La scomparsa di Babbo Natale e il regno della realtà-la frase ‘shock’ del direttore d’orchestra Loprieno

Scandalo, eresia, vergogna, presa di distanze. Sono queste le conseguenze della frase “Babbo Natale non esiste” del direttore d’orchestra Giacomo Loprieno rivolte alla platea di genitori e bambini accorsi numerosi all’Auditorium di Roma  il 29 dicembre scorso per lo spettacolo “Disney in Concert: Frozen”. La prima conseguenza di questo atto è stata il licenziamento in tronco del cinico direttore, a cui è seguita una presa di distanze da parte degli organizzatori.

La cosa più triste dell’intera vicenda è che è vera. Non è stata partorita dalla mente di qualche scrittore o da autori della Disney, e ha trovato un amplificatore formidabile nei social che per queste vicende si dimostrano uno strumento impagabile. Uno shock che ha destabilizzato tutti i genitori che, educando i propri figli nel rispetto dell’altro e in una spiritualità degna di un asceta, hanno trovato l’uscita del direttore assolutamente inaccettabile.

Babbo Natale non esiste, e non esistono neanche le regole del rispetto verso chi è costretto pur di lavorare a mettersi al servizio di una platea indisciplinata e per niente avvezza alla musica e che abbandona la sala prima della fine per evitare file e code. Babbo Natale non esiste e lo spirito del Natale anzichè essere una rinascita viene raccontato come la festa del consumismo in cui molti bambini che hanno tutto pretendo di avere dell’altro.

Babbo Natale non esiste e non esistono neanche le guerre e le ingiustizie che vengono risparmiate ai bambini perchè, si sa, le bruttezze del mondo bisogna nasconderle alle orecchie innocenti.

Babbo Natale non esiste e non esiste neanche il rispetto verso gli adulti e verso gli insegnanti perchè è ormai risaputo che la scuola deve svolgere solo in ruolo di baby sitter e non si può pretendere nulla dai bambini.

Babbo Natale non esiste e non esistono neanche le bellezze della natura perchè uno schermo può sostituire ogni cosa e la fantasia è importante specie se stimolata da strutture rigide e preimpostate. Babbo Natale non esiste e non esistono più i sogni perchè ormai sono omologati alla logica del consumismo.

Povero direttore, che errore urlare una verità a chi vive nell’illusione che tutto vada bene.

Dopo il Jobs Act il ministro Poletti scivola sulla ‘fuga dei cervelli’

L’Italia non è un Paese per giovani, e questo è un dato di fatto ormai consolidato, ma non è neanche un Paese per laureati, per pensionati e per chi vorrebbe un futuro semplicemente dignitoso. Dopo le polemiche sulla ministra Fedeli ed i suoi titoli di studio, il neo Governo Gentiloni si confronta con l’ennesima gaffe di Giuliano Poletti, confermatissimo ministro del lavoro dopo la gloriosa, si fa per dire, esperienza renziana.

Archiviato il fallimento del Jobs Act che segna il trionfo assoluto dei voucher, di cui da gennaio ad ottobre si venduti ben 121,5 milioni di unità, il perito agrario alla guida del dicastero del lavoro anziché studiare le strategie per contrastare la disoccupazione giovanile al 37,9%, non trova di meglio da fare che prendersela con i cervelli in fuga.

Continua, infatti, l’esodo dei giovani, in particolare con alto grado di istruzione, che cercano al di fuori dei confini italici un futuro dignitoso. Anche perché chi rimane, in particolare se laureato, deve fare i conti con stipendi molto spesso ridicoli a fronte di una formazione eccellente. Come del resto è vero anche che non tutti i laureati che vanno via dall’Italia siano dei geni e quelli che rimangono siano poco validi.

Forse è arrivato il momento di introdurre oltre all’Invalsi un indicatore che sia in grado di quantificare la qualità della vita di un laureato che, pur lavorando, non riesce ad arrivare alla fine del mese. Non si riesce a comprendere, infatti, l’ansia da prestazione del Governo sul numero di laureati che ogni anno escono dalle università. Verrebbe da chiedere semplicemente perché. Forse esistono segreti algoritmi indecifrabili oppure, molto più semplicemente, siamo alla riprova di una classe politica che non ha la minima cognizione di cosa sia la vita reale.

