‘Terra Madre’, la prima biennale d’arte contemporanea a Caserta, dal 1 al 21 ottobre

La Biennale d’Arte Contemporanea del Belvedere di San Leucio è in programma dal primo al 21 ottobre 2017. L’evento, organizzato dall’associazione di promozione sociale WebClub, in collaborazione con le città di Caserta e Casagiove è diretto da Gianpaolo Coronas. La Biennale si avvale della collaborazione di Sergio Gaddi presidente di giuria e curatore, nonchè di quella internazionale di Antonio Campanile editore di Inews Kunst di Zurigo. La prima inaugurazione domenica primo ottobre alle ore 17,30 nel Real Sito Borbonico di San Leucio, complesso monumentale patrimonio Unesco, ricadente nel Comune di Caserta. Il secondo opening sarà il 7 ottobre alle 18,30 al Quartiere Militare Borbonico di Casagiove, location che ospiterà gli eventi collaterali.

Sette sono le sezioni in cui è articolata la Biennale: “Tributo a Mark Kostabi”, “Omaggio al maestro del fuoco Bernard Aubertin”, “Campania Semper Felix”, “Identità”, “Passione del Colore”, “International Exhibition” e “Italian Project”. 
La Biennale nasce dalla collaborazione tra il Comune di Caserta e quello di Casagiove e rientra nell’ambito di un protocollo d’intesa siglato tra i due Comuni, avente come oggetto la realizzazione di progetti di valorizzazione turistico-culturale dei siti borbonici.

Il tema principale della Biennale d’Arte Contemporanea del Belvedere di San Leucio 2017 è “Terra Madre”, la riscoperta dell’amore per la natura e del patrimonio artistico-culturale che attraversa il fascino delle conoscenze, il confronto e l’esaltazione delle differenze, unendo passato e presente in un viaggio fatto di emozioni, bellezza e cultura. L’obiettivo è quello di promuovere le arti visive, dalla pittura alla scultura, al design, alle installazioni, alla fotografia, alla grafica digitale, alla video-art e all’arte ecosostenibile, con un’attenzione però anche alla danza, alla musica, al teatro, ai luoghi e alle eccellenze territoriali. Per questo la Biennale si articolerà in sezioni.

Il tributo dedicato a Mark Kostabi, celebre per i suoi soggetti senza volti che richiamano alla mente le opere di De Chirico, è curato da Enzo Battarra. All’artista americano è stato assegnato il Premio Belvedere, il massimo riconoscimento che la Biennale attribuirà in ogni edizione a un artista internazionale che si è impegnato per la valorizzazione del complesso monumentale di San Leucio e per il territorio casertano. Mark Kostabi ha realizzato proprio nel Belvedere una memorabile performance artistico-musicale e ha allestito una sua personale nel Museo di Arte Contemporanea della Città di Caserta.

L’omaggio riservato a Bernard Aubertin, il grande artista riconosciuto come maestro del fuoco, ha come curatore Giorgio Agnisola organizzato dalla Responsabile Claudia Grasso di Toro Arte di Sessa Aurunca.
“Campania Semper Felix”, curatore Enzo Battarra, è la sezione dedicata agli artisti campani di più generazioni che hanno dato lustro al territorio e che si sono distinti sul piano nazionale e internazionale per un lavoro di ricerca.
“Identità” è il tema della sezione di fotografia, è curata da Luca Sorbo e proporrà una rigorosa selezione degli autori più rappresentativi di Terra di Lavoro.

La sezione “Passione del Colore” è curata da Viviana Passaretti e ospiterà artisti nazionali che si connotano per la ricerca cromatica.
“International Exhibition” è il titolo della sezione di artisti stranieri, curata da Irina Machneva Mota e Antonio Campanile.
La sezione “Italian Project”, curata da Luigi Fusco, vuole essere una proposta innovativa, che nasce dalle adesioni di molti artisti nazionali al percorso progettuale messo in campo dall’associazione.
La www.biennalebelvedere.it porterà artisti stranieri e italiani nella regione incrementando il turismo fuori stagione.

 

Fonte: Exibart.segnala

 

 

‘L’inganno’ di Sofia Coppola: tra favola dark e parabola femminista

Innanzitutto ci si chiede se L’inganno sia o non sia il remake di La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel (vietato fare finta di conoscerlo, è meglio fare di tutto per recuperarlo). Per ora a Cannes il film ha vinto la Palma per la miglior regia, magari sulla spinta del prestigio usufruito dalla regista Sofia Coppola nei piani alti del cinema, avvalorando così la sicumera della figlia d’arte nel dichiararsi unicamente debitrice dello stesso romanzo originario (The Beguiled di T. P. Cullinan). E’ impossibile, peraltro, non abbozzare un paragone, non fosse altro che per sottolineare come la sceneggiatura della nuova versione, introducendo legittime quanto sostanziali differenze, abbia annullato gran parte del fascino provocatorio e allucinato del cult-movie del ’71. Non è un brutto film L’inganno, grazie alla magnifica impaginazione fotografica e scenografica, al suo potere d’intrattenimento e alla riconosciuta abilità dell’autrice nel creare le atmosfere cool (fredde, disinvolte, controllate) con cui riesce a seminare tensione e sarcasmo in parti uguali in una costruzione narrativa come al solito ellittica e minimalista, ma stavolta non riuscita sino in fondo.

Siamo, in pratica, invitati ad assistere alla trasformazione di una favola dark sulla falsariga di Cappuccetto rosso in una sorta di risentita parabola femminista: mentre nell’anno 1864 la Virginia è devastata dalla guerra civile, sono rimaste asserragliate in un appartato collegio femminile solo la direttrice (Kidman), un’insegnante (Dunst) e cinque studentesse. Quando una di quest’ultime trova nel bosco un mercenario al soldo dei nordisti quasi dissanguato a causa di una ferita alla gamba (Farrell), le donne, dapprima tentate di consegnarlo ai confederati, decidono di nasconderlo e curarlo innestando un ambiguo viavai di situazioni che, con il contributo del convalescente che si sente sempre più padrone della situazione, sfoceranno in un crescendo di conflitti erotici, tormenti morali e letali perfidie.

