Cartografia antica: Come ha plasmato imperi e rotte commerciali

Molto prima dell’avvento dei satelliti e del sistema GPS, la capacità di rappresentare lo spazio geografico su tavolette d’argilla, pergamene o seta è stata una delle armi più potenti della civiltà umana. La cartografia antica non si limitava a registrare la forma delle terre emesse, ma costituiva uno strumento fondamentale di potere politico, espansione militare e controllo economico. Tracciare i confini di un territorio e identificare i passaggi strategici significava dominarli, consentendo ai grandi imperi dell’antichità di guidare gli eserciti e aprire rotte commerciali verso mercati lontani.

Il potere dell’informazione geografica nell’antichità

Tracciare confini ed esplorare territori sconosciuti richiedeva un’analisi attenta dei rischi e una pianificazione strategica rigorosa. Quando i regnanti e i mercanti dell’antichità investivano risorse enormi per tracciare nuove vie carovaniere, cercavano certezze informative e protezione dai pericoli del viaggio – un’esigenza di sicurezza e trasparenza che si ritrova anche in chi valuta attentamente piattaforme digitali certificate e dotate di regolare licenza su un Corgi Bet, dove parametri chiari, regole certe e massima tutela dell’utente costituiscono il requisito fondamentale per un’esperienza affidabile. Nel mondo antico, la precisione di una carta geografica forniva la medesima garanzia per il successo delle spedizioni.

Le mappe dell’antichità rispondevano a tre grandi necessità strategiche:

  • Logistica Militare: Calcolare i giorni di marcia delle legioni, l’ubicazione dei pozzi d’acqua e i valichi montani strategici.
  • Tassazione e Catasto: Registrare la superficie delle terre coltivabili all’interno dell’impero per calcolare i tributi da esigere.
  • Controllo dei Commerci: Tracciare i nodi di scambio dove imporre dazi sui beni di lusso in transito.

Innovazioni cartografiche e loro impatto geopolitico

  1. La Mappa del Mondo BabTimeline (Imago Mundi): La più antica rappresentazione conosciuta del mondo conosciuto, incisa su argilla nel VI secolo a.C., rifletteva una visione cosmologica incentrata sull’Eufrate per legittimare la centralità dell’Impero Babilonese.
  2. La Geographia di Tolomeo di Alessandria: Con l’introduzione di un sistema matematico di latitudine e longitudine, Claudius Ptolemaeus rivoluzionò la rappresentazione dello spazio. I suoi calcoli servirono da guida per i geografi arabi ed europei per oltre un millennio.
  3. La Tabula Peutingeriana dell’Impero Romano: Più che una mappa topografica, era una vera carta stradale schematica pensata per i viaggiatori e l’amministrazione romana, indicante oltre 200.000 chilometri di strade con stazioni di posta, città e distanze precise.
  4. Le Mappe Cinesi su Seta della Dinastia Han: Mappe topografiche ed militari di straordinaria accuratezza scientifica usate per difendere i confini dalle incursioni dei nomadi e mettere in sicurezza i primi tratti della Via della Seta.

Il ruolo delle mappe nella nascita delle rotte mondiali

La rappresentazione grafica dello spazio ha permesso la connessione tra civiltà distanti, trasformando il commercio da locale a globale.

  • La Via della Seta: Le mappe dettagliate dei passi dell’Asia centrale hanno consentito alle carovane di scambiare seta, spezie e metalli preziosi tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo.
  • La Rotta dell’Incenso: Nel sud della Penisola Arabica, la mappatura delle oasi nel deserto ha garantito il controllo del prezioso monopolio di incenso e mirra destinati ai templi egizi e romani.
  • La Navigazione nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano: I portolani antichi e le guide marittime (come il Periplus Maris Erythraei) hanno insegnato ai navigatori a sfruttare i venti monsonici per raggiungere i mercati della Speziaria in India.

Confronto tra le tradizioni cartografiche antiche

Le diverse civiltà hanno sviluppato approcci differenti alla rappresentazione del mondo in base alle proprie esigenze di governo.

Civiltà Focus Principale della Cartografia Supporto Utilizzato Eredità Storica
Greci (Scuola Alessandrina) Matematica, astrofisica e coordinate cosmiche Papiro e pergamena Concetto di griglia geografica (latitudine/longitudine)
Romani Pratico, stradale e amministrativo Pergamena e monumenti in pietra Rete viaria integrata e mappe di itenerario per l’esercito
Cinesi (Dinastia Han/Tang) Topografia militare e idrologia di precisione Seta e carta Primo utilizzo della griglia rettangolare scalata

L’eredità dei primi geografi

La cartografia antica ha dimostrato che la conoscenza dello spazio equivale alla capacità di governarlo. Attraverso il calcolo matematico o il disegno pragmatico delle strade, i primi cartografi hanno gettato le basi per l’integrazione economica del mondo antico. Senza i loro tracciati sulla pergamena e sulla seta, le rotte commerciali non avrebbero fiorito e i grandi imperi della storia non avrebbero potuto estendere e mantenere la loro influenza geografica per secoli.

AL-TER Mostra personale di Rosario Oliva, presso la CathArt Gallery di Varese

E se la nostra immagine fosse diventata più reale di noi?

Abbiamo affidato agli schermi il nostro volto. Abbiamo imparato a costruire una versione di noi stessi, a modificarla, selezionarla, esporla. Siamo costantemente connessi e, nello stesso tempo, lontani dall’esperienza autentica dell’incontro: le relazioni passano attraverso uno schermo, mentre emozioni e fragilità vengono ricondotte a una grammatica sempre più sintetica, fatta di icone, simboli e segni. Non mostriamo semplicemente chi siamo: costruiamo l’identità che scegliamo di consegnare allo sguardo degli altri.

È qui che affiora un senso di alienazione, una distanza sottile da noi stessi. Sotto questo flusso incessante sembra allora risuonare una voce che chiede una pausa, uno spazio per tornare a ciò che siamo in maniera autentica.

È in questa zona inquieta e vulnerabile del nostro tempo che si colloca la poetica di Rosario Oliva.

Dal 19 settembre, la CathArt Gallery di Varese apre le porte ad AL-TER, la personale di Rosario Oliva, artista dalla distintiva cifra autoriale e dal percorso espositivo di respiro internazionale. La mostra, visitabile fino al 30 settembre 2026, è curata da Carla Pugliano, con intervento e testi critici di Giulia Bonetti, storica dell’arte e curatrice.

Il nucleo della mostra nasce dalla frattura tra identità e autorappresentazione, interrogando il rapporto sempre più ambiguo tra individuo e dispositivo digitale e il modo in cui questo ridefinisce le dinamiche interpersonali e la nostra esperienza dell’altro, fino a mettere in discussione la stessa percezione di sé. È questa tensione che Oliva trasferisce sulla tela, traducendola in gesto e forma. I volti affiorano attraverso sovrapposizioni, slittamenti e perdita di definizione; i lineamenti rimangono riconoscibili e, nello stesso tempo, sembrano sottrarsi. In questa oscillazione tra precisione e dissoluzione, Oliva costruisce una pittura capace di tenere insieme esperienza digitale, dimensione emotiva e fisicità della materia. Ne emerge un linguaggio sospeso tra figurazione e astrazione, nel quale rigore compositivo e impulso espressivo convivono senza risolversi l’uno nell’altro. L’attualità di questa ricerca trova un significativo riscontro nel recente approfondimento critico dedicato a Identity, opera presentata presso il Padiglione Nazionale di Grenada nell’ambito della 61ª Biennale Arte di Venezia, a cura di Daniele Radini Tedeschi. Il lavoro di Oliva è inoltre documentato nell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026, edito da Giunti, nell’edizione speciale MoMA.

