Non ci resta che piangere ritorna al cinema

1983/1984. Siamo nel pieno degli anni Ottanta quando la coppia Benigni e Troisi decide di scrivere la sceneggiatura di quello che diverrà un vero cult del cinema italiano.

Non ci resta che piangere è un film del 1984, diretto ed interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi e scritto dai due con la collaborazione di Giuseppe Bertolucci. Un successo non annunciato e forse nemmeno sperato che inizialmente non convince la critica, ma che sbanca al botteghino. Sono 15 i miliardi che dell’incasso record di quegl’anni.

Dal 2 al 4 marzo 2015, la pellicola cult è stata riproposta in circa 200 sale italiane in versione restaurata e rimasterizzata, permettendo al pubblico che tanto lo ha amato di riscoprirlo e godere della sua visione.

La sceneggiatura scritta dai due comici tra Cortina d’Ampezzo e la Val D’Orcia, ha avuto una storia travagliata ed è stata soggetta a varie modifiche prima di poter trovare la sua linea definitiva. I personaggi principali sono Saverio (Roberto Benigni) un insegnante delle elementari e Mario (Massimo Troisi) bidello nella stessa scuola.

I due amici, tanto diversi quanto uniti e solidali tra loro, si trovano bloccati di fronte ad un passaggio a livello chiuso e per aggirare l’ostacolo decidono di percorrere una strada sconosciuta. La macchina si guasta, arriva il temporale e inspiegabilmente i due si trovano catapultati nel 1492.

Lo shock iniziale destabilizza i due protagonisti che si aggirano disorientati tra le terre di Frittole. I due amici, vestiti con abiti del 1984, come la camicia hawaiana di Saverio ricorda, iniziano ad assistere così ad eventi “irreali” accompagnati poi dai loro dialoghi comici. Saverio è un uomo irriverente e sfrontato, un maestro delle elementari che non ha paura di ammettere di voler bocciare un suo alunno solo per antipatica, che accetta subito di immedesimarsi nella parte dell’uomo del Quattrocento, indossando con spavalderia i costumi e parlando con gli abitanti del luogo, addirittura alla ricerca di un lavoro. Mario invece, timido e riservato, rimane incredulo, timoroso di fronte a questo inspiegabile sbalzo spazio-temporale. Cerca in tutti i modi di ritornare a casa, anche attraverso il metodo della “convinzione”. Insomma forse con la forza della convinzione e della mente , quel qualcuno o quel qualcosa che li ha mandati lì, li potrebbe far ritornare a casa. Ma è tutto vano. Appena aperta la porta, il 1492 irrompe prepotente. La storia continua tra il susseguirsi di gag, scambi verbali “epici” ed incontri storici.

I due amici litigano in continuazione, si disturbano, ma infondo mostrano l’uno verso l’altro profondo rispetto. Anche quando Saverio geloso dell’amore sbocciato tra Mario e la giovane Pia (Amanda Sandrelli), decide di andare a fermare Cristoforo Colombo e impedirgli di scoprire l’America, non viene lasciato solo e l’amico lo seguirà anche in quest’avventura. Tra le scene indimenticabili, la lettera ai Savonarola , chiara e nota citazione della lettera scritta in Totò, Peppino e la malafemmina, che è intensa e molto divertente. L’incontro con Leonardo da Vinci (interpretato da Paolo Bonacelli), intento a far esperimenti in un piccolo laghetto, viene interrotto da Saverio e Mario che cercano di indurlo ad inventare il treno, il lapsus freudiano, il semaforo, ma sembra, con scarsi risultati. La famigerata scena della dogana, quanto mai attuale, che evidenzia l’ottusità dello Stato: «Chi siete? Dove andate? Cosa trasportate? Quanti siete?….. Un Fiorino”» talmente esilarante che nemmeno i due attori sono riusciti a montarla, come da copione, costretti quindi a lasciare il girato che li mostra ridere a crepapelle. Ed è forse questa spontaneità che ha reso la scena una delle più divertenti e memorabili del film. Il finale con l’apparizione del treno a vapore, guidato da Leonardo da Vinci indurrà i due amici ad accettare il loro futuro nel passato, ma con una buona ricompensa. Infondo si era detto di dividere per tre.

Alcuni critici hanno parlato della pellicola come di un esperimento tra i due comici (che non gireranno più altri film insieme), per rodare la loro capacità di interagire e creare quel rapporto di coppia che possa essere stimolante e divertente per il pubblico che li guarda. Ma il pubblico a volte è molto più lungimirante di grandi nomi della critica e ha capito quanto questa storia, se pur con una trama all’apparenza esile, porta con sé la simpatia di due amici dal carattere opposto, l’esilarante susseguirsi di azioni inaspettate, la spontanea mimica di Troisi e la dialettica di Benigni che, unite, hanno creato quella comicità che resta pura e semplice, ben lontana dalle facili e volgari soluzioni di molti film di oggi. Un capolavoro che merita di essere apprezzato da tutte le generazioni e che si conferma nella sua semplicità, un film che fa ridere senza pretese, ma solo per il gusto di farlo.

Birdman trionfa agli Oscar 2015

La notte degli Oscar 2015, la notte più stellata dell’anno, si è conclusa con un diretta che ha permesso a chi era interessato, di seguire lo spettacolo anche in Italia. La serata si è aperta con una bella performance dello showman Neil Patrick Harris che ha aperto lo spettacolo richiamando il musical e le atmosfere delle pellicole più famose del cinema internazionale, con simpatiche incursioni nelle scene dei film. La sua presenza sul palco è stata abbastanza convincente, ha cantato (accompagnato anche dalle incursioni di Anna Kendrick e Joe Black), ha saputo intrattenere, ha coinvolto il pubblico e si è presentato in mutande. Più di così non poteva “mostrare”.

Ma passando ai premi, i due film che escono decisamente vittoriosi sono Birdman che si è aggiudicato quattro statuette importanti, tante quante Grand Budapest Hotel.