Ribadiamo che L’inganno è un film di una certa classe, si fa vedere piacevolmente e conta su alcune buone incarnazioni (accanto alla Kidman spiccano la piccola Amy della Laurence e la disinibita Alicia della Fanning); però la variante su cui non si può transigere è quella del nuovo protagonista, ovvero il perno di attrazione-repulsione incarnato dal soldato Farrell. Passi, infatti, per la pesantezza ideologica con cui il punto di vista femminile prende il posto di quello maschile, scelta che comporta la rinuncia alle sfumature del comportamento di Mrs Fansworth e delle sue complici presenti nel film e nel romanzo; ma sostituire Clint Eastwood con il torvo e monocorde attore irlandese costituisce un reato al cinema perseguibile per legge.

 

Fonte:

L’inganno

Dunkirk: il nuovo capolavoro di Nolan che aspira ad una verità sensoriale

Lo shock produce nei combattenti di Dunkirk quella che potremmo definire, rubando il termine a una delle protagoniste del best seller L’amica geniale, un’ininterrotta smarginatura. In questo modo il regista Christopher Nolan nel corso del suo viaggio nella profondità dell’orrore bellico aspira a una verità sensoriale, spersonalizzata che non ha niente di naturalistico e niente che assomigli alla routine del genere. La sua –ricorrendo a un ossimoro- è una brutale ricercatezza che permette agli spettatori d’immergersi in forme convulse, infrante, assordanti dove i punti cardinali si ribaltano e le prospettive sembrano impegnate a ingannare se stesse; il congegno narrativo del film, insomma, basato com’è su questa sorta di visione parcellizzata e asincrona, s’adatta perfettamente al significato letterale della categoria (blockbuster, ‘abbattitore d’ostacoli’) in cui lo si potrebbe sbrigativamente piazzare.

L’operazione Dynamo, ricostruita nella desueta audacia della pellicola 70mm, interessa del resto l’autore di Memento e Inception solo in quanto disfatta che porta in germe una futura vittoria: tanto è vero che le polemiche francesi sulla cancellazione pressoché totale del loro decisivo contributo alla titanica evacuazione dal 26 maggio al 4 giugno del 1940 da Dunkerque (perché così si chiama la località portuale dove erano rimasti intrappolati dall’avanzata nazista più di trecentomila soldati alleati) sono giustificate, ma ai fini del valore del film contano poco o nulla. Le contraddizioni di Nolan sono infatti il sale del suo concetto di cinema: il realismo più esasperato che sfocia nell’astrattezza; un’epopea grandiosa e nello stesso tempo intimista; una claustrofobica concentrazione celata nell’immensità dei piani di ripresa; lo spazio e il tempo di una settimana, un giorno e un’ora unificati dall’esibita contraffazione del montaggio; la cronaca di un massacro che esclude cascate d’emoglobina e vede i soldati abbattersi senza l’impatto delle pallottole; l’intento cerebrale e sperimentale camuffato dalle travolgenti ondate emotive.

Anche le tre ramificazioni narrative di Dunkirk, che fanno capo alla terra del soldato Tommy, al cielo del pilota dell’Air Force Farrier e al mare dell’eroico padre di famiglia Dawson servono a evocare un caos primordiale che tutto sommato prescinde dalle ragioni degli assaliti (degli assalitori, poi, non si ha quasi la percezione) e insiste sull’istinto di sopravvivenza umano che non ha bandiere o padroni. Parole poche; colori granulosi, talvolta fintamente sfocati; la musica che si modella sul diapason delle situazioni; retorica inglese presente, ma limitata al minimo indispensabile. Persino il celebre discorso di Churchill sull’indomabile volontà di resistenza del paese risulta imbevuto di tonalità dolenti e oscure e citato da un soldato qualunque che lo legge con tono stanco e distratto sul giornale.

 

Fonte:

Dunkirk

Venezia 2017: vince “The Shape of Water”di Guillermo Del Toro, raffinato fantasy dal temperamento umanistico

The Shape of Water di Guillermo del Toro si è aggiudicato il Leone d’Oro per il miglior film della Mostra di Venezia 2017. La pellicola, che certamente non è un capolavoro, ma che conferma la felice predisposizione del regista messicano amante di creature fantastiche (Cronos, Mimic,Blade, Hellboy), Guillermo del Toro per un cinema immaginario nutrito da citazionismo cinefilo, temperamenti umanistici e tecnica raffinatissima, quasi manieristica, è un interessante mix favolistico tra La Bella e la Bestia e il neo-romanticismo onirico alla La La Land, che avrà successo presso il pubblico in virtù di una straordinaria accuratezza della ricostruzione dell’epoca della Guerra fredda, una serie d’interpretazioni impeccabili, prima fra tutte quella di Sally Hawkins e una tensione costante e coinvolgente abbastanza rara a molti autori.

Un esito auspicato da molti sin dalla proiezione del film alla mostra veneziana il secondo giorno, quello della vittoria di The shape of water, che racconta di un’insolita storia d’amore tra un “mostro” marino ed una impiegata muta, e che rinnova le affinità tra essere umano e il mondo marino, confezionato sia dal punto di vista estetico che morale in maniera ineccepibile, mostrandoci come solo con l’amore si può vincere la paura.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro cinema ha vinto solo due premi importanti, ma avrebbe meritato di più, soprattutto per quanto riguarda Virzì e Manetti: la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è andata a Charlotte Rampling (che ha ringraziato i suoi maestri italiani che l’hanno diretta) nel film Hannah di Andrea Pallaoro, che il regista ha costruito tutto intorno all’attrice, ma che avrebbe meritato di più Frances MacDormand per Tre manifesti a Ebbing, Missouri; il premio per il miglior film della sezione Orizzonti, per il secondo anno consecutivo (lo scorso anno era andato Liberami di Federica Di Giacomo), è andato a Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, un road movie che narra gli ultimi anni di vita di una delle più importanti icone pop del Novecento (interpretata dall’attrice e cantante danese Tryne Dyrholm), modella e storica musa di Andy Warhol negli anni ’60.

