‘Babylon’ di Chazelle: il facsimile delirante di ‘C’era una volta a Hollywood’ di Tarantino

E tu futuro spettatore sei massimalista o minimalista? La partita di “Babylon” di Chazelle si gioca tutta qui perché il film ha diviso la critica e dividerà il pubblico per le sue smisuratezze, dal costo di ottanta milioni di dollari alla durata di tre ore e dieci, dallo stile frenetico e survoltato al cast capeggiato da Brad Pitt e la regia firmata dal rampante Chazelle divenuto nel 2016 con “La La Land” il più giovane regista della storia degli Oscar a vincere il premio.

Che tiri aria di scontro, per fare un esempio, lo indica il dato che i voti ottenuti sui magazine specializzati oscillino da 1 a 9, ma pesa anche l’appartenenza al genere del cinema sul cinema, ovvero un repertorio sterminato, abusato, celebrato e autocelebrativo fitto di molti capolavori e molti bluff, talvolta addirittura più incisivo se utilizzato a margine, fuori contesto e finanche per traslato (vedi la sequenza finale di “The Fabelmans” con la battuta di John Ford).

Per suo conto Chazelle ha concepito il kolossal come una tavola da surf che non prevede mezze misure e consente solo di salire o scendere anche perché il periodo storico s’adatta alla perfezione ai toni prescelti. Ci ritroviamo infatti alla fine dei ruggenti anni Venti, al momento del passaggio dal muto al sonoro che trasformò Hollywood da una sorta di avamposto bohémien e decadente, rifugio di avventurieri dediti a festini e sparatorie, focolaio di scandali sessuali, ambizioni spropositate e destini miserabili –la capitale del peccato descritta dal mitico libro Hollywood Babilonia e a livello più alto da quelli di Scott Fitzgerald- in un polo industriale imponente e futuristico.

Senza un attimo di tregua a partire dal prologo, un megaparty orgiastico sorvolato dalle acrobatiche riprese con la Steadicam, estenuante full immersion nella droga e la lussuria da cui emergono i tre protagonisti: Jack (Pitt), divo bizzoso, Nellie (Robbie), concupita stellina e Manny (Calva), factotum messicano, quest’ultimi pronti a tutto pur di scalare lo showbiz. Seguirà un profluvio d’incubi e deliri in un climax di perversioni individuali e di gruppo che moltiplica le sequenze crude e grottesche dalla comparsa che s’impala su una lancia a Nellie che deve piangere a comando, dal mostruoso obeso che ingoia topi vivi al produttore depresso che ficca la testa nel water.

Per il buon peso non mancano, certo, i flash sul tema del passaggio dal cinema muto al sonoro in modo da permettere a Chazelle di fare la faccia gentile rievocando sotto pseudonimo celebrities come Thalberg, Warner, Hearst, “Fatty” Arbuckle (che si fa orinare addosso da una ragazza che poi sviene per la coca) e i super allupati Charlie Chaplin e Gary Cooper o anche le prime di “Il cantante di jazz” e con licenza poetica “Cantando sotto la pioggia” uscito nel ‘52.

Quello che peraltro ci disturba è l’atteggiamento sostanziale del regista, attratto dai baccanali per punirli, interessato ai personaggi per sacrificarli, nostalgico della vecchia Hollywood per svergognarla. Sai che novità. A questo punto potremmo straripare elencando i modelli del centone zeppo a pari merito di presunzione e di talento, ma per rispetto del lettore che giustamente detesta i riferimenti enciclopedici dei critici ne facciamo uno solo, facile e recente: “Babylon” sembra infatti il facsimile di “C’era una volta Hollywood” di Tarantino. Stessa struttura corale attorno a tre personaggi a caccia di un posto al sole, stesse star -Pitt e Robbie-, stessa ambientazione sotto il cielo della California. Ma vogliamo mettere?