Il percorso espositivo non rimane confinato all’universo dello schermo. AL-TER si apre infatti a una visione più rarefatta attraverso una serie di luoghi sospesi, nei quali il rumore della contemporaneità sembra progressivamente arretrare. Echi urbani, orizzonti dilatati e oggetti dimenticati compongono spazi mentali nei quali l’elemento umano appare soprattutto attraverso ciò che ha lasciato dietro di sé. Così, una sedia solitaria, traccia muta di ciò che non è più, si fa testimone di un’assenza irrisolta. Se nelle opere legate alla comunicazione digitale l’individuo è immerso nell’eccesso della visibilità, qui Oliva compie il movimento opposto: dirada il visibile, rallenta il tempo, lascia spazio alla quiete. A questo registro appartengono anche i lavori a carboncino, nei quali l’artista riduce il linguaggio al rapporto primario tra segno e superficie. Il nero si addensa e si rarefà; forme e tratti emergono dal bianco per poi nuovamente disperdersi. È un processo condotto per sottrazione, nel quale ciò che rimane non è tanto la rappresentazione quanto la sua traccia.

È nel dialogo tra questi tre linguaggi — la sovraesposizione dell’immagine digitale, il silenzio dei luoghi sospesi e l’essenzialità del carboncino — che AL-TER si compie. In ognuno, qualcosa si trasforma: l’identità, il luogo, lo sguardo. Dal latino alter, “l’altro”, il termine richiama il doppio, l’alter ego, l’alterità, ma anche l’alterazione e il mutamento. AL-TER supera il solo tema dei social e si apre a una riflessione più ampia sulla condizione del presente e sul nostro modo di abitarlo.

Sabato 26 settembre, alle 17:30, Rosario Oliva sarà protagonista di uno sketch live, una performance che offrirà al pubblico l’opportunità di assistere direttamente al processo creativo dell’artista.

L’intervento critico è affidato a Giulia Bonetti, pittrice, curatrice e storica dell’arte, dalla formazione interdisciplinare e dalla consolidata esperienza in ambito museale e curatoriale. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e presso l’Université Paris 8 Saint-Denis, dedicandosi inoltre al Cinema e al Teatro contemporaneo e conseguendo il titolo di Maestra mosaicista. Da oltre quindici anni lavora come guida museale ed educatrice didattica, affiancando alla pratica artistica l’attività di ricerca e critica d’arte. Ha curato due esposizioni dedicate a Rosario Oliva: DIALOGO A DUE (2023), presso la Galleria Ess&rre di Roma, e APEIRON (2025), presso la Galleria Medina di Roma. Con AL-TER torna a confrontarsi con l’artista, accompagnandone criticamente questa nuova fase.

La mostra è curata da Carla Pugliano, artista, fondatrice e direttrice artistica di CathArt Gallery e Consulente Artistica dell’Atlante dell’Arte Contemporanea, edito da Giunti. Nel 2020 ha conseguito un Master Accademico internazionale con il Maestro Roberto Ferri. Il suo percorso artistico si è affermato attraverso importanti contesti istituzionali ed espositivi, nazionali e internazionali. Attiva nell’ambito della curatela, ha sviluppato diversi progetti espositivi dedicati all’arte contemporanea, tra cui Soglie Invisibili (2026), esposizione collettiva presso il Museo Diocesano e Capitolare di Terni, in collaborazione con Start Edizioni.

 

L’artista

Rosario Oliva nasce a Napoli nel 1965. Si forma presso l’Istituto d’Arte della sua città e successivamente allo IED – Istituto Europeo di Design di Roma, dove si specializza in illustrazione. A Roma collabora con importanti agenzie pubblicitarie e case di produzione italiane ed europee. Realizza illustrazioni, storyboard, shooting board e animazioni per campagne di importanti marchi, tra cui Nissan, Alitalia e Telecom. Nel 1997 amplia la propria attività alle nuove possibilità della creatività digitale, dedicandosi all’illustrazione digitale, al fotoritocco, alla grafica tridimensionale e all’animazione. È direttore creativo e artista, prima presso Olivastudio e oggi presso Pixelheads Studio, oltre a essere docente di Digital Animation presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti. Dopo anni trascorsi nel mondo dei pixel, Oliva torna progressivamente alla pittura, recuperando il rapporto diretto con supporto, colore e gesto. Non un ritorno alla tradizione come rifugio, ma una trasformazione del proprio linguaggio, nella quale la cultura dell’immagine maturata nel digitale confluisce nella pratica pittorica. La sua sperimentazione attraversa oggi figurazione e astrazione attraverso tecniche diverse — acrilico, olio, acquerello e carboncino — mantenendo una costante tensione tra controllo e impulso, definizione e dissoluzione.

Nel 2026 Oliva è protagonista di un approfondimento con presentazione critica presso il Padiglione Nazionale di Grenada, curato da Daniele Radini Tedeschi nell’ambito della 61ª Biennale Arte di Venezia, con una sinossi dedicata a Identity. Nello stesso anno il suo linguaggio viene pubblicato nell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026, edito da Giunti, nell’edizione speciale MoMA.

Tra le esperienze espositive più significative: la personale APEIRON, presso la Galleria Medina di Roma nel 2025, e DIALOGO A DUE, presso la Galleria Ess&rre di Roma nel 2023, entrambe a cura di Giulia Bonetti; la partecipazione alla V Biennale d’Arte di Barcellona presso il MEAM – Museu Europeu d’Art Modern, oltre alle esposizioni presso il Palazzo della Cancelleria Vaticana di Roma, la Biennale della Creatività di Ferrara, il Museo Benedetto Robazza di Rocca Priora e la collettiva internazionale Orizzonti presso Palazzo Sponza a Dubrovnik.

Per saperne di più sull’artista: https://rosariooliva.com

‘L’Odissea’ di Nolan: le conseguenze della guerra, del rifiuto della xénia e degli dèi

Siamo tutti cinefili e grecisti da un mese a questa parte. L’”Odissea” di Christopher Nolan nella terza settimana dall’uscita oltre a quello mondiale ha già sbancato il botteghino nazionale e per riuscire a vederlo nel pugno di sale italiane attrezzate per il 70mm -una sorta di fratello minore dell’IMAX 70mm, il formato in cui è stato girato- è addirittura fiorente il bagarinaggio social.

Ma la notizia più eclatante è quella dell’uragano di opinioni e/o riflessioni quasi sempre con polemica incorporata che si sta abbattendo su quotidiani, riviste, web, radio e tv ben al di là delle rubriche e le sezioni deputate. Sbaglierebbe, però, chi ipotizzasse che gli storici e i critici del cinema stiano covando un ringhioso malumore e soffrendo le pene dell’inferno per la presunta e per di più smisurata invasione di campo che chiama in causa Dante e Joyce (c’è anche un “Ulysses” tutto suo).

Odissea, tra polemiche sterili e spunti di riflessione

Anzi, alla maggior parte dei chierici dell’ex arte chiave del Novecento si apre il cuore nel constatare che per una volta non sono collocati in un cantuccio del salotto buono del dibattito culturale e che tanti illustri interlocutori abbiano riposto (momentaneamente) nel cassetto la svergognata frase “non m’interessano le americanate”. Tanto più che l’ultima volta in cui un analogo fenomeno si era verificato in Italia risale all’apoteosi di “C’è ancora domani” e con tutto il rispetto per Cortellesi in questo caso ci troviamo in una dimensione artistica e industriale a distanza siderale.

Prima di addentrarci nell’analisi dell’ultimo film di Nolan, è opportuno ricordare a chi non ha ancora visto il film, a chi non vole andare a vederlo perché è convinto che sia “un’americanata woke”, e a chi lo ha visto e straparla ancora di wokismo, che le imbarazzanti interviste rilasciate da un paio di attrici del film sulla poca importanza che Omero dà alle donne nel poema, non fanno da appendice al kolossal di Nolan.

All’ignoranza di alcune attrici che, per creare hype intorno al film, cavalcano le note polemiche femministe (imbarazzanti le parole di Lupita per cui Omero non dà sufficiente spazio alle donne nel poema, dimostrando di non averlo letto o capito), fa da contraltare l’erudzione del regista britannico che, per realizzare “Odissey”, si è avvalso dello studio di storici, antropologi e archeologi di fama internazionale; un nome su tutti: Cline, lo studioso dell’età di bronzo, della sua nascista e fine.

Ciò che colpisce dei dibattti social e delle recensioni giornalistiche, sono l’ignoranza di cosa sia una trasposizione cinematografica (“Ma non è la vera Odissea!”, come se esistessa una Odissea originale e immutabile), la ridicola indignazione di chi si chiede il perché il regista non ha usato un altro titolo per il suo film (come se non bastasse “L’Odissea” di Nolan) e la discrepenza di giudizi sull’aspetto “femminista” del film. Per alcuni è un’Odissea femminista, per altri è patriarcale. Esilaranti entrambi i giudizi: le donne dell’Odissea omerica sono fondamentali, come quelle di Nolan.