Come secondo le previsioni, il Premio Marcello Mastroianni di Venezia 2017 per il miglior giovane attore o attrice emergente è andato a Charlie Plummer, protagonista di Lean on Pete, di Andrew Haigh. Ancora per la sezione Orizzonti, dopo il premio per il miglior film a Nico, 1988, la giuria, presieduta da Gianni Amelio ha assegnato il Premio alla Migliore Regia all’iraniano Vahid Jalilvand per il film “Bedoune tarikh, bedoune emza” (“Senza data, senza firma”), che si è aggiudicato anche il premio al Miglior Attore della sezione Orizzonti con Navid Mohammadzadeh; il Premio Speciale della Giuria Orizzonti è andato a Caniba, il documentario sul “cannibale della Sorbona”, il giapponese Issei Sagawa, che nel giugno del 1982, uccise e mangiò a Parigi la sua compagna di studi olandese.

Venezia 2017: tutti gli altri premi

Al regista israeliano Samuel Maoz, dopo il Leone d’oro nel 2009 con Lebanon è andato il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria per Foxtrot.
Il ricattatorio e ordinario spaccato di violenza domestica Jusqu’à la garde di Xavier Legrand si è portato a casa sia il premio alla migliore opera prima che il Leone d’argento per la miglior regia. Il giovane regista francese non è riuscito a trattenere le lacrime quando è arrivato il secondo premio. Un film di grande realismo sociale  ma dove prevale la bontà del tema ai suoi meriti artistici.

Un riconoscimento speciale della giuria è andato a Sweet Country di Mark Rogers; la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è andata a Kamel El Basha per The Insult di Ziad Doueiri; Il Premio Osella per la migliore sceneggiatura a Three Billboards outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, mentre il miglior cortometraggio è stato giudicato Gros Chagrin di Céline Devaux. Il Leone alla Carriera quest’anno è andato ai meravigliosi ottantenni Jane Fonda e Robert Redford che hanno recitato insieme nel film Netflix fuori concorso Our Souls at Night.

 

Il maestro Lorenzo Chinnici espone al Grand Hotel Timeo di Taormina dal 19 settembre

Il tempo sospeso, si intitola così la mostra personale del maestro siciliano classe 1942 Lorenzo Chinnici il cui opening avrà luogo il prossimo 19 settembre e che terminerà il 24 settembre, presso il Belmond Grand Hotel Timeo di Taormina. La mostra rappresenta l’occasione per immergersi non solo nell’arte ma anche nella maestosità di una delle terrazze sul mare più belle e suggestive del mondo, in un abbraccio fra il Teatro Greco, il monumento più celebrato della Sicilia antica e il panorama mozzafiato della costa orientale siciliana, fra i riflessi del Mar Ionio e i massicci dormienti dell’Etna. È in questa location d’eccezione che Lorenzo Chinnici, che non è mai stato vittima di mode pittoriche, ben lontano dall’arte commerciale e dal successo facile, vuole inaugurare la sua nuova mostra in terra natale. Dopo una carriera espositiva dal respiro internazionale che ha toccato città come Parigi, Milano, Londra e New York, è giunto il momento per Chinnici di confrontarsi con le proprie radici, di ritornare alle origini. Scene bucoliche punteggiate da spiagge, pescatori, barche di legno, lavandaie e contadini a lavoro. Protagonisti simbolici e ‘senza volto’ che rievocano i colori e i ricordi di una Sicilia governata dagli umori del cielo e del mare, testimoni di quello che è diventato un lusso per pochi e fortunati eletti: il tempo appunto.

Lorenzo Chinnici nasce a Merì, in Sicilia, nel 1942. Dopo regolari studi artistici, diplomatosi maestro d’arte nel 1962, insegna materie artistiche presso la scuola statale dove rimarrà fino al 2006. Nella sua età giovanile, per vicissitudini ed eventi spiacevoli, la sua anima, minata da nevrosi depressiva influenzerà i suoi primi lavori artistici: tele ed acquerelli che, a detta dei critici, non rimangono esenti da “grigiori e cupezze cromatiche”. Via via, l’imperante ed ossessiva atmosfera cupa stemperandosi, darà luogo ad una visione nuova della vita che appare meno angosciosa e più aperta a nuove speranze. Ora i suoi colori sono più caldi, più comunicativi, più profondamente umani, proprio per la disponibilità di Lorenzo Chinnici ad aprirsi ad un discorso più lieto, più fiducioso con paesaggi e figure investiti da rasserenanti lampeggiamenti di colore. La maturità artistica di Lorenzo Chinnici inizia però nel 1965, quando un critico d’arte di assoluto valore: S. Pugliatti, nell’estemporanea di centinaia di concorrenti, ammirato sicuramente dalla maturità espressiva di un pensoso paesaggio siciliano, rivelato dall’esordiente da segni decisi e marcati, gli attribuisce un premio molto ambito.

