‘Fuoco fatuo’: dal romanzo di La Rochelle al film di Joachim Trier ‘Oslo, 31 agosto’, uno scrigno di solitudine minimalista

‘Perché?’, è la domanda che segue una morte improvvisa – ma un suicidio è davvero imprevedibile? Ci si può intromettere o si assiste e basta a un gesto di libertà talmente autentico e disperato da essere uno degli ultimi tabù della nostra civiltà? Una pallida estate, un volto luminoso in una notte sottile e limpida come dopo un pianto, una città viva, ma riservata, i tram che scivolano sui binari, la fauna discreta, quindi i parchi grandi e vuoti nelle prime ore del mattino. Sopra tutto ciò quella domanda riecheggia: “perché?”. L’ambientazione spaziotemporale scelta da Joachim Trier per riadattare Fuoco fatuo, romanzo del 1931 di Pierre Drieu La Rochelle, è riassunta nel titolo del suo film: Oslo, 31 Agosto. Non la lirica maestosa della Parigi novembrina del romanzo francese, ma uno scrigno di solitudine minimalista, tuttavia coerente con la finezza originale.

La dolcezza efferata e l’affilata delicatezza di Fuoco Fatuo ne fanno un racconto irripetibile, insopportabile, vertiginoso. La cronaca intima delle ultime ore del giovane Alain, creatura di cristallo, sono di un’eleganza talmente pura da risultare violenta: impossibile restargli indifferenti. La paura nello specchiarsi dentro l’abisso esistenziale del ragazzo è quella di riconoscersi; come infatti fanno tutti i personaggi del libro, i quali vedono i presagi, ma non sanno intervenire.

Leggere Drieu La Rochelle fa sentire in colpa per non aver impedito, anche da postumi, il suo suicidio. Gli errori e le domande risuonano nelle ecolalie di Alain, la ripetizione crea una dissonanza che non produce alcuna armonia, ma pure ai nostri distanti e disillusi orecchi appare una commovente sinfonia di autodistruzione. Un disco che ad ogni giro di grammofono si deteriora. Fuoco Fatuo è un racconto sul suicidio visto da dentro; un racconto su quel distacco dalla vita che anticipa la morte; un racconto su una fine affrettata in modo insensato e subitaneo eppure premeditato e circostanziato; un racconto su coloro che assistono alla disgregazione di un essere umano. La vivisezione intollerabile dell’innocenza ipocrita di quanti vedono un amico o un amato perdersi.

La distruzione è il rovescio della fede nella vita; se un uomo, superati i diciotto anni, è capace di uccidersi, significa che è dotato di un certo senso dell’azione. Il suicidio è la risorsa degli uomini la cui molla è stata corrosa dalla ruggine, la ruggine dell’esistenza quotidiana. Sono nati per l’azione, ma l’hanno ritardata; allora l’azione si ritorce su di loro per contraccolpo. Il suicidio è un atto, l’atto di chi non è riuscito a compierne altri.
Alain non sa vivere perché non vuole vivere, non ha fede nella vita; così inizia a distruggersi prima nell’amore per le donne, che desidera eppure respinge, poi nella droga, che respinge eppure desidera, infine con un risolutivo colpo di pistola. Ciò che lo consuma, come un ingranaggio fuori posto che corrode il meccanismo, è la distanza che avverte tra sé e il mondo. L’inazione unita a un carattere d’azione rende insopportabile la consapevolezza di un fallimento in realtà desiderato; la condanna di Alain è capire, essere assolutamente lucido di non saper essere ciò che vorrebbe: necessario.
Le donne e gli amici che lo lasciano andare via sono tutti coloro che nella vita ha incontrato e dai quali, come anche nel suo ultimo giorno, si è sempre volontariamente allontanato. La sua condanna è quella di una timidezza estrema, che lo costringe a esaminare continuamente sé e gli altri; un egocentrismo delicato, ma imperativo, che gli rende impossibile non giudicare tutto e tutti. La mediocrità che si attribuisce gli rende di rimando disgustoso il mondo e a forza di tenersi a distanza, finirà per riconoscere anche il tocco della pistola come un contatto, il morso del proiettile come un ultimo, tremendo bacio.

Il film di Trier non è charmant come il romanzo Fuoco fatuo e la sua secchezza ribalta la direzione dell’alienazione; siamo con il protagonista, Anders, meno irraggiungibile e raffinato del dandy pre-esistenzialista di Drieu La Rochelle, ma altrettanto incomunicabile. Se nel romanzo assistiamo alle inarrestabili peregrinazioni mentali di Alain, in un flusso costante di pensieri e parole che lo tormentano, nel film domina un silenzio quasi opprimente. Non solo quello del protagonista; tutti attorno a lui sono terribilmente soli, e anche la città dentro la quale si muove è bella, malinconica e muta. Le due opere sono due metà della stessa perfetta sfera, il romanzo francese è la narrazione interiore del film scandinavo. Anders è come il protagonista appare all’esterno: dolce, taciturno, impassibile; Alain è come il protagonista appare a sé stesso: mediocre, verboso, spaventato. Entrambi, soli. Se si incontrassero non si riconoscerebbero. Questa assonanza di assenze rende evidente il male di Anders/Alain, ma anche di Pierre e forse il nostro: come Drieu La Rochelle nel suicidio dell’amico Jacques Rigaut (cui il romanzo è ispirato), anche noi specchiandoci nella vicenda del protagonista possiamo spaventarci riconoscendo sintomi, diagnosi e prognosi di un comune destino. Il riflesso non rivela un male catartico, ma una condanna. Non è giusto che un racconto del genere sia così bello, pregno di un dolore tanto più grande quanto più distaccato e dignitoso.

Fuoco fatuo è forse troppo fragile per essere un classico, ma è il Memorie dal Sottosuolo del ‘900. Pierre Drieu La Rochelle è un Dostoevskij esangue e diafano che non è mai tornato dalla Siberia, sprofondato nell’inverno eterno del genio e ferito per sua stessa mano. Come il russo, anche il francese comprende che ciò che ci accomuna non è in cielo, né in superficie, ma negli abissi; là si immerge, nell’oblio sordo che custodiamo nelle viscere, e cattura l’inquietudine di un uomo, di un secolo, di una civiltà, li incarna, poi li uccide e li imbalsama. Il risultato è che a quasi novant’anni di distanza, Fuoco fatuo non è invecchiato di un giorno.

Occorre passeggiare sui vetri rotti, sotto la luna fredda di un Occidente già tramontato. Rimozione è il secondo nome del dolore. L’edonismo dell’eterno piacere, dell’adolescenza perenne, non può accettare che esista alcun guasto nella maschera tremenda della distrazione. Le mele ammaccate restano invendute. L’uomo deve distaccarsi da sé, pagare per ingrassare e poi pagare per dimagrire, nel mentre lavorare, produrre, perché altri mangino e poi corrano, volere per volere, non costruire, ma stuprare, non costruire, ma desiderare e poi bere, drogarsi, distruggersi. E poi ci stupiamo che i ragazzini muoiono per la religione? Quello di Alain è almeno un gesto – disperato, folle – affermativo. Oggi il suicidio rischia di sembrare solo una rimozione, la spazzatura che leva il disturbo dopo essersi esaurita. La lettura sconsigliata di Drieu La Rochelle è necessaria per ridare al gesto la dignità e l’insensatezza che invece gli competono. La scelta è irrazionale e blasfema al punto da apparire sacra: e Dio sa se abbiamo bisogno di comprendere cosa questo significhi. O forse non importa più, forse è tardi; forse siamo talmente morti da non capire davvero perché qualcuno arrivi ad uccidersi. Osserviamo e ci spaventiamo; dopo, sono solo altri silenzi, rimpianti ipocriti o gessetti colorati.