E così, mentre alcuni ministri inventano fantasiosi titoli di studio, molti giovani sono costretti a nascondere le proprie lauree per non incappare nel rischio di essere esclusi in lavori assolutamente sottodimensionati rispetto alle loro competenze.

L’unico ascensore sociale funzionante è quello della politica e lo sa bene Poletti che, dopo una lunga carriera nelle segreterie dei partiti, si ritrova a dover districare un problema che è assolutamente fuori dall’agenda del suo governo.

Non si pretendono soluzioni, la fantasia non arriva a tanto, ma quanto meno un dignitoso silenzio non guasterebbe.

Librerie: cronaca di una morte annunciata nell’indifferenza generale

Verrebbe da dire, parafrasando il grande Ennio Flaiano, che la situazione è grave ma per niente seria. Così, quando l’Associazione Italiana Editori (AIE) ha presentato alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria i risultati di un’indagine sulla presenza delle librerie in Italia, nessuno è rimasto sorpreso nel constatare la drammaticità della situazione.

687 comuni con più di diecimila abitanti non ha librerie e, neanche a dirlo, la concentrazione più alta di questo dato molto poco lusinghiero si ha nelle cittadine meridionali, nelle isole e nel nordest. Dati allarmanti che sottolineano ancora una volta la fragilità del sistema editoriale italiano. Se da un lato il numero dei lettori cala con percentuali crescenti ogni anno, dall’altro aumenta il numero di proposte editoriali immesse sul mercato, ignorando le più elementari leggi della domanda e dell’offerta.

In questi giorni si stanno consumando sui media i processi mediatici con analisi, testimonianze e accuse da parte dei librai costretti molte volte a chiudere le proprie attività perché incapaci di sostenere i costi di gestione di una impresa troppo spesso antieconomica.

Tra gli indiziati numero uno ci sono gli shop online, Amazon in testa, che possono garantire prezzi più vantaggiosi ai consumatori che, senza scomodarsi dalle proprie poltrone, ricevono sulle proprie scrivanie i titoli ricercati.

L’accusa è più che legittima, ma nasconde il vero problema. Chi compra il proprio libro online è, con buona probabilità, un lettore abituale e appartiene quindi ad uno spicchio di quel 42% di Italiani che dichiara di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno. Circa 6 italiani su 10 non leggono neanche un volume in 365 giorni. Numeri da paese incivile che non sembrano destare preoccupazione se non correlati direttamente a fattori di carattere economico.

Eppure tra quei dati c’è un elemento sorprendente: la quota di lettori risulta superiore al 50% nella popolazione tra gli 11 e i 19 anni, il che lascia intuire che in moltissimi casi “non lettori” si diventa e che spetta alle agenzie formative intervenire sugli studenti perché continuino nel loro cammino virtuoso.

A questo punto però si entra in un terreno minato perché i problemi diventano molteplici e giocano un ruolo determinante gli insegnanti che in alcuni casi, per la legge dei grandi numeri, appartengono a quel 58% che non legge. Cosa accade? Che influenza hanno le imposizioni di letture? Perché i ragazzi si disaffezionano al libro?

Sono tutti interrogativi senza risposta che si intersecano con una istituzione scolastica che è sempre meno orientata verso la cultura e mira a qualcosa di diverso, a dire il vero, poco definibile. I ragazzi, dal canto loro, sono costretti a un carico eccessivo di impegni che sottraggono tempo prezioso alla loro ricerca individuale e alla lettura che, inevitabilmente, viene percepita come evasione impegnativa che può essere soppressa.

I docenti che lottano per diffondere i libri devono poi scontrarsi con la carenza endemica delle biblioteche scolastiche, con librerie che spesso contengono titoli datati con nessun appeal per i giovani lettori, e che, come riportato nell’indagine degli editori, condannano circa 3,5 milioni di studenti a convivere nelle proprie scuole con un patrimonio librario inferiore alla media o in alcuni casi del tutto assente.

D’altro canto la Buona Scuola incentiva la creazione di inutili e presto obsolete aule digitali diffondendo nei ragazzi la certezza che il libro e la conoscenza appartengano al passato. E così le librerie muoiono, la cultura langue e i grandi editori cercano, senza una vera politica editoriale, colpi sensazionalistici capaci di catturare i lettori da 1 libro all’anno comprendendo, loro sì, che la vera fascia di mercato da conquistare non è quella dei lettori forti.