In Lorenzo Chinnici le costanti della sua produzione pittorica sono: l’essenzialità, la memoria, la testimonianza di un mondo che naufraga fra le cose, ma di cui siamo partecipi, come dell’onda del tempo, del resto. Chinnici rappresenta la vita dura e lavorativa e il viver quotidiano con grande efficacia descrittiva, mettendo in rilievo soprattutto la fisicità dei suoi soggetti. Fisicità che unita allo stile realistico mediterraneo tipico degli artisti siciliani, diviene mezzo per scandagliare l’umano, il vissuto, in sintonia con i toni cromatici che sono alla base della sua cifra stilistica riconoscibilissima che ricorda quella del suo conterraneo Renato Guttuso. Si potrebbe parlare anche per Chinnici di realismo sociale, anche se molto probabilmente all’artista siciliano più che denunciare interessa raffigurare una certa essenzialità dei gesti e dell’animo dei protagonisti delle sue opere, dei suoi lavoratori muscolosi e talvolta nostalgici, che sembrano degli atleti pronti per la loro gara quotidiana (Mediterraneo, La mattanza, La fine, Pescatori, La spinta, La forza). Atleti che, pur essendo posti in scenari meravigliosi, portano con se liricamente un drammatico segreto: lavorare instancabilmente per assicurarsi la loro anima e il loro corpo. Come Guttuso anche Chinnici aspira a conciliare la verità e l’attualità delle tematiche con uno stile incisivo fruibile da tutti e come nelle opere di Guttuso, c’è la Sicilia nei suoi lavori, con i suoi profumi e i suoi colori.

Nel dipingere il passato, Chinnici non si pone come un patetico conservatore, ma ripropone quell’energia di un tempo, pura e sana, per rammentare che c’è qualcosa di prezioso e buono, fatto di duro lavoro e sacrifici, non può essere dimenticato e abbandonato. Ecco perché, in questo senso, è importante partecipare all’onda del tempo lontano, per riuscire a cogliere la profondità dell’essere umano. Come è infatti stato giustamente osservato da Nino Cacia, il reale dell’opera di Chinnici è una realtà trascesa e trascendente (verbo che m’era venuto rapido osservando dall’inizio questa sua – esibizione personale – ). Perché, per dedicargli una celebre nozione brechtiana, “il realismo non sta nel come sono le cose ma come esse sono (veramente)”. 

Il maestro Lorenzo Chinnici

Sei battute di “Amici Miei”, capolavoro della commedia italiana, per ricordare l’attore Gastone Moschin

Firenze, 4 settembre 2017 – “Amici miei” è una commedia amarissima e divertente, un film cult entrato nella storia del cinema italiano, amatissimo ancora oggi, a tanti anni di distanza. Gastone Moschin, scomparso lo scorso 4 settembre in Umbria, dove viveva da diversi anni,  fu presente in tutti e tre i capitoli, nel ruolo dell’architetto, dalla contagiosa risatina Rambaldo Melandri. Per quanto tutte le battute del film siano da antologia (e vale la pena di ricordare che fra gli sceneggiatori c’erano  Leo Benvenuti e Piero De Bernardi), alcune di quelle fatte pronunciare al Melandri sono davvero rimaste nella memoria e nel parlato comune, basti pensare ad espressioni non-sense come Antani, Supercazzola, Supercazzola con scappellamento, Confaldina…

Come non ricordare, nell’atto primo, di Amici Miei, capolavoro della commedia italiana, diretto sia nel primo che nel secondo atto da Mario Monicelli, il Melandri ricoverato in ospedale insieme ai compagni di zingarate mentre ripete ossessivamente “Ho visto la Madonna, ho visto la Madonna!”. Aggiungendo: “E neanche vestita di bianco… con una pelliccina…”. Poi si scoprirà che di apparizione si tratta, ma non mariana, bensì molto terrena, della bellissima moglie del primario Sassaroli, interpretato da Adolfo Celi, che poi il Melandri porterà a casa con scarsi risultati. E quando, in preda a una crisi nervosa, gli amici lo faranno scappare da lei, portandolo alla stazione per la scena culto degli schiaffi ai viaggiatori, lui, rinfrancato, correrà con loro chiedendosi: “Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?”.

E nell’atto secondo è lui che Gastone Moschin pronuncia un’altra frase storica: “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”. Sempre nell’atto secondo, è il Melandri che guarda la desolazione lasciata a Firenze dall’alluvione del ’66 e si chiede: “Ragazzi, ora che si fa?”. Al che il Perozzi gli risponde: “Lo sci d’acqua!”. Ma nell’atto secondo, il Melandri spopola quando decide di battezzarsi dopo essersi invaghito di Noemi Bernocchi, sorella del sacerdote che celebra il rito. Ma la stessa non si vorrà concedere fisicamente a Melandri, durante un incontro a casa di lei proprio mentre l’Arno allaga Firenze. E se l’architetto, fino a quel momento in preda a un fervore spirituale quantomeno ostentato, pensa soprattutto ai danni materiali che l’alluvione gli starà provocando “I miei incunaboli… i tromoncini del ‘500…”), lei vede l’alluvione come un gesto divino volto a preservare la sua castità. E per tutta risposta il Melandri getta la maschera e, prima di tuffarsi dalla finestra per raggiungere casa a nuoto (“Rambaldo, dove vai?!?”. “Vo a casa!”), dice a Noemi: “O brutta imbecille! E Dio, per far restar vergine una come te… affoga tutta Firenze?!?”.

Nel terzo capitolo di Amici Miei, diretto da Nanni Loy e sicuramente inferiore agli altri due soprattutto per incisività ed originalità, Gastone Moschin tiene banco nei panni del Melandri quando si innamora e vuole sposarsi con Amalia Pecci Bonetti, incontrata alla casa di riposo dove anche l’architetto (come ci ricorda Tognazzi nell’atto primo: “trombato, ma per pochi voti, all’assessorato ai lavori pubblici“) si è ritirato, salvo poi scoprire l’infedeltà dell’anziana amante. Appena la vede rimane incantato e chiede alla suora chi sia quella bellezza (un po’ stagionata): al che Rambaldo commenta, sognante: “Due cognomi… e gli occhi azzurri come la fata di Pinocchio”.