Nessun giudizio, nessuna colpa, sarebbero onesti. Chi scrive è colpevole quanto Alain per il suo profondo narcisismo, quanto i suoi amici per l’essersi spaventati. Ci ritroviamo a contemplare quella primavera di tanti anni fa, che risorge in una canzone e ci lascia distanti, spaesati; trascinati da una dubbia e dolce malinconia. Ecco, il luogo dove ci baciammo, ecco, dove fummo innamorati, ecco, dove piangemmo oppure fuggimmo; ecco quell’alba che pensammo di vedere per sempre, invece fu tre volte, forse quattro. Ciò che ci consola misura inesorabilmente il nostro difetto. Questa ombra fredda di una felicità passata, delle gioie non sperimentate né riconosciute, le ultime piogge prima della primavera, un richiamo lontano. Come Alain ci siamo ingannati, come lui avremmo tanto voluto essere amati che abbiamo pensato di amare.

 

Andrea Tremaglia-L’intellettuale dissidente

Il Principato di Monaco sceglie l’arte italiana: grande successo dell’artista Cesare Catania

L’artista Cesare Catania torna a esporre a Montecarlo la sua realtà differente, proponendo una vasta gamma di colori da interpretare a modo proprio. Dopo aver più volte stupito la critica e la stampa di tutto il mondo, dopo aver ricevuto da alcune riviste inglesi il soprannome di “Moderno Leonardo da Vinci”, l’artista italiano Cesare Catania torna a esporre a Montecarlo con due opere uniche nel loro genere. Verranno presentate ufficialmente per la prima volta a livello internazionale la sconvolgente scultura intitolata “L’Uomo che non Vede” e il raffinato ed elegante dipinto intitolato “L’Arlecchino nella Terra dei Giganti”. «L’uomo vive ciecamente nella società che lo circonda….» Questa la riflessione dell’autore che commenta la propria scultura: un’opera d’arte che sembra letteralmente fuoriuscire dalla tela.

Completamente differente lo stile della seconda opera, un dipinto olio su tela di impronta surrealista che rappresenta Arlecchino intento a correre su una scacchiera di sabbia in a una realtà molto più grande di lui. Anche in questo caso chiare le somiglianze tra l’Arlecchino, un personaggio tanto caro all’autore, e il genere umano. Durante l’esposizione sarà presente anche la scultura intitolata “La Bocca dell’Etna”, un’opera d’arte contemporanea in cui il maestro italiano concretizza la sua ispirazione dimostrando come sia possibile legare tra loro materiali così distanti tro loro come acciaio, silicone, acrilico e pigmenti naturali. Le tre opere saranno visionabili presso lo stand Cesare Catania ART all’interno dell’evento espositivo Top Marques 2018, che si terrà presso il Grimaldi Forum dal 19 al 22 aprile, durante la settimana del Rolex Masters Tennis Cup.

Le prime opere pittoriche di Catania degne di nota risalgono al 1995, quando l’artista esprime la propria creatività durante le ore scolastiche dedicate al disegno, dimostrando particolare attitudine contemporaneamente per gli studi prospettici e per la grafica informale – astratta.
Nel 1998 si iscrive alla facoltà di ingegneria dove perfeziona gli studi di prospettiva e assonometria e dove impara a osservare i problemi e la realtà che lo circondano scomponendo tutte le figure in semplici poligoni tridimensionali. Questa sua capacità di scomporre e modellare i solidi che lo circondano si ritrova nei suoi dipinti, capaci di esprimere realtà e sentimenti sia con piani bidimensionali sovrapposti (vedasi ad esempio i dipinti “144: Terzetto Jazz” – 2014 , “Nizza omaggio a Matisse e Chagall” – 2015) che con l’elegante e armonico accostarsi di figure solide e curvilinee (come ad esempio nel dipinto “Letture Estive omaggio a Pierluigi Nervi” – 2016). Oltre che una spiccata attitudine sia per le scienze tecniche che per le scienze artistiche, Cesare Catania matura nel corso degli anni una particolare passione per la fotografia. In particolare la sua attenzione viene catturata dai colori e dalla capacità della camera di immortalare in uno scatto tutta la forza e il dinamismo di scene in movimento. La stessa attrazione al dinamismo si può facilmente osservare in molti dei suoi quadri, sia in quelli formali che in quelli informali e astratti. Nella sua “La Violinista di Barcellona – B Version” – 2016 per esempio l’autore ritrae la protagonista proprio come in uno scatto fotografico in cui l’orchestra e lo sfondo spariscono per lasciare il posto a una musicista eccentrica e in movimento immortalata in un fermo immagine forte e intenso.

Gli studi di matematica e ingegneria insieme alla passione per l’arte in generale danno vita a opere che armonizzano scultura e pittura. Nei quadri di Catania si fondono tradizione (impiego di materiali quali gesso, legno, pietra, pittura ad olio) e innovazione (utilizzo di scarti, materiali a base siliconica e acrilica). Il tutto per dar vita a opere tridimensionali che “escono letteralmente dalla tela”.
Cesare Catania infatti prepara spesso le sue tele con veri e propri progetti e studi statici, in modo da far aderire alla tela in maniera completa e duratura un materiale fragile e difficile da manipolare come ad esempio il gesso. Quest’ultimo in molti dei suoi dipinti viene armato con chiodi e reti per seguire lo schema del disegno, evidenziando la capacità dell’autore di fondere insieme creatività e capacità di razionalizzare e di scomporre le figure del dipinto. Nello “Zoo di Lisbona” ad esempio l’autore ritrae, in una visione a piani sovrapposti, animali quali l’elefante, la giraffa e il toro. Questi, realizzati in gesso e dipinti con forti colori acrilici, riempiono la scena su 3 piani sovrapposti e in maniera dinamica.
I quadri di Cesare Catania sono un “fermo immagine” di azioni e sentimenti, sintesi estrema tra ermetismo e cura nel dettaglio.
Affascinato dall’arte moderna, dall’architettura, dal cubismo e dai maestri pittorici dell’età classica, la maturità artistica di Cesare Catania è tutt’oggi in continua evoluzione; sempre alla ricerca di nuove tecniche per esprimere al meglio le sue ispirazioni.

 

Fonte:

Cesare Catania – Arte Contemporanea

 

 

 

Addio a Vittorio Taviani, protagonista del cinema italiano impegnato, registratore, insieme al fratello Paolo, della verità poltica e sociale italiana

È morto a Roma, malato da tempo, il grande regista Vittorio Taviani, 88 anni, che con il fratello Paolo ha firmato capolavori della storia del cinema italiano, registrando senza orpelli la cruda verità politica e sociale della nostra Italia, insieme alle debolezze umane, da Padre Padrone (Palma d’oro a Cannes nel ’77) a La Notte di San Lorenzo a Caos fino a Cesare deve morire (Orso d’oro a Berlino). Lo annuncia all’Ansa una delle figlie, Giovanna. Per volontà della famiglia non ci saranno camera ardente né funerali. Il corpo del regista verrà cremato in forma strettamente privata.

