvicina anche al vocianesimo. La bellezza e il colore, adesso, lasciano il posto a un paesaggio in cui trionfa la stravaganza, la fatiscenza, l’aurea baudelairiana.

Dei pazzi che non sembran tali, in abiti d’alga
innaffiano nell’ora del meriggio con del vino
i puri gigli del giardino del manicomio.

Un pappagallo sulla sua gruccia in cima a una scalea
d’un castello di principi schiamazza
contro una vecchia mendicante tutta lacera
che chiede invano l’elemosina,
che chiede sempre e non si stanca mai
.

‘’Ronda delle tristezze’’, Gli aborti (1907)

Sono le sillogi Poesie elettriche (1911), Rarefazioni e parole in libertà (1915) e  Inaugurazione della primavera (1915)  a contrassegnare il periodo futurista di Corrado Govoni. Il poeta ferrarese, dall’accentuato eclettismo letterario, non rinnegherà mai le sue esperienze precedenti e, anzi, sarà proprio questa contaminazione poetica e il confluire di stili differenti a rendere il Futurismo di Govoni originale. La fase futurista di Govoni conserva elementi crepuscolari e liberty come, per esempio, nell’affrontare il tema della città moderna; il poeta di Ferrara non si distaccherà mai, neanche in questo caso, dal legame bucolico con la natura.

La campagna, intesa come natura georgica di virgiliana memoria, sarà per Govoni un topos ripetuto, come un flebile filo che unisce ogni silloge, in tutta la sua carriera letteraria.  Come lo stesso autore conferma, il  14 marzo 1937 sul “Meridiano di Roma”, l’adesione al Movimento di Marinetti rappresenta una giocosa irresponsabilità e sperimentazione; pur celebrando la celerità moderna e la dinamicità su cui si poggiava la nuova avanguardia, la sua resterà sempre una sensibilità agreste, legata alla terra e alla campagna. Il manifesto per eccellenza del periodo Futurista di Govoni resta Il Palombaro, poesia visiva appartenente alla raccolta Rarefazioni e parole in libertà (1915).

Dal tratto quasi infantile, il fulcro del componimento è il verso libero tipico della poetica futurista; l’autore gioca con i segni di interpunzione, elimina verbi e accosta immagini al testo quasi come un ‘’quadro linguistico’’. L’utilizzo di analogie e metafore, caro alla poetica futurista, è qui abbondantemente utilizzato. Nonostante possa sembrare un testo adatto ai bambini, questo componimento cela un significato profondamente enigmatico che invita il lettore a porsi delle riflessioni. La tavola parolibera, in questo caso,  rimane oscura; la discesa negli abissi, da parte del palombaro, potrebbe rimandare alla ricerca interiore a discapito della superficialità,  andando contro le apparenze.

Oltre il Futurismo: la ricerca dell’essenzialità nella poetica e i versi dedicati al figlio Aladino

Nella poetica post futurista, Corrado Govoni  si dedica al verso essenziale intriso dall’immagine fresca della campagna, atmosfera amata dal poeta, e ai colori vivaci della sua prima fase crepuscolare. Le raccolte che segnano questa fase sono  Aladino (1946), Preghiera al trifoglio (1953), Stradario della primavera (1958) e la raccolta postuma La ronda di notte (1966).

 

Camminarono lungo la scarpata

con la guida dei lucidi binari

saettanti nel sole

verso i lontani neri boschi

sopra la riva del perlaceo lago,

tenendosi alla vita:

lui, una giacca color celeste,

lei un corpetto rosso.

Sparirono alla vista in un baleno.

Lei un puntino rosso, lui celeste,

entrarono nel fresco regno agreste.

 ’Camminare lungo la scarpata’’ da Stradario della primavera (1958)

Nel 1946  pubblica Aladino  da Arnoldo Mondadori, una raccolta di 104 poesie che approfondiscono il tema del dolore;  una dolore che, nei primi momenti, è intimo e pulsante per la perdita del figlio ma che nei versi successivi diventa storico: chiaro rimando alle condizione tribolante post bellica in cui verteva il Paese:

 Quanto poté durare il tuo martirio
nelle sinistre Fosse Ardeatine
per mano del carnefice tedesco
ubbriaco di ferocia e di viltà?
Come il lungo calvario di Gesù
seviziato, deriso e sputacchiato
nel suo ansante sudor di sangue e d’anima
fosse durato, o un’ora o un sol minuto;
fu un tale peso pel tuo cuore umano,
che avrai sofferto, o figlio, e conosciuto
tutto il dolor del mondo in quel minuto.