 

Babylon

I migliori e i peggiori film del 2022

In proporzione ai numeri dei biglietti staccati anche nel 2022 un pugno di film belli e brutti potrebbero bastare. Per fortuna o purtroppo ci sono quelli visti in tv e qui il discorso, oltreché allargarsi a dismisura, si farebbe ingarbugliato e per di più superfluo. Infine ci sono da rispettare le categorie: prendersela con i fanti mettendoli in gara con i santi è roba da cinegrilli parlanti. Un minimo di cautela va infine usata con gli interlocutori: tirare fuori dal cilindro titoli cervellotici o invisibili ai comuni mortali è il tipico vizio degli esperti. Per l’agonia delle sale è anche loro un briciolo di colpa.

MIGLIORI. “Ennio”: Tornatore ci tramanda tutto Morricone: l’uomo, la musica, i film, l’empatia tra il regista e il compositore, l’amore degli amici e dei colleghi. Ma soprattutto prorompe dalla sapiente tessitura un amore no limits per l’arte che emoziona e commuove in ogni fotogramma

The Batman”: A partire dai fantasmagorici quindici minuti iniziali, il regista Reeves in stato di grazia riesce a coniugare il mistero con l’orrore, sino a far sì che un film di supereroi non sia più un film di supereroi bensì un’immersione nella paura e il delirio della nostra epoca implosa.

La stranezza”: Andò procede mantenendo vividi il ritmo, la riflessione e lo spasso e facendo risaltare la moderna e acquisita esigenza della fusione tra alto e basso, realismo e metafora, ispirazione e fantasia, attori e spettatori sulla ribalta e nello schermo.

Athena”: Romain Gavras ci regala all’inizio uno dei piani-sequenza più sbalorditivi e memorabili mai visti su uno schermo per poterci immergere nel corso di tutto il film nel caos incontrollabile della banlieue parigina messa a ferro e fuoco dalla guerriglia societaria.

Parigi, 13arr.”: Audiard ambienta nel quartiere di Parigi soprannominato Les Olympiades un triangolo erotico sfrenato e disperato, perfetto per restituire la precarietà della nuova gioventù nel lavoro e i sentimenti.

The Fabelmans”: Nella semi-autobiografia di Spielberg l’epicedio struggente dei passaggi dall’infanzia all’adolescenza e insieme una dichiarazione d’amore al cinema e all’enorme peso epico e simbolico che vi hanno aggiunto i maestri. Truffaut e John Ford prima di tutti.

Maigret”: Depardieu messo in grado d’integrare la propria debordante fisicità nella deriva crepuscolare del personaggio e nella strisciante depressione che conferisce ai suoi movimenti e sguardi la risonanza di un animale morente nella giungla metropolitana. A ben vedere un poliziesco di fantasmi.

Perfetta illusione”: La forma in una brillante, allusiva e maliziosa “tranche de vie” sull’eterno sfasamento degli umani tra l’illusione e la realtà interagisce con il contenuto in linea verticale, cioè facendo affiorare in scioltezza le metafore dai fatti anziché disporle sulla consunta linea etico-sociale orizzontale.

Nostalgia”: Per Martone sulle tracce del romanzo di Rea la ricerca del tempo perduto del protagonista diventa un viaggio re-iniziatico senza uscite di sicurezza napoletaniste, bensì supportato dalla capacità visionaria di illuminare i lati più arcani e infetti del labirinto metropolitano.

PEGGIORI “Il paradiso del pavone”: Lungi dall’accostarsi alle satire antiborghesi bunueliane, il film suscita l’impressione di un’immane pretensione soprattutto nei momenti top come quelli dell’outing lesbico dell’arcigna decana o delle spregevoli performance di (tutti) gli spregevoli maschi. Il colmo del grottesco si raggiunge, però, nella scena del funerale dello stolido pavone Paco fracassatosi al suolo perché ha le ali ma non sa volare. Afferrata la metafora?

Il colibrì”: “Hai letto il libro?”. “No e mi dispiace”. “Hai visto il film?”. “Sì e mi dispiace”. La trasposizione dell’Archibugi sembra l’emblema del cinema italiano più decorativo, un compendio snervante di pretensioni artistiche e iperboli melodrammatiche inanellate con un parossismo che farebbe fatica ad accreditarsi persino nei saggi di Eco sul romanzo rosa di Liala e Carolina Invernizio.