 

Fonte: La Nazione

 

 

 

 

 

‘Gatta Cenerentola’, la favola millenaria ritorna in chiave moderna dal 14 settembre nelle sale italiane

La Gatta Cenerentola narra le vicende dell’omonima protagonista che, dopo la morte del madre, sentirà il peso delle proprie responsabilità.

Cenerentola: l’evoluzione di una storia

Se si pensa a ‘Cenerentola’ la prima cosa che viene in mente è senza alcun dubbio il film d’animazione Disney del 1950. La protagonista era una giovane orfana di madre affidata alle cure del padre. Dopo diversi anni quest’ultimo decide di risposarsi dando alla figlia una matrigna Lady Tremaine e due sorellastre Anastasia e Genoveffa. I rapporti tra le tre, già tesi, si acuiscono alla morte del padre. Cenerentola da figlia di un aristocratico si trasforma in membro della servitù. Nel frattempo al palazzo reale il re organizza un ballo per scegliere la futura sposa di suo figlio e invita tutte le donne del reame. Ma quando il messaggero giunge alla villa con il proclama la matrigna comincia ad assegnare a Cenerentola compiti impossibili che le impediscono di partecipare al ballo. Ecco in suo soccorso la fata madrina che le dona un bellissimo vestito ed una carrozza con la promessa di ritorno a mezzanotte. Cenerentola va al ballo, conquista il principe ma a mezzanotte scappa e perde la scarpetta. Il principe cerca disperatamente la fanciulla della scarpetta e promette di sposarla. Nonostante le ostilità delle antagoniste Cenerentola riesce a rivelare al principe la sua identità e si celebra il matrimonio.

La gatta Cenerentola di De Simone

Roberto De Simone nel 1976 realizza una rappresentazione teatrale della favola rivista in chiave comico-trafigurativa. L’opera ripresa dalla fiaba  “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile, divisa in tre atti, fonde la favola originaria con la tradizione napoletana, dove domina l’imprevedibilità. Infatti la vera protagonista de “La gatta Cenerentola” è Napoli, il suo grido di dolore causato dalla fame, dalla dominazione straniera e dalla precarietà. L’invocazione iniziale a San Gennaro, santo protettore della città, ci fa comprendere la gravità della situazione. L’elogio “esteriore” delle sorelle di Cenerentola delle loro parti del corpo e la clausura della protagonista ci mettono in contatto con la dicotomia apparire-essere. Il sorriso dietro il pianto e il dolore sono gli elementi essenziali della trasfigurazione. Nella versione principale compaiono volti noti del calibro di Peppe Barra e la madre Concetta Barra , Isa Danieli, Patrizio Trampetti, Virgilio Villani e altri. Dalla regia di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone e distribuita dalla Videa – CDE prende le mosse la versione moderna della nota favola. La protagonista abita come una gatta in cattività da 18 anni nella Megaride; la barca posseduta dal padre Vittorio Basile (doppiato da Mariano Rigillo), ricco scienziato e autore di progetti innovativi. Con la sua morte lascia nelle grinfie della matrigna e delle sei sorellastre Cenerentola che si ritrova rinchiusa nella nave ignara del patrimonio lasciatole dal padre. Infatti è proprio la matrigna (doppiata da Maria Pia Calzone) insieme a Salvatore Lo Giusto (doppiato da Massimiliano Gallo), trafficante di droga, a gestire il denaro rendendo il porto di Napoli una terribile centrale per il riciclaggio. Sulla nave però è rimasta traccia del passato che si manifesta tramite immagini e ologrammi proiettati grazie alla tecnologia sviluppata da Basile. Sullo schermo dunque c’è lo scontro tra un passato “virtuoso” ed un presente “corrotto”. In quest’avventura Cenerentola non sarà da sola, accanto a lei Primo Gemito (doppiato da Alessandro Gassman) la guardia del corpo del padre che gli prometterà di badare alla ragazza in sua assenza.

Cosa aspettarsi dunque dai registi? Questa pellicola non è la loro prima collaborazione. Già nel 2013 questi esordirono con “L’arte della felicità” film d’animazione che narra la vicenda di Sergio, taxista napoletano profondamente logorato da un grave lutto: la perdita del fratello. Il suo taxi funge da strumento catartico per il suo dissidio interiore. Egli combatte una delle battaglie più difficili; quella con la morte in una città ed in un’automobile “intossicata” dove non si respira più. Ancora una volta la vera protagonista è Napoli, una Napoli logorata, corrotta e problematica che, in quest’ultima pellicola, si spera trionfi e ritrovi nel buio la sua luce.

 

 

 

 

Nikola Tesla, storia di un genio truffato e dimenticato che rifiutò il Nobel

“Mi chiamarono pazzo nel 1896 quando annunciai la scoperta dei raggi cosmici. Ripetutamente si presero gioco di me e poi, anni dopo, hanno visto che avevo ragione. Ora presumo che la storia si ripeterà quando affermo che ho scoperto una fonte di energia finora sconosciuta, un’ energia senza limiti, che può essere incanalata”. Così Nikola Tesla apre il primo capitolo della propria autobiografia, un piccolo volume così scarsamente conosciuto da sembrare scritto da qualcuno senza grandi meriti per la collettività. Pochi sanno infatti che questo “qualcuno non così importante” è il vero padre di molte invenzioni che ognuno di noi usa tutti i giorni nella sua vita quotidiana.

