‘Punto e a capo’. L’esordio di Milena Melchiorre tra introspezione e canzone d’autore

“Punto a Capo” è il primo album di Milena Melchiorre, cantautrice abruzzese nata nel 2004 e originaria di Giulianova, che si affaccia con decisione e delicatezza al panorama della nuova canzone d’autore italiana. Pubblicato il 10 dicembre 2025 dall’etichetta Cinemusica Nova srls, con il contributo di Nuovo IMAIE, il disco è disponibile su tutti i principali store digitali, mentre il formato CD audio può essere richiesto direttamente attraverso il sito ufficiale: http://www.ideasuoni.com/.

Sei brani soltanto, ma sufficienti per delineare una visione artistica chiara, coerente e sorprendentemente matura. “Punto a Capo” è una dichiarazione di intenti, è fermarsi, ripartire, rimettere ordine nelle emozioni e nelle parole. In un’epoca musicale spesso dominata dalla sovrapproduzione e dalla velocità, Milena Melchiorre sceglie il gesto controcorrente dell’ascolto, dell’essenzialità e della sincerità. Le canzoni nascono come confessioni intime, senza filtri, dove la fragilità non viene nascosta ma trasformata in linguaggio artistico. Tutti i brani dell’album sono scritti, musicati e interpretati dalla stessa Milena Melchiorre, elemento che rafforza il carattere autoriale del progetto. La produzione musicale è affidata a un team di grande esperienza: gli arrangiamenti portano la firma del chitarrista romano Stefano Zaccagnini, figura di riferimento della scena musicale italiana, capace di accompagnare la voce dell’artista senza mai sovrastarla, ma valorizzandone ogni sfumatura emotiva.

Accanto a lui, un gruppo di musicisti che contribuisce in modo decisivo alla profondità sonora del disco: Alessandro Sanna al basso, Gianni Aquilino al pianoforte e alle tastiere, Pino Vecchioni alla batteria e Giovanna Famulari al violoncello. Ogni strumento trova il proprio spazio, costruendo un sound elegante, intenso e mai ridondante, in perfetto equilibrio tra cantautorato classico e sensibilità contemporanea. L’album si apre con “Guance”, brano dall’atmosfera onirica e sospesa, in cui una carezza diventa simbolo di protezione ma anche di vulnerabilità. È un inizio che invita subito l’ascoltatore a entrare in una dimensione emotiva intima, quasi sussurrata.

Con “Mare”, la scrittura si allarga verso immagini più ampie: il mare diventa metafora dell’ignoto, dell’infinito che attrae e spaventa, luogo di resa e accettazione della propria umanità. “Istanti” racconta invece una generazione giovane, sospesa tra silenzi, messaggi non inviati e playlist notturne. È una fotografia delicata del modo di amare oggi, fragile eppure autentico. “Dentro un lunedì” porta la riflessione nella quotidianità: una giornata qualunque diventa lo spazio per interrogarsi sul tempo, sulla crescita precoce e sul desiderio di rallentare. Con “Mondo defibrillatore” il ritmo accelera, restituendo la sensazione di una realtà che corre troppo in fretta, lasciando dietro di sé emozioni irrisolte e domande senza risposta.

A chiudere l’album è “Mi sono permessa”…, una canzone di resa consapevole che si trasforma in conquista: il tempo non si combatte, si vive. Oltre alla dimensione discografica, Punto a Capo vivrà anche sul palco. A partire da gennaio 2026, Milena Melchiorre sarà protagonista di numerose serate live nelle principali città del centro Italia, occasioni preziose per scoprire dal vivo la forza interpretativa e la sensibilità scenica dell’artista. Studentessa di Filosofia presso l’Università La Sapienza di RomaMilena Melchiorre porta nella sua musica una naturale inclinazione all’introspezione e all’analisi del sé. Scrive fin dall’infanzia, trovando nella parola uno strumento per dare ordine ai pensieri, e nella chitarra una compagna costante del proprio percorso creativo. Negli ultimi anni ha partecipato a eventi e festival, tra cui il Festival Mogol Battisti, dove ha presentato un brano inedito.

Punto a Capo è, a tutti gli effetti, un nuovo inizio, un album che invita ad ascoltarsi, a fermarsi e a riconoscere nella fragilità una forma di forza e di amore autentico.