Triangle of Sadness”: Ostlund scivola senza ammortizzatori nel limbo di una satira vecchia e stantia grazie a cui si rivela al mondo che i ricchi sono cinici e il liberismo è una schifezza. Fin qui ci sono arrivati in tanti e tutti – da Bunuel a Ferreri, da Von Trier a i Monty Pyton- più incisivamente di lui; ma il problema sta nel fatto che l’overdose inficia l’allegoria grottesca. Come se il divertimento consistesse nell’umiliare personaggi indifendibili in partenza e nel richiedere al pubblico una gongolante complicità mostrandogli i più odiosi annegare nel loro vomito e la cacca.

Chiara”: La voglia matta di riportare il Duecento alle polemiche odierne, a una modernità da collettivo liceale rende impraticabile l’intento sia di cogliere la pregnanza storica degli eventi, sia di valorizzare la messinscena tra il realistico, lo ieratico e il sacrale. È proprio la premeditazione che raffredda e rende imbarazzanti i balletti in stile Figli dei Fiori o la canzone finale trendy del contemporaneo Cosmo.

 

10 Migliori e 4 peggiori film dell’anno solare 2022

L’adattamento cinematografico di Silent Hill 2 è in arrivo dal regista e dal produttore del film originale

Un nuovo film intitolato Return to Silent Hill è in arrivo dai creatori del film originale del 2006. Il film è un adattamento di Silent Hill 2 ed è attualmente in produzione.

Il cinema di nuovo al centro del progetto

Nel video caricato dalla casa di Silent Hill, Rui Naito, assistente produttore di Konami e responsabile dello sviluppo IP e cross-media di Silent Hill, ha descritto il film come il “catalizzatore” per i nuovi giochi di Silent Hill. Victor Hadida, produttore dei film originali di Silent Hill, ha contattato Konami con la proposta di realizzare un nuovo film. Questo ha fatto nascere l’esigenza di far rivivere il franchise in concomitanza con la creazione del nuovo film. La regia è affidata a Christophe Gans, che ha diretto il film originale e il classico cult Brotherhood of the Wolf.

Durante il video, Gans ha dichiarato: “Silent Hill 2 è molto più incentrato sull’horror psicologico, anche se ritroveremo le stesse creature e le stesse sequenze di terrore”. Durante l’intervista vengono mostrati pannelli di storyboard e concept art del nuovo film. Gran parte dell’arte mostrata consiste in scene del gioco. Hadida ha affermato che “c’è una chiara idea da parte di Christophe di renderlo moderno, ma anche molto fedele al videogioco… Christophe è davvero qualcuno che rispetta il lavoro che è stato fatto, ma che ha anche una sua visione”.

Il primo film di Silent Hill è stato accolto abbastanza bene, ma il suo sequel Silent Hill Revelation 3D è stato ampiamente criticato. Bloober Team sta preparando anche un remake di Silent Hill 2, oltre a un nuovo gioco intitolato Silent Hill F e al gioco crossmediale Silent Hill Ascension. Non sono stati annunciati né una data di uscita né ulteriori dettagli sul film.

Cosa si sa del remake di Silent Hill 2 – Arte applicata al videogame

Dopo mesi di speculazioni e notizie, Konami ha confermato ufficialmente il remake di Silent Hill 2 durante la presentazione del video Silent Hill Transmission. Il gioco, trasportato anche su famose slot che troviamo su casino.netbet.it, che ha aperto la presentazione con un impressionante trailer, sembra essere ricostruito dalle fondamenta pur mantenendo intatta l’essenza dell’originale del 2001.

Il trailer ci fa dare un’occhiata al nuovo James Sunderland, che si è avventurato a Silent Hill per salvare sua moglie Mary, creduta morta da tempo. Nel trailer vediamo anche alcuni elementi caratteristici della serie, come le strade piene di nebbia e alcuni nemici familiari. Tra questi, naturalmente, c’è l’iconico Pyramid Head.