Le domande intelligenti arrivano dalla Cina

Tuttavia per comprendere il cuore del film di Nolan è utile fare riferimento alla domanda di Zhong Shu, giovane studiosa e docente di filosofia politica, la quale ha rivolto a Nolan, in tour in Cina per presentare il film, una domanda quasi vertiginosa: «Se Omero fu il cantore di una civiltà in ascesa, lei è forse il cantore di una civiltà al tramonto?».

Da quella domanda è nata una conversazione molto più grande del film.

Omero, infatti, raccontò la guerra di Troia circa quattro secoli dopo l’epoca nella quale quegli avvenimenti erano stati collocati.

Ma non raccontava un passato primitivo.

Al contrario, cantava un mondo che i greci del suo tempo immaginavano più grande, più ricco e più avanzato del proprio. Quando ritrovavano le mura gigantesche degli antichi palazzi, pensavano che soltanto i Ciclopi potessero averle costruite.

Erano i resti di una civiltà scomparsa, quella dell’età del bronzo, travolta da una catastrofe così profonda che per secoli in Grecia si perse perfino l’uso della scrittura.

Nolan ha dunque guardato Omero dalla stessa distanza dalla quale Omero guardava i suoi eroi: non per ricostruire archeologicamente un passato, ma per interrogare un mondo perduto.

Odissea diventa così il racconto di una civiltà che contempla le proprie rovine e cerca di capire che cosa abbia provocato il crollo.

Ed è qui che il film incontra Oppenheimer.

A prima vista non potrebbero essere più lontani:

da una parte la bomba atomica e il Novecento, dall’altra Ulisse, gli dèi e il ritorno a Itaca.

Eppure Nolan li considera figli della medesima inquietudine. Oppenheimer raccontava l’istante in cui l’intelligenza umana aveva acquisito il potere di distruggere il mondo; Odissea osserva ciò che rimane dopo che un mondo è già stato distrutto.

Il primo mostra l’uomo davanti alla possibilità della catastrofe,

il secondo l’uomo costretto ad attraversarne le conseguenze.

Nolan lo ha detto apertamente: lavorando a Oppenheimer aveva maturato una sensibilità ossessionata dalla fine del mondo e dal collasso della civiltà, e l’ha portata con sé dentro Odissea. Il filo che unisce i due film è dunque la domanda più antica e più moderna: quanto può spingersi lontano la grandezza umana prima di trasformarsi in superbia e distruzione?

La filosofa gli ha domandato anche se avesse “cristianizzato” Omero introducendo nell’eroe il bisogno di espiazione.

Nolan ha risposto richiamando invece la xenía, la sacra ospitalità greca: rispettare lo straniero perché potrebbe nascondere un dio.

Quando questa legge di reciprocità viene infranta, come fanno i Proci nella casa di Ulisse, non si rompe soltanto una regola privata: comincia a disgregarsi l’intero ordine civile.

E il pentimento, arrivato dopo, non può cancellare quanto è accaduto.

Può forse cambiare interiormente l’uomo, ma «il danno è fatto». È questa la tragedia della superbia: le sue conseguenze nel mondo reale sono irreversibili.

Alla fine Zhong Shu gli ha chiesto che cosa fossero davvero gli dèi nel suo film: realtà, immaginazione oppure nobili menzogne necessarie a tenere unita la società?

Nolan ha risposto che, per gli uomini di quell’epoca, gli dèi non erano una questione di fede: erano la realtà stessa. Esistevano dentro gli uomini e, dagli uomini, venivano proiettati sulla natura e sul mondo.

È forse questo il Nolan che i suoi detrattori non riescono o non vogliono vedere.

Sotto lo spettacolo, l’IMAX e i grandi bilanci, c’è un autore ossessionato dal tempo, dalla memoria, dalla colpa e dalla fragilità delle civiltà. Molto acclamato da tanti, molto disprezzato da troppi, ma certamente incapace di realizzare un film che sia soltanto un film1.

La vera nemesi di Odisseo è la scoperta che nessun Nostos o ritorno a casa potrà restituirgli l’uomo che era prima della guerra, nonostante la vittoria.

I classicisti alle sardine dovrebbero criticare l’Odissea di Nolan con cognizione di causa, argomentando, non improvvisandosi custodi del ciclo troiano. Quello che ci dice Nolan è che le storie di Omero, e di Virgilio, e di tutti quelli che hanno plasmato quello che noi chiamiamo Occidente non sono un relitto polveroso spiaggiato sulle rive della globalizzazione: sono, ancora e sempre, la materia di cui siamo fatti.

Ci dice che anche una grande civiltà fa la guerra e può tramontare.

Ci dice che anche un grande uomo di guerra può crollare, pentirsi soprattutto per gli uomini che ha perduto.

Ulisse infatti è un reduce di guerra, il protagonista di “American Sniper” di Clint Eastwood, de “Il cacciatore” di Cimino, un uomo lacerato che soffre di disturbo post traumatico da stress. O vogliamo credere che le guerre antiche non lasciassero strascichi psicologici in chi le combatteva? Ulisse è l’uomo di ieri e di oggi.

Le accuse risibili di cancel culture e wokismo

Le accuse secondo cui Christopher Nolan vorrebbe “colpevolizzare l’Occidente” nascono da una lettura ideologica di alcune precise scelte di regia e di sceneggiatura.

Queste critiche arrivano principalmente da settori che interpretano l’opera classica in modo monolitico e trionfalistico, vedendo ogni elemento di decostruzione critica come un “attacco politico” alla cultura occidentale.

I detrattori sostengono la tesi della “colpevolizzazione dell’Occidente” basandosi su quattro argomenti chiave:

1. La desacralizzazione della vittoria di Troia:

Nel film, la caduta di Troia non è rappresentata come un glorioso trionfo della civiltà greca, ma come un massacro feroce, traumatico e disumano. Il celebre stratagemma del Cavallo (mostrato da Nolan quasi come un relitto sommerso, soffocante e spaventoso) viene vissuto dai soldati con senso di claustrofobia e terrore, anziché con orgoglio eroico.

2. Il peso morale e il trauma del guerriero:

L’Ulisse di Matt Damon è dipinto come un uomo tormentato dai rimorsi per le atrocità commesse in guerra. Per i critici reazionari, trasformare l’eroe per eccellenza dell’epica classica in un personaggio sopraffatto dalla colpa equivale a instillare un senso di “vergogna retroattiva” verso le radici della storia occidentale.

3. La revisione del rapporto tra “Civiltà” e “Barbarie”:

In diversi episodi del viaggio (come l’incontro con i Ciconi o la gestione della figura di Polifemo), il film evidenzia come l’arrivo dei Greci porti spesso devastazione, violenza e rottura dei patti di sacralità. L’idea che i “portatori di civiltà” si comportino da conquistatori spietati è stata letta come una critica anti-imperialista.

4. La complessità del personaggio di Elena e dei “vinti”:

Dando voce all’impatto distruttivo della guerra sulle sue vittime (rappresentate da personaggi come Elena di Troia, interpretata da Lupita Nyong’o), Nolan sposta il focus dalle imprese dei vincitori al dolore dei vinti.

Un’analisi intellettualmente onesta del film (e del testo omerico stesso) dimostra che Nolan non sta affatto “condannando l’Occidente”, ma sta facendo esattamente ciò che il grande cinema e la letteratura classica hanno sempre fatto: esplorare la natura umana senza retorica.

La colpa e il trauma inoltre sono già presenti in Omero.

L’idea che il poema originale sia un’inno trionfale privo di dubbi morali è una falsificazione storica.

Già nell’Iliade e nell’Odissea, la guerra è definita ”dolorosa”, “distruttiva” e causa di lutti infiniti per entrambe le parti.

Quando Ulisse ascolta l’aedo Demodoco cantare la presa di Troia (Odissea, Libro VIII), scoppia in un pianto dirotto, paragonato da Omero al pianto di una donna che vede il marito morire in patria e viene trascinata via in schiavitù.