Vittorio Taviani era nato a San Miniato, in provincia di Pisa, il 20 settembre del 1929. Con il fratello Paolo, di due anni più giovane, aveva scritto alcune delle pagine più significative del cinema italiano. Due maestri che fin dagli anni Sessanta non hanno mai perso di vista, e hanno raccontato, la realtà, la storia, le contraddizioni del nostro Paese. Figlio di un avvocato dichiaratamente antifascista (cui le squadracce, durante la dittatura, fecero saltare in aria la casa) Vittorio frequenta la facoltà di Legge all’università di Pisa e nel frattempo, insieme al fratello – sono entrambi dei grandi appassionati di cinema – anima il cineclub della città e organizza proiezioni anche a Livorno, con loro c’è l’amico partigiano Valentino Orsini. Nel 1954 abbandona gli studi e, sempre insieme al fratello e a Orsini, realizza una serie di documentari a sfondo sociale. Alla base ci sono le suggestioni del Neorealismo, in particolar modo, racconteranno in seguito, Paisà di Rossellini. E’ di questo periodo San Miniato, luglio ’44, girato con la collaborazione di Zavattini, mentre nel 1960 firmano L’Italia non è un paese povero, tre puntate per la tv dirette da Joris Ivens, documentario dal destino travagliato sulle conseguenze della metanizzazione nel nostro paese.

Il debutto sul grande schermo risale al 1962, quando i Taviani e Orsini firmano il lungometraggio Un uomo da bruciare, con Gian Maria Volonté, ispirato alla vita di Salvatore Carnevale, bracciante, socialista di Sciara, in provincia di Palermo, attivo nel sindacato e nel movimento contadino, freddato da killer in Sicilia nel 1955. Un film di grande impatto morale che vince il Premio della Critica alla Mostra del cinema di Venezia. Seguirà il film a episodi I fuorilegge del matrimonio (1963), suggerito dal progetto parlamentare di “piccolo divorzio”. Da quel momento (senza Orsini) i Taviani firmeranno insieme una lunga filmografia che parte da Sovversivi (1967) e Sotto il segno dello scorpione (1969), sempre con protagonista Gian Maria Volontè.

Per i due fratelli viene il momento dei riconoscimenti internazionali. San Michele aveva un gallo (1972) vince il Premio Interfilm a Berlino. E dopo Allosanfàn, del 1974, con Marcello Mastroianni e Lea Massari, in cui si fotografa il “tradimento” della classe operaia, è con la biografia di Gavino Ledda Padre padrone, nel ’77, che conquistano Palma d’Oro e Premio della Critica al Festival di Cannes: a consegnarla è il presidente della giuria Roberto Rossellini mentre in Italia viene loro assegnato un David Speciale e un Nastro d’Argento. La carriera di Vittorio Taviani, inscindibile da quella di Paolo, continua con Il prato (1979) e La notte di San Lorenzo (1982), la storia drammatica di un gruppo di uomini e donne che fuggono dai tedeschi nel tentativo di raggiungere una zona occupata dagli alleati; un film bellissimo sulla speranza, contro tutte le guerre, scandito dalla musica di Nicola Piovani, che farà conquistare ai due autori Gran Premio della Giuria a Cannes, David e Nastri d’Argento per la regia e la sceneggiatura.

Insieme nell’84 come membri della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, nello stesso anno adattano quattro novelle di Pirandello in Kaos, ed è ancora David di Donatello e Nastro d’Argento per la sceneggiatura, scritta con Tonino Guerra. Nell’86 arriva il Leone d’oro alla carriera, mentre il loro percorso artistico prosegue con Good Morning, Babilonia (1988), Il sole anche di notte (1990, presentato fuori concorso a Cannes), Fiorile (1993), Le affinità elettive (1996), ispirato all’omonimo romanzo di Goethe. Due anni più tardi, realizzano Tu ridi (1998) film a episodi, seguìto dalle miniserie tv Resurrezione (2001) e Luisa Sanfelice (2004). Nel 2007 è la volta di La masseria delle allodole, dal romanzo di Antonia Arslan, ambientato nel 1915, le vicende di una famiglia armena in Anatolia all’epoca del genocidio armeno.

A 83 anni, un nuovo, importante riconoscimento: nel 2012 insieme al fratello vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino (mancava al cinema italiano dal 1991, quando andò a La casa del sorriso di Marco Ferreri) con Cesare deve morire: girato in stile docu-drama, segue la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare a opera dei detenuti del carcere di Rebibbia, diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli. Nel 2014, è uscito il deludente Maraviglioso Boccaccio: ambientato nel 1348, mentre la peste infuria a Firenze, segue dieci giovani che si riuniscono in una casa di campagna e per dieci giorni si raccontano storie d’amore, sesso, burle, per esorcizzare la malattia e la morte. Paolo e Vittorio Taviani hanno adattato cinque novelle del Decamerone alle esigenze del XXI secolo, cercando un confronto con le paure dei giovani contemporanei. Un impegno coraggioso che però non ha portato sullo schermo quell’essenzialità e liricità tipica di Boccaccio, facendo risultare la narrazione poco omogenea e indebolendo la costruzione filmica soprattutto a causa della cornice, costituita dai giovani novellanti.

Il loro ultimo film è stato Una questione privata, lo scorso anno. Il film ritrova l’ambiente delle Langhe che Fenoglio descrive nelle sue pagine e quell’esperienza drammatica ma fondante che lo scrittore ha vissuto da ragazzo, ma che anche i fratelli indirettamente hanno conosciuto attraverso il loro primo documentario San Miniato ’44, sulla strage nazista nella loro città natale, e poi con La notte di San Lorenzo. Per i registi portare Fenoglio sul grande schermo tanti anni dopo per loro “è la chiusura di un cerchio”, necessaria perché “il fascismo torna o tenta di tornare” avevano detto alla Festa di Roma. E loro sono rimasti fino a oggi fedeli alla loro fede antifascista. Peccato però che i due registi, pur ostinandosi a mescolare la guerra e i paesaggi rurali desolati alla questione privata, questo amore che mai si vede, probabilmente più un’ossessione, o forse appunto solo una “questione”, la cui incertezza logora via via la sanità mentale di Milton. E forse sta qui, il non sfruttato legame con la guerra, anziché nelle sporadiche scene di fascisti e partigiani, difatti infinite comparse che si incontrano e scontrano, si inseguono, scappano e ogni tanto si uccidono.