 

Il poeta passa dalla descrizione del dolore di un padre, straziato per la perdita del figlio, al dolore universale che si riflette nella figura di Gesù Cristo commemorando la perdita di tutti i figli innocenti morti e che hanno sofferto torture fisiche, consci della loro vita ormai appesa a un filo. La perdita di Aladino segnerà per sempre Corrado Govoni, anche nella sua poetica che diventerà più violenta, dura,  tormentata.

Corrado Govoni  è stato un giocoliere, un acrobata e un artista della parola;  uno dei poeti più creativi del Novecento e, purtroppo,  un grande dimenticato della letteratura italiana.  Basti pensare a una della sue opere più importanti, L’inaugurazione della primavera , che dopo il 1920 non è mai stata più pubblicata. Solo molti anni dopo la morte del poeta, sarà Edoardo Sanguineti a ridare a Govoni la dignità letteraria che meritava con l’antologia Poesia italiana del Novecento (1969).

Proprio per questa sua propensione alla libertà e alla scrittura che non si piega alle regole né alle mode, Govoni verrà visto sempre con sospetto.

Eugenio Montale nell’articolo “È morto Corrado Govoni poeta fanciullo della natura”, (Corriere della Sera, 21/10/1965) descrisse Govoni come un ‘’poeta fanciullo inebriato di luci e di colori immerso nelle meraviglia della natura’’. Una personalità letteraria pura, dalla potente attività creatrice e dal culto armonioso della parola come mezzo per trasmettere emozioni ma, anche, immagini salvifiche di purezza; in un’esistenza troppo spesso affrancata da brutture e  turpitudine, il messaggio poetico di Govoni è dispiegare l’esistere nella meraviglia e nel senso dell’immaginario; ‘acciuffare’ ogni fenomeno che la natura dona agli uomini gratuitamente rendendolo soggettivo attraverso i colori della propria anima.

 

 

‘Romanzo digitale’, l’intelligenza artificiale secondo Antonio Pascotto

Romanzo Digitale è il nuovo libro del giornalista Antonio Pascotto, edito Jolly Roger, in cui tempo e futuro sono legati da un filo conduttore che si dirama nella dimensione dei ricordi. L’autore, infatti, partendo da un flusso emozionale che origina dal passato accompagna il  lettore in un viaggio nel tempo che culmina in una realtà futura derivata da un flusso di cambiamenti determinanti; prima fra tutti la pandemia dovuta al Covid-19.

Il testo, che si pone sotto forma di diario, racconta lo scandire del tempo attraverso porzioni di immagini che si mescolano creando, all’interno della trama, una sorta di andirivieni; un flashback di momenti passati e futuri che contribuiranno a creare, grazie al protagonista Giancarlo, un mondo ormai appartenente al tempo che fu e una società sempre più proiettata alla meccanica, dove addirittura l’autore teorizza una realtà in cui l’Intelligenza Artificiale possa essere del tutto autonoma.

All’ascesa inarrestabile della tecnologia Antonio Pascotto evidenzia anche una tematica, tutt’ora ampiamente discussa, come l’ambientalismo. Sulle problematiche ambientali, oggi, l’informazione è sicuramente più precisa  e molto più diffusa rispetto a un tempo; il fast -fashion, per esempio, è diventato un ‘’nemico’’ da combattere  basti pensare alle numerose campagne social e ai carousel dedicati al contributo negativo del fast fashion sull’ambiente. Tuttavia l’autore, con  semplicità e profondità disarmanti,  pone i suoi lettori di fronte a un interrogativo che reclama un’impellente riflessione: in una società così noncurante dell’importanza vitale di un eco-sistema è molto più facile continuare a inquinare che trovare soluzioni capaci di arginare una possibile catastrofe.

Pascotto, infatti,  sottolinea attraverso un monito incalzante un’ importante questione: va bene accogliere il progresso, ma non ci si deve mai dimenticare dell’ambiente e della sua tutela se non si vuol rischiare l’abbattersi di disastri ambientali sempre più certi.