Nolan non ha inventato il rimpianto di Ulisse: ha semplicemente tradotto in immagini cinematografiche la profonda sensibilità tragica dell’antica Grecia. Prima di lui, già Bava aveva presentato un Ulisse sensibile e tormentato nel bellissimo sceneggiato per la RAI.

Condannare la guerra peraltro, non significa condannare una civiltà: mostrare la brutalità del conflitto e l’orrore delle macerie non è un attacco all’Occidente, ma una riflessione sulla condizione umana universale. Come già fatto in Dunkirk e Oppenheimer, Nolan è interessato alle conseguenze psicologiche ed etiche che le grandi decisioni e i grandi conflitti hanno sull’individuo. Esaminare le ferite della guerra non significa “colpevolizzare”, ma riconoscere il prezzo della storia.

Se il film volesse davvero “distruggere” la cultura occidentale, non celebrerebbe con tanta forza i suoi valori morali più alti, che nel film emergono chiaramente:

Il già menzionato Nostos (il ritorno): Il viaggio di Ulisse è il trionfo della perseveranza umana contro il caos del destino.

La Xenia (l’ospitalità e la civiltà): La condanna del film verso la barbarie si scaglia sia contro i mostri sia contro l’arroganza dei Proci, riaffermando che il vero valore della civiltà sta nella legge, nel rispetto dell’altro e nel ripristino della giustizia.

La famiglia e l’amore coniugale: L’unione indissolubile tra Ulisse e Penelope rimane il cuore emotivo dell’opera, simbolo di fedeltà e speranza.

La forza della cultura occidentale sta proprio nella sua capacità di mettersi in discussione, di interrogarsi e di evolversi attraverso la rilettura dei suoi miti. Un’opera d’arte che si limita ad agiografia e propaganda sarebbe morta; Nolan dimostra la straordinaria attualità di Omero proprio trattandolo come una tragedia viva, complessa e drammaticamente umana.

Se le polemiche online si sono concentrate sulle scelte di casting (è ovvio che ad Hollywood vi sono delle pressioni anche in vista per le candidature agli Oscar) o su dettagli di costume, la regia di Nolan, che ha saputo sfruttare un cast probabilmente in parte imposto dalla produzione), rivela un’operazione filosofica ed esistenziale molto più profonda e complessa: un’indagine drammatica sulla *crisi dell’uomo contemporane, rimasto schiacciato dal vuoto trascendente e dall’ossessione per il proprio trauma.

Nolan non divide il mondo tra “buoni” e “cattivi” secondo le categorie contemporanee, né usa il mito omerico per impartire lezioni di virtù civica.

L’Ulisse di Nolan non viene riadattato per compiacere sensibilità moderne; viene spogliato della sua aura mitica per far emergere l’orrore reale della guerra e della disumanizzazione.

Le scelte visive e distributive servono da innesco per far risaltare il vero stravolgimento nolaniano: la trasformazione dell’epica classica in un dramma psicologico ed esistenziale.

Elena nera rappresenta acutamente il continente più desiderato, non solo dall’Occidente, depredato, sfruttato. Non a caso la Elena di Nolan è una pasionaria, arrabbiata, volitiva.

Il silenzio degli Dei: come ci siamo ridotti “senza Dio”

Nel poema di Omero, le divinità sono presenze costanti: intervengono, guidano, puniscono e giustificano le azioni umane, offrendo una cornice oggettiva al senso del destino e del mondo. Nolan ribalta completamente questo impianto:

Nel film, gli dei sono svuotati della loro presenza fisica e drammatica. Diventano ombre, echi di un’era tramontata o manifestazioni interiori dell’uomo (come un’Atena che agisce quasi come voce della coscienza).

Spogliando il racconto della dimensione divina oggettiva, Nolan mette in scena il dramma del mondo secolarizzato:

1. L’assenza di un’Assoluto: Senza gli dei a guidare o giustificare gli eventi, la realtà perde il suo ordine cosmico e si riduce a causa ed effetto meccanico.

2. La perdita di redenzione: Senza il trascendente non esiste più grazia né perdono esterno. L’uomo è tragicamente solo di fronte al male che ha compiuto o subito.

3 Il peso dell’inganno: La conquista di Troia non è celebrata come un trionfo eroico, ma mostrata come un massacro disumano originato dal dolo (il Cavallo). Ulisse non torna a casa da vincitore, ma da uomo tormentato dal senso di colpa per le atrocità commesse e per i compagni perduti.

La condanna all’esilio interiore: Privato di una giustificazione superiore (la “volontà degli dei”), il guerriero risponde solo alla propria coscienza. L’Odissea cessa di essere una gloria e diventa una punizione auto-inflitta, un viaggio in cui l’eroe continua a colpevolizzarsi senza riuscire a trovare assoluzione.

La parola e l’algoritmo: l’evoluzione della narrazione nel XXI secolo

La parola e l’algoritmo: l’evoluzione della narrazione nel XXI secolo

Il Novecento ci ha lasciato in eredità il compito di decifrare la complessità, di dare un ordine al caos attraverso il potere della parola. Da Joyce a Calvino, la letteratura ha esplorato le possibilità infinite della struttura narrativa, insegnandoci che ogni testo è, in ultima analisi, un labirinto costruito con cura.

Oggi, in un’epoca dominata dalla rapidità del flusso digitale, ci interroghiamo su quanto sia cambiato il nostro modo di leggere, di interpretare e, soprattutto, di interagire con il mondo. Non siamo più spettatori passivi di una pagina che resta ferma nel tempo; siamo diventati parte di un’architettura in continua mutazione, dove la narrazione si adatta costantemente al mezzo che la trasmette.

L’estetica della precisione digitale

Questa metamorfosi non riguarda solo la letteratura in senso stretto, ma tocca l’intero sistema dei nostri linguaggi. Quando ci interfacciamo con le nuove tecnologie, non stiamo solo compiendo un atto tecnico, ma stiamo partecipando a una nuova forma di scrittura, fatta di icone, di percorsi logici e di gerarchie visive che cercano, spesso con successo, di mimare la chiarezza di una pagina ben composta.

In questa ricerca di equilibrio tra contenuto e forma, alcuni portali web sono riusciti a elevare il design delle proprie interfacce a una vera e propria estetica della consultazione. Pensiamo, per esempio, all’architettura informativa di NetBet.it, che riesce a declinare una grande mole di dati in un ambiente di navigazione estremamente pulito e coerente; qui, la precisione del linguaggio grafico diventa il presupposto necessario per una fruizione serena, trasformando l’atto della consultazione in un’esperienza ordinata, quasi come se fossimo di fronte a un indice ben redatto che ci guida senza ambiguità attraverso i contenuti.

Il lettore contemporaneo tra carta e pixel

Il lettore di oggi non è che il discendente diretto di quello che analizzava il flusso di coscienza nel secolo scorso. La differenza risiede nella velocità: il Novecento ci ha dato il tempo per la riflessione, il XXI secolo ci impone la rapidità della comprensione. Eppure, il desiderio di fondo resta identico: trovare un ordine capace di sostenerci.

La tecnologia, quando è progettata con intelligenza, non cancella questa necessità, ma la supporta. Saper distinguere tra un ambiente digitale approssimativo e uno progettato con rigore è una competenza fondamentale per chiunque voglia continuare a vivere la cultura con consapevolezza, senza farsi sopraffare dal rumore di fondo che la rete, spesso, genera.

Verso un nuovo umanesimo tecnologico

Non dobbiamo temere questo passaggio alla dimensione digitale. La letteratura stessa, nelle sue forme più sperimentali, ha sempre anticipato il bisogno di interattività, il desiderio di uno spettatore che diventi co-autore. Se oggi navighiamo su portali che rispondono ai nostri comandi con estrema reattività, stiamo solo realizzando, su scala tecnologica, ciò che gli avanguardisti avevano solo potuto immaginare.

La sfida, per chi ama la cultura, è quella di restare vigili, di non farsi sedurre dall’automatismo fine a se stesso. L’umanesimo, in fondo, consiste proprio nel saper dare un senso ai mezzi che utilizziamo, non nel lasciarci guidare passivamente da essi.

La continuità della ricerca

In conclusione, la nostra ricerca di significato non si ferma davanti allo schermo di un computer. Anzi, forse è proprio lì che essa si rigenera, cercando nuove forme espressive. La qualità del design, la cura nella scelta dei termini, l’attenzione per la struttura: sono questi gli elementi che continuano a fare la differenza tra il valore e l’effimero.