Quasi tutte le più grandi conquiste tecnologiche del XX secolo come ad esempio la prima grande centrale idroelettrica del mondo (cascate del Niagara), i sistemi elettrici polifase a corrente alternata della nostra rete elettrica, i motori a campo magnetico rotante dei nostri elettrodomestici, il tubo catodico dei vecchi televisori, il tachimetro/contachilometri delle automobili, le lampade a vuoto luminescenti (neon) degli uffici, le porte logiche dei pc, il radar per il controllo del traffico aereo o indispensabili strumenti di comunicazione moderna come la radio. Ed infatti anche se i libri di scuola, le istituzioni e i mass-media celebrano ancora solennemente il nostro Guglielmo Marconi come l’inventore del telegrafo senza fili (il nome della radio di allora) esiste una sentenza della Corte Suprema USA che ha riconosciuto la vera paternità della radio a Nikola Tesla. Ciononostante, tutte le più grandi enciclopedie continuano a liquidare la sua vita e le sue opere nelle poche righe di un trafiletto dove troviamo citato il suo nome esclusivamente come unità di misura dell’induzione elettromagnetica. Una volta conosciute la sua storia però non si può non provare un grande senso di gratitudine nei suoi confronti e non ci si può non interrogare sul come un genio così eccelso possa essere stato completamente dimenticato. Di tanto in tanto però, lo scomodo nome di Tesla riemerge dall’oblio come ha fatto nel 2007 quando i ricercatori del MIT (Massachussets Institute of Tecnology) hanno annunciato al mondo di essere riusciti a trasmettere energia elettrica senza fili utilizzando i principi di risonanza scoperti dallo scienziato serbo più di un secolo prima!

Un poeta della scienza, un sognatore spirituale

Uno schiocco di dita e lo spettacolo inizia: è una sera del 1891 e sul palco c’è Nikola Tesla, scienziato serbo-croato emigrato negli Usa. Per un istante una rossa palla di fuoco avvampa nella sua mano. Con cautela l’uomo, altissimo, lascia scivolare le fiamme sul suo frac bianco, poi sui capelli neri. Infine il mago, che con stupore del pubblico è del tutto illeso, ripone il misterioso fuoco in una scatola di legno.

«Ora farò luce come se fosse giorno» dichiara Tesla. Ed ecco che il teatro delle sue esibizioni, il laboratorio sulla newyorkese South Fifth Avenue, risplende di una luce straordinariamente chiara. Poi l’inventore balza su una piattaforma collegata a un generatore di tensione elettrica. Lentamente lo scienziato alza il regolatore, fino a quando il suo corpo è esposto a una tensione di due milioni di volt. Le scariche elettriche crepitano intorno al suo busto. Fulmini e fiamme gli guizzano dalle mani.

Quando Tesla spegne la tensione, così riferiranno gli spettatori, intorno a lui scintilla un bagliore azzurrognolo. Il “mago dell’elettricità” amava incantare l’alta società di New York con i suoi allestimenti. E mostrare ai giornalisti la potenza e la sicurezza del sistema di corrente elettrica da lui sviluppato. Le spettacolari esibizioni facevano parte della sua propaganda nella guerra per l’elettrificazione del mondo.

È una guerra che Tesla (seppure contro la sua volontà) combatté contro un altro inventore, altrettanto famoso. Un uomo dall’indole così diversa da personificare l’esatto opposto di Tesla: Thomas Alva Edison. Disinvolto, furbo, abile negli affari. Per gli americani Tesla era al contrario un “poeta della scienza”, un teorico e uno sfortunato cervellone, le cui idee erano “grandiose, ma del tutto inutili”.

Edison misurava il valore di una scoperta dalla quantità di dollari arrivati alla sua azienda. Per Tesla invece non si trattava solo di denaro: l’obiettivo di un’invenzione, sosteneva, consiste in primo luogo nello sfruttamento delle forze naturali per le necessità umane.

Nikola Tesla: un vincitore perdente

Sarà alla fine proprio Nikola Tesla a vincere la battaglia per la corrente elettrica. Eppure – come successe spesso nella sua vita – ne uscirà perdente. Ed è proprio come perdente che oggi è tornato a incantare il pubblico: il numero dei libri e dei siti web che lo riguardano è in aumento, su YouTube ci sono video a lui dedicati, un gruppo rock ha scelto di chiamarsi Tesla. E una casa automobilistica finanziata dai fondatori di Google è stata battezzata Tesla Motor.

La misteriosa forza dell’elettricità affascinò Tesla sin dall’infanzia. Nato il 10 luglio del 1856 da genitori serbi nel villaggio croato di Smiljan, da bambino vedeva fulmini abbaglianti. «In alcuni casi l’aria intorno a me si riempiva di lingue di fuoco animate» ricorderà Tesla nella sua autobiografia. Di solito queste visioni si accompagnavano a immagini interiori. Con gli occhi della mente Tesla osservava ambienti e oggetti tanto chiaramente da non riuscire a distinguere realtà e immaginazione.

Con il tempo imparò a controllare queste suggestioni: viaggiava con il pensiero in città e Paesi stranieri, intrattenendosi con le persone e stringendo amicizie. La forza della sua immaginazione si manifesta all’età di 17 anni, quando inizia a “occuparsi seriamente delle invenzioni”. Non aveva bisogno di alcun modello, disegno o esperimento per sviluppare i congegni: l’intero processo creativo aveva luogo nella sua mente. Lì costruiva le sue apparecchiature, correggeva gli errori, le metteva in azione. «Per me è del tutto indifferente costruire una turbina nella mia testa o in officina» scrisse «riesco persino a notare quando va fuori bilanciamento».

Nel 1875 il 19enne Nikola ricevette una borsa di studio al Politecnico di Graz, in Stiria. Il suo impegno sui libri era ossessivo, a volte dalle tre del mattino alle undici di sera, e nel primo anno superò nove esami con il massimo dei voti. «Ero posseduto da una vera e propria mania: dovevo concludere tutto ciò che iniziavo» ricordò. Quando si accinse a leggere Voltaire, apprese con sgomento che “quel mostro” aveva scritto un centinaio di libri. Ma affrontò comunque la mastodontica impresa. Il giovane continuava a essere soggetto a comportamenti compulsivi. Nutriva una forte avversione verso perle e orecchini, provava disgusto per i capelli delle altre persone. Sentiva caldo davanti a una pesca. Ripeteva alcune attività in modo che le ripetizioni fossero divisibili per tre. Contava i passi mentre camminava, calcolava il volume del contenuto delle tazzine di caffè, dei piatti fondi, degli alimenti. «Se non lo faccio, il cibo non mi piace» annotò.