L’uomo e l’Intelligenza Artificiale: un’alleanza utile ma pericolosa?

Se alle spalle ci si lascia ricordi analogici, il futuro ha invece cromature scintillanti e algoritmi creativi capaci di ricreare persino dimensioni fantastiche appartenenti alla natura umana o porzioni di testi scritti, come romanzi  e poesie, capaci di emozionare. L’autore riflette – e fa riflettere colui che si accosta al suo romanzo –  sulla tecnologia, il futuro e i cambiamenti che questa comporterà nel tempo; ma soprattutto descrive minuziosamente il rapporto dell’uomo con le macchine e, in modo particolare, con l’Intelligenza Artificiale. Dando voce ai pensieri di molti che si sono accostati a questo nuovo progresso scientifico, Pascotto si chiede se davvero strumenti come Chat GPT possano essere alleati o acerrimi nemici dell’uomo. Il responso accoglie, ovviamente, diverse sfumature: se da un lato facilita le azioni umane, dall’altro si sostituisce alla stessa umanità. Risulta automatico un parallelismo: Italo Calvino nel 1967 profetizza l’avvento dell’Intelligenza Artificiale nella conferenza  ”Cibernetica e fantasmi – Appunti sulla narrativa come processo combinatorio’’ in  seguito pubblicata in “ Una pietra sopra “ (1980) per Einaudi Torino:

“Penso a una macchina capace di sostituire il poeta e lo scrittore, di ideare e comporre poesie e romanzi”.

Ma sul concetto di ‘’automa-letterario’’ Italo Calvino dice anche che è sempre il lettore a fare la differenza e a valutare quello che legge, per cui l’avvento delle macchina non consiste nella perdita di una letteratura autentica. In Romanzo Digitale, però, la maestria dell’autore risiede nel descrivere qualcosa di sconosciuto che può far paura: taxi che si guidano da soli, poesie scritte grazie a processi combinatori cibernetici ed è proprio nel ricordo di un passato puro, dove bastava la semplicità a dar gioia, che ci si chiede cosa ne sarà dell’uomo senza supporti tecnologici come, per esempio,  i ‘’visori digitali’’: saprà ancora utilizzare l’immaginazione?

‘Lens Visions’, la raccolta poetica acromatica di Giuseppina Irene Groccia

L’artista Giuseppina Irene Groccia, dopo la pubblicazione del primo libro fotografico Mente Occhi Cuore (2022) è tornata con una seconda pubblicazione a gennaio 2023, Lens Visions. Se nella prima pubblicazione l’autrice trasporta il lettore in un universo composto da versi che si schiudono in immagini dai colori ora più lucenti, ora più tenui, trasportando il lettore a fare i conti con  un  turbinio di riflessioni e ispirazioni, nella seconda raccolta l’artista si rivolge alla monocromia: il nero che diventa protagonista sia nell’arte fotografica che nell’intera presentazione.

Gli unici punti luce sono dati dagli usi del bianco che fa da contrasto nelle strofe accostate alle immagini da un lato realistiche e malinconiche, dall’altro emotive e penetranti: la sua funzione, in questo senso, diventa evocativa di sensazioni sia a livello letterario che sul versante artistico.

La contaminazione della fotografia transfigurativa appare evidente, come pure gli usi sapienti del corvino che svetta, silenzioso, sulle pagine. Quello che traspare, però, non è lugubre: le foto sfocate, eteree nonostante la mancanza di colore, o semplicemente in movimento hanno uno scopo ben preciso ed è quello di tradurre la dicotomia fotografia-verso in una potenziale scarica d’azione che risvegli l’anima del lettore e la metta in connessione con il proprio Io.

Lens Visions. Gli usi del nero: quando l’acromatismo non rappresenta per forza oscurità interiore

Si è spesso portati a intendere, quasi per simbolismi reconditi, il colore nero come una tonalità luttuosa, sinistra, presaga di sventure e volta a delineare atmosfere lugubri. Eppure, nel libro fotografico dell’artista Giuseppina Irene Groccia ‘’Lens Visions’’, si percepisce come la cromia corvina sia sinonimo di eleganza e realismo.