Che si tratti di un saggio letterario o di un’infrastruttura digitale, ciò che conta è l’intenzione dietro l’opera, la volontà di creare un ponte tra l’idea e chi la riceve. Continueremo a riflettere su queste trasformazioni, con la certezza che, finché ci sarà la volontà di ordinare il pensiero, la tecnologia non sarà che un nuovo, affascinante palcoscenico su cui mettere in scena la nostra infinita voglia di comprendere il mondo.

 

Anzio: grande successo per la masterclass del maestro Caiazzo e il suo progetto discografico

Una giornata intensa di formazione, confronto e nuove opportunità ha caratterizzato la Masterclass di Canto del Maestro Carmine Caiazzo, svoltasi sabato 27 giugno presso la sala “My Stylish Place” di Anzio. L’evento, organizzato dall’Associazione culturale a promozione sociale E.T.S. “The Golden”, per conto del progetto accademico televisivo MusiCall, nelle vesti del titolare e presidente, Tarik Balsamo, in collaborazione con Mediterranea Produzioni, ha riunito cantanti emergenti, artisti e appassionati desiderosi di approfondire gli aspetti tecnici e interpretativi del canto direttamente con uno dei più autorevoli professionisti del panorama musicale internazionale.

Protagonisti della giornata sono stati Lorena Monica Lusci, Cristian Costantino, Marco Troiano, Maria Grazia Sticco, Sonia Loffredo, Sara Antonacci e Caterina Antonacci, che hanno preso parte alla masterclass confrontandosi direttamente con il Maestro in un percorso di studio, ascolto e crescita artistica. Ognuno di loro ha avuto l’opportunità di esibirsi, ricevere consigli personalizzati e approfondire le tecniche vocali e interpretative fondamentali per affrontare con maggiore consapevolezza il mondo della musica.

Ad arricchire ulteriormente l’incontro è stata la presenza del Vocal Coach cantante, cantautore professionista, talent scout e presentatore televisivo, Tarik Balsamo, dell’assistente del Maestro Claudia Barberino, tra le voci del progetto musicale “Napoli in the World”, e della regista e autrice dello stesso progetto, Cira Ciaravola, presidente dell’Associazione “5 Stars APS”. La loro partecipazione ha offerto ai presenti ulteriori spunti di riflessione sul percorso artistico e professionale, mettendo in evidenza l’importanza del lavoro di squadra che accompagna ogni produzione musicale di qualità.

Nel corso della masterclass, il Maestro Caiazzo ha condiviso la propria esperienza maturata in decenni di carriera, offrendo ai partecipanti strumenti concreti per affrontare il percorso artistico con maggiore consapevolezza. Tecnica vocale, interpretazione, presenza scenica, gestione dell’emotività e costruzione di un’identità musicale sono stati alcuni dei temi affrontati durante una giornata che ha alternato momenti teorici ed esercitazioni pratiche.

Direttore d’orchestra, compositore e produttore discografico di fama internazionale, il Maestro Carmine Caiazzo vanta prestigiose collaborazioni non solo con icone mondiali, ma anche con grandi nomi della musica italiana come Silvia Mezzanotte, Annalisa Minetti, Ronnie Jones, Gigi Finizio, Sonia Addario, Giancarlo Genisei e Sara Grimaldi, vocalist di Zucchero. Tra le collaborazioni spicca anche quella con Marica Rotondo, noto volto di Canale 5 e tra i protagonisti del progetto “Napoli in the World”. Durante l’evento, il Maestro ha ribadito la propria filosofia artistica, ricordando che il vero valore della musica risiede nel perfetto equilibrio tra rigore tecnico, emozione e autenticità interpretativa.

Tra i momenti più significativi della giornata spicca la proposta rivolta al partecipante Marco Troiano, al quale il Maestro Carmine Caiazzo ha offerto l’opportunità di produrre un brano inedito scritto dallo stesso Maestro. Un riconoscimento importante, nato dalla qualità artistica dimostrata durante la masterclass e dalla sensibilità interpretativa espressa nel corso dell’incontro. Le sorprese, però, non si sono fermate qui. Per il talento, l’impegno e la sensibilità artistica dimostrati durante la giornata sono stati premiati anche Cristian Costantino e Maria Grazia Sticco, ai quali è stata offerta l’opportunità di esibirsi come ospiti speciali in una delle prossime tappe del progetto “Napoli in the World”, accompagnati dall’Orchestra Ritmico Filarmonica Mediterranea, diretta dallo stesso Maestro Carmine Caiazzo. Un’esperienza di prestigio che consentirà ai due artisti di condividere il palcoscenico con professionisti del settore e di vivere un’importante occasione di crescita artistica e professionale.

La realizzazione del progetto discografico sarà curata da “Mediterranea Produzioni”, che seguirà tutte le fasi della produzione del brano, trasformando questa opportunità in un concreto percorso di crescita professionale. Un’iniziativa che conferma la mission della casa di produzione: investire sui talenti emergenti offrendo occasioni reali per entrare nel mondo della musica con il supporto di professionisti qualificati.

L’attenzione verso verso l’arte di tutte le età e verso il talento, soprattutto dei giovani, rappresenta infatti uno dei pilastri dall’attività di Tarik Balsamo e del suo progetto MusiCall, ma soprattutto anche di quelle del Maestro Carmine Caiazzo, da sempre impegnato nella valorizzazione di nuove voci e nuovi interpreti attraverso percorsi formativi e produzioni discografiche. Durante la masterclass è stato più volte evidenziato come talento, disciplina, studio e determinazione siano gli elementi fondamentali per costruire una carriera artistica credibile e duratura.

Oltre al focus sul canto contemporaneo, l’incontro ha toccato vette culturali importanti grazie al racconto di progetti internazionali come “Napoli in the World”. L’iniziativa, guidata dal Maestro e firmata dalla regia di Cira Ciaravola, reinterpreta la canzone classica napoletana (patrimonio UNESCO) attraverso arrangiamenti innovativi pop-rock sinfonico fusion, pensati proprio per avvicinare  le nuove generazioni a un patrimonio culturale di straordinario valore.

L’elevata partecipazione e il coinvolgimento degli artisti presenti hanno confermato il successo dell’iniziativa, trasformando la masterclass non solo in un momento di formazione, ma anche in un’occasione concreta di incontro tra esperienza, talento e nuove prospettive professionali.

L’opportunità offerta a Marco Troiano, Cristian Costantino e Maria Grazia Sticco rappresenta il risultato più significativo di una giornata che ha dimostrato come la formazione possa tradursi in occasioni reali per il futuro artistico, confermano l’impegno di Tarik Balsamo, del suo progetto “MusiCall” e del maestro Carmine Caiazzo e di “Mediterranea Produzioni” nella scoperta e nella valorizzazione dei nuovi protagonisti della musica italiana.

“Chissà..” la ballata di Ernesto Bassignano che è un canto della speranza

Le note più autentiche non cercano un rifugio nell’anima di chi ascolta. “Chissà..” si presenta proprio così, delicata, intensa e destinata a restare. II nuovo singolo di Ernesto Bassignano, appartiene a questa seconda categoria, è una ballata intensa e delicata che sceglie la via della dolcezza per raccontare la malinconia, trasformando la fragilità in una forma autentica di resistenza emotiva. Definita da qualcuno come “una musica dolce per una canzone triste”, l’opera si muove con eleganza tra memoria e speranza, regalando all’ascoltatore una melodia sospesa, quasi impalpabile, che accompagna parole capaci di toccare corde profonde. È il racconto di un’umanità ferita che continua, nonostante tutto, a cercare la pace e a credere nell’amore come ultimo rifugio.