La commedia nera Birdman, sulla tragedia di essere un ex supereroe, è stata per l’Academy il miglior film e permette al messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu di vincere l’oscar per il miglior regista eguagliando il compatriota Alfonso Cuaròn che l’anno scorso vinse con Gravity. Il regista è stato premiato per la sua abilità registica, riconosciuta per la capacità di girare un intero piano sequenza come se non ci fosse alcuno stacco. L’altra importante statuetta è quella per la miglior sceneggiatura originale, definita dallo stesso regista e dai suoi sceneggiatori un progetto che sembrava folle, che lo è stato davvero, diventando il successo che adesso viene proclamato. Il film ha vinto anche un premio definito del gruppo di quelli tecnici per la miglior fotografia. L’unica piccola delusione è forse quella per la mancata statuetta all’attore protagonista Michael Keaton che si è visto soffiare il premio da Eddie Redmayne che ha interpretato il malato Stephen Hawking ne La teoria del tutto. La sua interpretazione del fisico affetto da atrofia muscolare, lo ha portato alla vittoria e il suo discorso accompagnato da un evidente stato emozionale, ha commosso la platea. Il giovane attore ha dedicato la statuetta a tutti coloro che affetti da malattie degenerative come la SLA (Sclerosi  Laterale Amiotrofica), che vivono una vita intrappolati in un corpo che non funziona ma con la mente che produce emozioni e lavori importanti.

Per quanto riguarda la statuetta per la migliore attrice protagonista, questa è stata assegnata alla toccante e forte interpretazione di Julienne Moore in Still Alice. Anche in questo caso l’Academy decide di premiare il “caso umano”, la malattia, in questo caso l’alzheimer, che anche se non può ancora essere curata non deve sconfiggere la voglia di vivere di chi ne è affetto, lanciando così un messaggio che incoraggi a lottare sempre. L’attrice, commossa per tutta la serata, lo è stata ancora di più quando dal palco ha ringraziato tutti, ricordando anche i registi Wash Westmoreland e Richard Glatzer anche quest’ultimo affetto da SLA che ha diretto l’ultima parte del film in un periodo degenerativo della malattia senza arrendersi.

Altro film protagonista della serata è stato senza dubbio Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Il film si è aggiudicato quattro statuette nelle categorie più tecniche, questo a sottolinearne l’accuratezza della pellicola e lo stile sublime e geniale  premiati con gli oscar alla miglior scenografia, miglior colonna sonora, miglior trucco e miglior costumi. Proprio il premio per i miglior costumi è stato consegnato all’italiana Milena Canonero. La costumista nostrana ha portato un po’ di Italia anche a questa edizione e con questa si è aggiudicata la quarta statuetta su 9 nomination in carriera. La donna che ha reso celebri personaggi come i drughi di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick e che ha vinto con film come Barry Lyndon dello stesso Kubrick, Momenti di Gloria di Hugh Hudson, Marie Antoniette di Sofia Coppola, ha ringraziato l’estro di Wes Anderson e la sua visione del Grand Hotel Budapest.

Film che ha ribaltato i pronostici è stato Whiplash di Damien Chazelle che è riuscito a portarsi a casa tre statuette per miglior montaggio, miglior montaggio sonoro ed infine per il miglior attore non protagonista J.K Simmons per la sua interpretazione tanto forte quanto spietata del professor Terence Fletcher. Il film è stato quindi premiato nelle categorie che forse più lo contraddistingueva dalle altre pellicole in quanto il suono e la musica sono una parte fondamentale di questo lavoro in particolare e per la particolare interpretazione dell’attore non protagonista che fa da filo conduttore.

Una statuetta, probabilmente la più “sicura”, che non ha fatto prendere troppi rischi alla giuria dell’Academy, è  stata quella per la migliore sceneggiatura non originale a The Imitation Game; toccante il discorso di ringraziamento del giovane sceneggiatore Graham Moore: il suicidio tentato a sedici anni a causa della discriminazione e del peso di sentirsi diversi, lo ha reso la persona che ha adesso e ha dedicato il premio a tutti coloro che come lui hanno e stanno lottando contro questo problema, suscitando la commozione generale e un lungo applauso.

Ci sono stati altri momenti che hanno commosso ed esaltato il pubblico del Dolby Theatre. Una standing ovation tutta al femminile per Patricia Arquette vincitrice della statuetta per miglior attrice non protagonista nel ruolo di Olivia Evans in Boyhood e il suo discorso sulle discriminazioni tra uomini e donne, al quale ha applaudito anche la rivale Maryl Streep. Ed è stato proprio Boyhood il grande deluso della serata. Il premiato ai Golden Globes Linklater non è riuscito ad aggiudicarsi la statuetta per la miglior regia, contro tutti i pronostici che lo davano vincitore.

Un altro momento molto emozionante è giunto con la performance di Common e John Legend che sulle note di Glory dal film Selma, hanno riportato il teatro agli anni della lotta pacifica di Martin Luther King, con il coro Gospel che li accompagna e la simbolica marcia sul palco che ha fatto alzare in piedi tutti gli ospiti commossi anche dopo il discorso di stampo politico dei due cantanti che sostengono la causa contro ogni discriminazione razziale. La canzone ha vinto infatti il premio miglior canzone.

Un momento di spettacolo è giunto con l’apparizione argentea di Lady Gaga sulle note di The sound of music, dal musical  Tutti insieme appassionatamente, che rendeva omaggio ad una delle pellicole più famose che compie i suoi primi 50 anni e a cui ha seguito un sincero abbraccio tra la cantante pop più famosa degli ultimi anni e la sempre verde Julie Andrews. L’attrice, ha poi annunciato un altro momento di forte impatto emotivo, i memories che ricordano tutti i personaggi scomparsi nell’ultimo anno. A tal proposito è necessario fare un appunto che non è affatto superfluo o campanilistico, in riferimento alle immagini dei ritratti dei vari protagonisti (da Robin Williams a Lauren Bacall) che scorrevano sul video: tutti gli italiani erano in attesa di leggere il nome di Franco Rosi, maestro indiscusso del cinema internazionale, ricordato e citato da registi hollywoodiani che hanno visto in lui il vero pilastro della loro formazione cinematografica, ma l’immagine e il suo nome non sono comparsi. Una dimenticanza che ha indignato i cinefili, ammorbidita dalla presenza di Virna Lisi nell’elenco, ma che non ammortizza la mancanza e crea invece un vero vuoto storico.

Per quanto riguarda la categoria che ci vide vincitori la scorsa edizione con La grande bellezza di Paolo Sorrentino, la statuetta per il miglior film straniero è stata assegnata al polacco Ida di Paweł Pawlikowski, scritto dallo stesso regista e da Rebecca Lenkiewicz. Un film che il regista ha definito immerso nel silenzio e nella contemplazione del bianco e nero che con questo premio viene catapultato nella luce più sfavillante e penetrante.

Confermata invece la statuetta per la Walt Disney che ha raddoppiato e dopo la vittoria di Frozen l’ scorso anno, questa volta ha sbaragliato ogni previsione che gridava a gran voce Dragon Trainer 2 della Dreamworks, vincendo il premio per il miglior film d’animazione con Big Hero 6 e il premio per il miglior corto d’animazione con Feast.