 

‘Sulle ali dell’arte’, arte scienza nella mostra collettiva su Leonardo

Leonardo da Vinci incarna da sempre l’idea dell’artista totale: inventore, pittore, anatomista, architetto, visionario. Nei suoi studi sul volo, raccolti nel celebre Codice sul volo degli uccelli (1505), l’arte e la scienza si fondono nel sogno di superare la gravità, di sfidare il limite, di “camminare sulla terra guardando il cielo”. Un approccio all’arte concepito come tensione verso l’alto, desiderio di un sapere volto ad unire mano, occhio e mente. Quella stessa spinta visionaria e quella irrequietezza creativa saranno il cuore di “In Alis Artis” – “Sulle ali dell’arte”, la mostra collettiva internazionale che sarà inaugurata sabato 29 novembre 2025 al MAS Museo D’arte e Scienza di Milano. L’esposizione celebrerà l’inquietudine, la libertà e la profonda curiosità che contraddistinguono l’artista contemporaneo, oggi come nel Rinascimento.

Il codice sul volo degli uccelli è un manoscritto di Leonardo da Vinci conservato presso la Biblioteca Reale di Torino.

L’interesse per il volo si manifesta in Leonardo fin dagli anni giovanili trascorsi a Firenze, ma è dopo il suo trasferimento a Milano, intorno al 1482, che il tema comincia ad assumere in lui un’importanza particolare. L’osservazione degli uccelli lo convince che il volo non ha in sé nulla di misterioso – a differenza di quanto pensano gli scienziati dell’epoca – e che è un fenomeno puramente meccanico.
Il fatto che l’aria sia comprimibile ed eserciti quindi una resistenza in grado di sostenere un corpo, costituisce una delle intuizioni fondamentali di Leonardo, portandolo a concludere la possibilità anche per l’uomo di volare. Una delle sue più famose applicazioni di quest’intuizione è il progetto del Grande Nibbio, una macchina costruita in legno con un meccanismo ad imitazione del volo battente. Il nome dell’invenzione riprende l’animale da cui Leonardo aveva tratto ispirazione per la sua realizzazione, appunto il Nibbio.

Per volere di Leonardo da Vinci un numero di codici imprecisato venne ereditato da Francesco Melzi che nel 1523 tornò a Milano portando con sé le carte. Alla morte del Melzi i manoscritti, conservati nella villa di Vaprio d’Adda, furono affidati al figlio Orazio e successivamente presero strade diverse a causa di sottrazioni e cessioni.

Grazie a una breve cronaca lasciata da Giovanni Ambrogio Mazenta, è possibile ricostruire, anche se in modo vago, le vicende di parte dei testi. La famiglia Melzi aveva come insegnante Lelio Gavardi d’Asola, che attorno al 1587 sottrasse 13 libri di Leonardo per portarli a Firenze al granduca Francesco. Essendo però morto il granduca, il Gavardì si trasferì a Pisa insieme con Aldo Manuzio il Giovane, suo parente; qui incontrò il Mazenta, al quale lasciò i libri affinché li restituisse alla famiglia Melzi. Il Mazenta li riportò a Orazio Melzi, che però non si interessò del furto e gli donò i libri; il Mazenta li consegnò al fratello.

L’assenza di un tema imposto per le opere esposte è una precisa volontà curatoriale di restituire centralità alla voce individuale dell’artista. Come accadeva nei codici di Leonardo, dove coesistevano ingegno tecnico, sensibilità estetica e libertà immaginativa, il pensiero leonardesco diviene così per l’artista un orizzonte simbolico, invito ad un “volo” senza restrizioni.

Le opere selezionate per l’evento, tra media e tecniche differenti, abiteranno dunque questo “cielo aperto” con visioni introspettive, sociali, concettuali o formali, evidenziando quanto l’arte contemporanea sia polifonica, fluida, in divenire.

L’evento vedrà la partecipazione di artisti di varie nazionalità con opere di pittura, scultura, arte digitale, AI e fotografia.

 

DIS’ART MANTE. L’arte come resistenza poetica e disarmo interiore

Dal 18 al 30 ottobre 2025, la CathArt Gallery di Varese ospita la mostra bipersonale “DIS’ART MANTE. L’arte come resistenza poetica e disarmo interiore”, un intenso dialogo visivo tra Francesca Thermes e Cristiano Emanuele Ranghetto (C.R.E.!), a cura di Carla Pugliano.

L’inaugurazione è prevista per sabato 18 ottobre alle ore 18:00, con la partecipazione del critico e giornalista Andrea Barretta, figura di rilievo nel panorama artistico contemporaneo.

Nata da una riflessione condivisa sull’impotenza e lo smarrimento che attraversano il nostro tempo, la mostra si presenta come una dichiarazione di intenti.

“DIS’ART MANTE” nasce da una riflessione condivisa sull’impotenza e lo smarrimento che attraversano il nostro tempo. Un titolo che diventa parola-simbolo: l’arte come disarmo, come gesto empatico e rigenerante, come luogo di resistenza sensibile contro l’indifferenza e la violenza.