Silent Hill 2 è in fase di sviluppo presso lo studio di sviluppo Bloober Team, che si è già occupato di The Medium, Blair Witch e Observer tra gli altri, ed è un’esclusiva della console PS5. È solo uno dei progetti di Silent Hill attualmente in lavorazione come accennato sopra: Silent Hill: Ascension e Silent Hill F, sono anch’essi in fase di sviluppo. Inoltre, sono in fase di realizzazione diversi oggetti speciali da collezione, tra cui un salvadanaio Inu-End per ricordare lo scherzoso finale di Silent Hill 2. La serie di Silent Hill è stata oggetto di una lunga serie di discussioni.

Silent Hill è rimasta in sospeso per circa un decennio, con l’eccezione di PT, che era stato progettato come teaser per Silent Hills prima che Hideo Kojima lasciasse Konami. È quindi in lavorazione un adattamento cinematografico di Silent Hill 2, oltre a nuovi progetti intitolati Silent Hill: Townfall e Silent Hill F per riportare in auge il prodotto.

 

Addio a Jean-Luc Godard, tra i massimi pionieri della storia del cinema

Jean-Luc Godard è il regista che, insieme agli altri componenti della Nouvelle vague – il movimento che caratterizzò la cinematografia francese sul finire degli anni Cinquanta – ha iniziato una delle rivoluzioni iconografiche più importanti del Novecento e ha cambiato per sempre non solo il modo di fare film e raccontare storie, ma anche il modo di fruirle. In un lasso di tempo relativamente breve, tra il 1960 e il 1967, Godard girò 15 pellicole attraverso cui operò una vera e propria rivoluzione, cambiando i codici stessi del linguaggio cinematografico: un’eredità dalla quale i grandi film d’autore non possono prescindere. Un esempio sono le connessioni stilistiche tra i film di Godard e quelli di Wes Anderson, di Quentin Tarantino o di Xavier Dolan, solo per citarne alcuni.

Pochi artisti viventi possono considerarsi pionieri della cosiddetta settima arte e Jean-Luc Godard è senza dubbio uno di questi. Come disse il collega italiano Bernardo Bertolucci nel 1988, presentando al pubblico del canale inglese BBC2 Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), il primo lungometraggio del regista francese uscito nelle sale nel 1960. À bout de souffle è la linea di demarcazione tra queste due epoche della storia del cinema, fu una vera e propria rivoluzione di stile, un coraggioso manifesto artistico siglato dalle generazioni successive di cineasti. Il soggetto fu scritto da François Truffaut e si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto: dopo un’estate di eccessi in Costa Azzurra insieme alla bella fidanzata americana, un giovane uccide un poliziotto per raggiungere più velocemente possibile la madre morente, ma il ragazzo viene denunciato dalla fidanzata alle autorità.

Paradossi, flussi di coscienze e di conoscenze, provocazioni contro la perdita delle immagini, la fragilità dei supporti, la difficoltà di vedere i film di ieri e il desiderio di più storie del cinema, il cinema fatto e quello pensato, nel lavorìo delle proprie interpretazioni. Godard non accetta che il cinema fissi definitivamente il passato e che ogni cosa proiettata sia irrimediabilmente accaduta, come una immagine statica di Buster Keaton o del ragazzo di Ladri di biciclette, il cinema è ancora e sempre il presente, perché l’accaduto riaccade ogni volta nella mente dello spettatore, cambia di posizione, nella sua mutabilità continua, rispetto agli eventi, vive nel tempo presente dell’ermeneutica.

Godard non ebbe paura di dichiarare la finzione cinematografica e così il cinema si emancipò dalla convenzione che voleva il pubblico come uno spettatore passivo di una storia a lui estranea rendendolo protagonista, imponendogli una presa di posizione, un pensiero. Il pubblico ha la responsabilità di ciò che viene proiettato nelle sale […] io per primo mi sento responsabile di quello che vedo”, sono queste le parole di Godard. Il cineasta ha infatti sempre rivendicato una libertà stilistica che, non solo le case di produzione, ma anche il pubblico, troppo spesso non hanno voluto e non vogliono tuttora concedere al linguaggio cinematografico. Gli attori scelti da Godard erano parte di questo progetto rivoluzionario: alcuni erano professionisti, altri furono presi dalla strada, l’importante era rendere la sceneggiatura un oggetto in continua evoluzione. Le donne furono il perno su cui ruotava la sua poetica: amate, odiate, compatite, il regista costruì le figure femminili delle sue storie. “Mi identifico più con i personaggi femminili che con quelli maschili, sin dal mio primo film”, rivelò nell’intervista a Dick Cavett. ”Le donne sono più spontanee rispetto agli uomini al giorno d’oggi […] hanno idee migliori”. Chissà se ancora oggi direbbe lo stesso.