Ad American Sniper di Clint Eastwood è andata solo una statuetta, quella per il miglior sonoro, mentre il grande escluso Interstellar di Christopher Nolan è riuscito a strappare un premio per i migliori effetti sonori.

Lo spettacolo è stato godibile e ben presentato e anche le premiazioni sono state eque e ben divise. Come anche accaduto in questi ultimi anni non c’è stata nessuna pellicola piglia tutto e le performance non hanno rubato la scena ai film ma piuttosto gli ha reso il degno omaggio.

Qui di seguito l’elenco completo dei vincitori:

MIGLIOR FILM: Birdman

MIGLIOR REGIA: Alejandro González Iñárritu

MIGLIOR ATTORE: Eddie Redmayne

MIGLIOR ATTRICE: Julianne Moore

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: J.K. Simmons

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: Patricia Arquette

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: Birdman

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: The Imitation Game

MIGLIOR FILM STRANIERO: Ida (Polonia)

MIGLIOR FILM ANIMAZIONE: Big Hero 6

MIGLIOR FOTOGRAFIA: Birdman

MIGLIOR SCENOGRAFIA: Grand Budapest Hotel

MIGLIOR MONTAGGIO: Whiplash

MIGLIOR COLONNA SONORA: Grand Budapest Hotel

MIGLIOR CANZONE: “Glory” da “Selma”

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: Interstellar

MIGLIOR SONORO: American Sniper

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Whiplash

MIGLIOR COSTUMI: Milena Canonero (Grand Budapest Hotel)

MIGLIOR TRUCCO: Grand Budapest Hotel

MIGLIOR DOCUMENTARIO: CitizenFour

MIGLIOR CORTO DOCUMENTARIO: Crisis Hotline: Veterans Press 1

MIGLIOR CORTO: The Phone Call

MIGLIOR CORTO D’ANIMAZIONE: FEAST

 

 

 

 

 

I film candidati agli Oscar 2015

Manca poco alla premiazione dell’87esima edizione degli Academy Awards che si terranno, come di consueto, al Dolby Theatre a Hollywood. La notte del 22 febbraio avrà luogo il grande spettacolo, che come ogni anno accoglie le grandi celebrità e i grandi nomi del cinema internazionale sotto un unico cielo stellato. La conduzione di questa edizione, dopo la straordinaria performance di Ellen Degeneres, con la sua spiccata comicità e il selfie più ritwittato del 2014, è stato affidato a Neal Patrick Harres. Attore, ballerino e presentatore americano, famoso per aver interpretato la celebre sitcom How I met your mother nel ruolo del donnaiolo e bizzarro Barney Stinton, ha un compito difficile, ma promette di non deludere le aspettative.

I titoli in gara per la vittoria della statuetta come miglior film sono otto:

1) Boyhood –  Uscito nelle sale italiane nell’ottobre del 2014, è un film di Richard Linklater, che ha trionfato agli ultimi Golden Globes e che entra di diritto tra i candidati favoriti alla vittoria.

Il film ha precedentemente partecipato al 64esimo Festival di Berlino, dove il regista Linklater ha vinto l’Orso d’Argento per la miglior regia. Nominato agli Oscar anche in altre categorie come miglior regia, miglior attore non protagonista a Ethan Hawke, miglior attrice non protagonista, già vincitrice del globo, Patricia Arquette, miglior sceneggiatura dello stesso Liklater e miglior montaggio a Sandra Adair.

La pellicola è famosa per il lungo progetto che sta dietro la sua realizzazione. Girato in un arco di tempo che va dal 2003 al 2012, la storia si svolge seguendo il reale decorso del tempo. Il protagonista è un bambino di 6 anni, Mason, e il film segue la sua vita e i suoi inevitabili cambiamenti fino all’età di 18 anni. Dentro di lui e attorno a lui, tutto si evolve, si modifica. Il suo aspetto, la sua vita, le sue relazioni sociali, il rapporto con il padre e la madre divorziati, tutto cambia. Un esperimento cinematografico ben riuscito, che trasporta il pubblico, attraverso gli occhi del protagonista, nella sua crescita emotiva e fisica.

2) Selma – La strada per la libertà – Film, in uscita in Italia dal 15 febbraio, diretto dalla regista Ava DuVernay, è stato nominato anche per la categoria di miglior canzone Glory di John Stephens e Lonnie Lynn.

Il film racconta  le vicende intorno alle manifestazioni che si tennero nel 1965 a Selma in Alabama. Un gruppo di afroamericani guidati dal pastore protestante Martin Luther King, decide di protestare pacificamente, per rivendicare il proprio diritto al voto, dando poi luogo agli avvenimenti storici che hanno portato la figura di Martin Luther King a diventare una delle più simboliche nella storia della resistenza non violenta.

3)La teoria del tutto  Il film, uscito nelle sale italiane il 15 gennaio, diretto da James Marsh (già vincitore di un Oscar nel 2009 per il documentario Man on Wire) è candidato a sei statuette oltre che per il miglior film, anche per migliore attore protagonista, Eddi Redmayne, miglior attrice protagonista, Felicity Jones, miglior sceneggiatura non originale, di Anthony McCarten e per la miglior colonna sonora, di Johann Johannsson.

La storia, tratta dal romanzo biografico Verso l’infinito, scritto da Jane Wilde Hawking, racconta la storia del grande fisico, astrofico e cosmologo Stephen Hawking. Il giovane Stephen, cosmologo dell’Università di Cambrige è alla ricerca dell’equazione unificatrice che permetta di spiegare l’inizio dell’universo. Ad una festa universitaria incontra Jane Wilde, una studentessa di lettere della quale si innamora. Ma i suoi studi e la sua storia d’amore saranno ostacolati dalla diagnosi di una grave malattia degenerativa, l’atrofia muscolare progressiva, che lo costringerà prima alla sedia a rotella e poi ad una tracheotomia che lo priverà anche della voce. La loro vita cambierà radicalmente. L’uomo sostenuto dalla moglie, che oltre che alla salute del marito deve occuparsi di tre figli, continuerà i suoi studi e grazie all’aiuto di un’infermiera che insegna allo scienziato  un metodo alternativo di comunicazione, riuscirà a scrivere un libro  sul tempo che lo renderanno lo scienziato famoso che è ancora adesso.

4) Whiplash – Il film in uscita nelle sale italiane il 12 febbraio, è un film musicale diretto da Damien Chazelle che è al suo esordio. Nominato anche nelle categorie di miglior attore non protagonista a J.K. Simmons, per la miglior sceneggiatura non originale a Damien Chazelle, miglior montaggio a Tom Cross ed infine miglior sonoro a Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas Curley.