Ci vollero sette anni prima che Tesla, impiegato in una compagnia telefonica di Budapest, arrivasse a una svolta. In una sera del 1882, durante una passeggiata nel parco della città, la soluzione gli si presentò alla mente “come un fulmine”. Tesla afferrò un bastone e disegnò nella polvere il diagramma di un motore assolutamente innovativo, nel quale le bobine esterne, attraversate dal flusso di corrente alternata, generavano un campo magnetico rotante. In questo modo si creavano le forze che mettevano in moto il rotore interno. Come in delirio, nelle settimane successive Tesla sviluppò ulteriori motori, dinamo e trasformatori; tutti necessitavano di corrente alternata, o la producevano. «Uno stato spirituale di completa felicità come non lo avevo mai provato nella vita» scrisse. «Le idee mi si presentavano in un flusso ininterrotto. L’unica difficoltà era riuscire a fissarle».

Tesla si rese conto che la corrente alternata offriva un vantaggio decisivo rispetto a quella continua: grazie alle sue proprietà fisiche, poteva essere trasportata via cavo per centinaia di chilometri, con perdite quasi nulle. Con la corrente continua, invece, si poteva farlo solo per brevi tratti.

In America

Due anni più tardi, nel 1884, Tesla si licenziò dall’azienda e prese la strada di New York, armato di una lettera di raccomandazione. Voleva lavorare con il grande Thomas Alva Edison e convincerlo del valore della sua pionieristica scoperta. Il magnate della lampadina aveva costruito la prima centrale elettrica pubblica al mondo nel centro di Manhattan. Ma la corrente prodotta era in grado di illuminare soltanto i lampioni elettrici nel raggio di un centinaio di metri. Per questo Edison progettò di coprire la città con una rete di generatori.

La lettera di raccomandazione procurò a Tesla un colloquio con Edison. Fin dal primo incontro fu però disilluso: quando espose le caratteristiche del suo sistema elettrico, l’americano gli replicò irritato di smetterla con quella follia. «La gente vuole la corrente continua, ed è l’unica cosa di cui intendo occuparmi».
A ogni modo, Edison riconobbe il talento tecnico del giovane serbo e lo assunse, promettendogli un premio di 50mila dollari nel caso riuscisse a migliorare le prestazioni delle dinamo a corrente continua. Tesla accettò l’offerta. Dopo quasi un anno di duro lavoro, poté annunciare al capo i propri successi: le modifiche alle dinamo di Edison erano concluse, l’efficienza era aumentata in modo sostanziale. Ma la retribuzione promessa non arrivò. Edison si rifiutò di pagare il premio: «Tesla, lei non capisce il senso dell’umorismo americano» si giustificò.

Indignato, Tesla si licenziò. Più tardi scrisse sul (presunto) genio del secolo: «Se Edison dovesse cercare un ago in un pagliaio, si metterebbe a esaminare con la frenesia di un’ape un filo dopo l’altro, fino a trovare l’oggetto cercato. Con dispiacere ho assistito al suo modo di procedere, ben consapevole che un po’ di teoria e di calcolo gli avrebbero risparmiato il 90% del lavoro».

In seguito Tesla si dedicò meticolosamente allo sviluppo di una lampada ad arco e depositò svariati brevetti. Ma dopo aver portato a termine i suoi incarichi, fu estromesso dall’azienda e imbrogliato sui compensi. «Seguì un periodo di lotta» ricordò seccamente l’inventore. Per un anno si trovò a sbarcare il lunario lavorando, a chiamata, nella costruzione di strade.

Ma all’inizio del 1887 il suo destino prese una piega inaspettata: il capo della squadra di costruzione venne a sapere del presunto motore dei miracoli ideato da Tesla e lo mise in contatto con Alfred K. Brown, il direttore della Western Union Telegraph Company. Le compagnie telegrafiche necessitavano di energia elettrica; e Brown era interessato alla corrente alternata, che poteva essere trasmessa su grandi distanze senza perdite. Non lontano dalla Edison Company, a Manhattan, i due presero in affitto uno spazioso laboratorio nel quale Tesla poté finalmente accelerare la trasposizione pratica del suo sistema in corrente alternata.

Ebbe così inizio la guerra della corrente elettrica: Tesla depositava un brevetto dopo l’altro per i componenti del suo innovativo motore, teneva conferenze, inscenava le sue dimostrazioni davanti a un pubblico entusiasta e presto catturò l’attenzione dell’industriale George Westinghouse. Westinghouse, egli stesso ingegnere e inventore, era entrato nel mercato elettrico da qualche anno, acquistando svariati brevetti. Diversamente da Edison, credeva nella redditività della nuova tecnica. Acquistò i brevetti di Tesla, stabilendo il pagamento di un diritto di licenza da 2,5 dollari per ogni cavallo vapore venduto dell’“elettricità di Tesla”. E scese in campo nella battaglia per la corrente alternata.
Grazie alle ridotte perdite di energia, Westinghouse poté erigere le sue centrali all’esterno delle città. Inoltre i suoi cavi di rame erano meno spessi di quelli richiesti dalla corrente continua, e i costi per le linee elettriche erano minori di quelli sostenuti dalla concorrenza. Westinghouse riuscì a vendere l’elettricità a prezzi più favorevoli di Edison, e presto si ritrovò ad avere più clienti. Ma quest’ultimo passò al contrattacco: raccolse informazioni sugli incidenti che coinvolgevano la corrente alternata, scrisse pamphlet e fece pressione sui politici.