 

Fonti: http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2018/04/15/news/e_morto_vittorio_taviani_con_il_fratello_paolo_tra_i_maestri_del_cinema_italiano-193924289/

Addio a Milos Forman, sarcastico ed umanissimo narratore di celebrità ribelli, premio Oscar per l’indimenticabile ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’

È morto a 86 anni il regista di origine ceca Miloš Forman, vincitore di due premi Oscar come miglior regista nel 1976 per Qualcuno volò sul nido del cuculo e nel 1985 Amadeus, per i quali vinse anche due Golden Globe. A questi se ne aggiunge un terzo, vinto nel 1996, per Larry Flynt – Oltre lo scandalo. Oltre lo scandalo perché Forman cerca di rendere un eroe positivo l’editore miliardario di riviste pornografiche più conosciuto d’America, mostrando come sia possibile difendere il suo diritto di fare milioni di dollari, quando le immagini che pubblica offendono la maggior parte dei cittadini. La domanda di fondo del film è: Perché il suo caso dovrebbe suscitare interesse e compassione? Ma l’eccezionale carriera di Miloš Forman affonda le radici nella Cecoslovacchia comunista, quando, assieme a un gruppo di altri giovani registi diede vita alla Nouvelle Vague praghese, la Nová VIna.  Jan Tomas Forman, quello il suo vero nome, era nato a Cáslav, una piccola citta ad est di Praga, il 18 febbraio 1932 nella allora Cecoslovacchia, suo padre fu arrestato dalla Gestapo quando il bambino aveva 8 anni e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, dove morì. Stesso tragico destino anche per la madre morta a Auschwitz, il ragazzo e i suoi fratelli vennero cresciuti dagli zii. Dopo avere studiato regia alla Scuola di Cinema di Praga, negli anni Sessanta Forman si fece conoscere per alcuni film premiati ai principali festival internazionali; L’asso di picche (1963), a Locarno, Gli amori di una bionda (1965), manifesto della Nova Vlna praghese, in cui il regista denuncia lo stato della condizione femminile e Al fuoco, pompieri! (1967), che fece scandalo suscitando le proteste dei vigili del fuoco cecoslovacchi e vietato dal presidente Novotny.

Durante l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che nell’estate del 1968 mise fine alla primavera di Praga, Milos Forman era a Parigi e scelse l’esilio rifugiandosi prima in Francia, dove scrisse con Jean-Claude Carrière la sceneggiatura di Taking Off, e poi negli Stati Uniti. Se le commedie realizzate in Cecoslovacchia erano state apertamente critiche verso il socialismo reale, per i film americani negli anni ’70, da Taking Off (1971) a Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), fino a Hair (1979), Forman non smise di esercitare il suo sguardo critico e mettere il suo cinema al servizio della lotta contro ogni sistema di potere, questa volta incarnato dal mondo capitalista.

Del primo periodo americano, quando condivideva una casa nel Greenwich Village con il collega e amico Ivan Passer, ricordava: “Non abbiamo mai mandato via chi ci chiedeva ospitalità, così una folla di artisti andava e veniva da casa nostra. Alcuni amici di quell’epoca sono rimasti, altri se ne sono andati. Lo sceneggiatore John Guare (autore de La casa dalle foglie blu e Sei gradi di separazione, ndr.) sostiene che entrare in quella casa gli aveva sempre dato la sensazione di aver lasciato l’America e di essere arrivato nella Boemia dell’avanguardia, dove solo ciò che leggevi e ciò che bevevi avevano davvero importanza”.

Il film con Jack Nicholson vinse cinque Oscar, era dai tempi di Accadde una notte del 1934 che non accadeva che un film si aggiudicasse le cinque statuette principali cioè miglior film, miglior regia, miglior attore (Nicholson), miglior attrice (Louise Fletcher) e miglior adattamento, nel 1985 Amadeus (1984) ne ottenne addirittura otto compreso quello a F. Murray Abraham nei panni del rivale di Mozart Salieri. Ma il film non fu solo una grande opportunità artistica per Forman, il regista riuscì a tornare nel suo paese di origine per girare la storia di Wolfgang Amadeus Mozart grazie ad un permesso speciale ottenuto dalle autorità cecoslovacche dopo le pressioni del capo dell’industria cinematografica comunista che aveva compreso la portata, anche economica, della produzione americana. Le riprese furono costantemente controllate dalla polizia segreta. Questo non impedì al regista di commentare “Nei paesi comunisti amano fare film sui musicisti perché i musicisti non parlano, scrivono musica e quindi non dicono nulla di sovversivo”.

Forman ritrae un Wolfgang Amadeus Mozart rozzo, volgare e sfacciato, ma dotato di un talento assolutamente unico (“Si, è vero, sono volgare, ma vi garantisco che la mia musica non lo è”, dice Mozart nel film) , conquista il favore dell’Imperatore Giuseppe II grazie alla sua musica sublime; ma il clamoroso successo del giovane Mozart provoca la terribile invidia del compositore di corte, Antonio Salieri, il quale ricorrerà ad ogni mezzo pur di liberarsi per sempre del suo rivale.
Amadeus non si pone l’obiettivo di raccontare una semplice biografia di questo leggendario personaggio, né tantomeno quello di ricostruire con intento documentaristico gli ultimi anni della sua vita. Al contrario, il film prende spunto dagli oscuri retroscena legati alla morte di Mozart per delineare un indimenticabile ritratto dell’uomo che con la sua musica seppe incantare il mondo intero e del suo acerrimo avversario, Antonio Salieri, affascinato ed al tempo stesso infuriato di fronte all’inarrivabile talento del suo giovane collega. L’intera vicenda è ricostruita in flashback tramite il racconto del maestro Salieri, ormai anziano e succube della propria follia, che dalla cella del manicomio nel quale è rinchiuso rievoca gli eventi di un passato che non ha mai cessato di tormentarlo. Straordinarie le prove dei due protagonisti: l’istrionico Tom Hulce nella parte di Mozart, un ragazzo sgraziato, il quale però è capace di creare dal nulla una musica meravigliosa, “la voce di Dio”; ed il fenomenale F. Murray Abraham che regala una superba interpretazione nel ruolo del maestro Antonio Salieri, ossessionato dalla coscienza della propria inesorabile mediocrità di fronte al genio del suo rivale e pronto a dichiarare guerra perfino a Dio, spinto da un feroce desiderio di vendetta. Ed è appunto dall’insanabile contrasto fra questi due personaggi opposti e complementari che nascono alcune delle scene più memorabili del film, come il drammatico finale in cui Mozart, sul letto di morte, detta a Salieri le note della Messa da Requiem, destinata purtroppo a rimanere incompiuta. Fra i momenti da ricordare, meritano di essere citate inoltre le spettacolari rappresentazioni delle più famose opere teatrali di Mozart, da Le nozze di Figaro a Il flauto magico al Don Giovanni.

Milos Forman divenne cittadino americano dal 1975. Dal 1999 era sposato con Martina Zborilova (sua terza moglie dopo le attrici Jana Brejchová e Vera Kesadlová) dalla quale ha avuto due gemelli, nati mentre Forman stava lavorando a Man on the Moon, il film con Jim Carrey dedicato al comico Andy Kaufman; i bambini si chiamano Andrew (come Andy Kaufman) e James (come Jim Carrey). Il film, ritratto malinconico del geniale ma tormentato comico, venne premiato a Berlino con l’Orso d’argento. Dopo un film dedicato alla figura di Francisco Goya, L’ultimo inquisitore, film impeccabile dal punto di vista estetico, meno da quello storico, che lascia l’amaro in bocca, con Javier Bardem e Natalie Portman il progressivo andamento di una malattia agli occhi lo aveva allontanato dal set.