La storia racconta del giovane Andrew interpretato da Miles Teller, batterista e studente di una delle più prestigiose scuole di musica di New York, che incontra Terence Fletcher, l’insegnante più severo della scuola. Quest’ultimo lo vorrà a far parte della sua band. Il giovane Andrew, accetta inconsapevole però che le prove a cui sarà sottoposto saranno durissime e alienanti.

5)America Sniper – Il film diretto da Clint Eastwood e tratto dall’autobiografia omonima di Chris Kyle, è stato candidato a sei statuette. Miglior film, miglior attore protagonista Bradley Cooper, miglior sceneggiatura non originale, di Jason Hall, miglior montaggio, di Joel Cox e Gary Roach, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

La storia racconta le vicende della vita di un giovane texano, Chris Kyle interpretato da Bradley Cooper, che per i primi trent’anni della sua vita vive un’esistenza pacifica, consacrata dall’amore per i valori della famiglia, Dio e la patria. Tra  rodei e battute di caccia le sue giornate scorrono tranquille fino a quando gli eventi terroristici del 1998 che colpiscono le ambasciate americane negli stati africani, amplificano nel giovane il suo forte senso di giustizia tanto da spingerlo ad arruolarsi nei Navy SEAL. Chris diverrà una leggenda, un cecchino ammirato da tutti. Vivrà gli orrori dell’Iraq e lì guadagnerà la sua “fama”, fino a quando al ritorno in patria dovrà scontrarsi con il riadattamento alla realtà dalla quale era stato alienato per molto tempo.

6) The imitation game  Film uscito nelle sale l’1 gennaio 2015 è stato diretto da Morten Tyldun e si basa sul romanzo di Andrew Hodges “Alan Turing. Storia di un enigma”. Il film ha ricevuto otto nomination agli oscar, per il miglior film, miglior regista (Morten Tyldun), miglior attore protagonista (Benedict Cumberbatch), miglior attrice non protagonista (Keira Knightley), miglior sceneggiatura non originale (Alexander Desplat), miglior scenografia (Maria Djurkovic e Tatiana Macdonald), miglior montaggio (William Goldenberg).

La storia, ambientata durante il secondo conflitto mondiale, narra le vicende del genio matematico Alan Turing impegnato nella lotta al nazismo. Il suo estro fu infatti utilizzato per la decriptazione di codici segreti nazisti che avrebbero permesso di anticipare le mosse del nemico e porre fine alla seconda guerra mondiale. La macchina deputata a questo importante compito viene chiamata Enigma. Lo studioso e critto analista ha però una personalità controversa, è un uomo solitario e avverso al lavoro di gruppo. Trova nella collaborazione di una giovane donna appassionata di logica e analisi matematica Joan Clark (Keira Knightley), sua futura sposa ed unica figura che riterrà in grado di accompagnarlo nei suoi studi. Molti i tentativi di grandi personalità del team a suo servizio di cacciarlo, ma le difficoltà verranno superate per uno scopo più grande quale la fine del conflitto. La sua “diversità”, in quanto condannato per la sua omosessualità, sarà ciò che decreterà la sua vera fine.

7) Birdman – Il film, uscito nelle sale italiane il 5 febbraio, è stato nominato a nove premi oscar. Miglior film, miglior regia di Alejandro González Iñárritu, miglior attore protagonista a Michael Keaton, miglior attore non protagonista ad Edward Norton, miglior attrice non protagonista ad Emma Stone, miglior sceneggiatura originale allo stesso Alejandro González Iñárritu, Nicolas Giacobone, Alexander Dinelaris, Armando Bo, miglior fotografia a Emmanuel Lubezki, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

Il film, tra i più nominati e già vincitore nella categoria miglior attore nel genere commedia e miglior sceneggiatura agli ultimi Golden Globes, narra la storia di Roggan Thopson, un attore reso celebre nel mondo del cinema grazie ad un supereroe alato chiamato appunto Birdman. L’attore però, pieno di orgoglio e voglia di rivalsa, non vuole essere ricordato esclusivamente per questo ruolo, ma vuole dimostrare al mondo di essere persino un bravo attore. Coinvolgerà nella sua “missione” anche la figlia ex tossicodipendente Sam interpretata da Emma Stone, la moglie, e un attore tanto brillante quanto irascibile e dal brutto carattere Mike Shiner (Edward Norton). Riggan ormai intenzionato a dare dimostrazione della sua bravura, metterà in scena uno spettacolo a Brodway, tra ansia da prestazione, paura del confronto con la realtà e accompagnato sempre dall’ombra di Birdman che pesa sulla sua testa.

8) Grand Budapest Hotel – Il film, uscito nell’aprile del 2014, ha vinto come miglior film commedia agli ultimi Golden Globes ed è con Birdman, il film più nominato di questa edizione degli Oscar. Come per il film di Alejandro González Iñárritu, le nomination sono nove e rispettivamente per: miglior film, miglior regia di Wes Anderson, miglior sceneggiatura originale dello stesso Anderson, miglior fotografia di Alexander Desplat,, miglior scenografia di Adam Stockhansen e Anna Pinock, miglior costumi di Milena Conocaro, miglior montaggio di Barney Pilline ed infine miglior trucco di Frances Hannon e Marck Caulier.

Il film, che rende omaggio alle opere dello scrittore austriaco  Stefan Zweig, narra le rocambolesche avventure del giovane portiere Zero, del Grand Budapest Hotel situato nella immaginaria Zubrowka. Il concierge/direttore dell’hotel Monsieur Gustave, gode dell’ammirazione delle donne che frequentano l’ambiente e un quadro regalato da una di loro e la sua seguente morte, lo incastreranno. Solo grazie all’aiuto di Zero e altri amici, Gustave riesce a superare le avversità.

Queste le nomination. Appuntamento il 22 febbraio per la premiazione. Le previsioni vedono favoriti Grand Budapest Hotel e Boyhood, ma si spera sempre in una piacevole sorpresa da parte dell’Academy. Alla giuria l’ardua sentenza.

 

 

Tutte le nomination agli Oscar 2015

Dopo la premiazione dei Golden Globes, sono state presentare le nomination agli 87esimi Academy Award.

Dopo aver ritirato il globo come Miglior Film commedia Grand Budapest Hotel, Wes Anderson si aggiudica 9 nomination all’ambita statuetta, seguito a ruota da Birdman di Alejandro Gonzales. A The Imitation Game vengono assegnate 8 nomination, mentre per il premiato Boyhood le nomination sono 7. Tra i grandi delusi invece L’amore bugiardo di David Fincher che riceve la nomination solo per la Migliore attrice protagonista con Rosamunde Pike e Lo sciacallo di Dan Gilroy nominato solo per la Miglior sceneggiatura originale e The Lego movie escluso nella sezione Miglior film d’animazione.