Tra i meriti del cinema di Jean Luc Godard c’è quello di aver rappresentato la complessa realtà delle donne agli inizi degli anni Sessanta. Tramite pellicole come La donna è donna (Une femme est une femme), Questa è la mia vita (Vivre sa vie) o Due o tre cose che so di lei (2 ou 3 choses que je sais d’elle), il regista parigino ha mostrato sul grande schermo una nuova figura femminile, intenta a contrastare i retaggi della società patriarcale che avevano invece ingabbiato la generazione precedente.

 

https://thevision.com/intrattenimento/jean-luc-godard-2/

Venezia 2022. Vince il documentario “All the Beauty and the Bloodshed” di Laura Poitras

Il vincitore del Leone d’Oro alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia è il documentario, All the Beauty and the Bloodshed  della regista americana Laura Poitras.

Nel 2018, insieme all’associazione da lei fondata, PAIN (acronimo di Prescription Addiction Intervention Now), la nota fotografa Nan Goldin è protagonista di un’azione di protesta presso il MET di New York. È la prima di una serie di contestazioni plateali che puntano alla cancellazione del nome della famiglia Sackler (fondatrice e proprietaria di una delle più importanti case farmaceutiche statunitensi) dall’elenco dei nomi dei sostenitori e dalle sale o donazioni a loro intitolate. Il primo passo simbolico per denunciare le micidiali ricadute del fenomeno noto come “epidemia degli oppioidi”, il consumo massiccio e indotto di farmaci a base di ossicodone (che provocano una forte dipendenza e portano a dipendenze maggiori): cento settemila morti per overdose negli Stati Uniti solo nel 2021, con tutte le conseguenze sociali ed economiche derivanti.

Nel film arte e vita si rincorrono e si nutrono l’una dell’altra, lo sentiamo direttamente dalla voce rauca di Goldin, che riflette con lucidità sulle proprie immagini, la loro risonanza nel tempo, il loro odore, le esperienze collegate. È questo – molto oltre la denuncia dell’avidità del gruppo farmaceutico, clamorosamente scampato a processo penale, o la cronaca degli attivisti di PAIN – il solido pregio di un film stratificato e compatto: associare, tramite la forza delle immagini, il fare artistico a una presa di posizione politica. Identificare cioè nell’ipocrisia di famiglia e società le radici del suicidio di una nazione che censura, vittimizza e stigmatizza chi diventa dipendente e non chi vive del profitto di quella dipendenza.

La guerra americana in Iraq (My Country, My Country), il terrorismo islamico e Guantanamo (The Oath), Julian Assange e Wikileaks (Risk), Edward Snowden (Citizenfour): con la stessa intraprendenza e sprezzo del pericolo, per questo ultimo film di Poitras, la quale continua a scegliere contesti e individui di eccezionale resistenza e anticonformismo. Ma in All the Beauty and the Bloodshed (“tutta la bellezza e lo spargimento di sangue”, una citazione che ha a che fare con “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, il cui senso è svelato nel finale) la traccia investigativa, giornalistica, caratteristica suoi lavori precedenti, ha uno spazio meno preponderante.

I premiati

Leone d’Argento e Gran Premio della Giuria per “Saint Omer“, opera prima della regista francese Alice Diop. La storia emozionante del processo per un infanticidio commesso da una migrante disperata.

Un successo anche per l’Italia: Leone d’Argento, Premio per la Miglior Regia, a Luca Guadagnino (51 anni) per il suo film italo-americano “Bones and all“.