In un’epoca segnata da guerre, distanze e sofferenze che sembrano consumarsi davanti ai nostri occhi senza più confini, “Chissà..” diventa una dichiarazione d’affetto verso il mondo, un invito a non smettere di provare compassione. Il testo affronta con sincerità il peso del presente, parlando di sangue versato, di silenzi e di un dolore collettivo che attraversa i continenti, ma lo fa con il linguaggio universale della poesia. La tradizione della grande scuola cantautorale romana incontra arrangiamenti raffinati, costruendo un paesaggio sonoro intimo nel quale la voce di Ernesto Bassignano si intreccia con il pianoforte di Edoardo Petretti e con il violoncello di Giovanna Famulari, due collaboratori storici che contribuiscono a rendere il brano una piccola opera di rara sensibilità. Le note sembrano rincorrere i ricordi, mentre le parole si fanno confessione e carezza, parlando a chi ha ancora il coraggio di fermarsi ad ascoltare davvero. Storico protagonista del Folkstudio accanto a Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Giorgio Lo Cascio, Ernesto Bassignano continua a raccogliere le emozioni della strada trasformandole in canzoni che custodiscono uno straordinario valore umano e civile. Con “Chissà..” conferma ancora una volta la sua capacità di unire impegno sociale e delicatezza poetica, dimostrando come la canzone d’autore possa ancora raccontare il nostro tempo senza rinunciare alla bellezza.

Lo stesso artista presenta il nuovo lavoro con la schiettezza che lo contraddistingue: “Nonostante stia finanziariamente tranquillo rispetto a tanti colleghi che, di questi tempi, sono costretti ad accettare posti e cachet avvilenti (grazie a Dio sono un pensionato Rai), ormai mi muovo sempre meno e ho sempre meno intenzione di spendere grandi cifre per realizzare un album nuovo. Come forse saprete, i miei ultimi cinque lavori sono stati molto apprezzati dalla critica ma, nonostante ciò, hanno contato poco o nulla per farmi salire nella classifica dei cantautori d’autore di indole poetica. Oggi, infatti, il momento per noi poeti civili in musica non è certo dei più fertili. Ed è così che, a tre anni da SIAMO IL NOSTRO TEMPO, premiato sul Corrierone con un bel 9 dal giornalista e critico musicale Mario Luzzato Fegiz, ho pensato, pur senza avvilirmi né lasciare il campo, di accontentarmi di pubblicare un singolo ogni tanto, quando mi prendono l’uzzolo e l’ispirazione. Ed eccomi qua con il mio nuovo “CHISSÀ..”, del quale davvero si dice un gran bene, forse più del solito, un brano sulla pace che tutti attendiamo, dopo un Covid e quattro anni di guerre crudelissime che ci hanno prosciugato occhi e cuore. I miei complici sono sempre i due grandissimi maestri Edoardo Petretti, arrangiatore e pianista, e Giovanna Famulari, con il suo magico violoncello. Ecco tutto. Fatemi sapere che ne pensate. Ad maiora, e speriamo in tempi culturalmente, politicamente e musicalmente davvero migliori.”                                                                                 Le sue parole raccontano il desiderio di continuare a creare senza inseguire classifiche o mode, affidandosi soltanto all’ispirazione e alla necessità di dare voce ai sentimenti. In questo senso “Chissà..” è una lettera aperta alla pace, una dedica romantica alla speranza e alla capacità dell’uomo di continuare ad amare anche quando il mondo sembra aver dimenticato come si fa. Con la leggerezza di una nuvola e la profondità di un abbraccio inatteso, Ernesto Bassignano consegna al pubblico una canzone destinata a lasciare il segno, ricordandoci che le melodie più dolci sono spesso quelle nate dalle ferite più profonde e che, proprio nel tempo del disincanto, la poesia può ancora diventare il luogo dove il cuore ritrova la propria casa.

L’autore

Ernesto Bassignano Nasce a Roma il 4 aprile del 1946. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma, conosce Gian Maria Volontè e per tre anni fa, con il suo gruppo il “Teatro di Strada”, o di provocazione politica. Nel 1969 arriva anche al Folkstudio (lo storico locale nel cuore di Roma) e fonda con Giorgio Lo Cascio, Antonello Venditti e Francesco De Gregori “I giovani del folk”. Lavora per la direzione del Pci e comincia una serie infinita di Feste de l’Unità, campagne elettorali e ogni altro tipo di spettacolo politico in tutto il Paese. Nel 1979 entra nella redazione spettacoli de “Il paese sera” e fa il critico musicale fino all’89, anno della chiusura del giornale. Pubblica alcuni libri tra cui “Canzoni, pennelli, bandiere e supplì” nel 2016 con Les Flaneurs Edizioni (che poi è il riassunto delle sue infinite esperienze culturali) e “MI PARE IERI!” nel 2025 (Edizioni Minerva). Lavora per Radio Rai sino a che viene assunto al Gr1 nel 1991. Su Rai Radio 1, dal 1999 al 2011, ha presentato, insieme al giornalista sportivo Ezio Luzzi, la trasmissione di satira sociale “Ho perso il trend”. Dal 19 settembre 2011 Ernesto Bassignano conduce su Radio Città Futura la trasmissione “Radio Bax, nel paese degli struzzi” e, nella stagione 2012-2013, la trasmissione “Rodeo” insieme con Pierluigi “Piji” Siciliani. Oggi è in pensione, ma non hai mai dimenticato l’amata chitarra e di incidere un disco ogni tanto.

Daria Kryukova: “Sogno una Russia che sia davvero una federazione, con regioni autonome, non satelliti del Cremlino”

L’attivista russa Daria Kryukova è nata e cresciuta a Dubna, città scientifica nella regione di Mosca, dove ha conseguito la laurea in sociologia, per poi costruire una carriera come product manager nel settore IT.

L’Italia l’aveva già nel cuore prima di arrivarci: ci era tornata molte volte come turista, attratta dalla cultura, dalla lingua, dalle persone. Nel 2022 si è trasferita qui definitivamente. Ha conseguito una laurea magistrale in Business Administration all’Università di Bologna e oggi vive e lavora a Milano.

Nel tempo libero ama viaggiare, fare trekking e hiking, andare in palestra, pedalare e guardare serie tv di qualità. Parla tre lingue — e conta di non fermarsi qui. Considera la libertà il valore più importante della vita — e la conoscenza delle lingue la ricchezza più grande che si possa avere.

Daria è molta attiva sui social che usa per informare sulla reale condizione di vita dei russi.

 

  1. Quando sei scappata dalla Russia per venire in Italia?

Sono partita dalla Russia il 7 marzo 2022 e sono arrivata in Italia l’8 marzo — Festa della donna, una data che non dimenticherò. All’inizio di marzo erano entrate in vigore le leggi sulla censura militare, e qualcuno mi aveva già denunciata alle autorità. Ho deciso di non aspettare.

Sono arrivata con venti euro in tasca — non perché fossi povera: in Russia avevo un buon lavoro nel settore IT e una vita stabile. Il problema era che le carte Visa e Mastercard russe avevano smesso di funzionare all’estero da un giorno all’altro. Cambiare i rubli in euro era impossibile: nelle prime settimane di guerra i russi avevano svuotato tutti i cambiavalute nel panico, e fisicamente non c’erano più euro disponibili. Ho racimolato quello che avevo.

C’è qualcosa di simbolico in quei venti euro. La guerra e le sanzioni hanno colpito simultaneamente — i cittadini russi comuni da un lato, e dall’altro le stesse persone che quella guerra non la volevano. Non ero una vittima del sistema occidentale: ero una vittima del mio stesso governo, rimasta intrappolata nelle conseguenze di decisioni che non avevo mai condiviso.

I primi tempi ho vissuto da amici straordinari — russi che avevano aperto la loro grande casa fuori Roma ai rifugiati ucraini, e anche a me. Poi ho fatto domanda all’università e mi sono trasferita a Rimini.

 

  1. Come hai reagito quando hai constatato che anche qui in Italia ci sono molti fan di Putin?

È stato uno shock, e in un certo senso lo è ancora. Quando sento qualcuno che, sapendo che sono russa, mi dice che Putin è un grande leader e che la Russia è una grande potenza — non so ancora bene come reagire. L’ho notato già nei primissimi giorni di guerra; col tempo i sostenitori di Putin hanno smesso persino di nascondersi.

Lo spiego con tre dinamiche. La prima è storica: italiani e russi si sono sempre sentiti vicini. In Russia, fin dai tempi sovietici, il cinema e la musica italiana fanno parte dell’immaginario collettivo. E gli italiani ricambiano — per ragioni culturali, turistiche, e qualcosa di più difficile da definire. L’ho vissuto sulla mia pelle: anche alla questura, nella primavera del 2022, vedendo il mio passaporto russo mi hanno trattata con gentilezza e simpatia. Altrove molti russi cercavano di nascondere le proprie origini per evitare ostilità. In Italia no. Ma questa stessa apertura ha un rovescio: si tende a confondere Putin con la Russia.