Attendiamo il 22 febbraio per la premiazione dell’ambitissima statuetta.

 

Ecco tutte le candidature:

 

Miglior film: American Sniper, Birdman,Boyhood, Grand Budapest Hotel, The Imitation Game, Selma, La teoria del tutto,Whiplash.

Miglior regista: Alejandro G. Iñaarritu  per Birdman, Richard Linklater per Boyhood, Bennett Miller per Foxcatcher, Wes Anderson per Grand Budapest Hotel, Morten Tyldum per The Imitation Game.

Miglior attore: Steve Carell per Foxcatcher, Bradley Cooper per American Sniper, Benedict Cumberbatch per The Imitation Game, Michael Keaton per Birdman, Eddie Redmayne per The Theory of Everything – La teoria del tutto.

Migliore attrice: Marion Cotillard per Due giorni, una notte; Felicity Jones per La teoria del tutto; Julianne Moore per Still Alice; Rosamunde Pike per Gone girl – L’amore bugiardo; Reese Witherspoon per Wild.

Miglior attore non protagonista: Robert Duvall per The Judge, Ethan Hawke per Boyhood, Edward Norton per Birdman, Mark Ruffalo per Foxcatcher, J. K. Simmons per Whiplash.

Miglior attrice non protagonista: Patricia Arquette per Boyhood, Laura Dern per Wild, Keira Knightley per The Imitation Game, Emma Stone per Birdman, Meryl Streep per Into the Woods.

Miglior film straniero: Ida (Polonia); Leviathan (Russia); Tangerines (Estonia); Timbuktu (Mauritania); Wild Tales (Argentina).

Migliore sceneggiatura originale: Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), Alejandro G. Iñàrritu, Nicolàs Giacobone, Alexander Dinelaris, Jr. & Armando Bo; Boyhood, Richard Linklater; Foxcatcher, E. Max Frye e Dan Futterman; Grand Budapest Hotel, Wes Anderson (sceneggiatura) Wes Anderson & Hugo Guinness (storia); Nightcrawler, Dan Gilroy.

Migliore sceneggiatura non originale: American Sniper, The Imitation Game, Inherent Vice – Vizio di forma, The Theory of Everything – La teoria del tutto, Whiplash.

Migliore fotografia: Grand Budapest Hotel, The Imitation Game, Interstellar, Into the Woods, Mr.Turner

Migliore colonna sonora originale: Alexandre Desplat per Grand Budapest Hotel, nuovamente Alexandre Desplat per The Imitation Game, Hans Zimmer per Interstellar, Gary Yershon per Mr.Turner, Jóhann Jóhannsson per The Theory of Everything – La teoria del tutto.

Miglior film d’animazione: Big Hero 6, Don Hall, Chris Williams e Roy Conli; The Boxtrolls, Anthony Stacchi, Graham Annable e Travis Knight; How to Train Your Dragon 2, Dean DeBlois e Bonnie Arnold; Song of the Sea, Tomm Moore e Paul Young; The Tale of the Princess Kaguya, Isao Takahata e Yoshiaki Nishimura.

Migliori effetti speciali: Captain America: The Winter Soldier, Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie, Guardianiof della galassia, Interstellar, X-Men: Giorni di un futuro passato.

Migliori costumi: Milena Canonero per Grand Budapest Hotel, Mark Bridges per Inherent Vice – Vizio di forma, Colleen Atwood per Into the Woods, Anna B. Sheppard e Jane Clive per Maleficent, Jacqueline Durran per Mr.Turner.

Miglior makeup: Bill Corso e Dennis Liddiard per Foxcatcher, Frances Hannon e Mark Coulier per Grand Budapest Hotel, Elizabeth Yianni-Georgiou e David White per Guardiani della galassia.

Migliore canzone originale: Everything Is Awesome da The Lego Movie; Glory daSelma; Grateful da Beyond the lights; I’m Not Gonna Miss You da Glen Campbell... I’ll be me; Lost Stars da Begin again.

 

Un anno dopo l’Oscar a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, per il miglior film straniero, l’Italia non scompare del tutto dall’Olimpo di Hollywood grazie all’ottima performance di Milena Canonero, candidata per i costumi di Grand Budapest Hotel.

Humphrey Bogart, icona del cinema classico

Al culmine della sua fama, Humphrey Bogart, impresso nella memoria collettiva soprattutto per il ruolo di Rik (manifesto dell’uomo vero) nel capolavoro di Curtiz, Casablanca (1942), diviene un attore riconosciuto e un personaggio seguito, ma la sua storia presenta momenti controversi che rendono l’attore hollywoodiano uno dei miti del cinema americano degli anni Quaranta. Bogart, protagonista di numerosissime pellicole, con i suoi personaggi, dal gangster, all’antieroe, fino cinico romantico diverrà una figura riconoscibile e ammirata del cinema. Ma icona non si nasce, ci vogliono anni prima di creare un’immagine a cui la gente rimarrà legata “per sempre”.

Nato in una famiglia benestante, in seguito al conseguimento del diploma superiore delude le aspettative familiari rifiutando di accedere ai college prestigiosi ai quali era destinato, per arruolarsi in marina proprio a ridosso del primo conflitto mondiale. Al suo rientro riesce ad ottenere dei ruoli a Brodway e dal 1922 al 1929 reciterà in più di venti produzioni. È grazie a La foresta pietrificata, prima a teatro con lo spettacolo diretto da Robert E. Sherwwod, dove interpreta un killer evaso (Duke Mantee), poi al cinema con l’omonimo film del 1936 diretto da Archie L. Mayo, che Bogart entra nel circuito dell’industria cinematografica.

Sul grande schermo, già dal 1936 Bogart aveva forgiato la sua immagina da duro, dando così un taglio netto alle sue origini aristocratiche. Il suo viso, reso noto dall’evidente cicatrice sul labbro superiore, cui storia è avvolta nella nebbia del mito e del mistero, diviene riconoscibile e associabile agli stessi personaggi da lui interpretati, cinici uomini a sangue freddo, gangster della malavita americana degli anni Trenta che rincorrono il proprio sogno di potere e desiderio di conquista. Insieme a lui anche altri attori donano il loro volto e la loro coinvolgente espressività alle grandi “icone” gangster come James Cagney o Paul Muni.