Il nero sembra fagocitare tutti gli aspetti cromatici, far crollare un velo ornamentale che cela l’autentica bellezza delle cose, delle persone, delle anime: il nero sottolinea la fragilità elegante che rende umani, quei piccoli dettagli che rendono ogni persona unica. La ricerca, in questo contesto, non si limita solo alla fotografia ma indaga l’atmosfera delle umane coscienze, scandagliandone ogni piega.

 I ricordi e la memoria: l’evanescenza del tempo

 Nelle pagine nere dove il bianco dei versi e delle sfumature nelle immagini dona un senso evocativo e  sospeso, l’autrice tratteggia argomenti quasi evanescenti come il tempo e le memorie, scrivendo:

Scivola dall’anima un’altra memoria.

D’attesa, diviene il tempo

dove guardarti viva va oltre il sogno

Versi che descrivono un momento di estrema connessione sé stessi: i ricordi sono i tasselli per la costruzione del proprio Io e il tempo un’attesa lenta ma costante, come una compagna silenziosa che culla lo scorrere dei minuti. Un contesto in cui ogni lettore può ritrovarsi, trasferendo nel magico connubio che l’autrice crea fra parole e fotografie le proprie sensazioni. Nell’ultima pagina di Lens Visions, si legge:

Viviamo impercettibili tratti … Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo.

Dopo i ricordi che riemergono dall’oblio dell’inconscio e la realistica quotidianità che le immagini esprimono, gli ultimi versi con cui si conclude il libro fotografico Lens Visions, sembrano un quasi un monito da parte dell’autrice: la vita, nella sua accezione di pienezza, si svolge per pochi tratti a volte incorporei, fuggevoli. Tutto ciò che invece circonda l’uomo non solo è dominato dall’incedere lento del tempo ma è esso stesso tempo: che scorre e va avanti indipendentemente dalla volontà umana. L’eleganza dell’opera sta proprio nella purezza che possiede nel raccontare questa verità.

 

‘’L’uomo he parlava alle vigne’’ di Pierpaolo Palladino: il realismo magico e l’ancestrale legame degli uomini con la natura

L’uomo che parlava alle vigne è un libro di Pierpaolo Palladino edito dalla casa editrice La Mongolfiera, in cui storia, natura ed elementi magici si intersecano per raccontare le vicende della famiglia Lulic, al confine con la Slovenia.  Sono tre le generazioni protagoniste del romanzo: Jozef, il figlio Gaspere e il nipote Pavel.

Ma il vero elemento di narrazione di tutto il libro resta il vino, filo conduttore e guida all’interno del testo. Il racconto inizia durante la Prima Guerra Mondiale e termina negli anni ’80; l’autore ripercorre diversi momenti storici salienti di questi anni, senza tralasciare le avversità del periodo, sottolineando aspetti ancora tristemente attuali come la discriminazione, l’oppressione delle minoranze, la violenza dei conflitti, il liberismo imperante. La storia è così scandagliata e descritta dai soggetti che la subiscono e, annaspando nel mare di tumulti storici e di vita vissuta, cercano di sopravvivere non tradendo sé stessi.

I Lulic si sentiranno ostracizzati e quasi distaccati dalla loro stessa comunità, estranei nella loro stessa terra: condizione che spesso si è verificata su persone di origine balcanica. Un altro personaggio importante è Padre Italo, la cui condizione di esilio in Sud America e l’ emarginazione attuata dalla sua stessa chiesa ricordano la figura di Don Milani. La minuziosità in cui l’autore presenta il contesto storico è intervallato da elementi di realismo magico che rimandano ad autori come Gabriel García Márquez, sottilmente a Jorge Luis Borges ma anche agli italiani Italo Calvino, Dino Buzzati e al contemporaneo Stefano Benni. Ma l’elemento-collante e centrale dell’opera è il rapporto con la natura e, in particolar modo, il legame viscerale con la terra e i suoi frutti: il barlume di speranza emblema di un  filo dorato che, nonostante le vicissitudini, terrà salde tre generazioni.