 

Fonte: La Repubblica.it; https://www.mymovies.it/film/1984/amadeus/

 

 

 

 

Matt Mullican in mostra al Pirelli Hangar Bicocca con la retrospettiva ‘The feeling of things’ da oggi 11 aprile

“The Feeling of Things” è la più grande mostra personale mai realizzata da Matt Mullican e la sua prima retrospettiva in Italia. Attivo dagli anni Settanta, attraverso il suo lavoro, Matt Mullican (Santa Monica, California, 1951) ha incessantemente cercato di spiegare e dare struttura a ciò che lo circonda, sviluppando un vocabolario e un sistema complesso di modelli che definisce “i cinque mondi”. Ogni mondo corrisponde a un diverso livello di percezione ed è rappresentato da altrettanti colori: verde per gli elementi fisici e materici; blu per la vita quotidiana (il “mondo senza cornice”); giallo per gli oggetti che acquistano valore, come l’arte (il “mondo nella cornice”); bianco e nero per linguaggio e simboli; rosso per soggettività e idee.

Per Pirelli Hangar Bicocca l’artista ha concepito un’imponente struttura scultorea sulla forma delle sue iconiche cosmologie in cinque colori che occupa quasi completamente i 5.000 metri quadrati dello spazio espositivo delle Navate. I visitatori sono invitati a entrare e a percorrere questa architettura, scoprendo le migliaia di opere esposte al suo interno. Presentando un’ampia selezione di opere dagli anni Settanta a oggi, inclusi dipinti, frottage, bandiere, sculture in vetro, opere su carta, video, light box, opere a pavimento e grandi installazioni, la mostra esplora gli aspetti più ermetici e profondi della vita.

La mostra è curata da Roberta Tenconi ed è accompagnata da un catalogo, focalizzato sulla produzione fotografica di Matt Mullican, che comprende tutte le fotografie analogiche degli anni ’70 e ’80, così come i più recenti scatti digitali, che includono le vedute della mostra di Milano, realizzate eccezionalmente dall’artista stesso.

Più di 500 opere e 6000 oggetti raccontano la sua “cosmologia”, la personale rappresentazione e interpretazione della realtà con cui l’artista cerca di spiegare come la comprensione del reale sia in verità una costruzione del tutto interiore. Un’indagine sul soggettivo e l’oggettivo che passa attraverso sculture, installazioni, appunti, fotografie, video e stendardi. Tre anni di studio e selezione per racchiudere il “mondo di Mullican” nella grande struttura architettonica protagonista della mostra – che diventa un “pattern” e si ripete quasi ossessivamente in gran parte delle sue opere – allestita nei 5.500 mq dell’hangar. Un grande labirinto rettangolare diviso in cinque aree cromatiche e tematiche, a cui corrispondono mondi diversi: verde per gli elementi fisici e naturali, blu per la vita quotidiana, giallo per le arti, nero per il linguaggio e rosso per l’io dell’artista. Quest’ultima area immerge il visitatore nell’alter-ego di Mullican presentando una serie di opere, disegni e testi realizzati dall’ artista durante lo stato di trance indotto dall’ipnosi. In questo tempo e spazio parallelo l’artista diventa “that person”, una persona diversa da se stesso, senza età e asessuata. Occasione imperdibile dell’esposizione sarà la performance live che Matt Mullican terrà proprio sotto ipnosi, il prossimo 26 maggio. “Non avevo mai visto il mio lavoro così. Potrei stare qui seduto giorni e giorni e imparare sul mio lavoro: questa è la bellezza di questa mostra. È un sogno”, ha confidato l’artista durante la presentazione alla stampa.

Per la curatrice, Roberta Tenconi, “il lavoro di Mullican, si sposa benissimo con gli spazi dell’hangar. Niente muri ma una grande scultura unica in cui ci si può muovere”. Una sorta di scoperta e metamorfosi continua, come continua è la ricerca dell’artista “che non pensa di essere mai arrivato e questo è un meraviglioso messaggio di instancabile curiosità”, ha concluso la curatrice.

L’inaugurazione ha avuto luogo oggi, mercoledì 11 Aprile 2018, alle ore 19.

 

Fonti: http://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/beauty_fitness/2018/04/10/mostre-la-retrospettiva-di-matt-mullican-allhangar-bicocca_393f65f6-3f40-4366-aa7a-483cd8babe88.html,  http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-matt-mullican-the-feeling-of-things-46975

‘I segreti di Wind River’ di Taylor Sheridan : un mondo senza concessioni, spogliato di ogni eroismo

A pochi giorni dall’uscita di Hostiles (un bel film zavorrato da lentezze e pretensioni iper-autoriali), Hollywood raddoppia con I segreti di Wind River, western contemporaneo di ben maggiori sostanza e ritmo. Per la precisione si tratterebbe di un thriller, ma la mitologia del Far West acquista un ruolo decisivo nell’impianto costruito su misura dei gusti e le propensioni del regista texano Sheridan, già sceneggiatore di grandiosi duelli all’ultimo sangue ambientati nei moderni territori di frontiera (Sicario e Hell or High Water). Il taglio netto e concentrato dei vecchi e nuovi maestri del genere ci trasporta, infatti, nella riserva pellerossa del Wyoming flagellata dalla neve per molti mesi all’anno dove si staglia la figura eastwoodiana del protagonista Cory (Renner, grande attore non abbastanza promozionato) di professione cacciatore dei lupi e i leoni di montagna micidiali per il bestiame. Gravato da un atroce trauma familiare, il neocowboy è rispettato e benvoluto dagli allevatori e dagli Arapaho e Shoshone superstiti che se la passano assai male per colpa di disoccupazione, droga e alcolismo: così, quando una ragazza di Wind River viene trovata senza vita, Cory viene ingaggiato dalla polizia locale per scoprire la verità e dare la caccia all’assassino, mentre l’Fbi decide d’affiancargli l’affascinante quanto spaesata collega Jane (Olsen). Si capisce subito, in effetti, quanto il climax investigativo e il piglio antropologico con acclusa denuncia progressista sulle condizioni dei nativi risultino tradizionali e prevedibili; però la brutalità darwiniana messa in scena senza sosta tra i candidi bagliori di una landa pour cause “animalesca” ha tutta la forza necessaria per avvincere gli spettatori e riconsegnargli il fascino perduto di quello che continuiamo a definire il cinema americano per eccellenza.

Con Sicario e Hell or High Water, di cui Taylor Sheridan ha firmato le sceneggiature ma lasciato la regia a terzi (Denis Villeneuve e David Mackenzie), I segreti di Wind River forma una trilogia ideale agita nei territori di frontiera. Tre poliziotti, tre indagini e una conoscenza acuta della geografia americana. Dopo il confine col Messico e le lande desolate del Texas, Sheridan trasloca in Wyoming e realizza un film solenne ispirato ai problemi endemici che avvelenano le riserve indiane. Su tutti l’abuso sessuale e la scomparsa di troppe donne amerinde in un territorio che la polizia locale, esigua e sprovveduta, non riesce a controllare. Neve e silenzio al debutto stabiliscono tono e décor del film, inserito in un universo implacabile dove la rabbia di vivere convive con la rassegnazione.