Nonostante il successo di pubblico con il ruolo di Duke Mantee, la Warner Bros. lo relega a ruoli piatti di cattivo (I ruggenti anni Venti (1939); Il Vendicatore (1940); Gli angeli con la faccia sporca (1938). Per i primi vent’anni della sua carriera cinematografica, Bogart o chi per lui, non ha alcun controllo sui ruoli che gli son stati assegnati. Luise Booke addirittura paragona il contratto con le major di quel periodo ad un contratto di schiavitù, dove l’attore anche dotato di consenso pubblico, deve sottomettersi alle decisioni di produzione. Ma, come afferma lo stesso Bogart in uno dei suoi film più famosi, Il mistero del falco (1941), “A volte è necessario fare buon viso a cattivo gioco”.

L’attore attinge dalla sua frustrazione come attore e dalla sua nota combattività per costruire i suoi personaggi, quasi sempre in bilico fra violenza e depressione e il cui tormento interiore si riflette nei gesti e nei tic del suo volto (1). Questi che sembrano dei compromessi, sono però condizione necessaria che permettono in un secondo momento a Bogart di recitare nei ruoli che più gli confacevano. L’apice della sua carriera arriva negli anni Quaranta. Grazie alla sua tenacia e alla sua astuzia, riesce a capovolgere la sua posizione e rendere possibile lo svincolarsi dalla posizione limitante che le major imponevano. Come avviene nelle pellicole cinematografiche, quando interpreta astuti detective privati, Bogart è riuscito a sovvertire le regole anche nella sua vita privata. In quest’ultimo caso è ovvio che è necessario l’aiuto esterno. Il completo individualismo che caratterizza i suoi più celebri personaggi (Sam Spade, il detective Marlowe) non lo accompagna nella vita privata che è invece caratterizzata prepotentemente dalle persone con qui l’attore entra in contatto. La sua vita è infatti popolata da diverse figure che insieme a lui lavorano e lo assistono: scrittori, registi, fotografi. Alcuni non hanno grandi intuizioni sulle sue doti, altri non arrivano a conoscerlo profondamente, mentre alcuni addirittura lo comprendono più di quanto riesca  lui stesso. È stato sposato quattro volte. Prima con Helen Menken, con cui rimane per poco più di un anno, poi due matrimoni turbolenti prima con Mary Phillips, in seguito con Mayo Methot e in ultimo con la giovane Lauren Bacall conosciuta sul set di Acque del sud (1944).

Un altro grande amore dell’attore oltre quello rivolto alle belle donne, è quello verso il fumo, che lo ha portato alla fine degli anni Cinquanta alla morte e l’alcool. La figura stessa del Bogart reale viene spesso confusa con la stessa dei personaggi che come lui aspirano sigarette una dietro l’altra. La sua espressione scavata, la sua voce roca, la sua struttura fisica esile si contrappone al modello di uomo che veniva propinato in quel periodo dai media, ma questa differenza è ciò che lo rende il mito riconosciuto del cinema classico. Il biografo inglese Jonathan Coe, a scapito della figura mitica che avvolge Bogart, nel suo testo Caro Bogart edito da Feltrinelli, afferma che aldilà del mito, Bogart era anche un uomo comune, ricco di difetti, passioni, amori, matrimoni e furibondi litigi. La vita cinematografica si incastra con quella personale. Il suo carattere entra nei personaggi che interpreta. Da Una pallottola per Roy (1941) a Il mistero del falco e Casablanca (1942), Bogart  ha cercato di ridefinire il suo suolo di duro tormentato ponendo anche le basi per i protagonisti dei film noir di quell’epoca.

Per il resto della sua carriera l’attore ha cercato in ogni modo di apportare dei cambiamenti al suo personaggio noir anche grazie alla moglie Bacall con la quale ha girato tre grandi classici come il già citato Acque del sud, Il grande sonno (1946) e La fuga (1947). Entrambi riescono anche a riunire un gruppo di personalità del cinema che si reca a Washington per protestare contra la caccia alle streghe promossa dal senatore Joseph McCarthy. Questi anni che lo hanno messo nella posizione di avere diversi nemici nell’ambito della timorosa industria cinematografica hollywoodiana, contribuirono alla formazione dello status di icona di Bogart “iconoclasta che difendeva i perdenti”(2).

L’attrice Mary Astor si è espressa in questi termini: «Eccolo lì, proprio lì, sullo schermo, mentre dice a gran voce quello che tutti cercano di dire oggigiorno: “Odio l’ipocrisia. Non credo nella parole, alle etichette e a molto altro. Non sono un eroe. Sono un essere umano».

 

 

(1) Bogart, a cura di Paul Duncan, James Ursini, Taschen, Kolh, 2007

(2) Ibidem

Linklater e Anderson trionfano ai Golden Globes 2015

Il 2015 è ormai cominciato e con il nuovo anno ha inizio anche  il conto alla rovescia per le nomination prima e assegnazioni poi, delle statuette conferite dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences; ma ad anticipare notoriamente questo evento ha avuto luogo la premiazione dei Golden Globes. L’11 gennaio sono stati conferiti dalla stampa estera, i globi per il cinema e la televisione. Per quanto riguarda la sezione cinema molte premiazioni attese e alcune sorprese.

La stampa ha premiato come miglior film drammatico e miglior film commedia o musical rispettivamente Boyhood di Richard Linklater e Grand Hotel Budapest di Wes Anderson.

La perseveranza di Linklater è stata così premiata. Il film, infatti, già vincitore a Berlino 2014, racconta la vita di una famiglia vista attraverso gli occhi del piccolo Mason, che crescendo modifica la sua visione del mondo, modifica il suo approccio con la vita e tutti i suoi rapporti interpersonali. La trama così  raccontata, può apparire esile e poco interessante, ma la vera scommessa è stata vinta quando il regista decide di intraprendere questo percorso di vita e cambiamento in maniera del tutto reale. La produzione lunga dodici anni è stata possibile grazie al paziente lavoro del regista e del team. Il cast si è riunito una volta l’anno per girare le scene che descrivessero quel preciso periodo di vita e permettendo così di seguire il reale cambiamento fisico ed emotivo del personaggio, ma anche dell’attore. Un esperimento portato a termine con successo.

Grand Hotel Budapest è invece una sorpresa. La storia di Monsieur Gustave, concierge ma di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel collocato nell’immaginaria Zubrowka, diretta da Wes Anderson batte  il favorito Birdman di Alejandro González Iñárritu, che viene premiato come miglior sceneggiatura e fa ricevere il globo a Michael Keton come miglior attore protagonista.

È  stata  Amy Adams ad aggiudicarsi il premio come miglior attrice brillante in Big Eyes, l’ultima fatica di Tim Burton, mentre a vincere come miglior attrice protagonista drammatica è Julianne Moore per la sua interpretazione in Still Alice, pellicola che racconta la storia di una donna colpita da una forma presenile di Alzheimer.