Nelle opere dei due artisti, la pittura si trasforma in atto di compassione e testimonianza, in un linguaggio che non cerca di cambiare il mondo ma, come ricordava Ernst Fischer, di renderlo “meno disumano”.

La mostra nasce così dall’incontro di due visioni, unite da un’urgenza comune, quella di restituire attraverso l’arte una voce al silenzio, un senso al disorientamento del nostro tempo.

Francesca Thermes, artista autodidatta con formazione in architettura e design, porta in galleria un linguaggio intimo e meditativo, costruito su fondi blu e oro attraversati da segni netti e strutture fluttuanti. Le sue opere evocano paesaggi interiori e memorie sospese, restituendo una pittura che diventa luogo di ascolto, consolazione e leggerezza.

Nel suo lavoro, materiali quotidiani e oggetti di recupero si trasformano in elementi poetici, in frammenti che respirano una nuova vita artistica. Come spiega lei stessa, “nella pittura il mio lavoro è un’esplosione, da cui nascono immagini frammentate come note”.

Di diversa matrice, ma affine nello spirito, è la ricerca di Cristiano Emanuele Ranghetto (C.R.E.!), pittore, scultore e poeta formatosi all’Accademia di Brera. Artista visionario e spirituale, Ranghetto è ideatore del Multivisionismo, uno stile che invita lo spettatore a ruotare le opere, scoprendo volti, simboli e figure mutevoli.

Per lui l’arte è “atto profetico e pedagogico”, strumento di risveglio e partecipazione: “chi osserva diventa partecipe e, in un certo senso, artista”, afferma. In mostra anche le sue sculture in terracotta corrosa, metafora delle ferite inflitte dall’uomo alla Terra, in un linguaggio che intreccia denuncia e spiritualità.

Il dialogo tra Thermes e Ranghetto diventa così un percorso di catarsi e speranza Le loro opere, pur nate da sensibilità diverse, convergono nel bisogno di restituire centralità all’umano, di trasformare il dolore in gesto poetico e la fragilità in testimonianza. In un’epoca segnata da conflitti e disuguaglianze, “DIS’ART MANTE” si offre come spazio di riconciliazione e di ascolto: un invito a riaccendere la coscienza attraverso la bellezza condivisa.

La mostra è curata da Carla Pugliano, artista di fama internazionale e fondatrice della CathArt Gallery, spazio nato a Varese per favorire il dialogo tra arte, spiritualità e contemporaneità. Pugliano, già insignita del Leone d’Oro alla Triennale di Venezia e presente alla 60ª Biennale di Venezia, dal 2026 sarà consulente artistico per l’Atlante dell’Arte Contemporanea (Giunti), destinato alla presentazione al MoMA di New York.

 

All’inaugurazione sarà presente Andrea Barretta, giornalista, scrittore e critico d’arte, recentemente curatore della mostra “Il tempo di Warhol e la Pop Art” al Museo della Stampa di Soncino. Con una carriera costellata da collaborazioni con artisti come Warhol, Baj, Rotella e Schifano, Barretta porterà un contributo critico di rilievo, arricchendo l’apertura con una riflessione sull’arte come resistenza poetica e testimonianza del presente.

L’iniziativa è sostenuta dal media partner L’ArteCheMiPiace, piattaforma dedicata alla promozione dell’arte contemporanea e alla diffusione della cultura visiva.

 

 

Je suis Charlie Kirk

Charlie Kirk è stato assassinato mentre praticava proprio l’atto che ha dato vita a questa nazione, e l’unica cosa che ne garantirà la sopravvivenza.

“Temiamo che l’assassinio di Charlie Kirk rappresenti un momento spartiacque per la libertà di espressione in questo paese”, scrivono i redattori di The Free Press.

Siamo giornalisti, il che significa che siamo abituati a raccontare eventi orribili, tra cui violenza armata, aggressioni e omicidi.

Allora perché questa volta la sensazione è diversa? Perché questa tragedia avrà sicuramente un impatto prolungato?

I necrologi di Kirk lo descrivevano invariabilmente come un attivista conservatore, un sostenitore del presidente Donald Trump e un leader nel trascinare migliaia di giovani dalla sua parte. Ed è vero.

Ma tutto ciò si basava su un valore molto semplice che lui praticava ogni giorno: la libertà di espressione. È lo stesso su cui si fonda il nostro lavoro di giornalisti. E su cui si fonda questo Paese.

Ecco perché, come ha affermato oggi il governatore dello Utah Spencer Cox, l’omicidio di Kirk è “molto più grande di un attacco a un individuo. È un attacco a tutti noi. È un attacco all’esperimento americano. È un attacco ai nostri ideali”.