Un mondo senza concessioni, dove l’uomo è lupo per l’uomo, una riserva di indiani e di bianchi, vestigia di una conquista spogliata di ogni eroismo. Avversari ieri e compagni oggi per non sentirsi abbandonati. Fedele agli script precedenti, Taylor Sheridan cortocircuita thriller classico e western contemporaneo, prediligendo una drammaturgia laconica che si prende il suo tempo, che raziona le informazioni e lascia che lo spettatore faccia il suo lavoro. Film di grande spessore, sia nella scrittura che nei personaggi che nell’ottima colonna sonora (di Nick Cave e Warren Ellis), che descrive un’umanità sofferente che sogna un mondo migliore, ma che scopre di essere sempre (come recita la poesia con cui inizia il film) “far from your loving eyes in a place where winter never comes”. 

 

Fonti: Mymovies.it

 

I segreti di Wind River

La sconfitta del pensiero: quando l’uomo rinuncia a comprendere il mondo e crede di poterlo plasmare a propria immagine

L’uomo ha rinunciato alla comprensione del mondo, crede di poterlo plasmare a propria immagine con potere demiurgico, di doverlo trasformare in direzione dell’utile immediato, di qualcosa di produttivo, tutt’al più di informativo, mai di formativo: bombardarci di informazioni, pressanti, continue, veloci, per non informarci di (e su) niente, nel quadro finale disegnato dall’homo videns. Dall’homo digitans. Varianti dell’homo communicans. Varianti di un pensiero atrofizzato ormai incapace di leggere e studiare, assopito, adagiato sulla comodità del blog, del link, dell’immagine, del social, del tweet: pochi caratteri per dire, commentare, partecipare a un dibattito. Pochi caratteri per dire ciò che avrebbe bisogno di approfondimento, competenza, letture. Ecco allora un mondo nel quale il mito della velocità ci dà l’impressione della conoscenza in tempo reale, quando, diversamente, assorbiamo il mero fluire limaccioso di immagini che non riusciamo a interrogare, comprendere. Non ne siamo capaci per difetto di passione, curiosità, per ignoranza della grammatica e della sintassi di quello stesso mondo che pretenderemmo di trasformare: meglio le sue immagini riflesse, più comodo per la pigrizia mentale che ci attanaglia tutti. Così i fantasmi di una realtà a noi ignota nel suo dipanarsi, assurgono a totem di quella realtà medesima che vorrebbero comunicarci come vera, giusta, autentica, solidale, laddove sono allineati – feticci dell’Assoluto più dispotico e prepotente mai visto in millenni di storia – i valori liturgici che sorreggono la nuova Teologia della socialità obbligata.

Philippe Muray ha definito in maniera esemplare tale concezione come Impero del Bene, laddove non vi è più spazio e diritto di cittadinanza per l’enigma, il totalmente altro, il differente punto di vista, l’opposizione, la seduzione del negativo (povero Nietzsche), destrezza, ebbrezza del brivido, vertigine dell’ignoto, per cedere il passo all’imperativo paranoico di una democrazia fondata su simulacri e finzioni. Allineamenti appiccicosi, nello stesso tempo persecutori di ogni individualità, di ogni pensiero autonomo. Quindi un sistema di cose nuovo e cremoso ha sconfitto su tutti i fronti il Male, grazie alla Banca Mondiale dei diritti dell’uomo che attraverso il linciaggio (dell’altro, del differente, del non omologato, del dissonante), ha creato la nuova socialità 2.0 (o 3.0, 4.0…). Un più moderno Illuminismo – avamposto della nuova bontà – che ci conduce contro sessismo, razzismo, discriminazioni di ogni tipo, maltrattamenti di animali, traffico d’avorio e di pellicce, responsabili delle piogge acide, xenofobia, inquinamento, devastazione del paesaggio, tabagismo, pericoli del colesterolo, aids, cancro eccetera eccetera.
Così dobbiamo quasi vergognarci di essere carnivori, di amare il circo con gli animali (nel ricordo dei nostri anni giovanili), di essere eterosessuali, bianchi; di avere un lavoro, un’istruzione, di credere al conflitto e alla lotta intesi come terreno della dialettica civile, di volere una famiglia nel rispetto della tradizione dei padri, come essi avevano e ci insegnavano; di aver avuto una madre e un padre (e non genitore 1 e genitore 2), di pensare che la competizione onesta e leale sia un valore nella vita, di reputare l’odierno sistema scolastico come una fabbrica di potenziali ignoranti (tutti promossi, tutti somari), di credere a ragione veduta che un professore vecchio stampo valga più di un’intera fabbrica di computer e di tutte le connessioni in fibra del mondo. Dobbiamo vergognarci, siamo colpevoli di aver accettato l’antica socialità, quando in ogni cosa si celava ancora il Male nelle sue infinite sfaccettature. Siamo liberi e benefici oggi: viva la libertà, viva l’amore (che vince sempre, eh!), viva l’Open day nelle scuole-aziende! viva il Nulla socializzato!

La nuova Teologia della socialità obbligata e la tirannia della verità comunicata (esse coincidono più di quanto immaginiate) ci danno la possibilità di reperire velocemente informazioni disparate con l’uso integrato di media, immagini e testi contenenti l’idolatria di questa realtà manipolata alla radice; ci inducono a pensare che viviamo il passaggio da una sottomessa cultura passiva a una emancipata cultura partecipativa; ad una più complessa e, aggiungo io, sofisticabile, intelligenza collettiva cui guardare da nuovi illuminati. Ma questa mistificazione (concettuale e pratica) ha il fine di organizzare la mente e la conoscenza in una sola direzione: quella impressa dai custodi, dai guardiani, dai legionari dell’inganno libertario. Dai cantori del nichilismo che ci vendono a poco prezzo. Anzi, ci regalano come il più utile e gradito dono, la conquista più grande. La hybris più completa e degenerativa della cultura occidentale ormai ha assimilato in sé, come valori assoluti, la schizofrenia identitaria, il nichilismo totalizzante, la svalutazione della memoria dei popoli (dove ogni cosa viene fatta confluire in un calderone di qualunquismo sociologico e antropologico), il terzomondismo ideologico. E badate, vi scongiuro, non fatemi apparire come un becero intollerante.
Il mondo non è più il mio mondo, come me lo hanno consegnato gli avi, bensì una controfigura in senso globalistico che vorrebbero farmi assumere – inondandomi di immagini e prescrizioni sempre più veloci e inintelligibili – come l’unico mondo possibile in una società civile, caritatevole, morale, armoniosa, umana (“Restiamo umani” è uno degli slogan), della fratellanza universale sotto la spinta del Papa ‘rivoluzionario’ e gli esempi dei governi ‘liberi’ a Sud del mondo, al passo coi nostri tempi. Al passo col Bene, col Sorriso, con l’Empatia universale, con la libertà di essere liberi sotto il vessillo della velocità, della fibra ottica, del tempo reale e, più giga, tera hai, più mondo avrai; più sarai ipocrita e solidale, più sarai alle porte del Regno dell’Infinita Umanità. Maleodorante carosello di luoghi comuni e banalità un tot al chilo. Nessun Sud del mondo, quindi, siamo tutti Nord. Siamo tutti liberi, umani, carnefici del Male (che fortunatamente è solo un ricordo).