J.K. Simmons ha vinto come miglior attore non protagonista per Whiplash, film d’esordio di Damien Chazelle.

Al giovane Eddie Redmayneche che interpreta Stephen Hawking ne La teoria del tutto (film vincitore anche per la colonna sonora) invece è andato il premio come miglior attore protagonista drammatico.

Per il miglior film in lingua straniera a trionfare è stato, a sorpresa, il russo Leviathan, già vincitore a Cannes per la migliore sceneggiatura, del talentuoso Andrej Zvjagincev.

L’evento, segnato dalle recenti vicende parigine, ha permesso ad alcuni artisti di esprimere la loro solidarietà, l’attore Jared Leto è stato il primo a ricordare l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e ha annunciato: “Je suis Charlie”.

Il premio De Mille è andato a George Clooney. “I milioni che hanno manifestato oggi a Parigi e in tutto il mondo hanno marciato a sostegno dell’idea che non cammineremo nella paura. Je suis Charlie”: queste le parole di Clooney che hanno concluso il discorso di ringraziamento dopo aver ricevuto il premio speciale.

“Mange tes morts” vince il 32° Torino Film Festival

È il francese Mange tes morts (Francia, 2014), a metà strada tra un noir e un road-movie, diretto da Jean-Charles Hue, il film vincitore della 32esima edizione del Torino Film Festival. Il film, giudicato il migliore dalla giuria del Concorso Internazionale Lungometraggi composta da Ferzan Ozpetek, Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Palfi, racconta la storia della famiglia Dorkel, facente parte dell’etnia jenisch parigina. Il giovane Jason si prepara al battesimo quando il fratello maggiore Frédéric (Fred) torna da un periodo di detenzione lungo quindici anni. L’uomo non sembra aver imparato la lezione e al suo rientro progetta un nuovo colpo. Con l’aiuto del fratello Mickaël e del giovane Jason, viaggerà sulle tracce di un carico di rame.

Quattro premi vengono invece assegnati all’ungherese  For Some Inexplicable Reason di Gabor Reisz (Ungheria, 2014), che si è aggiudicato il Premio Speciale della giuria – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, il Premio del pubblico e i due premi collaterali Premio Scuola Holden Storytelling & Performing Arts.

Degno di nota anche l’italiano N-Capace di Eleonora Danco (Italia, 2014), che è stato insignito della menzione speciale della giuria, che motiva la sua scelta decretando quest’opera prima una grande promessa per il futuro, avendo colpito intimamente ed intellettualmente la giuria attraverso il suo incisivo ritratto dell’Italia di oggi.

Il premio Cipputi – Miglior film sul mondo del lavoro è andato a Triangle di Costanza Quatriglio. La giuria composta da Francesco Tullio Altan, Antonietta De Lillo e Carlo Freccero lo ha premiato “per la sua capacità di intrecciare in maniera non rituale storie che si legano in un filo che danno continuità alla memoria del tempo. Il tutto con un’idea forte di regia, attraverso la storia di un personaggio unico. Un documentario che dimostra quanto ci sia bisogno di immagini che facciano riflettere lo spettatore”.

La Giuria di Italiana.doc, composta da Maria Bonsanti, Jacopo Quadri Marco Santarelli ha assegnato il premio per il Miglior Film per Italiana.doc in collaborazione con Persol a Rada di Alessandro Abba Legnazzi (Italia, 2014) per la volontà di raccontare e confrontarsi in uno spazio cinematografico con storie di vita e personaggi. Mentre la Giuria di Internazionale.doc, composta da Marek Hovorka, Fred Keleman e Jean-Baptiste Morain, ha invece premiato come Miglior Film per Internazionale.doc  Endless Escape, Eternal Return di Harutyun Khachatryan (Armenia/Olanda/Svizzera, 2014) per la sua sensibilità verso gli elementi più autentici del cinema e il loro uso consapevole e attento. Attraverso questi aspetti, il regista avvicina il pubblico al flusso mutevole della Storia e lo porta quasi a contatto fisico con la realtà.

I molti i film in gara, che hanno centrato per gran parte il tema del lavoro (avvalendosi soprattutto di documentari sociali) e l’alto livello espressivo hanno reso questa edizione del Torino Film Festival una tappa fondamentale per i giovani registi confermandolo uno dei festival più importanti del cinema italiano ed europeo, capace ancora di dire la sua grazie alle opere proposte dai nuovi talenti.

 

 

La comicità muta e caotica di Buster Keaton

Joseph Francis Keaton (1895-1966) in arte Buster Keaton, attore, sceneggiatore e regista statunitense, che vive il suo periodo d’oro negli anni Venti, è ricordato come uno degli attori comici più importanti del cinema muto americano delle origini. Formatosi nel teatro, grazie anche al supporto dei genitori, anch’essi attori, la sua attività è presto interrotta dalla Gerry Society (un ente attivo contro lo sfruttamento del lavoro minorile) che costringe i genitori a tenere il figlioletto lontano dalle scene dello spettacolo The Three Keaton. Ma le potenzialità del piccolo Keaton non sono sottovalutate, così che la sua carriera teatrale è ristabilita per continuare fino al 1917 quando, ventunenne, passa al cinematografo. L’esperienza maturata nelle vaudeville sarà fondamentale per la sua carriera e una delle caratteristiche riconoscibili di Buster Keaton è la sua nota espressione seria. Questa sua peculiarità gli varrà il soprannome di “faccia di pietra”, ma non è stata solo questa caratteristica a renderlo uno degli esponenti più importanti della comicità di quel periodo.

« Ma come la cosidetta “great stone face” è, in sé, un elemento secondario riduttivo e in ultima analisi sviante (l’apparenza più vistosa e neppur rivelatrice di una costellazione ben più complessa e sottile), così i mille fili che legano il cinema al teatro di K. Non possono essere ridotti al cordone un po’ troppo spesso e indifferenziato dell’impassibilità»(1)

Questa definizione di “uomo che non ride mai” è però sorprendente. Se si analizzano le espressioni degli attori comici, la serietà è piuttosto una norma che un’eccezione. Chi ha lo scopo di divertire non ride a sua volta, ma nella maggior parte dei casi mantiene un’espressione seria, come se le situazioni bizzarre che si stanno svolgendo fossero normali. È questo l’elemento scatenante che suscita la risate nel pubblico e che Keaton assorbe e fa suo.