Kirk è stato assassinato per questi ideali. Si trovava in quel campus universitario nello Utah – l’istituzione stessa che avrebbe dovuto essere un baluardo della libertà di coscienza e di parola – perché voleva promuovere il dibattito. Questo è proprio l’atto che ha dato vita a questa nazione, e l’unica cosa che ne garantirà la sopravvivenza.

Temiamo che il suo assassinio rappresenti un momento spartiacque per la libertà di espressione in questo Paese. Temiamo che il suo omicidio avrà un profondo effetto agghiacciante: che le persone si sottrarranno al dibattito aperto, eviteranno un dibattito onesto e rinunceranno a esporsi per paura che il dialogo con i propri concittadini possa significare ricevere un proiettile inciso.

Non dobbiamo permettere che ciò accada.

I principi che un tempo davamo per scontati in questo Paese – che il dibattito civile fosse il modo in cui gli americani appianavano le divergenze; ​​che perdere un’elezione non fosse un evento apocalittico, ma significasse semplicemente che dovevamo impegnarci di più per convincere i nostri concittadini alle elezioni successive – si sentono in pericolo in un modo che non accadeva dieci anni fa.

Ci sono molti colpevoli nell’aumento della violenza politica. Ma, tra i maggiori colpevoli ci sono le università. Allo stesso modo in cui le madrase radicalizzano i jihadisti, i campus americani sono tra i luoghi più ostili al disaccordo e al dibattito. Dove predicano “inclusione”, in realtà praticano l’esclusione, zittendo, ad esempio, gli oratori con cui non sono d’accordo. Dove promuovono la “diversità”, in realtà impongono un’uniformità di pensiero, negando la cattedra ai dissidenti.

Il fatto stesso che Kirk abbia dovuto avere guardie del corpo armate e che apparentemente indossasse un giubbotto antiproiettile è un segno di quanto la situazione fosse già degenerata.

Purtroppo sono state riportate in modo erroneo parti dei discorsi di Kirk per farlo apparire fascista e omofobo, addirittura un apologeta dello stupro! Nulla di più falso. Kirk con il suo “Prove me wrong” ha avuto la brillante idea di sfidare i progressisti a discutere semplicemente di temi che andavano dall’aborto all’immigrazione. Il suo gruppo si recava nei campus e invitava al dibattito con cartelli con la scritta “Dimostrami che sbaglio” e incoraggiava i progressisti a impegnarsi nel dialogo piuttosto che nella violenza.

La sinistra aveva un motivo particolare per odiare Kirk. I campus sono stati a lungo i bastioni della sinistra, rafforzati da facoltà che ora contano pochi, se non nessuno, conservatori o repubblicani. L’istruzione superiore è stata a lungo un incubatore di intolleranza, plasmando una generazione di fobici del linguaggio che zittiscono o attaccano chi ha opinioni opposte.

Kirk ha colpito al cuore quella base di potere. I sondaggi mostrano che la maggior parte degli studenti non si sente a suo agio a parlare dei propri valori nelle nostre università e molti conservatori nascondono le proprie opinioni per evitare ritorsioni da parte di docenti e studenti.

Kirk stava cambiando questa situazione, ma stava mostrando agli studenti che potevano essere aperti e audaci riguardo alle proprie opinioni, dicendo loro che non dovevano cedere all’ortodossia e al pensiero di gruppo.

Insomma per essere ricordato al Parlamento europeo ed essere ricordato come una brava persona, bisogna essere per forza pro covid vax (argomento ancora oggi spinoso), per il matrimonio egualitario omosessuale, per l’utero in affitto, pro-aborto, contro le armi tour court (vedesi discorso Kamala Harris in campagna elettore sulle armi), pro teoria gender che non ha alcun fondamento scientifico.

Senza contare che molte delle idee di Kirk sono proprie della Chiesa cattolica, di moltissimi cattolici, di parte dell’opinione pubblica (vedesi vaccini covid), dei putiniani, di destra e di sinistra (vedesi guerra Ucraina-Russia) che non vengono tacciati di odio e violenza, anzi hanno spazio nei media.

Ma era trumpiano e filo israeliano (addirittura qualche giornale ha detto che era antisemita, giusto per capire l’ignoranza che si ha su questo personaggio). Grave peccato. Mortale.

 

 

Fonte Je Suis Charlie – by The Editors – The Free Press

Dal Friuli Venezia Giulia al Sarajevo Film Festival: il film “Il bianco si lava a novanta” in anteprima mondiale

Dalla letteratura al cinema, dall’Italia ai Balcani: due realtà del Friuli Venezia Giulia – la casa editrice Bottega Errante Edizioni e la casa di produzione Quasar Film – approdano al 31° Sarajevo Film Festival con un progetto di respiro internazionale. Il film “Il bianco si lava a novanta” (Wash at Ninety / Belo se pere na devetdeset), diretto dal regista sloveno Marko Naberšnik e tratto dall’omonimo bestseller di Bronja Žakelj, ha vissuto giovedì 21 agosto la sua prima mondiale, accolto da lunghi applausi e standing ovation da parte del pubblico.