L’uomo che parlava alle vigne: ‘’l’oblio degli affanni’’

Ciò che accomuna le tre generazioni dei Lulic è la ricerca instancabile di una formula che mira alla produzione di un vino perfetto. Una motivazione così forte che li porterà a fare delle scoperte sulla loro progenie, a effettuare le prime ricerche scientifiche di genetica vegetale ma anche a conoscere e imparare tecniche di coltivazione e conservazione del vino. Un viaggio, quindi, anche nella parte più tecnica dei metodi di vinificazione; il vino si trasforma nella sua accezione più pura convertendosi in elemento magico: l’unica ragione che porta la famiglia Lulic a non soccombere. Per parafrasare Alceo, antico poeta greco e cantore della bevanda, il vino è  come un amico incapace di tradimento ed è definito, dallo stesso poeta, ”l’oblio degli affanni”.

La correlazione simbolica data a questo nettare derivante dall’uva riprende, in parte, il messaggio che il testo veicola: nell’antica Grecia era infatti considerato un dono che la natura offriva agli uomini e che andava a sottolineare il legame di quest’ultimi con la Terra attraverso la  metamorfosi di un frutto che si trasforma in un prezioso liquido magico. La famiglia Lulic tratta le sue viti proprio come doni: parlando, cantando, sussurrando a queste elargizioni della terra.

L’insegnamento più importante de L’uomo che parlava alle vigne, tuttavia, rimane l’accoglimento delle altre realtà da parte dei Lulic: nonostante l’ostracismo subito, si confrontano con altre culture accogliendo l’altro e facendone tesoro, un’evidenza che si percepisce anche nell’apprendimento delle tecniche nel vino. Un atteggiamento che rivela, ancora una volta, la struttura di una famiglia coriacea ma dalla lucida fantasticheria: che non si è data per vinta e nelle radici del passato ha seminato il proprio percorso futuro.

‘’L’umana fragilità’’, l’analisi storico-artistica della morte nel saggio di Francesca Callipari

La morte nella sua accezione dovuta al pensiero comune è sempre stata interpretata come la fine di tutto; eppure, nella visione del mondo moderno, il tema della morte in sé sembra sempre più spesso relegarsi a spazi circoscritti: ospedali, case di cura, luoghi di sofferenza. Il  libro di Francesca Callipari, L’umana fragilità, concilia attraverso l’arte il rapporto fra uomo e morte: l’analisi artistica e socio-antropologica degli uomini con il trapasso approfondisce, oltre l’aspetto artistico legato alle grandi opere della Storia dell’Arte, anche un assetto filosofico spesso arginato per timore. Morire fa paura, così come intimorisce la perdita di qualcuno di caro; l’ignoto, il non avere risposte su cosa ci sarà dopo è,  probabilmente, la linfa che alimenta questi timori reconditi.

Ma come la stessa autrice sottolinea nel libro  riguardo al sonno eterno:

 ‘’È  la più autentica protagonista del vivere, accomunando nella stessa identica sorte ogni essere umano’’.

Se la storia di ogni uomo è diversa quello che è certo è che il finale sarà il medesimo,  per tutti. L’autrice, attraverso l’analisi storico artistica, presenta al lettore un’esperienza di riflessione che, a tratti, si potrebbe definire trascendentale: la vera felicità è da ricercarsi non sulla terra ma in un’altra dimensione, in quanto gli uomini vivono sulla terra ma non le appartengono. Un promemoria antico, che già appare nel Vangelo di Giovanni (Gv 17) come la stessa Callipari non manca di ricordare:

 “Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo’’.

La caducità dell’esistenza è argomento di disquisizione e riflessione già dall’antica Grecia, basti pensare al poeta elegiaco Mimnermo.  I temi dei suoi scritti si ispirano alla giovinezza e,  in particolar modo,  alla paura della vecchiaia e della fine come conseguenza. Il componimento ‘’Come foglie’’  ne è una conferma: le foglie diventano analogia dell’esistenza umana che  ben attesta l’arcaico e atavico timore che ogni uomo, fin dalla notte dei tempi,  custodisce nei meandri delle proprie angosce:

‘’[…]Ma le nere dèe ci stanno a fianco,

l’una con il segno della grave vecchiaia

e l’altra della morte. Fulmineo

precipita il frutto di giovinezza,

come la luce d’un giorno sulla terra.

E quando il suo tempo è dileguato

è meglio la morte che la vita’’.