‘Bentornati al Sud’: il riscatto del meridione parte da una nuova narrazione

Gli indicatori statistici non ammettono repliche: nel Meridione d’Italia si sta peggio e quindi essere Bentornati al Sud può apparire come una provocazione. Meno lavoro, minore qualità della vita ed esili possibilità di ascesa sociale. Guardando i numeri non c’è alternativa alla partenza per chiunque voglia costruirsi una vita dignitosa, ma i numeri non dicono tutto, anzi molto spesso l’interpretazione che si fa di essi, può risultare assolutamente fuorviante.

La crisi economica è stata capace di livellare verso il basso molte realtà in apparenza diversissime tra loro. E così in molti, tra gli emigrati per ragioni economiche, hanno perso il lavoro e il sogno di una vita e si sono visti costretti a ritornare nelle proprie terre d’origine portando nel proprio bagaglio competenze e conoscenze da distribuire sul territorio.

Da qui nasce il progetto di Bentornati al Sud. Un’idea, o se vogliamo una vera e propria esigenza, nata dalla mente di Marianna Pozzulo che, dopo una brillante carriera tra Bologna e Milano in realtà specializzate nelle risorse umane, ha percorso il tragitto a ritroso ritornando nella sua Puglia. La prima sensazione provata da Marianna e che accomuna tutti i ritornati è un senso di solitudine e di abbandono. Vivere per molti anni lontani da casa, volente o nolente, proietta in una dimensione diversa e ritrovarsi da adulti nei luoghi in cui si è cresciuti, con amicizie lontane, provoca inevitabilmente un senso di isolamento.

Bentornati al Sud, che prende vita nel 2011, interviene proprio su questo aspetto e si propone come una rete virtuosa che mette in contatto coloro che, dopo lunghi o brevi periodi di lontananza, sono tornati nella propria terra d’origine realizzando un magnifico puzzle in cui si incontrano i tornati e i “tantissimi” che desiderano tornare. Sì, perché quello che sembra essersi generato è un principio nuovo che non vede più il sud come un ripiego, ma come una prima scelta. Portare qui sviluppo con competenze nuove, è questa la sfida di questi giovani che stanno dando impulso a progetti con ricadute importanti dal punto di vista economico.

Il motto di Bentornati al Sud è: “Si parte, con una valigia piena di Speranza. Si torna, con un bagaglio ricco di Esperienza.” Ed è questa esperienza, fatta di vita professionale e personale, che si mette in contatto condividendo l’entusiasmo, la volontà e i sogni che accompagnano ogni ritorno.

Non una rete fine a se stessa, ma anche un supporto concreto che prende diverse forme, dall’offerta di lavoro allo scambio di conoscenze, e che si cristallizza nel comune denominatore del racconto. Racconti di vita di gente partita poco più che adolescente e tornata adulta che ogni giorno lotta per portare avanti il proprio sogno.

Bentornati al Sud continua ad ampliare la propria rete e a diffondere una narrazione diversa del Sud che è molto differente dall’immagine dolente a cui siamo abituati e che acquisisce un significato particolare che fa guardare al futuro di questa parte del Paese con maggior ottimismo. Perché il sud non è solo quello che mangia.

La saudade in salsa pugliese del progetto ‘Inchiostro di Puglia’

La saudade esiste anche nell’Italia delle multiformi migrazioni ed assume sfumature cangianti che si concretizzano in una comune nostalgia della propria terra di partenza. Chi vive lontano dalle proprie radici, nel tempo, sente la necessità di riavvicinarsi al luogo da cui è partito. Intorno a questo sentimento è nato nel 2014 un progetto innovativo che ha trasformato la saudade in racconto. Si tratta di Inchiostro di Puglia, partorito dalla mente di Michele Galgano che, emigrato dalla provincia tarantina per lavoro, ha voluto dare impulso a qualcosa che lo facesse sentire sempre a casa.

Inchiostro di Puglia è una comunità di scrittori, lettori e promotori culturali nata intorno ad un blog che partiva da una idea semplice: promuovere e far conoscere la regione costruendo una narrazione della vita, dei luoghi e delle tradizioni con gli occhi degli scrittori. In molti ci hanno creduto sin da subito contribuendo alla nascita di una “cartina sentimentale della Puglia” con racconti provenienti da tutte le province che, senza edulcoranti, hanno anche descritto le mille contraddizioni presenti ed i limiti del territorio, restituendo una narrazione onesta e lontana dagli spot della Puglia.