Ed è importante capire che questa confusione non è accidentale. È il risultato di decenni di lavoro deliberato del Cremlino. Putin ha costruito sistematicamente l’equazione: io sono la Russia, la Russia sono io. Criticare Putin significa — nella logica di questa narrativa — odiare la Russia e i russi. È una trappola retorica, e molti in buona fede ci cadono.

La seconda dinamica è la propaganda. Pochi paesi in Europa hanno permesso alla propaganda russa — incluso RT — di operare così iberamente, sia prima che dopo l’invasione.

La terza è ideologica: in Italia c’è una forte tradizione anti-americana e anti-NATO, e una parte della sinistra nutre ancora nostalgia per l’URSS. In questo contesto Putin viene percepito come un’alternativa al mainstream occidentale, paradossalmente persino come figura anti-imperialista — come se l’imperialismo fosse sinonimo esclusivo degli Stati Uniti. Ho capito una cosa: in Italia basta dire che “la Russia ha sconfitto e umiliato gli USA/NATO/UE” e il giorno dopo ti invitano in tutti i talk show come esperto.

 

 3 Qual è l’aspetto della propaganda russa più trascurato?

La propaganda russa funziona come ogni buona propaganda: prende un frammento di verità e ci costruisce attorno un edificio di menzogne. 

L’errore più comune è pensare che la propaganda russa funzioni convincendo. Non è così. Il suo obiettivo principale non è far credere qualcosa di specifico — è distruggere la capacità stessa di distinguere il vero dal falso. Quando tutto sembra propaganda, quando ogni fonte sembra di parte, le persone smettono di cercare la verità e si rifugiano in ciò che già credono. È lì che il Cremlino vince.

In questo senso, la cosa più trascurata non è un singolo messaggio, ma un’infrastruttura: quella della sfiducia sistematica. RT non esiste per informare i suoi spettatori — esiste per convincerli che non esiste informazione affidabile.

Il secondo aspetto sottovalutato riguarda i canali. La propaganda russa non raggiunge il suo pubblico in Italia attraverso i nazionalisti di destra — li raggiunge attraverso l’anti-americanismo della sinistra, attraverso un riflesso culturale profondo e legittimo che viene però strumentalizzato. È una judo ideologico: si usa la forza dell’avversario contro di lui.

C’è poi qualcosa di ancora più concreto e quasi invisibile: il reclutamento dei bambini. L’Anti-War Committee of Russia ha documentato come lo Stato russo organizzi campi estivi — anche per minori russi e stranieri — che sono in realtà strumenti di indottrinamento sistematico. Nessuno ne parla abbastanza.

E infine: la contro-narratzione occidentale ha contribuito al problema. Rispondere con “i russi sono tutti orchi, una civiltà perduta” non è analisi — è un altro tipo di propaganda. E in paesi come l’Italia, dove l’opinione pubblica è sensibile alla retorica della demonizzazione e ai russi, questo approccio non convince nessuno. Peggio: delegittima le voci russe critiche, quelle che potrebbero essere i veri alleati dell’Occidente in questa guerra.

 

4 Quali sono le maggiori difficoltà in Russia per una ragazza come te?

Prima della guerra, la difficoltà principale era l’impossibilità di partecipare alla vita politica — né come candidata, né come elettrice per chi avrei voluto. Chi governava la Russia non mi ha mai rappresentata.

L’annessione della Crimea nel 2014 fu uno shock. Ma uno shock ancora più grande fu la reazione di quasi tutte le persone che conoscevo: erano contente. Fu lì che cominciai a capire quanto fossi sola in quella visione del mondo.

La guerra ha diviso la mia vita in un prima e un dopo. Restare in Russia avrebbe significato firmare ogni giorno un compromesso con la propria coscienza. Tacere quando si vorrebbe urlare. In molti lo fanno — e li capisco. Ma per me sarebbe stato insopportabile.

Quello che voglio però sottolineare è che la mia storia non è eccezionale. È la storia di centinaia di migliaia di russi che hanno lasciato il paese nel 2022 — intellettuali, professionisti, giovani — non per opportunismo, ma per una scelta morale precisa. È una frattura generazionale che la Russia porterà con sé per decenni: il paese ha espulso, o costretto ad andarsene, esattamente le persone di cui avrebbe bisogno per ricostruirsi.

5 Come funziona il mercato del lavoro in Russia?

Prima della guerra, il mercato del lavoro russo — almeno a Mosca — assomigliava per certi versi a quello americano: dinamico, competitivo, con una mobilità reale. Sapevo che se avessi perso il lavoro, ne avrei trovato un altro in poco tempo. Quella certezza è sparita.

Dopo il febbraio 2022 il mercato ha attraversato tre fasi distinte. La prima è stata una scarsità improvvisa: circa un milione di russi sono emigrati, decine di migliaia sono andati al fronte — e continuano ad andarci. Il mercato del lavoro si è ritrovato letteralmente svuotato. Le imprese militari, inondate di commesse statali, hanno cominciato a offrire salari altissimi per attrarre manodopera, e i salari nominali sono cresciuti in tutti i settori.

Ma — ed è qui il punto cruciale — i redditi reali disponibili non sono cresciuti. Lo sappiamo da un dato semplice e brutale: la quota di spesa alimentare sul reddito delle famiglie russe è rimasta costante al 39%. Secondo la legge di Engel, quando i redditi reali aumentano, questa percentuale scende, perché le persone possono permettersi altro. Se è rimasta ferma o persino cresciuta, significa che la crescita salariale è stata interamente divorata dall’inflazione. I russi guadagnavano di più sulla carta e vivevano peggio nella realtà.

La seconda fase, nel 2025, è stata l’inversione. La domanda si è contratta, la produzione ha rallentato, e il mercato è passato da una scarsità a un eccesso di offerta. Ma in Russia questo non si manifesta nella disoccupazione ufficiale — si manifesta nel sottoccupato: settimane lavorative ridotte, orari tagliati, ferie forzate non retribuite. Lo stesso meccanismo usato durante il Covid. Secondo i dati della Banca Centrale russa, nel 2025 circa cinque milioni di lavoratori sono stati collocati in regime di occupazione parziale. Oggi, stando ai principali portali di lavoro, ci sono nove candidati per ogni posto vacante.

C’è poi una terza storia, parallela e più inquietante: la risposta dello Stato alla crisi demografica. La Russia è in una trappola demografica profonda — anni di bassa natalità, emigrazione di massa, perdite al fronte. E la risposta del governo non è investire nel capitale umano: è estrarne il più possibile, il prima possibile. Si abbassano le barriere all’ingresso nel mercato del lavoro per i minori: oggi si può assumere a quattordici anni senza il consenso dei genitori in alcuni casi, con norme ampliate sul lavoro nei weekend e nei giorni festivi. L’ombudsman per l’infanzia di Mosca ha recentemente proposto di abbassare ulteriormente l’età a dodici anni.

In parallelo, si scoraggia l’istruzione superiore: università ridotte, facoltà tagliate, rette aumentate, accesso ristretto. Il messaggio implicito è: nove anni di scuola, poi la formazione professionale, poi subito al lavoro. Per i medici è già obbligatorio un periodo di servizio assegnato dallo Stato dopo la laurea — anche per chi ha studiato a proprie spese. Si parla di estendere questo modello ad altre professioni.

Si incentivano i pensionati a restare attivi — le pensioni dei lavoratori anziani vengono ora indicizzate, cosa che prima non avveniva. E si importa manodopera, in particolare dall’India.

È la fotografia di un paese che non sta gestendo la propria economia: sta saccheggiando il proprio futuro demografico per sostenere una guerra nel presente.

6 Cosa sogni per la Russia?

Sogno una Russia libera. Non è una risposta retorica — è la risposta più concreta che esista, perché la libertà è esattamente ciò che manca e ciò attorno a cui tutto il resto dipende.