L’attrice australiana Cate Blanchett (53 anni) ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile nei panni di una direttrice d’orchestra in “Tár” di Todd Field.

Miglior attore, l’irlandese Colin Farrell (46 anni), per aver interpretato un uomo che ha rotto con il suo miglior amico di lunga data in “The Banshees of Inisherin” (“Gli spiriti dell’isola”) di Martin McDonagh, che ha vinto anche il premio per la Miglior Sceneggiatura.

13 minuti di applausi, per il film, durante la proiezione a Venezia.

Un film tutto irlandese, ambientato in Irlanda, con tradizioni e scontri familiari tipicamente irlandesi.

Il premio speciale della giuria – presieduta dall’attrice Julianne Moore – è stato assegnato al regista Jafar Panahi, attualmente in carcere in Iran, per il suo nuovo film “No Bears” (“Gli orsi non esistono”).

Il regista iraniano è stato condannato a luglio ad una pena detentiva di sei anni.

Il mondo del cinema, anche a Venezia, si è rivolto nuovamente al regime di Teheran, chiedendo la liberazione di Jafar Panahi.

Fonte https://www.mymovies.it/film/2022/all-the-beauty-and-the-bloodshed/

‘Autobiografia di mio padre’, l’esordio narrativo della poetessa Gloria Vocaturo

“Autobiografia di mio padre” è l’esordio nella narrativa della poetessa Gloria Vocaturo, che ha voluto offrire ai lettori un’opera emozionante in cui ricorda l’amata figura paterna e in cui allo stesso tempo omaggia la sua intera famiglia, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Il romanzo è narrato in prima persona dal padre dell’autrice, Romeo, anche se in realtà è lei stessa a donargli il fiato, le memorie e a riempire gli spazi vuoti; nonostante ciò è come se fosse proprio lui a parlare, mentre si trova in una dimensione trascendente molto vicina ai suoi cari, e anche a noi.

Le parti narrative in cui viene raccontata la storia terrena di Romeo e della sua famiglia sono intervallate da brevi istantanee, dei veri e propri soliloqui, in cui egli esprime i suoi pensieri sulla sua nuova condizione spirituale; egli avverte la mancanza dei suoi affetti ma allo stesso tempo respira un amore totalizzante, che lo riempie di pace. Dalla saggezza delle sue parole emerge la certezza che niente va perduto, che ogni cosa che si dissolve si ricrea e che i legami sinceri e puri vivono per sempre.

«Qui nulla è camuffato. Tutti si amano, c’è una felicità stabile, vergine, eterna. Qui la Storia è sempre freschissima, nessuno è nel passato. Qui non c’è la morte».

L’autrice unisce vita e morte in un unico, appassionante dialogo, che non termina mai e che si rafforza nell’amore; nell’opera l’esistenza terrena e quella spirituale si intrecciano saldamente permettendo una serena elaborazione del lutto, che non vede nel trapasso una chiusura netta e definitiva bensì un naturale proseguimento del cammino di un’anima. La morte non è quindi la negazione della vita ma è parte di essa, e in questa verità di fede si intravede tutta la potenza e la bellezza dell’esistenza.

Gloria Vocaturo invita alla riflessione profonda e sincera su ciò che per noi è il senso della vita, della famiglia e dell’amore, e ci offre un’intensa opera che diventa lo specchio attraverso cui osserviamo noi stessi, con le nostre fragilità e paure, con i nostri dubbi e dolori; in questo riflesso arriviamo alla fine a comprendere che non c’è timore, sofferenza o incertezza quando si crede nell’eternità.

 

SINOSSI DELL’OPERA. Un romanzo intimo, emozionale, emozionante. In “Autobiografia di mio padre” Gloria Vocaturo affronta i valori fondamentali della vita: la famiglia, la morte, la spiritualità. Leggendo, si respira l’eternità: i “Soliloqui” fungono da elementi connettivi tra ciò che accade, la vita, e il suo significato spirituale; rappresentano la voce interiore che, post-mortem, rimane indelebile. Il padre diviene immortale. Molto efficace, nel racconto, è la dialettica costante tra la sua presenza terrena – le sue debolezze, la sua italianissima malinconia – e la sua persistenza nell’Altrove.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE. Gloria Vocaturo, romana, vive a Napoli da venticinque anni.