 

 L’eterna lotta fra l’uomo e il suo destino imprescindibile

L’autrice Francesca Callipari, storico e critico d’arte, si sofferma proprio sull’arcaica lotta dell’uomo contro il suo destino mortale e inevitabile. La mitologia greca, in questo senso, dona diversi spunti sulle innumerevoli strategie ricercate da eroi e uomini  nell’intento di escogitare piani e tattiche  per sfuggire alla ‘’Nera Signora’’: la ninfa nereide Teti che immerge Achille nel fiume Stige per renderlo immortale, inutilmente come poi si appurerà, è simbolo della continua lotta umana per sfuggire al destino ineluttabile che investe ogni uomo; oltre che emblema chiarissimo dell’imprescindibilità di un fato che accomuna ogni essere umano. E proprio partendo da questo assunto che l’autrice dà al lettore una nuova visione, stoica ma realista: si è di passaggio, il tempo è probabilmente poco quindi tanto vale adornarlo di bellezza senza sprecarlo.

Francesca Callipari si sofferma su due periodi storici molto importanti: il Seicento e il Settecento e proprio partendo dal fato mortale, finale della storia di ognuno,  pone una riflessione sulla vita esortando a viverla pienamente, contraddizioni comprese. Le opere analizzate dall’autrice risalgono, maggiormente, al  XVII e al XVIII secolo, non perché la tematica della morte abbia un’etichetta storica fissa, semplicemente perché è proprio in questo periodo che il senso di angoscia legato alla dipartita prevale sull’arte.

Il viaggio, che connette l’angoscia esistenziale legata all’aspetto lugubre e comunemente diffuso della morte, si sofferma su dipinti, monumenti funebri, ma anche sculture che ben confermano dubbi, timori, sensazioni di precarietà esistenziale condivise in ogni tempo. Ma non solo: L’umana fragilità non è un semplice libro descrittivo ma la peculiarità del testo si riscontra soprattutto nel tentativo, ben riuscito, dell’autrice di spiegare con estrema maestria l’interesse per il macabro, i messaggi dietro le composizioni e i motivi del perché un qualcosa che fa tanto paura sia comunque argomento preponderante di cui si cercano informazioni, indipendentemente dal periodo storico. I primi due capitoli sono dedicati alla concezione della morte partendo dalla storia antica: il ruolo del trapasso  nell’antica Roma e la scissione fra morte del corpo e dell’anima fino a giungere  all’ossessione della società del Seicento che costruisce e basa la vita in virtù della fine.

‘’Verosimilmente, potremmo affermare che proprio a partire dalla seconda metà del XVII secolo si pongano, in qualche modo, le basi del pensiero moderno sulla morte. Il mutamento socio – culturale sarà ancor più evidente nel XVIII secolo, periodo caratterizzato dall’esplorazione dell’uomo per il proprio “io” e dal concetto della “morte dell’altro”.

In seguito, il culto dei morti e dei cimiteri come luogo di riposo e di tacita custodia della dipartita si andrà ad accentuare proprio nel Settecento.

 

La morte attraverso l’arte, il Seicento e il Settecento: monumenti funebri e dipinti

Nei successivi capitoli l’autrice trasporta il lettore in un viaggio fra l’onirico, l’arte e la realtà dove tempo e memento mori si incontrano in modo tangibile, raffigurati in tutta la loro concretezza in monumenti funebri, incisioni ma, anche, dipinti. Il macabro si interseca alla ‘’poetica dello stupore tipica del Barocco’’ come  l’autrice delinea, così come i tipici oggetti che ricordano il momento de trapasso ( il teschio alato, simbolo artistico per eccellenza di questo periodo) si inseriscono anche  orologi, libri, candele  che evocano sia il continuo scorrere del tempo, sia al dominio della morte sulla vita terrena.

Le tombe diventano monumenti  funebri evocativi con effigi ed epitaffi, che lodano e inneggiano le gesta del defunto. Ma ricordando la celebre Livella di Totò, il Principe Antonio De Curtis, anche nella casa dell’eterno riposo esistono divisioni di classe: la gente abbiente dalle sontuose  tombe  e le classi povere della società.

Nel Seicento, per supplire alla problematica, coloro  i quali appartenevano alle classi sociali più elevate abbandonano i cimiteri per costruire cappelle e lasciare spazio a chi è sprovvisto di loculo. Solo nel Settecento si giunge a un nuovo cambiamento che vedrà la costruzione di  tombe ricche nuovamente all’interno dei cimiteri, soprattutto da parte di una classe sociale media che non si accontenta più di rimanere nell’ombra. L’autrice prosegue nella descrizione tecnica e artistica della tipologia di tombe e monumenti funebri, così come della loro locazione.  Nelle pittura, invece, così come nelle incisioni la morte diventa provocatoria, eroica e anche erotica.