Il nostro, purtroppo, è un mondo perversamente cibernetico, che ricade appieno negli ambiti di quella scienza del controllo e della comunicazione, secondo la definizione di cibernetica proposta da Norbert Wiener, ritenuto il “padre fondatore” di tale scienza, oggi, più patologia oncologica, che conoscenza ontologica, sapere, disciplina, scienza, nella loro accezione originaria. La Bellezza poi, non è altro che la musealizzazione della stessa. E ciò vale anche per la Bellezza della natura. Nessuno che si sforzi di capire i primordiali dettati etici, oltre che estetici della Bellezza, della Natura. Ormai semplici cose da esibire, delle quali e in nome delle quali ci si sente autorizzati a disquisire cazzata su cazzata, senza penetrarne l’intima essenza (Ah Novalis! Dove sei?). E quale filosofia potrebbe mai consolare questa filosofia dell’omologazione?
Anzi, quale filosofia dovrebbe consolare l’uomo di questo secolo, già fiduciario e segnacolo – per usare un modo di esprimersi indù – del kali-yuga, l’età oscura che copre il mondo col velo della nera dea Kali?

«Quei greci, tutti omosessuali…
A: Socrate è un uomo
B: Ogni uomo è mortale
C: Ogni uomo è Socrate
Quindi ogni uomo è omosessuale»
Woody Allen – Sillogismo di “Amore e Guerra”
«FILOSOFO: [Altro sillogismo] I gatti sono mortali.
Ma anche Socrate è mortale. Dunque, Socrate è un gatto.
VECCHIO SIGNORE: Socrate dunque era un gatto.
FILOSOFO: La Logica ce l’ha appena dimostrato.
VECCHIO SIGNORE: Però, è bella la Logica.
FILOSOFO: Sì, ma a condizione di non abusarne»
Eugène Ionesco – Sillogismo e dialogo de “Il Rinoceronte”
«A: Tutti i tedeschi sono uomini
B: Angela Merkel non è un uomo
C: Quindi Angela Merkel non è tedesca»
Esempio di Sillogismo Barocco

Perché questi sillogismi? Non è per sfoggiare qualcosa, non ho nulla di cui fare sfoggio, tranne la mia malinconia sofferente. Tra l’altro questi sono sillogismi “birichini” che trasgrediscono la regola del sistema architettonico altamente organizzato da Aristotele col suo procedimento logico, quantunque esprimibili nella loro veste formale, sia pur con risultati paradossali, esilaranti. Ricorderete che per il filosofo greco il sillogismo – inferenza fra due premesse e una conclusione – era il modello perfetto di ragionamento deduttivo, il fondamento tecnico di ogni scienza dimostrativa (così, detta alla spicciola, è evidente, no?). Quindi, chiedo ancora, più a me stesso che a voi: perché questi sillogismi? Per dire, con l’ironia di quegli esempi stravaganti, che il pensiero dei nostri tempi, un pensiero massacrato dal più inverecondo utilitarismo di dozzina, mercificato, fondato su “assoluti mercantilistici e finanziari”, è un pensiero che ha perduto capacità di interrogazione, di penetrazione, di stupore, di interpretazione e spiegazione del mondo, anche attraverso il paradosso e l’assurdo dell’argomentazione. Una concezione culturale che ha messo in un cantuccio Omero e Dante, per la quale contano i salotti televisivi, le “belle voci”, i “bei colori”, le “belle opinioni”, dove il saper fare si è capovolto nella coazione a dover fare. Un dover fare alieno di qualsivoglia idea in sé, maturata, compresa. Un pensiero assillante, maniacale, illogico, quantunque segua una sua logica mostruosamente opportunista, che ha declassato il nostro cervello a un ammasso meccanico formato da ingranaggi, mentre i nostri neuroni si comportano come supporti informatici di un calcolatore elettronico. Processori cerebrali che elaborano le informazioni registrate dal programmatore in quel software. Certo, lo so, l’ottimista di turno obietterà che il pensiero non ha mai smesso di pensare, che anche oggi numerosi filosofi, romanzieri e fisici sopraffini si interrogano su scienza e conoscenza. Ma è la prospettiva a essere cambiata.

L’uomo si è modificato purtroppo in un semplice consumatore di prodotti creati dal delirio di onnipotenza del mercato, dei mercati economici, azionari, commerciali, culturali, religiosi, eccetera. Una società succube del progressivo, imperante, colonialismo finanziario, di un industrialismo che pesa sulle nostre teste più di una sentenza dell’Inquisizione. Un uomo lasciato solo con i simulacri tribali di questa modernità votata alla perversione di una pruderia mielosa, appiccicosa come la colla per catturare i topi; fatta di immagini che ci rendono abulici e incapaci di guardare oltre quelle fotografie manipolate sapientemente alla base. Un uomo disumanizzato nel nome di un’idea sociale posticcia, educato alla scuola del conformismo, schiacciato dal bisogno di approvazione e di successo, abitante di un mondo governato dalle apparenze, spogliato della propria individualità, solo e disarmato nella moltitudine che gli si affolla intorno. Quel soggetto definito pensante (forse mendicante del pensiero), oggi logorato, sfibrato dallo spettacolo, dalla comunicazione spettacolare degli eventi, dall’ipnosi volontaria, privato della sua capacità di logica e di pensiero, intrappolato all’interno di miti universali, che non sono in nessun modo manifestazioni del sacro, dis-velamenti ontologici, parole che raccontano il mondo nella sua “temporalità segreta”, che si riappropriano del mondo medesimo e della temporalità non lineare. Solo immagini proiettate sul muro della nostra mente ormai inaridita, come i prigionieri della caverna platonica. E quando filosofi, romanzieri e fisici sopraffini credono di mostrarci il mondo, non si rendono conto che il mondo imposto alla nostra fruizione, è un mondo di forme che utilizziamo passivamente, complici più o meno consapevoli di quel delirio di onnipotenza del mercato delle immagini e dell’idolatria consumistica.

Nessun sapere, privo di sapienza, potrà mai, più, paragonarsi alla bellezza di un sillogismo aristotelico o all’intreccio di virtù e conoscenza di un dialogo platonico, per non tacere della profondità di un aforisma di Nietzsche e della magnificenza di un verso dantesco. E non vado oltre, registrando però, a mio malincuore, che gli stessi rapporti fra gli uomini sono regrediti a relazioni formali fra gli stessi, con l’aggravante di essere (noi tutti) “brutalizzati” da aggressive ideologie umanitarie, astratte (anch’esse formali), alle quali non puoi opporti in adesione al “politicamente corretto”, che in quanto astratte, formali, sono una forma di totalitarismo al servizio del mercato, dei mercati, delle ideologie dell’oblio. Dei mercanti della cultura e della politica. Dei telepredicatori. Dei moralisti. Dei servi acquiescenti. Dei monopoli religiosi. Delle chiese laiche. Di quella “cultura del piagnisteo” (concetto espresso da Robert Hughes in un libro dall’omonimo titolo), “cadavere del liberalismo degli anni Sessanta” e “frutto dell’ossessione per i diritti civili e dell’esaltazione vittimistica delle minoranze”. Di una barbarie che ci appartiene e ci domina. Lo stesso Hughes non esitava a scrivere:
I barbari tuttofare che oggi vanno per la maggiore si chiamano multiculturalisti.
A tutto ciò che rinnego hanno dato l’odiosissimo nome di politically correct, forma di lebbra sociale che ci devasta con le sue pustole. Quanto di più ipocrita e oppressivo possa aver inventato l’etica così poco libertaria dell’attuale società fondata sui mercati finanziari e il profitto, sul potere delle tecnocrazie bancarie e burocratiche, laddove non esistono più identità culturali e tradizioni. Laddove globalismo e globalizzazione (concetti aberranti, massificanti, liberticidi, che ci imprigionano in una cella invisibile) vengono spacciati per valori universali, universalismo. Col ‘piagnisteo’ a corredo.