Dal blog alla vita reale il passo è breve e nel caso di Inchiostro di Puglia assume i contorni di una data, il 24 Aprile, e la forma della Notte di Inchiostro di Puglia. Nasce così, un evento dal basso e senza sponsorizzazioni, che ha raggiunto e oltrepassato i confini dell’Europa. L’idea prende forma dopo la pubblicazione dei dati sui lettori in Italia. La Puglia risulta essere una delle Regioni con la più bassa percentuale ed in cui le librerie spesso annaspano schiacciate dalla scarsa clientela e dai colossi digitali. Proprio da qui si vuole far partire qualcosa che narri la resistenza dei lettori e la battaglia per diffonderla con eventi focalizzati sul libro. I numeri parlano chiaro: nell’ultima edizione sono stati più di 400 gli eventi in contemporanea, svolti in dei veri e propri fortini.

Dal blog e dall’enorme successo ottenuto è nato spontaneamente nel giungo del 2015 un libro, intitolato appunto Inchiostro di Puglia ed edito da Caracò Editore, che raccoglie gli scritti di 35 autori. Un libro che ha il sapore di una sfida etica che, per volere del curatore Michele Galgano, continua a sostenere le librerie con guadagni adeguati che tagliano fuori il mercato convenzionale del libro. Sul trerrote, l’Apecar che campeggia sulla copertina del libro, ha preso posto la speranza e la voglia di fare cultura nella convinzione che solo da qui possa nascere un futuro differente. Così il progetto si è schierato apertamente a sostegno delle librerie, perché sono dei presidi culturali sempre presenti sul territorio e la loro scomparsa è un danno per l’intera comunità e, di fatti, il volume è acquistabile solo all’interno di esse o ordinabile sul sito dell’editore.

Dopo il libro, che continua il suo cammino con numeri importanti, sono venute le card di Inchiostro di Puglia con le frasi ed i modi di dire dialettali che, con simpatia, hanno spopolato sul web raggiungendo numeri da share televisivo e che sono state proiettate durante l’estate sugli schermi della metropolitana di Milano. L’ultimo traguardo raggiunto è l’approdo in Germania, con la traduzione del libro a cura dell’Università del Salento e la pubblicazione a cura di enti tedeschi.

Inchiostro di Puglia rappresenta un modello vincente incentrato sulla gratuità. Nessun soldo di mezzo ed un uso propositivo della rete e dei social sono la quintessenza di qualcosa che vuole rendere più leggera e migliore la giornata dei lettori e guardare al futuro senza rassegnazione.

Verso il Referendum del 4 dicembre tra sì, no, “ma anche”

Tra le eredità lasciateci da Walter Veltroni c’è una nuova categoria logica che sarebbe molto utile nella scheda che gli italiani si troveranno davanti domenica 4 dicembre quando dovranno esprimersi sul Referendum, il ma-anche. Può sembrare una provocazione ma, di fatti, non lo è. Una ipotesi di riforma che comprende 47 articoli della Costituzione confonderebbe chiunque ed è inevitabile che in una materia così ampia finiscano modifiche condivisibili insieme ad altre non accettabili.

Così nel dibattito sul Referendum, tra balletti di cifre su presunti risparmi, tagli del numero dei parlamentari, modifica del rapporto tra stato e regioni, minacce di derive autoritarie e show televisivi, anche l’elettore più attento continua ad avere più di qualche dubbio. Cerchiamo, a questo punto, di mettere ordine e di chiarire in maniera sintetica in due soli punti le posizioni in campo. I favorevoli all’ipotesi di riforma sostengono che occorre votare sì al Referendum perché:

  1. Si supera il bicameralismo perfetto attualmente presente in Italia che vincola l’approvazione delle leggi a due passaggi parlamentari con due Camere che hanno le stesse funzioni. Con la riforma scompare il Senato così come lo conosciamo oggi e lascerà il posto ad un nuovo organismo composto da rappresentanti degli enti locali che avranno funzioni diverse rispetto alla Camera;
  2. Si tagliano i costi della politica con la scomparsa del CNEL e delle province. La riforma prevede che i consiglieri regionali non potranno percepire un’indennità più alta di quella del sindaco del capoluogo di regione e i gruppi regionali non avranno più il finanziamento pubblico.