Laureata in Scienze Politiche, ha all’attivo due opere poetiche: “È solo parte di me” e “Speranza”. È inoltre presente in numerose antologie. “Autobiografia di mio padre” è il suo esordio in narrativa.

 

Casa Editrice: Castelvecchi Editore

Genere: Narrativa contemporanea

Pagine: 104

 

Contatti

https://www.instagram.com/vocaturogloria/?hl=en

www.castelvecchieditore.com

 

Link di vendita online

http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/autobiografia-di-mio-padre/

‘Atom heart mother’ Il concerto-evento dei Pink Floyd Legend torna a Firenze il 29 giugno 2022 al Teatro Romano di Fiesole

Tutti i concerti del tour di Atom hanno sempre incassato il tutto esauritodagli Arcimboldi di Milano allo Sferisterio di Macerata, dal Teatro Romano di Ostia Antica a quello di Verona, dalla Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma al Teatro Colosseo di Torino.
Un grande successo dovuto alla realizzazione “unica e speciale” della celebre suite: dal 2012 i Pink Floyd Legend, infatti, sono i soli a portare in tour ATOM nella versione integrale accompagnati da Coro e Orchestra seguendo la partitura originale (e autografata) del compositore Ron Geesin con il quale i Legend hanno sottoscritto a Londra, anni fa, un sodalizio artistico.

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Al Teatro Romano di Fiesole l’ensemble di cento elementi sarà composto dalla Legend Orchestra, dal Coro Arkè e dai Cori Sesto in Canto e Animae Voces (questi ultimi diretti dal M° Edoardo Materassi), tutti diretti dal Maestro Giovanni Cernicchiaro.
Nel corso del concerto non mancheranno comunque i più grandi successi del gruppo britannico (da quelli degli esordi a quelli più recenti) che la formazione romana suonerà nella classica formazione.

Quella di Firenze è la prima data di un tour estivo anticipato dal concerto del 21 giugno alle ore 21, in occasione della Festa della Musica, che aprirà le celebrazioni ufficiali di #FUTURESIGHT #TorVergata40 nel 40° anniversario della fondazione dell’Ateneo e che sarà esclusivamente dedicato a tutta la comunità universitaria.
L’evento, ripreso con la regia di Maurizio Malabruzzi e presentato da Carlo Massarini vedrà i Legend accompagnati dai 17 elementi della Legend Orchestra diretta da Giovanni Cernicchiaro.

Il 28 luglio i Legend saranno poi in scena al Giardino Scotto di Pisa, insieme a Denys Ganio e ai ballerini della Compagnia Daniele Cipriani, con SHINE Pink Floyd Moon, l’opera rock del celebre coreografo e regista Micha van Hoecke scomparso un anno fa.

Dal 31 luglio al 22 agosto il tour continua con 4 date di Atom Heart Mother.
Il 31 luglio il gruppo si esibirà in Romania all’Anfiteatro Romano di Bucarest per poi tornare in Italia a Roma sul palco della Cavea del Parco della Musica, il 3 agosto, dove si esibiranno con una special guest d’eccezione come Ron Geesin, il compositore inglese della celeberrima suite di Atom.
Ad agosto i Pink Floyd Legend voleranno in Sicilia per la prima volta per due date: il 21 agosto all’Agrigento Live Festival al Teatro Valle dei Templi e il 22 agosto all’Anfiteatro Falcone e Borsellino di Zafferana Etnea (Catania)
Il 7 settembre sarà, invece, la volta del repertorio di The Dark Side of The Moon all’Anfiteatro Romano di Terni.
Atom tornerà il 9 settembre, dopo il sold out del 2018, al Teatro Romano di Verona e il 23 novembre al Teatro Augusteo di Napoli.