I sondaggi lo dicono da decenni: la libertà è il valore più importante per i russi. Eppure non ha mai definito il paese. C’è qualcosa di tragico in questo: una nazione che vuole la libertà e non riesce ad averla. Non perché i russi non siano capaci di democrazia — questa è una narrazione che respingo — ma perché ogni volta che si è aperto uno spazio, qualcuno lo ha chiuso.

Sogno una Russia che sia davvero una federazione — con regioni autonome, non satelliti del Cremlino. Un parlamento reale, con partiti reali. Un potere diviso e decentralizzato. Un paese dove il dissenso, la creatività, il pensiero critico non vengano puniti ma considerati una risorsa.

E sogno qualcosa di più semplice, e forse più difficile di tutto: che la Russia venga governata da persone che la amano davvero. Non che la usino, non che la temano, non che la considerino un patrimonio personale. Che la amino. Non accade da più di un secolo. È il sogno più lungo che abbiamo.

 

La Cina contro Dio. Storie e testimonianze di cristiani perseguitati

L’imponente statua di Mao Zedong, alta sei metri, domina la lunga fila di persone che si snoda nell’immensa piazza nel cuore di Pechino. Nei giorni di maggiore affluenza, la folla si snoda per quattro o cinque persone alla volta, in attesa per ore del proprio turno per entrare nella sala di marmo bianco e oro che custodisce la sua salma imbalsamata. Sul suo corpo, adagiato in una bara di cristallo trasparente, sventola una bandiera rossa con impressa la falce e il martello nell’angolo in alto.

A più di 50 anni da quando le fallimentari politiche economiche e sociali di Mao gettarono il suo paese nella povertà, nella carestia e nel caos, qualsiasi sua immagine, qualsiasi riferimento a lui, è ancora venerato. Il Pensiero di Mao Zedong, la sua versione del comunismo, costituisce ancora il fondamento della Costituzione cinese.

Né la carestia, né il caos, né i tentativi di colpo di stato riuscirono a rovesciare il regno di Mao in Cina. Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo – e di un’ideologia – elevato a uno status quasi divino?

La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso.

Appoggiata alla porta d’ingresso della casa di Grace e Bill Drexel a Washington, D.C., c’è una mazza da baseball di metallo.

“Siamo in allerta”, ha affermato Bill. Ha aperto la porta d’ingresso e ha indicato la cucina giocattolo di plastica di suo figlio in giardino. “Ha una telecamera puntata sulla strada”, ha aggiunto.

Negli ultimi sei mesi, i loro computer sono stati hackerati e strane auto si sono aggirate davanti alla loro casa. La madre di Grace, Chunli “Anna” Liu, che vive a Wheaton, Illinois, racconta di aver trovato un giorno le gomme della sua auto misteriosamente tagliate mentre era parcheggiata in garage.

Sono convinti che la responsabilità sia del governo cinese.

Il 10 ottobre 2025, la polizia cinese ha arrestato una trentina di pastori e membri di chiese cristiane in un’operazione coordinata a livello nazionale. Secondo i testimoni, gli agenti sono intervenuti nel cuore della notte, a volte strappando i giovani genitori dai loro figli, portando via anziani in manette e interrompendo temporaneamente la fornitura di energia elettrica nelle case.

Il padre di Grace, Ezra Jin, 57 anni, è stato uno degli arrestati. È il pastore principale della Chiesa di Sion, una delle più grandi chiese clandestine in Cina.

“Il governo cinese cerca di intimidire chi si esprime apertamente“, ha detto Grace, “e vuole dimostrare che non c’è un posto sicuro per te in nessun luogo del mondo, nemmeno se pensi di essere in un paese come l’America”.

Insieme ad almeno altri 17 pastori, Jin si trova in una prigione della Cina meridionale. Il clero è accusato, tra le altre cose, di diffusione illegale di informazioni online. I loro veri crimini sono stati l’aver fondato chiese clandestine, aver ospitato funzioni religiose e aver tenuto sermoni al di fuori della stretta autorità del Partito Comunista. In Cina, qualsiasi segno di deferenza verso un’autorità superiore a quella del Partito può renderti un nemico dello Stato.

Si stima che in Cina vivano circa 160 milioni di cristiani, molti dei quali praticano la propria fede in chiese clandestine.

“È una dimostrazione lampante di come lo Stato non tolleri il libero arbitrio”, ha affermato Bill. “Non tollera alcun senso di significato, autorità spirituale o morale che esuli da ciò che il Partito vuole”.

La storia di Ezra Jin non riguarda solo un uomo o una famiglia. È la storia dell’ultima repressione del governo cinese contro il cristianesimo e un agghiacciante monito su quanto il regime sia disposto a spingersi oltre per soffocare il dissenso.

“Un governo passa dall’autoritarismo al totalitarismo quando vuole infiltrarsi e controllare gli aspetti più intimi di una persona, della sua comunità, della sua famiglia“, ha detto Bill.

“Quello che stiamo vedendo ora”, ha continuato, “è un rinnovato desiderio da parte dello Stato, sotto la guida del presidente Xi, di manipolare le anime”.

Grace, incinta di otto mesi del suo terzo figlio, non è riuscita a parlare con suo padre da quando è stato incarcerato, ma da quanto ha saputo dal suo avvocato, è stato rinchiuso in una cella da solo per un periodo, dormendo su una panca di cemento senza coperte. Gli è stato negato l’accesso ai farmaci prescritti per tenere sotto controllo il diabete. La sua cella ha una finestra aperta, il che lo espone al freddo e alle intemperie. Quando la nonna di Grace è andata in prigione per portare a Jin la sua Bibbia, le autorità si sono rifiutate di consegnargliela. Ad alcuni degli avvocati che difendono i pastori incarcerati è stata sospesa la licenza dal governo.

L’unico messaggio che Grace ha ricevuto da suo padre è arrivato tramite una lettera che lui le ha fatto recapitare dal suo avvocato. “Non preoccuparti per me”, ha scritto Jin. “Credo che Dio ci stia mettendo alla prova anche questa volta… Dio non ci abbandonerà”.

Wang Yi, pastore della Chiesa dell’Alleanza della Prima Pioggia a Chengdu e critico schietto della repressione governativa contro i cristiani, fu arrestato e accusato di incitamento alla sovversione del potere statale. È tuttora in prigione.

Un mese dopo l’interrogatorio di Long, la polizia si presentò alla Chiesa di Sion a Pechino e chiese a Jin di installare telecamere per il riconoscimento facciale all’interno della navata. “È davvero inquietante”, disse Long, “proprio come nel romanzo 1984 di George Orwell, il Grande Fratello ti osserva ovunque”. Jin si rifiutò di obbedire. Il governo chiuse la chiesa.

Nel pieno di questa nuova ondata di repressione, Bill Drexel, allora venticinquenne, arrivò a Pechino dagli Stati Uniti. Ufficialmente, era lì per studiare i concetti cinesi di privacy presso la prestigiosa Università Tsinghua. In realtà, voleva indagare sulla sorveglianza statale cinese delle minoranze religiose, compresa la repressione delle chiese domestiche.

Bill incontrò un gruppo di membri della Chiesa di Sion, che nel frattempo si riunivano in piccoli gruppi per il culto in tutta la città. Seduta a poche file dietro di lui c’era Grace.

Grace lo notò subito. “Si distingueva”, disse ridendo, indicando i capelli castano-rossicci e la carnagione chiara del marito. I due iniziarono a parlare dopo la funzione e, alla fine, Bill si fece coraggio e la invitò a pranzo.

Ma stare insieme sembrava impossibile. La famiglia di Jin era considerata una minaccia per la sicurezza nazionale e le era stato vietato di lasciare il paese. Bill lasciò la Cina pochi mesi dopo il loro incontro. Innamorato, cercò di escogitare un piano per aiutare Grace a fuggire, in modo che potessero stare insieme, arrivando persino a pensare di farla imbarcare clandestinamente su una nave mercantile libica, un piano che ora ammette essere stato folle.

Ma poi, nel gennaio 2020, poco prima che la pandemia colpisse la Cina, gli agenti della polizia di frontiera permisero a Grace di imbarcarsi su un aereo diretto in Corea del Sud. Ancora oggi non sa perché il governo cinese l’abbia lasciata andare, ma Grace era sfuggita alla morsa del partito.

Suo padre non lo fece mai.

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