Si prosegue con l’analisi di dipinti importanti dove arte e morte collidono mescolandosi in un tripudio scenografico di cui è impossibile non percepirne la potenza; è il caso di J. Louis David: Andromaca veglia Ettore, A. Gentileschi: Giuditta e Oloferne, G. Cagnacci: La morte di Cleopatra, proseguendo con le analisi di incisioni famose la scultura e i monumenti funebri del Bernini: Monumento funebre a Urbano VIII o J. B. Pigalle: La tomba del Conte D’Harcourt, per citarne alcune.

Nel viaggio filosofico e artistico in cui l’autrice trasporta il lettore c’è spazio non solo per approfondire la conoscenza delle bellezze artistiche sotto la guida di un’esperta, ma soprattutto di riflettere su una condizione che la natura umana allontana dai pensieri, automaticamente, per natura. Ed è proprio oggi, in un periodo storico post-pandemico, in cui si è stati bombardati – mediaticamente e  non – da continue notizie sulla morte che, attraverso l’arte, si può riflettere su una tematica così discussa ma poco concepita, attraverso un modus operandi distaccato che scandaglia le pieghe interiori del lettore ‘’costringendo’’, quasi, chi si approccia al testo a fermarsi e pensare come l’arte possa essere un strumento mitigatore e, a tratti, magico la cui potenza consiste fin dalla notte dei tempi a elevare spiritualmente l’essere umano anche al di sopra dei propri timori.

 

Per maggiori info sui progetti della Dott.ssa Callipari: www.iloveitalynewsarteecultura.it

 

‘’Pianissimo’’, la silloge poetica bisbigliata di Camillo Sbarbaro

Il mondo letterario di Camillo Sbarbaro, poeta ligure con una sconfinata passione per la botanica e per i licheni, pone le sue radici nel lirismo essenziale che imprigiona nei versi il disagio verso il fluire dell’esistenza. Sbarbaro, nonostante tragga ispirazione dalla poetica pascoliana, descrive le brutture esistenziali con placidità e pacatezza; il suo universo poetico, infatti, è una perpetua descrizione dei piccoli accadimenti della vita seppur mai con astio verso l’esistenza ma, anzi, con una modalità sommessa e, si potrebbe dire, quasi bisbigliata. Poeta legato visceralmente alla sua terra, descrisse con maestria i colori suggestivi della sua Liguria creando, nel lettore che si accinge alle sue raccolte, un fluire onomatopeico di suoni, colori e caratteristiche tipiche dei paesaggi liguri.

Camillo Sbarbaro è conosciuto, soprattutto, per la silloge poetica ‘’Pianissimo’’ edita per la prima volta da ‘’La Voce’’, nel 1914,  a Firenze. Di questa raccolta si contano, però, tre edizioni; quella originale del 1914, la seconda edizione edita ‘’Pozza’’ a Venezia nel 1954 e, successivamente,  un’ulteriore edizione dell’editore Scheiwiller di Milano nel 1961.

Il tema predominante della raccolta è, come consuetudine continuativa al mondo letterario del poeta, il disagio esistenziale; quel vuoto interiore creato dall’innata incapacità umana di creare un rapporto di sinergia e armonia fra soggetto e contesto reale, in cui l’essere umano milita durante la sua esistenza.

Gli influssi della poesia francese e di Baudelaire nella raccolta ‘’Pianissimo’’

La raccolta ‘’Pianissimo’’ custodisce, fra i versi che la compongono, numerosi riferimenti alla poesia simbolista francese e, soprattutto, a Baudelaire. La poetica di Camillo Sbarbaro è spesso stata definita ‘’leopardiana’’ ma dai toni crepuscolari, eppure alcune tematiche sono in linea con lo spleen descritto da Charles Baudelaire;  l’espediente letterario che dona alla poesia di Sbarbaro una linea più intimistica, però, è dovuta alla volontà di creare un rapporto contraddittorio fra le tematiche scabrose e i temi familiari. Il poeta ligure utilizza la città come se fosse un riflesso: un grande palcoscenico in cui si rispecchia la sua abulia, un’apatia che diventa un mezzo di cui Sbarbaro si serve  per connettersi e identificarsi agli strati più umili e relegati della società: prostitute, ubriachi, uomini senza fissa dimora. Il poeta tenta di ricreare un percorso interiore autentico attraverso queste tematiche che connette ai temi degli affetti familiari e, ancor prima, all’atmosfera perduta dell’infanzia:

 

«Andando per la strada così solo / tra la gente che m’urta e non mi vede / mi pare d’esser da me stesso assente.»