Approdato nel cinema, Keaton ha già assunto questo atteggiamento in automatico. Ma non è solo la sua espressione impassibile a renderlo celebre. Un altro elemento caratterizzante dell’attore, che verrà enfatizzato poi nel cinema, è la sua incredibile atleticità. Già nel teatro Keaton, anche in tenera età, è sottoposto a sforzi fisici e acrobazie non indifferenti, che in seguito, nel cinematografo diventano sempre più spettacolari. La capacità di dominare il proprio corpo e usarlo a suo piacere permetterà al comico gli incredibili exploit acrobatici che lo resero famoso. L’epoca d’oro degli slapstick è caratterizzata da attori dotati di elevate capacità acrobatiche. Ricordiamo Roscoe Arbuckle (Fatty), che a scapito della sua “possenza” è incredibilmente agile, Charlot, che anche se non famoso precisamente per questa dote, non è certo legnoso nei movimenti. Ma Keaton, a differenza dei suoi colleghi non costruisce un “tipo”. Charlot  ha bastone e bombetta, Harol Lloyd i suoi occhiali; Keaton, in un periodo dove i suoi colleghi girano pellicole che costituiscono una continuità episodica, produce opere diverse tra di loro e protagonisti diversi. Tra queste pellicole vanno ricordate Our Ospitality, The navigator, Neighbors. Come negli spettacoli teatrali, anche nei film non è mai lo stesso, ogni volta modifica i clichè prima che questi si cristallizzino, così la gente ritorna a vedere le novità. Ma nel cinema per Keaton la regola d’oro è quella di strappare una risata senza risultare eccessivamente ridicoli, rispettando le leggi drammatiche e psicologiche dell’opera e dei personaggi e anche della realtà. Questo elemento si aggiunge agli altri che lo differenziano dai suoi colleghi, ad eccezione di Chaplin che è estremamente attento a questi aspetti.

«Ma forse, la differenza è così grande perché il termine comicità è compromesso; un’etichetta troppo riduttiva per essere applicata, sola, all’arte di Keaton. […] i suoi film più riusciti possono far ridere fino alle lacrime, ma non sono né ridicoli, né tantomeno risibili.»(2)

Nel 1917 l’incontro con Fatty Arbuckle avviene casualmente e con lui Keaton partecipa, come spalla, a circa quindici two reels (le “due bobine” che erano la lunghezza standard di questo genere). Con lui Keaton muove i primi passi nel cinema e impara ad adattare le sue abilità e capacità a questa nuova espressione. L’attore mostra subito la sua rilevanza scenica e inizia a far sentire la sua personalità. All’epoca non si lavorava con una sceneggiatura scritta, quindi tutti gli attori comici di quel periodo non seguivano uno schema tecnico, ma si iniziava a girare il film seguendo un’idea e si cercava di trovare rapidamente  il risvolto finale. Questo modo di lavorare lascia liberi gli attori di rapportarsi con l’ambiente e gli altri personaggi. Erano quindi fondamentali le capacità d’improvvisazione. Un elemento caratterizzate di questi attori e in questo caso di Keaton, è  proprio l’abilità di manipolare e reinventare gli oggetti di uso comune donando loro un nuovo significato. Ma Keaton, nel fare ciò, non sottovaluta mai il rapporto con il pubblico e nella costruzione delle scene tiene conto della loro probabili interpretazione ed analisi.

Cinematograficamente parlando, il periodo tra il 1920 e il 1929 si può dividere in due parti. Il 1923 viene considerato uno spartiacque in quanto anno di passaggio dalle two reels al lungometraggio. Tra i suoi lungometraggi più conosciuti ricordiamo Sherlock Junior, The Cameraman, Spite Marrige.

Keaton diventa regista quando si trova nella sua piena maturità cinematografica, elaborando un suo mondo tragico in cui il gag diventa uno strumento che trascende il suo significato abituale. Le scene di Keaton, oltre ad essere molto “fisiche” mettono in scena un percorso che fa partire il personaggio da un punto A per farlo arrivare in un punto B, attraversando piccole sequenze una dietro l’altra. Questa viene chiamata gag-traiettoria e nel suo sviluppo Keaton percorre strade, attraversa edifici, manipolando e utilizzando oggetti in piccole sequenze comiche che susseguendosi una dopo l’altra formano un unico percorso. Gag-macchina invece indica il modo il cui Keaton si approccia ad un elemento macchina, case, oggetti, mezzi di trasporto. In questo rapporto il personaggio di Keaton non si fa inglobare dagli oggetti e dagli spazi, ma li manipola a suo piacimento, li reinventa, li adatta allo scopo da raggiungere.

Il confronto con Charlie Chaplin appare inevitabile. I due attori si conoscevano e si scambiavano idee di gag per adattarle poi al loro differente modo di interpretare e vedere il mondo. Chaplin, nella sua grandiosità oltre ad un uso degli oggetti e dell’ambiente, ha caratterizzato i suoi film rendendoli anche molto sociali. Ha trattato dell’alienazione sociale, della povertà, della discriminazione e lo ha fatto attraverso l’empatia trasmessa al pubblico, il pathos, la centralità del personaggio che sovrasta, a livello di importanza scenica, sull’ambiente che lo circonda. Questo gli ha permesso di avere successo anche dopo l’avvento del sonoro, una novità nel cinema che invece metterà in crisi Keaton, che non è riuscito ad adattarsi come invece ha fatto il suo collega. Keaton è poco psicologico, poco empatico e non cede mai al pathos e ciò non  gli ha permesso di avere la stesso successo di Chaplin. La sua imperturbabilità non si è adattata al progresso che stava investendo il cinematografo.

Tuttavia i film di Keaton, ancora oggi, sebbene muti, riescono ad esprimere molto profondamente l’illusione del lieto fine. Il suo cinema è caratterizzato dalla sopraffazione e dal caos espressi nel dramma della realtà.  Questa visione tragica si contrappone alla comicità degli eventi, ma l’attore non è riuscito a sfruttare le potenzialità del sonoro, che mal si adattavano alla sua pratica. Tutti questi elementi lo hanno reso meno famoso, meno popolare del collega Charlie Chaplin, ma è indubbio che la figura di Buster Keaton è importante per descrivere la storia del cinema delle origini. A livello teorico il merito principale è il rifiuto, sia della consolatoria sovrapposizione dell’ideale al reale, sia della reazionaria impossibilità dell’ideale, mentre a livello poetico il merito più grande di  Keaton è l’aver espresso angosce e incubi nella reale concretezza di geniali gag.

 

(1)Il cinema di Buster Keaton, a cura di Piero Arlorio, La Nuova Sinistra Edizioni Samonà e Savelli, Roma, 1972, p. 8

(2) Ivi, p. 12