Il gioco sporco di Edison

Edison pagò giovani studenti perché catturassero cani e gatti che, durante esibizioni ufficiali, legava a placche di metallo, facendo poi passare la corrente alternata nel loro corpo sussultante. Chiedeva infine agli spettatori: «È questa l’invenzione che le nostre amate donne dovrebbero usare per cucinare?».

Nel gennaio del 1889 nello Stato di New York entrò in vigore una nuova legge: gli assassini sarebbero stati condannati a morte tramite corrente elettrica. Edison perorò la causa della corrente alternata. Nell’agosto del 1890 un uomo (William Kemmler) morì sulla prima sedia elettrica: tramite corrente alternata. L’interruttore dovette essere premuto due volte prima che il condannato smettesse di sussultare.
Ma la campagna di diffamazione promossa da Edison non raggiunse i suoi obiettivi. Nel giro di due anni Westinghouse costruì oltre 30 centrali elettriche e rifornì 130 città americane con la corrente alternata di Tesla. Nel 1893 fu lanciato il bando per l’illuminazione dell’Expo di Chicago: Westinghouse offrì quasi un milione di dollari meno di Edison.

Dal novembre del 1896 in poi, in tutto il mondo le città installarono quasi unicamente centrali a corrente alternata. Nikola Tesla stava per diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta: secondo il contratto di licenza avrebbe dovuto incassare una percentuale per ogni motore elettrico venduto, e per ogni utilizzo dei brevetti sulla corrente alternata. Ma gli investitori spinsero Westinghouse a modificare il contratto.

L’imprenditore disse chiaramente a Tesla che dalla sua decisione dipendeva il destino dell’azienda. Tesla, che in Westinghouse vedeva un amico, strappò il contratto e barattò la percentuale per i brevetti con un importo forfettario di 216mila dollari. In questo modo perse ogni diritto non soltanto sugli onorari già guadagnati, presumibilmente 12 milioni di dollari, ma anche sui miliardi che si sarebbero prodotti in futuro. Per Tesla il denaro non era importante: ciò che contava era la diffusione della sua tecnica. L’inventore era già immerso in nuovi compiti. Immaginava un mondo in cui tutti gli uomini avrebbero ricevuto energia gratuita e illimitata. Per Tesla le reti elettriche erano soltanto uno stadio intermedio nel percorso verso un sistema senza fili, in grado di spedire intorno al globo informazioni ed energia.

Energia a distanza

Nel 1898 sviluppò il primo radiocomando a distanza. L’anno successivo da un laboratorio situato vicino a Colorado Springs riuscì a inviare onde radio a una distanza superiore ai 1.000 chilometri. Con queste bobine venivano prodotte correnti alternate a voltaggio elevato, che Tesla voleva utilizzare per la telegrafia senza fili a grande distanza. Ma nel 1906 interruppe i tentativi.

Nel 1900 Tesla trovò un finanziatore per la costruzione di una futuristica torre-antenna a Long Island: il suo obiettivo era inviare negli strati superiori dell’atmosfera onde altamente energetiche per distribuire l’energia intorno al globo. Ma poco prima dell’ultimazione del progetto, l’investitore si ritirò: se chiunque nel mondo avesse potuto utilizzare senza controllo l’energia prodotta a Long Island, da dove sarebbero venuti i guadagni? Tesla ne ricavò un esaurimento nervoso da cui faticò a riprendersi. Nel 1917 l’impalcatura di acciaio della torre fu fatta esplodere e i rottami venduti per mille dollari. Nello stesso anno l’inventore avrebbe dovuto ricevere la prestigiosa Medaglia Edison. Ma Tesla rifiutò: l’onorificenza avrebbe dato lustro solo allo stesso Edison. Bernard Arthur Behrend, presidente della giuria, lo persuase ad accettarla. «Se privassimo il mondo industriale di tutto ciò che è nato dal lavoro di Tesla» disse Behrend «le nostre ruote smetterebbero di girare, le vetture elettriche e i treni si fermerebbero, le città sarebbero buie e le fabbriche morte e inutili. Il suo lavoro ha una tale portata da essere diventato il fondamento stesso della nostra industria».

Gli errori di Tesla

Assieme alle sue intuizioni geniali, Tesla – com’è normale – non mancò di seguire idee più o meno sballate. Abbiamo già parlato del fallimento del radar sottomarino. Ma Tesla rifiutò anche la teoria della relatività di Albert Einstein, che riteneva priva di senso, e cercò di inventare una teoria gravitoelettrica delle forze fondamentali che però non arrivò da nessuna parte. Tesla pensava erroneamente di aver osservato raggi cosmici più veloci della luce. Tesla si convinse di aver ricevuto dei segnali da extraterrestri su Marte e Venere, ma si trattava solo di artefatti sperimentali. Tesla, inoltre, era abilissimo a propagandare le proprie invenzioni, e spesso si attribuì scoperte che non aveva mai dimostrato (cosa che contribuisce ad ampliarne la leggenda). A livello più personale Tesla aveva tratti imbarazzanti: per esempio era letteralmente disgustato dalle persone sovrappeso, e arrivò a licenziare la sua segretaria perché a suo giudizio troppo grassa (fonte:wired).

Nonostante la fama e i suoi 700 brevetti, il mago dell’elettricità non ebbe mai successo economico, al grande inventore interessava fare del bene per l’umanità, rendere la vita un po’ più semplice.
Il 7 gennaio del 1943, a 86 anni, Nikola Tesla, l’inventore più disinteressato della Storia, morì povero in canna in una camera d’albergo di New York.

“ La scienza non è niente altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni umane.” (N. Tesla)

 

Fonti: Nikola Tesla, storia di un genio truffato,

NIKOLA TESLA, il più grande genio dimenticato dalla storia