Un successo che conferma il ruolo del Friuli Venezia Giulia come ponte culturale ed economico tra Italia ed Europa orientale, grazie anche al sostegno della FVG Film Commission – PromoTurismoFVG e al contributo del Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, che hanno reso possibile la realizzazione di un progetto europeo di grande valore.

 

Una doppia anima friulana: editoria e cinema insieme verso l’Europa

Bottega Errante Edizioni, casa editrice udinese specializzata nella narrativa dell’Europa orientale, ha portato in Italia il romanzo “Il bianco si lava a novanta” (traduzione di Michele Obit), diventato un caso letterario in Slovenia e tradotto in diversi Paesi.

Quasar Film, fondata da Giorgio Milocco e Michele Codarin, è invece il primo co-produttore minoritario del film al fianco della slovena Perfo Productions. La società friulana ha seguito le riprese italiane e alcune fasi della post-produzione.

Due esperienze diverse ma complementari che dimostrano come cinema ed editoria, insieme, possano dare voce alle storie più significative dell’Europa orientale e portarle sul grande schermo internazionale.

 

Una co-produzione europea

Il film nasce come una co-produzione internazionale tra sei Paesi: Slovenia, Italia, Croazia, Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord. Un’opera che non appartiene a un solo Paese, ma che rappresenta il risultato di un grande lavoro condiviso, in linea con la storia narrata: un racconto che attraversa i confini della Jugoslavia di ieri per parlare all’umanità di oggi. Il progetto ha inoltre ottenuto il prestigioso sostegno di Eurimages, il fondo europeo per la co-produzione cinematografica.

 

La storia

Romanzo d’esordio di Bronja ŽakeljIl bianco si lava a novanta è diventato in Slovenia un vero e proprio caso editoriale: cinque edizioni e il Premio Kresnik come miglior romanzo dell’anno.

Il libro – e ora il film – racconta l’adolescenza dell’autrice nella Lubiana degli anni Ottanta: un periodo segnato da una grave malattia e da tragedie familiari, che la costringeranno a trovare dentro di sé la forza per andare avanti.

Sul fondo, una Jugoslavia che si avvia verso la dissoluzione, mentre l’Italia appare come un Eden lontano e irraggiungibile.

Un racconto autobiografico che intreccia dolore, speranza e crescita, dove la vita personale dell’autrice diventa metafora della fine di un Paese intero.

Žakelj ha collaborato direttamente alla sceneggiatura insieme al regista Marko Naberšnik. “Fin dall’inizio io e Bronja abbiamo costruito un rapporto di fiducia: questo mi ha permesso di avere sempre il suo sostegno e grande libertà nelle scelte registiche”, ha dichiarato Marko Naberšnik, sottolineando il legame speciale che ha reso possibile la trasposizione cinematografica del romanzo.

Quale promozione musicale per gli indipendenti? Le minacce di Spotify

Dopo aver presentato per sommi capi le criticità presenti nel mondo nelle piattaforme musicali e le difficoltà che riguardano gli indipendenti nell’articolo La verità sulle piattaforme musicali streaming. Parte prima – ‘900 Letterario | Letteratura del ‘900, critica, eventi letterari, cinema, politica, attualità, affrontiamo quest’ultime con maggiore approfondimento.
La questione rispetto a qualche anno fa è peggiorata di molto: se prima c’era proprio chi faceva business con gli ascolti finti mettendo giù veri e propri piani di routine con VPN e tanti artisti creati ad hoc, oggi si assistente alla confusione più totale, a causa della mancanza di regole. La musica italiana ad esempio, negli ultimi anni, ha subito un livellamento verso il basso, un appiattimento: cinque produttori e cinque autori hanno fatto la maggior parte delle canzoni che infatti son tutte uguali, suonano allo stesso modo, hanno gli stessi ingredienti e la parte tecnologica della produzione conta molto di più della scrittura, per non parlare dei contenuti, come ha giustamente sostenuto anche l’ex leader degli Afterhours Manuel Agnelli.
Spotify minaccia di fare multe agli artisti: se si lancia un brano, e questo inizia ad arrivare ai 600 ascolti, di colpo torna a 400. Le case discografiche creano artisti fantasma per riempire le playlist e per non far ruotare (e pagare) gli artisti.
Amazon ad esempio non risponde alla richiesta di delucidazioni da parte degli utenti e i produttori e gli artisti indipendenti. Non è semplice orientarsi nella jungla delle piattaforme musicali, spesso non si conoscono nemmeno le zone d’ombra e le criticità da cui dipende il successo di un artista.