Chi si schiera per il no alla riforma, sostiene che:

  1. La riforma rende il sistema più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato non intaccando in maniera significativa i costi della politica e moltiplicando i procedimenti legislativi;
  2. Limita la democrazia in quanto triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari. Inoltre espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare. Il Senato, che non scompare assolutamente, viene privato della scelta dei cittadini divenendo qualcosa di informe e senza legittimazione elettorale.

In estrema sintesi queste le posizioni dei due schieramenti. Come detto, però, nel mezzo c’è la modifica di aspetti rilevanti della Costituzione il cui impatto non è quantificabile con esattezza. Ad esempio il nuovo art. 117 al comma 4 recita: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale“, che si traduce in una forte limitazione sulla determinazione delle scelte dei territori. Non è questione da poco, si pensi all’attuazione di questa norma su questioni delicate come Tap o Ilva, dove interessi economici e impatto ambientale sono molto forti. E se anche questo rientrasse nell’interesse nazionale?

Non essendoci possibilità della casella ma-anche sulla scheda, sarebbe stato preferibile spacchettare i quesiti rendendo più agevole il voto degli elettori.

Nelle ultime ore, inoltre, si continua a caricare di significati diversi la disputa elettorale mettendo in campo rottamazioni e presunte cadute del governo, ma possiamo essere certi che il 5 dicembre se dovesse vincere il sì non arriveranno le cavallette e se dovesse vincere il no non ci saranno speculazioni finanziarie e disastri economici. Sempre che la gente il 4 dicembre vada a votare, in caso contrario la sconfitta sarà sicuramente di tutti.

La lunga strada verso una vera Europa

In attesa di capire esattamente le posizioni che prenderà in politica estera ed economica la nuova amministrazione USA guidata da Donald Trump, l’Europa si ritrova a fare i conti con sé stessa e con una unione sempre più fragile dopo la Brexit, le minacce di veto italiano sul bilancio e la crescita esponenziale delle forze populiste in molti Paesi.

Di fatti questa situazione di incertezza espone le economie più fragili dell’Unione a speculazioni che possono assumere dimensioni molto significative e, se a questo si somma la minaccia di un ridimensionamento del materno abbraccio americano sulla vecchia Europa, possiamo pensare che ci apprestiamo a vivere un futuro complicato. Una situazione inedita per molti Paesi che si ritrovano, così, a dover prendere delle decisioni in autonomia che determineranno il futuro di tutti.

L’unica via percorribile è puntare tutto sull’Europa, rilanciando l’idea, già presente nel Manifesto di Ventotene, di una Europa unita e federale che superi di fatto il principio dello Stato Nazione. In altre parole costituire gli Stati Uniti d’Europa. Il primo argine a questo processo è rappresentato dalle attuali e poco credibili leadership europee che, dimostratesi eccessivamente legate alla finanza, non sembrano essere in grado  di prendere una decisione che esporrebbe molte cancellerie all’ipotesi, tutt’altro che remota, di derive populiste.

Eppure la fusione delle economie europee in un unico soggetto è l’unico modo per poter contare qualcosa su uno scacchiere internazionale strutturato in quattro blocchi: Usa, Russia, Cina ed economie emergenti che, diversamente, potranno soffocare a piacimento il vecchio continente toccando le fragilità strutturali di ogni singolo Stato.

Si provi solo ad immaginare dal punto di vista finanziario cosa possa significare la cancellazione dei singoli debiti pubblici, con la conseguente scomparsa di azioni speculative dei signori della finanza, e la creazione di un unico eurobond capace di dare garanzie senza precedenti.

Pensiamo a cosa vorrebbe dire una forma di diritto comune con regole uguali per gli europei e una Costituzione condivisa che consenta di eleggere il presidente degli Stati Uniti d’Europa con partiti sovranazionali, in grado di riscrivere le attuali strutturazioni ideologiche, e capaci di raccogliere al proprio interno cittadini che possono essere, finalmente, protagonisti reali nelle decisioni che li riguardano.

Un parlamento, un esercito, una moneta e una Costituzione unica per guardare con più serenità al futuro e poter contare fattivamente qualcosa nelle decisioni chiave che il mondo dovrà prendere da qui in avanti perché ci sono emergenze, vedi il clima, che non possono essere più procrastinate.

In una logica federale ogni singolo Stato potrà svolgere alcune funzioni di coordinamento e di politica economica, ma il cuore delle decisioni dovrà essere altrove in un vero parlamento politico capace di dettare la linea a quella che potenzialmente può rappresentare la prima economia al mondo.