 

Sbarbaro: il mondo come un deserto e l’inadattabilità dell’Io alla società

 

Spesso relegato ai margini della letteratura, confinato per dar spazio alla grande poesia, si è andato a cristallizzare il pensiero per cui Camillo Sbarbaro fosse un autore di facile comprensione, quasi provinciale o banale. Tuttavia, proprio nella raccolta ‘’Pianissimo’’, il poeta fa luce su una realtà che coinvolge le società di ogni tempo: l’inadattabilità del soggetto al proprio contesto.

 

«… e il mondo è un grande / deserto. / Nel deserto / io guardo con asciutti occhi me stesso».

 

L’autore frammenta sia la figura del poeta che quella stessa di soggetto vivente in un dato contesto: il mondo è inteso come scisso attraverso forme antitetiche che, paradossalmente, convergono nella silloge in una dimensione strutturale coerente e lineare. Ma la genesi emozionale da cui prende vita la raccolta ‘’Pianissimo’’ è la morte del padre di Sbarbaro:

 

«Padre, se anche tu non fossi il mio / padre, se anche fossi a me un estraneo / per te stesso egualmente t’amerei.»

 

Un sentimento luttuoso che tornerà anche nella silloge Trucioli (1920), seppur in altre forme, connesso agli eventi della Prima Guerra Mondiale e allo sgretolamento che la tragedia bellica aveva arrecato al paese. Proprio nella consapevolezza della fugacità degli attimi e dell’effimera sostanza delle cose, Sbarbaro si aggrappa all’elemento naturale che diviene necessario, così come è impellente l’utilizzo di un appellativo da donare al fenomeno naturale, riflessione della piena potenza evocatrice della parola poetica:

 

Capisco, adesso, perché questa passione

ha attecchito in me così durevolmente:

rispondeva a ciò che ho di più vivo,

il senso della provvisorietà.

Sicché, per buona parte della vita, avrei raccolto,

dato nome, amorosamente messo in serbo….

neppure delle nuvole o delle bolle di sapone

– che per un poeta sarebbe già bello;

ma qualcosa di più inconsistente ancora:

delle effervescenze, appunto.

“Licheni”

 

In un certo senso, Camillo Sbarbaro cerca di esorcizzare quel senso di provvisorietà di cui parla nella poesia ‘’Licheni’’, ma che pure permea la sua intera produzione poetica, attraverso la siglatura: il dare un nome alle cose diventa esercizio di placidità per arginare le piccolezze fugaci di cui la vita di ogni uomo è puntellata. In sostanza, Sbarbaro tenta di appagare la sua provvisorietà verso la vita con la tangibilità di ciò che è visibile, dando un nome alle cose che lo circondano.

Quella di Sbarbaro si potrebbe definire una ‘’poesia del risveglio’’. La sua missione consiste nel tentare di scuotere l’uomo ingarbugliato e sopraffatto dalla civiltà moderna, con cui diviene quasi impossibile la comunicazione. “Pianissimo” è  una raccolta che descrive la condizione del poeta, la sua sofferenza, ma che ben si presta nel descrivere le circostanze esistenziali di ogni uomo.

Lo stato di sofferenza individuale diventa voce ‘’sommessamente urlata’’ che pare far affermare al poeta ligure che il dolore sì, è parte integrante del mondo, che esiste un’incomunicabilità di fondo fra l’Io e la realtà circostante ma che un baluginio di speranza, forse, può scorgersi: non afferma questa possibilità, ma nemmeno la nega. Sbarbaro, attraverso la silloge ‘’Pianissimo’’ sembra quasi dire al suo lettore che, magari, è possibile esorcizzare la sofferenza in modo individuale, attraverso appigli soggettivi.

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