 

Problemi riscontrati dall’artista indipendente nella distribuzione e promozione musicale

L’artista indipendente, sulla base della propria esperienza personale e delle collaborazioni con altri artisti, ha evidenziato le seguenti criticità relative al settore della distribuzione e promozione musicale:

  • Costi elevati e scarsa trasparenza nei guadagni: La produzione musicale richiede investimenti significativi, ma i ricavi derivanti dagli ascolti sulle piattaforme di streaming spesso non riflettono adeguatamente gli sforzi e le spese sostenute dagli artisti.
  • Distributori e piattaforme poco chiari: Sebbene alcune piattaforme come Spotify, Amazon e Apple forniscano strumenti di monitoraggio per gli artisti, altre come Tidal, YouTube, Qobuz e Napster risultano poco trasparenti. I report sugli ascolti non sempre corrispondono ai pagamenti erogati dai distributori.
  • Pagamenti irregolari e ritardi: Molte piattaforme inviano report con cadenza trimestrale o semestrale, talvolta con ritardi ancora maggiori, complicando la gestione e la programmazione finanziaria degli artisti.
  • Differenze nei compensi: I pagamenti variano considerevolmente in base alla piattaforma e al distributore, senza una chiara spiegazione riguardo alle tariffe applicate o alle trattenute effettuate.
  • Assenza di strumenti di promozione: La maggior parte delle piattaforme non consente agli artisti di autopromuoversi; solo Spotify offre strumenti a pagamento a questo scopo, mentre le altre limitano fortemente la visibilità degli artisti emergenti.
  • Concorrenza sleale: L’assenza di regole chiare e di strumenti promozionali penalizza gli artisti indipendenti rispetto a quelli più affermati, limitando le opportunità di diffusione.
  • Comportamenti poco corretti da parte di alcune etichette: Alcune etichette emergenti trattengono percentuali elevate (fino al 50%) senza fornire un reale supporto promozionale o servizi concreti agli artisti.
  • Albo degli artisti indipendenti: Considerando la distinzione tra artisti sotto etichetta e artisti totalmente autonomi, sarebbe auspicabile istituire un albo ufficiale degli artisti indipendenti “verificati”. La verifica potrebbe basarsi su parametri quali il deposito di un brano presso SIAE o Soundreef e la sua effettiva distribuzione.
  • Radio: Le emittenti medio-grandi tendono a trascurare gli artisti indipendenti. Considerata l’elevata produzione musicale, per accedere alle radio o essere valutati, dovrebbe essere obbligatorio disporre di un editore, come avviene da sempre. Una possibile soluzione potrebbe essere l’introduzione di una quota obbligatoria di passaggi per musica indipendente e in lingua italiana.

L’artista ritiene dunque necessaria una regolamentazione che garantisca maggiore trasparenza, equità nei compensi e accesso a strumenti di promozione per tutti gli artisti.

Ulteriori preoccupazioni dell’artista indipendente sulla situazione attuale

L’artista indipendente esprime preoccupazione per lo stato attuale della musica indipendente, evidenziando principalmente:

  • Costi di produzione elevati e ritorni economici limitati: Nonostante i significativi investimenti per produrre musica, gli artisti indipendenti faticano ad ottenere compensi adeguati, soprattutto a causa della mancanza di regole chiare nella distribuzione.
  • Mancanza di trasparenza da parte di piattaforme e distributori: Spesso i dati sugli ascolti e sui guadagni sono poco chiari o discordanti, con report che non corrispondono ai compensi effettivamente ricevuti.
  • Pagamenti irregolari: Alcune piattaforme pagano con notevoli ritardi, mentre alcuni distributori non effettuano affatto pagamenti, aggravando la gestione finanziaria degli artisti.
  • Limitazioni imposte dalle piattaforme: Piattaforme come Spotify e Deezer impongono soglie minime di ascolti per erogare i pagamenti e, in certi casi, rimuovono brani sospettando frodi quando gli ascolti aumentano troppo rapidamente.
  • Problemi legati alla promozione: Gli artisti indipendenti non hanno pari opportunità di promozione; solo Spotify consente una promozione a pagamento, mentre altre piattaforme non offrono possibilità concrete di autopromozione.
  • Assenza di regole chiare sugli ascolti fraudolenti: La mancanza di definizioni e procedure trasparenti espone gli artisti al rischio di rimozioni arbitrarie dei brani senza un processo equo. Di fatto, manca una “carta dei servizi” per gli artisti.

L’artista conclude sottolineando l’urgenza di definire regole precise che garantiscano equità, trasparenza e pari opportunità per tutti gli artisti emergenti e indipendenti.