Bisogna osare perché l’alternativa a tutto questo si chiama populismo e la storia ci ha insegnato che non porta a nulla di buono.

Trump: un Presidente contro

“Domani comunque sorgerà il sole”, con queste parole Barack Obama saluta il risultato a sorpresa che incorona Donald Trump 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un risultato a sorpresa, ma se vogliamo neanche troppo, che sottolinea anche al di fuori dei confini europei una inesorabile e incontenibile ascesa delle forze populiste e xenofobe che incarnano la cosiddetta pancia delle democrazie occidentali. E così, dopo quello di Orban contro i migranti, si prepara la costruzione di nuovi muri sia fisici che morali per chiudere fuori il diverso e rendersi prigionieri in casa propria.

Il verdetto americano, amarissimo per gran parte delle élite europee, sottolinea ancora una volta la crisi profonda che sta attraversando il sistema democratico moderno nato proprio negli States. Alexis de Tocqueville nel celebre saggio La democrazia in America aveva profeticamente scritto: “ […] Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. […] Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri. […] Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla.

Tocqueville scriveva in un’epoca molto lontana dalla nostra e, pur essendo cambiate le condizioni generali, troviamo il suo pensiero di grande lungimiranza. Al centro della campagna elettorale di Trump non c’era il raggiungimento di uno status superiore, ma la difesa di quello che si ha dell’American way of life percepito come qualcosa che è in pericolo a causa di un nemico esterno. Le ricette proposte sono infantili e figlie di una visione semplicistica dei processi storici banalizzati e ridotti in uno slogan.

In attesa di “rompere il tetto di cristallo” è necessario fare alcune considerazioni impopolari su quello che sta accadendo alla nostra democrazia che, come diceva Churchill è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, ma che sta mostrando in sé il germe della propria autodistruzione.

  1. La ricerca di accaparramento dell’elettore mediano, ossia di colui che si pone in maniera moderata sulle questioni e che generalmente rappresenta la fascia media della popolazione, è il preambolo della sconfitta perché questa figura, quasi mitologica, ha compreso che il rapporto costi/benefici del voto è nullo e quindi non va a votare;
  2. I programmi elettorali incentrati sull’equilibrio dei mercati non affascinano la gente che vive l’economia reale e non quella finanziaria. La crisi di plastica del 2008 ha ormai aperto un solco insanabile tra le due economie e l’elettorato tende a privilegiare nelle sue scelte chi è contro la finanza;
  3. Si è esultato per la fine delle ideologie e, in particolar modo in Europa, si sono trasformati i partiti in semplici comitati elettorali privandoli del ruolo, essenziale, di agenzia di socializzazione democratica.
  4. Nell’era della comunicazione globale i social hanno sostituito di gran lunga i tradizionali mezzi di comunicazione, cosa che sa benissimo il nostro Renzi, semplificando la narrazione di questioni molto complesse. La democrazia di domani deve essere in grado di essere credibile ben al di là di un post virale;
  5. Il reclutamento della classe dirigente è legato al capo del momento che solitamente sceglie di circondarsi di personaggi improponibili e gestibili che fanno aumentare, e di molto, la forza dei movimenti antisistema;
  6. La politica è percepita come qualcosa di distante, distaccato e superfluo. La gente vive la propria quotidianità in maniera isolata e non crede nella reale possibilità di cambiamento legato a scelte politiche.

Questi pochi punti racchiudono alcune delle criticità della nostra democrazia. Trump ha vinto non perché ha parlato alla pancia della gente ma perché ha parlato in maniera differente. Se al posto della Clinton, che incarnava il potere consolidato, ci fosse stato Sanders probabilmente oggi commenteremmo qualcosa di diverso, ma a quanto pare non è possibile cambiare.

Una democrazia credibile può parlare in maniera chiara dei problemi percepiti dall’elettorato senza cadere in contraddizioni. È il caso del fenomeno del secolo, quello migratorio, che non rappresenta assolutamente una emergenza, ma qualcosa di epocale con cui prima o poi bisognava fare i conti. È impensabile continuare a gestire il pianeta a proprio piacimento senza innescare reazioni.

Ha sicuramente ragione Obama, domani tornerà il sole, ma noi saremo ancora una volta con i paraocchi.

Buon lavoro Mr Trump.

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