Già, la triste “comunità umana” dei viaggi low cost e delle offerte last minute, del business plan e della Whatsapp generation. Un’impalpabile “comunità umana” senza volto, che ritiene valori universali ciò che invece reputo dis-valori, tenuta insieme dal mito della comunicazione globale (un’ottusità di fini e della comprensione delle cose); che ha bisogno di un continuo “trattato di pace” per poter vivere le illusioni quotidiane che ci insinuano nell’animo, lentamente, i Signori della guerra: «Ecco, vi ho dato il potere della conoscenza in tempo reale», ci dicono le sentinelle del nulla globalizzato, i custodi dell’intelligenza collettiva divenuta valore supremo. E mentre fanno questi proclami e ufficialmente studiano la politica per la pace (dopo averci donato il “fuoco” della comunicazione, della velocità e, a sostegno di tali “doni”, gli anglicismi più vuoti e inutili), nella penombra dei loro antri sulfurei decidono quale guerra combattere dopo averla “santificata” (tuttavia la più conveniente). Stabiliscono cosa farci immagazzinare in termini di valori e informazioni e quale trattato di pace stipulare per farci coltivare la certezza che viviamo al sicuro, nel migliore dei mondi possibili, nella democrazia più vera, moderna. Quella stessa democrazia che come Occidente decaduto, tramontato rispetto alle radici che lo avevano fondato, dobbiamo poco democraticamente esportare ad ogni costo in tutto il mondo.

Nei fatti, una colonizzazione di popoli, tradizioni, culture antropologiche e religiose nel nome di un’idea astratta, come è astratta la democrazia imposta con le armi, anch’esse santificate dai promotori di autenticità democratica, che sono poi gli stessi fabbricanti di armi e di morte: anche se si sta parlando di “morte democratica” e nel nome del valore supremo. Siamo tutti propaggini di questo guardare avanti senza scopi e identità, tutti così simili, fragili, ipnotizzati dentro le illusioni di un social network. In modo che il nostro tweet, da noi creduto un importante cinguettio, una “parola detta” in pochi caratteri, è appena, tirandola per le orecchie, una parola afona, fiacca, soffocata dalla sua stessa parvenza di espressione. Una parola tradita in partenza dal suo volersi legittimare come parola, non perché breve, ma perché non racconta, non “dice”; perché rispecchia l’omogeneizzazione culturale verso il basso, la prigionia dell’uomo dentro un pensiero acefalo. Però moderno, santificato.

Non ci stiamo ad essere folla, anonimo fra gli anonimi, soggetto incapaci di esprimere un pensiero proprio, ostaggio di best seller e premi Nobel assegnati per meriti spesso inesistenti. Rileggiamo Gioberti, uno che non piacerebbe a molti, uno che non sposerebbe nessuno dei pensieri cardine di questa società fondata su assoluti ingannevoli, ipocriti, multiculturali. Pugnalate pure a tradimento, conficcate le vostre lame dentro le nostre carni, tanto siamo degli sconfitti. La gente ama assistere alla sconfitta altrui, ama vedere l’altro in ginocchio. Lo chiama amore per il prossimo. Ovvero, il prossimo che sarà messo in ginocchio.

 

Fonte: https://www.lintellettualedissidente.it/societa/conformismo-politically-correct/

Skira Editore e la Triennale di Milano ricordano il critico d’arte Gillo Dorfles

Martedì 10 aprile alle 18.30 nel Salone d’Onore della Triennale di Milano (Viale Alemagna 6), Skira Editore e la Triennale ricordano ufficialmente il grande critico d’arte Gillo Dorfles. Il 12 aprile il grande critico d’arte avrebbe compiuto 108 anni. Milano lo ricorda con un grande evento pubblico, dove interverranno Stefano Boeri, Aldo Colonetti, Nicoletta Ossanna Cavadini, Luigi Sansone ed altri amici e intellettuali che hanno condiviso il suo lungo percorso artistico ed umano.

In occasione di questo incontro sarà presentato il suo ultimo libro La mia America (Skira editore).  A partire dal secondo dopoguerra, Gillo Dorfles viaggia negli States dove incontra personalità di primo piano: conosce i più noti studiosi di problemi estetici e critici d’arte (Thomas Munro, Clement Greenberg, James Sweeney, Alfred Barr, Rudolf Arnheim, György Kepes) e dialoga con alcuni tra i maggiori architetti della East e West Coast (Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe, Louis Kahn, Frederick Kiesler). Dai suoi soggiorni Dorfles trae spunto per numerosi articoli sulla società, la pittura, l’architettura, il design e l’estetica americana, all’epoca pubblicati su “Domus”, “Casabella”, “Aut Aut”, “La Lettura”, “Metro” e in numerosi cataloghi, articoli che, raccolti ora assieme ad altri scritti inediti in questo volume, ci permettono di approfondire uno dei periodi più significativi e stimolanti della cultura USA, attraverso i racconti e le memorie del grande critico d’arte.

Gillo Dorfles (1910-2018), critico d’arte, pittore, docente universitario di Estetica, a partire dall’immediato dopoguerra si è impegnato in un’appassionata difesa dell’arte d’avanguardia. Si è imposto come una delle personalità più attente agli sviluppi dell’arte e dell’estetica contemporanee. Tra le sue opere più note, tradotte in molte lingue, ricordiamo Nuovi riti, nuovi miti (1965), Artificio e natura (1968), Le oscillazioni del gusto (1970), Il Kitsch (1972), Mode e modi (1979), Elogio della disarmonia (1986), Il feticcio quotidiano (1988), L’intervallo perduto (1989), Preferenze critiche (1993), Fatti e fattoidi (1997), Irritazioni (1998).
Con Skira ha recentemente pubblicato Gli artisti che ho incontrato, a cura di Luigi Sansone (2015).

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

Dorfles è stato tra i primi critici d’arte a recarsi negli Stati Uniti negli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale per approfondire la sua conoscenza sull’arte, l’architettura e la vita negli USA. L’Italia dopo un lungo periodo di oscuramento culturale dovuto alla guerra e alle note vicende politiche che la precedettero, aveva la necessità di aprirsi al resto del mondo per spezzare quell’isolamento che per oltre un ventennio ne aveva condizionato lo sviluppo in molti settori, non ultimo quello socio-culturale. Gli anni Cinquanta vedono un infittirsi di scambi artistici tra l’Italia e gli Stati Uniti, scambi che avevano iniziato a intensificarsi dopo la presentazione nel 1948 alla Biennale di Venezia della Collezione di Peggy Guggenheim che includeva, tra le altre, opere dei maggiori esponenti dell’Espressionismo Astratto americano.