 

La verità sulle piattaforme musicali streaming. Parte prima

È disco d’oro! È in vetta alle classifiche FIMI, è il più ascoltato su Spotify, il più scaricato da I tunes! Quante volte leggiamo e sentiamo questi annunci? Perché sono sempre i soliti nomi di cantanti a scalare le classifiche? Come funzionano davvero le piattaforme musicali streaming, una su tutte, Spotify?

Iniziamo a rispondere a queste e ad altre domande partendo col dire che una casa di produzione musicale indipendente affronta diverse sfide per affermarsi e rimanere competitiva nel mercato, tra difficoltà che una major nemmeno conosce, quali

Risorse limitate

Concorrenza con major

Distribuzione e promozione

Gestione dei diritti d’autore e royalties

Reperimento di talenti

Adattarsi alle tendenze del mercato

Creazione di una rete di contatti

Bilanciare arte e business

Nonostante queste sfide, molte case di produzione indipendenti riescono a ritagliarsi un proprio spazio nel mercato e a supportare artisti emergenti in modo autentico e innovativo, come quella del produttore musicale fonte di importanti e dettagliate rivelazioni sul settore discografico italiano.

La questione rispetto al 2020 è peggiorata di molto, come ci assicura il nostro producer: prima c’era proprio chi faceva business con gli ascolti finti mettendo giù veri e propri piani di routine con VPN e tanti artisti creati ad hoc, oggi invece siamo allo sbando sempre più senza regole.

Spotify che minaccia di fare multe agli artisti, quando si lancia un brano, inizia ad arrivare a 600 ascolti per poi di colpo tornare a 400. Stanno creando artisti fantasma per riempire le playlist e quindi non far ruotare (e pagare) gli artisti. Mancano regole proprio basilari.

Il producer stesso ha inviato, invano, PEC ad Amazon per chiarimenti.

 

Problemi riscontrati dall’artista indipendente nella distribuzione e promozione musicale

L’artista indipendente, sulla base della propria esperienza personale e delle collaborazioni con altri artisti, ha evidenziato le seguenti criticità relative al settore della distribuzione e promozione musicale:

  • Costi elevati e scarsa trasparenza nei guadagni: La produzione musicale richiede investimenti significativi, ma i ricavi derivanti dagli ascolti sulle piattaforme di streaming spesso non riflettono adeguatamente gli sforzi e le spese sostenute dagli artisti.
  • Distributori e piattaforme poco chiari: Sebbene alcune piattaforme come Spotify, Amazon e Apple forniscano strumenti di monitoraggio per gli artisti, altre come Tidal, YouTube, Qobuz e Napster risultano poco trasparenti. I report sugli ascolti non sempre corrispondono ai pagamenti erogati dai distributori.
  • Pagamenti irregolari e ritardi: Molte piattaforme inviano report con cadenza trimestrale o semestrale, talvolta con ritardi ancora maggiori, complicando la gestione e la programmazione finanziaria degli artisti.
  • Differenze nei compensi: I pagamenti variano considerevolmente in base alla piattaforma e al distributore, senza una chiara spiegazione riguardo alle tariffe applicate o alle trattenute effettuate.
  • Assenza di strumenti di promozione: La maggior parte delle piattaforme non consente agli artisti di autopromuoversi; solo Spotify offre strumenti a pagamento a questo scopo, mentre le altre limitano fortemente la visibilità degli artisti emergenti.
  • Concorrenza sleale: L’assenza di regole chiare e di strumenti promozionali penalizza gli artisti indipendenti rispetto a quelli più affermati, limitando le opportunità di diffusione.
  • Comportamenti poco corretti da parte di alcune etichette: Alcune etichette emergenti trattengono percentuali elevate (fino al 50%) senza fornire un reale supporto promozionale o servizi concreti agli artisti.
  • Albo degli artisti indipendenti: Considerando la distinzione tra artisti sotto etichetta e artisti totalmente autonomi, sarebbe auspicabile istituire un albo ufficiale degli artisti indipendenti “verificati”. La verifica potrebbe basarsi su parametri quali il deposito di un brano presso SIAE o Soundreef e la sua effettiva distribuzione.
  • Radio: Le emittenti medio-grandi tendono a trascurare gli artisti indipendenti. Considerata l’elevata produzione musicale, per accedere alle radio o essere valutati, dovrebbe essere obbligatorio disporre di un editore, come avviene da sempre. Una possibile soluzione potrebbe essere l’introduzione di una quota obbligatoria di passaggi per musica indipendente e in lingua italiana.

L’artista ritiene dunque necessaria una regolamentazione che garantisca maggiore trasparenza, equità nei compensi e accesso a strumenti di promozione per tutti gli artisti.

Perché queste criticità non le si affrontano seriamente? Come iniziare a risolverle?

 

 

Continua….