Tutti i concerti del tour si avvarranno di un incredibile nuovo disegno luci e laser e di sorprendenti effetti scenografici che, uniti alla fedeltà degli arrangiamenti, ai video dell’epoca proiettati su schermo circolare di 5 metri, agli oggetti di scena, ricreano quel senso di spettacolo totale per vivere un’indimenticabile “Floyd Experience”

PINK FLOYD LEGEND
FABIO CASTALDI – Basso, Voce, Gong
ALESSANDRO ERRICHETTI – Chitarra, Voce
EMANUELE ESPOSITO – Batteria
SIMONE TEMPORALI – Tastiere, Voce
PAOLO ANGIOI – Chitarra acustica, elettrica e 12 corde, Basso, Voce
con
MAURIZIO LEONI – Sassofono
NICOLETTA NARDI / SONIA RUSSINO / GIORGIA ZACCAGNI – Cori

e con
LEGEND CHOIR & ORCHESTRA
diretti dal M° Giovanni Cernicchiaro

PINK FLOYD LEGEND SUMMER TOUR 2022
Biglietti in vendita su www.ticketone.it – www.bookingevents.it

‘Downtown Abbey II – Una nuova era’. Spazio a un duplice intrigo

Sette anni dopo la sesta e ultima stagione –piangono ancora milioni di fan- la saga tv “Downton Abbey” prolunga il suo exploit sul grande schermo. Infatti al film di tre anni fa, impostato sui frenetici preparativi per la visita del Re e la Regina alla magnifica magione dei Crowley, segue adesso un secondo capitolo dedicato al duplice intrigo che coinvolge la più famosa (nella fiction) famiglia aristocratica inglese e la sua servitù.

La trama è ambientata alla fine degli anni Venti e la prima, eclatante novità è costituita dalla buona novella portata a Lady Violet dal notaio di famiglia: l’ineffabile contessa, che ha ereditato a sorpresa dal marchese di Montmirail una sontuosa villa nel sud della Francia, pensa subito di girarne la proprietà alla nipote Sybbie. Mentre i congiunti cercano invano di convincerla a svelare il perché del munifico regalo, magari frutto di un passato imbarazzante, la vedova francese vuole impugnare il testamento facendo sì che i Crowley piombino in massa in Costa Azzurra decisi a fare rispettare la volontà del defunto.

Scelta assai opportuna perché il cinema sta bussando alle porte di Downton Abbey, con un celebre regista pronto a girare in quell’ineguagliabile scenario il suo nuovo film muto… Si cambia, come si sarà capito, qualcosina nel ritmo e le locations affinché non cambi nulla nelle atmosfere, lo spirito, i dialoghi, la sottile vena di humour che il creatore e sceneggiatore della serie Julian Fellowes ha mantenuto così a lungo ad alto livello: come se si trattasse di un cappotto o una giacca fuori moda ma di ottima stoffa, il piacere sta nell’abitudine, nel comfort di ritrovare gli amatissimi personaggi/interpreti (a cominciare dall’indomabile Smith) e imbattersi nei nuovi

arrivati d’oltremanica. Fin qui tutto bene, però dopo avere gustato la gradevolezza del sequel, ci si può anche accorgere che al film –al contrario di quanto succedeva nella serie- manca il tempo necessario per sviluppare in profondità le svariate sotto-trame, le ellissi non sono il punto forte della nuova sceneggiatura e quasi tutte le sequenze sembrano scremate, asciugate e in fin dei conti impoverite facendo assumere ai personaggi una dimensione puramente riepilogativa (la senilità di Violet, la solitudine di Mary, le ambasce di Robert, il segreto di Cora, l’indecisione di Molesley, ecc).

Fa piacere salutare –nel corso della stessa settimana della troppo lunga cerimonia dei David (bravi registi, alcuni buoni film, qualche bluff e un solo capolavoro)- due esordi italiani che confermano la ventata d’ottimismo che –se non sulle presenze in sala- sta soffiando sulle produzioni autoctone, come Settembre della Steigerwalt, sceneggiatrice di punta della Groenlandia Film nonché compagna del suo patròn Rovere.

 

 

Downtown Abbey II – Una nuova era (Gran Bretagna)/Settembre (Italia) – Valerio Caprara – Blog ufficiale

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