 

 

Guerra Israele-Iran. L’autorevole versione del filosofo Bernard-Henri Lévy

Tra gli svergognati antioccidentali accasati tra i diritti e i privilegi che L’Occidente offre, tra i docenti che sui social parlano di terza guerra mondiale per colpa di Israele mentre esibiscono foto con l’immagine con la bandiera palestinese che nulla ha a che vedere con l’Iran, tra i pacifisti ipocriti, tra gli ignoranti e gli esitanti che si preoccupano solo dell’economia e dell’inflazione, tra i celebratori di chissà quale diplomazia (mai indicata), tra i giornalisti che sostengono che non ci sia nessuna prova che l’Iran volesse fabbricare l’atomica per sostenere che Israele è guarrafondaio, si alza una voce autorevole e coraggiosa, quella del filosofo Bernand Lévy, che si spinge oltre l’attualità, le ipocrisie, la retorica.

«Questa guerra tra Israele e Iran è storica». Con queste parole, Bernard-Henri Lévy ha lanciato un monito che va ben oltre l’attualità immediata. In suo recente post su X, il filosofo francese afferma che se Stati Uniti ed Europa non sosterranno Israele con “tutte le loro forze”, l’asse totalitario — composto da Russia, Cina, islamisti radicali come il Pakistan, e forse in futuro anche la Turchia — potrebbe intervenire in favore di Teheran. Da quel momento, scrive, «entreremo in un altro mondo, in una nuova era della nostra storia».

È un messaggio che, pur nella sua drammaticità, interpella direttamente le classi dirigenti occidentali. La guerra scoppiata tra Tel Aviv e Teheran, con bombardamenti mirati su siti nucleari e reazioni verbali e operative da parte iraniana, segna un punto di svolta. Non solo nel fragile equilibrio del Medio Oriente, ma nella geopolitica globale.

Per l’Unione Europea, il bivio è sempre lo stesso: restare spettatrice di un disordine crescente o farsi finalmente soggetto geopolitico. Le cancellerie del continente, finora, hanno adottato un profilo basso. Dichiarazioni prudenti, appelli generici alla de-escalation, ma nessuna vera strategia. Eppure, se davvero ci troviamo di fronte a una trasformazione epocale, la neutralità potrebbe risultare una colpa, non una virtù.

Nel momento in cui Israele si trova esposto a una minaccia sistemica, l’Europa dovrebbe interrogarsi non tanto sulle mosse del governo Netanyahu – che restano legittimamente oggetto di critica – ma sul proprio ruolo in un mondo in cui l’equilibrio tra libertà e autoritarismo rischia di rompersi.

Questa guerra, come suggerisce il filosofo francese, è storica perché rappresenta una soglia. O l’Occidente riscopre la propria coesione, la propria visione, la propria determinazione strategica. Oppure verrà progressivamente marginalizzato, reso irrilevante da potenze che non hanno remore nell’uso della forza e nella manipolazione del caos.

Israele sta facendo il lavoro sporco per l’Occidente, anzi il suo attacco ripristina la credibilità dell’Occidente, in crisi di identità soprattutto grazie ai portatori insani di cancel e woke culture, ai complessati di colpa, a chi non comprende nemmeno la differenza abissale tra la questione di Gaza e quella dell’Iran, tra chi muore in guerra e chi viene massacrato casa per casa, a chi non conosce il significato della parola genocidio, a chi non si chiede perché Hamas non mette al sicuro la popolazione palestinese nei propri tunnel, a chi si indigna solo per i bambini morti a Gaza e non dei 15 milioni di bambini sudanesi affamati e profughi, a quelli del Darfur, a chi non si chiede perché Hamas non libera gli ostaggi, se davvero tiene davvero per la vita degli abitanti di Gaza invece di optare per il martirio di massa.

Perché prima di indignarsi, giustamente, per le morti degli innocenti palestinesi dando la colpa a Israele, non ci si pongono anche queste legittime domande, che nulla tolgono alla gravità dell’azione di Netanyahu?

Chi sbraita per una guerra intelligente e senza vittime civili, è un ipocrita. Chi protesta contro Israele e per la Palestina, come per l’Iran, e poi sale sui carri del pride e manifesta contro il patriarcato, è un ipocrita. Chi pensa che il sistema culturale e “valoriale” di Paese come l’Iran sia superiore a quello occidentale, che gli ayatollah e i mullah perlomeno difendano il ruolo della religione, è un povero ignorante rinnegato.

L’Europa ha oggi l’occasione – e forse l’ultima possibilità – per dimostrare che le sue aspirazioni globali non sono solo retorica. Servono decisioni, coraggio, visione. Soprattutto, serve smettere di credere che la storia sia finita, e accettare che il futuro si sta già scrivendo, con o senza di noi.

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